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NARRATIVA

Le voci del silenzio

di Liliana Boschetti

Ventaglio Novanta n. 12 1996 pp. 91–94

Ci siamo trasferiti nel mantovano rivierasco quando morì il nonno materno. Avevo undici. "Vedrai quanti amici ti puoi fare qui" mi si incoraggiava.

Ho trascorso la fanciullezza nel Delta, ed è stata una vita. Lì i nostri contadini erano una famiglia numerosa: il vecchio pretendeva di insegnare anche a mio padre e, come una puerpera, osservava, per le semine, i cicli delle lune. C'era poi il figlio sposato che era il vero asse portante, sua moglie – e quella sí che aveva bisogno del ciclo delle lune -, la sorella più vecchia, la Tilde dalla lingua lunga ("El paron fa presto, ma mi no posso!"), e, infine Momul, un ragazzo taciturno e innocuo.

La famiglia lavorava al completo e mio padre con loro. "Papà, andate ai 'Morari'? Veniamo con voi!". Ci caricavano sul carro, noi ragazzi, e ci portavano con loro nei campi, ampie distese dove c'era solo cielo e terra.

Mentre gli adulti lavorando, gradatamente si allontanavano con le zappe e coi cappelli larghi, per noi cominciava la libertà e l'avventura: "Vieni, c'è poca acqua, c'è pieno di more… ". Ci si graffiava le braccia coi rovi o con la robinia bianca, ci si arrampicava sugli alberi per piccole susine amare, si andava in cerca di nidi di uccelli. "C'è una bestia, s'è nascosta". "Un riccio, un topo… ". Non davamo loro pace: in mancanza si torturavano lucertole e ramarri".

Studente, mi vergognavo dei miei luoghi di origine e, quando si raccontavano aneddoti sulla povertà della nostra gente, io ne ridevo con gli altri. "A Gnocca c'è gente che va a letto con la scrofa, gli fa da termosifone e quant'altro… ". "Nel basso Polesine le famiglie vivono di caccia e di pesca come ai tempi dei tempi". "Sul giornale!: nel cinquantuno, l'anno della rotta, una donna era rimasta a casa di notte perché doveva partorire, c'era la levatrice e… sapete chi illuminava la scena? Il fanale della bicicletta! Faceva girare la ruota uno dei figli che ogni tanto si addormentava e allora… giù scappellotti".

Non mi ribellavo, non raccontavo dei miei anni belli, né della natura così unica, così amata anche allora.

* * *

Oggi uomo, sono qui di passaggio, per lavoro. C'è chi ha saputo "sfruttare" questa natura e ha portato il progresso, strutture, turismo. Proprio per la natura ci sono leggi, c'è chi vigila e la protegge. Si pesca nei tempi giusti. E la caccia?

Allora… Allora, alla domenica avrei potuto dormire, senza nessuna traversata, senza corriera da prendere, e invece mi svegliavo presto già eccitato perché mio padre mi portava a caccia con sé. Spesso, passando, chiamavamo anche Toni della Maria, portavamo pane, salame e vino – che poi dovevo portargliela io la sporta – perché loro avevano il fucile, le cartucce, i richiami, e a volte la tela per il capanno. Quando avevano la tela per il capanno, sapevo che saremmo stati fuori tutta la giornata ed era come andare a combattere una splendida battaglia.

Mamma avrebbe preferito che rimanessi con lei mentre faceva il "busulàn" che profumava di vaniglia tutta la casa, ma papà era contento che non venissi su come una femminuccia.

Al ritorno mi dava il fucile da portare e le anitre insanguinate e calde. Ed io, benché stralunato dalla stanchezza, ergevo il bottino per mostra alla Maria e alla mamma che ci aspettavano sulla porta.

Raccontavo, davanti alla mia tazza di latte fumante, di come erano belli e buffi gli aironi, di come fossi stato io a dare l'avviso durante l'appostamento, prendendomi la mia parte di merito. Mio padre, insaponandosi, approvava soddisfatto. Mi addormentavo con negli occhi i riflessi azzurri delle anatre ciondolanti sopra il secchiaio.

Quando volevo far piacere a mamma, dovevo convincere il papà a portarci al mercato a C. Per andare a C. bisognava attraversare il fiume sulla zattera. Percorrevamo sentieri tra pioppi e canneti, fitti di cinguettii e d'improvvisi profumi: solo dopo il secondo argine si avvistava la chiatta. Quando era sulla sponda opposta, mi facevo la voce da uomo e, con le mani ad imbuto, gridavo "Ehu!".

La corrente del fiume era molto forte e il motore della zattera faceva un gran fracasso per vincere la corrente. Papà mi raccomandava di non fare il bagno nell'acqua del fiume e mi indicava i gorghi che inghiottivano i ragazzi. Mamma si soffermava alle bancarelle: un giorno mi feci comprare un nastro rosa. "Un nastro rosa?". "L'ha detto la maestra!". Lo regalai a Katia.

Ebbi un altro amore, si chiamava Giulia.

* * *

Prima di incontrare la signora Antonia tento di ritrovare la vecchia laguna: non ne sono lontano, dovrebbe guidarmi, poi, l'odore salmastro, invece mi soffermo.

Le fronde dei salici schermano, con leggero tremolio, il riverbero del sole che, alto, pavimenta a specchio luminoso il fiume.

La brezza lieve e i canti e le voci della natura, concertati in modo indecifrabile, ma stabile, donano all'animo una pace appagante, una malinconia dolce, la voglia di esser soltanto pietre di quel mosaico, un suonatore d'orchestra.

Senza fastidio ripenso alle scale del mio condominio, agli appartamenti dove ciascuno trascorre gli anni della propria vita, un mondo che mi sembra tanto lontano…

Al ristorante mi aspetta la signora Antonia. È contenta di stare con qualcuno che la intrattiene con rispetto. Il colore chiaro del suo vestito attenua le pieghe del suo volto. Ha quei suoi orecchini ciondolanti: con tutti quei movimenti del capo li costringe a tintinnare di continuo.

La gestione del ristorante, famigliare, e l'attività frenetica del momento (una vociante scolaresca ed alcuni riservati turisti), impegna tutti al massimo: il proprietario, col grembiule da cuoco rimboccato, fa la spola fra tavoli e cucine. La moglie si intravvede, rossa in viso, tra i fornelli, la figlia alla cassa.

Un cameriere si affretta a chiedere alla gente che ha terminato, di levarsi dai tavoli. Gruppetti rumorosi aspettano. All'ombra fitta del porticato la signora Antonia gusta il suo sorbetto.

Quando le chiedo di Giulia ("Ho immaginato che ti ricordavi di lei"), tira fuori dalla borsa una fotografia e me l'allunga: "Questa è sua figlia che si è sposata a Marzo, questa sono io… ecco Giulia".

Non provo alcuna emozione, scopro che non c'è alcun rapporto fra me e quelli della foto.

* * *

Non cercherò più "quei luoghi"; essi non sono là, mi hanno nutrito e cresciuto: le prime pietre di me stesso.

Il ricordo, la nostalgia non c'entrano.

Mi mancherà invece, nel mio arrabattarmi quotidiano, fatto anche di giorni felici, il remigare bianco dei gabbiani nel cielo chiaro, il profumo di fiori ignorati, l'alito sottile del vento nell'afa quotidiana, e soprattutto le voci del silenzio della natura, i richiami innocenti, inconsapevoli: a rassicurarmi che tutto c'era prima, e ci sarà poi, a dirmi la sensazione concreta del loro e del nostro "essere" continuo, infinito. Senza che nulla (pur grande, pur nuovo) violi o muti quell'"essere" che noi, senza chiederlo, abbiamo avuto.

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Come citare questo articolo

Liliana Boschetti. “Le voci del silenzio”. Ventaglio Novanta, n. 12, 1996. https://ventaglionovanta.it/archivio/le-voci-del-silenzio/

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