Enzo Griguolo lo incontrai studente, al primo anno, presso l'Istituto Statale d'Arte "Pietro Selvatico" di Padova, nel laboratorio di metalli pesanti diretto dal Mº Alceo Pantaleoni, mitico cesellatore e straordinario scultore del ferro battuto. Ricordo che Enzo mi guardò con espressione spaurita, osservò alcuni vasi ageminati e un'acquasantiera appena ultimata, con parti in argento, rame e ferro, con incastonate alcune pietre dure; sorrise timidamente, si avvicinò e mi chiese: "Li hai fatti tu?". "Sì!", risposi io chiedendogli da dove veniva. "Bosaro di Rovigo". Ed io: "Da Ficarolo".
Avevo ritrovato un polesano che manifestava la grande passione per un'arte abbastanza ignorata nella nostra terra d'origine, tranne la tradizione castelmassese.
Avrei rivisto Enzo all'Accademia di Belle Arti a Venezia, frequentare sotto la direzione del Mº Viani la Sezione Scultura.
Abbiamo fatto un percorso parallelo che si è concluso nel ritrovarci docenti d'arte nello stesso Istituto, il "Roccati" di Rovigo.
Confesso che ho sempre invidiato la sua serenità, il suo squisito modo di fare arte, la sua affabilità che lo distingue come "un signore di un tempo lontano", con una grande passione per l'arte scultorea e per i metalli, in particolare, tanto che, completati gli studi, lo ritrovo nella "fucina" del M° Cesare Zancanaro, desideroso ancora una volta di scoprire il segreto linguaggio del ferro battuto.
Proprio in quest'arte, Griguolo, oggi, ha la tecnica, la forza e l'espressività per imporsi come Maestro nel panorama italiano che soffre, tuttavia, di una certa trascuratezza da parte della critica. Il temperamento schivo e riservato di Griguolo, in effetti, antepone un filtro alla conoscenza di una maestria che è invece potente nel trattare il metallo, piegandolo con apparente straordinaria facilità ad una funzione rappresentativa pienamente comprensibile nella sua discorsiva plasticità.
Figurazioni realistiche – le opere di Griguolo – che entrando in tensione con la particolare consistenza materica del metallo segnato dalla tempra della forgia, si convertono in suggestive visioni di timbro onirico; sapienti costruzioni spaziali, intersecarsi di linee, bilanciarsi e rincorrersi di volumi, in costante dinamismo chiaroscurale, che nella contorsione dei corpi immette armoniosa musicalità, ora carica di matericità e decoratività barocca, ora con la trama fine, quasi evanescente di una stampa giapponese.
Griguolo padroneggia la lezione dell'arte contemporanea: nei suoi lavori si avverte lo sviluppo tecnico e la tensione ideale, ma, a farla da padrone, a dispetto di quella dolce quasi remissiva affabilità dell’uomo, è il gusto, la scelta tutta personale dell’artista che, lontano da echi letterari quanto da condizionamenti di mercato, soggioga il metallo ad una comunicazione di tutto rilievo per individualità ed immediatezza.
Grande appare l’arte di chi – come Griguolo – non fa avvertire soluzione di continuità, fratture, insomma, tra progettualità ed esecuzione. Ancor più grande se a ciò si impiega una materia all’apparenza pesante, rigida, fredda scura come il ferro. Scelta difficile, infrequente che sa di provocazione, quasi di sfida, ma non ad altri, bensì a se stesso alla forza vitalizzante della sua intelligenza come della sua mano.
Doverosa la conoscenza e la diffusione della sua opera, necessaria per un giusto dimensionamento e un dialogo costruttivo tra l’artista e la nostra sensibilità culturale ed estetica.
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Ilario Bellinazzi. “Costruzioni spaziali”. Ventaglio Novanta, n. 12, 1996. https://ventaglionovanta.it/archivio/costruzioni-spaziali/