Negli ultimi 20-30 anni sono scomparsi dal nostro paesaggio rurale (insieme con filari di pioppi, salici, ontani, olmi, “stopari e nogare” che rendevano gradevole la vista dei vari appezzamenti regalando frescura agli uomini e dimora agli uccelli) anche quei piccoli specchi d’acqua rettangolari circondati da canne palustri e ricoperti da “lentarine” (lenticchie d’acqua).
Con l’abbandono della coltivazione del “canio” (canapa) attorno ai primi anni 50, è infatti venuta meno la funzione delle piccole conche acquitrinose, luccicanti nelle campagne polesane denominate “màsari”. Rimasti al loro posto per alcuni anni nell’incuria e nella riverenza che si nutre per le cose care ma inesorabilmente superate, i rettangoli d’acqua furono infine colmati con “ruinazzi” (detriti) e terra di riporto cancellandone perfino il ricordo… E pensare che intere generazioni avevano versato sudore e incamerato reumatismi per portare a compimento la lavorazione tutta artigianale della canapa, in cui il “masaro” costituiva l’anello centrale della catena!
Era la canapa una pianta ricca di fibra vegetale, proveniente dall’India e giunta in Europa al seguito degli eserciti vittoriosi di Alessandro Magno; i suoi fuscelli, una volta macerati, battuti e sminuzzati si sfilacciavano, arrendendosi per ultimo ai pettini della cardatrice, per donare una fibra grezza a buon mercato, resistentissima, atta ad essere tessuta e filata: senza contare la fabbricazione di corde, canapi, gomene per navi, stoppa, ecc.
Le donne, cui era affidata in massima parte la lavorazione della canapa, coltivavano un rapporto intenso ed affettivo con essa, legato al ricordo indelebile del loro matrimonio. Erano i tempi in cui ogni ragazza di povera e modesta famiglia, se desiderava che qualcuno la pigliasse per sposa, doveva provvedere a costituirsi la dote. Intendiamoci bene, per dote di una ragazza negli anni che vanno dall’unità d’Italia al secondo dopoguerra, si intendeva una serie più o meno abbondante di tovaglie, fazzoletti, asciugamani, biancheria intima, pochi vestiti, un cappotto e soprattutto lenzuola e federe “de canio”. Di mobili, cucine americane, salotti, neanche sognarselo, in quanto l’arrivo di una nuova sposa nelle abitazioni rurali comportava soltanto la sistemazione di un letto matrimoniale in una camera sgomberata e arredata alla bisogna; tutto il resto esisteva già sotto la sovraintendenza di suocera e cognate.
La canapa dunque veniva coltivata nei terreni delle grandi e medie proprietà, e i braccianti stipulavano coi padroni una specie di contratto d’affitto in cui si stabiliva che il 30% del raccolto andava ai lavoranti, il rimanente al proprietario.
Giunta a maturazione, la canapa veniva tagliata è fatta essiccare sulle aie quindi, raccolta in fasci, la si portava a “masarare” (macerare) nell’acqua.
I fasci, riuniti in zattere legati con vimini, venivano fatti affondare nelle acque del “masaro” mercè l’ausilio di grossi pietroni, i famosi “marmi da masaro” il cui ricordo è rimasto legato nella parlata locale al macabro invito: “Tacate on marmo da masaro al colo e va a negarte”.
Lasciata a mollo per una dozzina di giorni, secondo necessità, bisognava ripescarla; a questo punto le donne scendevano nel macero dopo aver fatto scolare, attraverso una apposita canaletta, i liquami putridi e velenosi prodottisi nella macerazione.
Immerse fino alla cintola, con addosso vesti alquanto dimesse conservate soltanto per quell’uso, le nostre eroiche nonne battevano per ore quei fasci maleodoranti, onde liberarli dalla pellicola di cellulosa.
Finita quella fatica da forzati, si stendeva al sole la canapa per l’essicazione sulle rive del “màsaro”. Poi, portata sull’aia, entrava in gioco una rozza macchina la “scavezzadora” per spezzare i fusti; in seguito il prodotto passava attraverso le ganasce della “gramola” per essere ulteriormente sminuzzato, infine dai pettini della cardatrice usciva la fibra pronta per essere filata o tessuta.
Una gran parte della fibra veniva venduta sui mercati costituendo un discreto aiuto al magro bilancio famigliare, la rimanente parte veniva conservata per realizzare la dote delle figlie.
Questa incombenza trovava il suo svolgimento d’inverno al calduccio delle stalle, essendo stagnanti i lavori agricoli. Si istallavano semplici ma funzionali telai di legno che, manovrati da mani esperte, producevano una tela ruvida, resistente, di vago color coloniale, che si sbiancava via via attraverso i successivi lavaggi nei tradizionali bucati con acqua bollente e cenere la “lissia” il detersivo dei tempi preindustriali.
Non si poteva pretendere finezza ed eleganza, anche se le donne più fantasiose sapevano adornare le lenzuola con orli ricamati e cuoricini intrecciati. Le lenzuola di canapa accompagnavano la vita di una coppia di sposi, e, stante il bisogno, si instaurava con esse il rapporto che si stringe con le cose care, che si tende a conservare tutta la vita. Bisognava accontentarsi: il corredo di lino andava alle signore borghesi, la seta era per le famiglie principesche, le fibre artificiali erano ancora sconosicute; non restava che la canapa ruvida, in perfetta simbiosi con i “paioni” (materassi, o meglio sacconi di tela imbottiti con foglie di granoturco).
I ragazzi nati dopo la guerra non hanno fatto a tempo ad assistere al ciclo della canapa, ma hanno conosciuto i “masari”: in primavera e d’autunno si andava a pescare in quelle acque ferme, ricche di “bisate”, che d’estate venivano trasformate in piscine per sguazzarci dentro senza che alcuno imponesse il biglietto d’ingresso o la cuffia obbligatoria. D’inverno, quando il gelo mordeva e la superficie dei “masari” diveniva una pista di pattinaggio, alè, tutti dentro con improvissate slitte di legno a “slissegare” (scivolare) fin quando, paonazzi dal freddo e dalla foga, ci si abbandonava, seduti sulle rive, succhiando un pezzetto di ghiaccio quale sorbetto.
Poco tempo fa, chiaccherando con un vecchio contadino ancora arzillo e dalla memoria diamantina, spuntò il ricordo dei “masari” che mi ha stimolato a stendere queste righe. Sbuffando e criticando la triste situazione politico-economica Italiana, scossa da continui scandali, il vecchio contadino, concluse le sue osservazioni sparando una sentenza senza appello: “Sassini… i xe na manega de ladri, bisognaria fondarli e fracarli zò come ca se faseva na volta col “canio” (canapa) ligà a mazzi in tel masaro… e de-sora marmi fin ca basta”.
Ho compreso appieno il giusto risentimento di quel vecchio contadino cresciuto in un mondo diverso, ormai perduto, allevato alla mensa di valori oggigiorno dileggiati e scartati come ferrivecchi. Mettendogli una mano sulle spalle curve ed oneste gli ho sospirato: “El dixe ben lu sior Anzolo,… ma come se faria negarli in tel masaro, adesso che i xe stà tuti stropà?”.
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Come citare questo articolo
Graziano Beccari. “I màsari”. Ventaglio Novanta, n. 11, 1995. https://ventaglionovanta.it/archivio/i-masari/