Sariano… Cos’è? Un paese, una discoteca, un supermercato…?
Una spruzzata di linde casette facenti corona attorno ad una chiesa dotata di pregevole campanile romanico cuspidato, ed un palazzotto-castello testimonianza del dominio ducale di Ferrara, il tutto annegato nel mare verde della piana altopolesana in quel di Trecenta. Questo è Sariano.
Poco più di 400 abitanti, dediti i più anziani all’agricoltura ed i giovani alla ricerca di altri impieghi nelle cittadine maggiori; un passato di bonifca ed imigrazione. Sariano, un luogo qualunque, come Rottanova, Mazzorno, Veratica, Presciane. Curiosità geografiche per gli stessi conoscitori della provincia polesana.
Eppure da qualche anno Sariano ha cominciato ad uscire dall’anonimato occupando, prima sporadicamente le cronache locali, poi sempre più fittamente anche le testate nazionali, ed ottenendo infine l’intervento dell’informazione televisiva.
Cos’è successo? Una disgrazia? La minaccia di allagamenti del Po assai prossimi? L’annuncio della costruzione di un mastodontico complesso industriale?
Niente di tutto questo… Su Sariano, a smuovere la sua quiete millenaria, si è invorticata una corrente d’aria purificatrice, l’opera, la presenza attiva e trascinatrice di un prete: Don Giuliano Zattarin.
Siamo andati con lo spirito del pellegrino a rendergli visita. Già lo conoscevamo per aver il sacerdote attivamente operato in passato a Badia Polesine, dove era riuscito a stabilire con i ragazzi, ma non solo con loro, un rapporto profondo, che spaziava dall’amicizia alla partecipazione religiosa, dalla riflessione sui temi dell’esistenza all’intervento diretto verso i bisognosi e gli emarginati. Un certo modo di fare e vivere il proprio impegno sociale, conciliandolo col richiamo potente dei valori dell’animo, per sottrarlo alle trappole ed alle lusinghe di una società consumistica. Uno stile di vita che a Badia ha lasciato ricordi e rimpianti indelebili.
Non è cambiato Don Giuliano; l’abbiamo trovato a Sariano ancora più determinato, sorretto da una serenità e forza interiore che sono proprie dei grandi uomini, e che si sublimano al calore della fiamma perenne della Fede.
Quel suo parlare a voce bassa, misurando le parole, toccando argomenti che rimandano invariabilmente alla riflessione, scavano dentro l’anima, fanno venire i brividi.
Si ha la certezza di essere di fronte ad un uomo straordinario, un religioso toccato dalla Grazia che intende vivere fino in fondo la sua missione propagando un messaggio cristiano essenzialmente d’amore.
Ma se si trova inopportuno incensare l’uomo, il sacerdote Don Giuliano (del resto è talmente schivo nel portamento e nei tratti da scoraggiare qualsiasi sospetto di protagonismo) bisogna pur far menzione dei fatti straordinari (essi sì!) che egli è stato in grado di suscitare e alimentare, servendosi di una manciata di sale (i giovani della parrocchia di Sariano) e di un pugno di lievito (la sua fede ed il suo credo).
In varie occasioni, calamitati dalla personalità irresistibile di Don Giuliano, personaggi come Leoluca Orlando, Diego Novelli, Valdo Spini, il giudice Palermo ed altri ancora, sono calati a Sariano come erano arrivati tempo addietro a Badia Polesine, messaggeri di un nuovo comune sentire, uomini già da tempo in crisi con le loro bandiere d’appartenenza.
Hanno portato nuove idee, o meglio suscitato novelle speranze che danno coraggio alla gente semplice, alla gente comune che agli appuntamenti di Sariano accorre numerosissima, disorientata e frastornata da una classe dirigente che crolla sotto il peso ed il puzzo dei suoi piramidali errori. La gente che viene messa in crisi di coscienza perché un mondo consumistico e materialistico si è rivelato incapace di dare risposte vere, non soltanto alle difficoltà immediate derivanti dal suo abnorme negativo sviluppo, ma soprattutto al futuro, dietro il quale non s’intravede che il nulla, il caos, l’annullamento dell’uomo e dei suoi valori.
E allora si spiega perché a Sariano, al richiamo di un umile servo della Chiesa, un piccolo uomo di una forza interiore gigantesca, si siano dati appuntamento perfino i giudici di Mani Pulite, Gherardo Colombo, la sorella di Falcone caduto sotto i colpi assassini della mafia, Agnese Borsellino (intervenuta attraverso una sua lettera aperta), ed ancora Antonino Caponnetto venerando magistrato di Palermo, padre e maestro di Falcone e Borsellino, in compagnia del prefetto Giancarlo Caselli in prima fila nella lotta alla criminalità organizzata a Palermo, infine Violante presidente della commissione antimafia.
Tanti personaggi emananti un carisma illimitato, una forza a muoversi che va diritta al cuore della gente che sente fame e sete di giustizia, bisogno di pulizia e chiarezza, necessità di specchiarsi in uomini e donne che offrano il loro cuore e la loro mente al bene vero della collettività.
Sono giunti pure personaggi dello spettacolo, come il comico Paolo Rossi, o della musica, come Tullio d’Episcopo, ad intrattenere un pubblico variegato, ma senza la grancassa del clamore, anzi con lo scopo precipuo di essere intermezzo ed insieme veicolo a temi maggiori.
Personaggi paradossali per un paesino come Sariano, e qui scaturisce in tutto e per tutto il merito di Don Giuliano Zattarin il quale, durante la cerimonia di commemorazione di Falcone e Borsellino, ha letto una preghiera, un’invocazione davanti ad una folla scossa e commossa in piedi sull’erba davanti al piccolo castello, una scena che ricorda (ci sia perdonato) il discorso della Montagna con le turbe sedute sull’erba del colle, rapite nell’ascoltare parole eterne, laceranti, frecce dirette all’animo di chi possiede sensibilità e buoni propositi, ma anche leve possenti capaci di smuovere il macigno che schiaccia gli indifferenti.
Ci confidava Don Giuliano che il giudice Colombo è in qualche modo la mente del pool Mani Pulite che opera a Milano, un uomo che sa interrogarsi profondamente sull’individuo e sulla collettività e che si domanda continuamente quale sia il bene per essa e la strategia da seguire; poi, come il regista di una squadra di calcio, apre con un passaggio smarcante a Di Pietro il centravanti, lo sfondatore d’area che avanza dribblando gli ultimi ridicoli difensori cacciando goals incredibili nella rete dei corrotti, dei ladri, dei concussi, degli ipocriti affaristi che hanno trascinato nel fango gli ideali e la buona fede di tanti.
Ci piace concludere la vivificatrice esperienza di un evento messo in moto da Don Giuliano immaginando, anzi sognando Sariano come una novella Canossa in cui i soggetti migliori della Storia già sono giunti al castello, ospiti della contessa Matilde. Il popolo li ha veduti, uditi, applauditi, li ha sentiti simili a sé, si è incarnato in essi e in chi come loro sia disposto a lottare e operare per valori veri, duraturi, senza sotterfugi, senza la superbia, l’alterigia e la violenza del Potere. Ora attendiamo al castello gli altri oggetti della Storia, ma dubitiamo che possano mai giungere.
Per un Enrico IV che cammina scalzo sulla neve vestito di sacco, implorando perdono, una pletora di potenti e di violenti è pronta a camuffarsi e confondersi tra la folla.
Restiamo vigili: il messaggio di speranza e di concordia che sgorga a Sariano ci stimola a non demordere… possibilmente con amore.
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Come citare questo articolo
Graziano Beccari. “Mani pulite … da Sariano con amore”. Ventaglio Novanta, n. 8, 1994. https://ventaglionovanta.it/archivio/mani-pulite-da-sariano-con-amore/