L’ostello rifugio Parco Delta del Po ha ospitato la scorsa estate una rassegna pittorica di Eugenio Bertin: paesaggi, brandelli di natura, scorci di prato, frammenti di foglie, di luci colorate e di fili d’erba… e ancora paesaggi.
In un ambiente come quello del Delta padano, totalmente ispirato alla natura, alla sua vivificazione e contemplazione, sono risultati particolarmente significativi, i messaggi di Eugenio Bertin, che sono delle esaltazioni del particolare, gentili e suggestive immagini di un mondo che ci circonda.
È dall’ ’80 che Bertin lavora su questi temi e soggetti, tredici anni di approfondimenti sulla natura, con un approdo quanto mai felice.
Ma la pittura, anche se talvolta è felice, certamente non è mai facile, e Bertin ha percorso un lungo itinerario a partire dal 1977, quando iniziò a dipingere seguendo le orme dell’espressionismo tedesco. Aveva come sorgente l’esperienza emozionale e spirituale della realtà, con forte accentuazione cromatica e incisività del segno.
Iniziano quindi le opere di ambientazione, scene di vita quotidiana, di lavoro, di semplici divertimenti paesani. Sono quadri figurativi, ricerche di uno stile personale, dove si fissano sia gli oggetti veduti che le emozioni di un momento.
Poi vennero le “scenografie”, come le chiama lui stesso; fonte di ispirazione erano gli ambienti storici ed urbani: Venezia, Vicenza, Vienna… È del 1979 “Ballo in mascera”, dove Bertin inizia una ricerca sui valori tonali, sulle trasparenze delle velature, sul significato del colore leggero e sfumato totalmente libero, da rimanere a stento dentro i contorni. E le figure umane, nell’intersecarsi dei piani trasparenti, si muovono libere, quasi fondendosi all’unisono con le architetture, esse stesse strutture di puro colore. Solo rapide lumeggiature danno, per contrasto, le profondità di campo.
Gli anni ’80 sono tutti dedicati a studi sul paesaggio e sulla scuola veneziana. Ed infine, la natura. Una scoperta che arriva quasi in sordina, eliminando dalla tela l’uomo e la sua storia. Ma la natura è solo un pretesto: il tema è sempre l’uomo, anche se ormai è fuori dalla tela, il soggetto è esterno, è colui che guarda e che tramite l’“esperienza”, intuisce ed afferma la conoscenza del reale.
Nella storia dei popoli l’arte è sempre stata un fedele indicatore della qualità della vita. E, tra tutte le arti, la pittura ha rappresentato l’immediata risposta del livello di civiltà raggiunto dall’uomo.
Nel Veneto è sempre stata preminente la pittura; ed assieme alla pittura è fiorito il teatro, con la musica, il gusto della festa e della scenografia. Le ragioni di questa cultura visiva e gestuale così importante per la nostra civiltà non sono da ricercare in motivi di ordine sociale od economico, ma nel senso concreto della vita, delle cose presenti, che a Venezia e nel Veneto è sempre stato motivazione prioritaria.
Ecco dunque la strada per capire questo pittore che ha radici molto profonde non solo con la sua terra, ma con la tradizione pittorica veneziana. La sua tavolozza è la tela stessa, e quel colore così fragile e puro ha la stessa valenza del suo gesto delicato e creativo sulla superficie. Incontro spontaneo di natura e spirito. Certamente arte, ma anche una lezione di civiltà, umanità, sensibilità.
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Come citare questo articolo
R. A.. “Le dolci immagini di Eugenio Bertin”. Ventaglio Novanta, n. 8, 1994. https://ventaglionovanta.it/archivio/le-dolci-immagini-di-eugenio-bertin/