Il destino artistico di Vignoli, da sempre strettamente legato a vicende personali e famigliari che ne hanno segnato il percorso arricchendolo di consapevolezza e maturità, inizia, molto probabilmente, a dodici anni, con un libro sulla storia della natura morta avuto in regalo dal padre.
La scintilla è scoccata. L’amore per la pittura e il disegno accompagnerà il giovane durante gli studi classici. Al proposito, Vignoli si dichiara ben felice di non avere frequentato scuole d’arte ed accademie che, a suo dire, l’avrebbero sacrificato e costretto in anguste gabbie dogmatiche. Autodidatta, e pertanto spinto a sperimentare continuamente, a fare della sperimentazione il filo conduttore della sua crescita artistica. I primi anni di apprendistato sono necessariamente rivolti al figurativo e alla febbrile verifica di tutte le diverse tecniche.
Dal ’61 si può dire che inizi per Vignoli un cammino che lo condurrà ad acquisire ben presto una considerevole padronanza di mezzi e linguaggi nell’insidioso territorio dell’astrattismo, in questo confortato dalla critica più illuminata.
Stanco e insoddisfatto di un figurativo che non ritiene più conforme alla ricerca personale e agli umori contemporanei; eccitato, di contro, dalle esperienze di quegli artisti (come Jackson Paul Pollock, pittore statunitense tra i maggiori esponenti dell’espressionismo astratto, il quale creò opere di un cromatismo sensibilissimo e raffinato, nelle quali il colore veniva applicato direttamente sulla tela senza l’ausilio del pennello) che Peggy Guggenheim farà conoscere al mondo, esordisce con un genere di pittura “spontanea” che di improvvisato, però, ha ben poco, basandosi su una rigorosa investigazione tecnica e materica che condurrà, tra l’altro, all’uso di colori sabbiati.
A partire dal ’73, Vignoli, insistendo nella sua ricerca informale, approda ad una pittura impostata sul valore del segno, accomunandosi, in tal guisa, all’esperienza di Hans Hartung. Nascono costruzioni composte di filamenti proiettati su sfondi evocativi, scheletri di navi pronte a salpare con l’Ulisse di Joyce al timone, cattedrali sospese nel vuoto dove celebrare il rito della tragica condizione umana, strutture immaginifiche che incredibilmente anticipano certi inquietanti scenari visti in capolavori del cinema fantastico (“Alien” per tutti). È un astrattismo inteso non come semplice e scontata fuga dalla realtà, ma, al contrario, come supremo sforzo di comprendere quale principio si nasconda al fondo delle cose. Significativa, in questo senso, la tecnica adottata di “scavare” letteralmente lo smalto impresso sulla tela.
Una terza fase, che va dall’88 ai giorni nostri, vede approdare Vignoli ad espressioni più vicine alla realtà materiale. Fondamentale, ancora una volta, la ricerca tecnica che consente all’artista di non banalizzare suggestive conquiste prospettiche e cromatiche, rifuggendo il facile effetto e i trucchi di maniera. Vignoli acquista ormai piena maturità espressiva, può permettersi di dialogare con certe sue prime produzioni reinterpretandone i motivi, trasfigurando classici moduli figurativi, costruendo forme e rilievi atti a fornire stimoli tattili e materici: il tutto in funzione, anche, di una maggiore leggibilità dell’opera, in parte ricercata, in parte frutto di un naturale cammino evolutivo.
I soggetti di Vignoli possono apparire di difficile cognizione, ma nell’avvicinarsi ad essi, più che una fredda erudizione artistica, viene d’ausilio una mente sufficientemente coltivata all’introspezione. Ci ricorderemo, allora, di aver scolpito migiaia di anni fa, quei graffiti, quei totem, quei labirinti; scopriremo di aver praticato, nelle nostre euforie oniriche, quei paesaggi e scenografie avveniristici e futuribili; proveremo pudore nel riconoscere quell’angoscia derivante dall’ineluttabile insolubilità degli interrogativi radicali che l’uomo da sempre si pone.
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Come citare questo articolo
Simone Valeri. “I labirinti di Vignoli”. Ventaglio Novanta, n. 8, 1994. https://ventaglionovanta.it/archivio/i-labirinti-di-vignoli/