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  • L’Accademia Veneta dello Spettacolo

    L’Accademia Veneta dello Spettacolo

    Tra le associazioni che si sono distinte nell’ambito dell’organizzazione di spettacoli estivi, va citata senza dubbio l’Accademia Veneta dello Spettacolo con sede a Rovigo che opera nel territorio della Regione Veneto.

    Tra le finalità primarie la rivalutazione di tutte le forme di spettacolo legate a temi che traggono origine dal contesto territoriale o che mirano al lancio di artisti locali.

    Sorta per volontà di un gruppo di operatori culturali formati nel settore del cinema, del teatro e della musica, l’Accademia Veneta dello Spettacolo ha cominciato a proporre concerti lirici collaborando con altre associazioni culturali della zona e in particolar modo con il Comune di Rovigo.

    Tra le primissime iniziative in territorio rodigino i concerti di Natale nel tempio cittadino “La Rotonda” e i concerti lirici dell’“Estate Rodigina” in piazza Vittorio Emanuele.

    Il successo di quest’ultima iniziativa, che ha coinvolto un vastissimo pubblico di amanti e non solo, è dovuto all’abbinamento di un programma che ha visto la partecipazione di artisti professionisti ed un repertorio sostanzialmente “popolare” in grado di accontentare i gusti di un pubblico eterogeneo come può essere quello di piazza.

    Il presidente è attualmente Marco Di Lello, che si dichiara molto soddisfatto dei risultati raggiunti negli ultimi tempi, grazie anche alla preziosa collaborazione del consulente musicale Diego Rizzieri, allo staff di segreteria e al sostegno degli oltre cinquanta soci che condividono lo spirito e le finalità dell’Accademia.

    Tra le recenti iniziative promosse dall’associazione rodigina, un investimento nel settore del teatro, maturato con un accordo di collaborazione con la compagnia teatrale Convivium di Concadirame per lo spettacolo di prosa “I Rusteghi”, classico esempio di forma di spettacolo “veneto”, condiviso appieno dalle norme statutarie e dalle finalità dell’Accademia Veneta dello Spettacolo.

    Anche il cinema è uno dei settori di punta, grazie al personale interessamento di Di Lello, che da anni sta conducendo una serie di ricerche sulla cinematografia nel territorio della provincia di Rovigo ed in particolare sul Polesine.

    Il lungo lavoro di ricerca ha coinvolto molte cineteche nazionali nelle quali è stato possibile trovare materiale ed informazioni su film e documentari. Parte del materiale trovato è stato reso noto in occasione della conferenza internazionale di cinematografia “Il cinema nel Veneto, uno sguardo al Polesine” che si è svolta, nell’aprile scorso, in diverse città dell’Argentina, grazie anche al prezioso patrocinio di Cinecittà.

    La ricerca del materiale filmico non è terminata e proprio ad ottobre il cinema nel Polesine ha aperto i lavori del meeting dei Veneti nel mondo a Montreal, in Canada.

    L’Accademia Veneta dello Spettacolo ha sede operativa a Grignano Polesine dove, in uno spazio destinato a prove per i concerti, si trova un piccolo auditorium in cui avvengono incontri tematici, momenti musicali, riunioni e presentazioni di volumi.

    Quest’ultima iniziativa ha visto il coinvolgimento di un tema caro al nostro territorio: la lirica. La tradizione del bel canto è stata approfondita e ripercorsa grazie al volume “Voci venete nel mondo” a cura del musicologo Paolo Padoan, presentato con l’intervento dell’assessore alla cultura del comune di Rovigo Enzo Bacchiega.

    La realtà culturale che l’Accademia Veneta vuole sostenere è legata anzitutto al territorio, con gli artisti che l’abitano, mettendo in pratica anche una serie di collaborazioni non solo con Enti pubblici come i comuni, la provincia e la regione, ma anche con altre associazioni che lavorano nel territorio.

    Il coinvolgimento degli artisti non si limita ai soli concerti ma è esteso anche ai corsi di musica che gli stessi dirigono per giovani, adulti e appassionati.

  • Campagna amica

    Campagna amica

    Nei vari paesi del nostro Polesine, capita sempre più spesso, durante le feste locali, le fiere a tema, le manifestazioni folkloristiche, le sagre in onore del Santo patrono, di essere attratti da alcuni gazebo gialli che, sormontati da squillanti vessilli giallo-verdi, espongono ortaggi, frutta e prodotti alimentari.

    Le bandiere sono quelle della Coldiretti, caratterizzate da uno sfondo giallo su cui campeggia una vanga verde abbracciata a tre spighe di grano.

    L’iniziativa, denominata “Campagna Amica”, accoglie sotto gli animati gazebo vari imprenditori agricoli e la loro merce.

    Un’azione che punta a far conoscere i genuini prodotti della campagna, avviata come progetto di educazione alimentare dall’Associazione Coltivatori Diretti, che ha anche ricevuto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica.

    Il progetto ha già quattro anni, ma si rinnova ogni primavera nel programma e nelle idee, considerando che è promosso su tutto il territorio nazionale dalle diverse Federazioni Coldiretti.

    L’obiettivo principale è la valorizzazione del prodotto dell’agricoltura italiana, la sensibilizzazione verso un’alimentazione sana e corretta, per evitare l’assuefarsi a cibi preconfezionati o di dubbia provenienza o dall’etichetta incomprensibile.

    Assume, in questa ottica, altissimo valore il rapporto produttore-consumatore, che si concretizza quando con Campagna Amica vengono portati nelle piazze i prodotti freschi e genuini dalle aziende agricole associate. Un’iniziativa che ha il pregio di far passare il prodotto dalle mani di colui che lo coltiva, alle mani di colui che lo acquista per mangiarlo, con la certezza che la merce presenta inalterate le qualità naturali, il gusto e il sapore originale.

    Ecco allora che Campagna Amica in Polesine propone gli ortaggi delle sabbiose terre bassopolesane come il radicchio, i pomodori, le patate, gli asparagi, l’insalata, le carote e la frutta come i meloni, le angurie, le ciliegie e le pesche, le fragole e le mele, presentati dalla Cooperativa Ortolani di Rosolina; l’aglio adriano dell’azienda “L’anzolo” della signora Delfina Felisati, che ormai sta distinguendosi non solo a livello nazionale, ma anche europeo e che è in attesa del marchio I.g.p. (Indicazione Geografica Protetta); il biondo miele di acacia, mille fiori, castagno dell’azienda Branco.

    Fabio Branco, oltre a presentare il miele e a farlo assaggiare, espone sempre un pannello di legno che racchiude una pagina di celle in cera tra due lastre di vetro, sulla quale si muove freneticamente un nugolo di api. Il momento di curiosità di molti visitatori, che si avvicinano, sta nel riconoscere nel movimento caotico delle api operaie, l’ape regina, più grossa e lenta delle altre. Il miele è venuto anche dalla ditta di Roverdicrè di Marchetto Silvana, dal sig. Boccato Adriano di Crespino e dall’Associazione Apicoltori di Ca’ Cappellino, che può vantare anche il museo a tema presso l’omonima corte in Basso Polesine

    “Pane e salame” sono invece proposti da Essedì, forno biologico di Rosolina e dal salumificio “Roma”. Difficile resistere all’offerta di un assaggio!!!

    Dopo pane e salame, non può mancare un sorso di buon vino. La Cantina Sociale Altopolesana di Giacciano con Baruchella propone vini veneti rossi (Cabernet, Sangiovese, Merlot, Raboso) e bianchi (Malvasia, Riesling, Pinot Bianco, Bianco Frizzante e Spumante Dolce e Brut) in produzione limitata, a cui fa riscontro un alto livello qualitativo. I vigneti che concorrono alla produzione delle uve, sono tutti iscritti nel registro delle aziende biologiche, mentre la presentazione molto curata e ricercata delle etichette delle bottiglie si ricollega al territorio altopolesano con la dicitura “Terre della Vangadizza” (quest’ultimo è appunto il nome dell’Abbazia Cistercense di Badia Polesine, che sorge a qualche chilometro di distanza dalla Cantina).

    Oltre al pane biologico, c’è il pane biscotto, quello durissimo, portato a cottura nel forno a legna dai F.lli Boscolo di Loreo, secondo tradizione locale, che prevedeva che il pane venisse cotto in grandi quantità poche volte all’anno, che venisse poi stivato in cesti e consumato un po’ per volta.

    Campagna Amica dà spazio non solo ai prodotti della terra, ma anche ai latticini e agli odorosi formaggi (ricotta e pecorino) del Caseificio Caccialupi di Sariano, ai liquori variopinti e multigusto della Antica Distilleria Mantovani di Pincara e ai succhi dell’Azienda della signora Graziella Businaro di Villanova del Ghebbo.

    L’Azienda Paglierini, invece, presenta i suoi animali da cortile e da allevamento quali conigli, anatre, galline, galli, oche, faraone, che generalmente attraggono, oltre che gli addetti al settore, i bambini, curiosi e un po’ intimoriti, a volte stupiti di poter toccare ed accarezzare questi animali da cortile.

    Qualche oggetto di artigianato locale è presentato dall’azienda di Fecchio Benvenuto, il quale, sempre accompagnato dalla moglie, continua la tradizione del padre nella realizzazione dei cuchi (fischietti), ocarine e altri oggetti in argilla e poi dipinti a mano.

    Ogni mese si aggiungono altre aziende all’elenco, disponibili a vendere i propri prodotti lungo le strade cittadine, sempre con il sorriso e l’affabilità necessari per godere dei momenti di contatto con il pubblico.

    Uno dei primi appuntamenti della prossima primavera sarà a Lendinara, in occasione della Fiera di S. Marco, con i primi prodotti orticoli della nuova stagione.

  • Festa della Zucca

    Festa della Zucca

    Il tredici porta sicuramente bene alla Pro loco Melara. Mai come nell’ultima edizione della Festa della Zucca, infatti, le cose sono andate per il meglio. Tempo ottimo e pienone di gente, dalla prima sera, il 14, sino all’undicesima, il 24 agosto.

    Chi avrebbe mai pensato che da un’idea così semplice, originata nel 1990 da una proposta fatta da Giancarlo Montagnini, già rinomato cuoco, Luciano Montagnini, Marzio Furini e Gianfranco Andreoli, appoggiata immediatamente dalla Pro Loco, si potessero raggiungere risultati tanto lusinghieri? Pensiamo in pochi.

    A conti fatti il bilancio delle proposte ed attrattive è stato quanto mai all’attivo. La cucina, forte di alcune novità, ha sfornato qualcosa come 13.300 primi piatti, 5.500 secondi, 1.400 zucche fritte, 1.400 pizze e 2.750 cappellacci dolci. Si calcola che oltre 18.000 persone siano convenute a Melara per gustare le fresche prelibatezze locali, e poi… non si venga a dire che la zucca non piace a tutti: quando questa è preparata bene accontenta anche i palati più esigenti.

    Ma sono molte di più le persone che grazie alle attrattive, hanno riempito il parco della zona artigianale del paese, forse tre volte tanto, il che equivarrebbe a 20 volte tanto gli abitanti della piccola ridente località altopolesana. Facendo un paragone pensiamo ad un capoluogo come Rovigo che in dieci giorni avesse dovuto far fronte ad un milione di persone.

    Complici anche le riprese di Rai 3 e di alcune emittenti private, si sono viste arrivare a Melara persone da tutto il Veneto, Venezia compresa, e dall’Emilia Romagna nonché dalla confinante Lombardia.

    Questa festa si sta dimostrando per il successo avuto e per i numeri prodotti sempre più di portata regionale e per un piccolo paese non è certo cosa da nulla.

    Quali le radici del sempre crescente successo? Il volontariato ha giocato un ruolo preponderante: in 20 serate quasi 60 persone hanno lavorato 5.000 uova per preparare 19 quintali di tortelli a mano ed ancora, altri 70 volontari sono stati impeganti ogni serata alle cucine e servizio, aggiungiamoci anche le altre 20 negli stand allestiti. Sono questi numeri enormi che, ben gestiti dalla presidenza di Francesco Losi, hanno dato alla fine soddisfazioni a tutti, al paese, all’intera provincia.

    Molti sono stati gli ospiti intervenuti, ad iniziare dal ben noto Giovanni Rana che non perde occasione di presenziare a tipiche feste all’insegna della buona alimentazione. “Sono tortelli speciali quelli assaggiati stasera, e meriterebbero di essere ripresi dal mio regista per fare uno spot ad hoc, parola mia!” ha affermato il noto cavaliere del lavoro.

    Anche la confraternita della zucca “Merlin Cocai” di Reggiolo era presente nella serata dedicata al 3° concorso “tortello d’oro”; ed anche questi giurati hanno fatto i complimenti alla genuinità, freschezza ed organizzazione della festa. Quest’anno si è aggiudicato il ristorante “Da Gina” di Quistello (MN).

    Ma dalla zucca escono anche iniziative di solidarietà come è stato il caso dei fondi raccolti per le associazioni Puer ed Aiutiamoli a vivere, per i bambini bielorussi, e per la neonata sezione locale ANT onlus per l’assistenza gratuita ai malati terminali di tumore.

    Una serata è stata anche dedicata ai prodotti delle Pro Loco Polesane: erano presenti quelle di Borsea, Trecenta, Frassinelle e Porto Tolle. Ha destato curiosità anche il secondo concorso “zucca più pesante” con la presenza del club Maspiano di Sale Marasino (Bs) quali campioni italiani di questa bizzarra specialità e già ex detentori del primato europeo nel 1999 e 2001 con una zucca di ben 336 kg.. Hanno vinto il primo premio i locali Bruno Andreasi Bassi e Giacomo Losi con una cucurbitacea del peso di 152 kg.

    Diversi gli stand allestiti: dal museo Bragazzi, agli apicoltori, agli artisti locali, al gruppo di decoupage, al gruppo ufologico, agli astrofili, alle mostre di zucche lavorate in tutte le forme e maniere.

    La festa della zucca è l’ennesima testimonianza che, con buona volontà da un’idea semplice qual è stata quella di valorizzare una pietanza locale, si possa poi dare origine a manifestazioni di sicuro successo e di portata extraprovinciale, Si può così fare gruppo e socializzare e nello stesso tempo promuovere il territorio senza tanti proclami a vuoto, ma unicamente con dei fatti.

  • Un francobollo per Eugenio Balzan

    Un francobollo per Eugenio Balzan

    Uno degli eventi filatelici italiani da ricordare per il 2003 sarà certamente quello che ha avuto come teatro di svolgimento Badia Polesine il 15 luglio quando è stato emesso il francobollo da 0,41 euro che ricorda Eugenio Balzan nel 50° anniversario della sua morte avvenuta a Lugano il 15 luglio 1953.

    Balzan era nato a Badia Polesine il 20 aprile del 1874. Fra le tappe più importanti della sua vita va collocata quella grande fetta vissuta a Milano al Corriere della Sera del quale è stato anche amministratore prima di lasciare l’Italia (11 maggio 1933) per la Svizzera dove è rimasto sino alla morte¹. Il nome di Eugenio Balzan è legato alla Fondazione, che per volontà della figlia Angela Lina, ha preso il suo nome e che assegna una serie di premi che ormai sono secondi, per valore economico e culturale, solo al Nobel.

    Il 15 luglio 2003 all’interno del Teatro Sociale di Badia Polesine le Poste Italiane hanno allestito un ufficio volante in cui è stato possibile ottenere l’annullo del primo giorno di emissione del nuovo francobollo che è stato prodotto in tre milioni e mezzo di esemplari ormai distribuiti in tutto il mondo.

    La giornata dedicata a Eugenio Balzan era stata aperta da una semplice cerimonia svoltasi nella Sala del Consiglio Comunale alla presenza del Presidente della Fondazione Balzan "Premio", ambasciatore Bruno Bottai, del prefetto Veca, del questore Misiano, di rappresentanti della Polizia di Stato, dei Carabinieri della Polizia Municipale, dei dirigenti scolastici Miatto (Elementari), Merchiori (Itas "Einaudi") e Romagnoli (Liceo "Balzan" intolato nel 2002 proprio a Eugenio Balzan), dell’arciprete Bellinati, di diverse persone e di un gruppo di bambini che seguono l’animazione estiva dell’Associazione Genitori che così hanno imparato a conoscere l’illustre concittadino. Presenti anche l’autrice dell’unica biografia di Balzan, la scrittrice Renata Broggini e le collaboratrici di Bottai: Susanna Werder ed Elena Roncalli.

    Il sindaco Edo Boldrin aveva avuto modo di ricordare che ”l’evento celebrativo si pone nel solco di un’importante e doverosa iniziativa, avviata anni orsono, di valorizzazione, scoperta del nostro illustre concittadino; iniziativa avviata grazie alla sensibilità del Presidente Bottai che appena assunta la guida della Fondazione, quattro anni fa, espresse di desiderio di conoscere il luogo di nascita e dove riposa Eugenio Balzan”. Da parte sua Bottai aveva voluto ricordare la figura di Eugenio Balzan e sottolineato l’impegno e il valore mondiale della fondazione a lui intitolata. Assente giusticato (impegni parlamentari), il ministro delle Poste e Telecomunicazioni Maurizio Gasparri, rappresentato da Luca Sbardella del suo Gabinetto politico.

    Dopo la cerimonia in municipio, si è proceduto alla scoperta, sotto la loggia municipale, di una lapide con medaglione che raffigura sia Eugenio Balzan che la figlia Angela Lina entrambi sepolti a Badia Polesine. La lapide è del Comune, mentre il medaglione è stato donato dalla Fondazione. Nel pomeriggio le autorità avevano visitato la cappella funebre della Famiglia Balzan e successivamente assistito alla messa di suffragio celebrata nell’arcipretale.

    L’emissione del nuovo francobollo è stata accolta sin dal primo giorno da un grande successo, tanto che non solo molti filatelici, ma anche semplici cittadini hanno acquistato la cartolina celebrativa sulla quale hanno incollato il francobollo “Balzan” con il raro “annullo del giorno di emissione” che è stato possibile ottenere sino al cinque agosto successivo. Racconta il direttore dell’Ufficio PT di Badia Polesine, Alberto Padoan: “I filatelici giunti a Badia Polesine da tutta Italia sono stati centinaia; molti anche i semplici privati cittadini che hanno voluto cogliere questa occasione che credo sia unica a Badia Polesine e rara per il Polesine.

    Il primo giorno sono stati venduti circa 20 mila francobolli dei quali, 15 mila sono stati acquistati dalla Fondazione Internazionale Eugenio Balzan Premio. Sono state vendute circa due mila cartoline celebrative tutte affrancate e sono andate esaurite le 270 cartelle Grandi Eventi che sono state vendute a 6 euro ciascuna. Sino al cinque agosto sono arrivate al nostro Ufficio buste di appassionati di filatelia contenenti francobolli Balzan che ci chiedevano l’annullo speciale del giorno di emissione. Un collezionista di Cesano Maderno ci ha scritto ricordando l’emissione del 1962 quando la Fondazione Balzan assegnò per la prima volta il premio”. L’emissione del 1962 celebrava l’assegnazione del primo premio "Balzan" a Papa Giovanni XXIII per "l’umanità, pace e fratellanza fra i popoli", a Karl von Frisch (Austria) per la Biologia, ad Andrej Kolmogorov (Urss) per la Matematica, a Paul Hindemith per la Musica e a Samuel Eliot Morison (Usa) per la Storia.

    L’iniziativa badiese, predisposta in modo accurato, ha avuto un successo oltre le aspettative. Da ricordare infine che il bozzetto del francobollo “Balzan” è stato realizzato da Gaetano Ieluzzo.

  • Il Soldanella di Adria

    Il Soldanella di Adria

    E’ un compleanno di tutto rispetto quello che il Coro “Soldanella” di Adria si appresta a festeggiare nel 2004. Cinquant’anni dalla data ufficiale di costituzione che risale all’estate del 1954 pur se, in verità, il primo fuoco canoro acceso da Piero Barman, che tuttora onorevolmente lo dirige, segna il lontano 1946.

    Alcuni giovani Scouts, ai quali era guida spirituale Padre Renato Secco da Solagna, per esaltare la festa di onomastico dell’allora parroco Padre Paolino da Premariacco, impararono, a più voci, tre canti che, con simpatica approvazione, vennero presentati ai festeggianti ed al festeggiato che volle, in cambio di tanta affezione, donare loro una piccola somma di denaro per l’acquisto del libro “Canti della montagna” del Coro SAT di Trento che andava, in quel tempo, per la maggiore.

    Due anni più tardi, in un campeggio a S. Vito di Cadore, i Rovere scout, dopo aver sorseggiato qualche bevanda al bar di un albergo, si sedettero ed intonarono, per diletto, il piccolo repertorio che era entrato a far parte della loro ricreazione canora. Entusiasmo dei villeggianti e dei residenti che, con convinti applausi, vollero il bis di quella simpatica esecuzione.

    Si sa come Adria sia una città di elevate tradizioni musicali. Particolarmente nel sostegno alla lirica che trovava allora, nel teatro Comunale, uno degli altari maggiori per la sua celebrazione richiamando, da un ampio entourage territoriale, amatori ed esperti, né, meno noto, era l’Istituto Musicale “A. Buzzolla”, oggi Conservatorio di Stato, forte di ottimi insegnanti ed impegnati allievi. E florida era anche la vita del dopo guerra nelle balere cittadine, il “Coppola”, il “Giardino d’Inverno”, il “Piccadilly” che ospitavano vivaci e grandi veglioni collocati anche al cinema Politeama e che esaltavano la “Croce Verde”, lo Sport, i partiti politici ed associazioni di volontariato che proponevano, fra grandi addobbi, musica leggera e danze per far… cassa.

    Ma i giovani Scouts, con i loro canti della montagna, cominciarono a richiamare l’interesse di amici dalla bella voce e, gradatamente, il Coro si ampliò fino a raggiungere un organico ed una notorietà che imponevano la costituzione ufficiale di un sodalizio. Ne fu madrina la professoressa Luigina Tiengo, insegnante di storia dell’arte, che suggerì il nome di un piccolo fiore pronto fra i primi a bucare la neve verso i 2000 metri, nella primavera. La “Soldanella” dalla modesta corolla fra il violaceo ed il ciclamino, robusta quel tanto da vincere i rigori invernali e da esprimere il suo gioioso saluto alla nuova stagione.

    Ora il Coro aveva un nome ed una sua giovane ma estesa notorietà e, mentre gli anni trascorrevano, venivano le piccole e grandi affermazioni, i più acclamati successi e, soprattutto, il consolidamento di una grande amicizia che, al di fuori di devianti richiami narcisistici e delle devastanti battaglie politiche del tempo, si esprimeva nel canto e nella sincera partecipazione alle reciproche vicende liete o tristi della vita dei suoi componenti. Un percorso che avanzava con la serenità e con la voglia di esprimere messaggi di amicizia alla gente raccontando, attraverso il canto, le storie della vita.

    Nacque, a latere del Coro, il “Gruppo Amici della Montagna” che, quasi settimanalmente, portava, d’estate e d’inverno, coristi ed amici fra le vette con pullman sempre al gran completo e che, più tardi, si sarebbe fuso con la sezione cittadina del CAI del quale il Soldanella avrebbe per molti anni portato il nome.

    Si ampliarono i repertori che, dal canto della montagna, si estesero al confronto con i vari aspetti del canto popolare e classico italiano e straniero ottimamente proposto anche attraverso il grande banco di confronto al quale il Coro diede vita in città, la Rassegna Nazionale Corale “Città di Adria” che, in trentuno edizioni annuali, vide oltre 700 complessi transitare per il Comunale portando le armonizzazioni più fresche e le più aggiornate scuole di creazione, elaborazione ed armonizzazione del canto corale.

    Prestigiosi compositori portavano ad Adria il frutto del loro lavoro annuale quali Gianni Malatesta, Paolo Bon, Giorgio Vacchi, Angelo Tieppo, Bepi De Marzi, Armando Corso, sia con i propri Cori che attraverso le varie compagini canore che inserivano, nei loro repertori, le nuove tendenze armoniche. Ed il Soldanella, gestendo il concorso, assumeva anche il frutto delle nuove proposte, così da divenire quel pulsante, attento esecutore che si sarebbe ben fatto apprezzare in oltre mille concerti in Italia ed all’estero. Un en-plein di successi assunti in quasi tutte le regioni italiane e, poi, in Francia, Germania, Svizzera, Jugoslavia, Olanda.

    Gemellato con il Coro “Contrepoint” di Ermont-Parigi e con il Kath. Kirchenchor St. Andreas di Lampertheim, divenne messaggero di fraternità europea in più occasioni e testimonial prezioso della sua terra polesana della quale è, oggi, voce ufficiale anche a nome dell’Ente Regionale Parco Veneto del Delta del Po.

    Ben sei album discografici all’attivo e più volte esecutore nelle emittenti radiofoniche e televisive italiane ed estere. Ebbe udienza da Papa Eugenio Pacelli, Pio XII ed espresse memorabili concerti come quello tenuto in Roma, alla presenza di autorità civili, religiose e militari all’Auditorium Antonianum, organizzato dalla Unione Nazionale Cori Italiani e dalla Organizzazione Romana Sviluppo d’Arte Musicale, interamente ritrasmesso dalla radio italiana. Fu in quella occasione che il maestro Albanese, autore, tra l’altro, de “l’Acquabelle” ebbe a significare al Soldanella, che l’aveva eseguita, come finalmente avesse ascoltato la sua canzone con la reale espressione che il cuore gli aveva suggerito creandola.

    Ma molti altri, e sempre lusinghieri, vennero da alte personalità del mondo corale, apprezzamenti e valutazioni che confortarono i cinquant’anni di vita del Coro.

    Un lungo elenco di nomi e di date. Incontri, note, sorrisi. Perché, portare con il canto, la serenità nell’anima, anche per un’ora soltanto, e far sorridere il cuore della gente, non è da poco. I cantori si sono succeduti nel tempo. Qualcuno è partito per il grande viaggio forse, a cantare, per primo, le lodi del Signore.

    Chi canta oggi, nel Soldanella, gode ancora della preziosa, competente ed intelligente direzione di Piero Barman, beneficiando di quel sereno spirito che ha fatto del canto corale, missione di fraternità e di amore per gli altri portando, fra la gente, quei messaggi di amicizia e serenità che formano gli onesti indicatori di ogni progetto e disegno del Soldanella. Come l’inesauribile scorrere di fresca acqua da una fontanella di montagna l’entusiasmo non manca, né manca la pulsante gioia che viene dal cuore e che si riflette in ogni esecuzione.

    Voci forti ed irruenti, sussurri sfumati, intonazioni di pensiero e suggerimenti dall’anima nell’armonia di ogni canto. Così, nel tempo, gli incontri del Soldanella con la gente per raccontare le storie di ieri e di oggi, le ansie e le gioie delle ore che passano.

    Ed Adria è grata al suo “Soldanella” perché sa riaffermare, pur nella miriade di proposte musicali oggi esistenti, un impegno convinto e serio sostenendo con capacità ed amore una costante proposta d’arte che, nel rispetto della pregevole cultura e tradizione cittadina, sa onorare la sua Casa d’origine trasmettendo, a quanti lo ascoltano, un tempo di gioia nell’invito alla serenità, alla concordia ed alla pace.

  • Il Palio di Bagnolo di Po

    Il Palio di Bagnolo di Po

    Bagnolo di Po è un piccolo comune nel cuore del Polesine, le cui origini si fanno risalire agli etruschi. Il toponimo Fundus Balneolus ricorre spesso e indica questa zona fin dai tempi di Matilde di Canossa. E’ incluso tra i beni lasciati dalla contessa Matilde alla chiesa ferrarese, come risulta da un documento notarile del 1109. Lo si trova poi riportato tra i beni della chiesa romana nel Liber Censuum del 1191. Come i paesi vicini, Bagnolo fece parte del Ducato degli Estensi e seguì le vicende delle lotte tra questi e i veneziani. Alla fine del 1700 fu incluso nella Repubblica Cisalpina e passò quindi al Lombardo Veneto.

    Capitano del Polesine, durante la dominazione del duca Ercole I, degli Estensi di Ferrara, era il conte Niccolò Ariosti, il quale possedeva a Bagnolo la grande tenuta chiamata “Arioste”, che comprendeva quasi tutto il territorio del paese. Vi abitava con i cinque figli, tra cui il poeta Ludovico. Si racconta che questa tenuta fu oggetto di una lunga disputa tra Ludovico e i suoi fratelli quando l’ebbero in eredità dal padre e una soluzione per questa vicenda fu trovata soltanto dopo la morte del poeta.

    Ancora oggi la strada tra Capo di Sopra, sul confine con Trecenta, dove si trova il palazzo degli Ariosti, fino alla località Alberazzi di Castelguglielmo, si chiama via Arioste.

    Questo sintetico quadro storico di Bagnolo è utile come introduzione per parlare di una manifestazione che da alcuni anni si ripete con grande successo in paese: il palio. Singolare manifestazione, per dare spessore alla quale si è provveduto ad affidare alle stampe un sontuoso opuscolo, curato dagli organizzatori in occasione della terza edizione, in cui viene riportato un “Editto per la lizza delle vie di Balneum Padus” con questa ambiziosa premessa: “Questo foglio, scritto in latino vulgaris, è stato trovato durante i lavori di restauro di una casa dove sembra abbia soggiornato un nobile con tanta voglia di divertirsi e che, fermatosi nel nostro borgo, abbia organizzato insieme ai signori del posto una lizza tra i giovani del paese”. Tutto questo sembra dirla lunga sulla “storica” vicenda, ma in realtà gli organizzatori hanno simpaticamente lavorato molto di fantasia nel voler attribuire alla manifestazione antiche origini.

    Per la verità il palio di Bagnolo di Po ha preso avvio sette anni fa per caso. La Pro loco aveva allora invitato il Centro “Giona” di Castelguglielmo per una manifestazione con cavalli e cavalieri, dame e figuranti in costume, i quali hanno sfilato per la piazza e si sono esibiti in gare. Il pittoresco spettacolo è piaciuto talmente che nel 1999 si pensò di riproporlo (un’idea di don Fabio elaborata da Fernando e Paolo e dagli altri componenti del circolo Anspi, ora “Noi”) dandogli una configurazione differente. Furono istituite delle contrade, corrispondenti alle diverse vie e borgate del paese e furono organizzati vari giochi.

    Così è nato il Palio di Bagnolo di Po, ora proposto in settembre in concomitanza con le celebrazioni per la Natività della Beata Vergine, festeggiata in parrocchia. Una manifestazione che continua con molto successo: un gioco divertente, un simpatico modo di stare insieme.

    Per ognuna delle cinque contrade (via Roma-piazza Marconi, Dogana-Arioste est, Napoleonica, Vall’alta-Arioste ovest, San Giuliano-De Gasperi) sono stati confezionati gli opportuni stemmi e gonfaloni di colori diversi. Ciascuna si presenta con il maggior numero di figuranti tra dame, cavalieri, sbandieratori, musici, popolani, vestiti con pittoreschi costumi d’epoca, confezionati in proprio, “per dimostrare di essere i migliori” ed “ottenere il maggior prestigio” ma anche per aggiudicarsi “la corona reale”, e addobba le strade, le case ed ogni angolo del proprio territorio con stendardi, nastri e fasce dei propri colori per aggiudicarsi la “bandiera degli stemmi”.

    Nei giorni che precedono la festa, grandi sono i preparativi che coinvolgono tutta la popolazione per l’allestimento del proprio stand gastronomico nel quale vengono proposte le più prelibate specialità locali, dalla “pastizà de musso”, al baccalà, coniglio in umido, salsicce, pancetta e costicine sulle braci, polenta brustolà, fagioli “in potacin”, gnocchi, “pinza onta”, patate “mericane” per non parlare delle innumerevoli torte e dei dolci tipici. Immancabile il vino locale. Il tutto, offerto gratuitamente ai partecipanti e al pubblico, per il prestigio e l’onore della contrada ed anche per aggiudicarsi il “piatto di cristallo” per il banchetto migliore.

    Molto coreografiche le sfilate dei partecipanti lungo la piazza. I figuranti (quest’anno sono stati complessivamente oltre trecento tra cui molti i bambini) indossano preziosi abiti di raso e damasco dalle fogge più svariate per impersonare ricche dame e cavalieri o alti prelati e uomini di chiesa; oppure umili vesti del povero contadino o dei vari mestieri. Questi ultimi portano con sè gli attrezzi e gli oggetti più strani reperiti nelle vecchie soffitte. Viene costruita una storia e alla più bella viene assegnata “la penna d’aquila”.

    I giovani delle contrade competono in quattro giochi: lancio del cerchio (dieci cerchi da infilare in un tubo), taglio del tronco d’albero, corsa ad ostacoli con carriola e secchio d’acqua, trasporto di uova poste su una tavola. E per finale si disputa il palioco, cioè la corsa delle oche. Ognuna rappresenta la propria contrada e percorre a gran velocità tutta la piazza per arrivare per prima al palco della giuria e aggiudicarsi il particolare premio.

    Di anno in anno la competizione tra le cinque fazioni si è fatta sempre più “agguerrita”. Il grande entusiasmo e l’impegno di tutti sono stati premiati dalla sempre più numerosa partecipazione di pubblico, non solo di Bagnolo di Po ma di tutti i paesi circostanti.

    Si può dire che il palio se lo siano aggiudicate tutte le contrade per il lavoro e il fervore profuso da ognuna, ma per dovere di cronaca dobbiamo riferire che il “drappo rosso” è stato vinto nelle prime edizioni dalla contrada Dogana-Arioste est e, in questa quinta del 2003 dalla Napoleonica.

  • A palazzo Nagliati

    A palazzo Nagliati

    Chiedete ad un rodigino dov’è l’Accademia e ve ne saprà dare indicazione senza dubbi: chiunque avrà ben presente il palazzo sito in piazza Vittorio Emanuele anche se non vi ha messo mai piede, anche se non vi saprà dire esattamente cosa c’è al suo interno. Perché questa istituzione c’è, e da sempre, e, sia pur con periodi più o meno attivi, continua, da quattro secoli abbondanti, a rappresentare il più grosso Istituto culturale della città e del Polesine.

    Che la Concordiana sia nel cuore dei cittadini è dimostrato anche dai lasciti pervenuti negli ultimi anni, segno di fiducia nel servizio che da sempre l’Accademia cerca di offrire alla città con i suoi spazi, le sue iniziative, il suo patrimonio. “Questi lasciti ci danno non solo forza economica” queste le parole del Presidente Alessandro Ubertone ad una recente conferenza stampa, “ma soprattutto forza interiore per dire che la città continua a rispondere, segno dell’amore dei rodigini per questa Istituzione.”

    E, da circa un anno, proprio grazie ad una di queste donazioni, l’Accademia dispone di una nuova sede, nell’attigua piazza Garibaldi: Palazzo Nagliati.

    La signora Maria Nagliati, deceduta nel 1992, lasciò disposizione testamentaria per questo lascito già nel 1977, con un mezzo foglio e sei righe scritte: “All’Accademia dei Concordi di Rovigo lascio la mia proprietà di piazza Garibaldi n.31 senza arredi e senza null’altro in essa contenuto. La proprietà inalienabile […]” e, a seguire, la firma.

    Ricevuta l’autorizzazione ad accettare l’eredità da parte del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, con l’acquisto nel 2000 dei locali adibiti a cantina legnaia e sgombero e uso del giardino, è partito poi subito il restauro, grazie al sostanzioso contributo della Fondazione Cariparo.

    Ma, al di là del taglio del nastro e della benedizione del Vescovo del novembre 2002, in attesa dell’apertura dei servizi bibliotecari dedicati ai ragazzi, i rodigini hanno potuto finalmente “vivere” questi nuovi spazi durante la scorsa stagione estiva, in particolare il cortile, che si è prestato perfettamente per l’iniziativa promossa dalla Fondazione Concordi Onlus: una serie di appuntamenti il giovedì sera alle ore 21, dal titolo “Serate al Nagliati”.

    Cominciate con la presentazione del libro “Alpini di Pace. Mezzo secolo sul fronte della solidarietà” di Giovanni Lugaresi, con interventi musicali del coro Monte Pasubio, le serate sono continuate il 26 giugno, con “Tra Adige e Po” proiezioni a cura della sezione fotografica della Biblioteca “Bronziero” di Badia Polesine; con la presentazione del volume “Stefano Gobatti: un clamoroso caso nella storia della musica” e audizioni di musiche dell’artista. Infine, il 17 luglio, l’ultima serata in programma, con il monologo per voce recitante e pianoforte “Enoch Arden”, dove il fascino della musica di Richard Strauss e dei versi di Alfred Tennyson ha fin dall’inizio contagiato il pubblico e gli interpreti in un crescendo emotivo di totale coinvolgimento. Del resto gli interpreti, l’attore Andrea Bagno e il pianista Paolo Ballarin, hanno profuso con grande generosità le loro note e apprezzate qualità professionali e artistiche, catturando con naturalezza e spontaneità la disponibilità degli spettatori ad un coinvolgimento aperto e convinto.

    Un pubblico numeroso e partecipe ha potuto gustare incontri e spettacoli proposti che hanno portato ad un successo pieno dell’iniziativa, destinata, dunque, a ripetersi.

    E se l’accogliente cortile in porfido dovrà attendere la bella stagione per essere riutilizzato, nei mesi a venire gli ambienti di Palazzo Nagliati saranno comunque messi a disposizione per vari incontri con l’autore in fase di definizione, rassegne artistiche e documentarie del Centro unico di catalogazione per le biblioteche dell’Accademia, del Seminario Vescovile e dei comuni polesani, servizi librari e informatici per i più giovani e corsi di formazione per operatori culturali. Come a dire, un braccio operativo moderno e funzionale al servizio di un’Istituzione inossidabile, da sempre trait d’union tra passato e futuro.

  • A Cena con Catullo e gli antichi romani

    A Cena con Catullo e gli antichi romani

    Catullo, si sa, ce lo portiamo dietro dai banchi di scuola. Ci sono i cento e mille baci che gli innamorati vorrebbero scambiarsi, il piccolo e ironico lutto per il passerotto morto, ma anche il duolo per il fratello perduto e sepolto lontano.

    Ci sono inoltre le insidiose e sparse censure per una parola troppo forte (è sempre il linguaggio a far scandalo e non proprio le azioni), per quei morsicini che accendono le labbra, per quel monello furbastro che corre a nascondersi fra i seni delle peripatetiche, per le acri invettive contro faccendieri e politici. Se ci annoiamo con i cori nuziali è perché non abbiamo avvertito lo scricchiolio del sandalo di una fanciulla che non può trattenere l’ansia per il ritardo dell’amato. Così, nel crudele trascorrere degli anni, cancelliamo crudelmente sentimenti e parole e pensiamo che, forse, in Catullo c’è troppa poesia e poco pensiero.

    Ma provate a prendere quegli stessi versi, censurati e sussurrati in classe all’orecchio di una compagna che arrossisce di imbarazzo e piacere, spiaccicati sul quaderno in una traduzione illusoria, provate a prenderli e metterli in bocca a due giovani attori, che hanno più o meno l’età di Lesbia e Catullo e soprattutto sanno trovare l’incrinatura della voce in cui si rannicchia l’amore, la violenza dell’amante tradito, l’indifferenza di chi non vuole più e perfino la pallida e amica ombra di Saffo lontana.

    Provate, e scoprirete che Catullo può finalmente destarsi dal sonno inutile degli immortali e tornare fra noi, per ripercorrere, ancora una volta (chissà quante altre dopo), quella storia di amore e dolore cui resta avvinghiato il suo destino. Provate a pensare che il volto di Catullo è febbrile e affilato con lo sguardo che si volge lontano, mentre gli occhi di Lesbia sono chiari e intensi quando si tratta di confessare la passione e di sorridere lasciando intravedere i denti bianchissimi.

    Ma aggiungete, anche l’ombra complice di una sera dell’estate matura, i tavoli di un antico banchetto affollati di cibi raffinati e discorsi divaganti e le danze improvvise e composte di fanciulle che occhieggiano oltre il portico, mentre nell’aria persiste, stranamente, il concerto delle cicale che copre il latrato della solitudine di un cane nei campi.

    Sono questi gli ingredienti di una serata che conserva intatta una sua memorabilità e che ci riconcilia con gli amori della nostra giovinezza.

    Niente più di uno scampolo di qualche ora, accuratamente ritagliato da quel sogno che è la festa della centuriazione di Villadose; un’idea del G.A.V. che distilla sapientemente archeologia e quotidianità, antico e presente, frastuoni e silenzi del tempo.

    Niente di strano, allora, se, dopo i mirabili cortei e le declamazioni e gli accesi combattimenti e mille altre suggestioni, fosse finalmente giunta l’ora dei sapori e delle contaminazioni di un banchetto, che, appunto, esaltava con sottile intelligenza la contraffazione di una realtà tanto remota.

    Non fosse stato per certa quotidianità negli abiti e nei modi dei numerosi commensali, non sarebbe stato difficile credere di trovarsi in uno di quei quadri di Alma Tadema che, sul finire dell’Ottocento avevano restituito e attualizzato la pittura pompeiana. Insomma, non la copia, ma quello che è, appunto, contraffazione dichiarata e visibile e anche, paradossalmente, sommo rispetto per l’originale.

    Ma contraffazione di cosa? Di cibi e sapori, naturalmente, prendendo a prestito nomi e parole, rinverdendo ricette, regole e riti, così come li troviamo negli scrittori antichi, da Catone a Virgilio e Apicio. Ma senza esagerare e senza volgersi a pernici e a quei pavoni cucinati e ricoperti delle loro fascinose penne, deprecati da Orazio, che spartiva con Mecenate la frugalità delle sue Epistole.

    Certi crostini che accompagnavano profumati bicchieri di vino al miele ben rispondevano ai palati odierni, ma con la civetteria di esibire il pedigree con espressioni latine. E una gustosissima salsa firmata da Apicio (ma si sa che le ricette e i manicaretti descritti da questo maestro dei banchetti di Tiberio hanno conosciuto nei secoli numerose trasformazioni) aveva invece sapore antico. Ecco, ancora, una densa crema di fave intitolata a Vitellio, in miracoloso equilibrio fra passato e presente, evocando del primo il sapore rurale e del secondo, al contrario, la raffinatezza di una "nouvelle cuisine" aggiornata e corretta nella genuinità. Il tutto sempre annaffiato da vini opportuni e talora ottimi, fra tralci di vite e verdi serti, seriche sciarpine gialle e rosse e bianche.

    La perfezione del banchetto, ideato da Donatella Girotto Marangoni della Cooperativa Turismo & Cultura, e realizzato dallo chef Sergio Schiesari risiedeva proprio nella programmatica assenza di pretese e di arroganza gastronomica. Lo scopo era quello di dare senso e attualità ad antiche prescrizioni.

    E Catullo, dov’era mai? C’era, sì, l’abbiamo detto, nella voce e negli occhi di Luigi Marangoni e Livia Carmignani del Teatro Mistral di Genova. Eccolo, lui, cucire insieme versi in latino e traduzioni, lasciando a lei la seconda voce, nelle spire di un doppio canone, che consentiva all’illusorietà dello specchio.

    Belli entrambi, sussurrava qualcuno, sì, ma di quella bellezza che si accende solo con la luce della poesia. Perché la grandezza dell’attore è soprattutto quella di essere, per poco, un altro. Altro da sé e dal pubblico, qualcuno che viene su dal nulla e poco per volta diventa vivo, si impadronisce dello spazio e del tempo e uccide il silenzio con le sue parole. Qualcuno che torna da un passato remoto e che noi abbiamo solo immaginato con l’aiuto di parole studiate a scuola. Sono Catullo e Lesbia, che nei sorrisi invitanti e negli sguardi di fuoco perdono di nuovo la loro identità, per assumere la voce soffocata del nostro cuore, i brividi dei nostri sentimenti, la storia del nostro amore.

    Certo, ad allietare e alleviare l’alternarsi dei cibi, c’erano anche Fedro e Ovidio e Orazio. Ma la poesia era tutta per Catullo, al quale lo stendhaliano “ampir-passion” impediva letteralmente di pensare, per continuare, tremante, a gridare di gioia e di dolore, fino all’arrivo di Bacco agreste e caracollante, ancora pronto al brindisi e lesto a passare la mano al Gruppo Danze Antiche di Villadose, diretto da Silvia Melotto, che hanno concluso la serata.

  • I cent’anni dell’I.T.C. “De Amicis”

    I cent’anni dell’I.T.C. “De Amicis”

    La Fondazione e primi anni

    Delineare la storia di un istituto scolastico significa seguire un tracciato diacronico con il relativo carico di esperienze umane e il fitto intreccio di rapporti che è stato vissuto da istituzioni diverse, al fine di fornire un servizio formativo destinato alla collettività.

    Proprio nell’ottica di tale funzione sociale nacque a Rovigo, nel 1904, l’Istituto Tecnico, come naturale prosecuzione della Scuola Tecnica, un corso che seguiva quello delle scuole elementari. Fu proprio un giovane insegnante di Computisteria della Scuola Tecnica, Ferruccio Viola¹, ad impegnarsi affinché, con l’appoggio della Giunta Municipale presieduta da Amos Bernini, si concretizzasse tale progetto.

    Con il contributo di 2000 Lire fu possibile riadattare alcuni locali di una costruzione abbastanza fatiscente, situata nei pressi del Ponte del Sale, nell’attuale Via Trento. Di antica fondazione, tale edificio era stato sede della Casa degli Orfani² a partire dal 1600, per essere poi parzialmente destinato ad ospitare, dal 1860, l’Imperial Regio Ginnasio Liceale³.

    Il Prof. Viola ideò fin dall’inizio, con ammirevole lungimiranza, un’articolazione di indirizzi di studio che offrisse ampie possibilità di scelta: dopo un primo anno comune, infatti, la Scuola era divisa in tre corsi, Fisico-Matematico, Agrimensura e Ragioneria , tutti della durata di tre anni.

    I lusinghieri risultati conseguiti in termini di iscrizioni e di prestigio, dovuti alla tenacia del Prof. Viola, che aveva assunto l’incarico di Preside, nonché ad un corpo docenti altamente qualificato⁴ e ad una attrezzatura didattica di tutto rilievo, portarono, nel 1906, al trasferimento dell’Istituto in una sede più idonea: Palazzo Montalti.

    Tutto ciò costituì la premessa per la richiesta di pareggiamento, presentata nel marzo 1907 e sollecitamente accolta nel giugno dello stesso anno, dopo un’ispezione ministeriale. In conseguenza di tale atto l’Istituto fu in grado di rilasciare un titolo di studio riconosciuto dallo Stato.

    I principi educativi e l’organizzazione scolastica

    Nel proprio ruolo di Preside F. Viola tendeva sempre a conferire centralità alla figura dello studente. Dai verbali dei Consigli dei Docenti si coglie la vocazione a concepire la scuola non solo come un luogo di preparazione professionale ma anche, e soprattutto, come uno strumento di formazione dei cittadini.

    La globalità della funzione educativa fu suggellata anche da un altro fatto: a seguito della commemorazione di Edmondo De Amicis, avvenuta l’11 marzo 1909, ad un anno esatto dalla morte dello scrittore, maturò la scelta di intitolare l’Istituto al romanziere ligure; così la Scuola non legò il proprio nome né ad un uomo di scienza né ad un economista ma ad uno scrittore che aveva largamente attinto ai buoni sentimenti e all’ambiente dell’istruzione.

    Come era organizzato un istituto superiore nei primi anni del ‘900? Le lezioni erano articolate dal lunedì al sabato, con scansione sia mattutina che pomeridiana, per un totale di 30 ore. Le materie, tranne che nella prima classe di indirizzo comune, ricalcavano quelle degli attuali corsi di studio del Liceo Scientifico, dell’Istituto Tecnico per Geometri e dell’Istituto Tecnico Commerciale.

    E’ sul versante della disciplina, invece, che emergono sostanziali differenze. Alcuni articoli del “Regolamento disciplinare interno”⁵ sono esemplari, in proposito: “E’ severamente vietato di fumare e di portare bastoni (sic) all’interno dell’Istituto o davanti alla porta d’ingresso” oppure: “Gli alunni dovranno entrare nell’atrio di ingresso 5 minuti prima del principio delle lezioni. Le alunne invece, appena entrate nell’Istituto, dovranno passare direttamente nella stanza loro destinata e quivi attendere la bidella che le accompagnerà, a tempo debito, nelle rispettive aule”.

    Non erano rare le sanzioni disciplinari a carico degli studenti in conseguenza di zuffe o di risposte sgarbate rivolte ai docenti. In un caso, che oggi può far sorridere, ad uno studente fu inflitta addirittura l’espulsione; i fatti si svolsero in tal modo, come riportato da un docente in un Verbale dell’epoca: “Fu interrogata la signorina N.N. e l’alunno N.N. mi chiese il permesso di farle una domanda. Io acconsentii; e l’alunno, nella generale sorpresa, che tosto lessi nei volti conturbati, domandò:”Vari modi di riproduzione”, titolo di un sottocapitolo al quale era stato accennato molto brevemente in una lezione, durante la quale le Signorine erano state condotte a visitare il Museo Civico”⁶.

    L’evoluzione successiva

    A diciotto anni dalla sua fondazione e a quindici anni dal pareggiamento nel 1922 il “De Amicis” ottenne il riconoscimento più qualificante, che gli permise di divenire un istituto statale: la regificazione⁷. La Riforma Gentile⁸, dando un nuovo assetto agli indirizzi della scuola italiana, rivoluzionò gli equilibri all’interno del “De Amicis”: infatti fu soppresso l’indirizzo fisico-matematico e all’inizio dell’a.s. 1923-1924 fu istituito a Rovigo il Liceo Scientifico.

    Nel periodo susseguente la Seconda Guerra Mondiale le iscrizioni conobbero una crescita progressiva: un istituto con due indirizzi così professionalizzanti richiamò, infatti, non solo l’attenzione delle famiglie borghesi, che avevano tradizionalmente sostenuto con le proprie scelte la nascita e il primo sviluppo della Scuola, ma anche di quelle che, in seguito al boom economico, potevano godere di un maggior benessere e quindi erano in grado di investire anche nella formazione culturale e professionale dei propri figli.

    Nel 1950 venne così istituita una sezione staccata ad Adria, per venire incontro alle esigenze dei sempre più numerosi studenti che provenivano dal Basso Polesine e dalla zona limitrofa della Provincia di Venezia. Nel 1953 l’Istituto adriese ottenne l’autonomia.

    Nel 1954 il “De Amicis” si trasferì dallo storico Palazzo Montalti al nuovissimo edificio fatto costruire per ospitare il Liceo Scientifico, in Via Parenzo; solo dopo tre anni si approdò alla sede definitiva, prospiciente il Liceo Scientifico, al momento dotata di spazi sufficienti anche per i laboratori e le aule speciali. Nel 1965, però, si toccarono le mille iscrizioni; così dall’anno scolastico 1967-1968 la sezione Geometri diede vita ad un Istituto autonomo, l’attuale I.T.G. “A. Bernini”.

    A più di sessant’anni dalla sua fondazione il “De Amicis” divenne esclusivamente un istituto tecnico commerciale, la “Ragioneria” di Rovigo, come normalmente viene denominato. Molti “rami” nel corso degli anni si erano staccati dal “tronco” ma questo era rimasto più forte e vitale che mai.

    A partire dall’anno scolastico 1970-1971, visto il costante incremento delle iscrizioni e preso atto dell’elevato numero di alunni provenienti dall’Alto Polesine, fu istituita una sezione staccata a Lendinara, che diverrà autonoma dieci anni dopo, nel 1980.

    Il 1989-1990 fece segnare per l’Istituto un record nelle iscrizioni, in assenza di sedi staccate al di fuori del Comune di Rovigo: 1364 alunni, ripartiti negli indirizzi Amministrativo, Commercio Estero e Programmatori. Ciò costrinse la Presidenza, in accordo con l’Amministrazione Provinciale, a predisporre diverse soluzioni logistiche: i locali del Collegio Vescovile “Angelo Custode” in via Sichirollo, gli spazi offerti dal Palazzo “Campo” in Via Silvestri, alcune aule dell’I.P.C. in via De Gasperi, di nuovo Palazzo Montalti e infine alcuni padiglioni dell’ex Ospedale Civile, in via Badaloni. Nella seconda metà degli anni ‘90, infine, l’Istituto si ricompose nei due edifici di Via Parenzo, attuale dislocazione.

  • Il vento dell’Est

    Il vento dell’Est

    S cendeva da Est il vento freddo, frustando le aride montagne. Portava l’odore dei sassi con quello dei pini, dei contorti nocciòli, degli abeti rossi come fuoco.

    Il vento dell’Est entrava nelle nere grotte corrose, nelle buche viscide di muschio, nelle fòibe bianche di ossa degli italiani uccisi e strideva disperato, fuggendo e gridando tra gli arbusti irti di spini, srotolandosi sull’erba, schiaffeggiando le onde, lanciandosi in ardite volute verso il cielo, per poi stringere sfinito le sue spire nel tenero ventre caldo del Timavo misterioso sotto le giunchiglie in fiore.

    A GIULIANA

    R imarrò solo un ricordo per te, amore… Un ricordo d’azzurri spazi che svanirà nel tempo, come la luce delle stelle al chiarore del giorno;

    ma poichè il mio filo di seta attraversa ombre e morte e si allaccia alla vita come verde foglia attorno al ramo, io tornerò ad ogni primavera per rivivere in te l’eternità di un mistero che ci lega.

    Ed io sarò fiore tra i tuoi denti di perla e vento nei tuoi occhi splendenti e rosa sulle tue guance di seta.

    Sarò con te e insieme a te. Ti sarò dentro l’anima come nòcciolo di pesca nel tuo scrigno e trillerò come usignolo nel bel riso palpitante della gioia del tuo cuore

    SOLA

    S ola davanti allo specchio offro una rosa alla mia coscienza: una rosa bianca come la neve in una coppa di vino rosso come il sangue

    Compro il suo silenzio per poterti amare

    PER LA STRADA

    L a luna mi cammina accanto nelle pozzanghere tonda come l’occhio di un gatto bianca come il latte tra i grigi petali dei glicini strappati dal vento.

    Le larghe strade come fiumi riflettono le case addormentate ed il tenero pigòlio degli uccelli rallegra il cuore che spera in un limpido giorno di sole

    A MIO PADRE

    C’ è stato un urlo e uno schianto qui, nel mio cuore: mio padre era morto!

    Ah! correre gridando il suo nome per risvegliarlo ed asciugarmi il volto nel grembo della notte buia, infinita, grondante di stelle, fino a sentire le sue mani sottili venate d’azzurro ancor calde di vita nelle mie e ritrovare nei suoi occhi un punto di pace in cui fermare il caos dell’Universo

    QUEL CUORE

    B attevi come un cuore, casa di guerra persa nel ricordo di albicocchi e viti, cinta d’antichi riti d’amore, dove pane e polenta ridevan sulla mensa quotidiana e ringraziavi il cielo d’esser lì, tra le persone nuove che la vita t’aveva posto accanto, in un abbraccio disperato: nuovi fratelli in tanto sangue e pianto, pronti a difender te senza colori…

    Casa di guerra, vecchia fattoria contro le rive scure della valle, tra la campagna e il mare, nel tuo grembo ho sognato di pace e libertà e d’orizzonti pronti a spalancare vetrate azzurre su argentati rami d’ulivo

    SE I SOGNI SI SONO SPENTI

    S e i sogni si sono spenti nel tenue grigiore dell’alba, non per questo il giorno sarà meno sereno.

    La Primavera ha rinverdito i campi, arsi dal gelo, e seminato gemme sui rovi, sugli arbusti, sui rami dell’albero scarlatto nel cielo tinto d’azzurro.

    Nel lento scivolare dell’acqua sotto i ponti c’è l’ultimo bagliore di neve che si scioglie inturgidendo il fiume.

    Il canto degli uccelli che mi accompagna ricorda il canto del mio cuore felice in quelle bianche sere fredde e nebbiose mentre con l’estate che mi danzava negli occhi così vicino a te io ti guardavo

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