Marzo xe passà, April no torna più, xe ritornà majio al canto del cucù.
Con questo amabile adagio popolarissimo, la semplice gente delle nostre condrade, accoglieva l’arrivo del mese di maggio, porta d’accesso alla stagione calda, tempo quindi d’abbandonare vestiti e precauzioni contro le bagnate giornate primaverili, e gli sferzanti venti marzolini.
Del resto la saggezza popolare aveva sempre pronto un proverbio a sostegno delle proprie convinzioni: “Marzo ogni mato va descalzo, April non ti skoprir, Majio pò fa koelo ka te vò”;
Maggio mese radioso, gli alberi raggiungono l’apice del loro vigore fogliaceo, sbocciano i fiori spinti da una forza possente, le erbe allungano gli steli quasi a gareggiare con le piante da fusto; un grillo chiama, mille rispondono, la notte tiepida fa da proscenio al gracidar delle rane.
Maggio è (era!) tempo di fioretti recitati da sciami di ragazze in fiore la sera davanti i capitelli, sparsi ai crocicchi o nei vasti caseggiati rurali, semplici animi offerenti in un turbinio di rose e petali sparsi, accarezzate da un soave profumo ispirante inni alla vita.
I ragazzi di fine Ottocento, vivendo a stretto contatto con la natura, sentivano prepotentemente il volgere delle stagioni, e maggio, secondo tradizione, veniva accolto con sospiri e palpiti del cuore, perchè era il mese dedicato ai messaggi, alle intese, agli approcci amorosi.
Bisognava saperci fare; la gioventù anche la più sprovveduta, trovava (e trova) al momento opportuno soluzioni impensabili, per sfuggire ai condizionamenti della società e della famiglia, soluzioni io credo frutto più che di una fervida fantasia, di una forza immane che da milioni d’anni muove il mondo…la vita.
I giovanotti, a corto di parole e ancor più di lettere, affidavano le loro speranze di conquista, a semplici ma significativi doni vegetali: “El Majio”
Cos’era questo Majio? Una sorta di richiesta, di lasciapassare, il tentativo di far breccia nel cuore trepidante, la conferma di un sentimento cementato, o infine la vendetta per un rifiuto.
“El Majio” veniva recapitato sull’uscio delle ragazze da marito la notte del primo maggio, e costituiva per esse una sorta di viatico per una società, in cui tradizione e morale venivano ad intrecciarsi inestricabilmente.
I doni costituenti il majio, facevano parte di una vasta gamma di fiori e ramoscelli, ad ognuno dei quali corrispondeva un significato specifico, da tutti conosciuto per averlo imparato fin da bambini sull’onda di cantilene ritmate:
ramo de moraro = moroso caro ramo de opio = moroso proprio ramo de geranio = moroso strànio (foresto) ramo de rosa = te farò presto sposa ramo de alòro = se no te vedo, mi moro ramo de osmarin = koando se trovemo te darò un basin
Erano indubbiamente segni molto eloquenti, carichi di una loro passionale poesia, e producevano di solito nel cuore dell’amata l’effetto desiderato.
Questo dono galante, tipico frutto di millenaria cultura agreste, poteva però tramutarsi in una temuta trappola, perchè, assieme agli strali amorosi, si accompagnava una sfilza di sibillini frizzi mordaci.
Bersaglio preferito in questo caso erano le zitelle che avevano accumulato qualche primavera di troppo, oppure oggetto di satira per il loro carattere pepato e mascolino, in pesante credito con Afrodite. Per esse ecco gli amari calici:
ramo de piopa = i ani i galopa ramo de banbuco = ti xe andà in kuko (sei sfiorita) mucio de fen = ti xe pezo del velen
Per coloro poi, la cui reputazione era notoriamente traballante, apriti cielo! Sui gradini di casa non mancavano mai nè la cenere, nè i carboni, nè le uova marce, o, ancor più sottilmente, un ferro di cavallo.
Parodiando un vecchissimo proverbio nostrano, coniato apposta per le ragazze ree di aver compromessa la loro virtù; “La ga perso on fero”, si provvedeva con ammirabile sollecitudine, recapitando a domicilio appunto, il “fero” mancante.
Ovvio dunque il sonno leggero di queste ultime, costrette ad alzatacce fuori programma onde far sparire ogni indizio, prima che qualche linguaccia potesse mettersi in moto, e non senza giustificato timore.
Alle tre del mattino guidati da Venere, astro nascente loro patrono, (la stela boara) i bovai, calzate pesanti “sgalmare” si recavo nelle stalle padronali per accudire i bovini, e proprio loro potevano essere i primi a scorgere gli infamanti doni, dando l’allarme prima dei galli ad un pollaio che non aspettava altro per scatenare un putiferio di maldicenze.
Le altre, le fortunate, lasciavano ostentatamente appassire sui davanzali i segni del loro trionfo, ingenui e patetici trofei della vanità, che avevano però il potere di suscitare l’invidia ed il rimpianto di quelle per le quali “El Majio” era solo un pallido ricordo.
Costoro, a propria consolazione, citavano un lapidario proverbio che, senza volerlo, ricalcava il succo della canzone di Lorenzo il Magnifico: “La zoventù passa na volta sola,… perseghi e melon tuti a la so stajion!”
E’ una delle creature prodotte dalla fantasia del popolo, che hanno prosperato nei tempi in cui la vita si regolava sui quadranti delle stagioni e la gente viveva rispettando le tradizioni, quando i rapporti tra le persone erano meno crudi e meno smaliziati.
Qualcuno ha creduto di individuare il babau nell’Uomo Nero, che porta via i bambini; altri l’hanno immedesimato nella mitica figura di Salvanello che ogni tanto scende dalla luna, dove è relegato per le sue malefatte, sulla terra per raccogliere nel suo saccone le anime dei peccatori incalliti o dei bambini disobbedienti; altri ancora in figure mitiche o meno mitiche secondo di come dettava la fantasia o il genio creativo delle persone. Per definizione letteraria, in moti vocabolari è indicato come “un mostro immaginario per spaurire i bambini”. Da dove ci viene questa parola? Gli etimologisti ci dicono che si tratta di una voce onomatopeica dal bau bau dell’abbaiare; ma anch’essi non tutti sono d’accordo.
A volte le vie della storia delle parole ci risultano insolite e misteriose; a volte la spiegazione del mistero è meno misteriosa di quanto si pensa e molto spesso non c’è bisogno di scomodare Dylan Dog, l’indagatore dell’incubo, per sciogliere l’arcano. Si può solo osservare che i bambini d’oggi, anche i più piccoli, in presenza del babau sono reattivi neppure della metà di quanto accadeva ai loro genitori e progenitori quando erano pure loro dei cuccioli. Intanto rileviamo subito che questo babau si è semplificato anche lui, dati i tempi sempre più scettici e dominati dalle statistiche e dai dati tecnologici e scientifici. E’ diventato un solo Bau (fare bau) nel significato di incutere timore; e siccome, a rigore non risulta ancora sufficiente per sommuovere emotivamente i rampolli odierni sempre più smaliziati, si modifica in fare bausette o, meglio, fare baucette. Al di là che non suscita più alcun timore di sorta, anche quest’espressione si è adattata ai tempi ed è decaduta tanto da significare solamente fare capolino, farsi vedere a poco a poco, come capita a chi scherza con un lattante, levando a poco a poco le mani aperte poste davanti alla propria faccia. E sono convinto che il lattante in questione non ride per la sorpresa, bensì piuttosto per l’espressione da scemo che scopre dietro quelle mani. Diamo pure colpa di tutto questo alla televisione e diciamo che è frutto della cultura di questa società dell’era atomica che non sa sorprendersi più di nulla.
Ma torniamo ai tempi di una volta, quando il babau provocava il panico dei bambini.
Chi sia, come sia fatto questo spauracchio, nessuno può sapere. S’immagina nero, ma mai nessuno l'ha visto; si dice che porti con sé sempre un saccone dentro il quale infila i bambini capricciosi, ma quel sacco deve essere pieno di buchi perché mai nessun bambino è stato portato via. Dovrebbe essere affamato e possedere una bocca simile alla voragine di un pozzo. Eppure non ha mai soddisfatto la sua fame.
E’ sempre rintanato in qualche angolo della casa, di solito preferisce angoli sperduti, poco frequentati, pericolosi per i bambini (varda ca ghe el babau). Preferisce gli sgabuzzini bui, le scale ripide, i sottoscala, i ripostigli, le cantine umide… Non si è mai visto, neppure intravisto per la casa, eppure è lì presente; altrimenti come farebbe a sapere, vedere, sentire tutto ciò che fanno i bambini?
Se incute momentaneo timore, se diventa un incubo è ben presto superato poiché questo essere, come spauracchio, fa ormai davvero on bao (fa davvero un baffo!).
Da Adria, procedendo verso ovest, in treno si raggiunge Rovigo; verso est si arriva a Rosolina per raggiungere poi Chioggia; verso nord parte una linea che arriva fino a Mestre e quindi a Venezia; manca invece del tutto un binario che si diriga a sud. Ma un tempo non era così, infatti con Regio Decreto del 22 settembre 1927, vennero approvati e resi esecutivi i lavori per la costruzione della ferrovia che avrebbe collegato Adria e Ariano Polesine attraversando Bottrighe e Corbola.
L’opera venne affidata alla Società Veneto Emiliana di Ferrovie e Tramvie (Sveft). Nonostante il tracciato della linea si sviluppasse in pianura, furono richiesti notevoli sforzi per la realizzazione dei numerosi ponti per l’attraversamento dei tanti corsi d’acqua presenti nel territorio, in particolare per quello sul Po tra Bottrighe e Corbola.
La ferrovia, a scartamento ordinario, fu inaugurata il 21 aprile 1933. La tratta si distaccava ad ovest dalla stazione di Adria, ossia verso Rovigo, impegnando da subito una secca curva che la portava direttamente verso sud, attraversando il Canalbianco, il collettore “Gavello-Dragonzo” ed il “Padano-Polesano”. Raggiungeva quindi la stazione di Bottrighe, situata in fondo al viale di villaggio S. Francesco.
La stazione di Bottrighe era considerata di notevole importanza per il traffico delle merci, poiché si trovava nelle vicinanze di uno dei più grandi zuccherifici italiani. Un casello di fermata era situato ancora a Bottrighe in prossimità del grande fiume, poco prima di attraversare il ponte sul Po e arrivare a Corbola. Con un rettilineo proseguimento di sette chilometri, la ferrovia raggiungeva la stazione capolinea di Ariano Polesine con fermata facoltativa a Crociarone.
Per espletare questo servizio, alla Sveft vennero inizialmente assegnate due locomotive a vapore, tre carrozze a carrelli con sessantadue posti ciascuna, tutte di terza classe, tre carri chiusi e cinque carri aperti.
Il 1 agosto 1937 la Società Veneta acquisì la linea, rappresentando una sorta di prolungamento della Mestre-Adria.
La linea Adria-Ariano Polesine ebbe però vita breve giacché nel 1944, nel corso del secondo conflitto mondiale, la linea venne interrotta causa i notevoli danni subiti dai bombardamenti alleati contro le truppe tedesche in ritirata. Andarono distrutte due delle cinque travate del ponte sul Po, gran parte della linea ferroviaria e danneggiate gravemente tutte le stazioni.
Visto l’enorme danno, la società Veneta non se la sentì di ricostruire la tratta. In più occasioni si parlò di ripristino da parte dello Stato, ma rimasero, purtroppo, solo progetti.
Solo negli ultimi dieci anni si è tornato a parlare di ferrovia, quella denominata “Romea Ferroviaria”, che dovrebbe congiungere Venezia a Ravenna attraverso l’esistente Meste-Adria ricalcando il vecchio tracciato della Adria-Ariano e arrivando a Codigoro. Le stazioni previste sarebbero state individuate in quella di Adria Est (necessaria quale seconda stazione di Adria, in seguito alla costruzione di numerose abitazioni nell’area del vecchio tracciato) Bottrighe, Corbola, Ariano Polesine, Massenzatica, Italba, Caprile-Pontelagorino, Pontemaodino e Codigoro. Questo progetto sarebbe certamente importante per lo sviluppo economico-sociale della zona, ma ancora sembra giacere in chissà quale cassetto….
Cent’anni fa, il 5 marzo 1906, si spegneva a Firenze Jessie White, personaggio di sicuro rilievo nell’ambito del Risorgimento italiano, che condivise col marito Alberto Mario di Lendinara speranze ed impegno militante. Due personaggi, i coniugi Mario, che hanno una statura che va oltre il piano locale, per configurarsi come protagonisti di un internazionalismo ante-litteram: in particolare Jessie White, vissuta fra Inghilterra, Francia, America, Italia.
Era nata nel sud dell’Inghilterra, a Portsmuth nel 1832, da una famiglia di armatori, e cresciuta in quell’Inghilterra vittoriana, patria della libertà e rifugio di tanti patrioti esuli dal continente negli anni della Restaurazione per sfuggire alle persecuzioni della polizia contro i liberali.
Di carattere certamente vivace e anticonformista, fin dagli studi giovanili, mostrò propensione verso gli ideali di indipendenza nazionale e giustizia sociale che dovevano ancora affermarsi in gran parte del continente.
Dopo aver compiuto gli studi superiori a Londra, nel 1850 si recò in Francia, a Parigi, dove intraprese gli studi universitari in filosofia alla Sorbona, dopo avere inutilmente tentato di essere ammessa a frequentare una facoltà, quella di medicina, considerata all’epoca – e fino a decenni recenti – riservata ai maschi. Infatti secondo una tradizione legata anche all’organizzazione ospedaliera, gli uomini fanno i medici e le donne le infermiere; nei paesi cattolici poi le donne erano al tempo quasi esclusivamente suore.
Probabilmente a Parigi venne in contatto con l’ambiente degli esuli italiani che lottavano per il Risorgimento italiano, ma è al suo rientro in Inghilterra che si avvicinò in modo concreto ed operativo ai circoli mazziniani londinesi e divenne “italiana di sentimenti”, fervente attivista del movimento per l’indipendenza della penisola, diventando, ad appena venti anni, una brillante conferenziera che andava in giro nelle città inglesi ed illustrare le condizioni dell’Italia ancora divisa in tanti staterelli, ma nella quale gli spiriti migliori anelavo all’unificazione del paese, che secondo Mazzini avrebbe dovuto assumere la forma repubblicana e il carattere unitario.
Nell’ambiente mazziniano fu coinvolta nell’organizzazione di manifestazioni patriottiche, che l’esule cercava di alimentare da Londra durante gli anni Cinquanta dell’Ottocento, perché l’opinione pubblica italiana e internazionale non abbandonasse l’idea di un’Italia, unita, libera, repubblicana, di fronte ai tentativi messi in atto dal Regno di Sardegna e dal suo primo ministro Cavour, di dare alla questione italiana una soluzione monarchica per iniziativa del Piemonte.
Fu proprio in occasione di una delle sue visite a Genova, dove si era recata clandestinamente sotto falso nome e con la veste ufficiale di giornalista corrispondente del “Daily News”, per non farsi intercettare della polizia sabauda, che fu scoperta ed arrestata nel luglio 1857, perché facente parte del gruppo che stava preparando un tentativo di insurrezione capeggiato da Carlo Pisacane. Fra l’altro poco prima del suo arresto lo stesso Pisacane le consegnò il suo testamento politico, alla vigilia della partenza per la sfortunata spedizione di Sapri, quasi simbolico passaggio del testimone.
A Genova nella stessa circostanza fu arrestato anche un giovane esule da Lendinara, Alberto Mario, costretto all’esilio dal Lombardo-Veneto, dopo che nel Quarantotto aveva partecipato come volontario dalla prima guerra di indipendenza. I due si conobbero e, proprio nelle segrete del carcere, si sviluppò il loro sentimento d’amore e prese vita un rapporto che li legherà fino alla morte. Jessie e Alberto politicamente sono sempre stati molto diversi: «La Jessie mazziniana ardente e unitaria intransigente; Alberto seguace di Cattaneo e Ferrari, federalista logico e convinto; le tendenze e la cultura della Jessie essenzialmente moderne; la cultura di Mario essenzialmente classica. La Jessie portata a preferenza agli studi sociali, Mario a quelli politici e letterari» (L. BERTELLI, Jessie White Mario, Firenze, 1916). Eppure fra i due nacque una sorta di proficua intesa, anche sul piano intellettuale, secondo quanto ci ha lasciato scritto Alberto: «Jessie White ha profondamente modificato la mia educazione politica e letteraria, sfrondandola, per quanto le riuscì, del rigoglio retorico, richiamandomi all’osservanza del reale e iniziandomi nei segreti del pensiero inglese, mondo nuovo per me che veleggiavo placidamente sul lago dell’idealismo hegeliano».
Jessie White, condannata a Genova a quattro mesi di carcere, fu rimessa in libertà poco dopo, il 14 novembre del ’57, ed espulsa dagli stati sardi. Ritornò quindi nella sua Inghilterra, dove si sposò con Alberto Mario il 19 dicembre 1857, e dove riprese e strinse i contatti con Mazzini, ai cui ideali rimase sempre legata.
L’anno successivo i due coniugi si recarono negli Stati Uniti d’America, non per compiere un viaggio di nozze, ma per condurre un ciclo di conferenze in favore della causa italiana e per raccogliere fondi presso l’opinione pubblica americana, scossa in quegli anni proprio dai conflitti fra nordisti, favorevoli all’abolizione della schiavitù, e sudisti contrari, che minacciavano di infrangere l’unione della giovane nazione americana e che sfociarono nella guerra di secessione.
Intanto in Italia nel ‘59 scoppiava la seconda guerra di indipendenza e i coniugi Mario si affrettarono a rientrare per prendervi parte, ma furono espulsi dal Regno di Sardegna e costretti a rifugiarsi in Svizzera presso Carlo Cattaneo. L’anno successivo partiva la spedizione dei Mille guidata da Garibaldi, che avrebbe portato all’unità d’Italia. I coniugi Mario, sempre attenti alle vicende risorgimentali, si affrettarono a rientrare in Italia per prendervi parte: non fecero in tempo a salpare da Quarto insieme a Garibaldi; partirono con la successiva spedizione di rinforzo guidata da Giuseppe Medici.
Se di Mazzini la White seguirà sempre gli ideali di intransigenza repubblicana e unitaria, di Garibaldi ammirava l’azione, l’impegno diretto nelle lotta per l’indipendenza della penisola, il coraggio del generale, la figura carismatica. Pertanto rimase sempre in una collocazione vicina ad entrambi, anche quando le loro posizioni furono fortemente contrastanti, riuscendo a mantenere un rapporto personale sgombro dalle interferenze della strategia politica; e di entrambi ne scrisse biografie monumentali, che avrebbero dovuto costituire dei modelli di vita per le nuove generazioni.
In Sicilia la White fu incaricata da Garibaldi di organizzare i soccorsi ai feriti, (la chiamava l’infermiera dei miei feriti), di allestire gli ospedali da campo e le infermerie al seguito dell’esercito, mentre Alberto fu incaricato di predisporre a Palermo una sorta di accademia militare, una scuola in cui addestrare alla disciplina, al lavoro e allo studio le centinaia di picciotti siciliani, che vivevano per le strade, dediti spesso alla piccola malavita. Al momento della liberazione di Napoli dai Borboni, nel settembre 1860, Jessie White entrò nella città partenopea in carrozza accanto a Garibaldi, a significare il ruolo che il Generale le attribuiva.
Negli anni successivi i coniugi Mario vivono fra Napoli e Firenze, fino a quando, in seguito alla terza guerra d’indipendenza (durante la quale Jessie fu di nuovo alla guida delle infermerie allestite al seguito del corpo di spedizione di Garibaldi) il Lombardo-Veneto passò dalle mani dell’Austria al Regno d’Italia e l’esule Alberto Mario poté rientrare a Lendinara.
Da allora Jessie White – pur viaggiando per tutta la vita – piantò le radici nella città polesana ove visse per gran parte del tempo negli ultimi quarant’anni della sua esistenza.
Nel 1870 durante la guerra franco prussiana i garibaldini parteciparono ad una spedizione militare a fianco della Francia repubblicana, della quale la White ci ha lasciato una ricca documentazione nel volume I Garibaldini in Francia (Roma, Polizzi, 1871).
Dopo il 1870 la White visse in Polesine le stagioni della maturità e della vecchiaia, vedendo spegnersi uno ad uno i grandi protagonisti del Risorgimento: Cattaneo nel 1869, Mazzini nel 71, Garibaldi nell’82, il marito Alberto Mario nell’83, Bertani, e poi via via Crispi, Depretis, Nicotera, e tanti altri.
Rimasta vedova e malata non si arrese mai: quando in seguito ad una emiparesi una mano non rispose più al suo bisogno di scrivere lettere, libri, articoli per i giornali, acquistò una macchina da scrivere, che all’epoca doveva costituire qualcosa di avveniristico, e prese con se una ragazza alla quale dettava i suoi articoli. Sono gli anni della delusione per l’inadeguatezza della nuova Italia alle speranze coltivate durante le lotte risorgimentali, gli anni dello sconforto e della solitudine. Sono gli anni in cui leggiamo di una Jessie altera, e spesso tuonante contro la corruzione, il malgoverno, i tempi tristi.
Oltre all’attività giornalistica, di sicuro rilievo fu lo studio e il contributo alla soluzione di quella che all’epoca fu definita la questione sociale: le inchieste di Jessie White oggi hanno una validità documentaria eccezionale nel farci conoscere i grandi temi della questione meridionale ottocentesca, indagata sulla scia delle lettere meridionali di Pasquale Villari, con una approfondita indagine sulla miseria di Napoli (definita “la prima grande inchiesta nella storia del giornalismo italiano”, pubblicata a puntate nel 1877 su “Il pungolo” e poi raccolta in volume nel 1885), sulle condizioni dei carusi siciliani (Le miniere di zolfo in Sicilia, 1894), sulla malaria e la pellagra, sulla questione agraria e le condizioni dei contadini, dei quali si occupò collaborando con Bertani alla grande inchiesta agraria del 1881-1884, l’inchiesta ancora nota con il nome del presidente della Giunta che la realizzò, Stefano Jacini.
Infine si occupò dei problemi della prostituzione, dell’infanzia abbandonata, delle condizioni miserande del suo Polesine e di Lendinara, dove viveva o tornava dopo i suoi frequenti viaggi e visite nelle regioni lontane per studiarne le condizioni, o a Firenze, o a Roma per seguire come giornalista appassionata i lavori parlamentari, o durante gli ultimi dieci anni della sua vita quando insegnò nella facoltà di Magistero all’Università di Firenze, dove morì nel 1906, ma volle che i funerali dopo il commiato fiorentino fossero a Lendinara e chiese di essere sepolta nel nuovo cimitero, il vecchio era una pozzanghera, accanto al suo Alberto Mario, che l’aveva lasciata sola da oltre venti anni, nel 1883, morto in seguito ad un tumore facciale, che le era costato molte sofferenze e interventi chirurgici per contenerlo.
Grande famiglia quella di Alberto Mario e della moglie Jessie White, che si interessò anche delle condizioni miserabili del Polesine, dei ceti popolari e dei poveri di Lendinara, ai quali la White lasciò in eredità i suoi terreni vicino alla casa e dove furono costruite le case per gli operai che ancora oggi vediamo.
Cinquant’anni fa, un breve ma importante decreto ministeriale metteva in atto il cambiamento totale dell’abitato di Papozze e dava inizio ad una nuova era per il centro rivierasco.
Era il 14 gennaio 1956. Ecco il testo integrale dell’importante decisione: “Trasferimento parziale dell’abitato di Papozze in provincia di Rovigo in dipendenza dell’alluvione del novembre 1951”. Il Ministero per i Lavori Pubblici di concerto con il Ministero per il Tesoro; vista la legge 9 agosto 1954 n. 636; ritenuta la necessità di provvedere al trasferimento parziale dell’abitato di Papozze a causa dell’alluvione del 1951; sentito il parere del comitato tecnico-amministrativo presso il Magistrato alle Acque Provveditorato Regionale alle opere pubbliche con sede in Venezia; Decreta: l’abitato di Papozze, in provincia di Rovigo, è da trasferire a cura e spese dello Stato, a termini della citata legge 9 agosto 1954 n. 636, limitatamente alla zona racchiusa nella golena limitata dall’arginatura di seconda categoria e da un argine golenale che corre lungo un piccolo argine del Po denominato Poazzo.
Il presente decreto sarà pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale Italiana. Roma 14 gennaio 1956.
Il Ministro per i lavori Pubblici Romita; Il Ministro per il tesoro Gava
Il Decreto è stato Registrato alla Corte dei Conti il 15 febbraio 1956 Registro n. 6 Lavori Pubblici, foglio 43 (Gazzetta ufficiale n. 62 del 14 marzo 1956).
Della vecchia Papozze oggi restano soltanto nostalgiche immagini fotografiche che rimandano ad una storia secolare di intenso rapporto col grande fiume: l’abitato di Papozze, denominato “Piazza Cantone” sorgeva infatti in golena. Dalla parte opposta, oltre l’argine, in piano campagna, si trovava invece l’ottocentesca chiesa parrocchiale e le varie borgate con tante case sparse.
Ancora vivi nel ricordo degli anziani sono i giorni dell’alluvione del 1951 e le vicende che seguirono. Nei giorni precedenti il drammatico evento, fino a quel triste 14 novembre del ’51, la popolazione di Papozze aveva lavorato a lungo nel tentativo di salvare il nucleo del paese in golena, cercando di arginare le acque crescenti con sacchi di sabbia e terra, ma ciò non valse a nulla perché il fiume alla fine riuscì ad impadronirsi per tracimazione dell’abitato. Poche ore dopo, però, si assistette ad un fatto strano: il livello dell’acqua cominciava a scendere e la pressione ad allentarsi; si capì che qualcosa di grave era accaduto a monte, perché l’acqua stava tornando indietro.
Ben presto si ebbe una conferma ai dubbi, con la notizia che il fiume aveva rotto gli argini ad Occhiobello. In pochi giorni buona parte del Polesine veniva raggiunto dalle acque alluvionali, mentre a Papozze la situazione si capovolgeva: quel catino golenale che era “Piazza Cantone”, a stretto contatto con l’alveo del fiume, sgonfiatosi a seguito la rotta, ritornava ben presto all’asciutto con l’ausilio anche di pompe, mentre l’acqua fuoriuscita dalla breccia di Occhiobello si impadroniva del piano campagna oltre l’argine maestro.
Gli interventi successivi all’alluvione del Polesine sono noti, e più volte si è parlato del “miracolo umano”, ottenuto grazie ad un impegno spasmodico, con la ripresa, sia pur precaria, della vita nel territorio della provincia gravemente ferita, già dalla primavera del ’52. Dopo la liberazione delle acque dalla pianura alluvionata, iniziava frattanto a delinearsi un vasto programma di ricostruzione, con l’obiettivo primario di garantire la sicurezza idraulica.
A Papozze si accese immediatamente il dibattito sulla fragilità e precarietà del cuore del paese che per mesi era rimasto un’isola tra il letto del fiume e la campagna allagata.
Paradossalmente quel cuore, a stretto contatto con il fiume, nei giorni dell’alluvione aveva subito meno ingiurie del resto del territorio comunale disteso nella campagna invasa dalle acque. Era però chiaro che il piano di sicurezza del Polesine prevedeva il rinforzo ed il rialzo degli argini maestri per la salvaguardia di tutta vasta piana tra Po ed Adige, lasciando sguarnite le aree golenali. Come difendere dunque la vecchia Papozze?
Il decreto del 14 gennaio pose fine a qualsiasi ipotesi di tutela. Il cuore del paese in golena andava abbandonato. Per Papozze era necessario voltare pagina: sarebbe sorto un nuovo nucleo di riferimento per il paese. Dopo alcuni anni, infatti, lo Stato espropriò un’area di circa 180 mila metri quadri, dove sorge l’attuale nuovo centro abitato.
Iniziarono frattanto le opere di urbanizzazione, mentre tra la popolazione si intrecciavano stati d’animo contrastanti: di attesa per il nuovo che stava per nascere, e di malinconia per il lungo passato di vita in golena che si stava per chiudere definitivamente.
Iniziò così la lenta demolizione del vecchio centro abitato e il conseguente sorgere delle prime abitazioni nella nuova area. Lo Stato indennizzava i residenti che, con il ricavato, avrebbero potuto edificare la nuova abitazione, ma molti con quel modesto gruzzolo tentarono la via dell’emigrazione cercando fortuna altrove.
Furono anni di grande lavoro, con un accavallarsi di sentimenti antitetici, soprattutto gioia e tristezza: si acquistava la sicurezza e si cancellavano anni di storia.
A distanza di cinquant’anni è ancora difficile dire quale stato d’animo abbia avuto il sopravvento.
Una cosa è certa: non bisogna dimenticare. Pertanto questo 50° Anniversario è bene divenga l’occasione per una rivisitazione storica di quegli anni.
E’ il 1895, tre ragazze di Rovigo entrano nella chiesa di San Michele Arcangelo per una preghiera e assistono ad un fatto prodigioso: il movimento degli occhi dell’immagine della Madonna Addolorata effigiata in quadro di recente fattura, opera dei fratelli Kunzli di Zurigo, acquistato dai Frati Terziari che officiavano presso la chiesetta allora in riva all’Adigetto.
Maria Inglese (1866-1928) era una delle tre giovani presenti al prodigio, il quale incise profondamente sulla sua esistenza. Ne scaturì una vocazione profonda che portò la giovane a dedicare la sua vita alla Madonna e a promuovere iniziative di fede. In particolare il suo nome resta legato all’Opera Riparatrice che si diffuse in Italia e all’estero, assumendo successivamente, per la congregazione religiosa che ne derivò, la denominazione di Serve di Maria Riparatrici. Lei stessa prese i voti con il nome di suor Maria Dolores della Riparazione.
75 anni fa, nel 1931, iniziò la costruzione dell’attuale Chiesa-Santuario della “Beata Vergine Addolorata”, consacrata il 22 settembre 1932, cui seguì, il 28 settembre, la collocazione del prodigioso quadro della Vergine donato dai Frati Terziari alle suore Serve di Maria Riparatrici.
L’immagine venne solennemente incoronata il 21 novembre 1954 dal card. Lercaro, per decreto del Capitolo Vaticano. Nel 1973, accanto al Santuario, fu costruito il Centro mariano per approfondire la più vera spiritualità mariana. Ogni anno, il primo maggio si ricorda l’anniversario del prodigio dell’Addolorata con la celebrazione eucaristica e ore di preghiera.
Nella pietà cristiana il culto di Maria Vergine è sempre stato vivissimo e l’Ave Maria è fra le preghiere più care e invocate.
Maria è la madre dei credenti e mediatrice presso il trono di Dio, corredentrice perché ai piedi della croce il dolore oltrepassò la sua anima contribuendo, con la divina passione di Cristo, all’opera di Redenzione dell’umanità. Maria Addolorata, è da sempre una presenza viva e vicina alla sofferenza umana, è amore e redenzione, per tutti la madre consolatrice.
La chiesa Santuario “Beata Vergine Addolorata”, dove è custodita la prodigiosa immagine della Vergine, e il Centro Mariano costituiscono un elegante complesso circondato dal verde, situato in via Cappuccini, a Rovigo. Vi aleggia un’aura di serenità che è invito alla preghiera e alla meditazione per tutti. Il Santuario è luogo di vita liturgica, il Centro Mariano è spazio di cultura e pastorale mariana ed è anche la sede di una importante biblioteca specializzata nel settore della mariologia.
Nella città di Rovigo, dunque, sorge un’oasi di religiosità, un’opportunità di meditazione e di preghiera, meta anche di pellegrinaggi.
L’Associazione Beata Vergine Addolorata ha sedi oggi giorno in varie parti del mondo: Italia, Costa d’Avorio, Brasile. Dalla nostra città partono mistici messaggi di fede, di pietà popolare, di carità e amicizia che ci onorano. Valori fondamentali che l’odierna società, disorientata e confusa, è tornata a ricercare.
Sono davvero pochi i luoghi dove ancora oggi si possono sentire gli aromi e i sapori di un tempo; sono rare le occasioni di assistere ai mestieri di una volta, sopravvissuti al dilagare della tecnologia, ed approdati al ventunesimo secolo con il ritmo della tranquillità e con la perfezione di una tradizione secolare. Tra le pochissime realizzazioni del passato, miracolosamente giunte ai nostri giorni pressoché indenni dalle contaminazioni industriali, un ruolo di rilievo è svolto dal mulino di Ficarolo.
Orgoglioso della sua storia, tra la provincia di Rovigo e quella di Ferrara, è una sorta di “istituzione” antica, conosciuta da numerosi clienti e alcuni appassionati.
L’edificio è una costruzione di circa un secolo che dall’esterno appare piuttosto fatiscente. Dal cortile, dove si svolge quotidianamente un’attività commerciale di articoli per gli animali e il giardino, si vedono due livelli di finestre non completamente integre, che sostengono una copertura con travi di legno sporgenti. All’interno, viene utilizzato solo il piano terra, dove sono sistemati altri articoli in vendita e dove si respira un’aria particolare, carica di un aroma genuino.
Dopo il magazzino, infatti, si resta ammirati nel vedere un ingombrante meccanismo elettrico che supporta due grossi contenitori di legno a forma di botte e altri due con le sembianze di imbuti collegati a un grosso tubo superiore. Si tratta di un antichissimo sistema per macinare i cereali: una macina a sasso che tuttora svolge attività quasi quotidiana.
Salendo le scale polverose e scoscese, si arriva a un primo e a un secondo piano: i pavimenti in legno cigolano e traballano un po’, la polvere invade ogni cosa. I due spaziosi ambienti contengono una quantità straordinaria di antichi meccanismi e attrezzi in disuso da decenni. È il loro valore affettivo, unito a una certa difficoltà per ricollocarli, che li ha tenuti immobili per tanto tempo, fino a farli divenire una preziosissima documentazione storica.
La storia del mulino di Ficarolo affonda le proprie radici agli albori del secolo scorso: nel 1924, infatti, trovò sede definitiva in via Ravelli una macina prodotta a Monza dai fratelli Pagnoni, che fino a quel momento aveva funzionato sul Po grazie alla corrente del fiume. Un primo impianto a gas fu presto sostituito, nel 1925, dalla corrente elettrica, con cui funziona a pieno regime da ben 80 anni.
Severino Bisi, proprietario del mulino, dopo 52 anni di intenso lavoro, ha ceduto nel 2003 l’attività a Maurizio Negri di Salara e poi a Maurizio Meneghini di Stellata (Fe), ma tuttora non manca di farvi visita quotidiana, con tanto orgoglio e un pizzico di nostalgia.
Vecchi e polverosi documenti attestano l’acquisto di un complesso costituito da molino, pastificio, casa e rustici, comperato in data 8 giugno 1951 dai fratelli Emilio, Ippolito, Giuseppe e Vittorio Bisi a seguito del fallimento della precedente attività di Gualberto Mantovani e Ottorino Ricci. I quattro fratelli Bisi, emigrati a Poggio Renatico nel 1925, sono ritornati 26 anni dopo a Ficarolo, dove erano nati, e hanno riaperto l’attività molitoria, relativa alla sola macinazione, con un mulino a cilindri e con le macine di sasso per la lavorazione integrale del grano e del granoturco.
“Siamo venuti ad abitare qui verso la metà di giugno del 1951, racconta Severino Bisi, poco prima della disastrosa alluvione del Po. I miei zii Emilio e Giuseppe sono rimasti a Vigarano Mainarda (Fe), a condurre l’azienda che già gestivano occupandosi di agricoltura, frutticultura, trattamento della canapa e lavori con macchine agricole in conto terzi. Io ho iniziato da piccolo ad imparare con mio papà Ippolito e mio zio Vittorio l’attività molitoria, che è diventata presto di tipo industriale: producevamo e vendevamo la farina a forni, privati e panifici non solo nei paesi limitrofi fino a Ferrara, ma anche in numerose località della riviera romagnola.”
Praticamente il mulino era frequentato da tutti i contadini del paese, che all’epoca vantava circa 5000 abitanti, e dei dintorni: portavano il grano per produrre sia le farine sia la crusca per l’alimentazione del bestiame. All’epoca, per riuscire a soddisfare le richieste dei clienti, le fasi di produzione delle farine costringevano a turni di lavoro lunghi e faticosissimi. Il mulino aveva diversi settori di attività: vi era il mulino ad “alta macinazione”, che trasformava il grano in farine impiegate nei prodotti da forno e per uso domestico. Questo tipo di lavorazione prevedeva due fasi operative: la “pulitura” e la “macinatura” vera e propria. Il tutto si svolgeva in due turni di lavoro, per un totale di circa sedici ore e con un ritmo che trasformava ben sette quintali di frumento all’ora.
C’era poi il mulino a “bassa macinazione”, che lavorava i cereali per uso zootecnico. In questo caso si riduceva il tempo impiegato per portare a termine l’operazione a “sole” otto ore, per un totale di quattro quintali di grano macinato ogni ora.
Nel periodo estivo venivano immagazzinati e lavorati approssimativamente 6000 quintali di grano, proveniente per lo più dalle campagne locali e in minima parte da colture straniere (queste ultime erano utilizzate per la preparazione della “farina di forza”, una miscela pregiata di diversi tipi di grano nazionale ed estero, per uso alimentare).
Nel 1960, per adeguarsi alle nuove norme igienico-sanitarie, è stato necessario aprire, nei piani superiori dell’edificio, un reparto per la pulitura del grano, una zona dove il prodotto destinato all’uso alimentare veniva lavato, fatto asciugare bene e predisposto alla successiva fase della macinazione.
Dopo non molto tempo le strutture sono diventate inadeguate per far fronte alla concorrenza sempre più consistente e agguerrita, quindi è stata interrotta l’attività molitoria e i fratelli Vittorio e Ippolito si sono divisi. Quest’ultimo, assieme al figlio maggiore Severino, subentrato al padre dal 1968, ha continuato il lavoro tenendo in funzione solo le vecchie macine a sasso e trasformando i locali in attività commerciale per la vendita di prodotti farinacei di ogni tipo e di articoli per bovini, suini, equini, ovini e animali domestici.
Il mulino di Ficarolo è così rimasto legato alla tradizione e ai sistemi antichi, proseguendo ininterrottamente la macinazione di granoturco e orzo con il sistema “integrale” a bassa macinazione, cioè senza separare le parti dei cereali. È soprattutto sopravvissuto alla massiccia industrializzazione di ogni tipo di attività, fornendo prodotti particolarmente richiesti per quella che i clienti affezionati hanno definito una “qualità inimitabile”.
Oggi si può affermare che quello di Ficarolo sia rimasto in Italia uno degli ultimi mulini “a palmenti” per la macinazione integrale e biologica di cereali. La macina a sasso è la più antica del Polesine: è uno strumento che risale a ben 250 anni fa, come si legge ancor oggi sulla targhetta dei costruttori posta sulla macchina.
Ogni anno Severino Bisi ospita numerose scolaresche, che prenotano con mesi di anticipo la visita al mulino con i loro insegnanti. “Sono tutti interessati e curiosi – afferma con soddisfazione – soprattutto quando vedono la macina in funzione e possono toccare con mano il prodotto che paragonano a una bella nevicata! Bambini e ragazzi sono attirati e incuriositi da un procedimento lavorativo altrimenti sconosciuto, ma anche da attrezzature tanto antiche, da strumenti polverosi, così lontani dalla lucente tecnologia di oggi.”
Dopo aver sostato nella Chiesa di S. Materno a Melara, per chiarire l’attribuzione di due importanti pale d’altare (vedasi Ventaglio n. 30, p. 14) ci spostiamo nella vicina chiesetta della Santa Croce, risalente al XVI secolo.
Grazie ai lavori di restauro effettuati negli ultimi anni per il Giubileo, diverse sono le cose emerse e degne di essere conosciute. Nuovi colori sono affiorati dalla pulitura di statue e manufatti di legno e, tra le altre notizie, è emerso che nel corso del XVIII secolo lavorò per i priori di quest’oratorio anche il pittore Rinaldo Orteschi da Rovigo, artefice di una via Crucis e diversi quadri che, a quanto è dato sapere, sono le uniche opere conosciute dell’artista rodigino del Settecento.
La sorpresa però è venuta dalla pulitura del simulacro in legno del Cristo morto. La scultura, invero abbastanza rara nelle nostre chiese, è sempre stata oggetto di una devozione locale molto sentita: addirittura portata in processione sull’argine quando le acque del Po minacciavano il paese. Misura 157 cm. e fu realizzata nella città di Verona al costo di scudi 7 e baiocchi 41. L’opera venne inaugurata e benedetta il 29 marzo 1743 dal sacerdote don Felice Ghedini (1702-1777).
L’autore Zuane Zancheta
L’autore della scultura lignea è rimasto sconosciuto fino a domenica 12 agosto 2001, quando si stava pulendo il simulacro del Cristo dai residui di fumo di candele e sporcizia del tempo passato.
Va innanzitutto detto che una piacevole sorpresa ha colpito tutti i presenti man mano che si andava togliendo lo strato scuro sovrastante: la semplice pulitura ha fatto infatti emergere i bei colori brillanti del blu cobalto del cuscino e della rosea carnagione del volto caratterizzato da lineamenti altamente espressivi. Nel rigirare la statua dalla base è poi fortunosamente fuoruscito un foglietto delle dimensioni di cm. 13 per 8,5 che, pure ammalorato e corroso dal tempo e dagli insetti, ha fornito una preziosa indicazione sull’autore, identificato come tale Zuane Zancheta.
Il testo del breve manoscritto, che si rende noto per la prima volta, così recita: “Jo Zuane Zancheta fece quest(a)/ imagine di Giesù Chris(to) / à S.S: Quiricho e Giulita nel temp./ ha….” Sul retro è riportata una frase non meglio chiarita: “Il mal chontagioso nella Chalabria che ……/… rto quatrocento al giorno cosi …/ parti del impero e, guere in .ant..” ed ancora riferimento a “tuti li logi che/ son visini che ano soto li chopi dele chese/”.
Quest’ultimo sembrerebbe un riferimento ad una pestilenza scoppiata forse in Calabria, causa di molte vittime. Ma che attinenza avrebbe con Verona dove è stata realizzata la statua prima di essere collocata nell’oratorio di Melara? E’ possibile che lo scultore fosse andato in pellegrinaggio e fosse stato testimone e miracolato da una epidemia di peste e, magari, scampato il pericolo, avesse scolpito l’immagine come suo ex voto? Sono ipotesi ancora da chiarire bene.
I recenti ritrovamenti ci fanno pensare a chissà quante altre piccole storie e vicende tuttora sconosciute si potrebbero rinvenire, grazie all’attività di valenti dottorandi ed insegnanti delle nostre zone.
In quest’epoca avveniristica e tecnologica, non sarebbe opportuno fare una banca dati che raggruppasse tesi ed altri studi su argomenti del nostro passato sotto il profilo storico, culturale ed artistico? Ciò consentirebbe di avere a disposizione, in tempo reale, notizie aggiornate. Si eviterebbe così di apprendere in ritardo (o occasionalmente) informazioni che gli esperti del settore, nel loro ristretto circolo, magari conoscono già da tempo, come è successo per le tele di S. Materno di cui abbiamo parlato nel numero trenta di questa rivista.
Alcuni anni fa, quando si cominciò a parlare di terminal gasifero al largo di Porto Levante (progetto subito avversato da un moto di opinione contrario all’avvio di strutture maxi-industriali nel delta, e in questo periodo quanto mai all’ordine del giorno per l’avvio dei lavori di posa della condotta) avanzammo l’idea di puntare, per il Delta ed il Polesine, su una struttura completamente diversa, finalizzata ad apportare sicure ricadute positive al territorio. “Un terminal ambientale e culturale”, ovvero una iniziativa di alto profilo, in grado di qualificarsi come un forte punto di richiamo, un catalizzatore di proposte, un polo di aggregazione ed un volano di sviluppo per valorizzare veramente il territorio, le cui potenzialità vanno incentivate e non depresse. Pensavamo allora che l’Ente Parco potesse assumere questo ruolo guida, ma non sembra che gli auspici abbiano preso corpo.
Se non si è ancora completamente spenta la speranza che il Parco trovi la forza di qualificarsi come protagonista di progetti di ampio respiro, va d’altra parte sottolineata, con piacere, una interessante novità che, sbocciata improvvisamente, ha spostato a Rovigo il baricentro dell’auspicato “terminal culturale”. Stiamo parlando del successo della mostra “Le meraviglie della pittura tra Venezia e Ferrara” allestita nel neorestaurato palazzo Roverella.
Una mostra d’arte di alto livello ed un palazzo del quattrocento ben restaurato, uniti ad un valido programma di promozione, hanno fatto il miracolo: per la prima volta nella storia della provincia varie decine di migliaia di turisti hanno raggiunto il capoluogo del Polesine.
Giudizi lusinghieri da parte dei visitatori: “meraviglia” non solo per i quadri esposti, sicuramente di grande rilievo, ma anche per la scoperta di una città a misura d’uomo, con piazze gradevoli, con architetture apprezzabili e riferimenti d’arte inimmaginabili. Chi è giunto a Rovigo con una sufficiente disponibilità di tempo ha raggiunto anche qualche meta del circondario: Fratta Polesine con la sua Badoera ne è stata particolarmente avvantaggiata, e non pochi turisti hanno affermato di voler tornare in Polesine per conoscere meglio la città capoluogo e soprattutto per un programma di visita alle principali località della provincia e al delta del Po.
Palazzo Roverella nella primavera del 2006 si è dunque imposto come l’auspicato terminal culturale della provincia. E lo slogan, “tra Venezia e Ferrara”, ideato forse più in funzione turistica che culturale, ha in realtà giovato non poco anche a molti polesani per una conoscenza meno superficiale del passato della propria terra, originale mesopotamia bifronte, ricca di una storia davvero unica nel Veneto per la trama di relazioni mai interrotte col territorio estense.
Fondamentale è ora che questo “terminal culturale” resti attivo e trovi linfa (economica e di idee) per continuare l’importante ruolo che si è assunto fin dalla nascita.
Che i frutti della terra, quali mais, girasole e barbabietola, potessero essere coltivati non a fine alimentare ma per produrre energia, è una idea quasi sacrilega, impensabile per quanti, nei tempi passati, hanno affrontato e sofferto la fame. Oggi, invece, questa nuova visione della realtà è estremamente attuale, anzi sembra essere il futuro dell’energia mondiale. Si parla, in tal senso, di fonti di energia “rinnovabili” e ci si riferisce a quelle fonti non “esauribili” nella scala dei tempi “umani” o percepibili dall'uomo, che possono permettergli uno sviluppo sostenibile senza danno alla natura e per un periodo di tempo indeterminato.
Le fonti di energia rinnovabili si pongono come alternativa alle fonti di energia di origine fossile, carbone e petrolio, quest’ultimo destinato ad esaurirsi nel giro di poche decine di anni.
Ben conosciute (anche se in Italia decisamente sottoutilizzate) sono l’energia solare, idraulica ed eolica, mentre meno note, perché meno diffuse, sono quelle derivanti da produzioni agricole sulle quali solo negli ultimi tempi si è incentrato un interesse crescente. Ci si riferisce in particolare all’olio combustibile vegetale, al biogas, al biodiesel, al bioetanolo e alle biomasse, su cui è bene fare un po’ di chiarezza.
I biocarburanti
L’olio combustibile vegetale è ottenuto mediante l’estrazione meccanica dai semi delle colture oleose (girasole, colza e soia). Esso può essere destinato alla produzione energetica, senza dover subire ulteriori trattamenti industriali. Rispetto al biodiesel, che vedremo successivamente, gode di un significativo vantaggio di ordine economico. Il limite, che lo penalizza, è la sua elevata viscosità, che lo rende poco idoneo all’autotrazione.
Con il termine biogas si intende il gas ottenuto dalla digestione anaerobica della sostanza organica (in particolare il liquame derivante da allevamenti zootecnici, le colture energetiche, gli scarti di origine agricola), che può essere impiegato come sostituto del metano. La digestione anaerobica è la biodegradazione della sostanza organica in assenza di ossigeno, che porta alla formazione di biogas, combustibile ad alto valore calorifico. Il biogas può essere utilizzato nella produzione combinata di calore ed elettricità; nella produzione di calore sotto forma di acqua calda, di vapore o d’aria calda; nella produzione di carburante per veicoli.
Il biodiesel, invece, si ottiene da oli vegetali estratti dai semi delle colture oleifere (girasole, colza, soia, ecc.) ed è in grado di sostituire il gasolio nei motori dei veicoli e di contribuire alla riduzione dell’inquinamento da gas di scarico nei centri urbani. Contrariamente a quanto si potrebbe credere, il biodiesel non è un olio vegetale puro e semplice (come i summenzionati oli combustibili vegetali), bensì il risultato di un processo chimico a partire da questi o altri componenti biologici. Il biodiesel può essere mescolato con il gasolio in determinate proporzioni ed impiegato nei moderni motori diesel. È stato dimostrato da molteplici ricerche scientifiche che il biodiesel può essere miscelato al gasolio fino al 30% senza che si renda necessario apportare modifiche al motore. Le case automobilistiche tedesche, per esempio, segnalano già nel libretto dell’automobile la quantità di biodiesel compatibile con il buon funzionamento del motore.
Il bioetanolo è un alcol, che viene prodotto tramite processi di fermentazione e distillazione di materiali zuccherini o amidacei (come la canna da zucchero e la barbabietola) ed è analogo a quello che si forma nei processi di vinificazione e birrificazione delle filiere alimentari. In molti paesi del mondo, sopratutto in quelli economicamente più svantaggiati, viene usato come combustibile al posto della comune benzina, dato il suo costo molto contenuto. Il Brasile è il paese dove più si fa uso di etanolo per autotrazione (con particolari motori) e dove esistono le più grandi centrali di raffinazione di canna da zucchero, da cui si ottiene. Il processo di trasformazione del bioetanolo, infatti, è molto più rapido ed economico se la materia prima è la canna da zucchero piuttosto che la barbabietola; ecco il motivo per cui i paesi dell’America Latina sono all’avanguardia nella sua produzione e nel suo utilizzo.
Infine, le biomasse che rappresentano la forma più sofisticata di accumulo di energia solare. Mediante il processo di fotosintesi, i vegetali sono in grado di convertire l’energia radiante in energia chimica e immagazzinarla sotto forma di molecole complesse, ad elevato contenuto energetico. Si parla di biomassa, nello specifico, quando ci si riferisce alla parte biodegradabile di prodotti, rifiuti e residui provenienti dall’agricoltura (comprendente sostanze vegetali ed animali) e dalla silvicoltura e dalle industrie connesse, nonché la parte biodegradabile dei rifiuti industriali ed urbani.
Il protocollo di Kyoto
L’interesse verso i biocarburanti e le biomasse è stato imposto anche dal Protocollo di Kyoto, strumento attuativo di impegni verso la salvaguardia dell’ambiente, firmato nel 1997 ed entrato in vigore il 16 febbraio 2005. Il Protocollo comporta l’impegno di riduzione delle emissioni annue di gas serra del 5,2% nel periodo 2008-2012, con percentuali differenti per ogni singolo Paese aderente. L’Italia si è impegnata a ridurre le proprie emissioni del 6,5% rispetto ai livelli del 1990 (vuol dire che il parametro di riferimento è il valore di quell’anno e non il livello attuale, che di sicuro è superiore). Per raggiungere tale ambizioso obiettivo è necessario migliorare i processi produttivi ed industriali e incrementare la quota di produzione di energia derivante da fonti rinnovabili di un punto percentuale all’anno.
Si comprende allora come la volontà di produrre energia rinnovabile non dipenda esclusivamente dagli agricoltori o dagli ambientalisti, ma investa anche il mondo industriale e le istituzioni pubbliche. I primi sono i produttori di materia prima, i secondi contribuiscono alla trasformazione in larga scala dell’energia, mentre le istituzioni sono “il collante” idoneo per evitare squilibri e speculazioni, per definire una strategia chiara, trasparente e duratura e garantire la stabilità del mercato.
Si parlerebbe così di “filiera agroenergetica”, ovvero l’insieme di imprese agroenergetiche, di trasformazione di biomassa di origine agricola in biocarburanti, imprese di produzione, di trasporto, di distribuzione e di commercializzazione di biocarburanti.
Le associazioni di categoria del mondo agricolo si sono già mosse in tal senso (la Coldiretti, ad esempio, ha avviato una raccolta di firme per una proposta di legge di iniziativa popolare che favorisca la produzione di bioenergia e la costituzione delle filiere agroenergetiche) e anche il comparto industriale ha dimostrato interesse. Un buon esempio lo abbiamo proprio dalla ditta polesana Grandi Molini Italiani s.p.a., che ha in progetto di realizzare a breve a Porto Marghera (Venezia) uno stabilimento per la produzione di bioetanolo.
Favorire la produzione di energia tramite le fonti rinnovabili è dunque sicuramente una scelta consapevole che porterà miglioramenti nello stile di vita futuro. Una scelta lungimirante, indispensabile per la tutela dell’ambiente, della salute e per la prevenzione dei rischi conseguenti ai cambiamenti climatici. Certo i fattori che determinano la competitività delle bioenergie rispetto ai carburanti di origine fossile non possono prescindere dall’esame del mercato attuale dell’energia, ma sembra che si sia sulla buona strada.
L’impegno della Coldiretti
L’associazione che, come dicevamo, in Polesine si trova in prima linea nel sostenere un’azione decisa per accelerare la strada della produzione dei biocarburanti è quella dei Coltivatori Diretti. Ci incontriamo col presidente Valentino Bosco per saperne di più.
– La sua associazione si è fatta carico di promuovere una raccolta di firme per incentivare azioni legislative a favore dell’uso dei prodotti della terra quali fonti di energia. Quale risultato ha avuto l’iniziativa nelle piazze del Polesine e d’Italia? Quali esiti vi attendete sul piano normativo?
“I risultati della raccolta delle firme in piazza sono stati buoni perché i cittadini italiani sono sensibili alle problematiche legate alla salvaguardia ambientale e al risparmio energetico. Mi permetto di aggiungere che parte di questo merito può essere attribuito alla Coldiretti che da anni ha fatto del dialogo con il consumatore e con il cittadino un punto di forza della sua politica sindacale. Nello specifico l’importanza strategica della promozione delle fonti energetiche rinnovabili nella politica energetica europea e nazionale ha portato alla presentazione di questa proposta di legge di iniziativa popolare finalizzata a garantire, in particolare, la promozione e l’impiego di biocarburanti di origine agricola. L’esito di questa azione ha portato all’approvazione della legge 11 marzo 2006, n. 81, con l’introduzione dell’obbligo, da parte dei produttori di carburanti diesel e di benzina, di immissione al consumo, a partire dal 1° luglio 2006, di biocarburanti di origine agricola in misura pari all’1% rispetto alle quantità immesse al consumo nell’anno precedente (tale percentuale è incrementata di un punto per ogni anno, fino al 2010). La legge, inoltre, prevede strumenti per l’integrazione della filiera dei biocarburanti ed introduce agevolazioni fiscali per il biogas. Sono proprio i contratti di filiera ad essere in elaborazione attualmente”.
– Nella nostra provincia vi sono già in atto alcune iniziative volte a ricavare energia dalle produzioni dell’agricoltura? Di quali incentivi godono?
“La Coldiretti sta ovviamente spingendo affinché le aziende agricole, che ne hanno le caratteristiche, si dotino di impianti per la produzione, in particolare, di biogas; ma attualmente non ne è attivo nessuno in provincia di Rovigo. C’è comunque fermento ed interesse, e lo testimoniano i viaggi di alcuni imprenditori agricoli polesani, accompagnati dai tecnici Coldiretti, in visita a impianti di biogas già attivi da anni in paesi come l’Austria e la Germania. Dal punto di vista normativo, la possibilità, da parte delle imprese agricole, di produrre e vendere energia, è legata alla recente modifica dell’art. 2135 del Codice Civile, che estende la qualifica agricola per connessione anche alle attività di produzione e vendita di energia termica ed elettrica, anche di origine fotovoltaica.
Rispetto ai vantaggi per l’impresa agricola, in virtù delle opportunità di diversificazione legate al concetto di multifunzionalità, va considerata la concreta possibilità di incremento del reddito aziendale sia attraverso la vendita dell’energia prodotta che tramite il risparmio sulla bolletta energetica (grazie alla produzione per autoconsumo di energia termica ed elettrica) oltre che, in prospettiva, il miglioramento dell’immagine grazie a marchi di qualità energetico ambientali.
I vantaggi sociali collegati all’impegno del settore agricolo nelle produzioni energetiche permettono, inoltre, l’accesso ad un legittimo sistema di incentivazione (vedi le misure dei Psr, i premi Pac per le colture energetiche, le deroghe al set-aside, i certificati verdi, il conto energia nel fotovoltaico) che, in aggiunta ai vantaggi diretti già menzionati, costituisce un ulteriore stimolo”.
– Il mondo agricolo è preparato a seguire i nuovi orientamenti di destinare parte della produzione per i biocombustibili?
“L’agricoltura in Italia è sensibile alla diversificazione delle attività aziendali. La cosiddetta multifunzionalità delle aziende spinge gli agricoltori ad orientarsi a forme di attività innovative e alternative a quelle tradizionali. In questo ambito un ruolo importante lo giocano le associazioni di categoria come la Coldiretti, che hanno il compito di informare e preparare al meglio gli imprenditori in merito alla diverse opportunità”.
– Quali sono i rapporti col mondo dell’industria che deve farsi carico della costruzione degli impianti per la lavorazione dei prodotti della terra al fine di ricavarne biocarburanti? In particolare a che punto sono le pratiche per riconvertire il dismesso zuccherificio di Porto Viro in struttura produttrice di biocombustibili?
“I rapporti con il mondo dell’industria sono fondamentali perché ne derivano i già citati contratti di filiera; senza tali accordi, sui quali si sta lavorando e dialogando, difficilmente si avrà una produzione di energia costante e senza intoppi.
Parlano dello zuccherificio di Porto Viro, la prospettiva continua ad essere quella della conversione in un impianto produttore di bioetanolo da mais granella. La questione fondamentale per noi è che vengano privilegiate e valorizzate le produzioni locali. Ancora non sono state intraprese azioni concrete in tal senso. Sarà, comunque, cura delle istituzioni assicurarsi che i fondi destinati alla sua riconversione seguano questa strada e noi della Coldiretti vigileremo affinché tutto proceda il più velocemente possibile”.