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Archivi: Articoli d’archivio

  • Il ritorno dei “bagigi”

    Il ritorno dei “bagigi”

    E’ compatibile con la nostra terra polesana la coltivazione delle arachidi o “bagigi”, come le intendiamo noi veneti, o “spagnolette”, o ancora noccioline americane? Cercherò di dare una risposta, al fine di soddisfare la domanda postami da due diversi lettori: uno, imprenditore agricolo interessato a coltivarle; l’altro, un appassionato cultore di storia e tradizioni nostrane; entrambi alla ricerca delle relative documentazioni.

    Comincio col ricordare che il genere Arachis appartiene alla famiglia delle Leguminose, sottofamiglia delle Papilionacee e le arachidi, come tali, sono “cugine” della soia, dei fagioli, e di tanti altri componenti questa famiglia botanica di grande interesse economico. Sono “oleaginose”, come la soia, arrivate in Europa importate dagli spagnoli e dai portoghesi dal Brasile fra il XV° e XVI° secolo e hanno trovato areali particolarmente favorevoli alla loro coltivazione in Italia, nella penisola iberica e nei paesi del bacino mediterraneo.

    Nel Bel Paese però – secondo il Maffei, studioso di cose agrarie – la coltura si è consolidata soltanto nel 1870, grazie ad imprenditori agricoli di Valenza (Alessandria). Un incentivo alla produzione si ebbe poi in tempo di politica autarchica, grazie al suo contenuto in grassi e nel primo dopoguerra, raggiungendo investimenti prossimi ai seimila ettari, dalla Valle Padana alla Campania. Continuò ad essere seminata fino agli anni cinquanta quando, per i crescenti costi di manodopera, la coltura è stata progressivamente abbandonata ed in breve è completamente sparita dalle campagne del nostro Polesine.

    E’ una pianta che ama essere coltivata in piena luce su terreni di medio impasto, tendenti allo sciolto, poveri di calcare. E’ una pianta annua, primaverile, erbacea che presenta il curioso fenomeno della “geocarpia”: i fiori portati su una particolare struttura, il “ginecoforo”, una volta fecondati invece di spaziare al sole, vengono interrati grazie all’allungamento di questa struttura la cui penetrazione viene facilitata da un terreno sciolto.

    I frutti crescono e maturano sottoterra e, per questo, i vecchi studiosi di botanica, con la loro formazione culturale classica, hanno attribuito a questa pianta il nome scientifico di Arachis hypogea che, in greco, significa “sotto terra”. Come Leguminosa è pianta miglioratrice della fertilità del terreno, grazie alla capacità di arricchirlo di azoto captato dall’aria per nutrirsene e lasciarne disponibile ai vegetali in successione, in virtù della simbiosi mutualistica che, a livello radicale, s’instaura fra i componenti di questa Famiglia e particolari bacteri del terreno.

    Le possibilità del ritorno delle arachidi nei nostri campi sono state esaminate recentemente in appositi convegni dove sono stati illustrati i risultati di dieci anni di coltivazione attuata in un’azienda di Bonavicina (VR). Alla luce di quanto emerso non dovrebbero sussistere particolari difficoltà tecnico-agronomiche per una coltivazione su scala industriale. “…La coltivazione ha bisogno di investimenti molto ridotti, inferiori a quelli necessari per altre colture di pieno campo”. Pochi, o pochissimi concimi e diserbi, mentre le avversità (malattie fungine, insetti, ecc.), pur presenti, appaiono controllabili.

    Le operazioni colturali sono tutte meccanizzabili e questo supera i problemi legati ad una consistente richiesta di manodopera che avevano scoraggiato tale coltura nel nostro territorio.

    Il prodotto per giungere al consumo deve seguire una serie d’operazioni, a partire dalla pulitura fino alla tostatura. La nicchia di mercato dei bagigi è lo snack, leggermente salati per accompagnare l’aperitivo, per fare dolci, per un’innocente (ma non troppo) tentazione come “sfurizi” e per l’olio.

    L’Italia e l’Europa sono importatrici nette di arachidi. Le stime ne indicano un consumo nell’Ue di 6.000.000 di qli, di cui 300.000 in Italia, per saturare il quale occorrerebbe seminarne 200.000 ettari. Attualmente i “bagigi” sono importati quasi tutti dagli Stati Uniti, dall’Argentina e dalla Cina.

    Fino alla metà del secolo scorso nel nostro Paese se ne seminavano, come ricordato, circa 6.000 ettari. Spazio, per il loro ritorno, ce n’è a volontà e già dal 2006 sono riapparsi i primi campi anche dalle nostre parti.

    A conti fatti, le arachidi forniscono una resa paragonabile a quella delle altre colture erbacee potendo usufruire degli stessi aiuti previsti dalla PAC (Politica Agraria Comunitaria) con in più i vantaggi agronomici accennati. Prima di coltivarle, però, bisogna impostare una seria politica di filiera agroindustriale e distributiva.

    L’opportunità di diversificare le colture, fattasi più impellente anche in seguito alla contrazione delle aree destinate alla barbabietola da zucchero, incentiva dunque anche in Polesine l’interesse per un ritorno di tale coltivazione. Nella nostra provincia inoltre, è bene ricordarlo, esiste un’importante ditta, la Mainardi di Lendinara, che da anni è presente sul mercato nazionale come importatrice, tostatrice e distributrice di arachidi, in confezioni utili per le varie esigenze del mercato.

    Anche da parte della lendinarese Mainardi c’è interesse ad acquisire e lavorare le arachidi prodotte in Polesine, a condizioni, ovviamente, che sia salvaguardato un rapporto ottimale tra qualità e prezzo del raccolto.

  • Bassa Marea

    Bassa Marea

    Sala Oliva dell’Accademia dei Concordi quanto mai gremita per l’omaggio che i cittadini di Rovigo hanno inteso rendere a Gian Antonio Cibotto.

    Una vita straordinaria la sua, dedicata alla scrittura, alla critica d’arte, al teatro, alla poesia, alla ricerca dell’interiore armonia dell’anima. Scrittore e vate della nostra gente, della nostra terra, che egli ama profondamente e nella quale sogna di individuare un luogo unico per ristorare il suo animo sensibile, lacerato dalla nostalgia: “Mi basterà una piccola capanna, per rifugiarmi in tranquillità, a contemplare mare Adriatico ed uccelli” indica lo scrittore. Un rifugio nel basso Polesine per consolare lo spirito tormentato, riandando ai familiari affetti, ai cari amici. E tra questi i protagonisti del panorama culturale italiano con i quali Cibotto ha intrecciato la sua vita, primi fra tutti Montale, Fellini, Cardarelli, Saba, Marchiori, Valeri, Giorgio Lago. O è ancora solo “un sogno di quelli fatti ad occhi aperti, che restano sospesi fra le nuvole, a volare con i gabbiani…”

    Parole di stima ed affetto sono state indirizzate allo scrittore da Luigi Costato, presidente dei Concordi, da Ramis Tenan, presidente della BCC Padana Orientale S. Marco e dal sindaco Fausto Merchiori che fra l’altro ha detto: “Il dono del libro “Bassa Marea” rappresenta l’affetto dell’artista per tutti noi, e gli siamo grati per il suo linguaggio leggero caro e profondo. Riflessioni rese in poesia, non frasi di circostanza, ma considerazioni semplici; pure liriche che cantano la quotidianità negli aspetti più alti e mai banali e vanno al profondo delle cose.”

    La sera che tornerai a casa ci saranno le viole raccolte nel vaso d’argento in mezzo alla tavola perché il loro profumo discreto, portato come da un vento leggero voglio che faccia entrare la primavera.

    Versi delicati della composizione “A mia sorella Anna Maria ricoverata al Gemelli”, versi leggiadri e di speranza, recitati con trasporto da un apprezzato rappresentante di “una cultura giovane”, ovvero l’eclettico, affermato scrittore e regista Giancarlo Marinelli, allievo di Cibotto e a lui legato da profonda stima ed amicizia.

    “Bassa marea” è il secondo libro di liriche nella storia letteraria di G.A. Cibotto che segue ad “Amen” del 1998. In Bassa marea si intrecciano due grandi anime, due applicazioni perfette: quella dell’italiano sinfonico, della purezza della parola e quella dialettale, quasi un demone delle origini dolce e inquietante. Due anche i filoni che costituiscono la base delle composizioni, cosicché in “Bassa marea” troviamo liriche “care e leggere”, ma anche schiaffi pesanti, anatemi contro i tempi moderni. La vita ci scivola via come il lembo, l’incanto tradito dell’esistenza.

    Quando Marinelli legge Cibotto, suo maestro, è preso dalla purezza dello stile, pregio raro, oggi. Parole che raccontano il tempo, la parola che sa diventare il canto dell’anima, massima aspirazione di uno scrittore. Le emozioni, attraverso le parole, si tramutano in qualcosa di tattile, resistente, materiale e si stampano indelebili nel lettore.

    Un Cibotto, commosso e imbarazzato per tanta considerazione, confessa che nel suo animo sente il richiamo sempre più acuto della solitudine e ricerca sempre più i silenzi del cielo, dell’acqua, il regno degli uccelli, che ritrova solo quando passa da quelle parti: il Basso Polesine. Bassa Marea si presenta pertanto come un omaggio al Delta, terra favolosa.

    Lo scrittore si lascia andare ad un sorta di confessione, afferma di sentirsi disilluso e stanco; anche il vivere in mezzo ai libri non lo consola PIù, e persino lo scrivere è per lui un problema sempre più angoscioso. Lo prende una lacerante nostalgia per il passato. Pensando a se stesso si chiede, nel suo incessante meditare: “ma dove sto andando… e non so rispondere”.

    Eppure i suoi versi, tra ricordi, considerazioni, disillusione, fanno vivere l’arcano incanto per le vicende degli uomini, della natura e noi ci aspettiamo da Cibotto altri malinconici, morbidi abbandoni. Tutto continua stupefacente e incessante, e forse è vero che non ci sono risposte definitivamente appaganti.

  • Un auditorium per il Delta

    Un auditorium per il Delta

    9 dicembre 2006: una data memorabile per Taglio di Po, destinata ad entrare di diritto negli almanacchi di storia locale, un giorno che rimarrà scolpito nella mente dei suoi abitanti.

    E’ stato infatti inaugurato il nuovo Auditorium “Sala Europa”, un edificio moderno, funzionale, dotato di avanzati impianti tecnologici, risorto come l’araba fenice dalle ceneri del fatiscente Teatro Italia – Cinema dei Frati, da anni in disuso. L’atteso evento ha fatto riversare nelle vie adiacenti e nella piazza antistante tanta gente quanta non se ne vedeva da tempo.

    Solenne la cerimonia, alla presenza di numerose autorità civili, militari, religiose e dei rappresentanti delle maggiori istituzioni. A fare gli onori di casa è stato il sindaco Margaret Crivellari che, dopo il saluto personale e dell’amministrazione agli intervenuti e i ringraziamenti per aver accettato l’invito a condividere la gioia di un’intera comunità, ha espresso la soddisfazione “per il momento che vede finalmente riaperte le porte dello stabile, che torna a brillare in seno alla propria comunità che da anni aspettava questo giorno”.

    “La Sala Europa – ha ricordato il primo cittadino – è la ristrutturazione dell’ex Cinema Italia, un teatro parrocchiale chiuso ormai da diversi anni e di proprietà della Provincia Veneta di S. Antonio dell’Ordine dei Frati Minori. Oggi vogliamo esternare la nostra felicità a quanti hanno contribuito alla sua realizzazione e ricordare che l’Auditorium rappresenta una sfida importante per Taglio di Po, ragion per cui occorrerà una gestione oculata e una rete di collaborazioni”.

    La parola è passata poi al parroco padre Damiano Baschirotto che, prima di impartire la solenne benedizione, ha espresso la soddisfazione per la realizzazione di questo progetto e l’augurio che la struttura possa aiutare a crescere il paese dal punto di vista sociale, economico e culturale”.

    Uno scrosciante applauso si è levato al taglio del nastro, seguito da vari interventi: Antonio Finotti, presidente della Fondazione Cariparo si è concentrato soprattutto sull’impegno garantito a sostegno del progetto Coast to Coast e sulla volontà della Fondazione di sostenere progetti mirati alla valorizzazione dell’intero territorio. “Questa nuova sala – ha aggiunto – è la prima, la più significativa opera che si realizza nell’ambito del progetto, coordinato dall’Ente Parco Regionale, è l’emblema di un paese che sa costruire senza nulla perdere del suo passato”. Il progettista Francesco Abbati dello studio Amati di Roma ha quindi manifestato l’orgoglio del lavoro portato a compimento: il restauro di un edificio storico “con una propria dignità architettonica”, incarico di cui si è detto fiero, soprattutto per i criteri di funzionalità, modernità ed efficienza seguiti nella realizzazione della struttura.

    L’onorevole Ettore Rosato, sottosegretario del Ministero degli Interni, ha sottolineato la scelta fatta a suo tempo dall’Unione Europea di finanziare il progetto Coast to Coast “dal momento che oggi se ne vede la realizzazione, a differenza del fallimento di altri progetti. Non è solo l’inaugurazione di un edificio, ma è una bella piazza al chiuso che aiuterà a tenere unita la comunità”.

    Federico Saccardin, nella doppia veste di presidente della Provincia e presidente del Parco ha affermato: “Oggi la comunità tagliolese si riappropria di un suo bene: l’Auditorium rappresenta uno dei cinque progetti infrastrutturali che si avviano alla conclusione”. Ha espresso, infine, parole di ringraziamento al primo presidente nonché padre morale del Parco, professor Vincenzo Melone, al suo successore Dimer Manzolli e al personale dell’Ente che, “seppur costituito da pochi, ma validi elementi, è riuscito a portare a termine questi progetti”.

    L’assessore regionale Renzo Marangon non ha volutamente seguito il tono dei suoi predecessori e ha elogiato l’iniziativa della precedente amministrazione comunale, cui ha riconosciuto una parte del merito. Per quanto riguarda l’Ente Parco, i ringraziamenti sono andati al consulente Guido Pizzamano, all’ex presidente Dimer Manzolli e alle altre istituzioni, che cinque anni fa si posero come obiettivo la realizzazione di un teatro, un cinema, una sala polivalente o semplicemente una sala dove incontrarsi. Un progetto che allora sembrava irraggiungibile, un’opera, importante non solo per la cittadina, ma anche per l’intero territorio, che si arricchisce di una nuova struttura.

    La conclusione dell’importante manifestazione inaugurale è stata riservata al sindaco Crivellari che ha ricordato come la ristrutturazione dell’ex Cinema dei Frati, sia rientrata nel piano dei finanziamenti “Coast to Coast”, Interreg III A Italia Slovenia anno 2002-2006, che prevedeva una copertura finanziaria del 70% da parte dell’U.E., mentre il restante 30% è stato assicurato dalla Fondazione della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e dal Comune di Taglio di Po. Successivamente il Comune ha deliberato un ulteriore finanziamento di Euro 430.000 euro circa per parte dell’impiantistica, rimasta fuori dal calcolo del progetto originario. Complessivamente l’opera dunque è costata circa 1.500.000 euro. Una struttura che senza l’accordo e la compartecipazione di diversi Enti non sarebbe mai stata realizzata. “Corre l’obbligo quindi – ha aggiunto in chiusura il Sindaco Crivellari – di ringraziare tutti gli Enti che hanno consentito di rimettere a nuovo un vecchio edificio che doterà il Comune di Taglio di Po di uno spazio importante per la promozione della cultura e per manifestazioni che potranno interessare l’intero territorio polesano, ovvero: l’Ente Parco del Delta del Po che ha coordinato il progetto “Coast to Coast”, la Regione Veneto, la Fondazione della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, la Provincia Veneta di S. Antonio dell’Ordine dei Frati Minori, la nostra Parrocchia e la precedente Amministrazione Comunale che ha avviato le prime fasi del progetto procedendo anche al Comodato trentennale con la Parrocchia. Un particolare riconoscimento per la progettazione allo Studio Amati di Roma, che ha anche seguito con cura e attenzione l’evoluzione dei lavori. Un grazie pure alle imprese Lamone Moreda S.r.l. di Forlì, Sielv di Fossò (Ve) e TMA S.r.l. di Sant’Elena d’Este (Pd) esecutrici materiali della ristrutturazione, che hanno portato a termine il lavoro nei termini prestabiliti, nonostante l’insorgenza di alcuni problemi non previsti in fase di esecuzione.

    Numerose – ha sottolineato ancora il sindaco – sono state anche le persone che hanno collaborato attivamente e con lodevole impegno: mi riferisco all’arch. Paola Dian, capoarea dell’Ufficio Tecnico Comunale, al geom. Alessio Mantovani e in genere a tutti gli Uffici che sono stati coinvolti da questo impegno: Ufficio Tecnico, Ufficio Ragioneria e Segreteria. Un grazie sentito al designer Daniele Dian per l’impostazione grafica degli inviti; al perito Moschini Stefano per la disponibilità dimostrata in ogni richiesta di intervento di carattere tecnico; alla Pro Loco di Taglio di Po, a Giovanni Ravarro di In Più Group, la cui professionalità ed esperienza nel settore artistico-teatrale ci ha veramente supportato, ed infine, sperando di non aver tralasciato nessuno, un sincero e profondo ringraziamento ai Cori, alla Compagnia Instabile Tagliolese e alla River Swing Orchestra per gli spettacoli gratuiti offerti al pubblico presente.

    E’ nostro desiderio anche ricordare in questa occasione – ha concluso – la disponibilità di numerosi membri della costituenda Protezione Civile Comunale e di altre persone appartenenti a varie associazioni locali, che hanno dato la loro disponibilità a seguire un corso antincendio al fine di rendere un servizio in loco, in occasione delle future manifestazioni”.

  • Il porto dei delfini

    Il porto dei delfini

    LE NUBI E IL FOCOLARE

    Quell’albero, quell’alto ramo verde che oscillava nel vento è ora nera brace morta: anche l’ultimo riverbero del sole al tramonto si è spento in quella fibra, sulla terra.

    Su un altro ramo canterà il passero che nascerà col primo tepore della primavera: e sarà festa ancora e giochi e voli e amori tra i rami degli alberi.

    Sarà sole e sarà di nuovo vento: gelo, brina, neve, e colori e profumi e frutti; sarà pianto e sudore, sarà corsa e calore; guardo le nubi e il focolare.

    LA SALITA¹

    Oltre il vòlto, la strada sale lungo i muri delle case del borgo, aggrappata, appesa sul pendio della valle. E sale tra gli alberi fino a perdersi oltre il dosso nel silenzio del sottobosco, interrotto dal crepitare dei passi di chi sale. Oltre il dosso svetta una cima, a cui, forse, arriva la strada: e par già di udire lontano risuonare il passo di un uomo che, piano piano, sale.

    1 Segnalazione di merito al I Concorso nazionale di poesia in lingua italiana “Premio Minerva”, Minerbe (Vr) 2004.

    I TUOI OCCHI²

    I tuoi occhi, in cui è naufragata la vita, hanno visto la tempesta ed ora godono ancor più del sole. Ma il cielo, azzurro intenso, quasi blu, davanti al sole è nudo come te che tra le onde e le assi spezzate cerchi quel mondo finito per sempre sul fondo del mare. Ti perdi a guardare nel sole la vita che acceca, perduta: è finita. È partita, la nave con le vele sciolte; sale, sale a solcare un nuovo mare in cielo e vola e danza lieta tra gli uccelli: e vola.

    2 Primo premio all’VIII Rassegna di Poesia in Tassina “Sport e Poesia. Momenti di emozione” (sezione poesia a tema libero), Rovigo 2005.

    «COME SE…»³

    Come se si spegnessero le stelle in una notte senza luna…

    Come se si spegnessero i lampioni in questa strada di periferia dove risuona lontano il fragore di un treno, mentre strillano nell’erba le cicale. Come se si spegnessero le lucciole in una notte d’Agosto e volassero solo pipistrelli e falene per l’aria, quando già si è addormentata anche la luna…

    Tutti attendiamo trepidanti l’alba.

    3 Segnalazione di merito al III Concorso internazionale di poesia e prosa “L’arcobaleno della vita – Città di Lendinara” (sezione poesia a tema libero), Lendinara (Ro) 2004.

    UCCELLI D’AUTUNNO

    Vola senza far rumore sopra le città e sopra le storie della gente. Vola senza battere le ali, e senza fretta e senza posa scruta l’orizzonte.

    Una vela gonfia scivola silenziosa tra le onde del mare ed una bandiera tesa dal vento palpita singhiozzante. Corse e giochi dei bimbi sulla spiaggia si sono ammutoliti nel ricordo.

    «Metti il cappotto, mettiti la sciarpa, Autunno, fuori c’è vento e fa freddo».

    IL PORTO DEI DELFINI

    C’è un porto, laggiù, oltre l’orizzonte, – così almeno raccontano le storie di vecchi marinai che hanno viaggiato, sopravvissuti a tempeste sul mare e al sole che brucia la pelle – là dove la terra scende ad abbracciare un lembo di oceano, che infinito si stende intorno, quasi a trattenerlo: è il porto dove nascono i delfini che scivolano via presto al largo. E, sommerse dal fumo delle pipe, scivolano via anche queste storie, lente, dalle loro labbra riarse.

    TRAMONTO AL FARO⁴*

    Strati di cielo, strato immobile di mare e la terra divisa sulla linea tesa dell’orizzonte. Il faro attende che il sole tramonti, sentinella e custode della luce, della forza che unisce l’uno all’altro i lembi estremi della terra.

    Io non riesco ancora a dormire: nell’ora in cui si svegliano i ricordi, nell’ora dei sogni e delle paure, guardo nel calore del cielo. La lenta litania del mare in lutto, preda della notte, ferisce l’orecchio che ascolta.

    4* Quarto premio al V Concorso internazionale di poesia e prosa “L’arcobaleno della vita – Città di Lendinara” (sezione silloge inedita), con la silloge “Sonetti Polesani”, Lendinara (Ro) 2006.

    LA CASA NELLA GOLENA

    Tra i pioppeti nella golena riposa sull’erba una casa: gli anni hanno scrostato l’intonaco, hanno levigato i mattoni, i coppi scomposti sul tetto, sventrato le porte e le imposte.

    Fermati, passante, e ascolta la storia che qui un tempo pulsava, la fatica e il sudore, le gioie, i dolori e l’amore di un bacio rubato nell’ombra dietro un cappello intrecciato di paglia.

    Ora, memoria devastata, sole e vento consumano le ceneri.

  • Il quadro

    Il quadro

    La finestra incorniciava il gatto accovacciato sul davanzale mentre il cielo, d’un grigio azzurrino, gli faceva da sfondo. L’autunno era ormai avanzato. Le giornate brevi, e sempre più fredde, impedivano ad Anita di uscire. Forse era meglio così, perché il silenzio che la circondava in quella grande casa le comunicava un senso di riposo e favoriva lo scorrere dei pensieri e dei ricordi in modo fluido e gradevole, tanto da darle talvolta l’impressione di assistere ad un film.

    Cenere era il suo gatto. Si chiamava così per via del colore: un bel grigio uniforme e morbido nel quale si aprivano due occhioni verdi e talmente sgranati da sembrare una costante esclamazione di fronte a ciò che aveva intorno. Cenere amava stare in giardino, forse per divertirsi a cacciare i passeri che, appena lo avvistavano, si agitavano in voli disordinati scomparendo tra i rami quasi spogli. Lui allora, sdegnoso, saltava sul davanzale, al riparo dal vento, aspettando che Anita gli aprisse la porta per farlo entrare in casa.

    Ora quegli occhi verdi, variegati di pagliuzze marrone scuro, erano lì a scrutarla con il segreto desiderio di leggerle dentro, nel cuore chiuso come uno scrigno, sepolto come un tesoro che l’isola della sua casa era diventata. Lei era come quelle strane creature di antiche fiabe che vivevano isolate e solitarie, appesantite da cattive dicerie, costrette a stare lontane dal mondo perché non avevano il coraggio di lottare per riscattare la loro soffocata umanità.

    Gli occhi di Cenere divennero i cerchi concentrici e ondulati sull’acqua del laghetto. Pluf, pluf… i sassolini lanciati dai bambini dalle rive creavano segni di figure in realtà mai nate perché già disfatte nel momento in cui si delineavano. Tra i piccoli c’era Gabriele: vivace ed intelligente che faceva da “capo”. Lui guidava la piccola comitiva all’esplorazione del parco della villa.

    Anita ne era la proprietaria, ed i bambini venivano di nascosto irrompendo da uno squarcio nella recinzione per cercare nidi sui rami più alti o per giocare sulle rive del laghetto al centro della massa verde. Lei, la signora, fingeva di non vedere quella combriccola che sgattaiolava tra l’erba e diventava una manciata di coriandoli colorati lanciati sul prato. Però ogni volta aveva un balzo nel petto: erano i figli che lei non aveva; erano le voci della vita che non erano venute a bussare alla sua porta…

    Evitava di intervenire, restando rintanata in quella casa, rispettata dai dipendenti che ne riconoscevano le inossidabili qualità organizzative: una piccola regina in un “feudo”, che da decenni era il cuore del paese. Ma un giorno, incuriosita più del solito all’entrata furtiva dei ragazzini, di nascosto si era avvicinata per osservarli: voleva sapere cosa li attraeva della villa e del parco. Arrivata vicino al laghetto s’era nascosta dietro un cespuglio d’alloro…

    Aspettò… Sentì le voci lontane avvicinarsi sempre di più. Non erano in tanti. Sbirciò tra le foglie: erano in tre. Riconobbe Gabriele che teneva tra le mani una canna da pesca mentre gli altri due lo seguivano con i barattoli delle esche. Il ragazzino aveva lo sguardo aperto, gioioso ed evidenziava negli atteggiamenti e nelle parole un già ben definito temperamento, dato che gli altri sembravano pendergli dalle labbra.

    Quando la canna fu pronta, il ragazzino la calò con gesto sicuro. Anita, presa da uno strano impulso, uscì dal suo nascondiglio. Il suo sguardo incontrò quello del bambino che si rabbuiò di colpo gridando: – La strega! Scappiamo ci ha visti! – Anita si sentì allora al centro di un deserto. Lei era una di quelle pietre nate dall’agglomerarsi dei granelli soffiati dal vento. Fu allora che il cuore le si fece definitivamente scrigno. Tornò lentamente sui suoi passi e percorse il viale d’ingresso. La grande casa la accolse come un protettivo grembo materno.

    – Ora che hai chiuso la porta – sussurrò – puoi ascoltare il ticchettio del tempo: giorno, notte… luce, buio… fluidi versati nel calice della vita… La porta si era chiusa. Fuori il mondo, dentro lei.

    * * *

    Gli alberi si erano coperti di foglie per tante stagioni ed erano diventati gialli come tramonti autunnali. Cenere sgranava i suoi occhi perennemente stupiti, incorniciato dalla finestra.

    Aveva letto tantissimo Anita, accanto a quel quadro naturale. Le parole scritte da altre persone entravano nello scrigno del suo cuore lasciandovi un’impronta dapprima appena accennata, quasi impercettibile, poi sempre più profonda. Era entrato in lei un desiderio lieve e poi struggente di conforto che saziasse la solitudine. Erano passati tanti anni dal giorno in cui aveva incontrato i ragazzini, ma gli occhi impauriti ed al tempo stesso decisi di Gabriele le erano rimasti nella mente.

    Fu sfogliando un quotidiano che ritrovò quello sguardo: il titolo a grossi caratteri la colpì. “Gabriele Resi, un’esplosione di colori sotto cieli infiniti”. Era la denominazione di una mostra che si teneva in una vicina città.

    Decise incuriosita di andare a visitarla. Si vestì con una cura da tempo dimenticata e si recò alla galleria citata nell’articolo. L’esposizione era allestita in un antico palazzo del centro storico. Entrò prendendo dal tavolino all’ingresso un dépliant nel quale erano sottolineate notizie sul giovane autore.

    L’atmosfera era raccolta e le luci sapientemente posizionate davano all’ambiente un’impronta rilassante ed allo stesso tempo attraente. Anita percorse l’itinerario della mostra con crescente entusiasmo. Quei quadri le davano un forte senso di dimenticata serenità. Gli spazi sembravano uscire dalle tele per farsi cielo, prati fioriti, alberi dai rami aperti all’entusiasmo, al grido di gioia che anima la vita.

    Poi lo stupore improvviso ed inatteso la fece scoppiare in una risata liberatoria… L’ultimo quadro rappresentava un laghetto. Vicino alla riva s’infoltiva un cespuglio dal quale si vedeva spuntare una donna tale quale a lei. Il titolo: LA STREGA (ricordo d’infanzia).

    Al suo improvviso ridere alcuni dei visitatori si voltarono verso di lei. E tra quegli occhi riconobbe quelli di Gabriele! Ora era un giovanotto che le tendeva la mano sorridendo.

    – Le piace? Non si sorprenda per il titolo, signora! In quel quadro c’é un po’ del mio mondo infantile, di quello che ho lasciato al paese dopo che mi hanno costretto a vivere in città. I miei lavori sono tutti figli di quella nostalgia cronica che si é insinuata nel mio cuore al momento del distacco dal mio ambiente. Il giardino della villa, il laghetto, gli alberi sui quali ci arrampicavamo sono sempre presenti nei miei lavori e quel cielo è come il mio grido di libertà! –

    Anita sorrise: – Posso acquistare “LA STREGA?” Lo vorrei perché mi piace. Quella sono proprio io! Una vecchia noiosa che impaurisce i bambini! Il giorno in cui siete scappati mi ha fatto riflettere perché ha confermato la mia natura così scontrosa e solitaria.

    E da allora sono vissuta avvolta nella tristezza, volontariamente incapace di mescolarmi agli altri, priva dello slancio necessario per aprire questo cuore-scrigno e prigione! Il quadro è un segno al quale devo una risposta! –

    Gabriele era stupito, impreparato ad una considerazione simile, semplicemente per un quadro! Poi tutto gli fu chiaro: ogni fatto è parte di un disegno, di un’armonia che a volte diventa… disarmonia scolorandosi nelle tristezze della solitudine.

    Anita gli strinse la mano e chiese che il dipinto fosse incartato e spedito a casa sua. Da esso era uscita la sua anima ritrovata. Lo scrigno si era aperto per mostrare i luccichii del piccolo tesoro che conserviamo nel cuore…

    Il cielo si fece vela e navigò verso l’infinito rubando l’aquilone della nostra anima.

    E’ forse Dio il bambino che lo tiene per un filo invisibile affinché non si perda?

  • La villeggiatura

    La villeggiatura

    Sono stata una bambina fortunata. Nonostante le condizioni economiche familiari non lo consentissero, ho cominciato ad andare in vacanza al mare già verso i 9-10 anni unendomi alla famiglia di due miei amichetti Sergio e Roberto che abitavano a pochi metri da casa mia.

    Ancora piccoli avevano avuto problemi di salute. Abbisognavano di sole, di mare, di cambiamento d’aria; pertanto i loro genitori, lavoratori come i miei, anche a costo di grandi sacrifici, li portavano a Sottomarina, a luglio, per tre settimane.

    Regina, la loro madre, pensando che il mare avrebbe fatto bene anche a me, contattò i miei familiari informandoli che quell’anno mi avrebbe portato volentieri con sé per “passare le cure”, come lei diceva. Fece anche intendere che, contribuendo alle spese di soggiorno, avrei alleggerito il suo onere.

    La mamma era stata subito d’accordo così, la seconda settimana di luglio, predispone- mmo ogni cosa per la partenza a bordo della “millecento” di Cuca, il tassista del paese.

    La partenza

    Alla data prefissata venni svegliata che era ancora buio e caricata, insieme a Sergio e a Roberto, nella macchina dove continuammo a dormire mentre Regina e mia madre, sotto la direzione di Cuca, caricavano i bagagli. Una sorta di rito prima della partenza che si ripetè puntuale per alcuni anni di seguito..

    Non era un’operazione delle più semplici quella dedicata ai bagagli; chiamarli tali era un eufemismo poiché nel bagagliaio e sopra la vettura c’era di tutto! Le valigie con gli abiti e quelle con la biancheria (lenzuola, asciugamani, tovaglie, persino le coperte); l’ombrellone da spiaggia e gli scatoloni con i viveri necessari per le tre settimane di permanenza. C’erano pure i sacchetti pieni di fior di farina da portare al fornaio in cambio del pane che ci avrebbe dato ogni giorno pagandone la sola manodopera. Per tutta la “villeggiatura” avremmo comprato solamente la carne per il brodo (poca) e la frutta e verdura fresche; tutti gli altri generi alimentari li portavamo da casa.

    L’alloggio

    Arrivavamo a Sottomarina di buon mattino. Ora comprendo che si partiva così presto perché non si poteva perdere uno solo di quei giorni tanto necessari quanto pagati con lavoro e sacrifici.

    Il nostro alloggio era situato al n. 100 di via Murazzo, in una casetta di tre stanze che i proprietari affittavano d’estate ai villeggianti riducendosi a dormire nel sottoscala affacciato su un cortiletto interno dove erano situati i “servizi”: lavandino e gabinetto.

    Non ricordo tanto le emozioni della prima volta che vidi il mare, quanto è vivo nella mia memoria il senso di delusione che provai alla vista della stanza dove avremmo abitato.

    Ho sempre avuto una fervida immaginazione ancor più arricchita, a quei tempi, dalla continua visione di film di cappa e spada o di storie ambientate nel romantico 800 fra crinoline, carrozze e specchiere dorate. Allorché Regina mi aveva parlato del mare e di quell’alloggio, istantaneamente la mia fantasia l’aveva arredato con tavolo, sedie, divano in stile 800 e naturalmente l’armadio con la specchiera dorata…; mai avrei immaginato una stanza con il tavolo da cucina coperto dalla tovaglia di plastica, il fornello con la bombola del gas per cucinare appoggiato sulla superficie di marmo di un vecchio tavolino, il letto matrimoniale e un letto singolo con i materassi ancora arrotolati e soprattutto l’armadio ad una sola anta a specchio e per giunta rotto in un angolo!

    La delusione deve essere stata ben manifesta poiché mi rivedo alcune ore dopo mentre Regina mi sta pettinando i lunghi capelli e mi chiede:

    “Che cosa è successo, Loretta? Ti vedo così silenziosa… malinconica…”

    “Mi aspettavo tutt’altra sistemazione. Una bella casa, bei mobili…” Le rispondo sottovoce e lei, abbracciandomi, mi spiega:

    “Bambina mia! Siamo poveri! Questo è quanto ci possiamo permettere!”

    La giornata “tedesca”

    A parte quest’impatto deludente, le vacanze si rivelavano un’esperienza fantastica; un appuntamento che, ogni estate, aspettavo con gioia e desiderio.

    Le nostre giornate erano scandite da un programma ferreo, stabilito da Regina, che si ripeteva sempre uguale, di anno in anno.

    La mattina, la sveglia era alle 7 (o anche prima!) perché bisognava assolutamente camminare fino alla Diga per respirare lo iodio che ci avrebbe fatto bene ai polmoni e ci avrebbe sicuramente evitato di buscarci raffreddori e bronchiti durante l’inverno.

    “Ma non potremmo respirare ‘sto iodio anche dalla finestra? L’aria non è sempre la stessa?” Obiettavamo noi assonnati e imbronciati. Niente da fare! E poi camminare ci avrebbe fatto venire più appetito e avremmo mangiato di gusto il grappolo d’uva o la banana che i venditori ambulanti proponevano già nel loro andirivieni lungo il bagnasciuga accompagnandolo con cadenzati richiami.

    “Bella uva dolce, belle bana-neee!”

    Tornavamo dalla passeggiata passando a prendere il pane fresco poi, mentre Regina preparava i panini per la merenda del dopo bagno, Sergio, Roberto ed io ci cambiavamo per andare in spiaggia. Avevamo il nostro spazio preferito in un tratto di spiaggia libera situato dietro i bagni di una colonia del C.I.S.S. frequentata da ragazzini tedeschi.

    Regina copiava i loro ritmi e la loro organizzazione propinandola a noi: merenda alle 10; bagno non prima che fossero passati tre quarti d’ora e della durata di non più di trenta minuti; esposizione al sole fino a mezzogiorno circa, poi a casa per il pranzo.

    Nel primo pomeriggio avrebbe voluto che si facesse un sonnellino, ma allorché scendeva a lavare i piatti nel lavandino del cortiletto, noi giocavamo a “poliziotti e contrabbandieri”, il nostro gioco preferito.

    Il letto singolo dove io dormivo, coperto da un plaid verde militare, diventava il motoscafo dei finanzieri, mentre il lettone con il copriletto turchese si trasformava nel peschereccio che tornava dall’alto mare carico di pesce e di merce di contrabbando che i poliziotti cercavano di intercettare. Naturalmente, affinché “l’abbordaggio” riuscisse bene ci serviva la corda con la quale erano stati legati bagagli e valigie sopra il tettuccio della macchina e che noi sparpagliavamo tutta sui letti insieme all’inevitabile sabbia della spiaggia che rimaneva appiccicata alle suole dei sandali.

    Allorché Regina tornava e trovava tutto quel disordine di letti disfatti e di cose fuori posto ci sgridava minacciosa: “Non vi avevo detto di dormire? Adesso rimettete tutto in ordine e poi, subito in spiaggia!… E stasera, per punizione, niente giretto in piazza!”

    L’uscita serale

    Il “giretto in piazza” faceva parte della routine serale dell’intera villeggiatura. Ogni sera, dopo cena, si andava all’Astoria a veder arrivare i cantanti.

    Assiepati sul vialetto che dal lungomare portava al dancing, aspettavamo allegri, cantando le canzoni del big di turno. Poi, quando, preceduta da poliziotti in motocicletta, arrivava finalmente l’auto del nostro eroe, venivamo spinti dalla ressa fino ai gradini d’ingresso dell’edificio, mentre dalla folla si alzavano voci e strilli diversi di volta in volta.

    “È Celentano!… Guarda, c’è Rita Pavone! C’è anche il marito!… Ecco, ecco, arriva la Caselli! Viva Caterina!…”

    Di lontano guardavamo salire il gruppetto di persone fra le quali credevamo di riconoscere il personaggio appena osannato; poi, quando la gente lentamente diradava, facevamo ritorno a casa non senza però essere prima passati fra le bancarelle della piazza che, illuminate da decine e decine di lampadine, mettevano ben in mostra la loro mercanzia: colorate gondole veneziane in miniatura, stelle e cavallucci marini essiccati, conchiglie di varie fogge e colori, Madonnine issate su valve di molluschi… Piccoli oggetti, oggi facilmente etichettabili di gusto estremamente kitch, sui quali allora perdevamo gli occhi a fantasticare, a desiderare, a scegliere senza mai comprare. Solamente l’ultima sera di permanenza avremmo potuto spendere le poche lire che ci sarebbero rimaste per acquistare uno di quei regalini che avremmo portato a casa soddisfatti e trionfanti.

    Ma le serate non sempre si chiudevano in questo modo. Talvolta, di ritorno dal “giretto”, Regina si attardava a fare crocchio con la padrona di casa e le altre ospiti così noi, insieme ad altri bambini, continuavamo a giocare “ai cantanti” arrampicati sui grandi massi dei brevi tratti residui del Murazzo, l’alta barriera edificata in tempi passati per proteggere dalle mareggiate Sottomarina, quando era solamente un piccolo borgo di pescatori. Poi quando, ormai sfiniti, non avevamo più nemmeno la forza di giocare, andavamo a dormire felici, pronti per una nuova, intensa giornata.

    Il mercato di Chioggia

    Come di anno in anno si ripeteva il programma della villeggiatura così, ad ogni nuova stagione balneare, si riproponevano i medesimi appuntamenti, come scadenze, sempre le stesse, sempre uguali e al tempo stesso sempre diverse. Tra queste un puntuale riferimento era rappresentato dal mercato del giovedì a Chioggia.

    Vi andavamo naturalmente a piedi, ma il nostro interesse non era ovviamente per il mercato in sé, quanto per il Luna Park, davanti al quale passavamo facendo progetti sulle giostre su cui avremmo desiderato salire, su quanti giri di giostra avremmo potuto fare e assillando la povera Regina con le nostre richieste nell’intento di strapparle la tanto desiderata promessa: “Va bene! Va bene! Domani sera verremo senz’altro!”

    Dopo aver fatto la spesa compravamo le merendine da un fornaio che era anche pasticciere. Ricordo il profumo che usciva da quel negozio..! L’aroma del pane appena sfornato misto alla calda essenza di vaniglia dei dolci. Io sceglievo un pane dolce e morbido fatto a spirale, dalla crosticina lucida e bruna cosparsa di zucchero che mangiavo lentamente, osservandolo, studiandolo nei minimi particolari, assaporandolo con l’iride degli occhi prima che con le papille gustative.

    Regina era di parola e ci portava una o due volte in tutta la stagione, al Luna Park dove facevamo tre giri di giostra su tre giostre diverse. Compravamo le mandorle caramellate o lo zucchero filato e trascorrevamo tutta la serata a camminare tra le giostre guardando e commentando, frastornati dalla musica proveniente dai vari altoparlanti, felici perché questo ci bastava.

    L’anguria

    Un altro appuntamento molto atteso era quello con l’anguria, il succoso cocomero tipico dell’estate. Nulla di trascendentale né di nuovo. A casa, nei nostri orti, tutti coltivavamo meloni e angurie, ma erano quelle nostrane, lucide e sferiche, non quelle oblunghe, enormi, le cosiddette “americane” che in dialetto chiamavamo “biri”, senz’altro meno saporite delle nostre, ma di moda e perciò più ricercate.

    Anche l’uscita serale per la fatidica fetta di anguria costituiva per noi un evento atteso ed apprezzato. Andavamo a mangiarla (una volta sola) seduti alle lunghe tavole dei chioschi. Regina ne ordinava mezza, tagliata in quattro grosse fette, serviteci direttamente sulla tovaglia di plastica che il garzone dell’anguriaro” di volta in volta, all’alternarsi degli avventori, puliva velocemente con un colpo di spugna, lasciandole sempre un tantino appiccicose. Gustavamo quel frutto succoso e dissetante, addentandolo direttamente e sbrodolandoci dalla bocca fino ai gomiti, ridendo mentre sputavamo i semini incuranti dei rimbrotti di Regina.

    Alla foce del Brenta

    Non poteva poi mancare l’escursione alle foci del Brenta. Aspettavamo trepidanti questo avvenimento che ci avrebbe sottratti alla solita routine giornaliera di diga-ombrellone-spiaggia.

    Innanzitutto ci alzavamo più tardi del solito; Regina preparava solerte la borsa con i panini e gli asciugamani quindi, raggiunta la spiaggia, camminavamo lesti e senza brontolare, a piedi nudi sul bagnasciuga, in direzione del Brenta. Man mano che ci lasciavamo alle spalle file e file di ombrelloni multicolori, apparivano gli orti dove i sottomarinesi coltivavano le verdure che poi rivendevano ai villeggianti, quindi si apriva una vegetazione fitta e lussureggiante: la riva del Brenta.

    Non ricordo di aver visto mai la foce. Probabilmente l’intrico di piante e arbusti non ci consentiva di arrivare al corso del fiume; ci fermavamo però sulla spiaggia deserta e lì passavamo ore e ore a raccogliere conchiglie o a cercare pezzi di vetro e rari sassi lisciati e modellati dalle onde.

    L’acqua era limpida e trasparente… ogni tanto col cavo della mano me ne portavo un po’ alle labbra per misurarne, curiosa, la maggiore o minore salinità dovuta alla vicinanza del fiume. Regina non ci permetteva di fare il bagno per il timore che il fondo presentasse improvvise buche e ci spaventava dicendoci che il mare ci avrebbe inghiottiti. Stranamente non brontolavamo: ci bastava vivere la diversità di quella giornata…

    Così trascorrevano le tre settimane di villeggiatura che Regina si ostinava a chiamare “le cure”. Per me erano semplicemente “il mare” e, l’ultimo giorno, dopo aver preparato le valigie, allorché vedevo apparire la macchina di Cuca che ci avrebbe riportati a casa, mi sentivo invadere subito da un’acuta nostalgia per quelle giornate così spensierate, piene di colori, di profumi, di momenti felici che piano piano, inesorabilmente, sarebbero svaniti.

  • Thriller made in Polesine

    Thriller made in Polesine

    Una videocamera 8 mm, di quelle usate per immortalare le scene delle vacanze; un computer dotato di un semplice programma per accorpare scene e immagini; assenti apparecchiature sofisticate e costose, complici, invece, la spontaneità, il bisogno di fare della risata il pane quotidiano.

    E’ iniziata così, per gioco, l’avventura cinematografica di Andrea Fabbri (Andy), che con alcuni amici ha realizzato il suo primo film. “E’ il nostro primo lungometraggio, girato fra Rovigo e Taglio di Po, la nostra terra d’origine – spiega il regista e attore -. Il nostro gruppo, i ‘Ruvinassi’, ha iniziato facendo cabaret nel 1991 in provincia e dintorni, suscitando favori e consensi durante le esibizioni, dove tutto è improvvisato e in dialetto veneto locale”. Con il tempo, però, si è spenta la vena creativa iniziale del gruppo che è rimasto a lungo inoperoso. Fino al momento in cui si è accesa un’idea: girare un film. Titolo: “El mistero dla busta”.

    Lo spunto nasce in un passato più recente, per gioco, per divertimento. “Nella primavera del 2000 è sbocciata l’idea di cominciare a rielaborare alcuni dei nostri sketch ripresi da una videocamera 8 mm; sono seguiti diversi “corti”, montati direttamente durante le riprese. Dopo vari tentativi, due anni fa, si è concretizzata l’ipotesi di candidarci all’Oscar – ammicca ironicamente Andy – presentando un film più impegnativo”.

    Le riprese sono state difficili per “la scarsa esperienza, la videocamera inadeguata, poco il tempo a disposizione, costi mostruosi vista la mancanza di sponsor. Il film – prosegue il regista – è costato alcune centinaia di euro, comprese le locandine, e ci ha impegnati da aprile a ottobre 2006. Recitato senza copione, presenta alcune imperfezioni sotto il profilo tecnico in quanto il montaggio è stato realizzato con un programma non professionale che avevo appena imparato a usare sul mio computer”. Ma alla fine il prodotto appare più che soddisfacente, tanto da determinare la decisione di proiettarlo in un vero cinema. Il film raggiunge così l’Odeon di Rovigo.

    Mette in scena la vicenda di Andrea Fabbri (Andy), nella parte di “El capo” e regista, Elena Bison (La contessa), Cristian Bedeschi (El socio) ed Alessio Mantovani (El vecio), alle prese con la caccia a una busta misteriosa. Una commedia tutta da ridere, in dialetto tagliolese che riesce a divertire il pubblico, ammaliarlo di euforia. I personaggi fanno delle loro peculiarità il proprio punto di forza, trasformando le debolezze in numerose chiavi ironiche attraverso cui aprire la porta dell’ottimismo. La fantasia di Andrea Fabbri riesce senza strappi a inserire nel film intrecci scenici e avventurosi in cui i destini dei personaggi si amalgamano perfettamente con le performance di Rambo, compagno di avventura dei tre amici durante un momento della propria storia.

    Un film con il giusto ritmo incalzante, le scene ben legate fra loro, in una sorta di ricerca del tesoro sulle orme della fatidica busta da ritrovare e riportare alla contessa. C’è ironia, armonia nei tempi, la suspense giusta, la giusta regolarità nel trattenere lo spettatore in bilico sul filo della curiosità per farlo poi scivolare, tutto d’un fiato, in una risata liberatoria.

    I tre ‘investigatori’, guidati dal capo Andy, sono alle prese con le beffe del destino. L’incartamento stropicciato che rincorrono, fa sì che i personaggi si introducano in case sconosciute, scalando pareti condominiali, arrampicandosi su grondaie, senza perdersi mai d’animo anche nelle situazioni in cui tutto sembra perduto.

    La busta, che nemmeno alla fine del film svelerà il proprio contenuto, fa di impreviste correnti d’aria la propria via di fuga, tra tende che la spingono al di là della finestra, scatole di pizza da asporto, bidoni delle immondizie e camion della nettezza urbana, fino a terminare il viaggio in una discarica.

    E’ così che Rovigo diventa protagonista attraverso immagini notturne, scorci di paesaggi con vedute dall’alto dei condomini, contrapposta alle scene dell’ultima fetta del Polesine, verso il delta del Po.

    Si dissolve in pochi istanti l’unico attimo di smarrimento: verso la fine del film, infatti, El vecio è colto da un malore, stramazza al suolo e sembra morire, durante la notte in cui la corsa dietro il camion della nettezza urbana si fa più frenetica. El capo e el socio, desolati per aver fallito l’impresa tornano nella villa della contessa per informarla che la busta non è stata ritrovata. Ma ecco che una mano spunta dalla discarica… pian piano tutto il corpo del Vecio riaffiora, stringendo fra le dita proprio la busta. Il finale, dunque, si preannuncia lieto. Con il sottofondo della musica ‘Thriller’ di Michael Jackson, il personaggio si avvia a piedi, con i vestiti stracciati, verso la villa della Contessa, raggiungendo i due compagni e riappare proprio nel momento più inaspettato agli occhi dei due amici.

    Fabbri sottolinea che l’intento del lavoro è quello “di far ridere, non certo di essere in competizione con i film usciti di recente. In un tempo di facili divismi, di trasmissioni che non regalano emozioni, il nostro scopo è stato quello di creare qualcosa di piacevole e spassoso, divertendoci noi, in prima persona, nel girare le scene, rigorosamente senza copione e interrotte da fragorose risate”.

    Con uno spirito analogo ha fatto la sua comparsa recentemente anche un altro film “made in Polesine”, approdato pure alla rassegna cinematografica dell’Odeon. Si tratta di “Intrigo a Rovigo 2”, lungometraggio diretto da Massimo Samiolo e Luca Fozzato. Nella vicenda è protagonista un terrorista proveniente dal centro America che, con la complicità di una ragazza rodigina, prepara un attentato in città. Il cast è numeroso (Max Cason, Alessandro Sontuoso, Roberto Barcaro, Manuela Gasparini, Giorgio Brandolese, Doriano Callegari, Alessandro Venuto, Enrico Zanirato, Dario Buffa, Luca Fraccon, Antonio Giacomelli, Massimo Marini, Roberto Marulli, Loris Baldachini, Samuele Stocco, Gigi Rizzieri), e vari i ruoli da interpretare.

    Le scene, grazie a una strumentazione professionale utilizzata, sono state montate alla perfezione, ma talvolta gli attori si sono calati con qualche fatica nel personaggio, non riuscendo a far uscire tutta la grinta necessaria per impersonare un commissario sicuro di sé, spinto da emozioni forti, oltre il copione, o una muchacha libera dell’accento veneto e dall’attenta lettura di un testo memorizzato, che ne ha compromesso la veridicità nelle scene più serie. L’abilità artistica lega un po’ di più con Giorgio Brandolese, nella parte del terrorista e del suo sosia rodigino, capace di mutare la propria verve artistica in diversi personaggi molto diversi fra loro.

    A breve intervallo di tempo hanno dunque visto la luce due film made in Polesine. Nati dalla effervescente creatività giovanile, hanno dunque richiamato non pochi spettatori che hanno apprezzato le due iniziative realizzate per divertire, senza alcuna presunzione di cimentarsi con l’industria del cinema. E i primi a divertirsi sono stati proprio i protagonisti di questi filmati, nel contempo attori, registi e scenografi che, hanno dato prova di un impegno da non sottovalutare perché la realizzazione di una pellicola non è mai cosa da poco. Un hobby che implica anche una attenta ricerca delle inquadrature, degli scorci e degli ambienti giusti per girare le varie scene e quindi, in definitiva, un’occasione inedita per valutare visivamente il territorio polesano e scoprire potenzialità un tempo impensate.

  • Nazzareno Fogagnolo e la musica

    Nazzareno Fogagnolo e la musica

    La vitalità del coro “Monte Pasubio” è in gran parte legata alla figura di Nazzareno Fogagnolo, che lo ha diretto per un lungo arco di tempo, tanto da poter essere definito senza incertezze il maestro “storico” del “Pasubio”.

    Subentrato, nella direzione, a Mario Casetta, maestro fondatore, nel 1968, Nazzareno Fogagnolo ha profuso non poche energie a favore del coro rodigino, mantenendo l’incarico fino a tutto il 2003, per passarlo infine all’attuale direttore Pierangelo Tempesta.

    Trentasei anni ininterrotti di direzione, durante i quali Fogagnolo è stato molto di più di un maestro, nel senso che ha rappresentato l’immagine stessa del coro, diven­tandone l’anima, la forza trainante. Quattro incisioni discografiche, un libro di spartiti di canti polesani, due primi posti in Concorsi nazionali e internazionali di canti popolari e un secondo posto nella sezione polifonica: sono questi i traguardi più significativi raggiunti alla guida del “Monte Pasubio”.

    Un impegno di grande continuità, sempre sostenuto da una ininterrotta passione e da altrettanto senso del dovere, come è emerso nel corso di una conversazione che – su invito di chi scrive e degli iscritti alla sede di Costa – il maestro ha tenuto all’Università Popolare.

    L’incontro si è sviluppato nella forma agile dell’intervista a tutto campo, per far emergere il personaggio, con la sua competenza musicale certo, ma anche con le sue radici, convinzioni. Una cronistoria sul filo della passione e della verità umana.

    “In famiglia – ha esordito – siamo cresciuti in mezzo alla musica…già prima dell’ultima guerra, in casa nostra, avevamo la radio”. Sorride, Nazzareno, pensando a quel cimelio, che oggi varrebbe una fortuna, e ne descrive meticolosamente l’aspetto. Da quella radio, che pochissimi possedevano, si diffondevano canzoni d’epoca, opere e operette, che i fratelli Fogagnolo cantavano e ricantavano “sotto la barchessa, seduti sui gradini di legno della scala che portava all’antico fienile”. Un’immagine un po’ naif di quell’Italia paesana piena di istinto musicale.

    Indirizzato al lavoro, Nazzareno non ha potuto completare gli studi musicali, avviati nei collegi salesiani, dove era la voce guida, il solista e l’attore nelle operette e seguiva il corso di pianoforte. Al richiamo della musica ha comunque continuato a prestare attenzione: giovanissimo, diciassettenne, ha assunto la direzione della corale parrocchiale, perseguendo, sul filo della passione personale, la conoscenza di altri generi musicali.

    Nasce, con i dischi della SAT, l’interesse per i canti alpini e l’ingresso nel neonato coro “Monte Pasubio”, dapprima in veste di corista, poi in quella più impegnativa di direttore.

    Gli obiettivi sono alti, perché il Nostro negli impegni ci si cala totalmente. “Capii ben presto che, se volevo far decollare il coro, avrei dovuto studiare di più per poter migliorare la direzione e, soprattutto, la didattica”. E’ un impegno morale: solo chiedendo molto a se stesso, Nazzareno può esigere l’attenzione e l’impegno dai coristi. E lo fa, dice lui, con la cura maniacale ereditata dal padre, che, in un ambito assai diverso (gli impianti elettrici), non tralasciava il minimo particolare.

    “Si allena l’orecchio a percepire il minimo suono, fruscio, respiro, coda, ritardo anche di una sola voce”: un perfezionismo che l’ha accompagnato lungo l’arco della lunga attività artistica. Ma basta la tecnica per un lavoro così coinvolgente? La risposta punta sull’interpretazione: “Se questo tecnicismo è sostenuto anche dalla fantasia e dalla poesia, allora il coro farà un salto di qualità”. Un impegno del genere praticamente non si esaurisce mai, ed ecco i tanti corsi di studio, gli innumerevoli concerti, le registrazioni, i tanti dischi ascoltati a catturare un segreto, un accorgimento nuovo, le lunghe conversazioni con i maggiori compositori e armonizzatori.

    Da qui sono nate le quattro incisioni del “Monte Pasubio, da questo impegno totalizzante, che ha assorbito il maestro non meno di quattro sere la settimana, senza contare i concerti, le tournèes in Italia e fuori Italia.

    “Hai avuto dei modelli in questo campo?”-gli chiedo. Nazzareno ne indica due, in particolare: Gianni Malatesta, di cui rileva “le ardite armonizzazioni e l’impareggiabile capacità direttoriale” e Bepi De Marzi, poeta e musicista; a contatto con loro, è maturata e si è precisata la vocazione a dirigere. Il canto corale “deve far volare nell’aria la poesia, la tragedia, il racconto boccaccesco, la vita, la morte, in una parola: un’emozione…”

    “Quanto conta il rapporto con i coristi?” “E’ un rapporto di perfetta simbiosi, -scandisce Nazzareno- l’emozione bisogna viverla assieme”.

    “Anche a costo di tenere nel gruppo voci scadenti?” – “Il maestro non manda via nessuno”-risponde convinto. La simbiosi artistico-emotiva, par di capire, si fonda su quella che Nazzareno definisce “paternità”, un ruolo che ha una consistenza ideale e morale. La voce quasi si incrina, quando ricorda gli amici scomparsi nel cammino intrapreso tanti anni fa.

    “Rifaresti le stesse scelte?” – gli chiedo alla fine, curioso di capire come si è evoluta la sua coscienza artistica. E’ una domanda che lascia perplesso il mio interlocutore, abituato a tenere i piedi ben piantati a terra. “Col senno odierno, avrei sviluppato un repertorio più adeguato ai tempi…” – riflette. Ma la motivazione preminente è sempre quella morale, dell’esame di coscienza: “Ho fatto il mio dovere?”

  • Ditano e la “New minimal form”

    Ditano e la “New minimal form”

    Forma, colore libero, esperienza. E poi ancora materia e tecnica. Un grande contenitore di strumenti. Tutto strumentale a un fine, fine disinteressato, rielaborazione senza preclusioni di oggetti e soggettività. Con queste parole si può riassumere l’arte che ho definito New Minimal Form (Nuove Forme Minimali), un modulo espressivo che, proprio in Polesine, nello studio e nella mente di Giacomo Ditano, ha il suo epicentro, nella metafora di un terremoto in grado di scuotere tutto il panorama culturale e artistico polesano.

    L’abilità di Ditano sta nella elaborazione in chiave personale di tecniche mutuate dal passato. I sacchi, il legno di recupero, il ferro, il cartone catramato, la vecchia carta, magari ingiallita, riempiono il caleidoscopio a disposizione dell’artista sperimentatore, quel contenitore dal quale può pescare ora il segno, ora la materia, ora il significato di un taglio profondo.

    Ditano non si lascia incantare dai grandi del passato, nel senso che non cade nella tentazione di copiarli, di fare grosse le spalle grazie a un qualcosa che non gli appartiene. È troppo onesto intellettualmente per scadere nella banalità. Ditano inventa sempre qualcosa di nuovo.

    E l’invenzione ancora una volta coglie il segno con le nuove forme minimali. Tratto essenziale, colori fondamentali, senza eccessi, e poi libertà. Prendere in mano qualcosa per dare una nuova collocazione spazio temporale senza preoccuparsi di quello che la gente penserà.

    La riuscita di un’opera d’arte sta anche nel sorriso compiaciuto dell’artista, che osserva un quadro o una scultura come se si trattasse di un figlio. Un figlio capace di raccogliere molto del di dentro, dell’uomo, del lavoratore, dell’inventore.

    Qualche tempo fa, soffermandomi sulla libertà espressiva di Giacomo Ditano, avevo coniato la frase “libertà come arte” proprio a testimoniare gli orizzonti in cui questo pittore e scultore si muove, ampi come le immense distese delle campagne della nostra terra.

    Il percorso di Ditano, artista nato a Fasano vicino a Brindisi cinquant’anni fa, ma da decenni ormai polesano, con studio-laboratorio a Guarda Veneta, muove inizialmente da esperienze che hanno come riferimento il figurativo, lavori che evocano il grande maestro Cascella. Ma poi l’immagine, riprodotta così, senza metterci del proprio, sembra limitare il lavoro di questo poliedrico artista. Ditano allora si inventa nuovi spazi e poi ancora nuovi colori, frutto di tecnica e di gestualità. Nelle sculture quasi vive è la materia il formato d’espressione. Ditano talvolta ordina in modo geometrico le composizioni, talvolta infligge al legno il peso di un taglio profondo.

    Arrivano i riconoscimenti, i premi. Prima nei concorsi provinciali, poi regionali e nazionali. Le opere di Ditano entrano in collezioni raffinate, meritano mostre personali, come la bellissima mostra tenutasi la scorsa primavera alla Tavernetta di Palazzo Roncale di Rovigo, quando per la prima volta l’artista di Guarda Veneta ha esposto alcune delle sue forme minimali. Eccoli, i meravigliosi sacchi che aderiscono alla tela. L’artista, che già ci aveva abituato a muoversi libero dai condizionamenti di facciata, che aveva fatto esplodere i colori dei suoi quadri fino a invadere le cornici, considerate, più che contorno, spazio creativo, ancora una volta è riuscito a stupirci. E lo ha fatto ponendosi alla testa di una corrente nuova e coraggiosa, che recupera i grandi del passato per rielaborare tecniche e sperimentazioni attraverso le proprie capacità pittoriche. È sulla scia dei vari Burri, dei coraggiosi sperimentatori dell’arte minimal, che Ditano recupera materiali desueti, sacchi, legno, vecchia carta ingiallita e li compone in un mosaico autentico che diventa supporto alla pittura e alla concezione di arte libera che sempre l’ha contraddistinto, che l’ha portato ad ottenere successi e riconoscimenti. Ditano è oggi il primo inventore della New Minimal Form, un’arte nuova, fresca, dove tutto, tecniche, stili, colori, espressioni, materiali finisce nel calderone sperimentale.

    La New Minimal Form è supportata con forza dalla qualità di un’esperienza capace di proiettarsi oltre confine, nel mondo dove realismo e astratto si fondono con capacità e rigore, e dove è il superamento del limitato concetto di forma spazio temporale a farla da padrone. Si è indubbiamente aperta una nuova stagione per l’astrattismo. E il protagonista è proprio questo artista che a Guarda ha uno studio, o meglio una fucina di innovazione.

  • Mimì: calore e colore

    Mimì: calore e colore

    Ondate di tinte calde, sensuali, che stimolano lo sguardo a vedere oltre le pennellate. Davvero coinvolgente si è presentato l’incontro con i quadri di Emanuela Ghianda, in arte Mimì che, all’inizio del nuovo anno, ha riempito di colore Sala Cordella ad Adria.

    La personale, nel cuore della città, ha accolto centinaia di visitatori e raccolto consensi, conservati su un quaderno come premi preziosi per talento, capacità tecniche-artistiche, passione dell’artista. “Calore-Colore”, questo il titolo della mostra, ha avuto l’appoggio del comune di Adria con l’Assessore Giovanni Ferro e un forte sostegno di Leonardo Tiengo, scultore pittore, che ha apprezzato l’opera di Mimì.

    La passione per la pittura è cresciuta con lei. Fin da piccola Emanuela Ghianda, ventenne di Adria, ha coltivato il suo hobby, che, dai lavori con pennarelli e matite per disegnare fumetti, si è trasformato nei ben più laboriosi quadri a olio su tela.

    Autodidatta, la giovane pittrice si diletta con le tele in qualsiasi ora del giorno, talvolta su commissione ma spesso spinta dall’ispirazione.

    “Di solito creo quello che il pubblico predilige. Ogni richiesta è ordine. Ma nulla è più appagante che essere libera da ogni vincolo, seguendo lo stimolo della fantasia. Ho frequentato alcuni corsi di pittura – spiega l’artista – dove ho appreso le tecniche base per svolgere al meglio i quadri”. Mimì ama Renoir, Van Gogh, Klimt, Monet. “Di quest’ultimo pittore ho letto numerosi libri – spiega -. Ho anche realizzato alcuni rifacimenti dei suoi quadri più famosi, tra cui ‘Il ponte sulle ninfee’”.

    L’artista adriese, che in due anni e mezzo ha creato più di 300 opere, dona alle tele il fascino di luoghi dove non c’è posto per la freddezza dei sentimenti. I paesi caldi e le terre lontane la ispirano, materializzandosi in forme scure che sovrastano sfondi intensi, dove il rosso, l’arancio, il giallo danzano all’unisono creando atmosfere di intensa luce. Il sudore del lavoro e la povertà sono sensazioni di riflesso nelle immagini; scene in cui il nero delle sagome umane rimanda al mondo reale ritratto dalla Tv, dove, scalzo, il popolo del terzo mondo affronta ogni giorno la lotta per sopravvivere.

    “Mi diletto in paesaggi, nudi femminili anche africani, rifacendomi alle immagini delle tribù Masai – sottolinea, appoggiando per un momento il pennello sul tavolo, vicino a colori a olio e tavolozza -. Ultimamente mi sono avvicinata allo stile africano, usando colori caldi, il giallo, il marrone e il rosso che amo particolarmente”.

    Anche le immagini femminili appaiono tra i soggetti che Mimì preferisce: schiene morbide, volti di profilo, resi misteriosi da capelli che ondeggiano su fronti lisce. Sguardi abbandonati al sogno più che al sonno, corpi avvolti di veli che sfumano emozioni percepibili negli occhi chiusi ma in pose mai inanimate. Quella immortalata da Emanuela Ghianda è una donna, matura, romantica, consapevole della proprie potenzialità, di doti capaci di fare maliziosamente arrossire un uomo.

    Tra i tanti quadri, custoditi con orgoglio nella propria casa, c’è anche “L’ombra della luce”, tela che ha conquistato il primo premio a un concorso di Aosta, lo scorso anno. Nel dipinto, una grotta lascia filtrare un chiarore che, espandendosi, va a riflettersi sull’acqua. “L’ispirazione parte da una semplice figura in cui inciampo con lo sguardo sfogliando libri o riviste – conclude Emanuela -. Non appena gli occhi captano un soggetto interessante, la mente si mette in moto: ciò che vedo è il punto di partenza per il quadro che non risulterà mai uguale all’immagine iniziale, ma ricco di particolari dettati dalla mia fantasia”.

    Mimì, ha già in programma altre mostre. Dopo Venezia, alla Libreria Mondadori (S. Marco), Jesolo (Centro Polisportivo “Vestire Arte”), Bologna (Via Gramsci, Galleria Alessandra), raggiungerà l’Arte Expo di York.

    La città americana, per lei, non è sconosciuta. “Ho già esposto nella grande mela – conclude con modestia – accanto a grandi artisti di fama mondiale. E’ stata un’emozione fortissima. Tra poco, uscirà una rivista che sarà distribuita in tutto il mondo, dove anch’io avrò uno spazio”.

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