Pubblicità

Archivi: Articoli d’archivio

  • Ai martiri di Villamarzana

    Ai martiri di Villamarzana

    Nell’ambito di lavori di riordino idraulico del bacino dello scolo Valdentro, il Consorzio di bonifica Polesine Adige-Canalbianco di Rovigo aveva incluso nel suo progetto del 2005 anche interventi nel centro abitato di Villamarzana con sostituzione della passerella pedonale, la sicurezza del ponte di piazza ed altre opere di arredo urbano.

    L’occasione divenne propizia per intervenire, in sinergia con l’Amministrazione comunale, per il restauro e risanamento del monumento ai 43 Martiri, ubicato in prossimità di detto canale Valdentro, completando in tal modo il rinnovo di quella parte del centro del paese. Poiché gli interventi proposti dal Comune andavano ad integrare elementi di bonifica ed aspetti paesaggistici, questi lavori hanno potuto trovare copertura economica con un finanziamento nell’ambito delle disponibilità del P.S.L. redatto dal G.A.L. Polesine Delta del Po a cui il Consorzio è associato. Detto Consorzio ha provveduto quindi, con il proprio personale, alla progettazione dell’opera, per una complessiva prevista in 92.112 euro, mentre il Comune di Villamarzana e l’Amministrazione provinciale di Rovigo garantivano una partecipazione economica per 20.000 euro.

    Il monumento ai 43 Martiri è sempre stato ritenuto, sia a Villamarzana che in tutta la provincia di Rovigo, un elemento di grande importanza per conservare la memoria storica delle vittime della brutale ritorsione nazifascista consumatasi nell’ottobre del 1944, con la fucilazione di molti giovani sia del paese che di diversi dei comuni limitrofi.

    La “casetta del barbiere”, che fece da scenario alla barbara esecuzione, fu subito recintata con l’area attigua sulla quale fu perpetrato il massacro. Quel luogo doveva restare inalterato “a perenne ricordo”, e negli anni successivi fu provveduto alla costruzione di un complesso monumentale: un sagrato in palladiana sopraelevato; un parallelepipedo rettangolare, sostenuto da nove pilastri, sul quale furono riportati su tre file, con lettere in bronzo, i nomi dei trucidati; un secondo elemento, posto parallelamente alla parete ad ovest della casetta, per rammentare il giorno dell’eccidio; un muro che racchiude l’intera profondità dell’area monumentale, posto sulla parete opposta di questa casetta, aderente al fabbricato stesso, che sovrasta con la sua imponente elevazione la limitata altezza dell’edificio.

    Un monumento, unico nel Polesine, sul quale purtroppo il tempo trascorso ha inciso profondamente, comportando un grave degrado alle strutture e ai materiali di finitura maggiormente esposti alle intemperie.

    Di qui l’intervento riparatore che ha richiesto uno sforzo notevole “anche di tipo intellettuale – precisa il Consorzio di bonifica – per affrontare il restauro con opere in grado di soddisfare il bisogno di “conservare per conoscere”. Questo indirizzo costituisce il presupposto e la ragione d’essere della moderna scienza della conservazione legata fondamentalmente alla conservazione e, nel caso specifico, al richiamo della memoria”.

    La parte maggiormente danneggiata era, evidentemente, la “bottega del barbiere”, due camerette nelle quali furono ammassati i prigionieri prima della loro fucilazione: un vetusto edificio, acquistato da parte Comune nel 1957, con i muri ormai pieni di umidità all’interno per la risalita dell’acqua dal terreno e per infiltrazioni provenienti dall’esterno, determinate dalla scarsa tenuta degli elementi di protezione e dalla mancanza di estese porzioni di intonaco. Altre manifestazioni di degrado si erano rilevate nelle controsoffittature costruite in arella ed intonaco, sostenute da morali in legno ancorati alle strutture portanti del coperto. Inevitabili quindi i numerosi cedimenti provocati, oltre che dalle infiltrazioni d’acqua, anche dai mezzi in transito sulla strada prospiciente. Evidentemente piena di umidità anche la vecchia pavimentazione e logori gli infissi privi di manutenzioni.

    La parte più consistente del recupero del complesso monumentale è pertanto stata rivolta verso la “bottega del barbiere”, sia nei locali interni che sui muri esterni, essendo questa struttura l’unico elemento “storico” originario. Un edificio simbolo, presso il quale si svolse il nefasto evento. Su di esso si è concentrata l’opera di risanamento “con lo scopo di garantire – il progetto – la corretta e generale preservazione, nel suo insieme, quale luogo della memoria”.

    Ma anche gli altri elementi esterni erano bisognosi, ormai, di urgenti interventi. Il sagrato, costruito a ridosso degli anni 1950/60 con materiale proveniente dalla lavorazione del marmo con il sistema denominato “palladiana”, mostrava visibili cedimenti determinati dall’assestamento del terreno e conseguente calo del materiale di risulta impiegato per la costruzione della sottostante soletta. Così pure la grande lapide, cioè la struttura in calcestruzzo rivestita con lastre di marmo botticino, e pure il secondo elemento, che richiama l’altare, posto parallelo alla parete: strutture che presentavano cavillature, fessurazioni e rotture che rendevano il materiale sottostante friabile e non più in grado di garantire il sostegno degli elementi di rivestimento con sviluppo di muffe ed ulteriori elementi patogeni che acceleravano il processo di decadimento.

    Al fine di ovviare alle dannose conseguenze, si è provveduto ad una accurata pulizia delle superfici per la rimozione dei depositi incoerenti presenti sul materiale che ne hanno alterato l’aspetto cromatico. Oltre alla pulizia, sono state consolidate, stuccate e ricostruite le parti mancanti e messe in sicurezza, con adeguati ancoraggi, le parti staccate dal supporto sottostante. Per la pavimentazione in palladiana sono stati sistemati gli avvallamenti al fine di impedire il ristagno d’acqua, ricostruendo precedentemente lo strato di sottofondo.

    Per portare a compimento l’opera di ripristino si sono attivati vari funzionari del Consorzio di bonifica Polesine Adige-Canalbianco: l’ingegner Giovanni Veronese, responsabile del procedimento, l’architetto Ermanno Magosso e il geometra Sebastiano Cappato, progettisti, ed il dottor Carlo Piombo, direttore generale.

    Dopo questo importante e significativo intervento, il complesso monumentale potrà ora affrontare il futuro con sicurezza, mantenendo il suo scopo di “memoria storica” in grado di trasmettere alle prossime generazioni i valori che hanno ispirato la sua realizzazione.

  • Da Adria al Mare

    Da Adria al Mare

    Mi sono chiesto se sia ancora possibile, con il traffico che c’è di questi tempi, andare in bicicletta da Adria fino alla spiaggia di Rosapineta, senza rischiare la pelle. Scartata la strada consueta, ormai esclusiva proprietà di sempre più potenti mezzi a motore, ho individuato un percorso alternativo, più lungo della via normale, ma meno rischioso, meno esposto ai gas di scarico e sicuramente gradevole, anche perchè presenta anche un certo interesse turistico.

    Si parte da ADRIA, presso la chiesa della Tomba, imboccando via Piantamelon, sull’argine destro del Canalbianco, di fronte ai cantieri navali “Papa” e, dopo avere sottopassato il ponte Amolara ed il nuovo ponte della strada per Ariano, si percorre la strada arginale asfaltata in un paesaggio tipicamente rurale. Si prosegue fino al punto in cui la strada piega a destra, scende al livello della campagna e si dirige verso Mazzorno Sinistro (Km.3).

    In quel punto si abbandona l’asfalto e, aggirata la sbarra posta di traverso sull’argine, si prosegue sul sentiero sterrato arginale fino al ponte di CAVANELLA PO (Km.7,3), dalla cui sommità appare il borgo dominato dall’altra costruzione abbandonata dell’ex zuccherificio. L’occhio corre sul corso del Canalbianco che si allarga nei pressi di una potente idrovora moderna, in grado di travasare le acque del Collettore Padano Polesano in quelle del Canalbianco.

    Attraversato il ponte, ai piedi della rampa, sul lato sinistro del Canalbianco, ecco Ca’ Papadopoli, villa rustica con oratorio, risalente alla fine del 1700. Proprietà dei nobili veneziani Papadopoli, famiglia di origine greca, di cui è tuttora visibile, sopra la porta d’ingresso, lo stemma che reca una corona, un sole raggiante e una fenice.

    Si prosegue poi sulla strada asfaltata fino all’autodromo e, entrati nell’area industriale A.I.A., si gira dietro la Cartiera del Polesine, si arriva in via F.Nissotti e, superato lo stabilimento Geotec, si va ad imboccare la vecchia strada che da Adria conduceva a Loreo. Si arriva a Punta Stramazzo dove c’è un vecchio ponte che ormai non attraversa più alcun canale e qui raggiungiamo l’idrovora Dossi Vallieri, che ci ricorda come il territorio del Delta possa essere utilizzato e goduto dall’uomo solo in virtù della presenza delle pompe idrovore, nell’Ottocento azionate dalla forza del vapore e successivamente tutte elettrificate.

    La tappa successiva è a RETINELLA (Km.11,5). Attraversata una passerella in ferro, ci si trova di fronte ad una lunga costruzione padronale agricola, affiancata da una chiesetta semi diroccata, il cui stemma ci dice che si tratta di un’altra ex proprietà Papadopoli. Non c’è da meravigliarsi, dal momento che i Papadopoli, nel 1700-1800, possedevano in Polesine circa 10.000 ettari di terreno; le loro proprietà andavano da Bottrighe a Mazzorno, a Loreo, Ariano, Porto Tolle. Ancora oggi c’è il detto: “L’è sior come Papadopoli”, per dire che uno è molto ricco. Niente di strano quindi che lo stemma di questa famiglia si ritrovi quasi continuamente sulle facciate delle case del nostro percorso.

    Il poliedrico complesso, denominato “Corte Retinella” era composto, oltre che dall’enorme fabbricato rurale, da un edificio padronale posto sulla sinistra del canale, con scuderie ed altri edifici minori contrassegnati dallo stesso stemma. L’immobile, recentemente restaurato, ha assunto la denominazione “Residence Piccola Venezia”.

    Da Retinella in un paio di chilometri si arriva a LOREO (Km.13,5). Qui è d’obbligo fermarsi a guardare almeno la facciata della chiesa di S.Maria Assunta, costruita nel 1675 su disegno di Baldassarre Longhena ed il vicino oratorio della SS. Trinità (anno 1613), destinato alla Confraternita dei Flagellanti che tuttora vi si riuniscono una volta all’anno.

    Si prosegue lungo il canale di Loreo verso TORNOVA, ove si trova la villa Vianelli risalente alla seconda metà del 1700, composta da casa padronale, scuderie, residenze per i salariati, un magazzino ed una cappella gentilizia ora pubblica e dedicata alla Madonna del Rosario. Si raggiunge frattanto l’argine dell’Adige (Km.18,7) ove si possono ancora leggere, incise su una stele marmorea, le tariffe che i barcaioli dovevano pagare nel 1785, per il passaggio della chiusa che collegava l’Adige con il canale di Loreo (Km.18,7).

    La strada prosegue sull’argine destro dell’Adige e quando finiscono le case che la costeggiano dalla parte della campagna, in prossimità del Canale Po di Brondolo, si può vedere, guardando giù verso la campagna, il luogo, rivelato da recenti scavi archeologici, dove si trovava la stazione romana di posta “Fossis”, citata nell’antica tavola stradale peutingeriana e da dove proviene il famoso “oscillum” di terracotta raffigurante un volto demoniaco che aveva la funzione di scacciare gli spiriti cattivi.

    Si arriva quindi alla conca “Cavanella D’Adige Destra” che permette l’immissione del Canale Po di Brondolo nell’Adige (Km.21,9). Dopo meno di un chilometro si trova l’incrocio con la Strada Statale Romea che si attraversa usando naturalmente la massima prudenza (Km.22,8).

    Si scende quindi dall’argine e, passando davanti al ristorante Medioevo, si raggiunge la strada provinciale per ROSAPINETA. Dopo circa sei chilometri, costeggiando valle Morosina, valle Canelle e valle Boccavecchia, si arriva al bivio Rosapineta-Casoni (Km.29,2).

    Si tiene la sinistra e, costeggiando l’Adige, in mezzo ad un boschetto di lecci e di pini domestici, si arriva al mare (Km.31,8).

    Il tempo impiegato è di due ore e mezza, procedendo con molta calma e facendo soste. C’è tutto il tempo per prendere il sole, fare il bagno, riposare. Nel pomeriggio si riprenderà la strada del ritorno.

  • Maurizio e il Po

    Maurizio e il Po

    Il rapporto di Maurizio Barotto con il Po è materia da film, tanto i suoi racconti sono intrisi di immagini dal chiaroscuro potente, che si imprimono nella memoria e si portano dietro l’evocazione di tutto un mondo, il mondo del Po.

    “Da putlet” (da ragazzino) l’era l’avventura. Si partiva in bicicletta per andar a far “al bagn in Po”. Era la nostra sfida di adolescenti. La prova per essere uomini era attraversare il Po. E quelli di noi che lo facevano assumevano un alone, una visibilità. Lo si faceva d’estate quando il Po era in magra e non c’era molto da nuotare. Ma la corrente era comunque impetuosa e si rischiava parecchio”.

    Nell’incipit di questo racconto c’è tutta la magia del Po, che strega chi lo vive e lo ama. Un rapporto che per Maurizio non è mai venuto meno e che resta vivo anche adesso che ha aperto con la moglie Marina un ristorante a Gaiba, ristrutturando un vecchio casale vicino ai ruderi di Corte Caselle. Dalle ampie vetrate vedi il paesaggio e l’argine del Po.

    Ma il suo punto di partenza, la casa natale, è a San Genesio, una frazione dell’entroterra di Stienta. Una chiesa antica, con il suo bel viale, proprio vicino all’azienda agricola del padre. Per S. Biagio (3 febbraio) e l’Assunta (15 agosto) gli abitanti della zona corrono alla Madonna di “San Znis”. Qui da sempre i comunisti hanno rappresentato il 70% della popolazione; ma in quei giorni non sono mai emerse divisioni tra comunisti o democristiani. C’è una tradizione legata ad un luogo, dove il popolo si riconosce nei valori comunitari dei padri, di chi questa terra ha lavorato da secoli,combattendo contro tutto: fame, malattie, miseria, e.. il fiume.

    Già il fiume. Specie dopo l’alluvione del ‘51 è avanzata questa idea truce di un fiume negativo e vendicativo. Anche per motivi di sicurezza, si sono alzati gli argini, si sono cancellate le tracce della familiarità della gente rivierasca con suo fiume: case, osterie, borghi, lavori in golena, manutenzione delle sponde, cura dei boschi, guardianeria. E si è finito per interrompere il rapporto viscerale col Po, che faceva parte della vita di ogni rivierasco. Non pensando che in questo modo si andavano perdendo per strada non tanto alcuni modi di vita ma veri pezzi di identità.

    Però c’è chi si ribella e, con scelte di vita controcorrente, di quella identità, di quella storia continua a portare il vessillo. Tra questi Maurizio.

    Attorno a lui, al suo vigore di quarantenne taciturno e caparbio, si aggirano altri personaggi in sintonia: Luigi Rovigatti da Gaiba, “il Re dell’Eridano”; Lucio Pavasini da Occhiobello, maestro d’ascia e di tante altre manualità di precisione; “Marcel du brusor”, il Ligabue di Stienta.

    Le passioni della vita si srotolano “longa Po”.

    “La prima volta che ho fatto l’amore, l’ho fatto “longa Po, sota l’arzan” in una fredda giornata di febbraio. Ci siamo stesi sul “loden”. “Poi un giorno ho trovato sull’isola il relitto di un “batel sfundà”. Sotto la guida di Luigi, l’abbiamo trascinato in terra, portato a casa mia e riparato. E’ così che ho imparato a restaurare barche da Po. A restauro finito, Marcel du brusor mi ha dipinto a mezzo ponte due leoni che si guardavano. Ho poi messo la vela, fatta con due lenzuola matrimoniali in canapa (stupende), rubate al corredo di mia madre”. “E da allora è stata fatta!”: che è espressione dialettale per dire che il destino era tracciato.

    Nella linea della vita di Maurizio il rapporto con il Po doveva diventare una costante irrinunciabile. “Sono diventato uomo, ho girato in lungo e in largo, ho cavalcato le onde dell’oceano. Ma quando torno a casa, la prima persona che vado a trovare “l’è al me Po”.

    Maurizio, un personaggio emblematico della riva sinistra del Po. Mi ricordo la prima volta che l’ho visto. Non lo conoscevo ancora. Ho visto da lontano un giovane aitante e vigoroso, capelli al vento, andare a cavallo sulla battigia della spiaggia della Golena Bonello tra Stienta e Gaiba.

    La passione dei cavalli, dopo quella delle barche, si coniuga sempre al fiume. E da passione diventa lavoro. E’ così che Maurizio apre un maneggio. Arriva gente anche da lontano, attratta dal gusto di cavalcare in riva ad un grande fiume.

    Poi un’altra avventura, il ristorante, anch’esso in riva la Po, nella golena Bonello (da cui prende il nome). Qui è Marina, la moglie, ad assumere un ruolo decisivo. Pinzin, cappelletti, anatra e oca, pane e salame fatti in casa in un ambiente di charme. Conclusa la storia in golena, dall’agosto 2006 apre un nuovo ristorante, stavolta di qua dall’argine, a Gaiba, ma conservando il nome “Bonello”, sempre con la moglie in primo piano.

    Accanto al ristorante, il laboratorio dove Maurizio restaura barche. Ha quasi finito una “batanina” per un ferrarese appassionato, cultore di voga alla veneta, mentre fuori campeggia sui cavalletti un maestoso burchiello, che gli ha preso tante giornate e tante ancora gliene prenderà.

    Da maestro d’ascia ad artista del legno tout court il passo è breve. E Maurizio l’ha fatto. Bassorilievi e sculture lignee sono la continuazione di quel bisogno di espressività che ha imparato a coltivare dal momento in cui è entrato a contatto con “al batel sfundà” sull’isola del Po.

    Quanto è cambiato il Po in questi anni? -gli chiedo.

    Sostanzialmente è cambiato il rapporto con la gente. Da amico il Po è diventato nemico o, nella migliore delle ipotesi, un estraneo. Dal punto di vista ambientale, in Po non ci sono più storioni, anguille, pesci piccoli da frittura, pesce gatto, tinche. Ci sono ancora cefali in quantità, da aprile a settembre, e nuovi pesci come la brema (abramide) e siluri. Però l’acqua negli ultimi tempi sta migliorando, è più pulita.

    Possibile, dico io, che non ci si decida in Polesine a porsi definitivamente l’obiettivo di valorizzare non solo il Delta ma la grande risorsa costituita dal corso dei grandi fiumi che abbiamo, perseguendo in primo luogo la balneabilità del Po? Un obiettivo così chiaro impegnerebbe tutti alla ricerca di soluzioni ai problemi a monte sulla qualità delle acque e all’impostazione progettuale di infrastrutture per una corretta ed economica fruizione dei fiumi lungo il corso polesano.

    Mentre saluto Maurizio, non posso non ricordare quel giorno che gli ho portato la giornalista e il fotografo del Venerdì di Repubblica e lui, insieme a Luigi, ci ha portato a fare un giro in barca, partendo dall’attracco di Gaiba. E fu lo spettacolo dei pesci volanti, cefali abilmente provocati dalla coppia Luigi/Maurizio che cadevano in testa agli impauriti e inconsapevoli ospiti. E l’altra volta, quando venni con il gruppo Ctg per la Camminata in golena Bonello e Maurizio quel giorno aveva chiamato amici ferraresi per una battuta di pesca sul fiume, pesce poi cotto da lui stesso sulle braci di legna del Po e consumato fragrante nel rifugio del pontile.

    Dovevo parlare di un itinerario. Ma questa intervista a Maurizio è essa stessa un itinerario. S.Genesio, Zampine, Stienta, Gaiba, Bonello, pontile di Gaiba, personaggi rivieraschi, i barchini da Po, la voga alla veneta, le specialità gastronomiche, che in questa zona hanno forti radici nella tradizione famigliare e che la moglie di Maurizio porta avanti con scelte sapienti nel suo ristorante.

    A piedi, in bicicletta,a cavallo, in barca. Più che un itinerario è un mondo. Tutto da scoprire. Per informazioni ed escursioni in zona può essere utile telefonare al CeDi (0425/21530).

  • Nel territorio di Arquà Polesine

    Nel territorio di Arquà Polesine

    Dopo la sosta presso il castello (vedasi Ventaglio n.33 pag.8), scattate alcune foto, riprendiamo il nostro itinerario raggiungendo il sestiere SAN MARCO, riferimento della contrada dei “redinari”, anche questo caratterizzato da un tempietto. E’ l’Oratorio di S. Marco, in cotto con inserimenti di marmo bianco sul portale e nelle fasce di contorno. La costruzione si presenta alquanto moderna, realizzata nel 1947 per sostituire il precedente edificio distrutto in un bombardamento nel corso della seconda guerra mondiale.

    Raggiungiamo frattanto il Canalbianco che, in seguito ai lavori per renderlo navigabile, corre rettilineo trattenuto da sponde verdeggianti. Transitiamo lungo via VAL MOLIN SUPERIORE, toponimo che indica l’antica presenza di una valle, presso la quale doveva trovarsi un mulino. Oggi l’attenzione viene attratta da una struttura rosa, che scopriamo essere l’idrovora Bussari, realizzata per scaricare artificialmente nel Canalbianco le acque piovane raccolte nella zona a nord del fiume, ed in questo immesse mediante un sistema di pompaggio necessario per superare il dislivello del canale di raccolta che scorre ad una quota inferiore. Dalla sommità arginale si scorgono varie fattorie e case rurali, alcune in stato di abbandono nonostante la dignità architettonica che le caratterizza.

    Percorriamo la strada arginale seguendo il flusso della corrente fino a raggiungere Villa Torelli-Rossi, di cui si può cogliere l’eleganza delle forme nonostante la facciata sia parzialmente occultata dalle belle piante del parco. Di origine quattrocentesca, probabilmente nata come casino di caccia al tempo degli Estensi, appartenne alla nobile famiglia Turolla che a fine del XV secolo mutò il cognome in Torelli. La struttura fu soggetta a varie modifiche nel succedersi dei secoli, specie nell’Ottocento quando divenne proprietà del rodigino Eugenio Minelli e dei suoi fratelli. A questo periodo risale la doppia scala che porta al piano nobile, a cui si accede da un portale centinato sormontato da un mascherone con volto di guerriero. Piacevole il gioco delle finestre sulla facciata: quelle del piano nobile presentano un arco a tutto sesto, mentre eleganti oculi a forma ellittica danno luce al sottotetto.

    L’itinenario procede lungo la riva del Canalbianco, verdeggiante per la presenza di numerose piante nate spontaneamente vicino alla corrente del fiume. Raggiungiamo frattanto il ponte sulla trafficata strada statale 16 Rovigo-Ferrara. Oltre il corso d’acqua, sulla riva destra, si trova una limitata porzione del territorio comunale di Arquà (residuo del periodo in cui il Canalbianco, prima della rettifica, correva più a sud). In questa piccola area sono sorti impianti legati alla fruizione sportiva e ricreativa del fiume, come il Centro Remiero, la darsena per diportisti nautici di Porto Bussari, nonché, in tempi recentissimi, il moderno Ostello Canalbianco indovinato punto di accoglienza del turismo giovanile e sportivo nel medio Polesine.

    Ritorniamo frattanto sulla riva sinistra del fiume, dopo aver notato, nei pressi del ponte, una targa che indica il passaggio del 45° parallelo; informazione che ci ricorda come il Polesine sia collocato al centro della zona temperata dell’emisfero settentrionale della terra. Il percorso riprende in via VAL MOLIN INFERIORE, passando davanti alla recentemente restaurata Casa Cattozzo, dalle origini settecentesche, un tempo facente parte di un ampio complesso rurale di proprietà dei rodigini conti Casalini, di cui l’edificio considerato costituiva probabilmente la casa del fattore. Una sobria eleganza caratterizza la facciata, percorsa da due simmetriche canne fumarie spostate ai lati, determinando la presenza delle aperture (porte e finestre) soprattutto nella zona centrale.

    La tappa successiva è presso il verde triangolo su cui sorge l’Oratorio della B. V. del Carmine di Valmolin, risalente alla prima metà dell’ottocento ma ricostruito nel 1950. Il luogo, silenzioso e appartato, conserva la poesia della campagna, ed è difficile immaginare che a poche centinaia di metri, occultato da alberi, sorge il nucleo industriale di Arquà avviato dall’Irsap, industria nota a livello mondiale per la costruzione di radiatori per il riscaldamento.

    Lasciamo frattanto l’argine, seguendo la strada che circoscrive l’area industriale dove, eminente sulla vasta campagna, sorge Casa Turolla-Paparella.

    Casa Turolla-Paparella. Edificio non privo di eleganza, dominato da due comignoli a dado con cui culminano due elevate canne fumarie. Queste corrono lungo la facciata evidenziando la parte centrale della costruzione, ove si raccolgono la maggior parte delle finestre e due porte sovrapposte (ingresso e balcone) centinate. Aderente al fianco destro è presente un rustico, quale ricovero attrezzi della campagna.

    Proseguiamo l’itinerario che, superando nuovamente la statale ci riporta verso il centro di Arquà. Prima di imboccare il ponte che passa sopra la linea ferroviaria, deviamo a destra per raggiungere Ca’ Pascoli, fattoria di origini settecentesche, isolata nella campagna, oggetto di un recente restauro che ha messo in evidenza la lineare ed armonica facciata a mezzogiorno dell’abitazione, preceduta da un’ampia aia mattonata ed affiancata da una bella barchessa a tre arcate. Un altro edificio rustico chiude la corte ad est, mentre sul retro si stende la campagna coltivata.

    Tornati sulla via principale, superato il cavalcavia, imbocchiamo la strada a destra, per sostare presso la cancellata di accesso di Villa Canato-Pasqualini, edificio storico di tradizioni secolari, costruito come casino di caccia al tempo del dominio estense e a lungo appartenuto alla famiglia Durazzo. Un accurato restauro, portato a compimento negli anni sessanta, ha ridato all’immobile l’aspetto originario in mattoni a vista, secondo la tradizione ferrarese. La facciata lineare si presenta arricchita da due elaborati camini che si innalzano maestosi sopra il tetto. Sei eleganti oculi si aprono sotto la cornice dentellata del sottotetto, mentre uno zoccolo sporgente sostiene la parte più bassa dell’edificio, al cui centro sorge una doppia scalinata che dà accesso al piano nobile.

    Un ampio parco, realizzato nel XIX secolo seguendo i canoni della tradizione romantica, circonda l’abitazione, presentando una torretta neogotica, camminamenti suggestivi tra il verde e alcuni reperti archeologici. Il tutto è cinto da un’alta mura, realizzata nel settecento, che assicura una adeguata privacy a chi soggiorna nell’antico casino di caccia estense.

    La tappa successiva è dopo un centinaio di metri, ove, sulla destra, sorge Ca’ Gagliarda, lineare abitazione, sviluppata orizzontalmente, che si rifà alla tipologia cinquecentesca, anche se è ipotizzabile che la costruzione sia di epoca successiva. Un’ampia aia pavimentata in cotto precede il caseggiato, un tempo probabile destinazione del fattore. Una barchessa con tre arcate parzialmente tamponate e due rustici completano il complesso rurale.

    Proseguendo lungo la via si apre, ampia e soleggiata, Corte Suriani nei pressi del ponte che, valicando la Transpolesana, ci riporta a Cornè, dopo aver descritto un percorso circolare che ci ha permesso di conoscere significativi aspetti ambientali, storici ed architettonici del comune di Arquà Polesine.

  • Lungo “El stradon dei Frati”

    Lungo “El stradon dei Frati”

    Continuano con successo le passeggiate del G.T.G. in Polesine, occasioni per scoprire luoghi, sconosciuti ai più, e per cementare amicizie fondate sulla condivisione di ideali di rispetto e promozione del territorio.

    Ebbene anche chi scrive è stato coinvolto per fungere da guida ad una di queste escursioni pedestri che si è sviluppata da Villanova Marchesana alla Possionanza di Bellombra, raggiunta percorrendo l’antico “Stradon dei Frati”, che ha inizio nella località Cisimatti, detta anche Sisimati, luoghi facenti parte delle antiche proprietà dei monaci Certosini.

    L’appuntamento per la partenza è stato stabilito a VILLANOVA MARCHESANA, nella golena del grande fiume, presso l’Oasi degli Amici del Po. Dopo l’incontro festoso con i partecipanti all’escursione, scattate alcune foto dell’ambiente fluviale, abbiamo dato il via alla nostra camminata raggiungendo la vicina chiesa di S.M. Assunta, edificio eretto all’inizio del XVII secolo su una proprietà del nobile Sebastiano Fiaschi.

    La zona rivierasca per secoli ha fatto parte del territorio estense, come ricorda il toponimo “Marchesana”, ossia del marchese Nicolò III d’Este che acquistò in zona ampi possedimenti. Dopo la morte di Alfonso II d’Este (1597) senza eredi diretti, all’epoca dell’erezione della chiesa, la zona era da poco passata con tutti i territori del ducato sotto lo Stato Pontificio e la parrocchia era retta dal rev. Don Orazio Boccato. Spiritualmente la chiesa era comunque inserita nella diocesi di Adria, e ciò era stato definito dopo un annoso contrasto tra il vescovo di Adria e i monaci Certosini di Ferrara che, in base ad un’investitura di Borso d’Este, avevano per qualche tempo goduto del diritto di giuspatronato nella nomina dei parroci di Villanova Marchesana.

    La chiesa fu sottoposta ad un radicale intervento di riedificazione a fine del ‘700, mantenendo comunque una chiara impronta ferrarese, venendo inaugurata dal vescovo Arnaldo Speroni nel 1788. Il campanile è invece quello originario eretto a metà del ‘600.

    I Certosini, esclusi dalla gestione diretta della chiesa, mantennero comunque in zona, oltre ad ampi possedimenti agricoli, un piccolo convento con l’oratorio della B.V. del Pilastro presso cui si trovava un’immagine della Madonna ritenuta miracolosa. E proprio alla volta di questo oratorio, in località Sisimati, distante circa due chilometri, riprende il cammino della numerosa comitiva, formata da circa 30 persone. Raggiungiamo pertanto la chiesetta, oggi chiamata semplicemente Oratorio Sisimati, probabilmente sorto sulla linea di demarcazione tra la Serenissima Repubblica Veneta e lo Stato Pontificio: zona di confine dunque e quindi zona di Pilastri confinarii, da cui deriverebbe il doppio etimo attribuito all’oratorio. Di immediata comprensione quello del “Pilastro”, meno comune quello di “Cisimati” in cui si intravede l’origine dal greco skima, latino scindo, ovvero divisione, separazione.

    La certezza dell’antica esistenza dell’oratorio viene certificata da una mappa del Polesine datata 1563 a cura del cartografo Cristoforo Sorte, consultabile presso l’Archivio di Stato di Modena. Esiste inoltre una documentazione vescovile che testimonia una vita non sempre facile dell’oratorio. Infatti nel 1603 il vescovo Peroto lo descrive con tre porte d’entrata e quattro altari, mentre un secolo dopo, nel 1710, il vescovo Vaira lo trova con un solo altare dedicato a S.Brunone, fondatore dell’Ordine Certosino.

    Dopo la conquista del territorio da parte di Napoleone e la soppressione di molti ordini religiosi, dal 1807 l’oratorio passa in proprietà alla famiglia Rosada, poi Viviani e successivamente Poletto, finché nel 1984 diviene proprietà della chiesa che ne decide il restauro, viste le penose condizioni in cui si trovava, essendo nel frattempo sparite una dozzina di artistiche statuette in legno di fattura artigianale, mentre erano da poco stati portati al sicuro i quadri della Via Crucis. Alla nutrita comitiva di camminatori polesani l’oratorio si presenta pertanto in buone condizioni, con un’elegante frontone, una sola porta d’entrata ed un solo altare fiancheggiato da due colonne ioniche.

    Dopo la visita del tempietto, resa possibile dalla gentile disponibilità del parroco don Danilo Siviero e del sig. Sante Paletto, attuale custode, si riprende l’itinerario.

    Si cammina lungo l’antico “Stradone dei Frati”, con tratti ancora acciottolati, una via rilevata rispetto alla campagna per garantire la percorribilità anche quando le zone circostanti, costituite da bassure, si presentavano allagate. Lo stradone costeggia lo scolo Crespino in un paesaggio tipicamente agreste, contornato da siepi e piante autoctone. Si vedono ancora campi ondulati, sotto cui probabilmente sono presenti resti di interesse archeologico.

    E’ il regno delle ampie corti rurali: corte Bragato, ancora dotata di un grazioso oratorio privato, poi corte Vallette, il cui toponimo rimanda alla presenza un tempo di estese valli. Raggiungiamo frattanto corte Dallavilla, dove abbiamo la gradita sorpresa di una speciale accoglienza con uno spuntino a base di salame fatto in casa, formaggio del pastore, pane biscotto e vino clinto. Che atmosfera! Un magico momento di vera ospitalità polesana! Ed il patriarca sig. Giovanni Dallavilla ci tiene a sottolineare la sua provenienza da Canalnovo, forse anche in onore della guida del gruppo che, come ben sanno gli amici, è appunto di Canalnovo.

    Dopo l’apprezzato intervallo riprende l’itinerario lungo lo “stradone”, antica e sinuosa strada rialzata che emerge nella vasta campagna. Una breve sosta è d’obbligo nel punto in cui passava la via Annia: si intravedono i resti di quello che doveva essere un bel ponte romano a schiena d’asino.

    Appare frattanto ai nostri occhi il grande fienile ove si legge il nome dell’antica corte Possionanza (o Passionanza come è meglio conosciuta) presso cui sorge la omonima trattoria, meta conclusiva del nostro itinerario. Qui incontriamo alcuni ospiti “foresti”, con cui intrecciamo alcune positive valutazioni della zona, che si concludono con una loro gradita osservazione che mi piace qui riportare: “Polesine sconosciuto e meraviglioso che merita maggiore attenzione e tutela”.

  • Pizzon, completato il recupero

    Pizzon, completato il recupero

    Un nuovo importante tassello nel processo di valorizzazione turistica del Polesine è stato raggiunto con la riqualificazione del Pizzon di Fratta. Un intervento avviato da qualche anno con il recupero della struttura dello storico mulino, seguito ultimamente dalla realizzazione di un attracco per imbarcazioni di turisti incentivati a seguire la via fluviale del Canalbianco e dal restauro del bacino idraulico con la riattivazione del condotto d’acqua un tempo insostituibile per fornire l’energia motrice necessaria per azionare gli ingranaggi del mulino.

    Questi ultimi due interventi, realizzati dal “Consorzio di Bonifica Polesine Adige Canalbianco”, col il sostegno del G.A.L. “Polesine Delta del Po” nell’ambito di un’azione di valorizzazione del patrimonio turistico rurale, sono costati complessivamente 92.845 euro.

    L’attracco fluviale è costituito da un pontile con tavole di legno alloggiate in una struttura in acciaio zincato sorretta da 8 pali infissi nell’alveo del Canalbianco in prossimità della riva.

    Il ripristino del percorso delle acque, con il rifacimento della canaletta un tempo necessaria per offrire la forza motrice del Mulinon, ha comportato il pieno recupero architettonico del complesso idraulico posto nel punto di sbocco dello Scortico nel Canalbianco. Un’opera che permette di apprezzare appieno le strutture ripristinate, anche grazie all’installazione di parapetti metallici che assicurano la possibilità ai visitatori di muoversi senza alcun pericolo fino ai vecchi meccanismi restaurati.

    L’inaugurazione dell’attracco fluviale e del bacino restaurato si è svolta lo scorso 16 marzo, con il fatidico taglio del nastro, immortalato dalla foto che ritrae il presidente del GAL Francesco Peratello, il sindaco di Fratta Riccardo Resini, l’assessore provinciale Laura Negri, il presidente del Consorzio di Bonifica Marino Bianchi e il direttore Carlo Piombo. Espressioni di viva soddisfazione da parte delle autorità provinciali e comunali presenti, oltre che dai protagonisti degli interventi, i quali hanno illustrato le realizzazioni portate a compimento con una intelligente azione sinergica. Raggiunto dunque l’obiettivo di valorizzare e rivitalizzare il Pizzon di Fratta, nuovo importante polo di promozione turistica e culturale del Polesine.

  • Destinazione il Pizzon di Fratta

    Destinazione il Pizzon di Fratta

    La “Via delle idrovore” che abbiamo individuato partendo dall’Amolara di Adria per poi sostare presso il Borgo di Voltascirocco ed iniziare la risalita del Canalbianco fino a Baricetta (vedi Ventaglio n. 34),continua costeggiando il fiume, seguendo un itinerario con destinazione il Pizzon, località particolarissima nel Comune di Fratta Polesine, caratterizzata dal salto d’acqua dello Scortico che, dopo aver attraversato il centro di Fratta, qui si getta nel Canalbianco.

    Il tragitto da Baricetta di Adria al Pizzon di Fratta è davvero particolare, un excursus pieno nel paesaggio polesano-doc, fatto di natura, golene, boschi, porti e conche, ma anche di uomo a contatto col fiume e, quindi, di abitazioni tipiche, di corti rurali, di orti sulle rive, di legnaie, di pesca, di piccole barche e tanta campagna a perdita d’occhio.

    E’ un viaggio della distensione, dove il Polesine mostra il cuore di sé, il distillato del proprio essere, la sua marginalità, il suo essere “fuori” che è parte della sua essenza.

    Lungo il percorso di quella che abbiamo individuato come “Via delle Idrovore” è d’obbligo una sosta sulla riva sinistra del Canalbianco presso l’Idrovora Ponti Alti nella frazione rodigina di S. Apollinare. Si tratta di una delle più moderne e potenti idrovore (potenzialità di sollevamento di 15,6 mc/sec.) che tiene all’asciutto il Comune di Rovigo capoluogo, Costa, Villamarzana e Arquà Polesine.

    Scattata una foto, riprendiamo l’itinerario superando la zona Bosco del Monaco (il toponimo indica l’antico legame della località alla scomparsa Abbazia di Gavello) per raggiungere ad Arquà Polesine, ancora sulla riva sinistra, l’Idrovora Bussari. Essa convoglia in Canalbianco le acque di un’area ancora più vasta (circa 10.000 ha) comprendente 11 Comuni (da Arquà a Badia Polesine) e 4 canali di bonifica (Valdentro, Vespara, Borsea, Canda).

    Ripreso il percorso, il Canalbianco ci stupisce ancora una volta per incontri suggestivi con l’ambiente, caratterizzato dalla presenza di importanti costruzioni del passato: tra tutte sulla riva destra abbiamo modo di apprezzare, fresca di un recente intervento di restauro, Cà Bernarda, antica corte padronale (sec.XVII) allineata lungo il fiume, con palazzo su tre piani al centro, ad ovest barchessa con portico che si apre sul fronte meridionale scandito da 5 arcate, ad est l’oratorio ed edifici rustici.

    Raggiungiamo frattanto la località Paolino (dal nome della moneta necessaria a passare il fiume quando questo fungeva da confine di Stato) per tornare sulla riva sinistra verso Fratta Polesine, paese che si presenta come un autentico scrigno di storia, con testimonianze dell’età del bronzo, delle prime bonifiche, dei Carbonari, di Giacomo Matteotti. Località ricca di nobiliari dimore venete, tra cui campeggia la bellissima Villa Badoer, perla di Andrea Palladio. Ma noi ci fermiamo per ora lungo il fiume per scoprire tutta la magia del Pizzon.

    Ci troviamo alla confluenza dello Scortico col Canalbianco. Il corso d’acqua proveniente da Fratta si immette nel Canalbianco mediante un salto d’acqua e qui è ubicato un grande mulino ottocentesco che ne sfruttava l’energia. E’ merito della coop.Turismo & Cultura se possiamo ancora ammirarlo, visto che ne ha promosso e realizzato il restauro, evitando l’abbattimento e delineando un progetto di gestione economico-culturale, con finalità di valorizzazione turistica del luogo.

    Scortico e Tartaro-Canalbianco erano vie navigabili di collegamento tra Adige e Po probabilmente già nell’antichità per intervento dei Romani. In tempi meno remoti, la Repubblica Veneta per superare il salto d’acqua aveva costruito due conche di navigazione, tuttora presenti anche se non attualmente funzionanti. Venezia era già intervenuta con i propri tecnici nel 1560 e nel 1592 per costruire, poco a monte, sempre sullo Scortico, due ponti-canale (o botti) sotterranei per liberare le acque degli scoli di bonifica Valdentro e Vespara portandole verso il Canalbianco con lunghi condotti inferiori. Si tratta di due preziose opere di archeologia industriale, le uniche del genere costruite nel XVI sec. che mantengono tuttora integra la loro funzione senza aver subito modifiche sostanziali.

    E di archeologia industriale si può parlare anche per il mulino del Pizzon, costruzione davvero unica non solo perché, a differenza delle altre coeve, è stata l’unica a salvarsi e ad essere visitabile grazie all’importante iniziativa di recupero, ma anche perché nella storia del Polesine la maggior parte dei mulini erano galleggianti sulle acque dei fiumi. Il mulino del Pizzon, detto anche il “Mulinon” è dunque l’unico mulino “terragno” superstite, ovviamente non più funzionante, ma importante testimonianza del passato, di cui sono tutt’oggi visibili ed apprezzabili le soluzioni adottate per garantirne il funzionamento.

    Se l’esterno è da luogo di confine, l’interno del mulino sfodera infatti il fascino di un monumento di archeologia industriale di quasi due secoli perfettamente conservato, con opere di alta carpenteria lignea, meccanica e idraulica. Misurati pannelli didattici spiegano la funzione delle macchine e il percorso molitorio. Si respira aria di un’economia e di un mondo che non c’è più.

    Oltre che seguendo la strada lungo il Canalbianco o quella che da Fratta porta a Pincara, al Pizzon si può arrivare anche in barca (il Canalbianco è la via navigabile Venezia-Mantova), sfruttando l’attracco fluviale recentemente inaugurato. E alla visita può seguire una sosta per il pranzo o la cena. Il menù servito dalla Locanda annessa al mulino, è in linea con questa atmosfera: salame e vino di casa, maltagliati coi fagioli, granone alle erbe di campo, pinza onta e pinza alla munara di Stienta, pane e grissini del forno locale, biscotti da intingere. La grande casa del mugnaio è stata ristrutturata ed ora si può pernottare in stanza con bagno, col rumore lieve della cascatella. In Polesine è più di una scoperta!

    L’ecomuseo Mulino al Pizzon è anche luogo di attività culturali (serate di poesia, mostre d’arte) e di divulgazione scientifica, essendosi da poco attivato, tramite apposito Protocollo d’Intesa tra Turismo & Cultura e Assessorato all’Ambiente della Provincia di Rovigo, il Cedeap-Centro per la Divulgazione delle Energie Alternative, con possibilità di visitare l’allestenda piccola centrale idroelettrica e l’impianto fotovoltaico dimostrativo.

    Alla fine di questo excursus in due puntate, possiamo dire che in Polesine, inseguire idrovore è un modo singolarmente fruttuoso di scoprire un territorio inedito, pieno di sorprese e di ambienti che sono la vera originale caratteristica di questa terra dominata dai fiumi.

  • Il misterioso cuore del Delta

    Il misterioso cuore del Delta

    “Sto riflettendo sul perché le mie fotografie siano venute piuttosto male, non avevo capito, nello scattarle, che il Delta è un luogo così diverso perché è fatto d’acqua e di luce, dove i due impalpabili elementi si rincorrono per poi fondersi in combinazioni sempre diverse, influenzandosi a vicenda e la terra gioca il ruolo marginale di una piccola riga sulla linea dell’orizzonte, che delimita con discrezione lo spazio. È forse questa l’originale essenza del Delta, forse più del suo panorama rigorosamente schiacciato sulla linea dell’orizzonte”.

    E’ il contenuto di una lettera tra le tante, tutte significative, che Michele Barini, personaggio emblematico del delta del Po, conserva gelosamente nella sua barca-dimora stabilmente ormeggiata a Gorino Sullam, presso il ponte di barche che congiunge le due rive del Po di Gnocca. Lì accanto un’imbarcazione di dimensioni ridotte, con la quale Michele può muoversi agevolmente lungo il fiume per raggiungere le lagune dove le acque dolci si mescolano a quelle marine.

    Un ambiente magico dove, a bordo della sua barca, Michele può insinuarsi, in compagnia di amici vecchi o nuovi, lungo stretti “paradeli” oppure sostare negli slarghi che si aprono improvvisi tra i canneti.

    “Il misterioso cuore del Delta – continua la lettera – visto dall’interno della sua barca, lascia un ricordo indelebile, inquietante, un bisogno di tornare a vederlo per qualche ora: un vero e proprio “mal di Delta”. Ho vissuto, grazie a lei, caro cavaliere, il fascino di quei luoghi per tre ore, e ora cerco di immaginarlo nel suo perenne mutare aspetto: la luce che cambia quando il vento increspa l’acqua, quando filtra e risplende tra la nebbia di un’alba autunnale o sotto il cielo plumbeo durante un’abbondante nevicata o sotto la pioggia, per non dire poi di una gita in barca alla luce della luna.

    È da rivedersi con più calma nella sua struggente essenza che invita alla solitudine e alla meditazione. Quegli spazi argentei, lattei e infiniti che improvvisamente si aprono tra il verde della teoria di canne, svelano una fitta quanto inattesa popolazione di uccelli per poi ripiombare e richiudersi improvvisamente nel folto delle onnipresenti canne.

    Tutto pullula di vita nel Delta nell’eterno alternarsi del dramma di soccombere e la vittoria di sopravvivere. Stare lì da solo non dovrebbe dare la stessa impressione di solitudine che dà la montagna: su quell’acqua, tra quelle canne, ci si sente sempre osservati, temuti, scrutati.

    Una garzetta cammina nell’acqua col suo elegante passo da trampoliere, discosta solo pochi metri dalla nostra barca, indicandoci che il fondo è a pochi centimetri dalla superficie e che la nostra barca non si incaglia solo grazie alla sapiente guida del traghettatore.

    Mio figlio, viste le fotografie, vuole venire a vedere quei luoghi, compatibilmente con i suoi molti impegni di lavoro e di musica. Spero di poter usufruire ancora una volta della sua indimenticabile guida appassionata, dotta e brillante, vivacizzata da comprensibilissime espressioni dialettali, sapientemente condotta sul filo di ricordi personali che sono uno spaccato della situazione economica e sociale del tempo passato: (“papà non voglio più mangiare pesce”, allora sulla mensa comparve un gabbiano… che sapeva di pesce pure lui…).

    Il Delta, come tutto il nostro patrimonio ambientale, artistico e culturale corre dei rischi mortali, ma finché ci saranno persone come lei, ci sarà sempre una concreta speranza di poterli tramandare ai nostri figli e nipoti.

    Con stima e riconoscenza”…

    Sono tante le persone che, come il sensibile turista di Calusco D’Adda (Bergamo), hanno scoperto l’incanto del Delta grazie a Michele Barini, personaggio inconfondibile, tra i pochissimi in grado di far comprendere l’unicità del territorio reso vitale dalla foce del fiume e di farlo amare profondamente.

    Di un uomo si dice che è legato alla sua terra, di Michele si può dire invece che è legato ad un fiume, anzi al suo fiume, al Po, ed in particolare a quella zona umida che il fiume forma quando, aprendosi a delta fra acquitrini, canali, specchi d’acqua e canneti, si tuffa nel mare.

    La sua storia parte da lontano, quando, fin da ragazzino, dopo il breve corso di studi inizia, sulle orme paterne, a fare il pescatore nella Sacca degli Scardovari e nel Delta, sul barcagno di famiglia. “Io e mio fratello Mario – racconta Michele – pescavamo anguille che rivendevamo al mercato ittico di Goro o ai privati per guadagnare qualcosa in più”.

    Divenuto successivamente “Passatore”, attività esercitata per vent’anni con un traghetto a pendolo tra le località di S.Giulia e San Rocco, alle foci del Po di Gnocca, e poi responsabile del ponte di barche che aveva sostituito il traghetto, Michele Barini, con la sua straordinaria passione per l’ambiente, ha fatto da pioniere al turismo nel Delta.

    Già negli anni ‘50 ideava le prime escursioni, accompagnando i bambini dell’asilo di S.Giulia sulla sua barca, alla scoperta delle isole che racchiudono il Delta. Fra i tanti ricordi dell’epoca, affiorano netti quelli legati a Don Pierino, parroco di quel piccolo paese, che per ripagarlo dei servizi resi, gli dava formaggini e cioccolata.

    Di mestieri Michele ne ha fatti tanti: pescatore, agricoltore, guida ambientale e turistica, tutti comunque strettamene legati al suo grande amore per il Delta. A migliaia e migliaia di visitatori ha fatto conoscere le bellezze di questa terra, di cui conosce ogni angolo, ogni sfaccettatura. “La passione per il Delta -confessa Michele- io l’ho sempre avuta e per anni l’ho condivisa con il mio grande amico Marino Cacciatori (scomparso nel dicembre 2004) e con Berto Boscolo, il “poeta pescatore”.

    Negli anni Michele è diventato, oltre che un esperto conoscitore del territorio, anche un personaggio emblematico per il Delta. Di lui si sono occupate televisioni estere, locali e nazionali, che nelle loro trasmissioni (Meridiana, Geo, Natura-Avventura) hanno dato ampio rilievo alla sua cultura, alla sua esperienza e ai suoi straordinari racconti: parlano di aironi, di gallinelle d’acqua, di folaghe, di sterne e di uomini. Ha fatto anche spesso da guida a personaggi noti della cultura, della politica, del cinema e dello spettacolo, regalando loro emozioni e sensazioni: Giorgio Almirante, Claudio Villa, Alberto Bevilacqua, Renato Pozzetto, M. Giovanna Elmi, Katia Ricciarelli, Alessandro Cecchi Paone.

    A proposito di Alberto Bevilacqua, lo scrittore-regista di Parma, gli piace ricordare un simpatico episodio: “Era venuto ad Albarella per un premio letterario e Aldo Crivellari, uno degli uomini politici più importanti di quel tempo, lo accompagnò in visita al mio “bilancione”: una barca in cemento, con una casetta sopra, e una grande bilancia per pescare. Avevo catturato un pesce siluro e, pensando di invitarli a mangiare qualcosa insieme, tra me e me andavo dicendo: se porto in tavola anguille e passere fritte, non mangiano più il siluro. Ho deciso, allora, di cucinarlo ai ferri e l’ho servito. A Bevilacqua che mi chiedeva che pesce fosse, l’ho spacciato per coda di rospo di fiume, non volendo confessare la vera natura del pesce pescato perché molti lo ritengono non adatto alla cucina. Ma lui, da buon parmense, pur avendo capito che si trattava di pesce siluro, lo apprezzò molto, tant’è che ne chiese ancora una seconda e una terza volta”.

    Michele è l’uomo del Delta, l’uomo che di questo angolo di mondo ha fatto la sua ragione di vita. Ne conosce tutti i segreti, i movimenti delle acque che si increspano e si rincorrono, i giochi di luce che lo rendono magico e incantato, i suoni, i rumori ed il silenzio che lo popolano.

    Dieci anni fa, nel 1997, su proposta dell’allora Presidente del Consiglio Romano Prodi, dal Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro gli fu conferito il titolo onorifico di “Cavaliere della Repubblica Italiana”, quale premio per una vita dedicata al lavoro.

    Oggi Michele, 74 anni compiuti lo scorso ottobre, si gode i frutti della pensione nella sua casa a Taglio di Po, in compagnia della moglie, la dolcissima signora Giovanna, con cui ha festeggiato qualche mese fa i 50 anni di matrimonio. Ma ogni volta che può, scappa nel suo rifugio, in quel capanno su uno scafo galleggiante, lungo la riva del Po di Gnocca, dove sono gelosamente custoditi momenti di vita, ricordi ed emozioni.

  • Il cammino di San Teobaldo

    Il cammino di San Teobaldo

    Qualche anno fa uno studioso francese, nel corso delle sue ricerche sulla vita di San Teobaldo, venne a conoscenza che la salma del santo riposava nella Chiesa Arcipretale di San Giovanni Battista di Badia Polesine e scrisse all’Arciprete di allora per avere maggiori informazioni. Ne seguì uno scambio epistolare, che si trasformò ben presto in amicizia ed accrebbe la curiosità, per la storia di Badia Polesine e del suo patrono Teobaldo, da parte della Comunità francese di Saint Thibault des Vignes, nella cui chiesa si conserva una reliquia del santo.

    Tali contatti portarono le città di Saint Thibault e di Badia Polesine a sottoscrivere un patto di gemellaggio, mentre a Badia venne nel frattempo fondata l’Associazione Amici di San Teobaldo¹.

    Lo scorso settembre, cogliendo l’occasione dello slogan Le grandi strade della cultura: un valore per l’Europa, proposto dall’Italia per le Giornate Europee del Patrimonio 2007², la Delegazione FAI di Rovigo, l’Associazione Amici di San Teobaldo, il Comune di Badia Polesine (con il patrocinio della Diocesi di Adria e Rovigo, del Dipartimento di Storia dell’Università di Padova, della Provincia di Rovigo ed in collaborazione con il Museo Civico e la Pro Loco) hanno organizzato una giornata di studio con interventi di autorevoli esperti,

    che hanno analizzato il contesto storico religioso in cui visse Teobaldo³ e suggerito una proposta per la realizzazione di un itinerario religioso, culturale, turistico: il cammino di Teobaldo da Provins (sua città natale), a Badia (dove sono conservate le spoglie).

    La giornata badiese ha preso avvio – dopo i saluti del sindaco, Paolo Meneghin, dell’Assessore Provinciale, Laura Negri, dei rappresentanti del FAI Delegazione di Rovigo e di Don Torfino, Parroco dell’Arcipretale – con Mara Barison, che ha accompagnato i partecipanti in un interessante itinerario storico-artistico, che si è snodato lungo le navate della Chiesa, con una sosta davanti al reliquiario di San Teobaldo, di cui sono stati raccontati gli aspetti biografici salienti. Poi Maria Teresa Muraro, dell’Associazione Amici di San Teobaldo, ha concluso la visita alla Parrocchiale, descrivendo dettagliatamente le vicende e l’iconografia della rimaneggiata tela proveniente dal Museo Diocesano di Vicenza, che lo aveva gentilmente concesso in prestito⁴.

    I partecipanti, proseguendo lungo l’itinerario previsto, si sono trasferiti nelle sale del Museo Civico “A.E. Baruffaldi”⁵, dove Padre Francesco Trolese, Direttore della Biblioteca dell’Abbazia di Santa Giustina di Padova, ha descritto, con un’approfondita ed esauriente analisi, l’origine e gli sviluppi dell’Abbazia della Vangadizza, “l’Abbazia del Polesine per antonomasia”⁶. Fu Pietro, abate della Abbazia, “consigliere e maestro nella vita religiosa” di Teobaldo, a rivestire il santo dell’abito monacale e a proporgli la regola del monastero, negli ultimi anni della sua esistenza, là dove Teobaldo si era ritirato a vita eremitica: la vicentina località di Sajanega⁷.

    Precedentemente, già a partire dal 1054, dopo l’incontro con l’eremita Burcardo, Teobaldo aveva preso la decisione di abbandonare “la propria terra e la famiglia e di condurre vita eremitica e di penitenza”, accompagnato dal fedele scudiero Gualtiero.

    Intenzione del pellegrino Teobaldo, come ben evidenziato da Stefania Malavasi, Docente del Dipartimento di Storia dell’Università di Padova, era, senza alcun dubbio, quella di percorrere le “peregrinationes maiores”, ovvero gli itinerari europei verso Santiago de Compostela, Roma e Gerusalemme. Teobaldo riuscì a raggiungere Santiago prima e Roma poi; ma fu costretto ad interrompere, a causa della malferma salute del fido Gualtiero, il suo pellegrinaggio per Gerusalemme in territorio vicentino, a Sajanega, dove morì nel 1066.

    Nel riproporre il “Cammino di San Tebaldo” ai giorni nostri, da Provins a Badia Polesine, interessante è risultata l’ipotesi di contraddistinguere tale “Cammino” con un simbolo (come avviene per Santiago con la conchiglia, per Roma con la chiave, per Gerusalemme con la palma o la croce), da utilizzare lungo il tragitto, ad indicare la destinazione o la provenienza del pellegrino.

    A conclusione degli interventi della mattinata, i partecipanti hanno raggiunto lo splendido refettorio dell’Abbazia della Vangadizza dove, grazie al prezioso contributo della Pro Loco di Badia⁸, è stato predisposto un buffet, nel quale ogni piatto è stato accompagnato dal buon “Pane di San Teobaldo”⁹.

    Il pomeriggio è proseguito con l’intervento dello studioso Sergio Garbato, che ha evocato un percorso storico letterario di grande suggestione, soffermandosi su immagini del Polesine medievale “che trova nell’Abbazia della Vangadizza il suo vertice e nella esangue ombra di San Teobaldo da Provins il suo respiro”.

    Garbato ha ricordato, inoltre, come le spoglie del santo, trafugate dalla Cattedrale di Vicenza¹⁰ nel 1074 per essere trasportate nella chiesa della Vangadizza, furono poi traslate nel 1810 nell’Arcipretale di Badia.

    Infine, dopo la visita con Mara Barison all’ex chiesa della Vangadizza, i convenuti hanno colto l’occasione della giornata quasi primaverile per ripercorrere il tragitto della storica processione in onore del Santo patrono, sino allo Sperone della bova, dove ancora oggi, il primo luglio di ogni anno, avviene la benedizione delle acque dell’Adige.

    Perché non riproporre la “dimenticata” processione? Con questo quesito e con la consegna da parte del FAI di Rovigo di un diario di viaggio ai relatori, da “portare lungo le strade della cultura”, si è chiusa la giornata, ricordando le parole di Ruben Blades: il senso del viaggio sta nel fermarsi ad ascoltare chiunque abbia una storia da raccontare.

  • La Confraternita del Bavarolo

    La Confraternita del Bavarolo

    Dopo la pausa estiva, che ha visto i rappresentanti della Confraternita del Bavarolo presenti in diverse manifestazioni sia nel territorio Polesano che in altre province, in ottobre gli associati si sono ritrovati presso la propria sede sociale "Il Borgo La Romanina". La serata d’autunno è stata dedicata ai "funghi" in collaborazione con il Gruppo Micologico “Bresadola”, di Rovigo, da oltre trent’anni presente in Polesine, appassionatamente guidato dal suo presidente Natalino Allegro

    Oltre novanta Confratelli e Consorelle Senior e Junior hanno partecipato alla serata del tutto particolare dove il trionfo del fungo è stato completato dallo Chef de “Il Borgo la Romanina” che ha preparato delle pietanze suggestive e di grande bontà per l’attento palato dei presenti.

    Come è oramai consuetudine, l’accoglienza è stata organizzata dal terzetto dei consiglieri-cassieri Ravarra, Barbato e Rossi indirizzando i convenuti verso il ricco e variopinto buffet dove erano presenti i formaggi come il Montasio, Vezzena, Pecorino Grana accompagnati da una serie di confetture, poi vi era il fior di latte ai semi di papavero, fagottini di bresaola con mousse di formaggio, insalata di poecino nero, strudel di porcini e taleggio, polentina con misto di funghi freschi, focaccia, salame polesano e frittatine con finferli e verdurine di stagione.

    E’ seguita la cena nello stupendo nuovo salone del piano terra dove l’accoglienza è dettata da un uso attento e puntuale dei materiali da costruzione naturali sapientemente coordinati. Il Padre Guardiano Ugo Fiocchi ha rivolto un caloroso e simpatico saluto di accoglienza ai presenti, porgendo un sentito ringraziamento al presidente del Gruppo Micologico “Bresadola”, Natalino Allegro e ricordando poi la recente visita di una delegazione dei Confratelli del Roero, giunta a Rovigo per organizzare in primavera una nuova escursione in Polesine, visto che la volta scorsa ne erano rimasti affascinati.

    Fra i primi ed i secondi piatti il gran maestro dell’accoglienza Checchinato ha presentato a grandi linee il Guppo Micologico, informando poi i presenti delle nuove iniziative della Confraternita, con particolare riferimento alla prossima inaugurazione del completamento de "Il Borgo La Romanina", punto d’orgoglio per la Confraternita stessa.

    La parola è poi passata al presidente della “Brasadola” Natalino Allegro che ha ricordato gli anni di attività del Gruppo Micologico, spiegando l’importanza dei funghi nell’ecosistema naturale e quanto siano necessari per la vita di altre specie. Con grande passione ha informato che in tutto il mondo esistono più di 30.000 specie di funghi, sottolineando come i nomi dati ai funghi siano in latino, e sono anche gli unici nel panorama culturale mondiale che vengono catalogati così, utilizzando una specie di linguaggio mondiale dei micologi.

    Ampi consensi per la cena davvero gustosa e per gli interventi succedutesi fino al momento delle vestizioni di nuovi Confratelli e Consorelle e fra questi proprio lo stesso Natalino Allegro. Importante è stato l’intervento del Padre Guardiano dei Giovani della Confraternita, Matteo Peretto, che ha illustrato il programma con prima uscita domenica 4 novembre presso l’Azienda Agricola Valle di Rigoni Alberto a Borgo di Papozze.

    Nel corso di tutta la serata e durante la nomina dei nuovi Confratelli e Consorelle i due Consiglieri fotografi ufficiali Ravarra e Rondina, come è loro consolidata professionalità, hanno prodotto un nutrito servizio fotografico. E’ stata questa l’occasione per ricordare recenti iniziative ottimamente riuscite, come quella dedicata ai 150 anni della trattoria “Al Ponte” di Lusia e quella del gemellaggio con la Confraternita del Roero.

    La serata si è conclusa con un divertito saluto del Padre Guardiano Ugo Fiocchi, che poi ha ricordato l’appuntamento fissato per i primi giorni di dicembre quando la Confraternita festeggerà il Santo Natale e la fine del 2007.

Pubblicità