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Archivi: Articoli d’archivio

  • I vent’anni del coro Plinius

    I vent’anni del coro Plinius

    Ha festeggiato vent’anni di attività il coro femminile “Plinius” di Bottrighe. L’importante avvenimento è stato ricordato nel corso del 4° Concerto di Primavera svoltosi nell’auditorium delle scuole medie, un evento atteso al quale hanno preso parte i cori trentini “La Noghera” e “La Tor”. E, in occasione della manifestazione del ventennale, un presentatore d’eccezione: Bepi De Marzi, direttore de “I Crodaioli”, fra i più grandi e conosciuti compositori italiani che, con garbo e puntuali annotazioni, ha creato in sala l’atmosfera più idonea all’ascolto.

    Sono state ripercorse anche le tappe fondamentali del “Plinius”, nato nella scuola elementare del luogo, nel 1987, con l’iniziale nome di “Biribò-San Giovanni Bosco”. A quel tempo era una formazione di bambini che ebbe tanto successo in vari concorsi: regionali dove vinse il titolo per tre volte consecutive e nazionali, quale migliore interprete, sia del brano a scelta che di quello d’obbligo, alle manifestazioni di Roma. Quel coro, cresciuto nel tempo, divenne l’attuale “Plinius” ad organico interamente femminile.

    I riconoscimenti in tutti questi anni di attività si sono moltiplicati ed il “Plinius” continua, ovunque, ad ottenere prestigiosi premi, sia in Italia che all’estero.

    Indimenticabili i successi ottenuti a Saint Vincent, a Genova e poi in Austria a Seeboden, in Germania a Lampertheim e per ben due edizioni alla festa internazionale della gioventù di Maldegen in Belgio. Il complesso ha anche prodotto due incisioni discografiche su musicassetta “Già cantai allegramente” e “Nature”, mentre è in corso di realizzazione il primo compact disc che dovrebbe uscire nella prossima primavera.

    Tra i programmi futuri, oltre ad una serie di appuntamenti già fissati, la riconferma dell’annuale “Concerto di Primavera” che ospita a Bottrighe cori di fama internazionale. Anima instancabile di tutto ciò è Antonella Pavan, “vivace ed indomabile animatrice di cori nella terra più silenziosa, misteriosa e riservata d’Italia, il Polesine” come la descrive appunto il maestro De Marzi. In più occasioni lo stesso compositore vicentino ha affermato che “Le interpretazioni di Antonella sono sempre creative, nuove anche per me che spesso faccio tesoro delle sue intuizioni e delle sue sempre originali proposte espressive”. E non è un caso che molte composizioni di De Marzi siano state interpretate dai cori della Pavan (direttore anche del coro voci bianche “Città di Adria” e già direttrice del coro “Eco del Fiume” di Bottrighe ndr) prima che dagli stessi Crodaioli.

    Recentemente sono stati inseriti nel repertorio del “Plinius” anche altri autori contemporanei e soprattutto molti brani di Marco Maiero, autore friulano, considerato oggi il migliore discepolo di Bepi De Marzi. Lo stesso De Marzi sul “Plinius” afferma “Queste ragazze travolgono chi le ascolta per la vivacità e la passione che sanno trasmettere, per l’emozione che prende l’anima e il cuore, per la capacità di convincere che il loro raccontare è sempre un’intensa manifestazione femminile di tenerezza”.

  • Il batik di Mathieu Zemanè

    Il batik di Mathieu Zemanè

    “Una iniziativa unica a Rovigo, l’esposizione dell’arte Batik, con dimostrazioni didattiche della tecnica per la sua realizzazione”. Così ha esordito Gianna Mazzetto nel presentare Zémané Mathieu, artista giunto direttamente dal Burkina Faso a Rovigo. Un importante evento che si è potuto realizzare grazie all’impegno organizzativo dell’A.C.S.A. Associazione per la Cooperazione allo Sviluppo dell’Africa, del Circolo Arti Decorative con la collaborazione del Gruppo Autori Polesani.

    L’assessore Gabriella Salmaso, ammiratrice e conoscitrice dell’arte Batik, felice del momento di solidarietà con il Burkina Faso, territorio gemellato con la città di Rovigo, ha spiegato, da appassionata, questa particolare tecnica di decorazione della stoffa. La tela, ben tesa, viene inserita in un telaio e, dopo aver accolto il disegno del soggetto, viene plasmata con una cera. Ad essiccazione avvenuta, scuotendo la tela, la cera si screpola e con un pennello, spalmando il colore, si inserisce nelle screpolature. A questo punto con un ferro da stiro caldo, si elimina la cera dalla stoffa, per poi definire il disegno, con i dovuti colori contraddistinti inizialmente.

    Le stoffe dipinte conquistano l’osservatore e lo rendono partecipe del mondo dei piccoli villaggi africani con uomini, donne, il lavoro, gli animali, le piante raffigurati con particolari cromatismi: ocra, violetto, rosso, nero, pochi i tratti e tanta essenziale eleganza di una dignità quasi religiosa.

    Paolo Avezzù, ex sindaco di Rovigo, la cui amministrazione tanto caldeggiò il gemellaggio con il martoriato territorio africano, ricorda che ora in Burkina Faso, e precisamente a Sartonevri, con l’aiuto del Comune di Rovigo e della Regione Veneto, hanno potuto costruire la Scuola Rovigo “Ecole Rovigo”, che ospita 140 allievi.

    Giuseppe Romagnolo, presidente dell’A.C.S.A-O.N.L.U.S con l’attiva moglie Daniela ha illustrato i vari, fondamentali progetti in atto per aiutare quei territori: acqua potabile, progetto scuola, agricoltura, donna, sanità. L’Associazione, almeno una volta l’anno si reca in Burkina Faso per consolidare l’amicizia con le popolazioni e verificare lo stato di realizzazioni dei progetti. Si possono aiutare i bambini della scuola con soli 5,00 Euro al mese; una adozione annuale è pari a 60,00 Euro.

    L’artista Mathieu Zémané, felice ed entusiasta ringrazia la città di Rovigo per la calorosa ospitalità, spiega, in lingua francese, di essere molto conosciuto ed apprezzato nella sua terra e dal suo popolo, a cui devolve quasi tutto il guadagno che ricava dalla vendita degli arazzi Batik, perché a lui per vivere basta l’essenziale.

    Aurora Gardin ha reso più coinvolgente l’atmosfera africana leggendo alcuni brani tratti dal libro “La Foresta dei Mille Demoni”, testo che il nigeriano Wole Soyinka, premio nobel per la letteratura 1986, tradusse in inglese dalla lingua Yoruba, popolo africano di una importante, antichissima civiltà artistica. Le storie sorprendono per la fantasia esuberante, il fascino, la psicologia sottile e profonda, dimostrazione di un pensiero raffinato ed evoluto, per certi aspetti di una mentalità moderna. Un patrimonio sterminato di storie e leggende che hanno ispirato molti scrittori, creatori di storie a fumetti, cartonisti dei nostri giorni. Anche Italo Calvino curando un libro di “Fiabe africane” fu stupefatto da “una fantasia che sa raggiungere i massimi risultati con mezzi minimi.”

    In mostra anche ornamenti, sculture etniche, originali biglietti con disegni Batik che hanno molto incuriosito i presenti e suscitato vivi apprezzamenti.

  • Nell’atelier di Paolo Zambonin

    Nell’atelier di Paolo Zambonin

    Arte per arte o arte per la vita? Un tema questo che, con varie sfumature, ha appassionato nei secoli passati non pochi teorici; pensatori non solo legati all’ambito delle produzioni artistiche, ma interessati più in generale agli aspetti filosofici oppure sociologici dell’esistenza umana. Alla base della “vexata questio” una alternativa non di poco conto: è l’artista libero di seguire la sua ispirazione, (“arte per arte” dunque) oppure deve uniformarsi a canoni imposti dalla vita sociale o perfino istituzionale per seguire modelli in una certa misura preordinati e confacenti ad un giudizio che coinvolge anche la sfera morale (“arte per la vita”)?

    La scelta istintiva di Paolo Zambonin, fin dal primo approccio con la pittura è stata senza dubbio a favore della prima ipotesi, considerando la propria attività come espressione totalmente libera, come momento creativo volto a dar vita sulla tela ad immagini svincolate da qualsiasi finalità che non sia quella di un appagamento estetico. Un atteggiamento indirizzato alla ricerca del bello, ad un godimento personale dello spirito, innanzitutto, da condividere poi con amici ed estimatori.

    Ragioni del cuore, dunque, che però ovviamente non bastano perché un’opera si connoti con caratteristiche tali da poter essere apprezzata e valutata positivamente.

    Fondamentale, nel percorso artistico del pittore rodigino, una continua ricerca ed un costante affinamento delle tecniche e dei mezzi espressivi. Un itinerario imboccato oltre trent’anni or sono quando, prepotente quanto improvviso, si manifestò l’interesse verso la pittura praticata.

    E da allora, dagli iniziali rudimenti e dai primi risultati positivi ottenuti grazie all’impegno assiduo e alla frequenza di appositi corsi accademici, ne ha fatta di strada l’artista rodigino! Da anni è approdato ad una pittura sciolta, raggiungendo una innegabile sicurezza nell’uso del pennello e dei colori con la produzione di quadri luminosi ed armonici. Realizzazioni apprezzate dal pubblico e dai critici, opere che però non hanno mai rappresentato per il pittore un definitivo punto di arrivo, ma si sono piuttosto configurate come base per un’ulteriore ricerca e un successivo affinamento della tecnica e del gusto.

    Tutto ciò senza uscire dal solco della scelta figurativa, che da sempre ha contraddistinto una produzione legata in particolare ai paesaggi, alle nature morte e alle esplosioni floreali; tanto coinvolgenti queste ultime da identificare l’autore come “il pittore dei fiori”.

    Ed una visita al suo atelier rodigino, in via Enrico Toti, non può che confermare il talento di un artista che, con serenità e determinazione, percorre la via maestra da tempo imboccata. Seguendo la quale l’estimatore non può non cogliere chiaramente come nelle luci e nei colori siano da individuare gli aspetti più qualificanti delle armoniche composizioni pittoriche di Zambonin.

    I fiori innanzitutto, soggetto da cui l’artista confessa di non sapersi più separare. Gioia di colori e giochi di tonalità. Aspetti questi vissuti prima di tutto nel profondo nell’anima e poi ri-creati nella tela, quasi in competizione con la natura stessa, con la quale l’artista sembra gareggiare nell’intento di dar vita ad atmosfere dolcissime e a visioni incantate.

    E, accanto alle composizioni floreali, le nature morte. Terminologia questa che, se serve ad identificare un tradizionale filone artistico, appare in stridente contrasto con le vivaci raffigurazioni di Zambonin. Le sue immagini, vitali e ricche di colori, manifestano innanzitutto una attenta scelta degli oggetti dipinti; rappresentazioni in grado di comunicare quel senso di profonda armonia che sta alla base della stessa concezione dell’arte praticata dall’artista rodigino.

    Infine i paesaggi, scorci di ambienti naturali o di architetture cittadine: raffigurazioni nate da impressioni vive e sempre connotate da elementi di immediata godibilità estetica. In queste ultime tele, specie in quelle che riflettono immagini del Polesine, accanto al piacere del dipingere e del reinterpretare aspetti desunti dalla realtà, non manca nel pittore un ulteriore compiacimento: quello di evidenziare, con i suoi quadri, aspetti non sempre noti, che meritano di essere conosciuti o valorizzati. Un impegno questo che – è bene ricordarlo – Paolo Zambonin affronta spesso anche con un altro mezzo espressivo, quello dello scrivere, testimoniato da una pluriennale attività giornalistica e da nuovi interessi nel campo della narrativa. Hanno così visto la luce alcuni apprezzati romanzi, copie dei quali, ovviamente, fanno bella mostra nell’atelier rodigino di via Enrico Toti, accanto ai quadri della produzione più recente.

    Creazioni, queste ultime, in cui più decisi e materici si presentano i colori, comunicando al visitatore gioiose emozioni ed

  • I colori di Doriano Tortello

    I colori di Doriano Tortello

    Un pittore attento al delta, Doriano Tortello, innamorato degli angoli più particolari della sua terra. Sulle tele fissa immagini significative, cogliendo la bellezza del territorio polesano nella sua varietà di luci e colori.

    Affascinato dalle particolarità dell’ambiente natio, dagli intrecci arborei e dal sottobosco delle golene del grande fiume, dove la luce gioca con le ombre e dove i colori assumono impreviste sfumature con il movimento del vento e dell’acqua, Tortello dipinge le sue opere, quasi come un antico poeta. Visioni che esprimono tutta la dolcezza e la pacatezza di un ambiente naturale davvero unico.

    Gioca soprattutto con la densità e la luminosità della luce, per fissare i punti più incisivi della Natura, come un fotografo che coglie i momenti più significativi della vita arborea e agreste.

    Doriano Tortello, nato a Porto Viro, Contarina, dove tuttora risiede con la sua famiglia, ha “incontrato” la pittura a metà degli anni ‘70, seguendo inizialmente la scuola del maestro Forzato di Adria, cominciando con la tecnica “a macchie”, quasi sulle orme dei macchiaioli, ma staccandosene con il tempo, per acquisire un suo modo personale di dipingere.

    I suoi primi soggetti: il mondo femminile, il corpo umano per celebrare la bellezza nella sua componente divina e la Natura, toccata dal gioco dei colori e dalla luce, tanto che talvolta sembra animarsi.

    Un’altra fonte di ispirazione è rappresentata dalle anfore: sono il simbolo di mondi antichi, della civiltà dei popoli del passato, Etruschi, Greci, Romani, che hanno abitato il delta. Le anfore raffigurano, inoltre, il segno del loro antico destino, e il pittore, sensibile al loro richiamo, giocando con i colori rosso-ocra, fa rivivere il tempo perduto, con la nostalgia di chi percepisce tutta la ricchezza delle civiltà smarrite tra le porte del tempo.

    Le tematiche più recenti riguardano paesaggi, boschi, sottoboschi, anse dei fiumi, il mare e la natura nelle sue molteplici manifestazioni. E poi i fiori tipici del paesaggio deltizio: papaveri, girasoli ed anche il frumento d’estate. Immagini caratterizzate da una particolare lucentezza, rese vive da lunghe pennellate o da punte sapienti di colori che attirano lo sguardo di chi ammira le sue tele.

    Il gioco dei colori più caldi si intreccia in una pittura più informale, con una danza cromatica, creando immagini, figure, richiami a sentimenti interiori. Talvolta, guardando i suoi dipinti, si è rapiti da tale spettacolo e, quasi quasi, ci si trova a camminare con circospezione tra rami e arbusti, timorosi e desiderosi nello stesso tempo di incontrare farfalle, libellule ed altri abitanti del regno naturale.

    La pace che cogliamo nelle opere di Doriano Tortello ci ripaga delle tante ansie del vivere quotidiano e, perdersi nel verde o nell’azzurro dei suoi olii o dei suoi acrilici è quanto mai appagante, quasi un approdo ad un’isola di pace ancora intatta.

  • I pittori di Cibotto

    I pittori di Cibotto

    Cibotto è un amico: una figura oraziana che, a dirla con le immagini di Ungaretti, ama conversare davanti al “caldo buono” del caminetto.

    Proprio come nelle Satire, centellinando il Falerno, suffumicato dalle capriole di fumo del Toscanello, con Gian Antonio mi trattengo quasi quotidianamente. Ciò è favorito grazie alla vicinanza della sua abitazione con lo spazio espositivo di via Fiume che mi diletto a tener aperto nonostante i bilanci passivi, mosso dalla stessa passione di mia moglie nel presentare protagonisti fortunati e non dell’arte contemporanea.

    Cibotto è il sostenitore morale di questo ambizioso impegno, come io lo sono per lui quando si cade sull’argomento malanni dell’età. Se è infatti vero che in questo periodo Gian Antonio non è proprio graziato dalla buona sorte, è però altrettanto certo che egli sorride alle mie battute sulla terza età e si stizzisce se gli suggerisco di carpire il giorno, buttando dietro le spalle i cattivi presagi e superando con l’ottimismo i tristi inconvenienti.

    La nostra non è in ogni caso geremiade ma occasione di scambio d’opinione sulle arti e sugli artisti, sulla cultura supportata dallo studio contro quella aedica, dilagante. Cibotto spesso si auto-apostrofa con un’irriverente battuta veneta; è un falso giudizio negativo che, nella “modestia dicendi”, sottolinea la cognizione di non appartenere alla “razza de mona”.

    Gian Antonio tanto ha scritto e detto dal giornalismo alla critica letteraria e teatrale, dalla poesia al romanzo. Ha una bibliografia corposa. I contenuti di parecchie opere ruotano attorno alla nostra terra: l’instancabile operosità delle genti venete, l’arditezza dei pescatori sul Po, i non pochi protagonisti della storia locale.

    E’ stato il testimone delle cronache amare ed eloquenti del Polesine: dal ventennio alla “balena bianca”, con una girandola di nomi e di aneddoti. Chi non ricorda le pagine sull’ex-gerarca Pizzirani, della repubblica di Salò, accattone a Roma o sul nobile Lorenzoni “dalla gran barba folta”, provvidenziale personaggio per il collegiale Gian Antonio: “i principi stanchi” detronizzati.

    Anni dopo, l’alluvione scopre Cibotto giornalista incauto sugli argini franosi, rapito dalla travolgente forza distruttrice delle acque.

    Onore al merito, è stato un puro. Sopra il muro, ha descritto obiettivamente questi che erano al di qua e quelli che erano di là della barricata. Non è lo scrittore di comodo, da salotto. Gian Antonio è uno spirito libero, immune da imposizioni. Rievoca i giorni in cui ha sofferto l’educazione coatta della scuola “Silvestri” e del “Manfredini” di Este; della repressione fascista e degli anni duri della ricostruzione. In lui naviga il barcone, il bragozzo, “el barchin”, per approdare a inaspettati lidi. Probabilmente non sono più quelli dello storione – anche se le trattorie distribuite sugli argini si fregiano di nomarsi con il prezioso pesce – ma quelli del più volgare “silurus glanis”: verace e vorace come i “camaleonti” della nostra epoca.

    Così con lo “spirito narrante” abbiamo dato vita al ricordo attraverso le opere di alcuni pittori. La progettazione estiva di una mostra è stata in buona sostanza la provocazione del fare per sentire.

    Reciprocamente ci siamo accusati della risoluzione, tuttavia entrambi l’abbiamo voluta: una mostra sulla collezione rodigina di Cibotto. E così all’inizio di settembre gli appassionati hanno potuto contemplare nello “Studio Arte Mosè” una ventina di opere sorprendenti, una frazione della consistente raccolta romana, che ha dato vita ad un appuntamento culturalmente pregnante.

    Le firme dei pittori sono state volutamente taciute, perché il protagonista della rassegna è stato lo stesso Cibotto, che a illustrato i singoli quadri correlandoli a precisi avvenimenti.

    L’impatto con il pubblico è stato vivo; dopo l’inaugurazione, un congruo numero di visitatori ha giudicato la mostra un’esperienza positiva per la città.

  • Eros Scavazza

    Eros Scavazza

    Senza la politica, Eros Scavazza ed io non ci saremmo incontrati. Troppo diverse le nostre età per produrre significative esperienze di vita comuni.

    Ci conoscemmo all’inizio degli anni ‘70: lui vicesindaco socialdemocratico di una giunta centrista, io giovanissimo segretario della sezione comunista di Trecenta. Posizioni diverse, quasi sempre in antitesi; anni di scontri politici radicali, di sanguigne polemiche ideologiche che non debordarono mai però da un reciproco rispetto personale: ci riconoscevamo infatti una medesima coerenza ed onestà intellettuale e un agire politico disgiunto da interessi personali.

    Ricordo in particolare quando, nell’estate 1972, impegnati noi ad organizzare la prima festa de l’Unità dopo anni di inerzia, il messo comunale ci recapitò una diffida firmata da Eros che, se ottemperata, avrebbe prodotto la sospensione della festa. Ritenendo infondato il presupposto della diffida, proseguimmo nelle nostre attività e rispondemmo a festa finita, con una lettera ironica e a tratti sarcastica. Diciotto anni più tardi, uniti nella stessa lista amministrativa, stavamo lavorando alacremente alla propaganda elettorale quando all’improvviso, come se il fatto fosse avvenuto qualche giorno prima, Eros sbottò: “Adesso ho capito chi ha scritto quella lettera!”. Ammisi la mia “colpa”, fra le risate divertite dei presenti.

    Nel 1990 ci presentammo nella stessa lista elettorale che metteva assieme comunisti, verdi, socialdemocratici, socialisti anticraxiani, cattolici: il collante profondo che ci univa era il fastidio crescente per l’invadenza insopportabile di partiti trasformatisi ormai in camarrille clientelari. Lavorando assieme per quattro anni, avemmo modo di approfondire la nostra conoscenza. Lui apprezzava la nostra sistematicità nel lavoro, noi il suo intuito, la sua capacità di cogliere rapidamente l’essenza delle cose, la sua ironia acuta e dissacrante.

    Una sera eravamo impegnati assieme in una riunione della Commissione per la redazione dello Statuto del Comune. Alcuni articoli trovavano un consenso immediato e unanime, altri richiedevano discussioni e modifiche del testo seduta stante. Eros, seduto al mio fianco, intervenne e, con la facilità di parola che lo contraddistingueva, parlò a lungo. Io utilizzai quel tempo per modificare il testo di un articolo e proporlo per la votazione. A riunione finita mi sibilò in un orecchio: “Ho capito che stavi elaborando le modifiche e sono intervenuto per darti il tempo che ti serviva”.

    Eros era dotato di una incredibile capacità di affabulazione. Poteva parlare per ore, con grande proprietà di linguaggio, passando da un argomento ad un altro senza perdere l’attenzione di chi lo stava ad ascoltare. Quando lo seguivo divertito nelle sue affabulazioni e osservavo la mimica del suo volto, mi ricordava Dario Fo: forse non si era mai posto il problema ma, volendo, avrebbe potuto calcare con successo il palcoscenico. Questa sua felice logorrea, infarcita di subordinate ognuna delle quali manteneva una propria razionalità logica, faceva disperare i segretari comunali obbligati a verbalizzare i suoi interventi in Consiglio.

    Eros non sapeva frenarsi nei confronti di persone che non stimava. Poteva iniziare il suo intervento sobriamente ma, passati pochi istanti, erompeva in una sequela di battute, citazioni e frasi ad effetto che avrebbero potuto stroncare un elefante. All’avversario accusato di ipocrisia ricordava che “il buon Dio accoglie anche le puttane purché riconoscano di essere tali” e, infastidito per le superficiali improvvisazioni di un assessore, lo consigliava di “dotarsi di una fisarmonica e di un pappagallo sulla spalla e di girare le fiere di paese”. Battute pungenti ed efficaci le sue, cosicché l’assessore pigro e lento nel lavoro divenne “il gattotardo”, il consigliere socialista che non disdegnava il buon vino “Avanti!, c’è mosto”, l’assessore all’istruzione e il presidente della biblioteca visibilmente inidonei a ricoprire quegli incarichi “i tonti di Riace”.

    Una certa vulgata, alquanto semplicistica, ha cercato di accreditare a Trecenta l’idea della futilità e della vana perdita di tempo prodotta dagli interventi fiume di Eros. I sostenitori di questa tesi, confondendo la forma con la sostanza, sbagliavano.

    Voglio ricordare un episodio, importante non solo per il paese. Quando la maggioranza portò all’approvazione del Consiglio l’insediamento di un inceneritore di pneumatici usati, che dovevano confluire a Trecenta da mezza Italia, intervenimmo contrastando decisamente l’iniziativa. Eros svolse uno dei suoi interventi fiume, denunciando l’inquinamento che l’inceneritore avrebbe causato al territorio. L’intervento fu appassionato ma corretto finché, provocato dalla dichiarazione di voto favorevole di un consigliere anziano che ebbe la sfrontatezza di vantarsi di non aver letto una riga della copiosa documentazione a disposizione, Eros perse il controllo ed eruppe in una sequela di insulti che portò alla sospensione del Consiglio. Certo, quella sera noi conducemmo una dura opposizione ma resto convinto del fatto che, senza quella drammatizzazione dell’evento prodotta dalla sensibilità ferita di Eros, l’inceneritore sarebbe passato producendo un ulteriore vulnus ad una provincia già pesantemente inquinata.

    Eros sapeva coniugare aspri toni polemici con improvvisi slanci di cortesia, come quando ad una signora, che dovette sorbirsi una torrenziale sequela di improperi telefonici indirizzati al marito che non aveva mantenuto la parola data, fece recapitare un mazzo di fiori accompagnato dalle sue scuse verbali.

    Eros mi faceva entrare, talvolta, nelle sue segrete stanze. Mi parlava del fratello Orlando, partigiano, impiccato dai fascisti a Rivoli Torinese e del dramma che, bambino, respirò nelle stanze di casa. Mi parlò spesso della morte volontaria datasi dall’anziano padre, che aveva lasciato in lui una lacerazione profonda.

    Ricordo l’emozione che seppe provocarmi quando mi confidò dell’empatia che, in un pomeriggio d’estate, instaurò con un frondoso albero del suo cortile e dell’inarrestabile impulso di abbracciarlo, avvertendo una sorta di fremito scorrere tra l’albero e lui.

    Eros si interrogava sul mistero del dopo, coinvolgendomi nella sua ricerca. Quando gli dissi che sul piano soggettivo dopo la morte avremmo vissuto non un’altra vita ma la stessa condizione conosciuta prima della nostra nascita, e cioè il nulla, stette ad ascoltarmi in silenzio. Ad ogni successivo incontro tornava su quella tesi, riferendomi del turbamento che gli aveva provocato.

    Poi vennero i giorni cupi del fastidio e del disinteresse per le cose del mondo. Quando, una decina di anni fa, alle soglie dei sessantanni, mi disse che la sua vita era finita, provai a contrastarlo ma avvertii l’inutilità e l’inopportunità del mio tentativo. Certo, non facevo altro che spingerlo a fare quello che lui stesso aveva scritto in una sua poesia: “Cerca / a mani tese / la tua vita da vivere”. Ma Eros aveva davvero chiuso col mondo e nella sua mente declamava ormai altri suoi versi:

    Giorno dopo giorno si spegne l’entusiasmo; pesante si curva la fronte stanca; viene silenziosa la morte inattesa. […] Giorno dopo giorno, passo dopo passo, infinitamente lontano si perde l’orizzonte in questa pianura senza radici.

    Caro Eros, tu lo sai – ne abbiamo parlato spesso – cosa penso del dopo. Ora però mi piace pensarti immerso nei “silenzi saturi di musiche armoniose, ricche di echi pagani e richiami mitici”, impegnato “a bussare al mistero della vita”. Ciao Eros.

  • Ivan Tardivello

    Ivan Tardivello

    Ricordare Ivan Tardivello è difficile e complesso per tutte le attività alle quali il Professore si è dedicato, per tutto il lavoro che nella sua vita ha espletato, per la sua particolare personalità ricca di sentimenti e di passione.

    Ma è anche facile. Perché è facile parlare di un uomo buono e giusto. Egli ha amato Badia, ha amato l’arte, con semplicità e linearità. Ha amato la Biblioteca, il Museo, con l’innocenza di un fanciullo.

    Partiamo da alcuni cenni biografici, a cominciare dalla nascita avvenuta il 27 dicembre 1924. Nel 1945 (si erano da poco concluse le atrocità della guerra) Ivan Tardivello otteneva il diploma “Magistero” conseguito presso l’Istituto d’Arte ai Carmini di Venezia, col titolo “Professore di Pittura decorativa”. Due anni dopo, il 3 luglio 1947, ecco il diploma all’Accademia Belle Arti di Venezia, dove aveva frequentato corsi come allievo di Bruno Saetti e Virgilio Guidi. Poi la nomina ad Insegnante di Disegno.

    Accanto all’attività didattica prendono forma tanti interessi e un lodevole impegno civile che porteranno Ivan Tardivello a rivestire ruoli importanti nel campo della cultura, degli impegni sociali e della promozione di iniziative cittadine: dal 1956 al 1955 Ispettore Onorario della Soprintendenza ai Beni Architettonici del Veneto, nel 1966 è nominato Primo Presidente della Pro Loco di Badia Polesine. Diviene frattanto Socio del Centro Polesano di Studi Storici, Archeologici ed Etnografici di Rovigo e Socio corrispondente dell’Accademia dei Concordi di Rovigo.

    Incarichi importanti, che ci indicano le tappe ufficiali della sua vita, ma nulla ci dicono di ciò che ha realizzato e di ciò di cui si è occupato.

    La sua non fu una vita facile. Negli anni della seconda Guerra Mondiale, lavorò con dedizione nella storica bottega artigianale del padre Valentino. Era il più anziano di otto fratelli e contribuì, con il suo lavoro, alle necessità della sua numerosa famiglia. Poi, insegnò alla Scuola Media di Lendinara, ove divenne Vice-Preside e, successivamente, alla Scuola Media della nostra Città.

    Da sempre, coltivò l’impegno culturale per Badia e la passione per la pittura. Fu un appassionato studioso della storia locale ed effettuò numerose pubblicazioni.

    Il suo interesse per la storia e le tradizioni lo portò a dar vita ad una straordinaria raccolta di testimonianze del passato, al punto che, nel 1963, giunse ad acquistare, assieme a due amici, l’ultimo Mulino sull’Adige, poi sfortunatamente travolto da una piena. Oggi nel Museo badiese se ne conserva il modello in legno.

    Tra le felici iniziative a cui diede vita, tuttora vanto di Badia Polesine, va ricordata la Prima Sagra degli Aquiloni, sulle rive dell’Adige, ideata quale primo Presidente della Pro Loco, nel 1966, assieme al Prof. Giovanni Beggio ed al Rag. Gino Stefani. A tutti è noto quale successo abbia avuto negli anni questa manifestazione, che ha raggiunto importanza nazionale.

    Badia mancava allora delle fondamentali strutture a sostegno e diffusione della cultura. Di qui l’impegno del prof. Tardivello che nel 1969 fondò, assieme alla Prof.ssa Marina Guerra e a Mons. Guido Stocco ed al prof. Arturo Rossi, la Biblioteca Civica Bronziero. Nel contempo, iniziò ad interessarsi in modo determinante per la salvaguardia dei due riferimenti storici ed architettonici più qualificanti per Badia Polesine, ovvero il Teatro Sociale e l’Abbazia della Vangadizza.

    Ma il suo interesse non restò circoscritto alle tematiche culturali, trovò il tempo anche per occuparsi di problemi sociali. Fu così che alla fine degli anni ‘70, prese la guida della storica Società Operaia, vecchia solo di anni, ma giovane per gli scopi di solidarietà che, ancor oggi offre per il mondo del lavoro e delle modeste professioni, e diede alla stessa notevole impulso.

    Nel contempo istituì due borse di studio annuali per gli studenti della scuola Enzo Bari. Un’iniziativa questa tuttora presente, giacché tali borse di studio, da assegnare preferibilmente a studenti badiesi, vengono tuttora erogate.

    Ma il sogno del Professore era quello di creare un Museo locale. Nel 1968 la prima tappa, allorché presso alcune sale del Municipio, venne inaugurata la “Raccolta Civica”, frutto delle sue appassionate ricerche. Poi, nove anni dopo, il 12 giugno 1977, finalmente venne inaugurato il vero e proprio Museo negli storici locali che furono del Monte dei Pegni.

    Di anno in anno, le sezioni del Museo badiese e la sua dimensione sono andati aumentando sotto l’attenta guida del Professore che fin dall’inizio egli ne è stato Direttore, mantenendo tale qualifica, in modo assolutamente gratuito, fino alla morte.

    “E’ il piccolo museo – ha scritto recentemente Alessandra Mottola Molfino, direttrice del settore Musei e Mostre del Comune di Milano – che racconta e preserva la storia dei luoghi. Nell’epoca della cultura planetaria, globalizzata, quando non è più necessario raccogliere nei pochi centri del sapere delle città capitali grandi biblioteche e grandi musei enciclopedici (perché questo compito è svolto dalle reti d’informazione telematica, dalle infostrade che portano a casa tutte le conoscenze del pianeta) diventa invece indispensabile riconoscere (e approfondire) le diversità e le specificità dei singoli Paesi e anche delle minime storie culturali: presentare cioè nei luoghi, nei contesti, nei paesaggi dove sono nati i beni culturali che a essi appartengono, in piccoli musei che permettono di rivivere ogni speciale e particolare genius loci”.

    Il prof. Ivan Tardivello aveva dunque intuito l’importanza del Museo locale con largo anticipo rispetto a questa attuale concezione. Ma egli è stato anche un grande pittore. E non sono mancati gli apprezzamenti nei confronti delle sue opere, come chiaramente appare da alcune citazioni:

    “….Tardivello utilizza, per fissare le emozioni, un grande mezzo: la luce. La sua pittura è tutta giocata su un particolare valore della luce, ottenuto attraverso impasti cromatici combinati in maniera tale da sprigionare un’intensa luminosità. Sono impasti utilizzati in funzione tonale con pennellate fluide che generano una luce diffusa, avvolgente”.

    Era un artista che andava dritto al cuore e la sua pittura donava un senso di serenità. Ciò, perché egli aveva una grande ricchezza interiore che manifestava in tutte le sue attività. E ci piace a questo proposito ricordare quanto egli scrisse giusto dieci anni fa, nel 1997 sul Museo badiese:

    “L’intento del Museo è quello di capire l’uomo, ponendo particolare attenzione al suo passato”.

    Quello scritto si concludeva così: “Avrei il desiderio di definire la nostra istituzione come atto di amore verso la nostra terra, verso la nostra gente e rilevare l’atteggiamento che è stato sempre presente nel lavoro al nostro Museo: la costante ricerca dell’uomo”.

    Ed il suo “atto d’amore” continua ad essere apprezzato e costituire un vanto per Badia Polesine rinnovando il ricordo del suo ideatore e custode che ci ha lasciato poco più di due anni fa, il 27.09.2005. Se a Badia manca – e come! – la sua presenza, le sue opere continuano però ad illuminare i percorsi della cultura cittadini, cosicché un anno fa, domenica 1 Ottobre 2006 (a quella data risalgono queste mie annotazioni) si è proceduto all’Intitolazione dell’Archivio Fotografico del Museo Civico A. E. Baruffaldi, al Prof. Ivan Tardivello e all’apertura della relativa mostra: ancora un’opportunità di crescita culturale per Badia Polesine e, per famigliari ed amici, anche un’occasione che ha rinnovato il dolore della sua perdita. Un dolore lenito dal conforto che viene dalla consapevolezza di vivere in una città dove rilevanti ed importanti sono le opere che parlano di lui, dove fiorenti continuano le iniziative da lui intraprese.

  • L’Abbazia degli Illusi

    L’Abbazia degli Illusi

    Nella seconda parte degli anni ‘20 del secolo scorso, Rovigo visse, sotto il profilo culturale, un momento storico davvero rilevante grazie ad un gruppo di personaggi di sicuro spessore, in grado di far sentire la voce del Polesine a livello nazionale, con echi anche oltre i patrii confini.

    Il gruppo di uomini di cultura, personaggi caratterizzati da sicure doti di intraprendenza e in vari casi non alieni da lampi di goliardico entusiasmo, si coagulò attorno ad una rivista intitolata l’Abbazia degli Illusi, fondata giusto ottant’anni fa, nel 1927. Un periodico che toccò ben presto la celebrità ma che, per difficoltà finanziarie, ebbe anche una vita breve limitata ad un solo biennio. Fu comunque una parentesi intensa, in grado di richiamare l’attenzione del mondo della cultura del tempo, di ospitare autorevoli firme a livello nazionale e di lasciare a Rovigo una scia di interessi destinata a permanere negli anni.

    Una vivace testimonianza di come nacque e come morì l’apprezzata rivista polesana è contenuta in un ricordo di Gigi Fossati (1900-1986) pubblicato una trentina d’anni fa nel volume di storie ed aneddoti rodigini intitolato “Una Regina a Rovigo”, strano titolo desunto dal primo frizzante racconto da cui prende il via il libro.

    Gigi Fossati (giornalista e poeta, autore fra l’altro della famosa lirica “Polesine” che si apre con il noto verso “Tera e aqua, acqua e tera”) fu uno dei giovani della compagnia dei fondatori dell’Abbazia degli Illusi” che annoverò tra i suoi animatori i tre più illustri autori polesani del primo Novecento, ovvero Gino Piva, Livio Rizzi e Ferdinando Palmieri, quest’ultimo nominato direttore della rivista.

    Un ruolo tutt’altro che marginale ebbe poi Pino Bellinetti pronto sempre a cimentarsi in iniziative innovative, per cui non stupisce che all’epoca sia stato tra i promotori della nascita del partito fascista in Polesine, seguito dalla nomina a direttore della “Voce del Mattino”, quotidiano politicamente schierato che però, come ricorda lo stesso Fossati, in virtù dell’anticonformismo del suo direttore, non mancò in più occasioni di dar voce anche al dissenso.

    E si dovette proprio a Pino Bellinetti l’idea risolutiva di come far uscire l’“Abbazia degli Illusi”, o meglio il suo tesoriere, Gastone Martini (in grado di amministrare soltanto i debiti contratti) dalle pretese dell’editore. Quest’ultimo, che era anche proprietario della “Voce del mattino”, quotidiano presso cui Gastone Martini svolgeva la sua attività di giornalista, aveva infatti pensato di sospendere il pagamento dello stipendio del tesoriere dell’Abbazia fino al ripiano dei debiti. Idea inaccettabile per il direttore Bellinetti che ideò la soluzione della vertenza.

    Come? Con la proposta, che l’editore non poté che accettare, di impegnare il Martini nella stesura gratuita di un romanzo a puntate da pubblicare proprio sul quotidiano. Una fatica letteraria del cui strano epilogo non manca di informarci lo stesso Gigi Fossati nel pezzo che qui di seguito pubblichiamo.

    Bellinetti della Voce del Mattino aveva fatto una famiglia, e alla sera la redazione era trasformata in salotto politico-letterario, ove convenivano tutti gli amici e i professori delle varie scuole, i quali sul giornale potevano trattare ogni argomento. Fra di essi ricordo Ugo Zanoni, Filippo Piovan e Giuseppe Dente detto Pinolo. Quest’ultimo per un certo periodo tenne sulla Voce una vivacissima ed interessante rubrica settimanale con un titolo che era tutto un programma e cioè: «Manganellate alla grammatica». In quei suoi spassosi articoli Pinolo, che a scuola la grammatica la difendeva, ne metteva a nudo le anomalie e i difetti e suggeriva il sistema più drastico per eliminarli.

    Quel prof. Dente, che non potendo talvolta trattare in profondità nella redazione i più vasti argomenti letterari, ci invitava alle riunioni al «Tè di domani». Questo «Tè di domani» era così chiamato perché veniva sempre tenuto dopo la mezzanotte, cioè domani, nella camera del prof. Dente, in riviera Sant’Agostino. E in quella camera, chi seduto sul letto e chi per terra (le sedie erano soltanto due) si riuniva tutto il parnaso rodigino: Gino Piva, Eugenio Ferdinando Palmieri, Livio Rizzi, Gastone Martini poi giornalista a Roma e Aldo Luzzatti poi del Corriere della Sera, nonché scrittori e artisti di passaggio.

    E fra una tazza e l’altra di tè, sgranocchiando dei biscottini, si parlava di poesia, di letteratura e di musica. Fu a una riunione al «Tè di domani» che vennero gettate le basi della rivista L’Abbazia degli Illusi, diretta il primo anno da Palmieri ed il secondo ed ultimo da Martini. E fra i fondatori dell’Abbazia c’era naturalmente Pino Bellinetti che vi tenne una vivace rubrica il cui titolo era un programma: «La specola politica».

    La rivista ebbe un successo letterario enorme, di risonanza internazionale, ma finanziariamente è stata un fiasco. Tant’è vero che alla fine del secondo anno di direzione anche economica di Martini, il debito con la tipografia per la stampa dell’Abbazia superava le dieci mila lire.

    Benvenuto Suriani, amministratore della tipografia creditrice nonché stampatrice della Voce del Mattino, rifiuta di stampare altri numeri della rivista e anzi minaccia di trattenersi parte dello stipendio che Martini percepiva quale redattore della Voce fino al saldo del debito. Se la minaccia fosse stata attuata, Martini – che guadagnava come redattore 300 lire al mese – sarebbe morto d’inedia.

    Quindi ecco intervenire il solito angelo custode Bellinetti. Il quale dice a Suriani: «Dell’Abbazia degli Illusi non se ne parli più; ma tu non ti tratterrai nulla dallo stipendio di Martini, il quale ti pagherà in natura. Cioè scriverà un romanzo del valore di diecimila lire, romanzo che pubblicheremo a puntate sulla Voce del Mattino. Naturalmente le dieci mila lire che la Voce dovrebbe pagare a Martini te le tieni in conto Abbazia».

    L’affare venne concluso e Martini ogni sera consegnava in tipografia una nuova puntata del romanzo intitolato Abra Cadabra. Il quale Abra Cadabra era un enigmatico personaggio zingaresco attorno al quale si svolgeva tutta la vicenda, parte vissuta in Toscana e parte a Rovigo. Quel romanzo ha avuto una vita stentata ed è morto prima di giungere alla parola fine.

    Certe sere, quando il giornale stava per essere chiuso, il proto correva alla ricerca di Martini e gli diceva: «Mi occorrono ancora almeno dieci-venti righe per completare la puntata del romanzo». E Martini le buttava immediatamente giù.

    Un bel giorno un lettore ci manda una lettera con la quale ci avverte che un personaggio di Abra Cadabra, morto in Toscana in una delle prime puntate, era ricomparso vivo e sano a Rovigo. Martini mi incarica di preparargli l’anagrafe di tutti i personaggi del romanzo affinché errori del genere non abbiano più a verificarsi, e per il personaggio resuscitato spende una puntata per spiegare ai lettori che il decesso era stato soltanto apparente.

    In quel tempo Martini si prese la malaria e rimase a letto un buon mese. E il romanzo glielo continuammo noi -Consigli -Rizzi -Sartori. Ma tornato in salute e, fatti i suoi conti, Martini sospese la continuazione del romanzo asserendo che secondo lui il debito per l’Abbazia era stato saldato. Bellinetti fu dello stesso parere, con grave disappunto dell’amministratore e – nessuno l’avrebbe pensato – anche dei lettori. E così il romanzo Abra Cadabra morì.

    Otto giorni dopo arriva in redazione la lettera di un lettore, il quale riconosce – bontà sua – il diritto al giornale di sospendere il romanzo, ma prega di scriverne almeno un’altra puntata per seppellire quel disgraziato personaggio che si era suicidato in una camera dell’albergo Stella d’Italia, allora esistente sotto i portici di via Angeli. La puntata richiesta non è mai stata scritta, la Stella d’Italia non esiste più e il morto del romanzo è rimasto insepolto.

  • Il ritorno del “baseganin”

    Il ritorno del “baseganin”

    Un vino del tutto sconosciuto oggi il “baseganin”.

    Non era così mezzo secolo fa quando si meritava apprezzamenti sinceri da vari cultori del nettare di Bacco e in particolare da un pioniere di un turismo naturalistico in Polesine, quale fu il prof. Luigi Salvini che ne parlò con accenti nostalgici nel suo celebre libro "Una tenda in riva al Po". La bottiglia col vino tipico polesano – annotò il prof. Salvini – “avvolta con l’erba e nascosta sotto i pajai, si offriva come una mammella da cui succhiare sogni e sole. Un vino leggero e profumato, un vero elisir che la terra polesana fa maturare in piccoli oasi a conforto dei nebbioni, delle scalmane e dei guai”.

    Oggi – in tempo di riscoperta delle tradizioni più genuine della terra dei fiumi – è partita una specie di crociata per salvare il vitigno ormai pressoché scomparso che si coltivava specialmente nelle corti di Bellombra, ma anche in varie altre zone del Polesine, e cresceva con ottimi risultati ai margini degli antichi paleo-alvei sabbiosi.

    Paladina di questa importante azione di salvaguardia dell’uva “basegana” si è fatta l’associazione Slow Food in accordo con il Comune di Adria. Nella primavera scorsa gli innesti provenienti dal fondo Fornazzo sono stati posti a dimora in alcune aziende, tra queste l’azienda vitivinicola La Mainarda, con l’obiettivo di salvare il vitigno dall’estinzione e di arrivare a produrre il baseganin.

    Ottime quindi le premesse per poter gustare nei prossimi anni qualche bicchiere di un vino veramente autoctono.

    Un’iniziativa questa in controcorrente con la progressiva rarefazione dei vigneti polesani e la diffusa idea che la nostra non sia assolutamente una terra idonea per la viticoltura.

    Ma un tempo – circa 150 anni fa – c’era invece chi scommetteva sulle potenzialità vinicole polesane, tanto da impegnare il Consiglio Provinciale in un’azione a sostegno del progetto di una scuola enologica regionale da realizzare a Conegliano o, in alternativa, alla Praglia in provincia di Padova. Dalla frequenza dell’istituenda scuola ci si attendeva ovviamente una positiva ricaduta per la viticoltura polesana.

    Una puntuale informazione sulle attese dell’epoca ci viene offerta da Elios Andreini nel volume “La destra storica al governo in Polesine 1869-1877”, che ci documenta – con una narrazione venata da un piacevole humor – come, in data 22 dicembre 1874 il consiglio Provinciale sia stato, tra le altre cose, impegnato nella discussione del contributo a favore della scuola enologica trevigiana.

    Questi i fatti come ci vengono illustrati dalla frizzante penna di Andreini.

    “Da Treviso era venuta la proposta Carpené-Carletti per l’istituzione di una scuola enologica. Corso di due anni, 20 allievi, 40.000 lire per l’impianto, 25.000 per la gestione.

    Petrobelli, il dotto, era stato della partita a rappresentare il Polesine. Rovigo avrebbe preferito la più vicina Padova, il Monastero di Praglia, altro frutto prelibato derivato dalla soppressione dei beni ecclesiastici. Ma da Conegliano era partita l’idea, unita alla disponibilità dei locali e del terreno.

    Tanto interesse del Polesine era dovuto ad un paesaggio agricolo profondamente diverso dall’attuale. La produzione annua di vino si aggirava attorno ai 120.000 ettolitri. Molto se si pensa che Treviso era sui 200.000 e Padova sui 310.000.

    Dall’elenco dei possidenti impegnati nella coltivazione della vite, Papadopoli, Selmi, Gobbatti, Ballarin, Salvagnini, Picinali, si ricava che i grappoli splendevano al sole nelle diverse aree della provincia, nelle zone bonificate di recente e in quelle di antica coltivazione. E ai proprietari, alcuni consiglieri, non sfuggiva di certo che dai vini cattivi si trae un modesto ricavo.

    Altrove, all’estero, si eliminavano i difetti a seconda dell’annata, si conoscevano i segreti e i trucchi. I vini francesi si vendevano lontano e a prezzi altissimi, i nostri non si allontanavano dal campanile. Il mondo antico attendeva il Falerno, il moderno le mode e i vini di Francia. Danneggiati quindi i produttori e colpiti i consumatori adusi a "turpi avvinazzamenti". Un buon vino (quale bestemmia), secondo il Caccianiga, poteva garantire una più alta moralità, allontanando da "passioni violente".

    La strada per la Scuola Enologica era pertanto doverosa e giusta; eccessiva invece l’euforia polesana, se si pensa che nella zona di Lendinara un ettaro di vigneto espropriato per la costruzione della ferrovia (possidente non definito, forse Petrobelli) era stato pagato 20.000 lire, cifra clamorosa, equivalente a sette! annualità del segretario generale della Provincia.

    Escluso ogni illecito, viene da pensare ad un contratto firmato sotto l’effetto di un ottimo nettare, di quelli cioè che, a detta degli esperti, favorivano la moralità. Per fortuna la strada ferrata attraversava anche campi di granoturco o terreni ingrati, altrimenti il costo degli espropri o degli accordi bonari avrebbe provocato un doppio disastro: l’eliminazione di alberi miracolosi e l’esaurimento dei fondi prima dell’appalto alla Società Veneta.

    A rappresentare la Provincia in quel di Treviso fu eletto Marchiori”¹.

    Approvata dunque la proposta di sostegno all’iniziativa trevigiana, caldeggiata dal consigliere lendinarese Domenico Marchiori, il Consiglio Provinciale fu chiamato dopo otto mesi a ratificare la delibera, stabilendo modalità e tempi del contributo polesano. L’argomento fu messo all’ordine del giorno per la seduta del 18 agosto 1875, come ci informa di seguito Andreini.

    “Nel dicembre del 1874 si era detto di sì, in linea di massima, all’idea di concorrere alla istituzione di una scuola per vignaioli a Conegliano. I mesi trascorsi non erano stati sprecati. La Provincia di Treviso si era impegnata per 10.000 lire annue per 20 anni. Analogo sforzo ci si attendeva dal Governo.

    Il Comune di Conegliano, spinto dai produttori Bellati e Carpené, si esponeva addirittura per 90.000 lire, tra fabbricati, terreni e contributi. Per bruciare le tappe, lo statuto era stato copiato da quello di Altamura, già ratificato da Roma. Si attendeva la risposta dalle altre province venete. Solo Padova resisteva, sognando ancora di collocare analoga scuola nel Convento di Praglia, tra quiete stanze e ridenti colline.

    Rovigo, esente da simili ambizioni, ma protagonista nella produzione di vini, si dichiarò pronta per 1.000 lire una tantum per le spese di avviamento e per altrettante per 20 anni, nella comune speranza di avere soprattutto dei buoni vignaioli, piuttosto che degli èsperti "agenti di vigneti e di cantine". Il Bellati ebbe a dire: "meglio dei flebotomi che dei cerusici". Una scuola per tecnici quindi. Per il resto bastavano i proprietari disposti a scommettere sull’uva, in una pacifica guerra con gli aristocratici austriaci.

    In Consiglio obiezioni vennero dal Parenzo sulla durata dell’impegno (20 anni), quasi una garanzia assoluta, e in negativo, contro la tanto auspicata scuola di Agraria in Polesine. Gli rispose con insolita enfasi il Marchiori, che arrivò persino a sostenere “l’identità, tra Treviso e Rovigo, delle condizioni geologiche”. Euforia scientifica da vino!

    Il Consiglio allegramente mediò. I vent’anni potevano intendersi anche "scomposti", di cinque anni in cinque anni. Nessuno, né l’entusiasta Marchiori, né lo scettico Parenzo, previde – forse non era neppure ipotizzabile – che nell’agricoltura polesana le vigne sarebbero progressivamente sparite”².

  • La pesca non era uno sport

    La pesca non era uno sport

    Il pesce, in tempi poveri e grami, è sempre stato per la nostra gente una grande fonte di ricchezza e sostentamento, poiché nelle acque del nostro Polesine si pescava in grande abbondanza.

    Oggi il pesce è considerato dalla scienza medica un alimento insostituibile e consigliato a tutti, in particolare alle persone anziane. Un tempo non si pensava alle caratteristiche organolettiche o dietetiche dei cibi, l’importante era trovare il modo di procacciarseli.

    Il ricordo va ai tempi della mia infanzia, quando eravamo quasi in una ventina di persone in famiglia ed allora, dietro consiglio del nonno, mettevo due nasse (in dialetto chiamate bartaelli) in un fosso che attraversava una nostra proprietà. Andavo a levarle due giorni alla settimana, il lunedì ed il venerdì, ed erano sempre piene di ogni ben di Dio, che a volte non ci stava tutto nel secchio e il pesce piccolo lo ributtavo nell’acqua.

    Grazie a questa mia attività il companatico era assicurato per più pasti; il pesce si friggeva con lo strutto del suino. Le specie più pregiate erano: il pesce gatto, le tinche, i lucci, le carpe e persino qualche anguilla.

    Va ricordato che si andava a levare le nasse dal fosso il venerdì, poiché con la religiosità del tempo, guai mangiare carne quel giorno, così come pure alla vigilia delle grandi ricorrenze: Natale, Pasqua ed il primo giorno di quaresima. In quei giorni il menù doveva essere assolutamente a base di pesce.

    Anche nel Vangelo il pesce spesso è citato, basta ricordare la pesca miracolosa nel lago di Tiberiade, oppure le nozze di Cana, quando Gesù non solo aveva trasformato miracolosamente l’acqua in vino, ma raddoppiato anche il pane ed il pesce. Gli apostoli stessi erano pescatori e Gesù aveva detto a Pietro: “D’ora in avanti ti farò pescatore di anime”. Anche nell’arte il pesce è stato spesso immortalato da tanti pittori nelle loro tele denominate “Natura morta”.

    Un discorso particolare va poi alle rane, visto che nei nostri canali, di notte, era tutto un gracidio e i pescatori andavano a pescarle vive, in barca lungo i canali, ipnotizzandole con il lume di una centilena a carburo (questa pesca era detta in dialetto “a fascela”).

    Oggi la pescosità si è molto ridotta a causa del degrado dell’ambiente, inoltre a distruggere tante specie prelibate di pesce nei nostri canali e nel nostro Po, da alcuni lustri, è arrivato dal Danubio il pesce siluro che, oltre ad essere molto prolifico, è resistente anche agli inquinamenti, è molto vorace e mangia persino topi e nutrie. Può raggiungere anche due quintali di peso. Dice un vecchio proverbio contadino “Le erbe cattive sono sempre più forti di quelle necessarie e non muoiono mai!”.

    Ora gli appassionati di pesca altopolesani si dilettano a pescare a pagamento nelle cave della ex-fornace di Bergantino o in quelle dell’Arella.

    Mi sovviene in questo momento un monito indiano: “Quando l’ultimo albero sarà abbattuto, quando l’ultimo fiume sarà avvelenato, quando l’ultimo pesce sarà catturato, allora vi accorgerete che i soldi non si possono mangiare”. E’ da ricordare anche il detto popolare “Chi dorme non piglia pesci” a significare che nella vita se si vuole raggiungere qualche obiettivo, bisogna esser sempre all’erta, pronti e attenti.

    Per l’accertato squilibrio della natura quanti insetti, rettili, anfibi sono scomparsi dalle nostre campagne! Questi, oltre che necessari, erano una meraviglia della natura stessa. Basta ricordare le lucciole, i grilli, le rane, le raganelle, i ramarri, le libellule, i maggiolini, i rospi, le tartarughe e tante altre specie. Anche se questi piccoli animali non sono del tutto scomparsi, anno dopo anno se ne vedono sempre meno e, proseguendo di questo passo, sono destinati all’estinzione. Purtroppo persino le api non sono state risparmiate, ed in varie occasioni si sono registrate grandi morie, e il sospetto ricade sui trattamenti antiparassitari degli agricoltori.

    Per la produzione del miele il mio paese Melara è sempre stato famoso fin dai tempi dei Romani, tanto che ne scrive persino Plinio Senior. Il nome stesso Melara deriva dal latino “Mellis Ara”: altare del miele.

    Anche le lucciole, che emettevano una viva luce all’addome ad intervalli, sono quasi estinte. Nelle sere di giugno erano così numerose e quel bel luccicare si confondeva con le stelle. Contemporaneamente si sentiva il gracidare delle rane nei fossi, il “cri cri” dei grilli nei campi, l’odore del fieno e della paglia del frumento e quei profumi e quelle visioni erano così incantevoli e portavano l’uomo alla riflessione e verso il Creatore.

    Alle lucciole è legato il detto “Non prender lucciole per lanterne” a significare che la luce delle lucciole è flebile ed illusoria, contrariamente alla luce vera e duratura delle lanterne. Ormai questi scenari e profumi sono cose di altri tempi e le nuove generazioni, non avendoli mai visti né sentiti, non potranno mai farsi un concetto adeguato di tanta amenità. Nel ricordare tutto ciò, provo ancora quel fascino unico.

    L’unica cosa che nel mio lavoro nei campi mi rattristava era vedere la lotta per la sopravvivenza. Una volta, mentre stavo sfalciando del fieno vicino ad un fosso, sentii improvvisamente il grido disperato di una rana. Pian piano mi avvicinai e la vidi in bocca ad una biscia che lentamente la stava inghiottendo. Una scena terrorizzante e pietosa: le due zampe posteriori del povero anfibio diritte come se chiedessero aiuto, la bocca spalancata, ormai s’intuiva che era finito, infatti gli occhi erano quasi fuori dal loro posto naturale. Presi una zolla e la lanciai contro il piccolo rettile che, impaurito, fu costretto a lasciar libera la rana che, seppur stremata, riuscì ad eclissarsi sott’acqua.

    Oggi non c’è più spazio per il ritorno a idilli agresti. Eppure un tempo il rapporto con la natura era toccante, ed esaltante ad ogni evolversi di stagione. E non a caso il grande poeta latino Virgilio nelle “Georgiche” scrisse: “Ogni lavoro è umano, quello dei campi è divino”. Il grosso problema odierno è che questa terra, tanto bella e amabile, è sfruttata ed oltraggiata dalla stessa umanità che l’ha avuta in dono. Ormai l’inquinamento ha procurato persino il buco nell’ozono e la terra si è surriscaldata e tanti ghiacciai, anno dopo anno, si stanno sciogliendo facendo aumentare il livello degli oceani e dei mari.

    E’ tempo di riflettere, ed è necessario che ciascuno si assuma le proprie responsabilità

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