Uno dei più tradizionali luoghi di villeggiatura montana per i Polesani è sicuramente l’altopiano di Asiago, perciò ho ritenuto di interesse per i lettori de “Il Ventaglio”, raccontare una interessante esperienza vissuta a fine luglio, quando fui invitato a partecipare alla simpatica manifestazione: Asiago e Bollicine. Un titolo fantasioso ed estremamente sintetico, allettante per solennizzare il connubio tra i formaggi “Asiago” ed il “Prosecco” di Conegliano e Valdobbiadene.
Al prosecco classico, di cui si riconoscono due zone diverse di produzione, è stato abbinato il formaggio “Asiago” per valutarne le possibilità di guastare l’accostamento. Il Brut e l’extra dry di Conegliano, ottenuti in aree piane, è parso preferire il formaggio “fresco” pressato, prodotto da latte intero e di limitata stagionatura (20-40 giorni), mentre al formaggio “mezzano” di 6 mesi è sembrato più opportuno abbinare il prosecco di Valdobbiadene ottenuto da zone collinari.
L’Asiago “Fresco” lascia una leggera acidità, che si sposa con la freschezza del prosecco DOC di Conegliano, essendo peraltro gradevolissimo anche con il “Mezzano”.
Il “Vecchio” stagionato per oltre 10 mesi e lo “Stravecchio”, stagionato oltre 15 mesi (questi, caratterizzati da un’occhiatura di piccola e media grandezza) meglio si abbinano al prosecco di Valdobbiadene.
Le specialità casearie dell’Altopiano dei Sette Comuni sono protette dal Consorzio per la tutela del formaggio Asiago che, per primo in Italia, si è dotato di un sistema di tracciabilità totale: dalla stalla, ove è stato munto il latte, al punto di vendita. Tutta la produzione della zona tutelata può vantarsi della certificazione europea D.O.P., denominazione di origine protetta.
Al Consorzio di tutela dell’Asiago aderiscono 47 ditte, di cui 41 sono produttori e 6 gli stagionatori, la produzione di formaggio Asiago dalle 7100 tonn. del 1979 è aumentata a 22650 tonn. del 2007. Un notevole successo che, per l’abbinamento di cui ci occupiamo, è simile al vero e proprio “fenomeno” dell’incremento di produzione del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene.
E’ di questi giorni la notizia che Merriam Welster’s Collegiate Dictionary, uno dei più prestigiosi dizionari americani, ha inserito proprio la parola “prosecco” tra i cento vocaboli stranieri entrati nel linguaggio comune degli Stati Uniti.
Tra i giacimenti gastronomici italiani i due prodotti sono riconosciuti per l’elevata qualificazione, ma soprattutto per la crescente richiesta del mercato.
L’abbinamento è stato compiuto con una degustazione guidata, con la selezione di vini ottenuti nell’area storica ai piedi delle Prealpi Trevigiane, con il formaggio d’Allevo “Vecchio” e “Stravecchio” prodotto in malga.
Quattordici forme sono state sottoposte al vaglio della giuria composta da esperti degustatori riuniti a porte chiuse che hanno decretato quali fossero le migliori. Il primo premio nella categoria Stravecchio è andato a Roberto Frigo di Malga Larici, che lo scorso anno vinse il premio per la categoria Vecchio attribuito quest’anno a Sergio Basso per il prodotto ottenuto nell’estate 2007 a Malga Pusterle.
Il più vasto comprensorio di malghe attive dell’arco alpino, con questa produzione di qualità a “tutela totale” – la cui filiera ricade in territorio montano con garanzia di trasformazione di latte ottenuto da bovine alimentate esclusivamente al pascolo estivo e con fieno di monte – ha offerto ai consumatori la valorizzazione di questo storico prodotto caseario D.O.P., ora “gemellato” con uno dei vini più rappresentativi del panorama enologico italiano nel mondo: il Prosecco DOC di Conegliano e Valdobbiadene.
Non sono pochi vent’anni di attività, impegnati per attivare forme di sostegno nell’ambito della sanità per migliorare la salute dei cittadini. Un traguardo questo raggiunto con piena soddisfazione dagli “Amici del Cuore”, associazione attualmente guidata dal dott. Carlo Piombo, al quale chiediamo innanzitutto com’è stata avviata questa lodevole iniziativa.
“L’associazione nasce nel 1988 per volontà del primario di allora, il dottor Pietro Zonzin e ha trovato subito il mio consenso, (siamo stati fondatori con altre tre persone). Io allora ero sindaco di Rovigo e accolsi volentieri questa idea della fondazione di una associazione specifica – che fu poi denominata gli “Amici del cuore” – che avesse una finalità puntuale rivolta al sostegno dell’attività della cardiologia rodigina con azioni che fossero effettivamente di educazione sanitaria e di lotta contro i fattori di rischio delle malattie cardiache”.
– Come può un’associazione trovare le risposte giuste?
“Ci sono tante cose che la struttura pubblica non arriva a fare, invece molte cose più semplici che il volontariato può sostenere: la ricerca per esempio, l’approfondimento di determinati temi, sui quali anche i medici hanno bisogno di aiuto, sia per lo studio, sia per la situazione finanziaria.
La seconda finalità, che potrebbe essere anche la prima, è questo desiderio di far conoscere il cuore come motore della vita, evitare che si ammali, seguendo comportamenti e stili che vanno assolutamente regolati. Ovviamente c’è un collegamento tra diverse malattie: se noi ci comportiamo bene, non fumiamo, beviamo poco, mangiamo correttamente è evidente che evitiamo anche una serie di altre patologie che poi incidono sul nostro organismo. La specificità del cuore nell’andamento generale dell’uomo è veramente fondamentale. Combattere l’obesità e la droga sono azioni che abbiamo fatto in questi anni, anche con qualche successo.
Il terzo obiettivo, che non dimentico mai di ricordare, è quello dell’assistenza alle famiglie degli infartuati che ne hanno bisogno: questo è un argomento che non tiriamo quasi mai fuori perché è molto delicato, lo facciamo sempre con molta discrezione”.
– Come si presenta l’associazione a vent’anni dal suo avvio?
“Non nascondo che ci sono dei problemi legati alla vita dell’associazione. L’associazione oggi ha circa 500 iscritti; sono generalmente infartuati, poi ci siamo noi che tutto sommato stiamo bene. C’è però bisogno di linfa nuova, di giovani che siano inseriti nella società civile e che riescano dunque ad ottenere quelle disponibilità finanziarie che servono a far vivere l’associazione secondo i fini statutari. Naturalmente la nostra è un’associazione di volontariato puro, nessuno prende una lira, nessuno ha un rimborso e tutto si fa con finalità di cui parlavamo prima”.
– Quali le maggiori soddisfazioni per il raggiungimento di obiettivi prefissati?
“Una delle ricerche che ci ha dato maggiore soddisfazione è stata la tecnica della cura cuore-polmoni (non mi addentro nella problematica perché questo non è il mio campo) però ha fatto dell’ospedale rodigino un punto di riferimento nazionale col primario Zonzin protagonista in tutti questi anni. Poi abbiamo seguito la cardiologia che, da piccolo ambulatorio è diventato un reparto d’eccellenza. Dobbiamo ricordare che nel nostro ospedale, dal punto di vista tecnico, siamo arrivati ad avere anche tutte quelle terapie che portano agli interventi veri e propri; la cardiologia a Rovigo è ora un reparto di eccellenza. Con orgoglio possiamo ricordare un riconoscimento che abbiamo avuto: il premio “San Francesco città di Rovigo” nel 2004 per meriti sociali”.
– Quali le iniziative in cantiere?
“L’associazione si sta battendo con alcune iniziative che verranno effettuate a partire dal prossimo anno: quello della lotta contro il colesterolo e la ricerca sulla mancanza di salute per malattie di cuore. Su questi temi daremo vita ad una campagna pubblica aperta “Città di Rovigo”, e poi continueremo con quelle attività che vanno fatte ad iniziare dalle scuole elementari. Bisogna trovare il consenso, magari partendo dalle scuole che dimostrano maggiore sensibilità; pensiamo ad esempio a quelle del quartiere San Pio X che dimostrano attenzione a queste problematiche.
Partiremo proprio da loro con piccole lezioni di un breve contenuto. Abbiamo provato anche con le scuole superiori; abbiamo avuto successo con il liceo classico.
Abbiamo oggi un primario, il dottor Roncon, che è molto bravo: è un papà giovane che riesce a dialogare con i ragazzi. L’ho visto in diverse occasioni anche con i bambini. L’intenzione è di cominciare anche con persone adulte; abbiamo già contatti con le famiglie di Badia, con Ariano Polesine. Quello che stiamo cercando ora è il reclutamento di nuove forze; sto cercando di cooptare nel consiglio di amministrazione persone giovani che siano inserite nel sociale”.
– Come riuscite a finanziare le vostre attività?
“Una delle iniziative fondamentali è rappresentata dal Concerto di Capodanno che organizziamo presso il Teatro Sociale di Rovigo. Ci costa un po’, raccogliamo sempre fondi ed è l’occasione per la città di Rovigo d’avere tutto il teatro pieno: oltre 700 persone che concorrono con un’offerta al sostegno dell’associazione. Altra iniziativa è quella delle noci, un prodotto polesano, partita lo scorso anno. Le noci sono un prodotto della natura che forse pochi conoscono, viene chiamato anche il cibo degli dei, perché contengono dei grassi insaturi. L’anno scorso abbiamo distribuito un migliaio di confezioni forniteci da uno sponsor: sull’offerta abbiamo avuto un buon ritorno, oltre 25.000 €.
È poi grazie alla Fondazione della Cassa di Risparmio di Ferrara se siamo riusciti per quasi vent’anni ad organizzare una borsa di studio per giovani medici, a volte anche non strutturati all’interno della cardiologia. Giovani che hanno approfondito argomenti di natura cardiologica, fino ad arrivare a dare il loro contributo alla ricerca. Siamo riusciti a farlo fino allo scorso anno, grazie al sostegno della fondazione Cassa di Risparmio di Ferrara, però quest’anno abbiamo avuto qualche difficoltà: non è la loro piazza. Stiamo cercando altri sostegni: ci siamo rivolti alle banche di Rovigo; speriamo nella Fondazione della Cassa di Risparmio di Rovigo.
Un’altra iniziativa è consistita nella messa a disposizione di alcuni defibrillatori al Calcio Rovigo e al Teatro. Collaboriamo infine con un’associazione di Villadose legata ad AFRICA TWENDE una associazione questa nata come gruppo di volontari, che opera in Africa. Il nostro primario, dottor Roncon, si è detto entusiasta di questa iniziativa e si è ripromesso di dare la sua opera in favore di questo ospedale in Africa”.
– Un messaggio per concludere
“La gente deve sapere che in Italia la malattia per cui si muore di più è ancora riferita al cuore, se non è pronta una struttura adeguata. Occorre inoltre una corretta alimentazione: spesso si mangia troppo, si fuma, si beve molto, la gente disordina, anche le persone normali difficilmente riescono in una settimana a fare un po’ di moto. Da questo punto di vista voglio ricordare che abbiamo organizzato un torneo di tennis per propagandare l’efficacia dello sport per la salute.
Per il prossimo anno stiamo pensando a delle biciclettate, utilizzando l’asta del Ceresolo, quella che da Sarzano, raggiunge Botti Barbarighe; è un percorso naturalistico una vera e propria pista ciclabile in mezzo alla natura, 25 chilometri, 50 tra andata e ritorno; magari ci attrezzeremo con qualche pulmino per caricare i più stanchi, e prevederemo dei punti di sosta dove ci si possa rifocillare con qualche panino”.
Quest’anno la fiera della Madonna del Carmine di Taglio di Po, si è arricchita di un inedito appuntamento che sarà ripetuto anche nei prossimi anni: un riconoscimento ai “Tagliolesi che si sono distinti nel Mondo onorando il paese”. Un premio a quanti, dopo aver lasciato il paese natio per lo più per necessità legate all’attività lavorativa, hanno raggiunto, fuori dei confini del Polesine, elevate mete sociali, culturali economiche ed umane.
L’idea, nata dall’Amministrazione Comunale, in collaborazione con la Pro Loco, ha visto la concretizzazione di questa iniziativa nella serata di sabato 20 luglio, in una piazza gremita di pubblico: tra i presenti anche il direttore della rivista” Polesani nel Mondo,” don Valentino Tonin.
Sul palco, chiamati dal presidente della Pro Loco, Leandro Maggi, sono saliti il Generale dell’Esercito Emilio Doni, attualmente residente a Roma, il pittore Romano Boscolo, che vive a Colegno (TO) e la vedova del Musicista e Direttore d’Orchestra Gilberto Crepaldi, scomparso nel 2001, che abita a Milano. Una medaglia d’oro è stata loro consegnata dal sindaco, professoressa Margaret Crivellari, con un attestato riproducente la motivazione del riconoscimento. Per il Generale Emilio Doni, originario di Mazzorno Destro, frazione di Taglio di Po, la motivazione ha sottolineato il suo impegno al servizio della patria, percorrendo con dignità ed onore una prestigiosa carriera militare. Per il pittore Romano Boscolo, nato a Taglio di Po nel 1942 e trasferitosi a Torino dopo l’alluvione, la motivazione ha sottolineato il suo impegno e i validi risultati ottenuti in campo artistico. La terza medaglia è stata data alla memoria del musicista e direttore d’orchestra Gilberto Crepaldi, nato a Taglio di Po nel 1934 e morto a Milano nel 2001, la cui splendida e prestigiosa carriera ha avuto inizio giusto 50 anni fa, nel 1958, quale violinista nell’orchestra internazionale dei giovani sotto la direzione di Igor Strawinski.
Accanto a questi tre importanti tagliolesi, che si sono impegnati con tutte le loro risorse umane per ottenere traguardi validi fuori dei confini della provincia, sono poi stati premiati dalla Pro Loco, in collaborazione con l’Amministrazione Comunale, altri cittadini distintisi nell’ambito del territorio comunale per i loro talenti, le loro capacità, professionalità. Sono saliti sul palco per ricevere i meritati riconoscimenti dal sindaco Margaret Crivellari: Mauro Pregnolato, maestro di Judo, già cintura nera, presidente del settore judo_Msp Italia che fra l’altro ha ricevuto il prestigioso ottavo Dan (riservato a pochi maestri nel mondo) conferitogli dal Comitato Nazionale; Archimede Finotti, che grazie alle sue indiscusse doti di commerciante ha trasformato la sua azienda in una delle più importanti realtà europee; Fiorito Bellan per le sue qualità di industriale e per essere punto di riferimento di decine di aziende artigianali del nostro paese; Giuseppe Fini per le sue qualità di politico ed imprenditore e per il forte attaccamento alla sua terra con l’augurio di un ulteriore successo nella sua nuova carica di Presidente dell’Interporto rodigino; Matteo Toso, figlio d’arte e attuale chitarrista della nota cantante Alexia, per le sue qualità di musicista; Jimmi Bonato per essere da circa quarant’anni uno dei musicisti più quotati nel panorama musicale italiano; Vigor Bovolenta, vicecampione nazionale di Volley che ha onorato nel mondo il nostro paese; Cristian Bovolenta, calciatore che ha onorato nel mondo il nostro paese; Emanuele Pavanello, campione europeo di braccio di ferro che ha onorato nel mondo il nostro paese.
Una bella iniziativa, seguita da un numeroso pubblico, svoltosi nella serata della fiera del Carmine, con la premiazione dei Tagliolesi che si sono distinti nel mondo, e di altri che, con la loro sensibilità e capacità, sono stati motivo di sviluppo socio-economico per il paese. Ed il positivo riscontro fatto registrare dalla manifestazione autorizza a pensare che il premio ai tagliolesi distintisi fuori e dentro i confini comunali sarà ripetuto anche nei prossimi anni.
Davvero emozionante il raduno interprovinciale dei Bersaglieri, che Lendinara ha ospitato il 31 agosto. Ad occuparsi dell’organizzazione è stata la sezione locale dell’associazione nazionale Bersaglieri, guidata dal presidente Ottorino Tomanin, in stretta collaborazione con il Circolo Alfa-Aics e il suo presidente Claudio Martello. All’organizzazione della giornata hanno dato il proprio supporto anche l’Avis comunale “Gino Favaro”, l’Amministrazione Comunale, la Protezione Civile e la Polizia Locale.
Alla giornata di festa, per la cui organizzazione si sono prodigati particolarmente Guerrino Montagnana e Benito Zanca della sezione locale dei Bersaglieri, hanno partecipato numerosi gruppi di Bersaglieri e rappresentanze di diverse associazioni combattentistiche, che sono arrivate anche da fuori Provincia. Diverse, inoltre, le autorità civili e militari che hanno presenziato alla cerimonia e hanno portato il proprio saluto.
Il raduno interprovinciale ha preso il via con l’alzabandiera sulla musica dell’Inno d’Italia e con la benedizione del monumento del Bersagliere, intitolato alla medaglia d’argento al valor militare Guerrino Danese; monumento di cui quest’anno si è festeggiato il decimo anniversario dall’inaugurazione avvenuta nel 1998.
Particolare curiosità ha riscosso l’arrivo dei paracadutisti dell’Aeroclub di Ferrara, che, accompagnati dal tricolore, sono magistralmente atterrati sul campo di via Perolari. La giornata di festa è proseguita in piazza Risorgimento, raggiunta a tempo di fanfara dal corteo di Bersaglieri, di associazioni combattentistiche, di autorità e di civili.
Tra le autorità intervenute, hanno portato il proprio saluto il sindaco di Lendinara Alessandro Ferlin, che ha sottolineato il senso di amicizia che ancora oggi unisce chi ha indossato la divisa di Bersagliere, e i generali Elio Ricciardi e Vezio Vicini. Entrambi hanno ricordato l’instancabile e indispensabile intervento dei Bersaglieri, testimonianza di valori e ideali importati per la società. “Il bersaglierismo è uno stile di vita che non morirà mai, – ha sottolineato il presidente provinciale dell’associazione nazionale Bersaglieri, Davide Pregnolato – così come il corpo dei Bersaglieri”. Presenti alla giornata anche l’Onorevole lendinarese Emanuela Munerato e i sindaci di Canaro Antonio Dal Ben e di Vigasio Daniela Contri, insieme al sindaco dei ragazzi di Lendinara Marco Lucchiari. Anche il presidente della Regione Giancarlo Galan ha voluto essere vicino ai Bersaglieri, inviando il proprio saluto con cui ha sottolineato l’importanza dell’appuntamento.
La giornata è proseguita con la messa al campo, celebrata dal Padre Abate Diego Rosa, a cui è stato donato dalla sezione locale dei Bersaglieri il tradizionale cappello piumato del corpo. Durante la cerimonia, il Padre Abate ha ricordato i Bersaglieri che sono caduti sui campi di battaglia e l’italianità del corpo.
In corteo e accompagnati dalla fanfara, i Bersaglieri hanno sfilato lungo le vie cittadine ed hanno reso omaggio al monumento ai Caduti di Nassiriya, prima di fare ritorno a ritmo di corsa in piazza Risorgimento. A conclusione del raduno interprovinciale dei Bersaglieri, le Fanfare di Viadana e del Brenta si sono esibite in un concerto in piazza Risorgimento, emozionando il pubblico con i migliori pezzi tratti dal loro repertorio.
Dondolano docili, a modo loro lieti, alcuni rami oltre le inferriate, come reclusi recisi alla visuale tra il tetto e il muro del mio casolare. Eppure si muovono anche i miei pensieri, nonostante siano apparentemente prigionieri..
RICERCA
Acqua marina è il cielo dove disperdo gli occhi e ricompongo i fili scomposti della vita. Mi ricordo e vedo i miei pensieri vaghi senza capobranco come animali malnutriti. Passi sperimentali muovo ora in campi nuovi dove coltivo viole del pensiero.
(Nonostante, Ricerca) Nonostante la condizione umana e tutta l’organizzazione sociale in cui si opera ci pongano dei limiti, ecco che l’idea di libertà, innata negli uomini, ci può riscattare e ci permette di portar sentimenti ed idee fuori dalle prigioni mentali in cui sono chiuse le nostre potenzialità creative.
ANIMALI DIVERSI
Sta come in cima all’albero in bilico tra punti incerti la mia anima animale così diversa dalla tua che mi fa solo male.
IL TUO SILENZIO
Il tuo silenzio è una vibrissa di gatto, tunnel recettivo che ascolta, vibrante come il grido di parole inghiottite. Riempie l’aria di pagliuzze che mi fanno un poco lacrimare.
BARRIERA
Resta sempre un muro ritto fra gli amanti di due dimensioni. Solo la poesia vola oltre salta di là con tenere intenzioni, porta e riporta parole accende infinite conversazioni.
(Animali diversi, Il tuo silenzio, Barriera) Un rapporto affettivo è spesso messo alla prova dall’incapacità di comunicare e dalla paura di perdere se stessi nel dono reciproco. A volte, la poesia parla per noi e non traduce rancori, né egoismo; permette di porgere in volo e senza peso le pietre spigolose dei nostri timori.
ALL’APE
Giusto un senso di sfaldamento tra seno e seno… appena un poco di dissolvimento della mia materia, giù fino alla pancia un breve dolce dolore intenso mi prende amore pensando a te. Paralizzante un’energia che abbraccia e avvolge piano penetra dentro confidente e scorre fino alle vie segrete dove attende, fiore aperto, che tu ti posi, ape.
MARGHERITE
Sento margherite a mille crescere nel mio ventre verde e premere con le radici forti per fiorire. Sento la vita muovere e venire nel segreto castello dell’ovaio con le erbe prese dal tuo telaio.
(All’ape, Margherite) Il grembo di una donna è una terra fertile dove la vita può attecchire prepotentemente, nutrendo la sua energia con le forze provenienti da fattori diversi e convergenti. In queste due poesie, la convergenza è data dall’amore fisico e da quello spirituale che governano l’atto sessuale e la comunione emotiva.
AFFANNO
L’uomo è come un pesce sulla sponda che accoglie prima docile la sorte e poi lo prende rabbia per la morte. Che si dibatte, ma che si consuma e salta un poco in aria a branchie aperte, poi torna per la gravità che preme inerte sulla sabbia e si rassegna sì, ma solo un poco, poi riprende
un movimento verso l’acqua liscia. E sosta stanco, freme e l’ira lascia, assorbe sale a grumi nelle squame al sole che strapazza la sua pelle. La bocca vibra ancora tesa al mare, ma in arco ormai la carne si ritira e intorno alla sua lisca si raduna così che solo il cuore arriva all’onda.
L’esistenza umana è pervasa da un continuo istinto di sopravvivenza, ma la volontà di vita è da intendersi anche, in modo parallelo, come desiderio di verità assoluta, verso cui l’uomo tende all’infinito, trattenuto dal suo limite, tanto che, alla fine del tempo che gli è concesso, giunge alla virtuale conoscenza di sé e del creato solamente con la speranza.
Sperduta nella mente dell’inverno, sepolta sotto la neve, quando ancora i passi non conoscono l’onda verde dell’erba e le ventate non falciano gli aquiloni, scossa nelle tue corde segrete dalla pioggia e da lievi spruzzate di sole, di nascosto, sei sfuggita al tombolo della Primavera che ti aveva ricamata
e hai sparso nell’aria gelata un profumo che non c’è nell’inverno che ha stuzzicato l’olfatto e ha indirizzato la mia attenzione verso foglie accartocciate e infeltrite protettive come ali di chiocce.
Nel gelido rovaio, a metà gennaio, ha dell’incredibile la scoperta di te intrepida viola, tenera, sola.
S’APRE IL MATTINO
Quando dalle acque fumose del delta il sole si leva come ostensorio, da un’ara incendiata s’apre il mattino e nell’aria di miele tra il verde lucente di tappeti di centonchi e mosaici di fiori nani in perenne mutazione troneggia l’airone. L’acqua lo specchia. Rilucenti penombre alle caviglie di canne arpeggianti al dolce alito della brezza lo invitano.
Con l’occhio di perla vigila, coi piedi affondati negli umori di spettinati marosi indugia con la grazia lenta di una divinità dalle onde germogliata. Lì tutto amplessa la natura e lascia sul labbro sillabe di sogno orme d’anima.
VISITA ALLA ROTONDA
Si blocca il piede sulla soglia.
Un silenzio sacro mi gela.
S’allertano i sensi, comodo scorre lo sguardo sulle maestose tele, trame di vita in altro ritmo da prodigi di luce segnate e potenza cromatica, dai miracoli della Vergine dominate.
La meraviglia mi mozza il respiro. Sensazioni, emozioni svegliate da una attenta e compiaciuta curiosità si sovrappongono. Trasalisco. Le scene di vita di un passato che non trapassa si animano nella mente.
E nel vuoto semibuio è un fluire di volti ignoti di nobiluomini vissuti con intensità di fede e amore tra popolani dai volti gualciti nell’urto contro gli scogli del mondo che fanno da cornice alla dimensione sacro-profana nei colori locali in cui mi sento presenza casuale, lì a captare un’energia invisibile tutt’intorno librata, a succhiare inquietudini, sofferenze, speranze, il pulsare della vita diversa e pur la stessa in ogni epoca.
A lungo indugio, incantata da quel parlare da tempo a tempo dell’arte persa nell’alchimia del passato tra vite in salita, o in discesa, in un tempo che si allunga e si fa eternità.
UN VIOLINO ED E’ FANTASIA
Il capriccio di un violino squassa il silenzio. Una cascata di note mi balza addosso come strale, mi penetra, mi rimbalza sull’anima. Nell’abbraccio, il pathos non ha dimensioni. La melodia mi rapisce, mi trascina, mi appaga, mi fa sua. Ogni altro suono o rumore intorno muore nel suo grembo e mi pare che anche il cielo esulti a quei passaggi in crescendo che poi sfumano in un picchettato.
La vertigine che mi orna le labbra di un sorriso poi si stempera in una fuggevole ghirlanda di sensazioni che evocano i trilli delle rondini che si rincorrono nel volo, gli scampanii festosi, fissi nel cuore come il richiamo di una voce amica, la tremula carezza di un’ala di farfalla, un angelo che dissolve all’orizzonte mostri di vapore che si ricompongono in piacevoli immagini di lembi rosati in una sonorità che scorre come limpida sorgente in un mattino rilucente.
ASPETTAMI
Aspettami all’uscita del tunnel che conduce all’Oltre e quando arriverò estenuata e abbagliata da quella luce che attrae più dell’arcana forza di gravità e rivedrò il tuo volto mi sentirò sicura come quando a te mi stringesti dopo il parto
e io ancorai la manina al tuo dito.
Spiriti impalpabili come fiocchi di neve in eterno insieme scivoleremo su rotte celestiali.
Molte volte, in preda ad una pungente malinconia e ad un senso di profonda diperazione, mi ero eclissata per poche ore dal mondo, fuggendo con l’auto verso la verde riva del mio amato Canal Bianco, a pochi passi dal paese che mi aveva visto nascere e crescere. E molte volte, fra gli alberi di robinio, i folti rovi delle more selvatiche, gli alti pioppi, e le spighe erbose del grano matto, mi ero sentita completamente parte di quel mondo naturale ed ero stata attratta dal dolce richiamo delle acque, che dal fondo del fiume promettevano una calma placida oltre il clamore di una vita mulinante e confusa.
E questa era una di quelle occasioni in cui, da dentro l’abitacolo della mia auto, accanto alle sponde che mi avevano veduto bambina correre spensierata assieme ai compagni di gioco delle scuole elementari, mi consumavo in un dolore così bruciante da diventare inesprimibile alle figure che popolavano la mia vita nel quotidiano, e comprensibile forse solo al Cielo che, in un impeto di vicinanza, aveva iniziato a piangere un diluvio di pioggia e di vento, turbando una calda notte d’agosto.
La mia storia d’amore era finita.
Cullata dalla voce monocorde di un ombroso Luigi Tenco osservavo, in alcune fotografie che mi ero portata appresso, momenti sereni di vita a due rinfocolarsi, accesi dai bagliori intensi e rapidi dei fulmini che, come in un palcoscenico di un teatro, animavano la scena principale, ravvivando per pochi istanti intensi ricordi della mia esistenza. Le osservavo con il cuore ingombro di lacrime e poi le sbriciolavo piano fra le mani lasciandole cadere a pezzetti oltre il finestrino, e le vedevo appoggiarsi sospinte dal vento nell’acqua bagnata di pioggia, osservando quindici anni della mia vita galleggiare stentatamente nell’acqua, disperdersi in silenzio, e scivolare lontano.
Sulla riva opposta del fiume – nel tumulto di nuvole plumbee in una notte di fiori e di foglie involate da vortici d’aria e di rami spezzati come fragili steli d’erba – la casa dei miei genitori si intravedeva appena, illuminata da un filare di lampioni colore dell’ocra, che la facevano apparire come un porto sicuro in un mare d’uragano.
Da adolescente ero stata ribelle.
Nata in un fazzoletto di campi di mais e granturco richiuso verso nord dall’Adige, a sud dal Po, ero cresciuta con insegnamenti secolari tramandati di generazione in generazione, in un ambiente semplice, e in famiglie naturalmente unite, dove la parola separazione non era nemmeno mai entrata. Tuttavia avevo ben presto familiarizzato con i veloci cambiamenti della società dell’elettronica e dell’informatica, dei palmari e dei cellulari, dei mezzi di trasporto veloci in grado di abbattere le differenze culturali, e della comunità globale dei fast food che in qualunque parte del mondo io fossi mi avvolgeva in uno strabiliante ed irreale senso di familiarietà.
Col pensiero talvolta compatto in una fusione ordinata di esperienze diverse, talvolta scisso da nozioni in aperto contrasto tra loro, avevo inconsciamente maturato una profonda dicotomia, ma la mia convinzione era quella che, con un simile bagaglio d’esperienza, avrei potuto aspirare ad una vita consapevole, sostanzialmente diversa da quella dei miei genitori.
In una delle foto che mi ero portata da casa, accanto a noi, c’erano anche mia madre e mio padre; noi eravamo abbracciati, io stampavo un bacio caldo sulla guancia di lui, esibendomi in una smorfia con il fotografo, mentre loro ci stavano a fianco, in palese imbarazzo: non si erano mai nemmeno sfiorati in presenza di altre persone.
Mia madre aveva conosciuto mio padre ad una funzione religiosa. Per mesi lui le aveva timidamente lanciato qualche sguardo fuggevole dai banchi della navata di sinistra della chiesa, riservata agli uomini, finchè un giorno, afferrando tutto il coraggio di cui allora poteva disporre un giovane ventenne, a quel tempo ancora minorenne, al termine della Messa aveva finto di incrociarla per caso e le aveva chiesto se poteva accompagnarla a casa. L’aveva così seguita a breve distanza con passo apparentemente sciolto, e rosso in viso e, trepidante di gioia, l’aveva scortata fino a pochi passi dalla sua abitazione.
Il resto era una storia vissuta migliaia di volte, e provata dai loro nonni prima, dai loro genitori poi: un album fotografico che si apriva con un abito di neve candida in una cerimonia in bianco e nero, e che si snodava attraverso la storia raccontata dalle prime foto a colori brunastri di quattro bambini arrivati a breve distanza l’uno dall’altro, io per ultima.
Da mia madre avevo imparato che la donna era naturalmente portata verso il marito ed i figli, e che nella sua capacità di mediazione e di comprensione, e nel suo innato senso di sopportazione e sottomissione, retaggio della genetica, si basava l’integrità della famiglia che aveva creato.
Ma io sognavo un rapporto più vero e maturo.
Quando finalmente, diventata adulta, mi innamorai, smarrii l’intero senso di me stessa in quella sensazione unica di vicinanza estrema, e iniziai a riflettere su una vita a due, libera e scelta giorno per giorno.
Insieme avremmo condiviso i piccoli momenti della giornata, ci saremmo svegliati con gli occhi sgualciti del primo mattino e ci saremmo serviti una colazione di pane burro e marmellata in una cucina profumata dall’inebriante aroma del caffè. E insieme avremmo tentato l’impossibile per plasmare le nostre strade professionali sulla nostra vita a due, e avremmo ricavato spazi immensi di libertà per spensierate fughe dalla città verso montagne, paesi sconosciuti e tramonti mai vissuti, rinnovando la nostra promessa d’amore ad ogni alba d’un giorno nuovo, e giocando con i nostri ruoli per non cadere mai nella banalità del quotidiano.
E così era stato, per molti giorni, per vari anni, finché il fascino di nuove scoperte aveva ancora ascendente su di noi. Il mondo esisteva a colori nitidi solo se eravamo insieme, la gioia lo stesso, e la nostra unione ci sembrava unica e diversa, più salda di quelle pigre o già distrutte degli amici che frequentavamo, più forte ed intensa anche di quella che legava i nostri genitori da trent’anni e più.
Invece arrivarono le crisi.
Dopo qualche anno di convivenza dovemmo cominciare ad aprire gli occhi e ad accorgerci che quel mondo ricco di opportunità, in cui ci eravamo trovati a vivere il nostro tempo, portava in se stesso qualcosa di estraneo alla nostra natura, forgiata dalle conoscenze del passato. E dopo la rivoluzione chimica dell’innamoramento e l’appagante sensazione di tranquillità data dai primi anni vissuti insieme, dovemmo prendere atto che far ritornare ogni giorno, e ogni mese, e ogni anno, i conti della nostra unione, non era affatto una facile impresa.
Il lavoro, per entrambi precario, ma impegnativo in ritmi e responsabilità, ci portava a casa a sera inoltrata esausti, rubandoci quella spinta passata che ci aveva portato più volte a metterci in auto e a raggiungere i vicini Colli Euganei per un gelato, per poi ritornare a casa a notte già fatta, con le luci dei paesi che richiamavano alla memoria i presepi di quando eravamo piccoli.
Il ritorno dall’ufficio aveva perso la serenità che aveva avuto un tempo, quando, rientrando ognuno nella propria abitazione, trovavamo le stanze riassettate, la pasta fumante sulla tavola apparecchiata di tutto punto, e vestiti puliti per cambiarci in fretta, ed in fretta raggiungerci nel cuore della città. Per molti giorni la notte ci eravamo addormentati abbracciati, osservando le stelle, e attendendo il sonno interrogandoci a bassa voce sul senso della nostra presenza nel mondo, mentre ora, soli e lontani, ci lasciavamo assillare in silenzio dai pensieri sui nostri desideri futuri e sui nostri rancori per privazioni reciproche.
Accartocciati in noi stessi, agli opposti lati di un letto virtualmente spezzato in due parti, ci lasciavamo sommergere dalle preoccupazioni e dall’ansia del mutuo da pagare per una casa che, vinti dalla possibilità di una separazione futura, avevamo contrattualmente diviso a metà, con una stipula da un notaio che poco ricordava l’implicita appartenenza dei nostri genitori alle loro cose del quotidiano.
Persino quella libertà che avevamo scelto di godere nel rispetto reciproco, con gli anni si era tramutata in dubbio ed insicurezza e, ormai sconfitti, ci chiedevamo quale fosse il segreto dell’unione delle nostre famiglie natali, che mai avevamo visto una volta litigare. Lo avevano mai fatto? Oppure serbavano dignitosamente i loro motivi di dissenso nel proprio intimo per non permettere ai dissapori di trasalire all’esterno e diventare incontenibili?
Quella sera immersa fra i fulmini, guardando le mie fotografie disciogliersi nell’acqua, compresi che chi come noi era nato in un periodo di transizione, non era mai pienamente in pace con se stesso, ora richiamato dai ricordi spensierati e semplici dell’infanzia, ora ammaliato dalle possibilità infinite di un futuro che serbava però dentro sé un pericoloso germe di incertezza ed instabilità, fretta ed egoismo.
Vinti dalle nostre esigenze personali, dopo anni di vita in comune, io e Gianluca ci eravamo piano arresi all’idea che non eravamo più in grado di vivere insieme ed ora, a quarant’anni, arrancavamo nel buio, privi di stabilità, e con un mondo tutto da ricostruire.
Per i nostri genitori…no…la cosa era andata diversamente. E quel loro mondo che si manteneva così, perché era così che doveva essere, in ultima analisi aveva avuto la meglio sul nostro: i ruoli di moglie e marito si erano evoluti nell’assunzione delle responsabilità genitoriali, aggiungendo robustezza al rapporto.
Per noi non era andata così. Per noi i figli sarebbero arrivati dopo: quando avremmo trovato un lavoro stabile, quando avremmo estinto il mutuo sulla casa, quando avremmo compreso se eravamo davvero pronti per averli… dopo. Ed ora… ci ritrovavamo soli, allo sbando, con tutta la nostra consapevolezza distrutta dall’angoscia del domani, e con quell’acqua buia, profonda e all’apparenza accogliente che quella sera mi chiamava a sé e mi invitava a ritornare bambina e a non stare più male.
Alla fine, dopo i fulmini e le saette, il temporale cessò, e le nubi svanirono sulla mia disperazione.
In lontananza vidi più nitido il porto della mia famiglia natale, voltai l’auto e bussai alla loro porta: erano le tre del mattino. Uscì mia madre, poi mio padre, insieme da cinquant’anni, e mi aprirono la porta della loro casa, come se non me ne fossi andata mai. Varcai mestamente l’uscio. Nella luce che filtrava dalla cucina nella semioscurità dell’ingresso, una figura giaceva tristemente abbandonata nella panca accanto al tavolo, le mani richiuse sul viso.
Sorpreso e intontito dalla tempesta là fuori, anche Gianluca aveva cercato rifugio in un porto sicuro.
È il 1908: i giovani rosolinesi animano una sala da ballo appena costruita, danzando al suono di walzer, polke e mazurke. Ad inaugurarla è un sestetto di musicisti: Guido Dissette, Angelo Avanzi, Luigi Dissette, Ottorino Bellinello, Aurelio Dissette, Alessandro Salvano; un clarino, una cornetta, un bombardino, un “basso” e due “genis”.
È in quest’orchestrina che ha le sue primissime origini la Filarmonica “Vincenzo Bellini” di Rosolina. La guida il Maestro Guido Dissette, uomo pieno di entusiasmo, instancabile, innamorato profondamente della musica. I giovani si avvicinano sempre più numerosi e in breve tempo nasce una banda vera e propria in grado di suonare egregiamente non solo marce militari e inni patriottici, ma anche motivi sinfonici e d’opera come la Norma.
La passione per la musica è così forte nei cuori dei rosolinesi da superare molte avversità (la prima guerra mondiale, la terribile “spagnola”). Negli anni ‘20 si ha già notizia di una “scuola” composta da 40 allievi musicanti; la Banda partecipa al 1° Congresso Eucaristico della Diocesi di Chioggia, alla presenza del Patriarca di Venezia, nominato per l’occasione Legato Pontificio dal Papa, e il 31 ottobre 1925, giorno dell’inaugurazione del Monumento ai Caduti di Rosolina, riceve la sua prima bandiera.
Nonostante i venti di guerra che soffiano dall’Africa, come testimoniano i quaderni dell’epoca, si suonerà fino al 9 maggio 1940, Festa dell’Impero. Poi il silenzio che si interromperà solo il 6 maggio 1945, quando si darà fiato agli strumenti per quattro giorni di fila eseguendo sempre l’Inno di Mameli.
Sarà l’alluvione a portare nuove sofferenze e una stasi nelle esibizioni. Solo nel 1955 la Filarmonica “Vincenzo Bellini” riesce a riprendersi la scena musicale, suonando in occasione dell’inaugurazione del Centro Sociale. E si continua, di concerto in concerto, di paese in paese, negli anni in cui il Delta si sta lentamente risollevando e Rosolina sta ponendo le basi per il suo futuro.
Agli inizi degli anni ‘60 il M° Guido Dissette, fondatore e anima della Banda per più di mezzo secolo, ormai avanti con l’età, lascia la “bacchetta” della direzione ad Angelo Bassan, la tromba solista. Dissette morirà il 5 dicembre 1973. Il vuoto è palpabile, come sempre accade quando scompare una persona carismatica, umile e amata da tutti.
Sono anni di transizione: nel 1977 Bassan lascia il posto a Giovanni Tiozzo, direttore della Banda di Mesola. Nel 1978, però, viene chiamato a Rosolina il Maestro Raffaele Marotta, che aveva condotto la Banda Municipale di Venezia. Il suo estro e la sua anima partenopea infondono nuovi stimoli.
Sono anni di grandi soddisfazioni: si eseguono concerti di notevole livello musicale in Germania, Svizzera e Croazia, dove tra le rovine lasciate dalla guerra degli anni ‘90, la Filarmonica “Vincenzo Bellini” porterà un messaggio di pace e di speranza… Si deliziano le platee di diverse città e località turistiche del triveneto e di molti comuni della provincia di Rovigo.
Un successo che continua ancor oggi, di luogo in luogo: Jesolo, Bardolino, Tezze sul Brenta, Cortina, Rosolina Mare (con la sua spiaggia di soffice sabbia e la pineta che è un’apoteosi della natura), l’Isola di Albarella, una delle mete più esclusive della costa adriatica, tra la modernità delle strutture e il tocco di antico offerto da Cà Tiepolo, settecentesco casino di caccia che si affaccia sulle valli da pesca.
La Filarmonica “Vincenzo Bellini” è attualmente diretta dal Maestro Patrizio Marchiori, un’individualità artistica dotata e di grande fede nella funzione della musica. Si fa strada uno stile diverso, originale. Come se quella voglia di suonare nata nei primi anni del ‘900 non fosse mai venuta meno. Come se lo spirito musicale di quel sestetto “pioniere”, avesse trovato, oggi, sicura e ampia dimora in un corpo bandistico moderno.
Tutto, nella musica, conserva sempre – fortunatamente, e a vantaggio della nostra felicità nello scoprire la bellezza – un ampio margine d’ignoto. La Filarmonica “Vincenzo Bellini” di Rosolina è un patrimonio di cultura e di conoscenza ancora tutto da scoprire. Grazie a quel “seme” piantato nel 1908 con tanta passione e determinazione, nuovi territori musicali la attendono. Ci attendono. Fieri che la Banda ci sia. Orgogliosi di ascoltarla respirando in silenzio, per non perdere nessuna nota musicale ed assaporarla fino in fondo… A pochi passi dal mare.
La “Traviata” secondo Denis Krief e Tiziano Severini ha lasciato un segno forte nella cultura e nel costume del capoluogo polesano. Per inaugurare la stagione lirica numero 193 del Teatro Sociale, nel contesto dell’Ottobre rodigino, è stato scelto il celebre melodramma di Verdi tratto dalla novella di Alexandre Dumas “La dame aux camélias”.
Una versione assolutamente coraggiosa e innovativa, quella messa in scena al Sociale, in cui le originarie crinoline (che i melomani più legati alla tradizione avrebbero di certo preferito) sono state sostituite da abiti attualissimi, così come i mobili del secondo Impero Francese hanno lasciato spazio ad ariosi arredi e contaminazioni di grande effetto, che, dopo lo stupore iniziale, hanno conquistato il pubblico rodigino.
L’attualizzazione non si è manifestata solo negli oggetti di scena, ma anche e soprattutto nell’indole, negli atteggiamenti e nella vita intera dei protagonisti. E’ stato dunque recuperato proprio quell’elemento assolutamente innovatore che il genio di Verdi aveva voluto proporre. E ciò a costo del fiasco alla prima veneziana del 6 marzo 1853, trasformatosi però ben presto nel successo dell’opera: in scena temi di eterna modernità come l’amore, la sofferenza, la gelosia, la morte.
A Rovigo, secondo le brillanti intuizioni di Krief, “seppure nel rispetto dei canoni formali del teatro, l’opera è stata proposta guardando la vita dei giovani di oggi, viziati, benestanti, ma spesso privi della solidità morale e familiare”. Anche costumi e luci sono stati firmati da Denis Krief, artista romano di formazione cosmopolita, musicista e uomo di teatro, che nel corso della sua carriera si è dedicato al repertorio sia classico che contemporaneo realizzando regie di opere distanti nel tempo. Ospite regolare dei principali teatri d’opera italiani, ha lavorato anche all’Opéra Bastille di Parigi e allo Staatstheater di Karlsruhe, dove ha realizzato una tetralogia wagneriana completata nel 2006. Nel giugno 2007, per l’apertura della stagione estiva dell’Arena di Verona, ha messo in scena Nabucco di Verdi, che è stato ripreso nel 2008. Nel 2000 ha ricevuto il Premio Abbiati quale migliore regista per i suoi allestimenti di Turandot di Puccini e Busoni, Carmen di Bizet e Lucia di Lammermoor di Donizetti.
Tutti i protagonisti al Sociale di Rovigo hanno avuto un lusinghiero successo sia per le qualità vocali e interpretative che per la capacità di adattarsi alle scelte sceniche spesso inusuali: Violetta, ad esempio, ha chiuso il primo atto, dondolandosi in modo apparentemente spensierato su un’altalena appesa al soffitto, dopo i festanti brindisi nella scena affollata di bicchieri e bottiglie, i gesti fin troppo allegri dei presenti, che si sono lasciati andare anche a qualche avance azzardata. Ma il suo stato d’animo già mostrava la profonda tensione che è connaturata all’opera e che la accompagna fino all’ultima nota. È stata Gladys Rossi a vestire i panni della tormentata e sfortunata Violetta: dopo un incipit leggermente sottotono, ha dato prova di duttilità timbrica e dinamica, realizzando le scene drammatiche e quelle più sensuali con notevole versatilità scenica.
La triste storia d’amore di Violetta ed Alfredo si è caricata di un’attualità che non stonava, ma al contrario consentiva allo spettatore di indulgere su abbigliamenti, stoffe e aspetti scenici apparentemente minuti, ma in realtà determinanti per la percezione del mondano milieu che ispirò l’opera verdiana. Il tenore Antonio Gandia, nei panni di Alfredo, svelando da subito potenza vocale e fraseggio articolato, ha contribuito efficacemente a creare duetti di suggestivo e trascinante impatto. Notevole il baritono Dario Solari, in scena padre di Alfredo Germont, acclamatissimo dal pubblico perché capace di comunicare in modo persuasivo il senso dell’autorità morale del genitore che tiene alla felicità del figlio e che non si sottrae all’incontro ripetuto con Violetta in due struggenti colloqui, rispettivamente nella seconda scena del secondo atto (Siate felice, Addio) e nell’ultima del terzo (Cara, sublime vittima).
Nel cast c’erano anche David Sotgiu (Gastone, Visconte de Letorières), Kulli Tomingas (Flora Bervoix), Donato Di Gioia (Barone Douphol), Giuseppe Nicodemo (Marchese d'Obigny), Gianluca Breda (Dottor Grenvil), Valentina Corradetti (Annina, cameriera di Violetta), Dario Magnabosco (Giuseppe, servo di Violetta), Sergio Vitale (Domestico di Flora e Commissionario)
Sul podio, Tiziano Severini (che ha firmato la sua interpretazione della stessa opera anche nelle produzioni rodigine del 1985 e 1995) ha guidato con fedeltà alla partitura l’orchestra Filarmonia Veneta Malipiero, che ha dato una buona prova ma ha peccato in alcuni tratti di eccessiva fretta rispetto alle voci, impedendo in alcuni passaggi di agilità tecnica un’interpretazione dal fraseggio libero e più naturale.
Soddisfacente la parte impegnativa del coro lirico Veneto della Li.Ve, preparato da Stefano Colò, che ha interpretato numerosi brani difficili sia per la sonorità che per il ritmo. Assistente alla regia è stato Nicola Zorzi; assistente ai costumi Marco Nateri; assistente scenografa Ombretta Iardino; datore luci Roberto Lunari.
Traviata è stata il primo importante risultato del progetto Li.Ve. (Lirica Veneto) con il quale i teatri di Rovigo, Padova, Treviso e Bassano del Grappa, sostenuti dalla regione Veneto, hanno deciso di rafforzare quella collaborazione che da anni li unisce, attraverso un coordinamento stabile delle attività di produzione e di promozione, con l’obiettivo di favorire l’apprezzamento della lirica e di esportare le nuove produzioni ben oltre i confini del territorio regionale.
Legittimo l’entusiasmo finale del pubblico rodigino, che dalla platea e dai palchi ha applaudito a lungo il melodramma verdiano riproposto da Denis Krief. Nel segno di questa corale ovazione, La Traviata andrà nuovamente in scena a dicembre nei Teatri di Bassano del Grappa e di Padova.
Da sottolineare pure la novità del botteghino, finalmente tornato nella sede originaria ristrutturata, completando l’aspetto signorile e accogliente del prestigioso ente culturale del capoluogo polesano.
Una magica possibilità di superare le barriere del tempo e dello spazio, la momentanea acquisizione di uno straordinario raggio divino: questo l’atteggiamento mentale che caratterizzò i nostri più antichi progenitori quando, all’incerta luce di improvvisate fiaccole, si apprestarono a tracciare, sulle spoglie pareti di sperdute grotte, i primi prodigiosi segni, in grado di “catturare” immagini della realtà. Ed ancora oggi il pittore naturalista, quando inizia a dar vita sulla tela ad una rappresentazione dell’esistente, avverte chiara la stessa misteriosa sensazione che agitò l’animo dei primi pittori; un’emozione profonda che in alcuni casi si rivela fortissima, al punto da sconvolgere letteralmente l’animo di qualche artista. E chi ha provato questa forza, che rimanda al trascendente, non la può più ignorare.
Un’attrazione quella verso la pittura, che Carla Fiocco ha avvertito a partire dall’infanzia, e che si è fatta irresistibile nell’età giovanile, avendo fin dall’inizio come riferimento aspetti naturali: i fiori con la molteplicità dei loro coinvolgenti colori, la frutta, con lo studio di composizioni in grado di suggerire piacere estetico e l’ambiente polesano; quello che oggi l’artista guarda con occhi più consapevoli, convinta che l’attività del pittore, partendo dai valori cromatici, debba trovare coinvolgimenti più ampi, in grado di lanciare messaggi importanti sotto il profilo del rispetto dell’ambiente e della sua valorizzazione.
Ci sono dei punti fermi nel suo percorso artistico, incontri che Carla Fiocco ricorda con affetto e riconoscenza, in particolare la frequentazione negli anni giovanili di alcuni riconosciuti maestri del dipingere, quali Angelo Prudenziato e Giselda Brisighello, importanti personaggi di riferimento per non pochi polesani che, negli anni sessanta e settanta, si sono avvicinati alla pittura. Un riconoscimento questo che, fra l’altro, ha dato recentemente vita ad una proposta espositiva, curata dal Circolo Arti Decorative presso la Pescheria Nuova di Rovigo: nell’ampio spazio del Corso del Popolo rodigino, gli ex allievi della Brisighello, a distanza di almeno un trentennio dal loro approccio con la pittura sotto la guida dell’indimenticabile docente ed animatrice culturale, hanno presentato alcune loro opere. In mostra gli esiti del loro percorso artistico, incredibilmente differenziato a seconda delle varie sensibilità e delle maturazioni via via sviluppatesi, fino all’approdo, in alcuni casi, alla pittura informale.
Carla Fiocco si è invece costantemente mantenuta fedele alla scelta naturalista, rifiutando le lusinghe dell’arte astratta, dei colori in libertà, delle immagini “senza immagine”, per coltivare la raffigurazione delle cose belle: dei fiori – dicevamo – con i loro colori che suggeriscono profumi intensi o delicati, mazzi di varie essenze raccolti in vasi da interni; oppure della frutta di stagione, a formare armoniose nature morte; o ancora degli scorci paesaggistici, che trovano il loro esito più consono in visioni campestri o in incantate marine.
E’ dunque quella di Carla Fiocco una pittura che sa di cose nostrane, dei sapori della nostra terra con i suoi prodotti di stagione. La fertile campagna è ripresa nel cangiare dei colori, ed un solitario casolare può essere scelto come fulcro di una scena in cui si esprimono al meglio le calde tinte dell’autunno. Oppure è una spiaggia deserta a “catturare” l’interesse della pittrice, che nel suo quadro, in primo piano, colloca alcuni crostacei, mentre il mare all’orizzonte si confonde con un cielo che sfuma all’infinito. O è ancora il mare a profilarsi luminoso e spumeggiante oltre la finestra, mentre l’attenzione si concentra sul tripudio dei colori della frutta di fine estate, dove il rosso del cocomero si sposa al giolloverde dell’uva e fa già la sua apparizione l’arancio dei caki.
Immagini rassicuranti quelle proposte da Carla Fiocco, che nella quiete del suo studio ricrea, fermandole sulla tela, atmosfere di pace ed armonia lontane dal concitato rincorrersi delle nostre giornate. Una plaga di pace, fatta rivivere dall’artista, a metà dello scorso ottobre, nella Sala Celio della Provincia nell’omonima via rodigina. E qui, dopo l’allegra giornata della vernice, nei giorni successivi sono convenuti interessati visitatori per gustare, nella tranquillità dell’appartata galleria, i vivi colori di una pittrice che ama la propria terra e la genuinità delle sue visioni.