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Archivi: Articoli d’archivio

  • A Castelguglielmo con Garibaldi

    A Castelguglielmo con Garibaldi

    Tappa significativa a Castelguglielmo per la mostra fotografica itinerante “Garibaldi in Polesine”, aperta domenica 15 febbraio in sala civica. La rassegna, attivata in occasione del bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi, avvenuta nel 1807, è stata sviluppata in 18 pannelli con illustrazioni fotografiche in grado di ripercorrere l’epopea garibaldina, con riferimento a vicende e personaggi polesani che hanno contribuito al diffondersi del movimento patriottico.

    All’inaugurazione della rassegna, che ha destato vero interesse nel pubblico, erano presenti tra gli altri il sindaco di Castelguglielmo Giorgio Grassia, il presiden-te prov.le dell’ArciNova nonché coordinatore del comitato scientifico per le celebrazioni in Polesine del secondo centenario della nascita di Rovigo Pietro Callegarin, il rappresentante della Fondazione CaRiPaRo Prof. Edoardo Gaffeo ed il giornalista Sergio Garbato che ha presentato il materiale esposto.

    Fra le altre informazioni, il giornalista si è soffermato a ricordare la partecipazione al movimento garibaldino di un giovane di Castelguglielmo: trattasi di Pergentino Malin [non Molin come era stato precedentemente segnalato ma Malin come è stato chiaramente desunto dall’Archivio di Stato di Rovigo e dall’Archivio Parrocchiale di Castelguglielmo], nato a Castelguglielmo il 17 settembre 1826, figlio di Pietro Malin.

    Per l’occasione è stata ricostruita per sommi capi la vita del volontario garibaldino. Si è appurato che all’età di 22 anni ha partecipato alle imprese del 1848, ha avuto 3 figli (Secondo, Vittorio e Ginevra) ed è morto il 10 giugno 1901. Attualmente alcuni discendenti di Pergentino sono stati rintracciati ad Ariano Polesine e a Castelguglielmo: qui il discendente è Angelo Malin, il titolare del negozio di ferramenta in piazza V. Veneto.

    La giornata è poi continuata con il pranzo garibaldino presso il centro Auser messo affabilmente a disposizione dal suo presidente Francesco Tinti, coadiuvato dal segretario Franco Melotti. Tra una portata e l’altra il folto pubblico ha potuto ascoltare lo scrittore Gianni Sparapan che ha letto una sua composizione in sintonia con la giornata celebrativa, ovvero l’atto unico in dialetto “Garibaldi a Lendinara – 25 febbraio 1867” pubblicato come appendice del suo ultimo libro “…e bonanòte sonaduri!”. A seguire il giornalista Sergio Garbato e la professoressa Laura Fasolin hanno illustrato il volumetto “Garibaldi in Polesine” che accompagna la mostra itinerante. Successivamente una copia del libro è stata donata ai presenti conquistati dalle gesta dell’Eroe dei Due Mondi”.

    “Giovedì 19 febbraio si è svolta la seconda giornata dedicata al bicentenario della nascita di Garibaldi. Nella mattinata le classi 3ª A e 2ª A della scuola secondaria di I° grado “Pio Mazzu-cchi” di Castelguglielmo, accompagnati dai loro docenti hanno assistito alla proiezione del film “Camicie Rosse” di G. Alessandrini e F. Rosi ed interpretato da Anna Magnani e Raf Vallone: “il 4 agosto 1849 nella fattoria Guiccioli presso la pineta di Ravenna Anita Garibaldi sta morendo. Al suo capezzale il Generale Garibaldi ripensa alle vicende che li hanno condotti a questo tragico momento…” Erano presenti il prof. Pietro Callegarin, presidente Arcinova di Rovigo, che ha introdotto il film e Beppi Linio del Gruppo Volontari della Biblioteca Civica che ha fatto gli onori di casa. Nel pomeriggio ultimo atto delle celebrazioni garibaldine a Castelguglielmo con la riproposizione del film “Camicie Rosse” agli adulti del paese ed ai corsisti dell’Università Popolare; a seguire il giornalista Sergio Garbato ha presentato il libro “Camicie Rosse-I garibaldini dall’Unità alla Grande Guerra” di Eva Cecchinato, ricercatrice presso il Dipartimento di Studi Storici dell’Università Ca’ Foscari di Venezia ed autrice di numerose pubblicazioni.”

  • Garibaldi in Polesine

    Garibaldi in Polesine

    Chissà come reagirebbero, se avessero modo di tornare al mondo, i tanti giovani che, nella stagione più intensa del Risorgimento, in uno slancio di grande amor di patria, accorsero volontari in armi, pronti anche al supremo sacrificio della vita pur di concretizzare il sogno dell’Italia unita. Un’Italia sognata non solo libera dallo straniero, ma anche più equa ed affratellata, fondata su valori di solidarietà, di rispetto umano, ed affrancata da rigurgiti di intolleranza. Una Nuova Italia insomma, che innanzitutto richiedeva una condivisa azione sul piano militare, e che trovò il suo principale riferimento in un personaggio amatissimo, dotato di grande generosità, carisma e sagacia nei campi di battaglia: Garibaldi.

    Almeno tremila i giovani che lasciarono il Polesine per unirsi al Generale o comunque per partecipare, come volontari, alle azioni militari delle guerre di indipendenza. Un numero davvero ragguardevole, che sfata l’idea che le iniziative del Risorgimento fossero patrimonio esclusivo della borghesia.

    Accanto ai giovani provenienti dalle classi più agiate, indicati come possidenti o esercitanti professioni impegnative, (avvocati, insegnanti, ingegneri) lasciarono infatti il Polesine, come volontari per partecipare alle azioni militari, calzolai, villici, caffettieri, camerieri, studenti, cuochi e così via. Tutti pronti a rispondere prontamente al superiore richiamo della patria, in uno slancio di dedizione, oggi del tutto impensabile, che non può che destare ammirazione.

    La consistente portata del volontariato risorgimentale polesano è emersa chiaramente dalle ricerche (non ancora concluse) avviate nel 2007 in occasione del bicentenario della nascita dell’eroe, ed è stata illustrata in occasione della presentazione del volumetto “Garibaldi in Polesine” nato per iniziativa di un apposito Comitato Scientifico con l’obbiettivo di approfondire le tematiche risorgimentali in concomitanza con una riuscita mostra itinerante che è approdata in molti comuni tra Adige e Po.

    E’ avvenuta nella sala del Consiglio della Provincia la presentazione della pubblicazione curata da Laura Fasolin e Sergio Garbato, introdotta da Lino Pietro Callegarin, coordinatore del Comitato, cui hanno fatto seguito gli interventi dell’assessore provinciale alla cultura Laura Negri, di Luigi Contegiacomo direttore dell’Archivio di Stato, di Gianni Marchesini e Fabio Ortolan rappresentanti della Fondazione CaRiPaRo, dello storico Pierluigi Bagatin e dei curatori citati, tutti autori fra l’altro di contributi presenti nel catalogo.

    Pagine di storia dunque. Tra le altre particolarmente coinvolgenti quelle in cui sono stati riportati gli scritti dei due più noti personaggi polesani dell’epoca, quali furono i coniugi Alberto Mario e Jessie White, nonché il testo redatto da Maria Teresa Pasqualini dal titolo “I Patrioti polesani incontrano Garibaldi” e quello di Laura Fasolin circa “La partecipazione polesana alle guerre risorgimentali”.

    Ne è emersa una realtà sconosciuta o quantomeno sottostimata: quella di una partecipazione insospettabile alle iniziative e agli ideali del Risorgimento da parte dei polesani.

    Se dunque da qualche anno il Polesine, sotto il profilo storico, è balzato alla ribalta per l’importanza della Carboneria, radicatasi in particolare a Crespino e a Fratta, le iniziative per il bicentenario di Garibaldi hanno evidenziato la consistente diffusione nel territorio provinciale delle motivazioni che sono state alla base del processo di unificazione della nostra penisola.

    Una riscoperta del Risorgimento polesano che Lendinara – in attesa di un apposito museo – intende valorizzare anche con iniziative di animazione, prima tra tutte la manifestazione intitolata “Arriva Garibaldi”, che si ripete con successo da qualche anno.

  • Sicurezza a Porto Viro

    Sicurezza a Porto Viro

    La presentazione ufficiale in Municipio dei due nuovi Carabinieri assegnati in forza alla locale stazione di Porto Viro, comandata dal Maresciallo Antonino Zingale, non è stato che l’ultimo atto di una visione tesa a garantire nella città del Delta un sempre maggior livello di sicurezza. Uno dei pilastri di questa visione, era stato senza dubbio la recente istituzione del servizio notturno da parte del Corpo di Polizia Locale guidato dal comandante Mario Mantovan. Servizio notturno che – è stato assicurato dal sindaco Mancin e dall’assessore alla Sicurezza e Polizia Locale Andrea Pregnolato – continuerà anche nel corrente anno. D’altro canto, il Corpo della Polizia Locale con i suoi dieci elementi, è il terzo per importanza in provincia, dopo quelli di Rovigo e di Adria, e quindi permette di assicurare anche questo innovativo servizio.

    Tornando alla cerimonia svoltasi in sala consiliare, è da rilevare che i due nuovi Carabinieri vengono a completare l’organico di dieci. Ad essi, è affidato un compito di oggettivo e grande impegno, come rilevato dal comandante di stazione Zingale (che ha ben18 anni di lodevole servizio nella città deltina): quello di presidiare ben 113 chilometri quadrati di territorio, che presenta tra l’altro vari chilometri a contatto con le lagune, che sono vie di facile accesso verso il mare aperto.

    A testimoniare dunque l’importanza dell’evento, in Municipio c’erano il sindaco Doriano Mancin, con il vicesindaco Geremia Gennari, l’assessore alla Sicurezza e Polizia Locale, Andrea Pregnolato, ed il comandante della Polizia Locale, Mario Mantovan. Per i Carabinieri poi, accanto al comandante della Stazione portovirese, Zingale, il suo vice, maresciallo Centoonze, ed i due nuovi Carabinieri assegnati in forza a Porto Viro: il maresciallo Riccardo Barbuiani (nativo di Papozze, e da 11 anni nell’Arma dei Carabinieri, quindi un giovane sottufficiale ma già con notevole esperienza), ed il Carabiniere Raffaele Galeotta (della provincia di Foggia, il quale presta servizio nei Carabinieri dal 2004). Entrambi i nuovi Carabinieri, ha rilevato il comandante Zingale, avevano già portato la loro residenza a Porto Viro, il che oggettivamente è parso come un segnale che il loro trasferimento, sarà destinato a durare nel tempo.

    L’importanza dell’arrivo dei due nuovi Carabinieri, è stata evidenziata con chiarezza dal sindaco Mancin, e definita come “un risultato importante, una richiesta che il nostro maresciallo Zingale avanzava da anni. Porto Viro – ha continuato il primo cittadino – è più sotto controllo oggi che ieri, ma è una città in fermento, con giovani che la frequentano, e quindi il pericolo non manca”.

    Sotto il profilo del controllo del territorio per migliorarne la sicurezza è poi stato fatto un ulteriore annuncio dal sindaco che ha assicurato un ampliamento dell’organico dei Vigili”. Dal vicesindaco Gennari, è venuto un saluto ai nuovi arrivati, nonché un ringraziamento al comandante della stazione Carabinieri, Antonino Zingale “per tutti gli anni di collaborazione a favore del territorio”. Dall’assessore Andrea Pregnolato, poi, una chiara attestazione che “l’unica garanzia di avere il controllo del territorio, si ha con le Forze dell’ordine”.

    Infine il comandante della Polizia Locale, Mario Mantovan, che ha affermato: “C’è sintonia con i Carabinieri, siamo dieci a dieci, e le porte sono aperte tra i due Comandi”. E questo spirito di collaborazione, unitamente alle energie e risorse in uomini e mezzi messe in campo, appaiono essere i migliori auspici per assicurare ai portoviresi, una condizione di sicurezza e di tranquillità, il che in tempi impegnativi come gli attuali, non è poco.

  • Per strade e piazze

    Per strade e piazze

    Qualche anno fa, su esplicita richiesta di due classi terze della Scuola Media Parenzo, abbiamo condotto una ricerca sfociata in un lungo intervento intitolato “Le vie dei patrioti” pubblicato in due parti rispettivamente nel n. 28 e 33 del Ventaglio.

    L’obiettivo era fornire informazioni biografiche su personaggi dell’Ottocento – quasi tutti volontari nelle guerre del Risorgimento – ai quali, a suo tempo, sono state dedicate diverse vie del centro storico di Rovigo o delle immediate vicinanze.

    Ne sfociò un itinerario di conoscenza che, partendo da via Domenico Piva, indicava di raggiungere via Angeli, indi via Minelli, piazza Vittorio Emanuele per sostare, oltre che presso il monumento al re, sotto il porticato della Gran Guardia, ricco di lapidi dedicate ai patrioti del Risorgimento. Il percorso proseguiva poi lungo via Cavour, per raggiungere via Luigi Boscolo, poi Giovanni Miani, indi Alberto Mario e Cesare Parenzo, fino ad una via più discosta, nei pressi della chiesa di S. Francesco, dedicata a Remigio Piva.

    Restava una curiosità irrisolta: quando era stata decisa l’intitolazione delle strade ai citati personaggi vissuti nel XIX secolo e tutti in varia misura coinvolti dalle idee del Risorgimento? E come venivano indicate precedentemente nella toponomastica rodigina i nomi di tali vie?

    A dare una esaustiva risposta ai quesiti, ecco il bel volume “ROVIGO per strade e piazze dal 1866 ad oggi” di Edda Crivellenti, edito dalla Minelliana e nato sulla scorta della tesi di laurea dell’autrice con aggiornamenti fino ai giorni nostri. Un lavoro accurato (portato a compimento con la collaborazione del prof. Leobaldo Traniello) che ha trovato le sue fonti nei documenti depositati presso nell’Archivio di Stato e l’Archivio Comunale di Rovigo. Uno studio che si presenta arricchito da importanti annotazioni in riferimento alla storia nazionale e locale, in grado di aiutare il lettore a comprendere le motivazioni sottese alle denominazioni attribuite a piazze e strade.

    Decisioni a volte condivise in modo unanime come l’intitolazione, di quella che era la Piazza Grande, a Vittorio Emanuele II in occasione della sua visita trionfale a Rovigo appena liberata a conclusione della terza guerra di Indipendenza; soluzione poi ribadita, alla morte del sovrano, con la delibera di dedicargli un monumento, affidando l’incarico allo scultore Giulio Monteverde. Analoga unanimità, alla morte di Garibaldi, fece registrare l’idea di dedicargli la piazza nata pochi decenni prima in seguito all’abbattimento della chiesa di Santa Giustina; piazza dapprima indicata come Piazza del Teatro (a seguito della realizzazione del prestigioso edificio nato su progetto di Sante Baseggio) che assunse il nuovo nome per accogliere alcuni anni dopo quello che molti indicano come il più bel monumento dedicato all’eroe dei due mondi, opera dello scultore Ettore Ferrari.

    E fu proprio in occasione dell’inaugurazione del monumento a Garibaldi, nell’anno 1896, che si ritenne opportuno dare visibilità anche agli altri due grandi del Risorgimento Italiano, Mazzini e Cavour, dedicando loro due vie, rispettivamente via della Banca Nazionale e via della Finanza. E si provvide inoltre a dedicare una via – quella che fino ad allora era stata chiamata via Nuova – ad un altro grande dell’epopea garibaldina: il polesano Alberto Mario, illustre uomo del Risorgimento, morto esattamente un anno dopo rispetto all’eroe dei due mondi.

    Qualche altra via nel corso dell’Ottocento aveva nel frattempo già cambiato il proprio nome. Via Domenico Angeli – cosa alquanto inconsueta – era stata dedicata al munifico conte quand’egli era ancora in vita e gagliardamente attivo. Iniziativa scaturita a seguito del prodigo atto di liberalità del conte, che nel 1847 provvide al rifacimento a proprie spese della via, già dedicata a San Rocco, sulla quale sorgeva il suo bel palazzo settecentesco. Analogamente si procedette per il tipografo Antonio Minelli, al quale fu dedicato il vicolo su cui si affacciava il suo palazzo ispirato all’architettura neogotica, su disegno di Eugenio Piva.

    Dopo San Rocco toccò ad un altro santo farsi da parte per lasciare il posto ad un illustre rodigino: il terzo personaggio, cui nel corso dell’Ottocento fu attribuito l’onore della dedica di una via fu Giovanni Miani che, nato a Rovigo, aveva più volte organizzato spedizioni lungo il Nilo alla ricerca delle sorgenti del grande fiume. All’esploratore, morto in terra africana quattro anni prima, nel 1876, fu destinata quella che prima si chiamava via San Bortolo. E, nella stessa occasione, pure un terzo santo fu scalzato dalla toponomastica: alla famiglia degli stimati conti Silvestri fu infatti destinata la via che fino ad allora era stata dedicata a San Francesco.

    Decisioni spesso prese all’unanimità, ma altre volte le deliberazioni furono più sofferte e destinate a ripensamenti nel corso degli anni. E’ il caso delle attuali vie Casalini e Sichirollo, giunte fino ai primi del Novecento con i loro nomi storici, rispettivamente Via del Vescovado e via del Seminario. Ebbene, nel 1907, l’amministrazione comunale guidata dalla sinistra radicale in vena di laicismo, decise di variare i nomi attingendo per la prima alla storia del Risorgimento dedicandola ad Anita Garibaldi e per la seconda a Giordano Bruno, vittima dell’intolleranza religiosa. Ma poi, in epoca fascista, Anita Garibaldi dovette lasciare il posto ad Alessandro Casalini, personaggio di spicco del secondo Risorgimento da poco morto, il cui palazzo sorge sulla via che da allora porta il suo nome. La compagna di Garibaldi fu allora spostata al posto di Giordano Bruno, al quale fu riservata la più modesta via laterale che ancora oggi gli è dedicata.

    Ma poi, nel dopoguerra, altro spostamento per Anita Garibaldi che dovette lasciare il posto a mons. Giacomo Sichirollo, campione del cattolicesimo polesano tra Otto e Novecento.

    E sempre nel dopoguerra furono cancellati tutti i nomi inneggianti al regime fascista, cosicché anche il da poco realizzato Corso del Littorio, nato dall’interramento dell’Adigetto, variò il suo nome in Corso del Popolo, mentre venivano ribattezzate alcune vie col nome dei perseguitati dal fascismo e di quanti avevano immolato la loro vita combattendo nelle file della Resistenza. Tra tutti spicca ancor oggi il fulgido nome di Giacomo Matteotti attribuito alla piazza antistante al Castello.

    Un volume sicuramente interessante, quello edito dalla Minelliana, che va ben oltre l’elenco delle vie rodigine e la storia della loro intitolazione, per offrire agili ricostruzioni del clima politico caratterizzante il succedersi dei vari periodi a partire dall’annessione del Veneto all’Italia. Un libro ricco anche di immagini, innanzitutto di scorci della città in relazione alle sue vie più caratterizzanti, ma anche di fotografie accompagnate da utili cenni biografici dei principali personaggi della toponomastica rodigina. Un’iniziativa editoriale, insomma, che ci aiuta a conoscere la storia di Rovigo e a soffermarci sulle targhe dedicate agli uomini illustri di cui si è inteso preservare la memoria.

  • La “Pet therapy”

    La “Pet therapy”

    La “Pet therapy” di tipo residenziale è solo l’ultimo dei tanti progetti che la Casa Albergo per Anziani di Lendinara ha deciso di attivare per i propri ospiti. Di recente, infatti, è partito il progetto consistente nella presenza, accanto agli ospiti, di un cane appositamente addestrato: si sta pertanto procedendo all’inserimento nella struttura di Penny, un cucciolo di razza Labrador, in maniera graduale, attraverso delle tappe precise e dopo un adeguato addestramento.

    Nei primi sei mesi, Penny potrà lavorare con gli anziani solo per brevi periodi, mentre nella seconda fase di addestramento verranno perfezionati gli esercizi acquisiti nella prima infanzia ed imparerà a finalizzarli, adattandoli alle esigenze degli anziani. “Per ora sono poche le strutture residenziali italiane che hanno deciso di attivare un progetto simile” – spiega il presidente della Casa Albergo, Loris Veronese: “Attraverso la psicologa e consulente cinofila Daniela Miniggio, la Casa sarà impegnata in un’avventura che già sta suscitando interesse tra i residenti e gli operatori. La presenza del cane, opportunamente addestrato, contribuirà sicuramente a creare benessere nella Casa”.

    Ma il progetto di “Pet therapy” non è l’unico che vede impegnata la Casa Albergo. Buoni esiti si sono già registrati per quanto riguarda il servizio domiciliare e quello di animazione, impegnato a proporre momenti ludici e di svago, ma anche occasioni di confronto su temi importanti, aperte non solo agli ospiti ma a tutta la cittadinanza. La struttura lendinarese, spesso definita un fiore all’occhiello di Lendinara e non solo, punta anche su altri progetti innovativi. Tra questi spicca la realizzazione del “Giardino delle stagioni”, una zona dedicata all’attività ricreativa e sensoriale degli ospiti.

    Molto complesso si presenta poi il progetto inerente il recupero dei locali dell’ex ospedale, che vede l’impegno dell’Ater, del Comune di Lendinara e dell’Azienda Ulss 18 di Rovigo. E’ prevista la realizzazione di una trentina di mini alloggi per anziani autosufficienti e di nuovi poliambulatori, con il coinvolgimento della Casa nella gestione dei servizi correlati.

    Da qualche anno, inoltre, presso la Casa Albergo, è attivo il centro residenziale di cure palliative “Casa del Vento Rosa”, gestito dallo stesso Istituto per conto dell’Azienda Ulss 18 di Rovigo. La moderna struttura è in grado di accogliere, in stanze singole e particolarmente attrezzate, fino a otto persone affette da patologia neoplastica terminale. “Agli ospiti non viene fornito solo un supporto sanitario ed assistenziale, ma soprattutto psicologico allargato anche ai loro familiari” – sottolinea Veronese. “In queste persone, al dolore fisico, si associano i problemi psicologici, la paura della morte, la solitudine del distacco e la difficoltà di relazione con i familiari”. L’hospice, pertanto, è il luogo dove le persone sofferenti ed i loro familiari trovano conforto, come è testimoniato anche dalle numerose lettere di ringraziamento, inviate dai familiari degli ospiti e rivolte allo staff che vi opera.

    Infine, ma non ultimo, presso la Casa Albergo è stato attivato nuovo servizio odontoiatrico a favore degli ospiti della struttura, dei dipendenti e dei collaboratori, dei loro familiari e di quanti fossero interessati. Tutte iniziative che pongono la struttura lendinarese tra le più qualificate a livello regionale nell’accoglienza e nell’ospitalità di anziani. Costoro, siano essi autosufficienti o meno, oppure portatori di diverse problematiche legate connesse al progredire dell’età, trovano infatti nella Casa Albergo risposte sollecite e cure idonee del personale, in ambienti confortevoli e dotati delle necessarie attrezzature.

  • Le spoglie di Ignazia

    Le spoglie di Ignazia

    Ignazia era vissuta fino a i trent’anni a carico di fratelli egoisti e non certo delicati d’animo con lei. La sua esistenza aveva trovato spazio (o chiusura?) in un’abitazione barocca densa di passato della Ragusa Ibla, quella dei nobili e della gente che aveva un casato. Le stanze un po’ cupe del vecchio palazzo avevano accolto i giochi infantili della piccola mai del tutto spensierata. Spesso corrucciata, con lo sguardo di bambina adulta che ha pochi coetanei con cui giocare.

    Rimasta orfana quattordicenne, crebbe negli agi, ma con pochi affetti, quasi interamente affidata alla servitù, visitata da zie aspre e sbrigative che non avevano voglia e tempo di ascoltare quella ragazzina ombrosa che – da parte sua – sembrava avere ben poco da dire.

    Studiò con precettori in casa, come i due fratelli che le erano minori d’età di pochi anni. Sembrò versata per il ricamo e per il disegno, anche se i suoi manufatti dimostravano più buona volontà che vero estro. Suonava regolarmente il pianoforte e si occupava di beneficenza assieme con una vecchia parente bigotta e claudicante che l’accompagnava tutti i giovedì in parrocchia.

    A vent’anni Ignazia era massiccia, forte d’ossatura, più alta del normale. Aveva belle gambe rigorosamente coperte da abiti lunghi, il portamento eretto, mani grandi di struttura maschile. Lontana da ogni forma di civetteria, portava i lungi capelli acconciati in strette trecce, avvolte in chignon alla base del collo, senza ombra di riccioli o “tirabaci” che ingentilissero il suo volto. Lo sguardo bruno era sincero, indurito da grosse sopracciglia, congiunte sulla sommità della fronte, curiosamente mefistofeliche. Il naso aquilino non contribuiva certo ad intenerire quel volto schietto, ma non civettuolo, di ragazza nobile e d orgogliosa, avviata al triste destino dello zitellaggio.

    I trent’anni furono una meta triste per la siciliana che andava nel tempo inacidendosi – soprattutto alla vista delle coetanee maritate – spesso con nidiate di figli. Anche i fratelli, nel frattempo, si erano ammogliati e l’entrata in casa delle cognate le aveva tolto quel po’ di indipendenza e di pallida egemonia che si era guadagnata. Il suo pianoforte era diventato ormai dominio dei nipotini, i suoi lavori a mezzopunto erano quasi derisi dalle giovanissime spose dei fratelli, più civettuole di lei negli atteggiamenti e nei vestiti: nel complesso donne più attente a se stesse.

    Si sentiva sfiorita; guardandosi allo specchio vedeva già ciocche bianche insidiare la sua capigliatura chiusa in trecce sempre più strette. Diventava solitaria, «strana», come dicevano i parenti che la rispettavano, pur non amandola in maniera particolare. In lei non c’era niente che accattivasse la simpatia, anche il tono della voce era aspro, con note stridule, con quei «Maria, Maria!» – tipici delle donne del Sud – così ben descritti da Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Eppure era buona d’animo, pronta a prodigarsi, non certo pettegola o impicciona, ma le mancava quel quid che fa sì che una donna appaia femminile e desiderabile.

    In quel tempo della sua vita, un cugino più anziano di lei di qualche anno, restò vedovo senza figli. Alto, distinto, con un’incipiente calvizie, non era bello senza essere brutto, aveva un’aria fine e uno studio notarile a pochi chilometri dal capoluogo.

    Conosceva Ignazia da sempre, non la trovava sexy, ma la sapeva onesta, brava a condurre la casa, senza pretese, illibata nonostante la trentina, e soprattutto fornita di una ricca dote in case e terreni, attributo questo più importante di tutti fra quelli elencati. Il pretendente pensò: «L’amore l’ho già avuto e se ne è andato in fretta. La mia graziosissima consorte, ammalata quasi subito di tisi, mi ha offerto brevi consolazioni. Ignazia sarà la compagna della maturità, nessuno mi vieterà di cavarmi qualche sfizio, se lo riterrò necessario. Amministrare il suo denaro rimpinguerà i miei averi: insomma mi sembra un partito più che conveniente».

    Parenti anziani fecero da intermediari. Ignazia esitò un poco, si consigliò con i fratelli scontenti di perdere una fidata presenza in casa e soprattutto l’eredità futura per i figli. Nel giro di un mese pronunciò il fatidico sì al fidanzamento. Le visite del promesso avvenivano prima di cena, nell’ampio salone del palazzo seicentesco. I fidanzati stavano seduti, a rigorosa distanza, più rigidi del rigido sofà. Scambiavano poche parole in presenza di almeno una delle cognate o dei fratelli di lei, mentre i nipoti giocavano, rincorsi dalla bambinaia o strimpellavano il pianoforte.

    Ignazia prese ad avere più cura di sé. Si procurò una boccetta d’acqua di fiori d’arancio, con cui si rinfrescava le mani e le tempie. Cercò di rendere meno zitellesca la pettinatura, mise qualche merletto al collo delle camicette e dimagrì a suo vantaggio estetico, senza volerlo di proposito. Per lei era l’amore, non era un matrimonio di convenienza, come per il suo promesso sposo. Non era mai stata così felice, così elettrizzata; smemorata, illanguidita, non osava guardare in volto il suo Nicola. Avvertiva vampate di rossore e desideri inquietanti, soprattutto la notte, nel suo letto di zitella, quando immaginava i baci o le future carezze del riservatissimo fidanzato.

    Si cominciò a parlare della data del matrimonio, del viaggio, del guardaroba. Gli sposi avrebbero abitato la casa di lui, già arredata, con solo qualche piccola modifica nella mobilia. Ignazia chiese timidamente – quasi a mezza voce -, che fosse cambiato il letto e ottenne di poter disporre i suoi famosi centrini a mezzopunto sui braccioli e le spalliere delle severe poltrone del salotto. Cucì febbrilmente con le sue mani le tende nuove e diede di piglio a ferri e crochet per dare vita a nuovi pizzi con cui ornare mensole e vassoi. Era al settimo cielo.

    Un pomeriggio, accompagnando alla porta il fidanzato – sempre sotto l’occhio vigile dei familiari – si vide riflessa fuggevolmente al suo fianco nella grande specchiera dell’ingresso. Per la prima volta in vita sua si ritenne graziosa: il pallore olivastro della donna bruna era ingentilito da un lieve rossore sulle gote, gli occhi brillavano, non più appesantiti dalle ciglia troppo folte che aveva iniziato cautamente a depilare e il corpetto aderente metteva in rilievo i seni sodi di vergine che stava per valicare il confine, quel fossato che le avrebbe finalmente permesso di essere del tutto e completamente donna fra le braccia del suo sposo.

    La mattina seguente ordinò dalla prima sarta di Palermo un abito di amoerro marrone, per il giorno della cerimonia. Un modello abbastanza severo, adatto alla sua età (nell’Ottocento una trentenne era già considerata stagionata) e appropriato alla circostanza di nozze con un vedovo. Avrebbe preferito un abito più gioioso, color tortora, con l’imbottitura sui fianchi e il corpetto scollato, ma non osò gratificare se stessa fino a questo punto. Il tessuto marezzato mandava sornioni bagliori. Lucentezze ammiccanti e sotterranee che parevano dire: «Vedrai, vedrai le gioie del dopo… ! ».

    Ignazia pensava alle mani di lui che le sfilavano l’abito nel buio della stanza ed era presa da una frenesia di cui si vergognava un poco, era tutta in subbuglio, smaniosa di darsi allo sposo, con slancio insospettato.

    Da qualche giorno il suo Nicola faceva comparizioni più brevi, visite affrettate e più fredde ancora del solito. Ignazia non vi fece caso, non volle notare la cosa. Attribuì la colpa agli ultimi preparativi, alle ansie normali di chi sta per raggiungere la meta. Ma qualche giorno prima della data così attesa – quando tutto ormai era predisposto – vennero, lugubri, gli intermediari a dire che il futuro sposo rompeva la promessa. A dire il vero, non pronunciarono le terribili parole tutte d’un fiato, ma si espressero farfugliando, scusandosi con aria colpevole, cercando di giustificare il volubile promesso, chiedendo perdono a suo nome, fermi – alla fine – nell’assicurare, quasi in un rantolo, che il notaio aveva irremovibilmente cambiato idea. Apparve, senza ombra di dubbio, che erano sinceramente addolorati per lei che non meritava questo scorno.

    Ignazia si chiuse nelle sue stanze, così infelice da augurarsi – anzi da sperare ardentemente – di morire. Non sapeva più se fosse maggiore la rabbia o il dolore, non aveva più desiderio di nulla, insonnia ed inappetenza erano diventate le sue amiche più fidate. Cadde in un’abulia che fece temere ai suoi familiari di doverla perdere Trascinava i suoi giorni senza occuparsi di nulla, trascurando se stessa e qualsiasi tipo do occupazione.

    Una bella mattina si alzò repentinamente dal letto, in ora quasi antelucana, e svegliò tutta la casa dicendo che voleva andare a vivere in continente, presso dei lontani parenti per prendere le distanze dai luoghi del supremo affronto.

    Resta un vuoto nella vita seguente di Ignazia. A documentarcela ci sono solo lettere ingiallite, spedite ai fratelli, con laconiche frasi formali, scritte in minutissima e tremolante grafia. Si sa che – cinquantenne – ha chiuso i suoi giorni in una cupa città del nord Italia. Fra le sue cose la sventurata zitella ha lasciato un abito di amoerro marrone, severo, un po’ mortuario che – al posto dei bagliori ammiccanti – ha ora opachi riflessi sinistri. I nipoti – traendolo dal baule – lo hanno trovato stranamente rigido, come se fosse abitato da un invisibile corpo.

    «Cos’è questo?» – ha chiesto la nipotina più giovane, ignara delle sventure della zia.

    «Ah, niente» – ha risposto indifferentemente la madre – «Sono “le spoglie di Ignazia”, l’abito del suo mancato matrimonio, ne faremo fodere per i cuscini del salotto».

  • Bombonato e l’arte astratta

    Bombonato e l’arte astratta

    Già da alcuni giorni la dolce stagione ha inviato in avanscoperta una staffetta, con l’incarico di coprire di verdi fronde alcune piante disseminate lungo i campi, ma solo ieri, la Primavera ha preso possesso dell’intera natura.

    Irresistibile nasce la voglia di uscire all’aria aperta e di percorrere le tranquille strade di campagna che serpeggiano nei dintorni della mia casa. In breve tempo, cavalcando la bici, mi trovo a pedalare tra ombre e bagliori di luce prodotti dal baluginare del sole tra alti cirri di candide nubi, quando, ad un incrocio, decido di svoltare per una strada che si incunea tra campi di terre sabbiose rese ad orto e che termina nell’abitato di Mezzavia di Lusia. Lì incontro Claudio che tranquillamente in sosta davanti a casa sua.

    Gentilmente mi invita ad entrare e, nel cortile della sua abitazione, vengo accolto da un grido poderoso emesso da un merlo indiano. Ho l’impressione che il simpatico uccello sia lì a far da guardia al laboratorio del mio amico e presto ne capisco il motivo. Quando sono all’interno della stanza noto centinaia di tele, dipinte ad olio, accatastate le une sopra le altre o appese alle pareti in attesa che il colore asciughi. E che dire dell’infinita varietà di pennelli e tubetti di colore sparsi ovunque nell’atelier, impregnato d’acre odore di solventi e vernici? Un piccolo tesoro d’arte che scopro a poco a poco, soffermandomi davanti ad ogni opera.

    Realismo, espressionismo, astrattismo e pittura informale, sono i vari stili percorsi da Claudio Bombonato, il quale mi informa che sono frutto di svariati anni di applicazione e sperimentazione. Il risultato è un misto di creatività, dolcezza e forza espressiva che meglio si materializzano nella forma astratta: accordi cromatici che si stampano indelebili negli occhi di chi li osserva.

    E’ così che scopro in Claudio Bombonato una nuova personalità, che va oltre la gentile, bonaria, persona che traspare a prima vista e, incuriosito, gli chiedo di raccontarsi.

    “Nella pittura mi considero un uccello libero che si lascia cullare dall’azzurro del cielo, come l’azzurro che nei miei quadri sempre compare. E sono libero come le mie pennellate che oggi esprimo nell’arte informale, cercando quella luce che il buio della vita così frenetica non sempre ci dà”.

    Il cielo motivo di ispirazione dunque.

    “Non solo – aggiunge Claudio -, attraverso l’ombra di un albero o lo scintillio dell’acqua del fiume che spesso vado a trovare, mi ispiro osservando i rilessi che faccio miei. Mi sento attratto dalla natura che coi suoi silenzi e colori mi parla e a volte grida sotto il sole che tutto illumina. Svariate tonalità cromatiche mi avvolgono e mi sollecitano a trasferire quelle sensazioni su una superficie solida, sprigionando in me una gioia irresistibile. Mi piace accarezzare la tela prima di dipingerla e ne cerco il dialogo, la concentrazione, per avere sicurezza nella stesura dei colori. Le grandi campiture mi emozionano di più perché mi sembra diano più respiro all’opera, in special modo nell’arte astratta”.

    Ma come si origina il desiderio di dipingere?

    “E’ questa una domanda che spesso le persone mi pongono – chiarisce Bombonato – e molti inoltre mi chiedono il significato dei miei quadri astratti. Io rispondo che voglio esprimere soltanto un’emozione, che è solo mia e vive solo nella mia testa. Pertanto, citando Giorgio de Chirico, osservo: bisogna tacere quando si penetra in tutta la profondità di un quadro… Non esiste altro che quello che i miei occhi vedono aperti. E ancor di più chiusi.

    Per Claudio l’interesse per la pittura non è una passione passeggera: prima di lui anche il padre Ugo usava esprimere le sue emozioni dipingendo ed ottenendo risultati lusinghieri a livello locale. Il testimone è dunque passato da padre in figlio, e quest’ultimo ovviamente manifesta nei suoi quadri la sua sensibilità e i fermenti culturali tipici del nostro tempo. Aspetti che suscitano apprezzamenti che esprimo con convinzione, spostando poi il mio sguardo verso il sole che lentamente scivola oltre gli alberi taciti all’orizzonte.

    Mi accomiato dall’amico mentre le ombre, allungandosi, coprono i colori dei prati e tra i rami degli alberi si animano gli uccelli alla ricerca del loro nido. Si spegne il giorno portando con sé una leggera brezza di vento freddo, che cerco di neutralizzare sollevando il bavero della giacca verso la faccia. Il sole tramonta, ma il caldo tepore, trasmessomi dalla visione dei potenti colori dei quadri di Claudio, permane dentro il mio cuore e nei miei occhi, dando luce e calore a quanto mi circonda.

  • Gibian, un personaggio di successo

    Gibian, un personaggio di successo

    Gibian rappresenta, per i molti melaresi che sono a conoscenza delle sue vicende, il classico esempio da imitare di chi, partito con una valigia di cartone dal paesello e lavorando sodo, ha raggiunto i più alti traguardi lavorativi.

    Ma Gibian, dalle iniziali del nome e cognome – Gino Bianchini all’anagrafe – è certamente oggi anche uno dei polesani più conosciuti al mondo. Ha amicizie in ogni campo: dallo spettacolo allo sport, dalla canzone alla politica, ma al contempo ha conservato intatta la sua genuinità e, chi lo conosce, è ben lieto di annoverarlo fra le proprie conoscenze più care.

    “Avevo diciassette anni quando – ricorda Gibian – con una piccola valigia di cartone, preparata con tanta amarezza dai miei genitori, decisi di partire per Milano, lasciando il mio piccolo paese, per affrontare quella che poi è stata e continua ad essere la mia avventura nel mondo del lavoro”

    Gino Bianchini nasce a Melara nel 1946 da Floriano ed Elisa Carrer. Il papà, sergente maggiore nell’ultima guerra, fa il barbiere, un lavoro che eredita dal papà Luigi della dinastia dei “Caplàn”, un omone grande e grosso che in tempi difficili si adatta ad eseguire lavori di facchinaggio. Sono periodi in cui i capifamiglia erano severi e tutti d’un pezzo e che parlavano poco. Floriano, pur abitando al “Capitello” teneva un’avviata bottega a Santo Stefano vicino al bar dei Quattrina; poi sul finire degli anni ‘50 si spostò con l’attività nella piazza centrale del paese. Andavano regolarmente da lui gli uomini per il taglio e soprattutto per la barba, per la quale aveva una mano eccellente. Egli forse sognava per i due figli maschi, Gino e Renzo, di lasciargli in eredità la stessa professione da sviluppare magari in paese. Non andò così, per nostra grande fortuna.

    Renzo, classe 1949, con un promettente avvenire di calciatore nel Mantova, al quale rinunciò per il lavoro, fece varie esperienze e dopo la scuola di arte e mestieri di Ostiglia “Ermete Mondadori”, in due anni a Mantova si diplomò disegnatore meccanico. Da lì disegnatore per un’importante ditta bergantinese nel settore delle giostre, indi alla Knorr nel veronese.

    Gino invece, dopo le scuole melaresi coi maestri Dino Tinti e Maria Cugola, fece gavetta per alcuni mesi come apprendista fornaio da Aldo Caleffi, poi fu aiutante sarto da Franco Furini, infine garzone barbiere prima dal papà e per due mesi ad Ostiglia dal noto “Adolfo”. Il suo avvenire cambiò dopo un colloquio con una melarese che aveva il fratello a Torre Pedrera (RI): lì fece tre mesi, da maggio a settembre, nei quali conobbe varie personalità che lo indirizzarono a Milano dove dimorò dallo zio materno Cesare Carrer.

    La prima svolta sul suo lavoro avvenne quando ad un seminario sulle acconciature femminili gli si offerse di fare permanente e taglio e lui, voglioso di fare ed attratto dalle novità, non rifiutò. Poi il servizio militare e l’iscrizione ad una scuola per parrucchiere (unico maschio). Il saggio finale della scuola diretta da Gino Silvestri lo vide vincitore “allo specchio numero sette” da allora in poi il suo numero fortunato, con la mamma presente, visibilmente commossa.

    A 25 anni era il più giovane parrucchiere di tutta Milano ad aprire un negozio in corso Matteotti. Il duro lavoro ed il sacrificio di questi anni lo portarono a togliersi numerose soddisfazioni. Nel 1988 fu designato in Giappone fra i quattro migliori al mondo assieme ai famosi hair stylist Tony & Guy, Trevor Sorbie e J.L Deforges.

    Fra le tante iniziative seguite, teneva una trasmissione alla nuova emittente Telenova, era legato al cast di Canale 5 con “Come ci pettiniamo”. Girò il film “Italian boys” coi Gatti di vicolo miracoli, e fu presente a numerose trasmissioni (il mitico Portobello di Enzo Tortora, Fantastico ecc.).

    Le amicizie famose, per lavoro o semplice simpatia, si susseguirono numerose, tanto che è molto arduo stilarne un elenco, ma scorrendo le fotografie messoci gentilmente in visione ripercorriamo il jet set di tanti artisti italiani e di livello internazionale di questi ultimi 25 anni. A titolo di curiosità citiamo in ordine alfabetico: Al Bano, J.P.Belmondo, Enrico Beruschi, Anna Bettinelli, Silvio Berlusconi, Massimo Boldi, Mike Bongiorno, Alberto Castagna, Cher (ritratta in copertina nella rivista Hair), Loredana Bertè, Bjorn Borg, Irene Cara, Walter Chiari, Marco Columbro, Valentina Cortese, Tullio De Piscopo, Maria Giovanna Elmi, Emilio Fede, re Fahad d’Arabia, Fiordaliso, Loretta Goggi, Valeria Golino, Linda Grey (la celebre Sue Ellen di Dallas), Demetra Hampton, Julio Iglesias, Marcella Bella, Susanna Messaggio, Mina, Willy Molco, il presidente del Canada Moroni, Anna Oxa, Alba Parietti, Marco Predolin, Donatella Rettore, Franco Rosi, Vasco Rossi, Fatma Ruffini, Carmen Russo, Gerry Scotti, Brooke Shields, Bobby Solo, Tracy Spencer.

    Creativo ed innovativo, nel 1984 Gibian brevettò le famose “Extensions” comparendo sulle riviste del settore coi testimonial Ruud Gullit e M.Giovanna Elmi. Sua è pure la rivoluzionaria maschera acidificante per la cura della psoriasi e dei capelli.

    In queste settimane è alle prese con un altro progetto in Giappone, dove un’importante azienda di prodotti per parrucchiere lo vuole abbinato ad un progetto in esclusiva mondiale.

    Ma Gibian non dimentica Melara, dove è ancora legato ad amicizie giovanili oltre che al fratello Renzo, e non disdegna di gustare i nostri famosi tortelli di zucca che in più di un’occasione sono stati preparati da Giancarlo Montagnini e dalla mamma Elisa (vedi foto assieme a Boldi e Scotti). Oggi non v’è giornale che non parli di Gibian a vario titolo e la fotografia della modella olandese in copertina del suo libro ha fatto letteralmente il giro del mondo.

    Davvero niente male per chi partì da Melara a 17 anni verso Milano, coi sogni in una valigia di cartone e molta speranza nel futuro!

    Gino Bianchini, in arte da tutti conosciuto come Gibian, è da tempo ed a pieno titolo un ambasciatore della nostra terra polesana. A Milano è stato premiato decine di volte per la sua attività: non sarebbe giusto pensare anche ad un doveroso riconoscimento di stima ed affetto da parte della sua terra d’origine?.

  • 45° Parallelo G.R.U.

    45° Parallelo G.R.U.

    Quattordici giugno 2004, ore 23.05, Cavazzana di Lusia: Jerry Ercolini, Crisna Pengo e Rodolfo Ghinato (ufologi) si trovano sull’argine del fiume Adige per uno skywatch (osservazione della volta celeste). La temperatura è molto alta, assenza di vento e percentuale di umidità bassa. Viene puntata sulla verticale, verso il cielo, la reflex Nikon F65 con zoom 70/300 montata su treppiede, pellicola Kodak TP b/n e tempo di posa di circa 3 minuti. Il segnalatore all’infrarosso con sagoma triangolare è acceso e posizionato sul tetto dell’automobile, alle spalle dei ricercatori, a circa 4 metri di distanza. Allo sviluppo, la fotografia presenta uno strano oggetto che si ripete per ben cinque volte sullo stesso fotogramma, ma senza lasciare una scia di movimento…sembra che lo stesso abbia pulsato seguendo una direzione ben precisa. Nel proseguire la sua corsa, al di sotto si staccano altri due piccoli oggetti di forma triangolare mentre al di sopra si può notare la comparsa di una strana apertura.

    Già tre mesi prima, il 28 marzo 2004, ore 2.45, sempre a Barbuglio di Lendinara, durante uno skywatch lungo il fiume Adige, Jerry e Rodolfo avevano immortalato uno strano oggetto sfrecciante proprio davanti alla luna. Per ottenere la foto, utilizzata la fotocamera reflex Nikon F65 montata su telescopio rifrattore Ziel 700×60, oculare da 25mm., pellicola Kodak Infrared e tempo di posa pari ad 1 secondo. Durante lo skywatch i due ricercatori non notarono niente di particolare in cielo, nemmeno il passaggio dell’oggetto, mentre la pellicola infrared sì. La temperatura si aggirava sui 14°-15° e aleggiava una strana calma….

    I casi si moltiplicano. Per questo, Jerry, (perito elettrotecnico di Bosaro), Crisna (perito agrario di Ramodipalo) e Rodolfo (perito elettrotecnico di Lendinara) da qualche mese hanno dato vita al gruppo ricerche ufologiche “45° parallelo G.R.U.”, spinti dalla passione per la ricerca, dal motto “guardare il cielo per capire”.

    Il 45° GRU dispone di due centri operativi nella zona del 45° parallelo per eventuali analisi, ma la sua forza sta proprio nell’operatività sul territorio, sul modo di muoversi e di intercalarsi nell’ambiente con le sue attrezzature sofisticate.

    Questi gli impegni settimanali: due uscite in notturna lungo il fiume Adige, Canal Bianco e terreni adiacenti dove vengono effettuati gli skywatch (osservazione del cielo) e i landwatch (osservazione del terreno) usufruendo soprattutto la tecnologia all’infrarosso (I.R.) e all’ultravioletto (U.V.) sia nella visione che nella fotografia; due giorni vengono dedicati all’attività radiantistica, ponti radio ed all’ascolto delle onde ELF, con eventuali elaborazioni computerizzate di onde anomale; due serate (condizioni meteo permettendo) vengono dedicate alla fotoastronomia e a riprese video della luna e dello spazio.

    Il 45° GRU è una vera e propria squadra composta da pochi elementi che lavorano in simbiosi, seguendo una via comune per le ricerche ed eventuali analisi; successivamente il 45° GRU potrà collaborare (dopo consultazione interna) con eventuali centri o associazioni ufologiche per ulteriori analisi o confronti. Lo scopo principale è di raccogliere più dati e prove possibili di fenomeni anomali e di natura presumibilmente ufologica, creando informazione tramite i vari mezzi di comunicazione.

    “Siamo radioamatori patentati e ognuno di noi è specializzato in un particolare settore – racconta Ercolini – Io e Rodolfo ci occupiamo di fotografia e visione notturna. In più, lui è tecnico di sperimentazione di microimpianti di segnalazione a infrarosso. Crisna, invece, è tecnico di ricerca di segnali anomali. Prendendo spunto dal progetto nazionale Seti, anziché utilizzare il telescopio cerchiamo con questi apparecchi segnali sul territorio. A ogni strano avvistamento sono collegate frequenze o microonde che si traducono in brusii o fruscii che riusciamo ad analizzare grazie alla strumentazione creata da Crisna, capace di percepire onde che vanno da 0 hz a 10 ghz”.

    Da anni nei cieli del Polesine, questa piccola Hessdalen veneta, strane luci appaiono, di giorno e di notte; oggetti volanti dalla forma insolita vengono avvistati; strane anomalie si manifestano in aree particolari. Tanti i testimoni, poche le persone che ne parlano.

    Jerry illustra la cartina del Polesine, puntellata di cerchietti fluorescenti, adesivi. “Segnano gli avvistamenti ufologici dal 1950 al 1970 e dal 1970 ai giorni nostri – aggiunge -. Il Polesine è luogo frequentato da oggetti non identificati, soprattutto lungo Adige e Po. Proprio da noi passa una delle linee ortoteniche: collega il sud Inghilterra al Po di Gnocca. Questa teoria inattaccabile fino agli anni ‘70, ora è più dubbia in quanto i fenomeni si manifestano oggi in ordine sparso, anche se mantengono determinate caratteristiche di fissità. Avvengono, ad esempio, più frequentemente in prossimità dei cambi di stagione o di calamità naturali, vicino ai corsi d’acqua. Ultimamente, frequentate sono le zone di Guarda Veneta, Canaro, Ca’ Emo”.

    Globi luminosi che stazionano in cielo e svaniscono all’improvviso; strane luci che cambiano colore e seguono traiettorie geometriche formando percorsi ad angoli di 90 gradi sulla volta celeste… Le testimonianze raccolte dal gruppo sono seguite da verifiche che spesso portano anche al ritrovamento, sul terreno sottostante, di strani filamenti, simili a ragnatele. “In realtà, si tratta di bambagia silicea, ovvero boro, silicio, calcio e magnesio, materiale che si deposita sulla superficie terrestre dopo il passaggio degli Ufo – conclude Jerry – Non pretendiamo né imponiamo verità, ma siamo aperti a possibili risposte”.

    “Nel nostro lavoro – concludono i nostri appassionati del cielo – ci serviamo di tabelle di astronomia e di aeronautica. Se l’oggetto non rientra nelle due categorie, non è quindi una stella, un asteroide, un aereo, o una stazione orbitante, per noi resta un oggetto inidentificato. Verrà quindi riportato sul sito www.45gru.it. Se qualche luminare in materia vuole azzardare ipotesi o aiutarci, siamo contenti di accoglierlo“.

  • Il campanile della Tomba

    Il campanile della Tomba

    Un fulmine di particolare potenza ha scaricato tutta la sua energia sul campanile adriese della Basilica di Santa Maria della Tomba sventrandone letteralmente la cuspide. E’ successo venerdì 31 agosto scorso durante un forte temporale che ha colpito tutto il Polesine. Erano le dieci e sette minuti antimeridiane quando la forte scarica elettrica, insinuatasi nella punta estrema della torre, ha provocato il crollo di una parte consistente della cuspide. Le lancette dell’orologio infatti si sono fermate proprio nel momento della caduta del fulmine. A seguito della deflagrazione massi e pietre cadevano tutt’attorno nel raggio di una cinquantina di metri, provocando fortunatamente solo danni alle cose. Frammenti di pietre di varie dimensioni hanno raggiunto tetti, cortili e strade adiacenti la Basilica. Alcune pietre hanno danneggiato seriamente in vari punti il tetto della chiesa resa per questo completamente inagibile.

    Il danno maggiore l’ha subito la “Cappella del transito” che custodisce preziosi reperti in cotto policromo del secolo XV, peraltro rimasti provvidenzialmente illesi. Tra questi ricordiamo il gruppo della “Dormitio Virginis” (che raffigura la morte della Vergine circondata dagli Apostoli) e le due pregevoli opere raffiguranti l’Angelo Annunciante e la Vergine Annunciata.

    I massi più consistenti sono comunque caduti all’esterno, conficcandosi nel lastricato in porfido della piccola piazzetta antistante il sacro edificio. Un sasso ha anche colpito l’unica auto parcheggiata a lato della chiesa.

    A causa dell’inagibilità della chiesa, tutte le funzioni religiose sono state spostate nella vicina chiesetta dedicata al Sacro Cuore appartenuta al Convento delle Madri Canossiane, mentre immediatamente sono state avviate le opere di tamponamento per evitare altri crolli della torre campanaria.

    Un campanile, quello della Tomba che ha una storia plurisecolare.

    Una leggenda ben radicata nella tradizione popolare vuole che la prima struttura, risalente all’epoca romana, avesse svolto la funzione di faro essendo collocato ai margini del porto-canale di Adria. Avvaloravano questa ipotesi alcuni grossi anelli che avrebbero potuto servire per l’ancoraggio delle navi alla fonda, rimasti infissi alla base della torre abbattuta nel 1928.

    Al di là della tradizione, comunque, le prime notizie certe sulla torre campanaria annessa alla Basilica di S. Maria Assunta risalgono al 1221. Il 15 agosto di quell’anno infatti – come appare nella copia di una iscrizione riprodotta all’interno della Basilica – il Vescovo Rolando Zabarella consacrava la Chiesa rinnovata ed altre due chiese nello stesso quartiere della Tomba dedicate a Santo Stefano ed a San Giovanni (probabilmente il Battistero).

    L’osservazione delle primitive fondamenta della Basilica, ampliata nel 1937, ha fatto supporre che, fino alla costruzione dell’attuale facciata (inizio sec. XVIII), la torre risultasse più avanzata di circa sette metri rispetto alla chiesa.

    Nel 1647, comunque, il campanile fu accorciato e su quel troncone sorse il secondo campanile con la cuspide rimodellata.

    La situazione rimase inalterata fino al 1902, quando, a causa del crollo improvviso del campanile di S. Marco avvenuto il 14 aprile 1902, fu emanata una drastica disposizione governativa che imponeva l’abbattimento di tutte le torri pericolanti. All’epoca la parte superiore del campanile della Tomba risultava abbastanza danneggiata, così fu deciso l’abbattimento fino all’altezza dell’orologio.

    Nel 1928, quando ormai soffiava impetuoso il vento del “rinnovamento nazionale” si pensò di dare alla Basilica un campanile più moderno e funzionale cancellando tutto ciò che rimaneva della torre più antica. La ristrettezza dei mezzi a disposizione obbligò i costruttori a riciclare tutto il materiale proveniente dalla demolizione non solo, ma ad utilizzare per il rivestimento esterno del basamento, il marmo trachitico ricavato dai vecchi marciapiedi circostanti.

    Il genio creativo del progettista architetto G.B. Scarpari e la grande professionalità dell’impresario edile Giacinto Barbuiani hanno fatto sì che lo stile della torre, che richiama l’estetica tipicamente veneta del campanile di San Marco, nulla togliesse alla facciata settecentesca della Basilica.

    Il campanile fu consacrato il 15 novembre 1931 con una solenne cerimonia presieduta dal Vescovo mons. Guido Maria Mazzocco che aveva al suo fianco l’allora parroco cappuccino padre Giacinto Ambrosic, futuro Vescovo di Chioggia e poi Arcivescovo di Gorizia.

    Nel 1981 la Parrocchia di Santa Maria Assunta ha ricordato il primo giubileo del rinnovato campanile con un elegante opuscolo che ne riporta la storia.

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