Ricorrono quest’anno cent’anni dalla morte di mons. Giacomo Sichirollo, avvenuta il 18 maggio 1911, alle ore 3,50, nell’ex seminario vescovile di Rovigo (oggi Archivio di Stato) posto nella via che attualmente porta il suo nome. Fu una personalità polesana di grandissimo rilievo dal punto di vista umano, religioso e culturale, e questo centenario può offrire l’occasione per riscoprirla e valorizzarla, come un tesoro da non dimenticare, ma a cui guardare per saper incarnare nei nostri tempi lo spirito autentico che lo animò.
Una guida per i giovani
Mons. Giacomo Sichirollo ha segnato non solo generazioni di preti ma anche di giovani che, pur non seguendo la via della consacrazione religiosa, hanno trovato in questo colto e santo sacerdote, professore del seminario diocesano, una guida sicura e illuminata per imparare il mestiere della vita: una personalità carica di affetto verso chi a lui si rivolgeva. Tra i molti giovani laici che si formarono alla sua scuola, ricordiamo Guido Negri, Italo Rosa, Ettore Paia, Umberto Merlin e Italico Corradino Cappellotto, che in seguito hanno occupato posti dirigenziali nelle istituzioni civili e politiche della società, in un periodo tumultuoso tra la seconda metà dell’800 e i primi decenni del nuovo secolo.
Il rapporto di Sichirollo con i giovani era fondato sulla sua capacità di intuirne le doti e di mettersi d’impegno per svilupparle. “Sichirollo – ha scritto Bernardino Merlo – abitua i suoi giovani all’onestà e alla saggezza intellettuale, alla liberazione da pregiudizi di parte, al realismo che conduce le grandi aspirazioni… nello spirito di un umanesimo integrale”. Egli, tra le sue molteplici attività, nutrì sempre una predilezione particolare per l’impegno nel campo sociale, affrontato con acutezza e precisione, e fu un esponente di punta nella formazione civile e politica di molti laici.
In particolare stabilì un rapporto di fraterna amicizia con il venerabile Giuseppe Toniolo, sociologo di Treviso e professore all’università di Pisa (con cui ebbe uno scambio epistolare su vari aspetti) il quale nel 1906 gli propose di porsi alla testa di un “Ufficio di cultura e di azione sociale” a Firenze. Invito che però Sichirollo non accettò, ritenendo di dover svolgere il suo apostolato nella sua terra polesana.
Mons. Sichirollo è infatti rimasto principalmente attivo a Rovigo in seminario, dove svolse la professione di professore di lettere, filosofia, scienze fisiche e teologia, anche se, in considerazione delle sue indiscusse capacità intellettuali, era stato chiamato a coprire altri incarichi. Ad esempio gli fu offerta la Cattedra Universitaria Dantesca da poco istituita a Roma da Leone XIII (probabilmente tra il 1883 e il 1888) che rifiutò, e successivamente fu chiamato anche a Cattedre universitarie a Torino e Firenze, ma sempre declinò le offerte sia pur prestigiose.
Una vita intensa
Giacomo Sichirollo venne alla luce il 17 aprile 1839 ad Arquà (che diventerà Arquà Polesine nel 1868) da Andrea, muratore, e da Maria Giro. A nove anni frequenta il seminario di Rovigo da esterno. A 16 anni, pensando di essere chiamato alla vita religiosa, entra nel convento francescano di Bassano dove inizia da novizio l’iter di formazione alla vita conventuale, ma per motivi di salute dopo soli sette mesi ritorna a casa e riprende gli studi, completandoli con ottimo profitto, nel seminario diocesano di Rovigo.
Viene ordinato sacerdote il 20 settembre 1862 e, a soli ventidue anni, ancora prima dell’ordinazione, viene incaricato dell’insegnamento in quel seminario dove si era formato e nel quale insegnò ininterrottamente per quasi cinquant’anni, interrompendo questa attività solo nell’ultimo decennio della sua vita, quando dovette fare i conti con una malattia che gli impedì di svolgere completamente il suo magistero.
La sua fu un’esistenza vissuta con intensità. Era preso quotidianamente da molti impegni a cominciare dall’insegnamento, poi il colloquio con gli studenti del seminario, poi incontri con persone che chiedevano consiglio, poi la preparazione di discorsi scritti e di conferenze pubbliche, senza dimenticare gli scritti più impegnativi: oltre 42 titoli tra volumi di filosofia, di letteratura, di storia, di teologia ed elaborati vari di carattere politico-sociale.
I suoi interventi erano sempre acuti e nutriti di uno spirito critico acquisito dai suoi studi di filosofia (passò dall’iniziale amore per la filosofia rosminiana alla neotomistica, anche per il divieto di insegnare la filosofia di Rosmini da parte del vescovo diocesano Camillo Benzon, lo stesso vescovo che lo aveva ordinato sacerdote). Non gli mancava l’ironia, specie quando doveva difendersi dagli attacchi degli avversari; evidente anche un intento apologetico ma con una visione sociale che non fu mai conservatrice. “Sichirollo, scrive Merlo, appartiene alla componente più avanzata del cattolicesimo ottocentesco […]. Egli sposta il cattolicesimo polesano dal devozionismo intimistico a posizioni di larga consapevolezza sociale e politica”.
Le sue capacità intellettuali di studioso e di conferenziere lo avrebbero portato ad emigrare dalla provincia, ma – come detto – non volle mai lasciarla, e sempre vivo rimase il suo rapporto con il paese natìo, nei cui confronti così espresse il suo affetto: “Son cinquant’anni ch’io sto a Rovigo, in mezzo a tante persone care e tanto care occupazioni. Ma pure il mio pensiero spesso viene tra voi, o miei compaesani, e il ricordo di Arquà Polesine, dove nacqui e crebbi fino a nov’anni, mi fa rivivere in quella beata età, che par che nel mio cuore mai non tramonti. Da quell’età presi ad amare con predilezione il campagnuolo e l’artigiano: e così come allora, anche adesso godo di sentirmi scorrere nelle vene il sangue di un operaio. Da ragazzo mio padre avea trattati gli arnesi del muratore: mio nonno era stato, mi dissero quand’era piccino, un bravo capomastro”.
L’uomo di azione
Nella sua biografia accanto all’attività di docente, di conferenziere e di scrittore bisogna segnalare la sua presenza attiva non solo come pensatore ma anche come uomo di azione, nonostante il suo carattere mite e semplice come si può riscontrare dal passaggio sopra riportato.
Un interesse per il concreto e le esigenze sociali che lo portò ad impegnarsi a favore di iniziative in grado di migliorare le condizioni economiche dei meno abbienti. Fu così che ricoprì un ruolo di primo piano nella diffusione delle Casse Rurali, con l’obiettivo di crearne una presso ogni parrocchia della diocesi. E non si sottrasse nemmeno ad un impegno attivo sul piano politico cosicché in varie legislature sedette sui banchi del consiglio provinciale. Fortunato Giavarini, che di lui scrisse una biografia, dice che: “non esitò ad accettare la candidatura nelle elezioni provinciali riuscendo sempre eletto a maggioranza dei voti”.
A questo proposito vediamo dunque rapidamente alcuni dei principali atti del suo impegno di educatore e di promotore sociale, ripercorrendo la scansione cronologica stesa da Isabella Ledda.
Nel 1869 fonda con i suoi alunni il Circolo Giovanile S. Francesco, manifestando la propria fedeltà al papà e nel 1895 partecipa ai festeggiamenti per il XXV del Circolo e come assistente ecclesiastico tiene un discorso.
Nel 1884 sotto la sua guida a Padova una trentina di giovani costituiscono un’Associazione Cattolica universitaria, prepara lo statuto approvato dal vescovo di Padova mons. Callegari. Sempre nello stesso anno con un gruppo di sacerdoti di Rovigo si impegna a diffondere l’opera della Santa Lega, approvata dal vescovo di Adria mons. Polin, che vuole allontanare i buoni cristiani dalla lettura di libri e giornali diseducativi.
Nel 1889 con Toniolo e con Callegari a Padova partecipa ad una riunione per la costituzione dell’Associazione Cattolica per gli studi sociali in Italia. Aderisce pure all’Unione Cattolica per gli studi sociali, istituita a Padova per iniziativa del Toniolo.
Nel 1893 per favorire la preparazione dei sacerdoti in campo sociale, istituisce, nel seminario di Rovigo, la Cattedra di Economia sociale e di Agricoltura.
Nel 1895 contribuisce alla fondazione della Federazione delle Casse Rurali con sede a Lendinara. Nel 1896 viene trasferita a Rovigo, mentre mons. Sichirollo viene nominato Presidente onorario.
Nel 1898 aderisce alla Società degli studi Scientifici, di cui fanno parte Toniolo, Maffi, Poletto e Ratti. Grazie al prestigio suo e di Bonincontro, il Comitato diocesano e le Casse Rurali polesane non vengono soppresse, come nel resto del Veneto.
Il 1901 rappresenta per Sichirollo un anno critico perché si ammala gravemente. Ha 62 anni e non riuscirà più a riprendersi completamente, ma non si rinuncerà a vari impegni, tanto che entrerà a far parte del consiglio di amministrazione della Banca Cattolica del Polesine nata proprio in quell’anno. Nello stesso anno fonda “La Settimana”, giunta oggi a 110 anni di attività.
Nel 1902 crea a Rovigo il Circolo Democratico Cristiano di Studi Sociali per la formazione dei dirigenti laici. Di nuovo eletto nel Consiglio provinciale. Nel 1903 diventa assistente ecclesiastico della Federazione Democratica Cristiana appena sorta.
Nel 1904 è ancora Consigliere provinciale. Al primo convegno dei Democratici Cristiani interviene sul significato di Democrazia Cristiana, polemizzando contro i murriani. Partecipa al primo Convegno del Movimento Cattolico Veneto a Rovigo. Il Circolo San Francesco promuove una lega contro la pornografia.
Nel 1907 è nuovamente eletto Consigliere provinciale in una lista clerico-moderata.
Nel luglio 1910, non è più eletto, venendo meno l’accordo fra cattolici e moderati, per l’anticlericalismo dei liberali. Si era presentato in una lista solo di cattolici, di cui facevano parte anche Cappellotto, Franco, Mazzocco, Merlin, Ricci.
Si accentuano frattanto le problematiche di salute che lo porteranno ad un rapido declino e alla morte avvenuta il 18 maggio 1911, all’età di 72 anni.
Al suo capezzale tra gli altri accorse un gigante della carità, il suo amico sacerdote comasco don Luigi Guanella, che aveva fondato importanti opere di carità nella diocesi di Adria, il quale fu presente anche ai funerali nel duomo cittadino e conoscendo “le sue virtù singolari ne auspicava la beatificazione”.
Nel giorno delle esequie a Rovigo – come riporta in una recente pubblicazione don Bruno Cappato, – vista la statura dell’uomo (erano altri tempi) le vie lungo le quali passò il feretro, furono segnate da veli neri di cordoglio; le scuole rimasero chiuse e così pure gli esercizi commerciali e gli uffici pubblici.
La salma tumulata nel cimitero di Rovigo dopo due anni nel 1913 venne trasportata nel cimitero di Arquà Polesine dove rimase per 44 anni. E qui, per dare degna sepoltura all’illustre personaggio, fu fatta costruire una cappella che si volle fosse affrescata dal grande pittore arquatese Giuseppe Goltara. Un’opera questa che viene definita “la testimonianza formalmente più alta e ideologicamente più compiuta dell’arte goltariana”.
Nel 1957 con grandissimo concorso di popolo, per la fama di santità che godeva, la salma fu trasportata dal cimitero del paese alla chiesa arcipretale di Sant’Andrea di Arquà dove attualmente riposa.
Una fama di santità
Sichirollo, non va ricordato soltanto per la sua fama di uomo colto di altissimo spessore e per le sue iniziative nel sociale, ma anche per la sua fama di santità. In lui si univano infatti due aspetti assai importanti: la sapienza intellettuale e quella spirituale. Leggo che Mons. Pavani e Mons. Marega ricordano che il Sichirollo chiudeva i colloqui più confidenti con il sospiro, pronunciato nel dialetto che gli era abituale: “Fate santo, viscere”. Oppure, in un’altra testimonianza, il chierico Filippo Pozzato, che diventerà Arciprete della cattedrale, disse un giorno: “Quando si esce dalla stanza di Mons. Rettore, si dice: sarò più furbo; quando si esce da quella di Mons. Sichirollo, si dice: sarò più buono”.
La fama di santità di cui Sichirollo godette in vita (che fu riconosciuta da personalità non solo locali ma anche di livello nazionale) fu lo scopo, per cui mons. Pavani scrisse il libro di ricordi già citato. Il monito “fatevi santi”, mons. Sichirollo, con quella amabilità che gli era riconosciuta, lo ripeteva con insistenza a chi lo avvicinava; indice di una santità vissuta in prima persona che molti desideravano venisse riconosciuta come esempio da proporre al clero e ai fedeli dell’intera diocesi, ma non solo.
Le procedure per questo riconoscimento non sono mai state avviate nonostante le insistenze di qualcuno in particolare. Non vorrei che fosse persa ormai per sempre la possibilità di un riconoscimento ufficiale da parte della chiesa di aver avuto il dono di un santo prete nella nostra diocesi.
E, accanto a questo auspicio, ne rilancio un altro, già espresso da don Bruno Cappato: quello di un pronto restauro del bel monumento dedicato a Sichirollo, posto sulla facciata dell’ex-seminario, dove egli visse per moltissimi anni. L’opera è del melarese Policronio Carletti. I marmi della nicchia e dei contorni del busto in bronzo necessiterebbero di una adeguata pulizia, prolungando così nel tempo il valore e il ricordo che questa figura di Santo sacerdote rappresenta, che non può essere dimenticata, quanto piuttosto trasmessa ai posteri.
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Come citare questo articolo
Daniele Donegà. “Mons. Giacomo Sichirollo”. Ventaglio Novanta, n. 44, 2012. https://ventaglionovanta.it/archivio/mons-giacomo-sichirollo/