Un italiano, italiano vero, orgoglioso di esserlo, una persona umile che mai ha tratto profitto della sua situazione, né lavorativa, né istituzionale. Anzi!
Con queste parole è stata recentemente ricordata a Melara l’indimenticata figura di Dante Tinti, l’avvocato. Discendente del ramo Tinti detto dei Geba, una persona molto interessante che ha diviso i suoi interessi in molteplici direzioni.
Personaggio di cultura, di quella fine e dotta, che nell’età giovanile conobbe difficoltà di studio non indifferenti, per essersi avvicinato al sacerdozio e quindi, per parificare gli studi statali, dovette ‘pagare dazio’, accontentandosi di voti più bassi pur di portare a termine regolarmente il percorso scolastico.
Avvocato, persona politicamente corretta, dagli alti ideali unitari, amante in particolare modo della storia ostigliese, non trascurò mai la famiglia. E il lavoro non gli procurò certo vantaggi: la frase “Datemi quello che potete” era la prassi anche quando vinceva importanti cause a sostegno dei caseifici sociali che nel primo Novecento si avviavano tra enormi difficoltà.
Riconoscendo le sue doti di oratore e fine conoscitore della storia non c’era celebrazione pubblica che non passasse fra i suoi filtri. Sempre apprezzati i suoi consigli ed i costanti riferimenti al passato più edificante. Di lui si ricordano in particolare le orazioni funebri a mons. Don Luigi Dal Pin nel 1919 e quella dei caduti del 1921.
La giovinezza
Dante Tinti nacque nel 1891 a Melara in via Rocca, in pieno centro, da Pietro detto Pierin e da Maria Paviani, piccoli coltivatori che fecero non pochi sacrifici per sostenerlo negli studi, seguendo il suggerimento del sacerdote don Luigi Dal Pin. A questa segnalazione si aggiunse pure quella del maestro Cesare Cugola.
Terzogenito, il fratello maggiore Gaetano, come consuetudine dell’epoca, era destinato ad ereditare il lavoro e le sostanze del papà, quindi a lavorare in campagna. Gli altri tre fratelli Giulio, Ernesto e Giuseppe non erano certo amanti dei lavori campestri e si indirizzarono ad altre prospettive¹.
Dante Tinti, dopo le elementari a Melara e il liceo presso il seminario di Rovigo, non scelse, come detto, la carriera sacerdotale, ma si iscrisse a Legge presso l’Università di Bologna. Di questi anni è anche la sua attività di poeta, scoperta di recente grazie alla nipote Patrizia, che ringraziamo per la segnalazione.
Al sopraggiungere della grande guerra fu chiamato alle armi nel novembre del 1915 ed indirizzato al corso allievi ufficiali presso la scuola di Modena, poi destinato all’80° reggimento fanteria. Nel luglio del 1916 fu ferito al collo, trascorrendo una lunga degenza in vari ospedali, tra cui Milano. Congedato nel 1919 col grado di tenente, volle a tutti i costi terminare gli studi laureandosi a fine anno avvocato il 6 novembre 1919 con una tesi orale dal titolo “La clausola penale”.
Inizialmente seguì la strada del giornalismo con molte prospettive, fondando e dirigendo il quotidiano “Rinnovamento” a Rovigo. Per essere vicino alla famiglia, rinunciò alla proposta giuntagli dall’onorevole Casalini che gli prospettava una carriera quale direttore di una banca con sede a Padova. In questo periodo egli fu una delle più celebri personalità di Melara, assieme ai Chiavegatti, Pastorelli e Leati.
Animato da un sincero amor di Patria, si accinse ad entrare nella vita pubblica, per portare il suo contributo agli attesi cambiamenti del dopoguerra, sui quali si faceva affidamento anche a Melara che allora contava 3.200 abitanti.
Tutto lasciava intravedere il suo ingresso politico nell’Amministrazione melarese con ruoli di primo piano, ma i “notabili” del tempo – quali erano i Pastorelli, i Cerutti, i Chiavegatti ed in misura minore i Bianchini, i Milani e Losi – si frapposero alle sue aspettative. Fu comunque eletto consigliere comunale, carica che ricoprì dall’ottobre 1922 al gennaio 1925 dando poi le dimissioni.
In questi anni si fece apprezzare per le sue allocuzioni sui giornali del tempo, in particolare il Corriere del Polesine. Egli sostenne in paese molte iniziative, tra cui la nascita della Filarmonica “Giuseppe Verdi”.
Il trasferimento ad Ostiglia
Il 23 settembre 1925, si sposa con Fanny Francesca Milani (1893-1984), figlia del benestante Giuseppe e di Elide Pastorelli e l’anno successivo, il 7 ottobre 1926, sposta la sua residenza nella vicina Ostiglia, iniziando di fatto una nuova vita. Ebbe due figli, il dottor Italo (1926-1999) e l’avvocato Giorgio (1928-2010).
La sua attività giornalistica continuò anche ad Ostiglia: La Voce di Mantova riporta l’8 novembre 1932 una sua corrispondenza riguardante la mostra rievocativa della prima guerra mondiale, allestita nel Salone del dopolavoro fascista. Una testimonianza vuole che sia stato lo stesso Tinti a promuoverla.
Inizia frattanto la sua illuminata attività di avvocato. Fu un civilista apprezzato ed il suo nome fu tante volte associato all’illustre avv. Gino Uraglia Tazzoli. La sua sobrietà e serietà d’animo fu tale che, da cattolico praticante, rifiutava il patrocinio in cause ritenute poco pulite ed in vertenze di separazione coniugale, contrarie alle sue idee.
I riconoscimenti per il suo impegno civile lo portarono ben presto a ricoprire ad Ostiglia cariche di responsabilità: dapprima fu Commissario Prefettizio, subentrando a Sergio Pinotti che nel 1933 era avviato come Federale a Mantova, indi ebbe la nomina di Podestà, certamente dal 6 maggio 1936 al 9 aprile 1941.
Uno dei primi atti firmati come Podestà è datato 17/11/1936 con la posa della lapide contro le sanzioni, un tempo posta nell’entrata del municipio. Consapevole che il ricordo del passato giova sempre ai presenti fece porre le lapidi a ricordo del Podestà Bernardo Tasso (25/5/1936) e sul Trattato delle acque del 1764 (25/6/1936).
Si attivò per promuovere iniziative favorevoli al settore lavorativo, sportivo, culturale e sanitario. Così di lui si ricordano l’inaugurazione del campo sportivo, avvenuta il 5/12/1937, unico nella Provincia di Mantova riconosciuto dal Coni, il dispensario antitubercolare e l’istituzione della scuola serale presso il municipio, gratuita di Arti e Mestieri che prese avvio nel gennaio 1940.
Durante il suo mandato le strade comunali furono riadattate e fu costruito il macello nel 1936. Erano anni durante i quali prendevano avvio e consistenza importanti opere nazionali come la navigazione del Tartaro-Canalbianco.
Fu richiamato alle armi nel giugno 1940 presso il confine italo-jugoslavo, ma dopo alcuni mesi dovette rinunciare per inidoneità fisica. Nel contempo ricoprì anche l’incarico di Rettore della Provincia di Mantova dal 1940 al 1941, ma a tale riguardo abbiamo ancora poche notizie in merito se non un suo biglietto da visita.
Gli ultimi anni
Nel dopoguerra svolse una interessante attività giornalistica, attività che, come detto, era iniziata con La Voce di Mantova nel novembre 1932 proseguendo con la Gazzetta di Mantova sino al 1959. Alcuni suoi scritti rivelano il suo grande amore per la storia di Ostiglia e dei personaggi che ne hanno dato lustro².
Tre furono i libri da lui scritti e dati alle stampe: Gli ostigliesi illustri da Cornelio Nepote a Pasquale Miglioretti, (1935); 1848-1870 I patrioti ostigliesi nel Risorgimento, (1959); Memorie ostigliesi, (1970 postumo).
Fra i suoi amici si ricordano don Emilio Caiola, il dottor Umberto Negri, il dottor Zampa, chirurgo dell’ospedale d’Ostiglia, il notaio Renato Gemma, il direttore dello zuccherificio Bulzacchi ed a Melara oltre ai parenti il cav. Antonio Bacchiega, detto “Taesina”, da lui chiamato scherzosamente al cavalier dal buter.
Prendeva la vita come veniva, affidandosi alla provvidenza. Morì nella sua casa di via Ghinosi alle 23,30 sabato 23 gennaio 1960, munito di conforti religiosi, che erano per lui come un faro perenne che illuminava la sua esistenza. La sua salma fu poi tumulata presso il cimitero della nativa Melara.
In Consiglio comunale ad Ostiglia il dottor Cesare Toniolo, dalla minoranza, espresse la proposta di dedicare una via all’: “uomo prezioso che l’ha servita ed amata col cuore di un figlio sincero: l’avv. Tinti, figlio suo non fu, ma più di qualunque altro ostigliese merita il titolo di “Ostigliese”. Proposta accettata e realizzata e così condivisa dal sindaco: “… l’esempio di correttezza di vita civile offerta dallo scomparso è tale da ben meritare che il suo nome non si perda nell’oblio; la proposta d’intestazione di una via sarà quindi attuata al più presto e ciò a maggior riconoscimento dell’opera intelligente ed assidua svolta dall’avv. Dante Tinti quale custode del patrimonio artistico e storico di Ostiglia”.
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Come citare questo articolo
Raffaele Ridolfi. “Dante Tinti (1891-1960)”. Ventaglio Novanta, n. 44, 2012. https://ventaglionovanta.it/archivio/dante-tinti-1891-1960/