Fortunato chi, volutamente o per caso, ha avuto l’occasione di visitare la mostra “Licini – Morandi, divergenze parallele”, allestita dal 25 giugno al 25 settembre in due sedi marchigiane: al Palazzo dei Priori di Fermo e al Centro Osvaldo Licini di Monte Vidon Corrado.
La mostra, nata al di fuori di ogni logica di marketing o consumismo culturale, è apparsa visibilmente connotata dalla profonda conoscenza e amore per i due artisti da parte delle curatrici Marilena Pasquali e Daniela Simoni. Le quali, innovandone il taglio metodologico, hanno aperto il loro progetto scientifico al contributo di più critici e storici dell’arte, come, per citarne alcuni, Fabrizio D’Amico e Mattia Patti. Quest’ultimo autore di un recente saggio negli Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa: Giuseppe Marchiori e Osvaldo Licini. Storia di una amicizia e di un catalogo generale delle opere.
Filo conduttore di tutta la mostra sono state le didascalie tratte dagli scritti di Giuseppe Marchiori, integralmente riportati nel ricco apparato bibliografico e documentario presente in un catalogo qualitativamente differente dalla norma. Una gradita sorpresa per i visitatori polesani e veneti trovare le citazioni di Marchiori in terra marchigiana!
L’imprescindibile, costante riferimento a Giuseppe Marchiori (Lendinara, 1901-1982), uno dei maggiori critici del Novecento, è dovuto principalmente a due ragioni: era stata di Marchiori l’idea e la volontà di celebrare il percorso biografico e artistico dei due amici artisti con la mostra che si tenne nel 1976 alla Galleria Due Torri di Bologna intitolata Un confronto due tempi – Licini e Morandi e, sopratutto, è stato Marchiori il loro testimone più equanime per la diretta e profonda conoscenza che ne ha avuto a partire dagli anni Trenta.
Quella prima iniziativa di Marchiori ha fatto da incunabolo a questa encomiabile mostra marchigiana, che ha attualizzato una stagione cruciale dell’arte contemporanea attraverso la rara vicenda artistica e umana non solo di Licini e Morandi, ma anche di Marchiori stesso: uomini coraggiosi, leali, lungimiranti, alieni dal compromesso, saldamente ancorati alla loro intransigenza estetica e morale fino all’ultimo giorno della loro vita.
Non è possibile, in questa sede, approfondire questa inusitata triangolazione; accontentiamoci, e non è poco, di avere Marchiori come “guida” alla mostra:
Marchiori:
“Licini era d’accordo con Morandi, negli anni della giovinezza, ma poi l’istinto avventuroso e battagliero lo sospinse in altre direzioni, lontane dalla cauta e sicura ricerca di Morandi, nel meraviglioso viaggio intorno al tavolo delle bottiglie”.
Una conferma di questa comunanza ci viene dallo stesso Licini:
“Con Morandi, da ragazzi, ci siamo abbeverati al primo cubismo e abbiamo combattuto per il futurismo, a fianco di Marinetti, prima della guerra”
Nelle prime sale della mostra ad accogliere i visitatori è stata l’inedita scoperta di Marilena Pasquali: l’olio su tela Natura morta con il busto di gesso, riferibile al 1911-1913, che viene a colmare un vuoto di conoscenza degli anni di Accademia di Morandi.
Seguono due ritratti di Licini del 1914, il suo Autoritratto, (che regalerà all’amico Morandi) e il Ritratto di Giacomo Vespignani, suo compagno di Accademia, due oli che emanano una forza espressiva prorompente, cromaticamente aggressivi, decisamente più espressionisti che futuristi. E’ già un Licini che apre alla modernità.
In reciproca sintonia tra i due artisti sono invece Le bagnanti di Morandi, del 1915, e Il cacciatore di Licini, datato da Marchiori 1917, accomunati dalla scansione verticale dei piani che rimanda a Cézanne.
Di Morandi è presente la sua prima celebre acquaforte del 1912, Il ponte sul Savena a Bologna, che richiama, sullo sfondo, i lineamenti della Sainte-Victoire di Cézanne e anticipa la sua ricerca incisoria (nel 1930 otterrà, per “chiara fama”, la cattedra di Tecniche dell’incisione all’Accademia di Belle Arti di Bologna). L’acquaforte sarà per l’artista terreno di fondamentale sperimentazione cromatica e percettiva.
Marchiori, nel 1969, dopo la sua scomparsa, non cesserà di approfondirne lo studio e darà alle stampe il volume Giorgio Morandi: le incisioni.
Dopo le consonanze tra i due artisti, la mostra di Fermo ha presentato le opere “divergenti”, quelle posteriori alla svolta che la tragica vicenda della prima guerra mondiale determinerà nei due artisti:
per Licini inizierà l’avventura parigina, prima del ritiro definitivo a Monte Vidon Corrado, testimoniata dall’articolo, presente in mostra, Ricordo di Modigliani. Marchiori, direttore della rivista “L’Orto” lo pubblicherà nel numero di gennaio del 1934;
Morandi deciderà invece di vivere, per sempre, tra la camera-studio di via Fondazza a Bologna e l’isolamento di Grizzana, a perpetuare la sua poetica.
I due artisti, profondamente diversi per indole e carattere, sono destinati a differenti orizzonti artistici, di vita e di politica. Ecco le osservazioni di Marchiori:
“Le bottiglie di Morandi e gli angeli di Licini possono stare accanto nonostante le infinite distanze. Tra lo studio di via Fondazza e le austere stanze della ‘torre’ di Montevidon, c’era infatti un legame segreto nella manifestazione evidente di quella nobiltà spirituale, che la provincia italiana conserva talora nella sua integra grandezza”.
Marchiori è ben consapevole che l’arte, prima di tutto, è un atto di libertà oltre che di creazione e volontà. Li accomunerà sempre “quella nobiltà spirituale” ma saranno due diversi viaggi lungo il cammino dell’arte. La mostra, nella sezione centrale e finale, parla ormai di “divergenze parallele”.
Fili astratti su fondo bianco, Archipittura, Castello in aria sono opere che raccontano l’adesione di Licini all’astrattismo.
Arricchito dall’esperienza parigina, guarda a Kupka e a Kandinskij. Illuminanti sono le sue parole nella famosa “lettera aperta” alla Galleria del Milione di Milano che, nel 1935, gli dedicherà la prima mostra personale: “…dimostreremo che la geometria può diventare sentimento, poesia più interessante di quella espressa dalla faccia di un uomo”, e aggiunge, “la pittura è l’arte dei colori e delle forme ed è, contrariamente all’architettura, un’arte irrazionale con predominio di fantasia e immaginazione, cioè poesia”.
Marchiori ricorda: “…il compagno di Morandi si era trasformato in pittore non figurativo, con un atto di volontà e di creazione, che comprendeva il senso di una crisi aperta e risolta in un piano culturale di prospettive europee”.
Dialogano con le opere astratte di Licini le Nature morte della maturità di Morandi, di forma purissima e di colori evanescenti e che, ancora una volta, le parole di Marchiori non potrebbero meglio interpretare:
“…quale ricchezza e varietà di soluzioni c’è nello studio continuo e infaticabile dello stesso tema, approfondito durante quarant’anni, fino ai momenti estremi e inimitabili dell’assolutezza formale”.
Gli Angeli ribelli, gli Olandesi volanti e le Amalassunte testimoniano il periodo dei sogni di Licini, popolati dai simboli delle sue avventure umane e spirituali. Il personaggio astrale Amalassunta è annunciato a Marchiori dalla lettera di Licini del 21 maggio 1950: “…se qualche anima curiosa dovesse rivolgersi proprio a Lei, critico d’arte senza macchia e senza paura, per sapere chi è questa misteriosa Amalassunta, risponda pure, a nome mio, senza ombra di dubbio, che Amalassunta è la nostra luna bella, garantita d’argento per l’eternità, amica di ogni cuore un poco stanco”.
Ho volutamente cercato di sottolineare il valore della mostra allestita in terra marchigiana, per sottolineare l’attualità di Giuseppe Marchiori, ancora in grado di interpretare i percorsi dell’arte del Novecento con acutezza e magistero.
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Come citare questo articolo
Luigi Crivellari. “L’attualità di Marchiori”. Ventaglio Novanta, n. 44, 2012. https://ventaglionovanta.it/archivio/lattualita-di-marchiori/