Adolfo Rossi (1857-1921), lendinarese – come dice lui stesso – a tutti gli effetti, è prodigo di omaggi alla sua città¹. Oltre al ritratto che qui pubblichiamo e alla sua alta uniforme di diplomatico (la stessa indossata nel ritratto), Rossi invia a Lendinara anche preziosi documenti di cui giunge più o meno casualmente in possesso.
Si tratta di una lettera – per altro già nota² – che un altro illustre lendinarese, della generazione precedente, Alberto Mario (1825-1883), aveva inviato nel 1856 a Luigia Balzan, giovane signora infiammata di ideali risorgimentali che visse la sua gioventù tra Masi (PD) e Badia Polesine.
Eccone il testo:
Egregia Signora,
So che Ella, o gentile, con fraterna sollecitudine adoperò per farmi trasmettere il ritratto di mio Padre ed una ciocca di capelli di mia madre. Mi è caro di esprimergliene la più schietta gratitudine e sarebbemi carissimo che quest’atto benefico dal suo canto e questo sentimento dal mio fossero occasione ad una duratura comunione d’affetti, che io, benché ancor giovane, ho educati alla scuola del dolore e che Ella per fermo nobiliterebbe.
So che Ella è cultrice delle lettere e idolatrice del mondo ideale: due condizioni indispensabili acciò che la donna si sollevi a maggior grado che non le sia consentito dalla società logora ed alla vigilia del dissolvimento, e divenga utile alla Patria. Servire la patria è il supremo obligo (sic) dell’uomo e della donna, e la patria si serve con amore operoso; ma non si serve efficacemente se quell’amore non è anzitutto intelligente. Molto da voi o Donne la patria aspetta, esclamava il più grande poeta de nostro secolo. E diceva bene. In vero, parmi che per una provvidenziale combinazione di idee e di fatti la Donna degna di questo nome santissimo, a dì nostri, né voglia né possa spendere il tesoro de’ proprj affetti che nel cuore del patriota, e l’uomo ugualmente da parte sua verso la Donna.
Ella vede dunque, o gentile, quanto io abbia a guadagnare se il mio voto trova un’eco nel suo cuore.
Noi non c’incontrammo mai quaggiù né forse c’incontreremo, poiché egli è probabile che io muoia in terra straniera e illacrimata: ma se avrò trovata in Lei una sorella mi ripeterò ogni giorno con religiosa consolazione: la mia vita non fu solcata sempre dal dolore,
Alberto Mario
Alberto Mario nel 1856 ha già qualche anno d’esilio alle spalle: in pratica dall’8 febbraio 1848, data della famosa rivolta degli studenti padovani contro i gendarmi austriaci, nella quale si distinse per ardimento. Seguì l’espatrio dal Veneto e la sua partecipazione alla prima guerra di indipendenza: una personale storia di ristrettezze economiche oltre che di rapporti pressoché interrotti con la famiglia, similmente alla maggioranza degli esuli.
A tutto questo Alberto Mario accenna velatamente parlando del dolore che lo accompagna, mentre il tema centrale della lettera è senza dubbio il patriottismo: “Servire la patria è il supremo obbligo dell’uomo e della donna” arriva ad affermare, e ancora: “e la patria si serve con amore operoso; ma non la si serve efficacemente se quell’amore non è anzitutto intelligente”.
Certamente, a distanza di oltre 150 anni – sulla base della storia personale dell’uomo, che subì quasi vent’anni di esilio, fu più volte incarcerato e combatté in quasi tutte le guerre del Risorgimento – possiamo constatare quanto Alberto Mario credesse realmente in quanto affermava, e quanto anche Luigia Balzan fosse in grado di comprendere e condividere.
Ma chi era Luigia Balzan e perché Alberto Mario sente la necessità di scriverle?
Luigia nasce a Masi (provincia di Padova) nel 1818 da Luigi Balzan e da Maria Parsati. Sarà ricordata soprattutto per essere stata zia paterna di due badiesi (figli del fratello Lorenzo) destinati a divenire famosi: Luigi, esploratore, e Eugenio, amministratore del Corriere della sera.
Verso la metà del secolo Luigia con la famiglia da Masi si trasferisce a Badia Polesine; da qui poi, nel 1874 a Verona dove muore nel 1882⁴. La sua famiglia è di orientamento antiaustriaco (il padre ospita nella propria dimora Aleardo Aleardi e lei stessa sarà a lungo corrispondente del poeta veronese⁵). Luigia manifesta i suoi sentimenti patriottici passando di nascosto il Po⁶, allora confine del Lombardo-Veneto, per portare documenti o altro, a chi se ne sta oltre il fiume, cioé in esilio, come si evince dalla lettera di Alberto Mario. Lettera che prende avvio da un ringraziamento alla Balzan la quale, per testimoniare la sua ammirazione e vicinanza all’esule lendinarese, gli aveva fatto recapitare un ritratto del padre e una ciocca di capelli della madre.
L’attività patriottica della Balzan si concretizzò dunque in una specie di ruolo di collegamento con gli oppositori, ruolo – ritengo – non secondario e che dovette comportare rischi personali. Ma di tale ruolo e di tali rischi, che dovettero essere per lo più femminili, la Storia non si occupa o si occupa assai poco.
Lasciando però da parte l’affascinante Luigia, o Luisa come lei si firma nel citato carteggio con l’Aleardi, il documento di cui ci occupiamo è interessante anche per un altro motivo, e cioè per il fatto che è dotato di una sorta di lettera di accompagnamento.
Si tratta della lettera con cui Adolfo Rossi – allora dimorante in Argentina, come Console Italiano a Rosario di Santa Fé – accompagna il suo dono a Lendinara. Trascriviamo per intero anche questo documento:
Ill.mo Sig. Sindaco di Lendinara
A proposito del discorso di De Sanctis⁷ che ebbi l’onore di inviarle, ho trovato fra le mie carte l’unita lettera patriottica che Alberto Mario scriveva nel 1856 alla Signora Luigia Balzan e che anni addietro mi fu regalata dal sig. Eugenio Francesco Balzan, oggi amministratore del Corriere della sera. Se qualche lendinarese ha fatto collezione di carte o documenti riguardanti Alberto Mario, prego la S. V. Ill. di volergli consegnare anche l’unita. Ringraziandola con distinta considerazione, dev.mo Adolfo Rossi
Del rapporto di Adolfo Rossi con “Alberto Mario, mio concittadino” – che a detta dello stesso Rossi fu colui che lo incoraggiò sulla via della scrittura e che gli fece pubblicare le prime novelle – si sa già molto. Come pure si sa che l’assunzione di Eugenio Balzan al Corriere della sera fu dovuta principalmente ad Adolfo Rossi, allora caporedattore del Corriere stesso.
È bello per altro notare come si intreccino vite e date di questi Polesani illustri: Adolfo Rossi, della prima generazione post-risorgimentale che ha in Alberto Mario il suo “maestro”, e che a sua volta offre “l’opportunità della vita” a Eugenio Balzan (1874-1953), giovane emigrato della generazione seguente.
Un’ultima notazione, forse non fondamentale per la Storia, ma sicuramente significativa dell’intreccio di cui stiamo parlando: il riferimento è a una lettera spedita ad Eugenio Balzan da Adolfo Rossi, il quale rievoca il loro primo incontro, allorché il giovanissimo Eugenio bussò alla sua porta a Milano, lettera (pubblicata nel libro di Renata Broggini, Eugenio Balzan, Una vita per il Corriere, un progetto per l’umanità⁹) datata: Rosario (Argentina) 2 marzo 1914.
Ebbene questa missiva è anteriore di un solo giorno rispetto alla lettera di accompagnamento di cui sopra: Rosario (Argentina) 3 III 1914. Si tratta con ogni probabilità, in questo caso, di un intreccio di memorie, sentimenti, nostalgia per cui “l’esule” Rossi sente la necessità di rinsaldare il rapporto con la patria lontana, la sua città, per mezzo di un dono prezioso, proprio quel dono che il Balzan gli aveva fatto per propiziare la sua assunzione al Corriere¹⁰.
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Vanna Boraso. “Il dono di Adolfo Rossi”. Ventaglio Novanta, n. 44, 2012. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-dono-di-adolfo-rossi/