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Archivi: Articoli d’archivio

  • Il collezionista

    Il collezionista

    Si chiamava Sestiglio e lui non aveva mai capito perché suo padre Antonio gli avesse dato quel nome. La madre non la ricordava, era morta travolta da un’auto quando lui aveva appena due anni e pertanto il suo riferimento era soltanto il padre. Non aveva zie o altri parenti in paese, così Sestiglio viveva un po’ selvatico con poche cure, dato che il padre era sempre fuori di casa: o al lavoro nei campi o al bar a giocare a carte. E, a proposito delle carte, Sestiglio aveva un dubbio che si legava al suo strano nome di battesimo. Pensava che suo padre l’avesse chiamato così dal gioco del quartiglio che praticava quasi ogni giorno con passione. Sestiglio o Quartiglio per lui era evidentemente la stessa cosa.

    Il quartiglio è un gioco misto tresette-briscola, il preferito da suo padre che vi si cimentava quasi sempre all’osteria della “Melia” (Amelia). Tanto bravo da essere considerato un ottimo giocatore. Il quartiglio è un gioco che ti costringe a cercare un partner o due per battere gli avversari. Di solito i giocatori sono cinque, ma ci sono zone del Polesine in cui si gioca anche in sette.

    Per Antonio era una sorta di secondo mestiere, tanto che i sui proventi mensili derivavano più dal gioco del quartiglio che dal salario ricevuto per le sue prestazioni in campagna, dove lavorava come bracciante a giornata. Era rimasto fra i pochi italiani che ancora si guadagnavano da vivere come salariato agricolo, lavoro ormai per lo più praticato da extracomunitari o marocchini.

    Nel paese in riva all’Adigetto la vita procedeva lenta e senza scossoni, e Sestiglio, che con difficoltà e qualche ripetenza aveva concluso dodicenne le scuole elementari, si mise ad aiutare il padre nei lavori campestri, senza preoccuparsi minimamente del futuro. Non aveva amicizie Sestiglio, ragazzo sui generis, un po’ misantropo e poco propenso a cercare la compagnia dei coetanei che tendevano a prenderlo in giro anche per una certa balbuzie che caratterizzava il suo modo di esprimersi.

    La stagioni passavano e le incombenze legate all’agricoltura tornavano a ripresentarsi ogni anno con gli stessi intervalli. Lavori semplici di manovalanza quelli che vedevano impegnati Sestiglio e il padre, mentre anche in campagna le tecniche si evolvevano. Ma a loro erano riservati i lavori più semplici come quelli di pulizia e di potatura in autunno. Non sembravano accorgersi che il mondo attorno a loro cambiava mentre gli anni passavano inesorabilmente.

    Tutto procedeva con regolarità per Sestiglio finché un brutto giorno, quando era ormai cinquantenne, rimase senza il padre. Improvvisamente si trovò solo nella grande casa di Ramedello che aveva condiviso col padre Antonio per oltre vent’anni, da quando l’avevano ereditata da uno zio che era emigrato in Australia. Una casa che sembrava abbandonata, in cattivo stato e che Antonio aveva riparato solo in parte.

    Fu veramente un dramma per Sestiglio la scomparsa del genitore, un’evenienza a cui non si era mai preparato. Ovviamente sapeva che il padre, che aveva manifestato dei problemi di cuore, prima o poi sarebbe morto, ma egli tendeva a collocare il triste evento in un tempo indefinito, in un futuro sconosciuto che non lo toccava più di tanto. Perciò l’improvvisa assenza del genitore fu per Sestiglio un trauma insuperabile.

    Si sentì tanto solo da star male. In preda all’angoscia cominciò a girovagare per le strade, senza una meta precisa. Tutti lo salutavano, perché nessuno voleva male a quell’uomo dal fare di un ragazzo timido e rispettoso. Sestiglio ricambiava, quasi fossero amici, anche se non sempre conosceva chi gli rivolgeva la parola.

    Senza la presenza paterna smise anche di recarsi in campagna, rintanandosi sempre più nella sua grande casa, dove rimaneva per ore ad osservare dalla finestra aperta la gente che transitava sulla pubblica via. Per mangiare non c’era problema e un po’ l’amministrazione e un po’ il parroco don Mario, lo avevano sollevato da questa incombenza.

    Un giorno, camminando furtivo per le vie del paese come soleva fare per passare le lunghe ore della giornata, notò un’epigrafe che annunciava l’avvenuta morte di Antonietta, una sua vicina di casa di 75 anni. Una donna affabile, sorridente; una delle poche che Sestiglio salutava con vero piacere, riuscendo a volte a scambiare anche qualche parola. Era morta e quindi non l’avrebbe più rivista. Sentì una gran stretta al cuore. Poi gli venne un’idea: con cura strappò la sua immagine dal manifesto funerario e se la portò a casa, fissandola poi sulla parete della cucina. Non davanti alla stufa, ma a lato vicino alla finestra che dava sulla campagna.

    Una settimana dopo morì anche Mario, un buontempone che era solito dire la sua su ogni cosa. Anche in questa epigrafe c’era l’immagine del defunto. Nonostante Mario non si fosse mai manifestato come vero amico, nel vedere quella foto sorridente, a Sestiglio sembrò che tra di loro fosse maturato un forte legame. Lo assicuravano quegli occhi che lo guardavano in modo così intenso.

    Anche quest’immagine doveva essere preservata, così Sestiglio la ritagliò con cura, attaccandola poi alla parete della cucina. E anche successivamente si sentì interessato a ritagliare dai manifesti funebri le foto di conoscenti. I mesi frattanto passavano e la parete cominciava ad essere piena delle immagine ricavate dalle epigrafi.

    In paese, l’assenza delle foto dai manifesti funebri cominciò a non passare inosservata e qualcuno si premurò di fare una segnalazione ai carabinieri che cominciarono ad indagare. C’era da preoccuparsi, anche perché si stavano diffondendo strane voci di sette misteriose o macabri rituali. Per un paese di campagna, ce n’era a sufficienza per stare all’erta.

    Quando morì Alfonso, i carabinieri chiesero ai famigliari di mettere la foto del defunto bene in evidenza sull’epigrafe. Così da attirare i possibili malintenzionati. Tutto il paese era all’erta e ogni manifesto veniva controllato a vista. Fu l’Amelia, quella del bar di via Ramedello, a scoprire che era Sestiglio ad operare i ritagli delle foto.

    Avvertiti, i carabinieri si recarono a casa sua, e grande fu la loro sorpresa nell’osservare la parete della cucina tutta ricoperta dalle immagini strappate dai manifesti funebri.

    Nel vedere i militi varcare la porta della sua abitazione, Sestiglio non fu preso dalla paura e quando gli chiesero il perché di quella strana collezione, rispose semplicemente che era gente che lo salutava sempre e che lui non voleva dimenticare.

    I carabinieri non fecero altre domande, non dissero niente. Lo salutarono e se ne andarono. Il fatto fu trasmesso agli organi competenti e tutto finì.

    Sestiglio ora non abita più in quella casa grande, che è rimasta vuota, ma ancora nella vecchia cucina annerita ci sono le immagini di quelli che Sestiglio considerava i suoi amici. Amici da ricordare.

  • Con l’anima tra le mani

    Con l’anima tra le mani

    Mara De Piccoli è affascinata dalla vita e nel contempo ne è intimorita poiché in essa coglie il valore e la forza alla quale siamo tutti inesorabilmente soggetti. Nelle sue opere cerca il senso dell’esistenza, già dal suo sbocciare, con dipinti che rappresentano la nascita o che si addentrano negli sguardi di adolescenti o in quelli del vecchio del deserto che ci accompagna verso spazi senza confini e percorsi dai profondi ed imponenti segni del tempo.

    Nata a Castelmassa nel 1960, Mara si è diplomata presso l’Istituto d’Arte del suo paese, approfondendo i suoi studi di pittura con il prof. Carlo Bolognini, quelli di disegno dal vero con il prof. Fausto Bolognini e di scultura con il prof. Denis Raccanelli.

    Quella della De Piccoli è una passione condivisa dato che anche il marito, pur esercitando una professione tecnica, ha studiato in età adulta presso l’Istituto d’arte di Castelmassa, diplomandosi con profitto; inoltre una delle due giovani figlie si occupa di architettura e arredamento.

    La famiglia, che attualmente vive a Santa Maria Maddalena, è quindi una sorta di ricettacolo artistico nel quale l’Autrice trova positivi input ad arricchire sempre più il suo universo creativo.

    Molto interessante è la sua attuale collaborazione con l’Unione Italiana Ciechi che organizza mostre e manifestazioni finalizzate ad offrire esperienze artistiche a coloro che non possiedono il dono della vista. Quello di Mara è quindi un percorso che approda a diverse conoscenze, sviluppandosi secondo diversi itinerari.

    Varie risultano infatti anche le sue strategie esecutive che sono sempre tese all’efficacia della riproduzione, alla vitale proposta dei soggetti che devono interagire con l’osservatore coinvolgendolo nel messaggio che ci vuole comunicare.

    La De Piccoli usa il linguaggio delle linee e dei colori per narrarci il suo universo interiore fatto di sentimenti, ricordi di persone e luoghi, sguardi mai dimenticati e regalati per una condivisione amichevole di ciò che la sua sensibilità le suggerisce.

    Pur nella sicurezza del segno, nel dinamismo morbido ed accattivante, nell’uso di materiali differenti, Mara pare non appagarsi completamente delle sue realizzazioni pittoriche, e così spesso le completa con poesie o riflessioni come se le parole cesellassero, con i loro significati, l’opera pittorica. Ecco allora una citazione di Pascal che è chiamato a compendiare (IL VORTICE DELLA VITA):… Ma alla fine cos’è un uomo nella natura? Un nulla davanti all’infinito, un tutto davanti al nulla, qualcosa di mezzo tra il nulla e il tutto.

    In queste parole è celato il legame di ogni essere umano con l’infinito a cui appartiene, che ne determina la vita stessa, raffigurata dall’Autrice attraverso un misterioso vortice che accoglie un neonato accarezzato teneramente.

    Così Mara De Piccoli ci offre la variegata gamma dei sentimenti suscitati da sguardi profondi, da stupendi tramonti, da luoghi magici, come i deserti, dove lo spazio si spalanca verso orizzonti a perdita d’occhio e dona un senso di gradevole libertà, come un respiro vitale, una rinnovata speranza nel domani.

    Mara De Piccoli nella sua attività artistica coglie dunque i messaggi delle cose, ne scompone l’essenza per offrircela come un pane da condividere alla comune mensa della Vita alla quale siamo tutti invitati.

    Un impegno di vita il suo che trova gratificazione nell’espressione figurativa, suscitando interessi condivisi e permettendole inoltre di ottenere premi e riconoscimenti in diversi concorsi di pittura e grafica nazionali ed internazionali, favorendone l’annovero nel mondo artistico.

  • Cuore d’artista

    Cuore d’artista

    “Cuor di rugby ‘70” (www.ags-edizioni.it) è il libro fotografico realizzato da Luciano Pavanello e curato da Graziano Zanin, un volume che ha riscosso ampi consensi, e che, tramite le istantanee di Pavanello, ricostruisce la storia sul campo del rugby rodigino, veneto e nazionale degli anni Settanta.

    Sfogliando le pagine di questa bella pubblicazione si rimane colpiti dall’entusiasmo e dalla passione con i quali Luciano Pavanello ha ripreso i vari momenti, quelli più emozionanti e coinvolgenti degli incontri di rugby.

    “I nostri “Bersaglieri” li ho visti nascere – ricorda Luciano – e, nel dopoguerra, ho vissuto in prima persona questo sport che mi appassiona da sempre. Sono stato prima giocatore, poi cronista e, in seguito, padre di giocatori. Ho realizzato moltissimi servizi per il Resto del Carlino e mi sono dedicato con grande impegno alla fotografia che mi ha dato gratificazioni di vario genere”.

    Ma Luciano Pavanello è soprattutto un artista del ferro battuto, un artista che dal ferro sa ricavare splendide opere. Allievo di Cesare Zancanaro, insigne artista rodigino del ferro battuto, Luciano ha fatto tesoro degli insegnamenti del suo maestro ed ha coltivato nel tempo con successo l’arte del ferro battuto.

    “L’ing. Marchesini, fondatore dell’Istituto professionale per l’industria e l’artigianato (IPSIA) di Rovigo, mi chiamò a collaborare come docente tecnico pratico e coordinatore dei laboratori – dice Pavanello – ed io accettai con gioia. Mi è sempre piaciuto poter insegnare, trasmettere ai giovani la passione per quest’attività che richiede sacrifici e impegno, ma ripaga con la soddisfazione di veder realizzate materialmente le proprie idee.”

    Luciano Pavanello mi ha ospitato nell’antica casa da lui adibita a laboratorio e mi ha mostrato diverse sue opere: piccole deliziose chiocciole in ferro, una graziosissima tartaruga, una scultura che rappresenta il Golgota, un raffinato tavolino, un elegante candelabro, bellissime farfalle, portapenne originali e artistici, tante splendide rose in ferro battuto e rame, crocifissi stilizzati. Tutte opere che mi hanno affascinato per la cura dei particolari, per la raffinata eleganza e per la poesia che da esse traspare.

    Protagonista principale dell’opera di Luciano Pavanello è la natura: figure animali e vegetali, fiori, foglie, libellule, farfalle popolano i suoi oggetti.

    La lavorazione a caldo (quella usata da Pavanello) in uso soprattutto nell’antichità, sfrutta una delle caratteristiche più importanti del materiale: la duttilità, proprietà che permette di battere, comprimere e allungare il metallo senza alterarne il volume. Con il calore il pezzo di ferro diventa, quindi, plasmabile e può essere modellato come una scultura; inoltre ad alte temperature può anche essere unito per fusione ad altri pezzi senza l’ausilio di viti o di chiodi. Come spiega il Maestro Pavanello “dopo la forgiatura a caldo, l’oggetto o la lastra di metallo possono essere incisi a freddo, lavorazione che permette di rifinire il manufatto.”

    Nella “bottega” di Luciano Pavanello troviamo vari strumenti: oltre all’incudine e al martello, la morsa, le tenaglie, i punzoni. “L’opera finita, – dice l’artista – affinché non subisca l’attacco della ruggine quando è esposta alle intemperie, dev’essere trattata. A questo scopo sono stati usati vari metodi: anticamente gli oggetti venivano verniciati e in alcuni casi dorati; oggi la zincatura unita alla verniciatura a grafite affianca il tradizionale trattamento antiruggine col minio”.

    Luciano Pavanello ama il ferro e ne evidenzia l’importanza nella storia dell’umanità: “Nessun materiale – sottolinea – è stato più importante del ferro per lo sviluppo della civiltà umana. La sua scoperta risale intorno al 1400 a.C.; a quei tempi era di gran lunga più costoso dell’oro, proprio per la difficoltà di lavorazione. Solo temperature molto elevate (circa 1600 °C), difficili da raggiungere nell’antichità, consentono di liberare il metallo dai minerali in cui è inglobato: intere foreste sono state sacrificate a questo scopo.”

    Luciano non apprezza la produzione di oggetti per fusione. “La fusione – spiega- produce sempre una copia dell’originale; la fusione per sua natura produce una copia, perché riproduce a posteriori un oggetto nato a priori dalle mani dell’artista (che ha lavorato sulla creta, sulla cera, sul gesso) e che dopo viene distrutto. Personalmente prediligo l’incisione, lo scolpire a bassorilievo, ad altorilievo, con il bulino, con lo scalpello ed il martello. Amo il bulino e la mola che mi consentono di osservare, di lavorare anche sui particolari, di riprodurre ciò che l’occhio sa osservare. Mi piace dare vita ad un’idea tramite la materia”.

    Fotografia e ferro sono dunque le due passioni di Luciano Pavanello: la prima “f” per documentare ciò che ama, la seconda per consegnare al mondo opere che non moriranno.

  • Cromatiche magie

    Cromatiche magie

    L’animus di un artista è più che mai un paese straniero. Se ci si propone di viaggiare dentro la sua produzione cromatica, limitandosi a uno sguardo ai suoi manufatti, si può non avere una visione completa della qualità artistica, perché chi porta sulla tela l’incanto dirompente delle proprie emozioni, va conosciuto nel suo habitat naturale, quello in cui si coagula la realtà del suo vissuto.

    L’atelier che ci accoglie trova posto nella parte bassa di una grande casa bianca, rassicurante come un ventre materno. Qui Rossi si è ritagliato un suo rifugio. Ed è gratificante vedere, con quanto buon gusto ha saputo crearsi un angolo caratteristico, soltanto suo. Pennelli, spatole, tele affastellate o appese alle pareti parlano di un lungo viaggio che parte da un lessico accademico di deliziosi ritratti in punta di matita – frutto di seri studi di chi sa veramente disegnare, con soste in figure carnascialesche, per giungere ai primi tentativi di pittura astratta, maturati nella sicurezza di una personalissima stazione nel metafisico, approdando ad una maniera astratta pura che ha saputo del tutto spogliarsi della rassicurazione figurativa.

    Raggiunto questo traguardo, Rossi sa creare un’interessante empatia tra realtà esterna e il suo mondo interiore, ricercando la forma tramite la forza del colore, nel tripudio di un cromatismo squillante. Non alieno da una vis espressionistica, sa offrirci l’immagine di oggetti interiorizzati, rimandando a noi l’emozione che hanno saputo suscitare nel suo cuore.

    Ogni artista di valore ha un suo intimo topos.

    E quello di Rossi è il paesaggio, non certo fotografico, ma che da esteriore si fa luogo dell’anima e fiorisce e compare e ricompare, facendosi – in materici colori sfatti -, ora laguna in cui si specchiano barche e case d’inverno, ora tralci dell’immaginario, pronti ad ornare anche la bellissima figura femminile, icona della mostra.

    Dolcezza di colline che si rincorrono in esiti corposi, di rara suggestione; nudi femminili di sensuale carnalità, sempre accolti dall’abbraccio paesistico, filtrato dal fascino insistito di luci che sanno rabbuiarsi in ombre per tornare a brillare un istante dopo, secondo la volubile grazia dell’ispirazione.

    Pittura gioiosa, consolatoria – soprattutto se pensiamo al difficile momento sociale che il mondo sta vivendo -, ma non certo superficiale. Pittura di estati roventi, di pochi inverni ghiacciati, che sa giocare, soprattutto nell’ultima produzione, sull’ossimoro coinvolgente della variazione continua tra note ardenti e note fredde, atte a sottolineare l’estro visionario di un artista che non dipinge en plein air, ma sa regalarci una sua interiorizzata visione della realtà che lo circonda, facendola sua e quindi un poco nostra, da quando ci ha aperto la porta del suo mondo.

    Nato a Grignano Polesine, frazione del comune di Rovigo, nel 1957, Loris Rossi si è diplomato presso l’Istituto d’Arte “Dosso Dossi” di Ferrara nel 1975 e successivamente presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna nel 1979. Ha al suo attivo una vasta produzione nel campo della pittura e varie sue opere hanno ottenuto premi e riconoscimenti partecipando a mostre e rassegne d’arte.

    Da diversi anni, accanto alla produzione pittorica, è impegnato in un’intensa attività didattica, conducendo corsi di pittura in varie città. Risiede ed opera nel suo studio ad Arquà Polesine, in via Scolo Valdentro, 2.

  • Rovigo e dintorni

    Rovigo e dintorni

    Stimato artista rodigino, particolarmente apprezzato per i suoi acquerelli a tema polesano, Carlo Campi ha dato recentemente alle stampe un volume con interessanti riproduzioni di alcune sue opere. Una pubblicazione sicuramente interessante, con immagini che toccano e reinterpretano vari aspetti del quotidiano e, tra questi, mi piace sottolineare – come ho già avuto modo di scrivere – la restituzione artistica di case rurali, palazzetti, angoli di città o di paesi del territorio, sconosciuti a molti.

    Ambienti ricchi di fascino e capaci di far rivivere ricordi ed emozioni del tempo passato: la casa rurale prende vita, la corte agricola si anima, un pozzo restituisce secchi d’acqua e la serenità della civiltà contadina fondata su un antico equilibrio tra uomo e natura. La dimensione del ricordo, una volta stimolata, si amplifica e riporta alla mente un mondo e valori che sembrano quasi dimenticati.

    Sensazioni diverse invece quando gli acquerelli documentano gli scorci più significativi della Città: in questi traspare l’amore per la conservazione di ciò che rimane di un passato, a volte lontano, e che noi dobbiamo trasferire alle future generazioni. Nella visione d’insieme a volte il dettaglio sfugge ma rimane impresso in chi guarda il senso del luogo e della nostra storia che emerge dalle vie porticate e dal Castello medievali, dalle piazze che hanno visto il succedersi delle varie dominazioni con le loro testimonianze.

    Un cenno particolare va riservato ai luoghi di culto: chiese e capitelli, rilevati sempre con grande naturalezza e rispetto della sentita tradizione religiosa dei polesani.

    Usciti dai centri abitati, Carlo ci accompagna con delicatezza in aperta campagna tra campi arati di fresco o coperti di neve, tra fossi e filari di alberi che fiancheggiano le capezzagne o boschetti che emergono dalle nebbie novembrine, in scenari incantati, silenziosi, velati di tenera luce, che invitano alla meditazione. Né poteva mancare il Po, padre-padrone del nostro territorio, con le sue golene, con i suoi canneti brulicanti di vita, con la sua acqua cheta che, scivolando, riflette nuvole vagabonde, pioppi e salici delle rive e trasporta e racconta al mare favole di uomini che ha conosciuto lungo il suo cammino….

    Queste le impressioni che mi hanno suggerito le opere di Carlo Campi e che sono state inserite nel libro-raccolta delle sue opere “Rovigo e dintorni” che ho presentato nella sala della Pescheria davanti alle autorità cittadine ed ai numerosi appassionati ed estimatori presenti.

    La mostra ha evidenziato l’evoluzione dello stile pittorico del pittore che è passato da una prima fase più documentaristica a quella odierna, più intima, proponendo, con le varie sfumature e tonalità dell’acquarello, le atmosfere degli scorci polesani.

    Nei giorni di apertura, oltre alla lusinghiera affluenza di pubblico va sottolineata la presenza di diverse classi di vari ordini di scuola (dalle elementari alle superiori), i cui studenti si sono manifestati interessati sia all’aspetto artistico che di conoscenza dell’ambiente polesano.

    Le opere in mostra hanno infatti evidenziato come Campi si stia sempre più connotando quale acuto interprete della nostra terra; lo stesso catalogo è un vero e proprio atto d’amore per il Polesine: un “libro” per immagini che documentano, con afflato poetico, scorci urbani, paesaggi bucolici e fluviali, che in molti casi stanno purtroppo per dissolversi sotto la spinta della colpevole manomissione del territorio.

    Un’opera quella di Campi che invita a voltarsi indietro per guardare avanti: non per indugiare in inutili nostalgie di tempi di paure, di povertà, di fatiche, di sfruttamento, di analfabetismo, di malaria, ma per riproporre aspetti qualificanti del passato, quali l’umanità, la saggezza, la dignità, la semplicità, i valori della solidarietà e della famiglia che consentivano a quelle fragili canne al vento del nostro delta di resistere alla furia dei venti.

    Rispetto della Natura, cultura antica e storia recente, rituali della attività agricola, travagli sociali e religiosità contadina sono gli elementi da mettere a fuoco nella prospettiva di una riappropriazione, da parte delle nostre genti, della propria tradizione.

    Un’ultima avvertenza: assieme al libro, disponibile nei punti vendita cittadini, Campi ha messo a disposizione le sue opere per la realizzazione di un DVD, un arcobaleno di tra il mondo della speranza e quello della disperazione, il cui ricavato viene devoluto in beneficenza.

  • L’epidemia di vaiolo a Taglio di Po

    L’epidemia di vaiolo a Taglio di Po

    Con il breve saggio di Pierluigi Forza Sull’epidemia di vaiolo a Taglio di Po, 1886-1887, si aggiunge un altro importante tassello di conoscenza alla storia tagliolese. Il saggio è pubblicato nell’ultimo numero della rivista di studi storici “Studi Polesani”, a cura dell’Associazione Minelliana di Rovigo, presieduta dal prof. Mario Cavriani, con il contributo di Regione Veneto e Fondazione Cassa di Risparmio del Veneto. Coordinatore del progetto il prof. Valentino Zaghi. Accanto al saggio di Forza, altri studi di storia locale: sulla figura di Lucrezia Gonzaga (autori Gabriella Zarri e Adriano Prosperi), su un rodigino alla corte di Pietro Aretino (Enzo Sardellaro), sulle bonifiche idrauliche nell’isola di Ariano (Carlo Dirodi), un saggio di Carla Boccato sugli interventi del governo veneziano per la tutela del patrimonio pittorico rodigino e infine uno studio di Antonello Nave sulla figura di Ferruccio Macola, personaggio quest’ultimo legato al tragico duello del 6 marzo 1898 col deputato radicale Felice Cavallotti. La rivista “Studi Polesani”, dopo essere stata negli anni ottanta il contenitore degli atti d’importanti convegni, ha ripreso dall’anno scorso le pubblicazioni.

    Sulle problematiche legate alla diffusione della grave malattia infettiva a Taglio di Po nel biennio 1886-87, prima di Forza, si erano cimentati altri autori locali, in particolare Antenore Siviero e Gustavo Gusti, autori a cavallo degli anni ‘30 di importanti ricerche sul Comune di Taglio di Po. L’argomento fu successivamente ripreso dal frate Candido Racchelli alla fine degli anni ‘60.

    – Ci sono novità che emergono rispetto a quanto pubblicato in passato? Chiediamo all’autore

    “Direi di sì. Innanzitutto il numero delle vittime, elevato, ma circa la metà di quanto indicato da Siviero e da Cristi (oltre 300), i quali dovrebbero aver fatto riferimento al dato della mortalità dell’intero biennio, visto che l’epidemia si accavallò fra gli ultimi mesi del 1886 e i primi del 1887. A simili conclusioni erano giunti lo studioso Claudio Mancin e il giovane Bruno Crepaldi, all’epoca studente di sociologia all’Università di Trento, autore di una tesina sull’argomento. Altro campo importante d’indagine le cause dell’epidemia. La tesi “popolare” che il morbo si fosse diffuso in autunno, a causa di un peschereccio di ritorno dalla pesca in Turchia orientale, viene smentita dalla presenza in Polesine e nel Delta del Po di tante recrudescenze di vaiolo per tutti gli anni ottanta del diciannovesimo secolo”.

    – Anche il Comune di Contarina fu interessato dal vaiolo?

    “Ne parlò Fra’ Candido Racchelli alla fine degli anni ‘60 e ciò emerge anche nella documentazione in Comune e all’Archivio di Stato. Fra il 1882 e il 1887, i Prefetti, nelle loro relazioni semestrali al Ministero, frequentemente indicavano il vaiolo come una piaga del Polesine e di Contarina, Donada e Taglio di Po in particolare. Da segnalare anche una recrudescenza di vaiolo a Cà Lattis, nei primi mesi del 1886. Per non parlare del colera, che nello stesso periodo colpì Mazzorno Destro ed altre zone dell’isola di Ariano”.

    – All’epoca esistevano le vaccinazioni?

    “La scoperta e l’uso del vaccino esisteva ormai da diversi decenni. Inizialmente il suo utilizzo fu quasi sperimentale. Con l’unità d’Italia, furono approvate leggi – o meglio si “ereditarono” normative piemontesi – che prevedevano l’obbligo della vaccinazione e in modo particolare nelle scuole, ma persistevano resistenze e problematiche di varia natura per le vaccinazioni “generali”. Esistevano vaccini di diversa qualità ma non sempre la gente, soprattutto nelle zone periferiche, era propensa a farsi vaccinare. Mancava assolutamente la prevenzione, così come gestire un’emergenza del genere non era impresa facile. Bisognava informare tutta la popolazione, compresi i girovaghi, all’epoca numerosissimi; attivare tutte le possibili sinergie fra le autorità; coinvolgere l’autorità ecclesiastica e i maggiorenti del paese affinché indirizzassero le masse. Infine, per debellare il vaiolo, occorreva servirsi d’interventi specifici: di difficile applicazione nelle nostre realtà. Ad un certo punto fu chiamato il prof. Basevi, un luminare, che era appena intervenuto con successo nell’altra sponda del Po”.

    – Alcuni autori associano alle recrudescenze di quegli anni gli eventi della crisi agraria e della disastrosa alluvione dell’Adige.

    “Possiamo tranquillamente parlare di concause o aggravanti. Sicuramente il girovagare per la provincia di migliaia di persone, in condizioni precarie, alla ricerca di un lavoro “alla giornata”, le pessime condizioni igieniche e sanitarie delle abitazioni aggravarono la situazione”.

    – Quanto durò la recrudescenza?

    “Esaminando i registri degli atti di morte – quindi la mortalità mese per mese – possiamo affermare che l’epidemia durò almeno cinque o sei mesi, dall’autunno 1886 alla primavera 1887. Il mese più critico, gennaio ‘87, con 61 decessi e almeno 50 ipotizzabili per vaiolo. Nell’arco di 6 mesi nel centro di Taglio di Po perirono 175 persone, almeno 140 per vaiolo”.

    – La sua ricerca si può dire conclusa?

    “Assolutamente no. Nelle conclusioni del mio breve saggio ho parlato di possibili itinerari d’indagine. Per completare questa ricerca, come altre, è indispensabile disporre di Archivi inventariati. Al momento molti Archivi locali, preziosissimi per ricerche di questo genere, non sono inventariati. Mi auguro che in futuro siano destinate più risorse per la sistemazione degli Archivi”.

  • Sulle tracce di Luigi Masetti

    Sulle tracce di Luigi Masetti

    L’intervistatore è Luigi Rossi, polesano emigrato in Germania, docente a Bochum ed autore del libro “Luigi Masetti, l’anarchico sulle due ruote”. L’intervistato è Antonio Gambato, rodigino, membro dell’Associazione Amici della Bici, che ha ritrovato presso l’Archivio di Lendinara importanti documenti scolastici che riguardano Luigi Masetti, il famoso biciclettista polesano che, a cavallo tra Ottocento e Novecento, fu un idolo delle dueruote, viaggiatore istancabile, scrittore e sportivo.

    Tra Luigi Rossi, polesano emigrato in Germania, e Antonio Gambato, polesano residente a Rovigo, è nata un’amicizia nel nome di Masetti; ed il primo, autore del libro su Masetti, ha scelto questo periodico per un’intervista al nuovo amico, segno di stima per la sua attività di promotore di conoscenze legate al mondo della bici e alla figura del trecentano Luigi Masetti.

    Va inoltre detto che la documentazione individuata a Lendinara da Gambato, oltre che su Masetti ed il suo curriculum scolastico, getta nuova luce anche sulla scuola polesana del tempo.

    – Cos’è la bicicletta per Antonio Gambato?

    “La bicicletta è un veicolo che mi permette di sbrigare le commissioni di tutti i giorni in città. Nel tempo libero di raggiungere e osservare le cose da un altro punto di vista, di recepire in tempo reale odori e clima. Un mezzo che posso usare in abbinamento con l’auto e il treno”.

    – Chi sono gli Amici della Bici di Rovigo?

    “Un gruppo eterogeneo di persone che trovano il tempo di fare alcune azioni in compagnia. Una è quella di promuovere l’uso della bici in alternativa all’auto, un’altra di fare in modo che ci sia la possibilità di farlo. Il resto è divertimento”.

    – Ci siamo conosciuti grazie a Luigi Masetti. Cosa significa per lei questo personaggio?

    “Ringrazio Masetti per aver messo assieme tre polesani che non si conoscevano e che si aiutano per non smettere di viaggiare. Masetti girava il mondo per conoscere persone di ogni ceto sociale. Chi ha letto le pagine che ci ha lasciato, non può fare a meno di parlarne. Ho l’impressione di averlo conosciuto e di esserne diventato amico. Pur essendo vissuto tra 1800 e 1900, so cosa mangia, come si veste, dove abita, quali sono le sue passioni, parliamo lo stesso dialetto. Ad entrambi piace la bici. Solo che lui è più coraggioso”.

    – Cosa l’ha spinta ad entrare nella biblioteca di Lendinara per avviare alcune ricerche?

    Sapendo che Luigi Masetti ha studiato a Lendinara, speravo che qualcuno avesse raccolto e conservato qualche documento scolastico, anche se privo di valore. Temevo che la frequenza scolastica fosse stata troppo breve per lasciare tracce, pensando alle difficoltà, non solo fisiche, per frequentare le lezioni. Il direttore della biblioteca ricordava l’esistenza di “qualcosa” che riguardava istituti scolastici non più esistenti”.

    – Faldone dopo faldone, finalmente ha notato il nome tanto cercato: quello di uno studente di Trecenta. Quali furono le sue prime reazioni?

    “La fortuna ha voluto che la biblioteca fosse stata oggetto di inventario. Mi sono trovato tra le mani un indice dei ritrovamenti catalogati per argomento. Nella sezione “serie antica” c’erano dei faldoni intitolati “scuola tecnica”. Primo batticuore, era la scuola frequentata da Masetti. Alcuni faldoni portavano date “possibili”. Il cuore sale in gola. All’interno dei faldoni si trovavano più fascicoli. Comincio ad aprire con cautela, per il tipo di carta ingiallita con piegature rese tenaci dal tempo. C’erano, all’interno, i fogli protocollo degli esami scritti, semestrali e finali, e disegni su carta più spessa. Tutti erano firmati dagli scolari. Dopo molti cognomi familiari, con altri desueti, leggo Masetti Luigi… L’urlo mi si spezza in gola. Nella sala c’erano degli studenti che mai si sarebbero aspettati un urlo di gioia e stupore in quel luogo. Ero davanti a un esame sostenuto, scritto e controfirmato da un ragazzo di 17 anni che aveva raggiunto la scuola a piedi o a dorso d’asino 129 anni prima. Ero il primo che lo cercava, lo trovava e lo leggeva con una gioia sconosciuta”.

    – Soddisfatto di ciò che ha rintracciato?

    “Ho trovato più di quello che avevo sperato. Di certo sono spariti dagli incartamenti alcune cose, essendoci cartelline vuote. Negli anni e nei passaggi di mano qualcosa sarà andato perso, magari con l’intento di fare spazio”.

    – È possibile, dalla documentazione rintracciata, farsi un’idea del futuro giramondo? Sicuramente aveva un debole per le lingue straniere…

    “Dai giudizi tracciati recentemente da alcuni competenti docenti, possiamo rilevare che “lo studente Masetti possedeva una padronanza della lingua italiana notevole già dal primo anno di scuola tecnica”. Matura “sicurezza e abilità nell’area matematico-scientifica”. Per il francese “la sua prova è asciutta ma vibrante. Si vede già il futuro giornalista e narratore”. Nella prova di disegno geometrico, il suo contributo “risulta privo di sbavature e sostanzialmente pulito”. Le prove di Storia e Geografia (1882) raggiungono la sufficienza, mentre altri studenti ottengono un 4 o votazioni migliori. Questi, in breve, alcuni estratti dai giudizi dei docenti che hanno analizzato lo studente Luigi Masetti. Il futuro giramondo, curioso e socievole, stava crescendo tra Trecenta e Lendinara”.

    – E per le attività ginniche o sportive, ci sono testimonianze?

    “Non ci sono tracce di qualsivoglia attività sportiva, ma il solo fatto di recarsi in un istituto che dista 15 chilometri da casa, anche senza l’ausilio dell’asino, credo sia stata un’attività ginnica impegnativa che ha dato buoni frutti”.

    – Crede sia possibile, foglio dopo foglio, ricostruire la vita di questo Polesano?

    “Con questi documenti si potrà conoscere meglio la sua formazione prima dell’emigrazione a Milano. Raccogliendo altre testimonianze, anche anagrafiche, sarà importante per il comune di Trecenta e il Polesine. Come la dichiarazione, datata 29 dicembre 1863, che ne fissa definitivamente la data di nascita. Si conoscono i nomi dei genitori, Ippolito Masetti e Licinia Romani. Come quelli dei testimoni del battesimo, Romani Francesco e Regina Nalli, madre di Ippolito Masetti. E il nome completo del futuro biciclettista: Luigi Ettore Francesco”.

    – Luigi Masetti: un personaggio da proporre ai giovani e alla scuola?

    “Sicuramente. Sia per l’atteggiamento verso la scuola e gli insegnanti, sia per come e ciò che si studiava in quel periodo. Ma anche per la partecipazione, la tensione alla ‘scoperta’ del paesaggio, alla conoscenza della natura, ai rapporti interpersonali e interculturali resta un esempio per tutti. Anche a distanza di più di un secolo”.

  • Un amico del Delta

    Un amico del Delta

    Era nato 67 anni fa a Frisa, un piccolo comune dell’Abruzzo in provincia di Chieti, ma fin da giovane si era trasferito a Firenze, che ben presto diventò la sua città di adozione. Nel capoluogo toscano abitava nella centralissima via del Corso, in una casa ricca di almeno otto secoli di storia e di memorie: nel XIII secolo fu l’abitazione di Gemma Donati, la moglie di Dante Alighieri.

    E proprio a Firenze lo incontrai la prima volta, nel marzo del 1975, durante una mia personale alla galleria “Borgo Pinti”, dove egli aveva esposto pochi mesi prima. Nel dicembre dello stesso anno lo invitai qui nel Delta polesano, al casone di valle Ravagnan, in località Ca’ Pisani, dove veniva esposta la cartella di grafica “La Venere del Delta”.

    In quell’occasione gli presentai Giuseppe Marchiori e Sandro Zanotto, da lui molto stimati, ma, soprattutto, gli feci conoscere il delta del Po, del quale si innamorò letteralmente. Da allora tornò spessissimo e sempre con grande entusiasmo in Polesine, non solo a Porto Tolle, sconfinando anche nel veneziano, soprattutto a Chioggia e a Sottomarina, luogo in cui ha realizzato, per la nuova chiesa dedicata al Buon Pastore, il grande trittico che sovrasta l’altare maggiore.

    In certe occasioni le sue visite erano improvvise e non programmate. Ricordo di quella volta in cui, uscito dalla propria abitazione con la moglie per andare alle Cascine, decise strada facendo di portarsi nel Casentino, per poi sconfinare in Romagna.

    Durante il viaggio la meta finale veniva via via cambiata e, di tappa in tappa, pensò di far visitare ad Anna l’abbazia di Pomposa. Erano ormai vicini a Porto Tolle, per cui pensò di venirmi a salutare. Quando arrivarono stava calando la sera e mia moglie propose loro di fermarsi la notte. Accettando l’invito Anna disse: “… però ho con me soltanto il fazzoletto; ero uscita per andare alle Cascine…”.

    A Porto Tolle Lanci è tornato spesso anche per iniziative culturali e, in due occasioni, non ebbe difficoltà a coinvolgere gli allievi dell’Accademia di Belle Arti di Firenze, dove insegnava incisione: nel 1988 progettò e coordinò un laboratorio d’arte con sette studenti dell’Accademia, tra i quali Massimo Bartolini, oggi artista di fama internazionale; nel 2009, insieme all’assessore alla cultura del comune dott.ssa Silvana Mantovani e al gruppo Arte Sentimentale, realizzò con nove studenti dell’Accademia e il musicista Federico Mengoni un articolato progetto intitolato “I fantasmi di Scano Boa”, che si concluse con una serie di mostre e la pubblicazione di un libro.

    Da non dimenticare poi la grande mostra di Arte Sentimentale del 2001 alla “Pescheria Nuova” di Rovigo, organizzata dalla Provincia, che registrò un ampio consenso di critica e visitatori. E a questo proposito va sottolineato come il movimento Arte Sentimentale si sia costituito grazie ad Amedeo Lanci, che si mosse proponendo e discutendo la propria teoria dapprima con Guido Del Fungo e successivamente con i pittori Umberto Falchini, Luciano Scarpante, Günther Wolf che divennero i suoi “compagni di strada”, come scrisse Alberto Severi, per una rivoluzione culturale non nemica della tradizione e in grado di recuperare e rivalutare i sentimenti, che rappresentano l’aspetto più trascurato degli ultimi decenni, da rinverdire.

    Solo pochi mesi fa, il 4 ottobre 2010, proprio in Polesine, nella sala Oliva dell’Accademia dei Concordi, tempio della cultura polesana, Arte Sentimentale ha celebrato i dieci anni di attività: il movimento era stato presentato ufficialmente alla stampa e al pubblico in Palazzo Vecchio a Firenze il 4 ottobre 2000 (vedi Ventaglio90 n. 41).

    L’esistenza di Amedeo Lanci era fatta di sentimenti e di passioni che avevano per oggetto l’arte e la bellezza femminile (quando era in compagnia era solito dedicare i suoi brindisi Alla vita, all’arte e alle belle donne), bellezza femminile che torna ricorrente nelle sue opere, a volte come rappresentazione esplicita, più spesso sublimata attraverso le forme sinuose e sensuali di una chitarra.

    I suoi quadri sono conosciuti in tutto il mondo. Ha infatti esposto nelle principali città italiane ed ha allestito numerose mostre all’estero: Francia, Russia, Grecia, Argentina, Stati Uniti, Cina e Germania dove era già stato, da giovane, per lavorare come manovale in fabbrica dopo la morte del padre.

    Un impegno e un’emozione particolare accompagnavano le mostre in terra d’Abruzzo. All’inizio del 2007, mentre preparava la mostra “Il luparo” (allestita a Lanciano nell’ottobre dello stesso anno) volle sperimentare la situazione di trovarsi a tu per tu con i lupi allo stato libero. Si fece accompagnare con un fuoristrada fin dove il terreno lo permetteva e poi si incamminò a piedi nel cuore del parco nazionale d’Abruzzo. Verso sera fu sorpreso da una forte nevicata che gli impediva il ritorno; non poteva comunicare con alcuno perché il telefono cellulare non aveva campo; si rifugiò in una piccola grotta, accovacciandosi con il viso rivolto all’esterno.

    Intanto la neve aveva smesso di scendere. Passata la mezzanotte l’incontro ravvicinato: due lupi nella neve ad una ventina di metri. La mattina trovai sul mio telefonino un sms nel quale Amedeo descriveva l’emozione, la tensione e il batticuore di quei momenti, col sudore freddo che gli scendeva lungo la schiena, la paura che gli animali fossero infastiditi dalla sua presenza, le mani che impugnavano una pistola (aveva portato un’arma per eventuali situazioni di emergenza) ma tremavano. Finalmente, dopo una breve sosta, i lupi se ne andarono e il Lanci poté rilassarsi. Il messaggio si concludeva con le seguenti parole: “…Che quadri farò!”.

    Il pittore Amedeo Lanci ci ha lasciati lo scorso 31 gennaio 2011, quando aveva ancora tanto da dare, con ancora una gran voglia di vivere e di fare.

    Era in pensione da meno di tre mesi e mi diceva: “Adesso che sono libero dall’insegnamento faremo cose grandi”. Aveva in testa tante idee e a fine estate mi aveva anche accennato all’ipotesi di un’esposizione con milleduecento quadri. Resta pure incompiuta la preparazione della mostra che l’avrebbe visto tornare in Abruzzo nel prossimo autunno, iniziativa che sarà comunque realizzata, pur con un allestimento che certamente non coinciderà con il progetto del Lanci, trasformandosi inevitabilmente in un omaggio postumo.

  • Antonio, Giovanni e Nicolò da Fiesso

    Antonio, Giovanni e Nicolò da Fiesso

    Continuando il nostro viaggio a ritroso nel tempo alla scoperta dei fiessesi illustri distintisi presso la capitale del Ducato Estense tra XV e XVI secolo, – percorso avviato nello scorso numero del «Ventaglio» con le figure di Rinaldo da Fiesso, Gabriele da Fiesso, e, soprattutto, Francesco da Fiesso (1430-1502), – ci interessiamo ora delle biografie di altri tre personaggi significativi del mondo ecclesiastico ferrarese alla fine dell’età medioevale: Antonio, Giovanni e Nicolò da Fiesso.

    L’ambiente familiare di Antonio da Fiesso e i legami con l’Umanesimo

    Antonio da Fiesso, «nobile cittadino ferrarese», entrò nella cerchia culturale degli umanisti ferraresi soprattutto dopo il matrimonio con Camilla Albanzani, figlia dell’allora Cancelliere ducale Donato degli Albanzani da Casentino (ca. 1336 – fine sec. XIV). Costui fu diplomatico, scrittore e grammatico, in stretto rapporto epistolare con Francesco Petrarca (1304-1374), (che gli aveva affibbiato il soprannome di «Appenninigena») Giovanni Boccaccio (1313-1375) e Coluccio Salutati (1331-1406), i «pionieri» dell’Umanesimo italiano. Dopo essersi trasferito a Venezia, dove, tra le altre opere, volgarizzò il De Viris Illustribus e De Claris Mulieribus, giunse a Ferrara nel 1461, chiamato da Alberto d’Este per insegnare nella nascente Università della città.

    Nominato Cancelliere di Corte, Donato degli Albanzani mandò dunque in sposa ad Antonio da Fiesso la figlia Camilla: marito e moglie li troviamo, tra gli altri documenti, come testimoni della legittimazione del nipote di Donato Francesco degli Albanzani, avvenuta il 1 luglio 1388 «in castro Finallis Mutinae» (l’attuale Finale Emilia).

    Dal matrimonio di Antonio da Fiesso con Camilla Albanzani nascono Giovanni e Nicolò da Fiesso che crescono in un vivace ambiente familiare, dove ai legami con Casa d’Este si unisce la frequentazione di uno dei circoli più importanti della cultura italiana dell’epoca.

    Giovanni da Fiesso e il Beato Giovanni Tavelli

    «Ser» Giovanni, divenuto Dottore in Diritto Civile, si avvicinò all’ambiente della Curia ferrarese, divenendo uno dei più stretti collaboratori del Vescovo Beato Giovanni Tavelli da Tossignano (1386 – 1446).

    Giovanni da Fiesso, divenuto notaio ufficiale della Curia Ferrarese per volontà dello stesso Tavelli, accompagnerà molti dei momenti più importanti della vita del presule, di cui redasse e sottoscrisse, oltre ad altri documenti (lo troviamo citato anche in atti laici, come la donazione di terreni tra Passogato e le Valli d’Argenta nel 1428), il testamento originale e il rogito della donazione al Giudice dei Savi e Magistrato della Città per l’Arcispedale della città, fondato nel 1443 nel chiostro annesso alla chiesa di S. Anna ed aperto nel 1445. Con atto del 18 maggio 1434, per il fedele servizio reso alla Curia ferrarese (Giovanni viene descritto dai suoi contemporanei come «peritum fidelemque ac legalem et omni suspicione penitus carentem»), lo stesso Tavelli, annullando tutte le proprie investiture precedenti, affidava con autorità apostolica a Giovanni e ai suoi figli (tra cui una ragazza, Giacoma) e discendenti l’ufficio del «tabellionato», con proprietà terriere connesse.

    Presso l’Archivio notarile antico dell’Archivio di Stato di Ferrara relativamente alla vita di Giovanni è conservata una «Biografia», opera di autore a noi ignoto¹.

    Nicolò da Fiesso e la riforma pastorale

    «Nicolaus da Fiesso, filius nobilis Antoni», frequentate le Università di Bologna, Padova e Parma completò i suoi studi nella città natale laureandosi in Diritto Canonico il 31 agosto 1419 (nell’archivio Corona esso viene ricordato col titolo di «decretorum doctor»).

    Ricevuti gli ordini maggiori, Nicolò fondò quindi una comunità eremitica chiericale, improntata, come hanno opportunamente rilevato i suoi biografi, «come un riflesso della dottrina sulla povertà evangelica nella sua formulazione più radicale e nei suoi esiti più dinamici». In questo modo, assieme a Beltrame di Lagoscuro e a Biagio Novelli (Vescovo di Adria dal 1447 al 1465), Nicolò divenne tra i principali interpreti di un ampio indirizzo di riforma personale e pastorale che pervadeva tutta la zona padana e Milano, attingendo al clima conciliarista di Costanza (1414 – 1418) e Basilea (1431 – 1433). Questo indirizzo, portato avanti, tra gli altri, dallo stesso Giovanni Tavelli, con il quale era in contatto attraverso il fratello, e dal medico di corte Michele Savonarola (padre del più noto Girolamo), si poneva in contrapposizione ai movimenti classici all’epoca, ispirati alla «devotio moderna» del nord Europa, più moderati, il cui principale esponente era S. Bernardino da Siena.

    La comunità di Nicolò, che conobbe una fioritura grazie al lascito testamentario del borghese ferrarese Biondo Biondi (4 luglio 1424), aveva il suo centro nell’oratorio di S. Girolamo nella contrada di S. Guglielmo, voluto dallo stesso Nicolò molto semplice, in contrasto con altre chiese costruite «a modo de la torre de Babello» e del «coliseo di Roma».

    Il 22 luglio 1439 il fondatore, lasciata Ferrara con alcuni confratelli, dietro concessione del Vescovo di Treviso Ludovico Barbo (1381 – 1443), aprì quindi una nuova comunità nel monastero di S. Fortunato di Bassano del Grappa, da poco abbandonato dai benedettini.

    Nicolò da Fiesso, vero e proprio precursore delle ondate riformiste che pervaderanno la Chiesa di lì a poco, chiuderà quindi la propria esistenza terrena nel convento vicentino di Monte Berico, dove si era trasferito da Bassano nel 1450.

    Della sua produzione letteraria, evidentemente di ambito sacro, rimangono alcuni scritti tra cui le Meditationes super passionem Christi, Epide beate Marie virginis ad universos Christi fideles: una copia miniata di quest’opera, composta di 60 fogli, un tempo proprietà della Biblioteca della Certosa di S. Cristoforo (oggi Cimitero ferrarese), dopo vari passaggi, fu ceduta nel 1986 dal magnate americano Rosenthal all’Università di Los Angeles².

  • Mons. Felice Manlio Turrini

    Mons. Felice Manlio Turrini

    Tra i personaggi illustri della nostra terra, va ricordata la figura di Mons. Felice Manlio Turrini, originario di Papozze, dove nacque il 14 dicembre del 1889 in una famiglia dalle solide radici cattoliche. Il padre Cesare Turrini svolgeva l’attività di negoziante, mentre la madre Luigia Guzzoni era casalinga.

    Dalle testimonianze di mons. Giuseppe De Pascalis della Cattedrale di Adria e allievo del sacerdote, veniamo informati che la famiglia di mons. Turrini era una famiglia “per bene” ed interessata all’istruzione dei suoi componenti, i quali ebbero il modo di frequentare corsi di studi anche avanzati, cosicché, ad esempio, la figlia di un suo nipote divenne medico oculista all’ospedale di Adria.

    Fin da giovane il futuro monsignore manifestò notevoli interessi per l’approfondimento delle conoscenze, giungendo a conseguire ben tre lauree: lettere, filosofia e teologia dogmatica. Negli anni giovanili frequentò il Seminario di Rovigo, venendo ordinato sacerdote nel 1910.

    E’ stato anche stato studente all’università gregoriana di Roma ed ha frequentato l’Università di Padova dove ottenne la laurea in lettere, dopo essere già stato cinto di laureo in teologia e filosofia. In occasione della sua laurea, Vittore Vantini gli dedicò una bella poesia, nella quale non viene soltanto esaltata la figura dell’illustre sacerdote ma anche lo splendore e la storia del campanile della chiesa arcipretale di Papozze dichiarato monumento nazionale. Un titolo questo per il quale si prodigò molto anche don Felice, che ottenne l’importante attestato il 7 dicembre del 1924.

    Egli si distinse come insegnante presso il Seminario di Rovigo dove è stato docente di filosofia. Ha svolto l’attività didattica per oltre 40 anni, facendosi apprezzare per il suo metodo educativo, cosicché fu molto amato dai suoi discepoli. E’ stato anche direttore di alcune importanti riviste ecclesiastiche, quali “Palestra del clero” e “Perficie Munes”.

    Persona molto colta, parlava quattro lingue, diede anche un contributo alla comprensione di alcuni libri della Bibbia quali il libro della genesi e il libro di Ruth in dialetto veneto-padovano. E’ stato inoltre coautore per la revisione e per l’ampliamento del catechismo liturgico.

    Amava molto Papozze, il suo caro paese, tanto da scherzare sulla storia e sul suo toponimo che, come è noto, in dialetto significa “babbucce”, ma che rimanda anche ad una possibile presenza di un papa. Osservò pertanto:

    “Che significherà mai questo nome? Gli ozi del papa o gli stravizi del papa?”.

    Va però detto che a Papozze non c’è mai stato alcun reale riferimento alla presenza di un papa. Viceversa da sempre è radicata la tradizione che nel paese in riva al Po abbia fatto sosta San Carlo Borromeo in un suo viaggio alla volta di Venezia. Per questo motivo don Felice il 15 novembre del 1948 scrisse all’arcivescovo di Milano, il cardinale Ildefonso Schuster, per chiedere se veramente il suo predecessore e illustre prelato Carlo Borromeo, divenuto poi santo nel 1580, avesse fatto sosta nel piccolo paese pernottando nella famosa villa del Mezzano.

    L’ arcivescovo Schuster, rispose che era tutto vero: Carlo Borromeo, in un suo viaggio da Milano a Venezia – precisò – sostò proprio nel piccolo paese. L’assicurazione del prelato milanese fu accolta con molta soddisfazione, tanto che, successivamente, San Carlo Borromeo fu scelto come compatrono di Papozze.

    Di mons. Turrini scriverà inoltre il papozzano Giovanni Passarella e lo ricorderà come un illustre sacerdote e persona pia. Mons. Felice Manlio Turrini, si spense a Rovigo il 12 ottobre del 1956. Le sue spoglie mortali furono trasportate presso il cimitero di Papozze suo paese natale, dove tuttora egli riposa.

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