«Il Po comincia a Piacenza, e a Piacenza comincia anche il Mondo piccolo delle mie storie, il Mondo piccolo situato in quella fetta di pianura che sta fra il Po e l’Appennino»: così l’incipit di Mondo piccolo. Don Camillo, apparso in volume per le edizioni Rizzoli nel marzo 1948 e destinato, nel breve volgere di pochi anni, a diventare una delle vicende letterarie e di costume più significative e popolari dell’Italia uscita dalle distruzioni della guerra e lentamente avviata sul percorso della ricostruzione civile e materiale.
Il successo letterario
Nella primavera di quell’anno il pretone della Bassa don Camillo Tarocci e il sindaco comunista Giuseppe Bottazzi detto Peppone, usciti dalla penna di una delle personalità letterarie più importanti, ma, spesso trascurate, dell’Italia del Novecento, quale Giovannino Guareschi (1908 – 1968), rappresentarono l’archetipo di quell’Italia povera, rurale, conservatrice e cattolica divisa dalla «cortina di ferro» calata sull’Europa, ma unita dai valori di fondo dell’umanità, del Bene Comune, della coltivazione dell’interesse collettivo, come la vicenda dell’elaborazione costituzionale aveva dimostrato.
«Hanno vinto De Gasperi e Guareschi», titolerà The Time dopo le elezioni del 18 aprile, la cui campagna elettorale Guareschi, dalle colonne di Candido veicolerà in maniera importante verso il fronte moderato ed atlantico rappresentato dalla classe dirigente democristiana.
Un successo, quello di Guareschi e del suo Mondo piccolo, che negli anni successivi, e fino alla prematura scomparsa dello scrittore, avvenuta a 60 anni da poco compiuti il 22 luglio 1968, arriverà a livelli eclatanti. Questo fenomeno – nonostante drammatiche vicende personali (l’«affaire Tapum del cecchino», che lo condurrà a scontare nel 1954 ben 409 giorni di carcere per diffamazione nei confronti dello statista trentino, episodio che minerà la sua salute, già compromessa dall’internamento in un lager tedesco dopo l’8 settembre 1943) – si concretizzerà con il record italiano, mai eguagliato da allora, di oltre 20 milioni di copie vendute, e traduzioni in 80 lingue, tra cui il cinese, il russo e il tedesco.
Di questa vicenda letteraria non bisogna poi dimenticare la consacrazione ad «icona» nazionalpopolare, cui contribuiranno in maniera decisiva i volti di Fernandel e Cervi nei cinque film tratti dalla serie, girati tra il 1952 e il 1965 con, dietro la macchina da presa, maestri del calibro di Duvivier, Gallone e Comencini.
La piazza di Castelmassa
Guareschi, uomo della Bassa, segnata dal lento scorrere del Grande Fiume, non poteva non incontrare, nel suo percorso, quella terra polesana che del Mondo piccolo, in definitiva, conservava, e conserva in parte tuttora, in maniera evidente molti tratti peculiari.
Questo rapporto inizia già nel 1941, quando Giovannino Guareschi approda nel territorio rodigino quale inviato speciale del Corriere della Sera. Nel novembre dell’anno precedente il quotidiano di via Solferino l’aveva assunto per la realizzazione di elzeviri, novelle e due ciclo – reportage. La collaborazione proseguirà fino al 4 novembre 1942, quando, in seguito alle diffamazioni verso Mussolini e i ranghi dell’Esercito pronunciate durante una sbornia, l’incarico gli verrà revocato.
Uno dei due reportage di Guareschi ha come obiettivo la descrizione del mondo rurale, profondo, antico della Penisola, e prende il significativo nome di Giro d’Italia.
Arrivato all’imbrunire in sella alla sua bicicletta in prossimità del punto più largo del corso del Po, volgendo le spalle alla campagna, Guareschi è così attratto da un maestoso argine e da un agile campanile preceduto da «ombrosi portici». Il campanile era quello realizzato tra il 1659 e il 1664 accanto la Chiesa di S. Stefano p.m. di Castelmassa, edificio di origine cinquecentesca completato alla metà del XVII secolo, modificato attorno al 1930 con l’aggiunta di un loggiato poggiante su due ordini di colonne, opera dell’architetto Brenno del Giudice.
Il fascino che il luogo gli procurò – complice anche una piazza (all’epoca Piazza Maggiore, divenuta Piazza Libertà dopo la Liberazione del 1945) ampia e capiente, quasi un novello foro – fu tale che decise di fotografarlo e conservarlo nel suo archivio. Nel 1948, quando Don Camillo giungerà in volume dopo i racconti a puntate, apparsi su Candido sin dal dicembre 1946, Guareschi deciderà di effigiare proprio la piazza altopolesana nella copertina della raccolta, assieme a due angioletti e a un diavoletto, dando a Castelmassa un piccolo posto nella storia.
Nella suggestione che il luogo poteva dare a Guareschi vi era, oltre allo stupore di vedere una struttura urbanistica di stampo tipicamente emiliano, anche una sicura motivazione familiare, ossia la somiglianza tra Castelmassa e Ragazzola di Roccabianca (Pr), paese natio del padre Primo Augusto, come emerge nella descrizione contenuta nel racconto Passa il giro, pubblicato su Candido n. 24 del 14 giugno 1947 («La strada svoltava nel fondo e poi finivano le case e dopo c’era la viottola che portava sull’argine»).
Il Po, il parroco e il sindaco
Se la paternità massese della piazza di don Camillo, fatto celebrato nel 1992 con l’apposizione accanto alla chiesa del centro altopolesano di un’intonata lapide in memoria di Guareschi (Questa piazza/ ispirò la bonomia intelligente di/ Giovannino Guareschi/ che in essa ambientò l’agire e il sentire/ ricchi di umanità spontanea/ degli indimenticabili personaggi/ di Don Camillo), è particolare abbastanza noto, rivelato dallo stesso scrittore nel 1957 in un articolo sul Corriere Lombardo¹, meno noti sono altri significativi legami e consonanze che appaiono tra la Bassa emiliana e il Polesine nei racconti, e successivamente, nei film, di Mondo piccolo.
Innanzitutto, il fiume, quel fiume che porta con sé, dal Monviso al Delta, storie, tradizioni e usi simili: così, nella vicenda dell’amore tormentato tra il compagno Mariolino della Bruciata e la devota Gina Filotti, magistralmente interpretati al cinema dal giovane Franco Interlenghi e dall’italo-francese Vera Talqui (Giulietta e Romeo, in «Candido», 42 – 43, 19 e 26 ottobre 1947), la scelta di suicidarsi per non cedere ai soprusi familiari, fortunatamente fermata in extremis, avviene in prossimità di un’antica chiesa sommersa, la cui campana suonava, secondo la tradizione, solo in occasione dell’annegamento di qualche infelice. Una storia analoga, mai suffragata da fatti documentari, la sentivo sin da piccolo, narrata con convinzione da molte persone della zona, anche colte, relativamente al Gorgo Dolfin, in località Gambaro di Pincara, in verità originatosi nel corso del XVIII secolo in corrispondenza di eventi alluvionali nell’area. Potenza delle tradizioni orali.
Il fiume è protagonista, assieme ai caratteristici elementi climatici padani della nebbia (d’inverno) e del sole martellante (d’estate) di tutto l’orizzonte geografico guareschiano, nel bene e nel male. Così, nelle pagine di Mondo Piccolo ritroviamo l’antico e suggestivo rito della benedizione del fiume (Passa il giro, 14 giugno 1947; Come pioveva, 25 novembre 1951), ancor oggi vivo in alcuni centri della provincia (il più celebre si svolge a Papozze il giorno dell’Assunta), e la tragica narrazione dell’alluvione del Polesine.
E’ proprio la rotta del Malcantone che fa da sfondo a numerosi racconti pubblicati tra il novembre e il dicembre del 1951, in contemporanea con gli eventi reali della nostra terra: nelle storie di Guareschi, come nella realtà, parroci e sindaci – anche se spesso collocati agli antipodi politicamente (eclatante il caso di Nerio Campioni e don Aldo Rizzo, rispettivamente sindaco comunista di Occhiobello dal maggio 1951 al 1971, e parroco di S. Maria Maddalena dal 1944 al 1983)² – si ritrovano nell’aiuto alla popolazione, dimostrando una vicinanza non solo formale delle istituzioni laiche e cattoliche nei momenti di bisogno delle comunità locali.
Così, ad esempio, il parroco di Gavello, don Enrico Pugina (1879 – 1961), non abbandonerà il paese, celebrando l’ultima Messa per la popolazione assiepata alle finestre di un palazzo di fronte, dal poggiolo della Canonica³, un po’ come il prete della Bassa, che nell’interpretazione di Fernandel, alla fine de Il ritorno di Don Camillo, uscito nel settembre 1953, con le reali immagini della rotta di due anni prima ampiamente usate dal regista Duvivier, dà l’ennesima lezione di umanità in un’omelia dai toni commoventi:
«Non è la prima volta che il fiume invade le nostre case, un giorno però le acque si ritireranno ed il sole ritornerà a splendere. Allora ci ricorderemo della fratellanza che ci ha unito in queste ore terribili e con la tenacia che Dio ci ha dato ricominceremo a lottare perché il sole sia più splendente, perché i fiori siano più belli e perché la miseria sparisca dalle nostre città e dai nostri villaggi. Dimenticheremo le discordie, e quando avremo voglia di morte cercheremo di sorridere, così tutto sarà più facile e il nostro paese diventerà un piccolo Paradiso in Terra».
Il tema dell’acqua tornerà poi con la citazione, negli episodi dell’ultima raccolta, Don Camillo e la ragazza yé yé, scritti per Oggi nell’inverno 1966, e pubblicati nel 1969 con il titolo di Don Camillo e don Chichì, ma meglio noti come Don Camillo e i giovani d’oggi, della spaventosa alluvione del novembre 1966, che colpì, oltre a Firenze e Venezia, la parte deltizia della provincia, complice anche la frequente attività di estrazione metanifera di quegli anni (racconto Un’altra favola del grande fiume, in «Oggi», n. 49, 8 dicembre 1966).
Tra i momenti di frizione tra il parroco e il sindaco, rintracciabili anche in molti personaggi della terra polesana, – oltre al suono delle campane in occasione dei comizi politici, pratica di disturbo assai frequente anche nel nostro territorio (sempre a Gavello, don Pugina, durante un comizio del sindaco socialista Giacomo Cominato per le elezioni del 1948, salito sulla torre, si mise a suonare le campane, attirandosi le apostrofi del sindaco, che definì il disturbatore «quel sacco di carbone», e della massa, che, recatasi in chiesa, intimò al parroco di interrompere la provocazione)⁴, – ritroviamo l’italianissima divisione calcistica.
E’ ancora il giovane Mariolino tra i giocatori di punta della Dynamos, la squadra che Peppone schiera contro la Gagliarda, formazione parrocchiale voluta da don Camillo, evocata in diversi racconti della serie (nn. 17, 22, 167, 252, 299, 323). E in Polesine nel 1956, l’allora arciprete di Fiesso Umbertiano don Mario Bisaglia, rettore della parrocchia dal 1955 al 1960, fratello del più noto Toni (1929 – 1984) e a questi accomunato da un tragico destino legato all’acqua, in un clima di malcelata rivalità ideologico-politica con la dirigenza dell’A.S. Fiessese, fondata nel 1934 e presieduta all’epoca da Giovanni Scagnolari, avviò la SS Umbertiana, che, iscritta al campionato di Seconda Divisione, arriverà settima, sciogliendosi dopo appena un anno di attività. Memorabili i derby di quell’anno con la squadra più blasonata, che vinse brillantemente il campionato sotto la guida dell’allenatore – giocatore Umberto Maniezzi⁵.
La vita reale
Fatti, eventi, consonanze che ci rimandano quindi ad un’osservazione dal vero che Guareschi, a partire dal luglio 1928, quando mise piede per la prima volta come correttore di bozze nella redazione di un giornale, il Corriere Emiliano, non abbandonerà mai, attingendo dalla realtà le situazioni da trasporre sulla carta, mettendo particolarmente in risalto la verosimiglianza di fatti spesso al limite del paradossale.
Tra le fonti del quotidiano usate sovente da Guareschi, a rimarcare un legame forte con la nostra terra, oltre alla citazione ancora una volta di Castelmassa, luogo dove, nel 1951 era ancora vigente «la legge del ‘68» che obbligava tutti i proprietari terrieri a contribuire con soldi o lavoro alla realizzazione di opere idrauliche (dettaglio che torna nell’episodio La legge del ‘68, apparso su Candido n. 3 del 17 gennaio 1960), da ricordare il ricorso ad articoli della Palestra del Clero. Questa «rivista mensile di cultura e pratica ecclesiastica», pubblicata a Rovigo per i tipi dell’IPAG dal 1921 al 2000, costituì per diversi decenni un punto di riferimento per i sacerdoti di tutta Italia circa la corretta interpretazione di norme e precetti del Magistero pontificio e della Dottrina Sociale della Chiesa.
In due episodi di Mondo piccolo (A don Camillo, in «Candido», 29, 20 luglio 1947; Furore, in «Candido», 9, 29 febbraio 1948), l’autore si riferisce al n. 15 della rivista, datato Rovigo, 20 maggio 1947, relativamente ad un articolo di don Saraggi sul comportamento da tenere da parte del sacerdote in confessione, specialmente riguardo l’assoluzione ai comunisti⁶. Il tema, che lacerava in quel periodo le coscienze anche nell’ambiente ecclesiastico, alla luce del positivo voto del PCI di Togliatti all’inserimento dell’articolo 7 sui Patti Lateranensi nella Costituzione, rivelatosi decisivo dopo la contrarietà netta dei socialisti, verrà chiarito in maniera ufficiale dalla Chiesa con la scomunica di Pio XII del 1 luglio 1949, che indicherà in maniera inequivocabile la condanna del mondo bolscevico, legato a doppio filo all’URSS di Stalin.
Nelle piccole realtà, quelle del Mondo piccolo, come l’allora povera terra rodigina, spesso questo rapporto rimarrà aldilà delle posizioni ufficiali di entrambe le parti, in nome di valori comuni di unità e umanità, a partire dalla Resistenza antinazista e antifascista, alla quale molti sacerdoti, anche polesani, come mons. Cappato arciprete di Stienta e don Pellegatti parroco della città martire di Villamarzana, avevano aderito. Non si trattava però di un anticipo di «compromesso storico» ante litteram, come erroneamente interpretato da alcuni, ma di un semplice riconoscimento profondo delle reciproche ragioni, in un rapporto dialettico tra avversari (e non nemici) quanto mai attuale nel suo insegnamento di fondo.
In conclusione, parafrasando il giornalista e critico cinematografico Giancarlo Governi, si può dire che quei personaggi nati dalla penna di Giovannino Guareschi «convivono nell’anima del loro creatore e, a distanza di tanti anni, convivono ancora nell’anima degli italiani, di tutti noi».









