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  • Giovannino Guareschi e il Polesine

    Giovannino Guareschi e il Polesine

    «Il Po comincia a Piacenza, e a Piacenza comincia anche il Mondo piccolo delle mie storie, il Mondo piccolo situato in quella fetta di pianura che sta fra il Po e l’Appennino»: così l’incipit di Mondo piccolo. Don Camillo, apparso in volume per le edizioni Rizzoli nel marzo 1948 e destinato, nel breve volgere di pochi anni, a diventare una delle vicende letterarie e di costume più significative e popolari dell’Italia uscita dalle distruzioni della guerra e lentamente avviata sul percorso della ricostruzione civile e materiale.

    Il successo letterario

    Nella primavera di quell’anno il pretone della Bassa don Camillo Tarocci e il sindaco comunista Giuseppe Bottazzi detto Peppone, usciti dalla penna di una delle personalità letterarie più importanti, ma, spesso trascurate, dell’Italia del Novecento, quale Giovannino Guareschi (1908 – 1968), rappresentarono l’archetipo di quell’Italia povera, rurale, conservatrice e cattolica divisa dalla «cortina di ferro» calata sull’Europa, ma unita dai valori di fondo dell’umanità, del Bene Comune, della coltivazione dell’interesse collettivo, come la vicenda dell’elaborazione costituzionale aveva dimostrato.

    «Hanno vinto De Gasperi e Guareschi», titolerà The Time dopo le elezioni del 18 aprile, la cui campagna elettorale Guareschi, dalle colonne di Candido veicolerà in maniera importante verso il fronte moderato ed atlantico rappresentato dalla classe dirigente democristiana.

    Un successo, quello di Guareschi e del suo Mondo piccolo, che negli anni successivi, e fino alla prematura scomparsa dello scrittore, avvenuta a 60 anni da poco compiuti il 22 luglio 1968, arriverà a livelli eclatanti. Questo fenomeno – nonostante drammatiche vicende personali (l’«affaire Tapum del cecchino», che lo condurrà a scontare nel 1954 ben 409 giorni di carcere per diffamazione nei confronti dello statista trentino, episodio che minerà la sua salute, già compromessa dall’internamento in un lager tedesco dopo l’8 settembre 1943) – si concretizzerà con il record italiano, mai eguagliato da allora, di oltre 20 milioni di copie vendute, e traduzioni in 80 lingue, tra cui il cinese, il russo e il tedesco.

    Di questa vicenda letteraria non bisogna poi dimenticare la consacrazione ad «icona» nazionalpopolare, cui contribuiranno in maniera decisiva i volti di Fernandel e Cervi nei cinque film tratti dalla serie, girati tra il 1952 e il 1965 con, dietro la macchina da presa, maestri del calibro di Duvivier, Gallone e Comencini.

    La piazza di Castelmassa

    Guareschi, uomo della Bassa, segnata dal lento scorrere del Grande Fiume, non poteva non incontrare, nel suo percorso, quella terra polesana che del Mondo piccolo, in definitiva, conservava, e conserva in parte tuttora, in maniera evidente molti tratti peculiari.

    Questo rapporto inizia già nel 1941, quando Giovannino Guareschi approda nel territorio rodigino quale inviato speciale del Corriere della Sera. Nel novembre dell’anno precedente il quotidiano di via Solferino l’aveva assunto per la realizzazione di elzeviri, novelle e due ciclo – reportage. La collaborazione proseguirà fino al 4 novembre 1942, quando, in seguito alle diffamazioni verso Mussolini e i ranghi dell’Esercito pronunciate durante una sbornia, l’incarico gli verrà revocato.

    Uno dei due reportage di Guareschi ha come obiettivo la descrizione del mondo rurale, profondo, antico della Penisola, e prende il significativo nome di Giro d’Italia.

    Arrivato all’imbrunire in sella alla sua bicicletta in prossimità del punto più largo del corso del Po, volgendo le spalle alla campagna, Guareschi è così attratto da un maestoso argine e da un agile campanile preceduto da «ombrosi portici». Il campanile era quello realizzato tra il 1659 e il 1664 accanto la Chiesa di S. Stefano p.m. di Castelmassa, edificio di origine cinquecentesca completato alla metà del XVII secolo, modificato attorno al 1930 con l’aggiunta di un loggiato poggiante su due ordini di colonne, opera dell’architetto Brenno del Giudice.

    Il fascino che il luogo gli procurò – complice anche una piazza (all’epoca Piazza Maggiore, divenuta Piazza Libertà dopo la Liberazione del 1945) ampia e capiente, quasi un novello foro – fu tale che decise di fotografarlo e conservarlo nel suo archivio. Nel 1948, quando Don Camillo giungerà in volume dopo i racconti a puntate, apparsi su Candido sin dal dicembre 1946, Guareschi deciderà di effigiare proprio la piazza altopolesana nella copertina della raccolta, assieme a due angioletti e a un diavoletto, dando a Castelmassa un piccolo posto nella storia.

    Nella suggestione che il luogo poteva dare a Guareschi vi era, oltre allo stupore di vedere una struttura urbanistica di stampo tipicamente emiliano, anche una sicura motivazione familiare, ossia la somiglianza tra Castelmassa e Ragazzola di Roccabianca (Pr), paese natio del padre Primo Augusto, come emerge nella descrizione contenuta nel racconto Passa il giro, pubblicato su Candido n. 24 del 14 giugno 1947 («La strada svoltava nel fondo e poi finivano le case e dopo c’era la viottola che portava sull’argine»).

    Il Po, il parroco e il sindaco

    Se la paternità massese della piazza di don Camillo, fatto celebrato nel 1992 con l’apposizione accanto alla chiesa del centro altopolesano di un’intonata lapide in memoria di Guareschi (Questa piazza/ ispirò la bonomia intelligente di/ Giovannino Guareschi/ che in essa ambientò l’agire e il sentire/ ricchi di umanità spontanea/ degli indimenticabili personaggi/ di Don Camillo), è particolare abbastanza noto, rivelato dallo stesso scrittore nel 1957 in un articolo sul Corriere Lombardo¹, meno noti sono altri significativi legami e consonanze che appaiono tra la Bassa emiliana e il Polesine nei racconti, e successivamente, nei film, di Mondo piccolo.

    Innanzitutto, il fiume, quel fiume che porta con sé, dal Monviso al Delta, storie, tradizioni e usi simili: così, nella vicenda dell’amore tormentato tra il compagno Mariolino della Bruciata e la devota Gina Filotti, magistralmente interpretati al cinema dal giovane Franco Interlenghi e dall’italo-francese Vera Talqui (Giulietta e Romeo, in «Candido», 42 – 43, 19 e 26 ottobre 1947), la scelta di suicidarsi per non cedere ai soprusi familiari, fortunatamente fermata in extremis, avviene in prossimità di un’antica chiesa sommersa, la cui campana suonava, secondo la tradizione, solo in occasione dell’annegamento di qualche infelice. Una storia analoga, mai suffragata da fatti documentari, la sentivo sin da piccolo, narrata con convinzione da molte persone della zona, anche colte, relativamente al Gorgo Dolfin, in località Gambaro di Pincara, in verità originatosi nel corso del XVIII secolo in corrispondenza di eventi alluvionali nell’area. Potenza delle tradizioni orali.

    Il fiume è protagonista, assieme ai caratteristici elementi climatici padani della nebbia (d’inverno) e del sole martellante (d’estate) di tutto l’orizzonte geografico guareschiano, nel bene e nel male. Così, nelle pagine di Mondo Piccolo ritroviamo l’antico e suggestivo rito della benedizione del fiume (Passa il giro, 14 giugno 1947; Come pioveva, 25 novembre 1951), ancor oggi vivo in alcuni centri della provincia (il più celebre si svolge a Papozze il giorno dell’Assunta), e la tragica narrazione dell’alluvione del Polesine.

    E’ proprio la rotta del Malcantone che fa da sfondo a numerosi racconti pubblicati tra il novembre e il dicembre del 1951, in contemporanea con gli eventi reali della nostra terra: nelle storie di Guareschi, come nella realtà, parroci e sindaci – anche se spesso collocati agli antipodi politicamente (eclatante il caso di Nerio Campioni e don Aldo Rizzo, rispettivamente sindaco comunista di Occhiobello dal maggio 1951 al 1971, e parroco di S. Maria Maddalena dal 1944 al 1983)² – si ritrovano nell’aiuto alla popolazione, dimostrando una vicinanza non solo formale delle istituzioni laiche e cattoliche nei momenti di bisogno delle comunità locali.

    Così, ad esempio, il parroco di Gavello, don Enrico Pugina (1879 – 1961), non abbandonerà il paese, celebrando l’ultima Messa per la popolazione assiepata alle finestre di un palazzo di fronte, dal poggiolo della Canonica³, un po’ come il prete della Bassa, che nell’interpretazione di Fernandel, alla fine de Il ritorno di Don Camillo, uscito nel settembre 1953, con le reali immagini della rotta di due anni prima ampiamente usate dal regista Duvivier, dà l’ennesima lezione di umanità in un’omelia dai toni commoventi:

    «Non è la prima volta che il fiume invade le nostre case, un giorno però le acque si ritireranno ed il sole ritornerà a splendere. Allora ci ricorderemo della fratellanza che ci ha unito in queste ore terribili e con la tenacia che Dio ci ha dato ricominceremo a lottare perché il sole sia più splendente, perché i fiori siano più belli e perché la miseria sparisca dalle nostre città e dai nostri villaggi. Dimenticheremo le discordie, e quando avremo voglia di morte cercheremo di sorridere, così tutto sarà più facile e il nostro paese diventerà un piccolo Paradiso in Terra».

    Il tema dell’acqua tornerà poi con la citazione, negli episodi dell’ultima raccolta, Don Camillo e la ragazza yé yé, scritti per Oggi nell’inverno 1966, e pubblicati nel 1969 con il titolo di Don Camillo e don Chichì, ma meglio noti come Don Camillo e i giovani d’oggi, della spaventosa alluvione del novembre 1966, che colpì, oltre a Firenze e Venezia, la parte deltizia della provincia, complice anche la frequente attività di estrazione metanifera di quegli anni (racconto Un’altra favola del grande fiume, in «Oggi», n. 49, 8 dicembre 1966).

    Tra i momenti di frizione tra il parroco e il sindaco, rintracciabili anche in molti personaggi della terra polesana, – oltre al suono delle campane in occasione dei comizi politici, pratica di disturbo assai frequente anche nel nostro territorio (sempre a Gavello, don Pugina, durante un comizio del sindaco socialista Giacomo Cominato per le elezioni del 1948, salito sulla torre, si mise a suonare le campane, attirandosi le apostrofi del sindaco, che definì il disturbatore «quel sacco di carbone», e della massa, che, recatasi in chiesa, intimò al parroco di interrompere la provocazione)⁴, – ritroviamo l’italianissima divisione calcistica.

    E’ ancora il giovane Mariolino tra i giocatori di punta della Dynamos, la squadra che Peppone schiera contro la Gagliarda, formazione parrocchiale voluta da don Camillo, evocata in diversi racconti della serie (nn. 17, 22, 167, 252, 299, 323). E in Polesine nel 1956, l’allora arciprete di Fiesso Umbertiano don Mario Bisaglia, rettore della parrocchia dal 1955 al 1960, fratello del più noto Toni (1929 – 1984) e a questi accomunato da un tragico destino legato all’acqua, in un clima di malcelata rivalità ideologico-politica con la dirigenza dell’A.S. Fiessese, fondata nel 1934 e presieduta all’epoca da Giovanni Scagnolari, avviò la SS Umbertiana, che, iscritta al campionato di Seconda Divisione, arriverà settima, sciogliendosi dopo appena un anno di attività. Memorabili i derby di quell’anno con la squadra più blasonata, che vinse brillantemente il campionato sotto la guida dell’allenatore – giocatore Umberto Maniezzi⁵.

    La vita reale

    Fatti, eventi, consonanze che ci rimandano quindi ad un’osservazione dal vero che Guareschi, a partire dal luglio 1928, quando mise piede per la prima volta come correttore di bozze nella redazione di un giornale, il Corriere Emiliano, non abbandonerà mai, attingendo dalla realtà le situazioni da trasporre sulla carta, mettendo particolarmente in risalto la verosimiglianza di fatti spesso al limite del paradossale.

    Tra le fonti del quotidiano usate sovente da Guareschi, a rimarcare un legame forte con la nostra terra, oltre alla citazione ancora una volta di Castelmassa, luogo dove, nel 1951 era ancora vigente «la legge del ‘68» che obbligava tutti i proprietari terrieri a contribuire con soldi o lavoro alla realizzazione di opere idrauliche (dettaglio che torna nell’episodio La legge del ‘68, apparso su Candido n. 3 del 17 gennaio 1960), da ricordare il ricorso ad articoli della Palestra del Clero. Questa «rivista mensile di cultura e pratica ecclesiastica», pubblicata a Rovigo per i tipi dell’IPAG dal 1921 al 2000, costituì per diversi decenni un punto di riferimento per i sacerdoti di tutta Italia circa la corretta interpretazione di norme e precetti del Magistero pontificio e della Dottrina Sociale della Chiesa.

    In due episodi di Mondo piccolo (A don Camillo, in «Candido», 29, 20 luglio 1947; Furore, in «Candido», 9, 29 febbraio 1948), l’autore si riferisce al n. 15 della rivista, datato Rovigo, 20 maggio 1947, relativamente ad un articolo di don Saraggi sul comportamento da tenere da parte del sacerdote in confessione, specialmente riguardo l’assoluzione ai comunisti⁶. Il tema, che lacerava in quel periodo le coscienze anche nell’ambiente ecclesiastico, alla luce del positivo voto del PCI di Togliatti all’inserimento dell’articolo 7 sui Patti Lateranensi nella Costituzione, rivelatosi decisivo dopo la contrarietà netta dei socialisti, verrà chiarito in maniera ufficiale dalla Chiesa con la scomunica di Pio XII del 1 luglio 1949, che indicherà in maniera inequivocabile la condanna del mondo bolscevico, legato a doppio filo all’URSS di Stalin.

    Nelle piccole realtà, quelle del Mondo piccolo, come l’allora povera terra rodigina, spesso questo rapporto rimarrà aldilà delle posizioni ufficiali di entrambe le parti, in nome di valori comuni di unità e umanità, a partire dalla Resistenza antinazista e antifascista, alla quale molti sacerdoti, anche polesani, come mons. Cappato arciprete di Stienta e don Pellegatti parroco della città martire di Villamarzana, avevano aderito. Non si trattava però di un anticipo di «compromesso storico» ante litteram, come erroneamente interpretato da alcuni, ma di un semplice riconoscimento profondo delle reciproche ragioni, in un rapporto dialettico tra avversari (e non nemici) quanto mai attuale nel suo insegnamento di fondo.

    In conclusione, parafrasando il giornalista e critico cinematografico Giancarlo Governi, si può dire che quei personaggi nati dalla penna di Giovannino Guareschi «convivono nell’anima del loro creatore e, a distanza di tanti anni, convivono ancora nell’anima degli italiani, di tutti noi».

  • Il conte Ercole II Pepoli (1654-1707)

    Il conte Ercole II Pepoli (1654-1707)

    I destini di Trecenta si sono largamente intrecciati con quelli delle due nobili casate di origine bolognese, Pepoli e Bentivoglio, che per circa due secoli e mezzo hanno esercitato il loro potere sul territorio bagnato dal fiume Tartaro.

    Entrambe pervennero a Trecenta nella seconda metà del Cinquecento: i Pepoli per diritto ereditario sui beni del potente casato ferrarese dei Contrari, avendone il conte Sicinio Pepoli sposato l’unica erede, donna Laura Contrari, i Bentivoglio per investitura su beni feudali Estensi, ceduti in enfiteusi al marchese Cornelio come ricompensa per il suo servizio di luogotenente delle milizie del ducato ferrarese.

    Accesamente rivali in politica (filo-papali i primi, filo-imperiali i secondi), su opposti versanti in economia (più vocati al commercio e al prestito con usura i Pepoli, alle condotte militari e alla bonifica delle terre i Bentivoglio), posero fine al secolare antagonismo con un patto matrimoniale che avrà importanti conseguenze per Trecenta: il conte Ercole Pepoli nel 1673 sposava Beatrice, figlia del marchese Ippolito Bentivoglio, che le assegnerà in dote la grande residenza di campagna, dal popolo detta Palazzon, con le terre circostanti denominate Corbella e Brancetta.

    Da allora lo storico edificio, costruito dai Bentivoglio verso la metà del Seicento sopra un mulino terrano in disuso, sarà denominato Palazzo Pepoli; e ciò giustamente perché il conte Ercole ne affidò nel 1686 la radicale ristrutturazione all’architetto bolognese Giuseppe Antonio Torri che lo trasformerà in un palazzo di rappresentanza degno della nobiltà del casato.

    Il conte Ercole (che definiremo II in quanto c’era un bis-avo con lo stesso nome), è un personaggio-chiave tanto nella storia del casato Pepoli, che in quella di Trecenta. Nato nel 1654 e rimasto orfano di padre in giovane età, aveva ricevuto dal nonno, conte Odoardo (celebre per la sua avarizia), una spiccata propensione per gli affari, e dalla madre, donna Maria dei conti Borromeo, l’amore per l’arte e le sontuose dimore. A lui si deve la costruzione di Palazzo Pepoli Nuovo a Bologna con gli splendidi affreschi commissionati ai migliori artisti dell’epoca: Giuseppe Crespi, Domenico Canuti e Donato Creti.

    Anche Trecenta beneficiò dell’intraprendenza del conte Ercole. Già si è detto della ristrutturazione del Palazzon, ma contemporaneamente faceva aprire nella piazza il primo caffè (tutt’ora in esercizio col nome di Bar Centrale) e un negozio di mercerie (i Pepoli erano molto attivi nel commercio dei tessuti), dimostrandosi imprenditore lungimirante e innovatore.

    E radicali furono pure le ristrutturazioni nelle grandi tenute agricole (nel Polesine possedeva le tenute di Trecenta e del Ponte di Lagoscuro, oggi S. Maria Maddalena), che volle sottrarre ai fittanzieri e gestire direttamente attraverso suoi agenti di fiducia.

    Alla corte dei Dossi (località di Trecenta), dopo un rovinoso incendio alla vecchia struttura, si costruì il fienile più grande d’Europa (così almeno si diceva, e la costruzione è davvero imponente). Vi si affiancò un caseificio per la lavorazione del latte, furono costruite o ristrutturate varie case per i dipendenti e ampliato l’antico oratorio dedicato a San Nicola da Tolentino, dove il cappellano di Sariano, stipendiato dal Pepoli, vi celebrava in tutti i giorni festivi e due volte la settimana.

    Ma il prodotto d’eccellenza della tenuta di Trecenta erano le cavalle da riproduzione, apprezzate e ricercate da ogni parte. Qui si allevava una razza elegante e snella detta corsiera, che veniva esibita agli acquirenti nel grande recinto a Levante della piazza denominato “il Prato delle Cavalle” (ancor oggi il sito è conosciuto come “le Cavalle”). In questo maneggio sgambettavano normalmente 120 giumente, spesso coi loro puledri, tutte marchiate a fuoco col bollo della staffa riversa, che ne garantiva la razza e la provenienza.

    Ercole II si attivò anche per migliorare l’immagine pubblica del casato, offuscata dalla prepotenza dei suoi avi, tant’è che l’antenato Ercole I nel 1617 era stato colpito a morte da un’archibugiata di mano ignota, testimoniante l’ostilità popolare contro i Pepoli.

    Da questa strategia, volta ad eliminare le tensioni ed ottenere il consenso sociale, ne trasse vantaggio anche la comunità trecentana, alla quale il conte Ercole II donò il terreno per la costruzione del pavaglione.

    Il “Pavaglione” (dialettalmente ”El Pavajon”), consisteva in un loggiato con grandi arcate e copertura a quattro falde, ideato per ospitare soprattutto iniziative commerciali; in particolare vi avveniva la pesatura e la compravendita dei bozzoli dei bachi da seta (detti anche galete), molto in auge al tempo. Uno stabile per il mercato coperto, dunque, di un certo pregio architettonico perché la sua progettazione e costruzione venne affidata a Vincenzo Santini, famoso capomastro e impresario a quell’epoca (1690) impegnato a Trecenta nella costruzione della nuova chiesa parrocchiale.

    Tramontato il mercato dei bozzoli, nel corso della seconda metà dell’Ottocento, il pavaglione venne gradualmente trasformato in un grazioso teatro per l’esecuzione di opere liriche, una passione molto in voga in quel periodo anche fra il popolo. Passano i tempi, cambiano le mode e in risposta alle nuove tendenze della cittadinanza, negli Anni Sessanta del secolo scorso, il teatro venne brutalmente trasformato in una sala cinematografica, recentemente restaurata e riaperta al pubblico con dedica alla memoria del trecentano prof. Ferruccio Martini.

    E il conte Ercole è finito nell’oblìo?

    Niente affatto. Nell’atrio del Teatro F. Martini, nel muro che apparteneva al vecchio pavaglione, rimane ancora ben infissa e leggibile la lapide in marmo che ricorda la generosa animi liberalitate di Ercole II Pepoli, conte di Castiglione, Sparvi e Baragazza (feudi sull’Appennino Bolognese), nobile ferrarese, senatore di Bologna e di Roma, patrizio veneto, gonfaloniere di giustizia di Santa Romana Chiesa, ecc.

    Ma la fortuna che aveva assistito il conte Ercole negli affari economici e nell’ascesa sociale, non gli arrise negli affetti famigliari: l’unico erede, il conte Filippo Luigi, gli morì in giovane età (1704), mentre la figlia Angela era stata “monacata” nel convento di clausura di S. Maria degli Angeli di Bologna, dove tante sfortunate figlie del casato Pepoli erano state rinchiuse, per evitare la frammentazione del patrimonio famigliare con le doti matrimoniali (vi era come badessa suor Maria Cecilia Pepoli, sorella del conte Ercole e zia della novizia).

    A soli tre anni dalla morte del figlio, probabilmente affranto dal dolore, anche il conte Ercole cessò di vivere nel 1707. Per disposizione testamentaria, volle essere tumulato “nel sepolcro antico di sua casa” presso la chiesa di San Domenico a Bologna, “vestito di sacco, sandali e corda” come un qualunque frate.

    Il grande patrimonio immobiliare del conte Ercole, formato da numerose tenute e sontuosi palazzi sparsi dal Polesine fino all’Appennino Bolognese, passò così al “suo amatissimo signor fratello conte Cornelio”, la cui discendenza, gaudente e spendacciona, sarà responsabile dell’indebitamento del casato, fino a causarne la rovina economica.

    Per ripianare i debiti, l’ultimo erede di Casa Pepoli, il marchese Guido Taddeo, fu costretto alla vendita di quasi tutte le proprietà, e in tali necessità furono cedute prima l’Impresa della Fratta¹ (inizio ‘800), poi la tenuta di S. Maria Maddalena (nel 1834 agli ebrei Leon e Momolo Bianchini), infine, la grande “Impresa di Trecenta”, transata nel 1838 alla casa Spalletti-Trivelli di Reggio Emilia, che ne detiene tutt’ora il possesso.

    Cessava così, dopo oltre due secoli e mezzo, il dominio di uno dei casati più importanti d’Italia su Trecenta e nel Polesine².

  • La Domus Caritatis di Melara

    La Domus Caritatis di Melara

    L’originaria Casa dei Poveri di Melara, nel tempo fu chiamata in varie modi, persino ricovero e casa dei vecchi, ma la dizione Domus Caritatis della sua scritta dipinta un tempo sulla sua facciata, ben le si addice: Casa della carità quindi!

    Negli anni ‘70 del secolo scorso, dopo che era stato raggiunto un certo benessere economico, non aveva più residenti al suo interno e smise il compito per il quale era sorta. Venne così meno quella che sul finire dell’Ottocento ed inizio del Novecento era invece una necessità primaria per i più indigenti: avere un tetto ed un po’ sollievo.

    Dopo le scuole elementari e la casa di beneficienza questa fu la principale struttura pubblica comunale di Melara sulla quale si poteva contare. Qui si esprimeva vera solidarietà e si accedeva tramite l’elenco dei poveri. Si interveniva verso i più poveri del paese, i malati senza assistenza, i senza lavoro, gli abbandonati dalle loro famiglie. Non esistevano certamente pensioni di vecchiaia come oggi le intendiamo, invenzione del “ventennio”.

    La costruzione dell’edificio fu sostenuta da un Comitato sorto spontaneamente una volta rilevata la necessità e l’Amministrazione approvò sin dal principio l’iniziativa per la quale si prodigarono – come è emerso da una ricerca – molte illustri famiglie del paese. Tra i sostenitori troviamo infatti membri delle famiglie Bolognesi, Pastorelli, Sani, Begossi, Leati.

    Ma è giusto ricordare anche che quest’edificio fu collegato alle vicende di uno dei più illustri figli di questa terra: Amos Bernini, come poi vedremo. Melara non aveva un “moderno” stabile vero e proprio, ove accogliere i più diseredati, che a fine Ottocento erano veramente numerosi, complice anche l’aumento della popolazione a fronte di un’agricoltura ancora negletta di soddisfazioni (parliamo senza mezzi termini del riempire la pancia con qualcosa che non fosse la solita polenta).

    Le radici dell’iniziativa vanno individuate già nei primi anni dell’Unità d’Italia, nel 1867, quando si attivò la Società di Mutuo Soccorso di cui sia Amos Bernini che i Pastorelli erano sostenitori. Ad essa successe la Congregazione di Carità che durò in vita sino al finire dell’Ottocento.

    Numerose furono le donazioni a queste istituzioni, come quella della moglie del commendatore Giacomo Sani, Maria, che lasciò al Comune di Melara una somma di denaro col suo testamento del 1897. Più precisamente £.4.000 esenti da tasse alla Curia di Adria, coll’obbligo di fare celebrare una messa in suffragio del suo papà il 6 dicembre nell’oratorio di S. Stefano. Ed in più la Curia dovette essere obbligata a fare distribuire £. 120 in contanti fra le tre famiglie più povere di S.Stefano estratte a sorte fra i contadini della valle.

    Alla Congregazione di Carità si affiancarono altre strutture, quali la cosiddetta Casa De’-Vecchi e le preziose Cucine Economiche che dovevano procurare pasti caldi.

    E’ del 1903 l’idea innovativa di Mario Sani e di Gaspare Cotogni, due benestanti che, vicini alla problematiche dei più umili e bisognosi, avanzarono proposte di un Asilo per Vecchi indigenti. Come scritto poc’anzi anche uno come Amos Bernini, il propugnatore delle battaglie a favore dei più miseri abitanti, volle lasciare qualcosa che lo ricordasse. Gli eredi del Bernini abbracciarono in toto suoi ideali e disposero di destinare la somma considerevole di 500 lire del tempo a disposizione del Comune “Acciocchè fosse erogata in beneficienza”.

    1903-1910 si definisce l’idea

    Sorse in Melara spontaneamente un Comitato che si proponeva di erigere un edificio allo scopo di accogliere i vecchi rimasti senza famiglia ed inabili a qualsiasi lavoro. Questo Comitato pro Casa ricovero era presieduta da Mario Sani ed ebbe abbastanza risposta raccogliendo in poco tempo oltre 2.000 lire. A questo si affiancò il disciolto Comitato di pubblica beneficenza che aggiunse altre 2.700 lire.

    Nel Comitato pro erigenda Casa dei Poveri, costituito senza formalità legali, facevano parte sei persone: Mario cav. Sani fu Giuseppe in qualità di presidente, Bartolomeo avv. Leati di Tito, vicepresidente, Giuseppe Losi di Francesco, Cesare maestro Cugola fu Dionigio, Ferruccio Mazzoni fu Paolo e Dino Soncini di Roberto come consiglieri. La casa da adibirsi ai poveri è di fatto già nel pensatoio e s’intravvede qualche speranza di realizzarla.

    Nella seduta autunnale del Consiglio Comunale del 14 settembre 1910 alla presenza del sindaco Avv. Bartolomeo Leati al 6° punto si parla dell’offerta del defunto Comm. Bernini. Leati ricorda che alcuni poveri vecchi del paese sono alloggiati dalla Congregazione di Carità in una “cadente casupola in via santa Croce, umida, antigienica per mancanza di luce e di aria”. Da tutti questa cosa è denunciata, ma per mancanza dei mezzi si deve soprassedere.

    Mario Sani, che era anche consigliere comunale, espresse il suo parere dicendo che in ogni caso la casa, con o senza la somma del Bernini, si sarebbe costruita. A questo punto il Consiglio, sentiti diversi pareri anche contrari, per votazione decise di aggiungere la somma alle quasi 5.000 lire già da una parte. Bernini insomma aveva dato una scossa all’ambiente melarese anche da morto.

    Il Comune interviene nel 1911

    Il 17 giugno 1911 il Consiglio Comunale di Melara decide di intervenire energicamente nella questione della Casa dei Poveri. Il Comitato sorto ad hoc non riesce ad arrivare ad una cifra bastevole per iniziare i lavori suddetti così chiede soldi al Comune che già però aveva dirottato in tal senso il lascito degli eredi di Amos Bernini (£.500).

    Dai cittadini sono stati raccolte £. 4.510,91 alle quali vanno aggiunte le 500 £. del Bernini. Il Comune decide di stanziare ulteriormente 4.000 £. affinché si possa finalmente costruire l’edificio.

    Abbiamo notizie del progettista, tale Libero Poli, ingegnere, che costruì un analogo edificio nel Comune di Gaiba con progetto in data 21 dicembre 1907 ed eseguito nel luglio 1908. Da parte dell’Amministrazione comunale melarese si esige però che: “… tosto eretto, sia consegnato alla Congregazione di Carità del paese con obbligo di ricoverare i vecchi poveri del Comune che essa sussidia e che oggi ricovera in ambienti inadatti”.

    L’acquisto del terreno nel 1912

    Una volta accantonate alcune migliaia di lire del tempo, prese il via l’iter per la costruzione.

    Il terreno su cui sorse la Casa dei Poveri proveniva da Arcangelo Borghi (1852-1918), fratello di Valentino (1851-1889), entrambi figli di Angelo, dalla cui discendenza abbiamo gli attuali Borghi di Melara, che risiedono ancor oggi nella stessa zona. Fu venduto il 7 gennaio 1912. In tutto sono solo 0:74 p.c. ed il prezzo convenuto era di 200 lire italiane del tempo. Arcangelo Borghi lo vende nelle mani di Losi Giuseppe, rappresentante del Comitato dell’erigenda casa dei poveri.

    I lavori e la donazione al Comune

    Nel biennio 1911-1912 si costruì la Casa dei Poveri. Il progettista, salvo altra indicazione, dovrebbe essere stato l’ingegnere Libero Poli e le maestranze locali. Melara disponeva di ottimi muratori, come i Cavallari ad esempio, autori di importanti lavori quali il campanile di Ostiglia proprio in questo periodo.

    Siamo ad inizio 1914 quando Giuseppe Carletti, in rappresentanza del Comitato pro Casa dei Poveri, offre al Comune a titolo di donazione l’edificio completamente finito, chiedendo in cambio allo stesso di pagare un piccolo debito di 800 lire che servirà a saldare le manovalanze.

    Aveva otto locali ad uso abitazione dei quali due al piano superiore, servizi e pozzo per l’acqua.

    La Giunta accoglie favorevolmente la donazione nel 1914. Alla fine dei lavori era costato la non trascurabile somma di 11.108,41 lire.

    Altre donazioni alla casa dei poveri

    Negli anni seguenti alla costruzione dell’edificio, seguirono diverse donazioni in denaro a supporto di questa iniziativa benefica. Queste le più importanti.

    1918. Dopo la vittoria nella Grande guerra si canta il Te deum in chiesa e si distribuiscono sussidi ai poveri della casa.

    1919. Fra i primi a donare ci fu Tito Leati (1850-1932), già garibaldino e Vice Conciliatore del Comune. Egli in memoria del figlio Ippolito, morto nel 1919, lasciò alla Casa dei Poveri e precisamente agli otto ricoverati presenti £.25, pari agli interessi sulla somma di £.1500, somma destinata dal figlio defunto come sua ultima volontà.

    1922. Il 17 novembre la Giunta municipale si riunisce per accettare “il munifico dono che si vorrebbe imitato da molti” di complessive 5.000 £. del tempo da parte della signora Rosa Bolognesi in De Welden¹.

    1923. Nel gennaio 1923 furono erogate 700 lire ai poveri del ricovero per ricordare la figura del pittore scultore Policronio Carletti recentemente scomparso. Lasciarono detta somma il fratello Calocero (200) ed fratelli Guido e Ferruccio Marchiori di Lendinara amanti delle belle arti ed amici del Carletti. Seguì pure un’altra importante donazione da parte di Giuseppe Begossi e della moglie Giannina di ben 500 £.

    1939. Abbiamo notizia che in questo anno ci fu un’altra donazione. Ci sarebbero anche da segnalare altre iniziative fatte a favore della Casa dei Poveri in occasioni particolari, quali un matrimonio, una riconoscenza quale il Cavalierato, una laurea ottenuta, ma di minore peso economico.

    Sede di rappresentazioni

    Negli anni ‘20-40 la casa dei poveri fu la sede di rappresentazioni musicali all’aperto. Così mentre nel vicino teatro allestito da Josè Begossi erano di scena i primi film muti e le prime rappresentazioni teatrali della filodrammatica melarese (Alice Cavallari, Giuseppe Marangoni, Vitaliano Rossi, Ado Ghisellini ecc.), nel “ricovero”, termine coniato negli anni seguenti, si esibivano le bande del territorio, quella di Ostiglia e la “Giuseppe Verdi” di Melara, sodalizi musicali che avevano dai quaranta ai sessanta musicisti, guidati dal maestro Silvino Brunelli.

    I componenti erano sistemati sopra una sopraelevata di legno davanti ed in fianco della casa ed al busto del dottor Vittorio Ciscato. La casa dei poveri diveniva così una delle “piazze” del paese offrendo ai meno fortunati la possibilità di godersi lo spettacolo dalle finestre della Casa come evidenzia una rara immagine.

    I lavori

    Svariate furono le migliorie eseguite negli anni, come quelle del 1920. L’ingegnere comunale Giuseppe Schiappadori di Ostiglia elabora un progetto di ampliamento dell’edificio che allora aveva solo otto alloggi. Si deliberano i lavori: “… ritenuto che gli otto locali del ricovero si manifestarono insufficienti ad accogliere tutti i vecchi diseredati dalla fortuna domiciliati in questo Comune abbandonati a se stessi per avere perduto le rispettive famiglie e che da oltre un quinquennio si vanno ripetendo con crescente insistenza lagnanze intese a far decidere l’Amministrazione Comunale ad ampliare il piccolo ricovero “.

    Nel nuovo progetto si delibera di costruire altri quattro alloggi superiormente alla casa comunale di ricovero”. Il costo previsto è di £.28.000. Nel giugno però si dovette rivedere il prezzo iniziale e lo si alzò sino a £.33.000. Con questo documento dobbiamo pensare che la Casa in origine era prima strutturata diversamente.

    Altri lavori furono eseguiti negli anni 1950 e 1957.

    Dal 1989

    Negli anni ‘70, venuto meno l’interesse per la struttura, la casa fu chiusa.

    A seguito delle delibere di Giunta del 13 maggio ed 11 agosto 1989 si decise di alienare l’immobile comunale. Con l’asta indetta dal sindaco Daniele Verdolini nel 1990 il fabbricato venne venduto ed assegnato alla ditta Fratelli Borghi di Melara con rogito 1/2/1991.

    Successivamente il 3/4/2000 avvenne la permuta dalla Borghi snc a Laura Borghi attuale ed ultima proprietaria, che ha proceduto all’importante intervento di recupero.

  • Santa Eurosia (864 – 880)

    Santa Eurosia (864 – 880)

    Quello che mi ha sempre colpito della gente delle nostre campagne, paesi, piccoli borghi e case sparse, è la dimensione del sacro coltivata spesso con semplicità ma in ogni caso con profonda adesione interiore.

    Qui ogni chiesa, oratorio, capitello o piccola edicola testimonia la presenza di una comunità raccolta attorno a dei luoghi carichi di significato e devozione, segni tangibili di quella sacralità del territorio e della vita, attorno a cui si dipana l’esistenza quotidiana della nostra gente, rappresentando la cultura, l’identità, la storia e la tradizione di un popolo.

    Ed è così che, accanto ad edifici sacri dedicati a Santi ben noti e famosi per la diffusione del loro nome e devozione, ci si imbatte spesso in Santi pressoché sconosciuti.

    Forse questo è anche il caso della nostra Santa Eurosia (864-880), ai più del tutto sconosciuta, e oggigiorno desueta al fonte battesimale. Personalmente conosco una sola squisita persona anziana, molto gentile e cordiale, una carissima amica che col suo nome Eurosia rende omaggio, onore e bellezza alla santa che ci accingiamo a conoscere.

    Va innanzitutto detto che il culto di S. Eurosia – come quello di tanti santi della nostra terra ed in particolare del nostro Polesine – è diffuso ancora oggi e giustificato dal fatto che il patronato è legato alla vita dei campi, ai frutti della terra, al trascorrere della stagioni ed agli agenti atmosferici che hanno segnato, con i loro ritmi, la vita dei nostri avi. Tali santi sono tutti protagonisti – nella verità e spesso anche nella leggenda – di esistenze e di vite assolutamente straordinarie e tali da essere di esempio per tutti.

    Il martirologio romano ricorda S. Eurosia di Jaca (Spagna settentrionale), vergine e martire, ne festeggia la ricorrenza il 25 di giugno. E’ venerata come santa dalla Chiesa cattolica ed il suo culto è stato approvato nel 1902 da Papa Leone XIII.

    Aspetti storici e leggendari sono alla base della vita della Santa, morta martire a soli sedici anni nell’800 a Jaca.

    L’infanzia

    Secondo la tradizione, Santa Eurosia ovvero Dobroslava (dob = buona, ros = rugiada, slava = slava) il cui equivalente greco è Eurosia, nacque a Bayonne nell’anno 864, figlia di Moyslav, duca di Boemia. Rimase quasi subito orfana di entrambi i genitori: prima della madre e poi nella guerra dell’872 del padre, quando aveva appena otto anni.

    Lo stesso anno succedette nel ducato di Boemia un giovane di 25 anni chiamato Boriboy, figlio del duca Hostivit, che aveva combattuto al fianco del duca Moyslav (padre di Dobroslava), ed era sposato con la giovane Ludmilla, figlia unica di Slavibor, proprietario del celebre castello di Psov. Nell’anno 875 Boriboy e Ludmilla stabilirono la loro corte nel grande castello Levy Hradec e presero con sé la piccola orfana Dobroslava, che trattarono come una vera figlia.

    Presso il duca Boriboy

    Il duca Boriboy era buon cristiano e dal suo castello fece in modo che la luce della fede si propagasse fra i pagani di Boemia tramite anche la costruzione di una chiesa, all’interno del castello stesso, dedicata a San Clemente. Questa piccola chiesa è da ritenersi di grande importanza essendo stata, come dice la leggenda, la prima chiesa di Boemia, la stessa dove nell’anno 877 ricevettero il battesimo Ludmilla che aveva circa 17 anni e Dobroslava che nell’occasione assunse il nome greco di Eurosia. Battesimo avvenuto per mano di Caycha, monaco basiliano e discepolo di San Metodio, e ciò rappresentò l’inizio della conversione al cristianesimo del popolo di Boemia.

    Nella casa ducale regnava la felicità e la pace e intanto la famiglia si riempiva di gioia per la nascita del piccolo Spitinev, primo dei sei figli nati dal matrimonio di Boriboy con Ludmilla, che ebbero tre maschi e tre femmine. La giovane Eurosia si distingueva, intanto per bontà ed altruismo ed era da tutti amata.

    Frattanto un gruppo di cechi-boeri, pagani ed assetati di potere, si ribellò al duca Boriboy. La guerra appariva inevitabile, ma il duca, amando il suo popolo con spirito profondamente cristiano, non voleva spargimento di sangue. Così nell’anno 879, seguendo anche il consiglio del cappellano Caycha, andò a rifugiarsi con tutta la sua famiglia dal gran re di Moravia Svatopluk e la Boemia rimase così senza capo.

    Ben presto la gente si stancò del malgoverno dell’invasore e reclamò il ritorno del buon duca cristiano¹, e così, grazie soprattutto all’opera del grande San Metodio, il duca e la sua famiglia poterono rientrare trionfalmente in Boemia.

    San Metodio a Roma

    Alla fine del 879 San Metodio fu richiamato a Roma dal Papa² dove giunse nel Giugno dell’880. Nello stesso periodo si trovava in Roma un’ambasciata di aragonesi e la presenza di questi con San Metodio³ non può che rappresentare quel disegno divino che fu determinante per la giovane Eurosia: una fanciulla con la predestinazione alla santità!

    Fortùn Jimènez⁴, divenuto re di Aragona e Navarra, impegnato nella lotta contro gli invasori arabi saraceni, aveva chiesto al Santo Padre, per mezzo di quella ambasciata, di consigliare una sposa per il figlio Garcès⁵.

    Papa Giovanni VIII chiese aiuto a San Metodio, del quale aveva una grandissima stima, e questi, senza dubbio alcuno, indicò la giovane principessa slava Eurosia che fu perciò raccomandata dal Papa agli ambasciatori aragonesi.

    Preparativi del matrimonio

    Una parte dell’ambasciata reale iniziò il viaggio di ritorno in Aragona insieme a qualcuno della comitiva di San Metodio; l’altra parte degli aragonesi andò con San Metodio in Moravia per trattare il matrimonio con i genitori adottivi di Eurosia e con lei stessa.

    Saputo dell’intervento del Papa, i nobili sposi di Boemia, Boriboy e Ludmilla, acconsentirono di buon grado al matrimonio.

    La giovane Eurosia, dopo aver udito il consiglio di San Metodio, vedendo nell’intervento del Papa un supremo disegno della volontà di Dio, accettò volentieri di andare sposa a don Fortùn Garcès lasciando il proposito di dedicarsi totalmente a Cristo.

    Iniziò così il viaggio della promessa sposa con una piccola comitiva verso la Spagna, era il mese di agosto dell’anno 880. Attraversarono Basilea e le terre franco-occidentali e, nel mese di ottobre, giunsero ai Pirenei, che dovevano valicare per incontrare lo sposo nella cittadina di Jaca.

    L’agguato e il martirio

    Però tutta quella zona aveva nel frattempo subito una feroce invasione di mori saraceni capitanati dal rinnegato Aben Lupo⁶ il quale uccise l’ambasciatore che doveva annunziare l’arrivo di Eurosia ed organizzò un piano per catturare la fanciulla.

    La comitiva con Eurosia, avvertita dell’accaduto, fu costretta a nascondersi sui monti, ma il feroce bandito saraceno riuscì a trovarli e cercò in tutti i modi di ottenere i favori della giovane Eurosia.

    Voleva che essa rinnegasse Gesù Cristo e rinunciasse al principe aragonese per divenire sua sposa, ma Eurosia si oppose decisamente a tali diabolici progetti, provocando in tal modo l’ira del bandito che diede l’ordine di uccidere tutti.

    Grazie all’eroismo di alcuni ambasciatori spagnoli appartenenti alla comitiva, Eurosia riuscì a fuggire ma, inseguita e raggiunta, subì un tragico martirio.

    Il feroce saraceno le fece amputare le mani e recidere i piedi per piegarla ai suoi voleri, senza riuscire nell’intento: la giovinetta in ginocchio, col volto fisso al cielo, pregava con fierezza mentre nebbie e nuvole minacciose salivano dalle valli e un lampo improvviso scese vicino a lei senza provocarle danni.

    Tutti i saraceni provarono un grave spavento, Eurosia non pianse, non implorò, non degnò di sguardi pietosi il carnefice. Allora il barbaro Aben Lupo, furioso e fuori di sé dalla rabbia mista a terrore, diede l’ordine di decapitarla.

    Eurosia, alzando i sanguinanti moncherini al cielo chinò il capo pregando, mentre veniva barbaramente decapitata: era l’anno 880 ed aveva solo sedici anni.

    Contemporaneamente si scatenò un grandinare furibondo, uno scrosciare spaventoso di acque, folgori e tuoni assordanti, venti fortissimi che sradicavano gli alberi delle foreste, urla di belve che fuggivano terrorizzate insieme ai saraceni che furono sbaragliati e dispersi.

    A quel punto dal cielo una voce più potente della tempesta diceva: “Sia dato a Lei il dono di sedare le tempeste, ovunque sia invocato il suo nome!”.

    Nel prossimo numero parleremo della canonizzazione di S. Eurosia e delle località polesane dove è venerata.

  • Adria e gli Estensi

    Adria e gli Estensi

    La politica, si sa, ha sempre giocato un ruolo preminente nella vita dei popoli. E’ logico, dunque, che essa abbia fatto sentire i suoi riflessi anche nel ristretto mondo polesano dominato dai Conti-Vescovi di Adria dal sec. IX al sec. XIII.

    Fin dagli albori del secondo millennio, la “terra tra i due Fiumi” fu oggetto di aspre contese tra le maggiori Potenze dell’epoca. In particolare Veneziani e Ferraresi hanno giocato nel Polesine le loro partite diplomatiche, quando non hanno messo a confronto le loro armi.

    Gli Estensi, subentrati nel 1221 all’autorità vescovile nella gestione del Feudo della Chiesa di Adria, lo hanno tenuto in loro potere fino al 1511, ad eccezione di alcune brevi interruzioni che hanno interessato il solo territorio adriese (la spontanea dedizione di Adria a Venezia dal 1309 al 1314, passata alla Storia come “Pactum Adriae”, e l’occupazione strategica della città da parte della Serenissima per il biennio 1482-1484).

    Adria Estense

    La dominazione estense sul Polesine ebbe inizio nel 1221con la donazione dei territori di Adria, Ariano e Rovigo fatta per mano dell’imperatore Federico II al duca Azzo VII per ingraziarsi la potente dinastia ferrarese.

    Questa stretta relazione della Casa d’Este con l’imperatore, non risultò molto gradita al regnante Pontefice Onorio III (1216-1227). La perdita del potere civile da parte del Vescovo Rolando (1210-1233) infatti, rappresentava chiaramente una limitazione della sua autorità sul vasto territorio della Diocesi Adriese.

    Da parte loro gli Estensi cercarono di consolidare la presenza nel feudo, inviando nei centri più importanti loro luogotenenti con compiti amministrativi e giuridici. Questi rappresentanti periferici del potere ferrarese – dapprima denominati “Giudici” e poi, più pomposamente “Visconti” – avevano infatti delega per l’amministrazione della giustizia ed il mantenimento dell’ordine pubblico.

    Il Duca tuttavia non si accontentava di gestire tramite i suoi fedelissimi funzionari il solo potere civile. Egli mirava altresì a realizzare un discreto controllo sul potere religioso presente all’interno dei suoi territori. Per questo fu avviata con Roma una fitta rete di relazioni diplomatiche, finalizzate ad ottenere l’insediamento nella Cattedra Adriese di un Vescovo di chiara matrice estense. Tale evento avrebbe certamente accresciuto il prestigio della Casa d’Este, le cui ambizioni andavano ben oltre i confini del Polesine.

    Vescovi estensi ad Adria

    I contatti diplomatici e gli intrighi di corte fecero sì che, alla scomparsa del nobile Padovano Rolando Zabarella (1210-1233), la cattedra adriese fosse occupata da Guglielmo (1240-1257), importante esponente della Casa regnante a Ferrara.

    Forse perché i responsabili della dinastìa scelsero in quel periodo una posizione più defilata nei confronti della Chiesa romana, ma più probabilmente perché il Pontefice non era affatto disponibile a concedere simili favori al Duca di Ferrara, dovette trascorrere circa un secolo perché un altro Estense salisse sulla Cattedra vescovile adriese. Aldobrandino infatti, figlio del marchese Rinaldo III d’Este, governò la Diocesi polesana dal 1348 al 1352, prima di passare a Modena e poi a Ferrara, dove morì in odore di santità il 30 Ottobre 1381. Il suo nome e quello del fratello Azzo, furono inclusi da alcuni storici nel novero dei Beati, ma tale qualifica meriterebbe qualche approfondimento.

    Prima di Aldobrandino, la Diocesi adriese fu governata da Presuli gravitanti nell’area di Signorìe non certamente favorevoli a Ferrara. Ne è un esempio Salione Buzzacarini (1318-1327) che ebbe il sostegno politico dei Carraresi di Padova.

    A partire dal Beato Aldobrandino (1348) tuttavia, fino al 1511 quando avvenne il passaggio del Polesine alla Repubblica Veneta, la Cattedra adriese fu esclusivamente governata da Vescovi molto vicini alla Casa d’Este raggiungendo persino, come nel caso di Bartolomeo Roverella (1444-1445), la porpora cardinalizia.

    Gli Estensi e i Borgia

    Proseguendo nella nostra indagine tra i Vescovi adriesi legati ai Signori di Ferrara, incontriamo interessanti “sorprese” che meritano di essere approfondite: in particolare il rapporto politico-diplomatico stabilito tra la Famiglia Borgia e gli Estensi sfociato nel matrimonio di Lucrezia, figlia del Pontefice Alessandro VI, con Alfonso, primogenito del Duca Ercole di Ferrara.

    Pochi sanno che le fasi più delicate di quel rapporto furono condotte da tre autorevoli esponenti della Chiesa Adriese. Nell’ordine: Niccolò Maria d’Este (Vescovo nel periodo 1487-1507), Bertrando Costabili (Vescovo nel periodo 1508-1519) ed Ercole Rangoni (Vescovo nel periodo 1519-1524 e Cardinale dal 1519, mai venuto in Diocesi perché impegnato a Roma).

    La complicata trama di questa vicenda – che per certi aspetti coinvolge anche il Polesine – fu presentata al vasto pubblico dei lettori appassionati di storia, dalla penna feconda di Maria Bellonci. Nel celebre romanzo storico “Lucrezia Borgia” (edizioni Mondadori), infatti, con il supporto di inoppugnabili documenti d’archivio, la celebre scrittrice descrive con dovizia di particolari protagonisti ed istituzioni coinvolti nella vicenda.

    Non v’è alcun dubbio che la storia delle nozze di Lucrezia con Alfonso rientri nel copione fino ad allora seguito da molte Case regnanti le quali, per mezzo di matrimoni combinati dalle Cancellerie diplomatiche, puntavano più a rafforzare le dinastie, che a dare felicità ai loro giovani rampolli.

    Sul finire del secolo XV, il ducato di Ferrara aveva raggiunto un notevole livello di autonomia rispetto alle grandi potenze dell’epoca. L’ambizione del duca Ercole, già imparentato con i Gonzaga di Mantova per il tramite della figlia Isabella, con gli Sforza di Milano attraverso le prime nozze del figlio Alfonso e, quindi, con gli Aragona mediante il suo matrimonio con Eleonora figlia del re di Napoli, aspirava a rendere ancor più potente il Feudo Estense.

    Con questa idea fissa, Ercole d’Este si mise a ricercare nuove parentele altolocate tra le Famiglie più potenti della sua epoca. In cima ai suoi pensieri spiccava tra tutte la Famiglia Borgia, di cui era espressione massima il Pontefice regnante Alessandro VI.

    Papa tra il 1492 ed il 1503, Rodrigo Borgia governò la Chiesa in maniera piuttosto “anomala”, assumendo comportamenti quanto meno disinvolti e uno stile di vita da libertino. Se Dante Alighieri l’avesse conosciuto, questo Papa sarebbe finito quasi certamente in una delle bolge più profonde del suo Inferno. Contro di lui predicò Gerolamo Savonarola, per questo mandato al rogo.

    Fu odiato con tutta la famiglia dal popolo e dai nobili per il nepotismo, la corruzione, il lusso, l’arroganza, la sfacciata protezione degli Spagnoli (I Borgia erano originari dalla Spagna) a danno dei Romani. Prima di occupare il trono di Pietro, ebbe due figli – Cesare e Lucrezia – dalla bellissima Vannozza Cattanei (per tre volte coniugata), figlia di un non meglio identificato artigiano lombardo, addetto ai lavori di finitura dei palazzi vaticani.

    Cesare, spregiudicato e violento, fu soprannominato il “Valentino” per aver ricevuto dal re di Francia il titolo di ‘conte del Valentinois’. Forte del sostegno papale, Cesare Borgia puntò a consolidare l’espansione del suo potere in Italia, anche con le armi. La conquista di Faenza da parte del giovane rampollo senza scrupoli, fece persino temere la revoca degli antichi privilegi conseguiti da buona parte delle Signorìe italiane, in prevalenza feudatarie del Papa, come lo era la Signoria Estense.

    Lucrezia, definita dai contemporanei “madonna soave”, ebbe una vita sicuramente movimentata, “pedina o alfiere” di Rodrigo, padre-padrone al quale era particolarmente legata.

    Per superare tutti gli ostacoli, al duca Ferrarese non rimaneva che puntare tutte le proprie carte sul consolidamento della pace, tentando di stringere una forte alleanza con il Pontefice. Pertanto, ascoltando i suggerimenti epistolari del Cardinale di Modena Giambattista Ferrari (che nel Febbraio 1501 gli proponeva il matrimonio di suo figlio con Lucrezia) il duca acconsentì di avviare a tale scopo serie trattative con il Vaticano.

    Se il duca Ercole d’Este era propenso a consolidare i rapporti con la Santa Sede, va sottolineato come anche il pontefice Alessandro VI avesse interesse a raggiungere una proficua intesa per migliorare la visibilità sua e della famiglia agli occhi del mondo, dando una adeguata sistemazione coniugale alla figlia Lucrezia.

    Costei infatti era stata in precedenza sposata con il conte di Pesaro da cui aveva divorziato, e quindi con il duca di Bisceglie del quale divenne vedova ad opera del fratello di lei. Il matrimonio con Alfonso d’Este, primogenito di Ercole avrebbe dunque rappresentato il modo più naturale per allontanare le basse dicerìe circolanti sull’intera dinastìa (amori incestuosi, figli illegittimi, violenze, atrocità, ecc.).

    Nonostante tutti gli sforzi tesi a nasconderli, i comportamenti delittuosi dei Borgia non erano del tutto sconosciuti specialmente alle case regnanti dell’epoca. Negli archivi estensi esistono in proposito lettere illuminanti di Francesco Gonzaga e Giovanni Sforza. E’ noto tra l’altro, che il re di Francia aveva inviato alla corte ferrarese un suo emissario (il barone Luigi Villeneuve), per dissuadere il duca dal progetto matrimoniale. Va anche detto che, quando queste informazioni incominciarono a pervenire nelle sue mani, Ercole tentò con ogni mezzo di sottrarsi all’impegno preso con il Pontefice, ma ormai era troppo tardi per sospendere le trattative.

    Preso tra due fuochi (se non avesse assecondato il Pontefice, avrebbe perso la sua fiducia con tutte le conseguenze negative sul feudo), il duca si vide costretto a proseguire il negoziato affidandone il compito agli esponenti più importanti della Chiesa ferrarese, certamente più esperti di lui nei rapporti con la diplomazia vaticana. Le trattative furono lunghe e delicate ma, alla fine, si conclusero positivamente con piena soddisfazione di entrambe le parti.

    Da sottolineare che uno dei punti fermi dell’accordo ruotava attorno all’incondizionato appoggio del Pontefice nella contesa sul Polesine, in corso tra Ferrara e Venezia. Le altre questioni riguardavano le proprietà e la dote della sposa.

    (continua nel prossimo numero)

  • A Badia con i giornalisti ARGAV

    A Badia con i giornalisti ARGAV

    Un folto gruppo di giornalisti veneti, affiliati all’Argav (Associazione Reg.le dei Giornalisti Agricoli del Veneto) è calato su Badia attratti, non ostante una giornata caldissima dell’estate 2012, da tre occasioni straordinarie: la visita di altrettante realtà locali, in un mix di accrescimento professionale, di cultura e di arte.

    Il motivo saliente della visita – trattandosi di giornalisti specializzati nel narrare le vicende della nostra agricoltura – non poteva essere che l’approccio e la visita ad una importante industria alimentare badiese che, se da un lato soddisfaceva agli obblighi d’istituto dell’Argav (e pertanto di un aggiornamento importante sul come vengono trasformati i prodotti dell’agricoltura) dall’altra, se limitata solo a ciò, poteva non appagare un’attitudine di tutti gli intervenuti, che sempre in ogni visita associativa mettono assieme il dovere professionale con il bello.

    Ecco quindi l’aggiungersi alla visita presso l’Industria Dolciaria Badiese Borsari della famiglia Muzzi, le altre presso la nostra Abbazia della Vangadizza e il rinnovato Teatro Sociale “Eugenio Balzan”.

    Va innanzi tutto detto che l’industria dolciaria a Badia ha una lunga tradizione, dall’anno in cui – siamo agli inizi del ‘900 – il mastro pasticcere Tiziano Golfetti inizia la sua prima attività in un piccolo laboratorio artigianale dove vengono dati alla luce i primi panettoni, e le prime colombe pasquali.

    L’azienda, fino quasi a tutto il secolo scorso mantiene forti successi nel campo dei prodotti dolciari e dallo Stabilimento, costruito accanto alla stazione ferroviaria di Badia, escono ogni sorta di prelibatezze, dai biscotti di ogni e tipo agli ormai classici panettoni.

    Con il trasferimento nel nuovo complesso di Via Cà Mignola, sempre in Badia, la “Golfetti” assume importanti marchi tra cui il “Borsari” storica griffe di ghiottonerie, originaria da quel di Verona, che la leggenda fa derivare dalla mitica porta, ancor oggi più salda che mai nella città scaligera, sede un tempo di mercanti e gabellieri e momento di ristoro per i pani e le frittelle che mugnai e panettieri, lì, offrivano.

    Con il ritiro della Famiglia Golfetti, un nome sicuramente da mettere tra i benemeriti di Badia, l’industria, dopo due brevi passaggi, passa definitivamente all’Antica Pasticceria Muzzi di Foligno (Perugia) dove da oltre duecento anni coltiva una tradizione dolciaria di altissima qualità.

    A Badia, dei Muzzi arriva Andrea, splendido anfitrione nella visita dei giornalisti veneti, che nell’accompagnare gli ospiti all’interno dell’Azienda, ormai dotata di macchine di assoluta avanguardia, spiega i vantaggi e i motivi della sua acquisizione: l’adeguatezza delle attrezzature, una consolidata affermazione sul mercato e, soprattutto, la possibilità di convergere in un unico indirizzo produttivo e commerciale le produzioni di Foligno con quelle di Badia. Spiega inoltre la gamma dei prodotti lavorati, svelando un piccolo segreto: l’accordo, cioè, con le altre case dolciarie, per cui la Borsari di Badia è l’unica che produce il minipanettone di un etto di peso che sempre di più si trova nelle scaffalature degli autogrill.

    Andrea Muzzi è molto contento dell’accoglienza manifestata dai polesani al suo arrivo, alla sua nuova attività e, nel dare il commiato ai giornalisti, si augura che proprio attraverso l’informazione si possa meglio e di più valorizzare la qualità e il diletto, che lui stesso ha, inaspettatamente, scoperto di questa nostra terra.

    Dopo il dolce ecco quindi il bello.

    Sulla scia di un’importante accompagnatrice, l’assessore alla Cultura del Comune di Badia, Idana Casarotto, la comitiva, sempre con carta e penna, si trasferisce alla Abbazia della Vangadizza, insigne monumento e vanto della cittadina altopolesana. Il primo impatto, come succede anche per ognuno di quelli che vedono per la prima volta il Convento, è di meraviglia. Meraviglia del tutto giustificata in quanto è proprio da poco che si è ultimato un rilevante stralcio di lavori di restauro che riporta il Monastero ad antichi splendori.

    Vengono ammirati in dettaglio gli aspetti salienti dell’Abbazia: il suo chiostro, così armonioso nella teoria di archi e colonne accerchianti lo sfalsato trapezio al cui centro sta una preziosa vera da pozzo; la sala del refettorio ora pratico e ampio auditorio; quanto rimane della Chiesa, purtroppo solo una cappella laterale affrescata da maestri della pittura del ‘500; il campanile ancora svettante e possente in barba ad una pendenza che lo vorrebbe sofferente; le adiacenze, testimoni di quelle mansioni che giornalmente e per secoli i bianchi frati camaldolesi ebbero ad accudire.

    Ecco allora, oltre all’ammirazione, anche l’ascolto in breve della sua storia: dalle lotte per il suo possesso – siamo nel X secolo – tra il Marchese di Mantova e quello di Toscana, fino all’arrivo degli Estensi (che saranno stati sì Signori per secoli di Ferrara, ma guarda caso di nascita veneta), e finalmente con un po’ di pace con il giungere dei Camaldolesi che cureranno l’abbazia fino alla sua fine avvenuta per mano di Napoleone nel 1810. All’Imperatore non interessava nulla delle chiese o dei conventi, ma piuttosto di tutto quello che rendevano in termini di prebende.

    Egli si deve sdebitare per i favori e gli aiuti ricevuti da un suo Capitano di Ventura, e perciò regala la Vangadizza al Conte d’Amarzit d’Espagnac che da allora l’utilizza come sua residenza di campagna, fino quando può. Fino a quando cioè la sua dinastia non si estingue e il tutto passa a un ramo collaterale della famiglia, trasferendo così la proprietà agli altrettanto conti francesi De Rostollan. Costoro se la godono per molto tempo, fino a quando, capito che i figli ventenni parigini non sopportano, più di tanto, lo scomodo weekend badiese, la mettono in vendita e dopo alcune peripezie diviene capitale dei badiesi.

    Alle signore giornaliste presenti piace comunque un particolare, sapere cioè che i due sarcofagi antistanti l’Abbazia contengono le spoglie di Azzo d’Este e di sua moglie Cunegonda che, è certo, risultano essere i capostipiti degli Hannover, famiglia dalla quale discendono gli attuali regnanti inglesi.

    E dopo l’Abbazia della Vangadizza ecco infine il trionfo del Teatro Sociale “Eugenio Balzan”. E’ corale la sensazione di essere nel mezzo di un scatola magica nella quale i giochi di luci e ombre, di colori e sfumature, di linee e arabeschi, di drappi e ori collimano in un tutt’uno e la riempiono di un unico sfarzo. E’ l’ornamento prezioso di ogni badiese.

    Sorse nel 1812 su idea del badiese Bartolomeo Dente; nel 1835 diventa proprietà dei palchettisti (i proprietari dei palchetti) e venti anni dopo viene restaurato, abbellito e ampliato, permettendo così fino al 1905 una vasta attività musicale e operistica in particolare. Da allora un silenzio ostile, il triste indizio di un degrado accanito, inarrestabile, da paventarne la fine.

    Ma è l’orgoglio, o una cosa che gli è molto vicina, che raddrizza una situazione che sembra compromessa. Si parte negli anni ‘70 con un lavoro certosino di Ivan Tardivello, iniziale promotore di un primo decisivo intervento conservativo, e poi via via con le Amministrazioni Comunali, in particolare, quella dei primi anni ‘80, quando il Teatro diviene pubblico, dopo una trafila giudiziaria impegnativa (si dovevano liberalizzare le eventuali ancora presenti proprietà dei palchettisti) e da lì non si è mancato più di attuare ogni intervento per arrivare finalmente alla sua completa utilizzazione.

    Un momento di commozione tra i presenti si ha quando è si è fatto notar loro che la completa agibilità del Teatro non è stata ancora affidata, dato che i palchi mancano, sul posamano, di una sbarra di protezione. Una mancanza, dicono le statistiche, in grado di causare milioni di suidici, gente cioè che si getta sconfortata dai palchi, provocando di conseguenza ulteriori altri morti tra chi siede tranquillamente in platea.

    Passata la commozione, passata anche quest’ultima stilla di ironia, la bella compagnia di giornalisti agricoli, contenta e soddisfatta e certa di mantenere nel proprio cuore questo squarcio di Polesine, per bocca di Fabrizio Stelluto, suo capo stimato e indiscusso, ringrazia per la gradevole ospitalità, donando come atto finale di riconoscenza un’aristocratica penna – non poteva esserci segno diverso da parte di giornalisti – agli assessori, rappresentanti il Comune di Badia, Idana Casarotto e Andrea Bertolaso.

  • Nella golena di Bottrighe

    Nella golena di Bottrighe

    In golena a Bottrighe, lungo il fiume Po, esiste un sito naturalistico meritevole di essere visitato e valorizzato. Proponiamo di farlo mediante una passeggiata che si sviluppa in uno scenario incantevole.

    Il percorso parte dal centro del paese, da piazza della Libertà. In fondo alla stessa, tenendo la chiesa parrocchiale alle spalle, si svolta a sinistra per via Umberto Maddalena, dove a pochi passi c’è la casa natale dell’eroico aviatore concittadino. E’ d’obbligo una breve sosta per ricordare l’intrepido pilota dell’aria, che nel giugno del 1928 legò il suo nome all’individuazione della mitica tenda Rossa del generale Nobile nella distesa di Ghiacci del Polo nord.

    Il percorso riprende salendo sull’argine del Po dalla laterale via Pastorello. L’impatto col grande fiume è sempre elettrizzante; ed in ogni stagione risulta di grande suggestione la vista della liquida massa cerulea in movimento ed il gioco cromatico col cielo e la vegetazione abbarbicata alle due sponde.

    Si scende quindi in località Squero, dove c’è un alaggio per imbarcazioni. E’ questa la zona della golena, con vista su specchi d’acqua naturali che si dividono tra argine, stradicciola, golena, spiaggetta e fiume. E c’è la vecchia fornace di laterizi, esempio di archeologia industriale, e poi si giunge ad uno spettacolo di canne palustri e piumini che in controluce donano un aspetto fiabesco.

    In riferimento dell’ex sito industriale della vecchia fornace Rdb, si era parlato anni fa nei programmi elettorali di alcuni gruppi politici: era stato inserito fra le priorità da realizzare. Per l’area veniva ipotizzata una trasformazione turistica sulla falsa riga di quanto è avvenuto ormai da anni a Porto Viro, dove è sorto il centro turistico nautico “Po di Venezia”.

    Un’idea questa da rilanciare. Opportunamente studiato, anche con accordo pubblico-privato, il sito potrebbe produrre uno sviluppo turistico non indifferente. Ed allora non solo la nascita di un approdo turistico, ma anche attività ad esso collegate come un eventuale piscina, attività di ristorazione, tempo libero e servizi. Tanti bei progetti, sui quali però da tempo si registra un silenzio assordante.

    Da ammirare i suggestivi tramonti sul fiume, particolarmente esplosivi proprio qui, dove si trovano un porticciolo con alcune barchette ed una panchina. Un paesaggio di grande fascino da valorizzare, iniziando magari con l’installazione di una adeguata cartellonistica indicante flora e fauna presente. Si può inoltre aggiungere qualche tavolo da pic-nic e cestini, in modo da andare nella direzione di offrire una dignitosa attrattiva turistica. L’area si presenta altresì come ideale scenografia anche per gli amanti della fotografia.

    Unico neo è l’inciviltà e la maleducazione umana, che andrebbe combattuta con severità. Lungo il percorso si trovano infatti sacchi d’immondizie, copertoni d’auto, oggetti in plastica, una bombola di gas da cucina e addirittura del pericoloso eternit. Al più presto, chi di competenza e dovere, dovrebbe prendere seri provvedimenti.

    La zona va salvaguardata e potrebbe davvero costituire un nuovo motivo di interesse naturalistico in un’area già compresa nel territorio del Parco Regionale Veneto del Delta del Po.

    Il nostro itinerario frattanto prosegue, arrivando quasi sotto il ponte “Brigata Cremona” che induce riflessioni legate all’ultimo conflitto mondiale. Ne abbiamo parlato nel n. 42 del Ventaglio (pag. 43), al quale rinviamo il lettore.

    Siamo al giro di boa del nostro itinerario. Risaliamo l’argine per imboccare la via del ritorno.

    Dalla strada sommitale si delinea con la sua suggestione il paese di Bottrighe dominato dal campanile su cui svetta l’angelo girevole. Imbocchiamo infine via Vittorio Veneto per far ritorno in piazza della Libertà.

  • San Nicola di Ca’ Venier

    San Nicola di Ca’ Venier

    “Ricorro alla giustizia di S.V. Rev.ma perché si compiacia di assegnare alli predetti habitanti esistenti dentro i confini di detti miei beni e Polesini di mia regione la Chiesa in titolo S. Nicolò che io sono per edificare nel Polesine dello Zocco di ridurli, separarli e di smembrarli dalla suddetta Chiesa di Contarina e di erigerla in Parrocchiale quella che deve da me edificarsi, che pure dovrà servire per me, miei figlioli, posteri, agenti e per tutti li habitanti in perpetuo in tutti miei Polesini Beni e luoghi.”¹

    Così scrive il Nobil Homo Nicolò Venier in data 2 agosto 1682, indirizzando la lettera al rev.mo vicario capitolare di Chioggia Eliseo Nordio. Il nobile veneziano chiede di poter erigere a sue spese una chiesa, con la chiara intenzione di farla diventare parrocchiale, cioè assegnandole un parroco che attenda alle funzioni religiose e agli altri uffici. Nella sua richiesta ha cura di elencare i disagi e le difficoltà in cui versava la popolazione per presenziare alla S. Messa a Contarina: innanzitutto la distanza, le condizioni atmosferiche, le strade impraticabili nel periodo invernale e l’attraversamento del fiume. In conseguenza a ciò, i giovani erano impossibilitati ad essere “eruditi nella Dottrina Cristiana” e, cosa ancor più grave, accadeva che talvolta gli abitanti della zona morissero senza ricevere i dovuti sacramenti.

    La famiglia Venier apparteneva al patriziato veneziano, infatti Nicolò Venier è detto Nobil Homo, titolo nobiliare spettante ai membri dell’aristocrazia al governo della città di Venezia, che, diversamente dalla nobiltà feudale, fondava il proprio potere sulla ricchezza dei commerci con l’Oriente. Non era cosa facile entrare in questo corpo sociale²: occorreva essere iscritti al Libro d’Oro, cioè un registro dei nobili gelosamente custodito a Palazzo Ducale. Tutti i legami familiari venivano verificati e ogni aspetto della vita del patrizio era attentamente sorvegliato e regolato dallo Stato.

    Le famiglie più antiche, che avrebbero eletto il primo doge, erano dette Apostoliche, erano 12 e tra queste troviamo i Tiepolo; insieme ad altre erano dette i “Longhi”, in quanto iscritti da lunga data; i Venier appartenevano ai “Corti”, perché entrate nel corpo della società nel Trecento. Nonostante ciò, la famiglia sosteneva di discendere dalla gens Aurelia della Roma classica, cui appartenevano gli imperatori Valeriano e Gallieno, e diede inoltre ben tre dogi alla Serenissima: Antonio Venier (62° doge), Francesco Venier (81°) e Sebastiano Venier (86°).

    Accogliendo la richiesta, il vescovo Mons. Antonio Grassi separò il territorio di Ca’ Venier dalla Parrocchia di Contarina e istituì la nuova Parrocchia di S. Nicolò, con un decreto del 5 febbraio del 1684. Don Paolo Calvi divenne così il primo parroco della nuova parrocchia.

    Nel suo scritto il nobile veneziano chiarisce molto bene le esigenze che lo spingono ad edificare la chiesa, ma, nella parte della lettera riportata dal canonico Ciriello, non si spiega perché voglia intitolare la nuova chiesa a S. Nicolò.

    Facendo qualche ricerca per trovare risposta, si scoprono cose inaspettate ed emergono legami interessanti.

    Innanzitutto va osservato come S. Nicolò sia altresì noto come S. Niccolò, S. Nicola Magno, S. Nicola di Myra e … S. Nicola di Bari. Esattamente il S. Nicola di Bari patrono dei marinai, bambini, pescatori, ragazze da marito, mercanti, commercianti e di chiunque si trovi in circostanze sfavorevoli, la cui ricorrenza viene celebrata il 6 dicembre, giorno della morte, presumibilmente avvenuta nell’anno 343, forse nel monastero di Sion. Secondo la tradizione furono attribuiti al santo numerosi miracoli compiuti sia in vita che dopo la morte. Nell’iconografia viene rappresentato con il mitra e il bastone pastorale, simbolo della carica di vescovo di Myra che ricoprì per acclamazione del popolo dopo la morte del predecessore, e tre sacchetti di monete, o anche tre palle d’oro, in relazione alla leggenda secondo cui per tre sere donò a tre fanciulle la dote salvandole dalla prostituzione e permettendo loro di maritarsi decorosamente.

    In effetti, appena si entra nella chiesa di Ca’ Venier, nella cappella a destra è collocata la statua del santo con il pastorale e un libro con sopra tre palle d’oro; sul soffitto della navata vi è dipinta l’Ascesa di S. Nicola (opera del pittore Bergamini di Ferrara, completata dal pittore Rino Guglielmo di Chioggia) dove appare con mitra e pastorale³, con cui è rappresentato anche nella pala d’altare del ‘600 fino a poco tempo fa posta sulla parete sinistra, a fianco di S. Agostino e accanto a Maria SS. Regina degli Angeli e dei Santi⁴.

    Dunque emerge una prima importante relazione: Ca’ Venier – S. Nicola – Bari. Ma cosa lega Ca’ Venier a Bari? Leggendo le vicende che riguardano il santo, la risposta è presto data: la storia di Venezia.

    Le spoglie del vescovo vennero conservate nella cattedrale di Myra fino al 1087, quando la città fu occupata dai Musulmani. Bari (che all’epoca era sotto il dominio bizantino) e Venezia, già rivali nei traffici marittimi con l’Oriente, entrarono in competizione per impossessarsi delle reliquie del santo. Nello stesso anno una spedizione di 62 baresi raggiunse Myra e ne trafugò i resti sepolti sotto l’altare maggiore. Ma i Veneziani non si rassegnarono, e quando si recarono a Myra durante la prima crociata (1099-1100), vennero a sapere che le cerimonie più importanti non venivano celebrate sull’altare maggiore della chiesa, ma in un ambiente secondario. Qui rinvennero una grande quantità di frammenti ossei, che attribuirono al santo; li portarono a Venezia e li posero nell’Abbazia di S. Nicolò presso il Lido.

    Secondo una leggenda, fu la famiglia Zancaruol che fondò il convento e la chiesa, dedicandoli al vescovo santo in un’epoca che risalirebbe alla nascita di Venezia. Ancor oggi nelle acque antistanti si conclude la cerimonia dello Sposalizio del Mare, dove viene recitata la preghiera affinché “per noi e per tutti i navigatori il mare possa essere calmo e tranquillo”.

    Un auspicio questo che hanno sempre fatto proprio anche i marinai del delta, pronti nei momenti di difficoltà ad invocare il santo a cui è dedicata la chiesa di Ca’ Venier.

  • Un monumento per A. F. Farsetti

    Un monumento per A. F. Farsetti

    A Donzella di Porto Tolle, giovedì 7 settembre 2012, in occasione dell’apertura della 49° fiera del Delta, ha finalmente trovato un’ idonea collocazione – dopo anni di indugi e ripetute traversie – la settecentesca statua del nobile Antonio Francesco Farsetti.

    Per dare adeguata visibilità alla storica scultura e conferirle una valenza monumentale è stata studiata dall’arch. Bardella e dall’ing. Mancin una struttura tubolare in vetro e metallo a forma di piramide, atta anche a proteggere la statua dell’illustre personaggio, posizionata su un basamento di marmo.

    Un monumento composito, dunque, collocato a Donzella in piazza Primo Maggio, inteso a conferire anche una dignità artistica alla località e alla sua piazza. Un progetto di valorizzazione, in cui le geometrie lineari dei materiali moderni protesi verso l’alto (il vertice della trasparente piramide si alza di oltre otto metri dalla base) si rivelano del tutto idonei, nella loro essenzialità non impattante, a confrontarsi con lo stile settecentesco della statua. La trasparente slanciata piramide, elemento innovativo per il Delta, si prospetta con una valenza positiva (anche nel contesto dell’ampia piazza) e si configura come una sorta di guscio protettivo, quasi a voler difendere la “preziosa” scultura da future traversie.

    Già perché la storia recente non è stata sempre benigna con la settecentesca statua. Ne abbiamo parlato tempo fa, nel n. 27 di questa rivista, luglio 2003, (Sulle tracce di A. F. Farsetti di Luciano Scarpante, pag. 20 e successive). Si è ricordato lo scempio dell’irrispettoso abbattimento della antica chiesa di Donzella, senza nemmeno considerare di salvaguardare alcuni importanti beni storici.

    In primis proprio la statua oggi divenuta monumento, effigie del “fondatore” della zona: A. F. Farsetti, appunto, il quale – acquistata nella seconda metà del ‘600 una vasta area paludosa dal demanio della Serenissima – provvide ad interventi di bonifica al fine di rendere il territorio produttivo. E ben presto vi costruì una casa-fattoria denominata “Alba” (utilizzata dall’illustre personaggio soprattutto nel periodo di caccia) che divenne riferimento primario e simbolo della nascita della comunità di Donzella. Toponimo quest’ultimo che si dice derivare dalla nubile figlia del Farsetti, la quale ripetutamente frequentò il paterno possedimento deltizio. E che la leggenda vuole abbia finito tragicamente i suoi giorni immolandosi nelle acque del Po, non trovando requie alle pene di un amore non corrisposto, oppure impossibile, stante la distanza sociale che l’avrebbe separata dall’amato.

    Ma torniamo alla travagliata vicenda della storica scultura, per ricordare come l’abbattimento della antica chiesa di Donzella (i cui resti furono impiegati per rinforzare l’argine sinistro del Po di Gnocca) produssero anche il seppellimento della statua. Della quale però, durante una eccezionale magra del fiume, nell’agosto 1983, apparve il basamento, dando luogo ad una repentina azione di recupero (prima che il Po riprendesse possesso del suo alveo) conclusasi… con una multa comminata al principale animatore dell’azione di salvaguardia, il dott. Claudio Modena.

    Dell’incredibile quanto incresciosa vicenda vissuta da Claudio Modena, personaggio sicuramente amante del delta, autore fra l’altro di diverse importanti pubblicazioni di carattere storico, si è parlato nel succitato n. 27 del Ventaglio, a cui si rimandano i lettori.

    Ma la storia qualche volta può essere riparatrice, sia pur a distanza di tempo. Cosicché, nella giornata dell’inaugurazione del monumento, al tenace difensore del delta, autore primario del recupero della statua, è stata finalmente resa giustizia, essendogli riservato il fatidico momento del taglio del nastro. Presenti all’evento molte autorità: il sindaco di Porto Tolle Silvano Finotti, il vicesindaco di Porto Tolle Massimino Zaninello, la presidente della Provincia di Rovigo Tiziana Michela Virgili, con l’assessore provinciale Claudio Bellan, il vicepresidente della Fondazione Cariparo Fioravanti, altre personalità, oltre alla cittadinanza.

    L’auspicio è che ora la statua abbia finalmente giorni più tranquilli e si leniscano anche le polemiche (non del tutto infondate) nate dal lievitare dei costi della realizzazione per la più volte rinviata esecuzione dell’opera, costata complessivamente oltre 180.000 euro, di cui 149.000 giunti dal provvidenziale sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo.

    Da parte sua Luciano Scarpante, autore del citato articolo, che più volte si è interessato al problema di un’idonea collocazione della statua del Farsetti, dando vita nel 1998 anche ad un convegno a cui parteciparono personalità di spicco del mondo culturale (tra gli altri Loris Vedovato, autore della storia della famiglia Farsetti, Claudio Mancin, Giorgio Celli, Elios Andreini e l’avvocato Luigi Migliorini) propone che la realizzazione del monumento non sia un fatto isolato, ma un atto significativo per rilanciare la ricerca delle nostre radici e ricostruire la storia locale.

    In particolare egli richiama l’attenzione sulle numerose corti rurali da salvaguardare e valorizzare. “Problema urgente – sottolinea – perché oggi rimangono pochi elementi: c’è stato un periodo nel quale tutto veniva distrutto (i nobili veneziani per tanto tempo sono stati visti unicamente come sfruttatori della popolazione locale) e ancora oggi la maggior parte degli edifici che testimoniano la presenza veneziana nel Delta sono in condizioni precarie se non in uno stato di totale abbandono e mancano progetti per il loro recupero”.

  • La torre della Cattedrale di Adria

    La torre della Cattedrale di Adria

    I recenti lavori di consolidamento della torre campanaria della Cattedrale di Adria hanno irrobustito adeguatamente la struttura, che ha superato indenne le avversità delle ripetute scosse telluriche del maggio e giugno scorso.

    Circa la storia del bel campanile non abbiamo molte notizie. Vi è tuttavia incisa una iscrizione molto significativa che riporta in latino gli elementi essenziali del manufatto. Ecco il testo nella traduzione in italiano:

    QUESTA SACRA TORRE E’ STATA ELEVATA A GLORIA DI DIO OTTIMO MASSIMO E DEI SANTI PIETRO E PAOLO PIETRO CON LA CHIAVE CI APPORTI OGNI BENE PAOLO CON LA SPADA ALLONTANI OGNI MALE ANNO 1686

    La imponente struttura, che si eleva per circa 60 metri sulla città, è a pianta quadrata con cella aperta da finestroni arcuati a tutto sesto e cuspide a cipolla poligonale rivestita di rame, sopra la quale si erge la statua in bronzo dell’Apostolo Pietro originario patrono della Cattedrale. Un’opera questa della Fonderia F.lli Pagan di Verona realizzata nel 1965, mentre il rifacimento della cuspide, attuato nello stesso anno si deve all’impresa CIRMA, del comm. Navicella di Bottrighe.

    Contemporaneamente a questi interventi l’allora Arciprete mons. Pietro Mazzocco volle provvedere anche alla sistemazione del castello e all’elettrificazione del movimento delle campane. Venne inoltre introdotta la quarta campana, solennemente battezzata dal Vescovo ausiliare della Diocesi mons. Marcello Rosina il 12 agosto 1965.

    Altri lavori vennero eseguiti una trentina di anni dopo: nel periodo 1990-1999 l’Arciprete mons. Lino Dalla Villa diede infatti avvio ai lavori di restauro e consolidamento della parte superiore della torre, rendendola sicura sotto l’aspetto edilizio ed architettonico.

    E veniamo ai nostri giorni.

    Ultimamente l’interna carpenteria metallica si presentava sempre più indebolita e pericolante con il rischio di cedimenti strutturali. Negli ultimi anni durante gli interventi di ordinaria manutenzione, la ditta Elettrojolly campane di Legnaro PD – che dal 1976 è incaricata del servizio assistenza – aveva fatto presente alla parrocchia le gravi condizioni della cella campanaria, eseguendo degli interventi tampone e di rinforzo al vecchio castello.

    Ormai la situazione si stava aggravando, e la ditta citata aveva consigliato di fermare le campane. Necessitava quindi un intervento urgente, finalizzato a mettere in sicurezza tutta la torre campanaria, con l’intervento di varie ditte, oltre all’Elettrojolly quali: Bertaglia Claudio di Bottrighe, Elettrotech di Padova e Boaretto Massimiliano di Adria, ben coordinati dall’arch. Mauro Scarpa.

    Il Sinodo Diocesano è stato l’occasione per pensare di intervenire anche sul campanile, dedicando particolare cura alla cella campanaria, con la sostituzione del castello portante delle campane.

    Nel progetto i carichi considerati sono stati dettagliatamente indicati nello studio tecnico relativo all’Analisi dei carichi; sostanzialmente essi hanno tenuto conto di vari fattori: pesi propri strutturali, carichi permanenti di esercizio, sovraccarichi accidentali, sovraccarichi per il vento e soprattutto per gli effetti sismici.

    Il nuovo castello è stato costruito in base alle dimensioni della cella campanaria a forma quadrata con le basi legate fra loro ed ancorate sui muri portanti del campanile alla base della cella campanaria, così da consolidare anche le strutture murarie della torre.

    Questa tipologia di soluzione è stata sicuramente messa a “dura” prova dal recente terremoto: grazie all’importante intervento nessun nuovo danno si è notato sull’alta torre campanaria. Sicuramente ha contribuito a tenere unito il manufatto anche la nuova carpenteria costruita secondo la normativa antisismica.

    Oltre ai lavori di consolidamento, va sottolineato l’arricchimento del patrimonio campanario con l’aggiunta di una nuova campana. Un’iniziativa questa che è stata decisa non solo a ricordo del grande avvenimento religioso del Sinodo, ma anche per migliorare il concerto di campane che si presentava incompleto e stonato.

    Con il nuovo bronzo è stato dunque ampliato il concerto, portato a 5 campane e perfettamente intonato in scala musicale diatonica.

    Con il ripristino della cuspide, il potenziamento del parafulmine, il rifacimento del castello di sostegno e l’introduzione della quinta campana – fortemente voluta dall’Arciprete mons. Mario Furini e benedetta dal Vescovo Lucio Soravito de Franceschi nella solennità di Pentecoste il 12 giugno 2011 – è stato finalmente reso possibile il tanto atteso suono delle campane in concerto, in una struttura consona.

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