Quando una disciplina studiata con passione incontra un animo predisposto all’insegnamento si crea un fortunato connubio di sacrificio e generosità. E’ questa una caratteristica riscontrabile in Raffaella Quaiotti, sia nell’ambito della sua produzione artistica, che nell’attività di docente e più in generale nel suo stile di vita.
Raffaella Quaiotti nasce il 26/05/1950, frequenta l’Istituto d’arte di Castelmassa dove acquisisce una formazione tecnica che va dalla decorazione pittorica a quella plastica e tessile nella realizzazione di tappeti e arazzi. Raffaella risiede a Badia Polesine e, dopo il diploma, lavora in diversi Istituti scolastici come insegnante di disegno geometrico e storia dell’arte. Verso la fine degli anni ‘70 avviene un cambiamento nella sua carriera con la legge 517 per il sostegno, una nomina annuale ad integrazione degli studenti diversamente abili … una scelta che ben presto si rivela un’autentica vocazione.
Raffaella è convinta che la diversità sia un bene per la società contemporanea troppo alienata e distratta, tesa alla perpetua omologazione di esempi spesso sbagliati. I giovani risentono di una “carenza di tolleranza e rispetto”, lavorare con persone diversamente abili aiuta a concentrare l’attenzione sul “concetto di persona”. Trattando l’argomento afferma che “il disabile, o ti annienta o ti fortifica, o entri in sintonia o no. La società ha il dovere di creare delle Persone, l’individualismo ed il relativismo sono mali contemporanei da abbattere”.
Dal 1979 Raffaella è insegnante di sostegno e dal 1980 lavora all’Istituto Comprensivo di Lendinara Alberto Mario, di cui condivide lo spirito e l’orientamento.
All’inizio della sua carriera ha fatto una scelta artistica basata sulla varietà di indirizzi stilistici. Per necessità di didattica ha dato respiro a tutte le tecniche apprese fino allora, dalla matita al carboncino, alla pittura a olio che sente più sua e che si dimostra il primo procedimento a cui si rapporta seriamente.
La varietà della sua produzione rende possibile una suddivisione stilistica in periodi che rappresentano dei reali passaggi di evoluzione artistica e un corollario di vicissitudini e sensazioni legate alla vita privata.
Il periodo della serenità d’oro e d’azzurro
A questa fase risalgono le opere della gestazione dal 1979. I toni del primo periodo si presentano tiepidi e meditativi, con forti componenti di azzurri sereni, ma sempre in tendenza di evoluzione cromatica.
Le tonalità scure e decise, che riflettono la serietà e l’intensità dell’artista, accompagnano da subito la sua produzione come elemento marginale sottacendo però una reale necessità di identificazione. Ivi è compreso un omaggio a Modigliani attraverso il cui esempio i colori si riscaldano e si intensificano nei messaggi finali e, come succede al grande maestro livornese, studia il volto non per amore di perfezione o per inseguire la schematicità del canone greco, ma per scoprire qualcosa di più immediato, l’essenza.
Il periodo della plasticità
Alla serenità degli inizi segue un periodo di vicende familiari particolarmente aspro, che incide notevolmente sul dato artistico quasi a voler materializzare un sentimento.
La pennellata diventa più veloce, decisa e meno evocativa nell’inconscia volontà di riflettere “Il temperamento femminile”.
Questa nota squisitamente autobiografica accompagna molta della sua produzione, a riprova di quanto l’arte sia un fenomeno terapeutico tanto per il destinatario, quanto per la mano che produce.
In questa fase tutto si fa più fisico e tangibile, il colore è steso con una morbidezza contenuta che non eccede e non intende dichiarare il risultato finale, nel dato estetico, perché i volumi sono come i sentimenti, hanno bisogno di manifestarsi.
La plasticità diventa l’elemento dominante che crea quel senso di concreto e dimensione, quella struttura di cui molto probabilmente l’artista sentiva il bisogno.
La quiete e la tempesta
Le vicende personali alternano momenti di fortissimo impegno a soddisfazioni, dolori, cadute e continui rialzi, in tutti i casi il comune denominatore è la dedizione.
L’arte si riflette in uno stile difforme in cui predomina la pittura a olio a cui si aggiungono altre tecniche miste, come la tempera e gli smalti, non per mera sperimentazione, ma come omaggio a un’arte più completa e un messaggio molto chiaro, la volontà di dare di più.
E’ il periodo del BLU, il colore tanto amato che si perde in mille gradazioni. Raffaella spiega: “il blu oltremare (non il blu cobalto!) è un colore intenso ed evocativo, risulta a tratti familiare, può osare singolarmente o essere mescolato ad altri come il blu di Prussia, la versatilità di questo colore lo rende unico”.
Il viaggio nella produzione di Raffaella Quaiotti è emozionante nella misura in cui si considera la persona e non solo l’artista. La sua dedizione totale al senso del Buono e del Bello da condividere rendono il suo percorso stilistico ancora più umanamente interessante.
Dietro tante sperimentazioni c’è una forte tensione verso l’insegnamento inteso come “partecipazione” e lontano dal puro dato professionale. L’arte è cuore e vita, lavoro e materia di studio, il suo ambito di indagine è talmente vasto che va dall’utilità sociale all’estetica pura.
Ritornare a fruire di questo straordinario e primordiale mezzo di comunicazione per ragioni di benessere sociale è quanto di più nobile una disciplina possa dare, e Raffaella Quaiotti ha dimostrato di saper ben interpretare questo impegno.
L’artista sarà presente in mostra alla Galleria Wikiarte nel centro storico di Bologna (presentata da chi scrive) dal giorno 8 al 20 giugno 2013.
Che sia arte o artigianato, o in bilico tra essi, la liuteria è una magia. Un incantesimo capace di trasformare un comune pezzo di legno in uno strumento unico ed irripetibile. Non una semplice tecnica, una vera e propria arte, che ancora muove le mani dei maestri liutai secondo schemi non troppo dissimili da quelli in uso nei secoli classici della liuteria (XVI-XVIII secolo).
L’attuale mercato offre, senza dubbio, strumenti di varia qualità prodotti in serie, eppure rimangono non pochi i musicisti che scelgono come loro strumento un’opera lavorata a mano e costruita su misura per loro. Ideata, disegnata, tagliata, incavata, scavata, incollata, levigata e pennellata soltanto per le loro esigenze. Uno strumento che già dal battesimo appartiene alla mano che lo suonerà, costruito attorno a lei e dedicato alla sua particolare tecnica. Pronto a diventare l’estensione della mano del musicista, quasi una parte del suo corpo, ad essere la vera e propria voce del magico e particolarissimo rapporto che sempre si crea tra il musicista e il suo strumento prediletto.
Ma prima delle mani che lo suoneranno, l’ancòra inanimato legno conosce le sapienti mani del liutaio che lo trasformeranno, un po’ come un Pinocchio, in una nuova creatura.
Non c’è bisogno di andare molto lontano per poter varcare la soglia di un laboratorio artigianale in cui nascono strumenti a corda e ad arco. Qui c’è tutto il fascino di un antro fatato, pieno di strumenti abbozzati appesi alle pareti, di legni appena tagliati in cui già s’indovinano il volto di una chitarra o la sinuosa sagoma di un violino, di vasetti di resine, vernici, colle e qualche schizzo, intriso di profumi freschi, caratteristici e suoni unici.
Il liutaio forse più vicino a noi abita a Ceneselli. Alberto Bonafini, nato da una famiglia di musicisti, incontra fin da subito le due muse che accompagnano tutti i liutai: la musica e l’arte.
Figlio di un tenore e fisarmonicista, Alberto Bonafini cresce in un ambiente traboccante di musica, mentre frequenta l’Istituto d’Arte di Castelmassa dove si diploma. Passa un lungo periodo in Inghilterra, dove ricorda di essere riuscito a comprare una chitarra che amava moltissimo.
La voglia di costruire uno strumento lo stuzzica sin dall’adolescenza (“dopo aver capito che non sarei mai diventato un chitarrista, ho cominciato a pensare alla liuteria”, scherza) ma è quando dal suo paese natale si trasferisce a Carpi che il suo sogno finalmente prende le ali.
Nella cittadina modenese incontra Lorenzo Frignani, che Alberto definisce “uno dei migliori liutai in Italia e nel mondo”, punto di riferimento internazionale per la valutazione di strumenti a corda e ad arco. Frignani accetta di aiutare Alberto nel suo percorso: lo sostiene e lo consiglia, lo corregge e lo aiuta, controllando ogni dieci giorni la progressione dei suoi lavori.
Il primo risultato è incoraggiante, e da quel momento Alberto non si ferma più. Sente la spinta a sperimentare, imparare, leggere, verificare. E così continua a creare strumenti e a migliorare pezzo dopo pezzo, interpellando altri liutai, chiedendo consigli e suggerimenti, studiando libri e scorrendo riviste per tenersi aggiornato e accogliere nuovi spunti. E anche ad avvicinare dei giovani a questa particolare forma d’arte, cosicché qualche anno fa ha organizzato un corso di liuteria nell’Istituto d’Arte di Castelmassa, dove a suo tempo anche lui si è diplomato.
Da trent’anni a questa parte la passione di Alberto per la liuteria si è presa tutto il suo tempo libero. “Non è un’attività che, da sola, può dare da vivere”, dice con rammarico. L’attuale crisi, poi, arriva a farsi sentire anche in questo settore. Le industrie produttrici di strumenti si affidano alla catena di montaggio: costi bassi e grandi numeri. Invece delle mani bastano le macchine, certo più rapide e precise fino al centesimo di millimetro, ma inevitabilmente fredde e impersonali. Ci sono macchinari complessi, tecnologicamente avanzati a lavorare al posto del liutaio. Si inserisce un pezzo di legno ed esce una chitarra, pronta per essere venduta ad un prezzo invitante, specie a chi muove i primi passi nella musica e non ha particolari esigenze.
“Ad un liutaio – spiega Alberto – serve non meno di un mese per portare alla luce una chitarra, ed è sempre conveniente costruirne due alla volta: mentre si attendono i tempi di essicazione sull’una si lavora sull’altra”.
Esistono segreti del mestiere che non si possono svelare? Alberto sorride: “Nessun segreto. Non ci sono segreti tra noi liutai. Si è sempre disponibili a comunicare le proprie scoperte per facilitare il lavoro agli altri. Colle, legni, modi di piegare le assi…non c’è mai alcun problema ad aiutarsi a vicenda”. E si indaga per trovare il legno migliore come uno scultore cerca il marmo più adatto per iniziare la sua opera. Ogni legno ha una diversa proprietà di trasmettere un suono e non si può che restare ammirati di fronte alla profonda conoscenza che un liutaio acquisisce al riguardo, sentendolo enumerare le qualità di legni come il cedro, il cocobolo, il palissandro, il noce, il wengè oppure l’acero, il pioppo, il tasso, il bosso, il cipresso. Ogni albero ha una voce, dunque, e il liutaio è colui che sa farla emergere.
Il legno sembra cantare nella chitarra Parlor che Alberto tiene ora in mano, una delle sue creature preferite, una splendida sintesi di wengè, mogano, ebano e abete, con una catenatura studiata ad hoc. “Una chitarra che pur avendo una cassa molto piccola ha la caratteristica di avere un attacco immediato. Se la si suona per un po’, inizia a prendere armonici e tonalità dolcissime, che adoro. Si sa, dopo aver suonato per una mezzora il legno si muove e suona molto, molto meglio di quando si è iniziato”, spiega Alberto.
Sono circa un centinaio le chitarre che Alberto ha costruito nei suoi trent’anni di attività. Non solo chitarre, in realtà, ma anche violini, bassi, una bellissima mezza lira, rullanti di batteria (molte volte anche per il batterista di Ligabue). Ma sono alcune delle sue chitarre ad avere avuto un particolare destino, come quella andata allo storico chitarrista del Banco del Mutuo Soccorso, Rodolfo Maltese o le chitarre suonate da Tommy Emmanuel, Alex De Grassi, Martin Taylor (“un evento che mi ha veramente commosso”, confessa Alberto che ha incontrato il grande chitarrista all’Adgpa Convention di Conegliano Veneto, una manifestazione tutta dedicata al mondo della chitarra).
Una soddisfazione unica, per un liutaio, quella di vedere uno dei musicisti preferiti innamorarsi di uno strumento realizzato dalle sue mani. Unico ed irripetibile. Peculiare ed inconfondibile, come il tocco di un musicista su una corda. Diverso da ogni altro al mondo.
“È questa consapevolezza che mi ha sempre impedito di acquistare macchinari per facilitare, in parte, il mio lavoro. Se alle mie dita si sostituisce una macchina, il prodotto finito perde di originalità. È solo un altro prodotto standard, uguale, identico ad altri. Questo esula dalla mia filosofia. Preferisco accontentarmi di realizzare magari soltanto due chitarre l’anno, ma per darle in mano a musicisti che le useranno come loro primo strumento”, commenta Alberto.
Ed è difficile pensare che una chitarra come quelle in lavorazione nel suo laboratorio non possa diventare la preferita di un musicista dal palato fine. Non solo per la bellezza esteriore, per la precisione degli intarsi di legno e madreperla, o per la fantasia (una di esse è, ad esempio, dipinta a mano, una natura morta sulla tavola armonica), ma soprattutto per il suono cristallino, pulito e limpido. Un suono inconfondibile che sa parlare all’orecchio esperto di un musicista, che ha suonato tanti strumenti e ne ha conosciuto le voci, ma cerca da tempo lo strumento capace di dare vita al suono che da sempre vibra nella sua mente. Lo strumento passa così nelle mani del musicista, abbandonando le mani quasi paterne di chi l’ha immaginato, progettato e creato e vi ha inciso una R stilizzata (da Rimes, secondo nome di Alberto) in bosso come firma.
Merita sicuramente una visita il curatissimo sito internet di Alberto, che offre una superba galleria fotografica di molte sue creazioni: www.albertobonafini.com
Tanti i visitatori e i rappresentanti della cultura che hanno gremito gli eleganti ambienti della Galleria “Il Melone” di Rovigo, in occasione della mostra fotografica del prof. Antonio Dimer Manzolli, promossa nello scorso mese di febbraio dal Circolo Amici dell’arte e dal Circolo Arti Decorative.
Presente anche il sindaco Bruno Piva che, salutando il pubblico, ha ricordato, con velata commozione, la scomparsa del concittadino Ilario Bellinazzi, figura di spicco della politica cittadina che tanto ha operato per la promozione dell’arte e del territorio: sicuramente sarebbe stato tra gli estimatori dell’apprezzato incontro culturale.
“Un anno nel delta del Po”, questo il titolo della mostra fotografica, ma poteva anche titolarsi Una vita nel Delta: quella vissuta, nell’incedere delle stagioni, dal prof. Manzolli, nato a Papozze, cittadina che sorge sulle rive del grande fiume, personaggio di riferimento del Delta polesano, già Presidente dell’Ente Parco Regionale Veneto del Delta del Po dal 2002 al 2005 ed attualmente Presidente dell’Accademia del tartufo del Delta del Po. Immagini autentiche, “tagliate” per dar più enfasi, maggior risalto al paesaggio – ha commentato Sergio Garbato nella sua presentazione.
“Fotografo quello che vedo” gli ha fatto eco Manzolli nel succedersi dei giorni, delle stagioni, degli anni.
Un rincorrere la luce, che disegna ogni visione nel mutare di bagliori, riflessi, colori, toni. E a questo proposito l’artista Giosetta Fioroni, ottant’anni, vissuti intensamente fra pittura, scultura e fotografia, afferma che: “la luce quando passa lascia una traccia”, e Manzolli con il suo sentire il Delta, con il suo essere dentro il paesaggio la sa catturare nelle albe, negli abbagli del sole a picco, al tramonto, nel mutare del tempo, nel sorprendere l’attimo che scorre incessante.
Come per il grande poeta veneto Zanzotto, cantore del paesaggio, anche il nostro fotografo è particolarmente affascinato dal Delta del Po, area di pregio ambientale e patrimonio dell’umanità; ne respira la vita e, con le sue immagini fotografiche, ci propone questo lembo di territorio come paesaggio dell’anima.
Ma come è nata in Dimer Manzolli la passione per la fotografia? Lo chiediamo all’autore dell’apprezzata mostra.
“A dire il vero, ho iniziato molto presto, tanto che ai tempi dell’università con un amico avevo una piccola camera oscura per la stampa in bianco e nero. Poi ho smesso per impegni di lavoro e altro. Con l’arrivo delle digitali ho riscoperto la passione, ed ora ho sempre la macchina fotografica con me. Con l’aiuto di Internet, ho un solo scopo: contribuire a far conoscere la mia Terra, il Delta del Po”
C’è un suo scatto del Delta di cui va particolarmente orgoglioso?
“Ormai avrò 10/15 mila scatti e faccio fatica a dire quale mi piace di più. Se dovessi proprio scegliere, direi la foto del gabbiano che spicca il volo da una briccola sul Po di Levante. Dico questa non perché sia la più bella ma perché ci vedo la libertà. Io credo che il Delta vada visitato in libertà senza una meta prefissata, basta prendere una stradina, un corso d’acqua, un argine e lasciarsi trasportare dal fascino della natura”.
Negli ultimi anni, grazie anche all’amore di molti appassionati della “terra dei fiumi”, è cambiata considerevolmente la percezione del Polesine, un tempo visto come territorio marginale e di scarso interesse. Ma si può fare di più. Quali iniziative andrebbero a suo avviso ulteriormente incentivate?
“Forse ancora oggi ci consideriamo marginali rispetto ad altre località turistiche, ma non abbiamo nulla da invidiare a nessuno. Siamo l’area umida più importante d’Italia e tra le più interessanti d’Europa, abbiamo oltre 370 specie di uccelli, su poco più di 500 presenti in Italia, un vero paradiso per gli amanti del birdwatching, ottimi prodotti di terra e di acqua con marchi Dop e Igp, un territorio che offre una notevole biodiversità, una ristorazione di qualità, spiagge incontaminate. Io credo che basterebbe aver maggior consapevolezza delle potenzialità della nostra terra e soprattutto imparare a fare squadra”.
“Dipingere è un piacere per me stesso. Mi piace trasmettere un’emozione agli altri, cercando di tradurre sulla tela ciò che vedo e sento”.
Giorgio Stocco spiega così il senso della propria arte, dove cerca “di rappresentare sempre il bello, anche se si tratta di oggetti semplici, quali frutta, bicchieri, vasi”, prediligendo una pittura “iperrealista” su acrilico. Nulla di statico, di già visto, di scontato.
A parlare sono sempre le emozioni. Un paesaggio deltizio, una manciata di ciliegie nel cesto, un muro che racconta la vita, su cui si è posata una candida farfalla. Quella proposta da Giorgio Stocco è una magia non tanto dal sapore fiabesco, quanto piuttosto concentrata nella capacità del pittore di far apparire, risaltare, amplificare il valore delle piccole cose, che risvegliano sentimenti, sensazioni, attimi perduti, dentro di noi. E’ come fuggire dalla città, per ritrovare dentro se stessi ed esprimere all’esterno, i luoghi dell’anima.
Le nature morte sono perfette riproduzioni di frutta e di qualche fiore, capaci di sembrare oggetti tridimensionali, pronti da cogliere allungando la mano. Il bicchiere di vino è posato mezzo vuoto sul tavolo, le ciliegie sono sparse sulla tovaglia… segnali della presenza umana. La voce dell’uomo si percepisce in lontananza, fuori dalla visione della tela, che mette in primo piano una tavola apparecchiata, ma non troppo composta. Perché la mano dell’uomo si è data da fare, distribuendo sul piano bianco qualche ciliegia, un fiore tolto dal vaso, il cavatappi con cui è stata appena aperta una bottiglia di vino rosso…o una biglia colorata, posata vicino a un portafrutta, quasi a significare l’attesa di un bimbo che, allungando la mano verso il tavolo troppo alto, ha lasciato un segno vitale di sé, prima di riuscire a prendere ciò che gli stuzzicava il palato.
Anche un sacchetto sgualcito e non gettato, che accoglie morbidamente alcuni fichi maturi, rappresenta un frammento di vita che suscita l’attenzione del pittore: è il momento quotidiano del ritorno dal mercato, l’attimo in cui il frutto è posto, quasi in senso contemplativo, su una tovaglia di fortuna, adorna delle sue foglie ormai appassite. Una visione, prima di affidarlo al palato nel rito del gustarne la polpa.
Giorgio Stocco è inoltre abile nel ritrarre scorci di paesaggi vicini al mare, i campi assolati, il regno di mille fiori colorati, o i bianchi muri dei paesini del meridione. Le sedie e gli sgabelli di paglia, sono anch’essi luoghi soltanto apparentemente abbandonati.
Nei quadri dell’artista rodigino sono assenti le persone, ma la presenza dell’uomo si indovina: non è diretta, è piuttosto riscontrabile nella traccia di una attività conclusa oppure interrotta, di un lavoro, o anche di una sosta oziosa in riva al mare a leggere un giornale, o ancora del bucato pronto da stendere su quel filo, dove le mollette attendono indolenti che il bianco delle lenzuola svolazzi al sole, dando luce e vitalità a una cupa esistenza (quello sfondo nero come la notte) se non vissuta valorizzando la quotidianità che in Stocco diviene arte.
Primo di quattro fratelli, nato ad Adria l’11 ottobre 1911, Amerigo Zambon, figlio di Nicola Angelo e Amalia Mainardi, studiò presso il Regio Ginnasio Carlo Bocchi di Adria e successivamente si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza di Padova. Contemporaneamente partì per il Corso Allievi Ufficiali tenutosi a Palermo, nella Scuola di Fanteria, all’epoca comandata dal Colonnello Annibale Bergonzoli.
Il 15 giugno 1933, nominato Sottotenente di fanteria, raggiunse il 58° Reggimento per compiervi il servizio di prima nomina, quale specialista in difesa chimica.
La vita di guarnigione passò presto, ed il Reggimento lo congedò il 1° luglio 1934. Al rientro ad Adria, per una normativa allora vigente, si propose quale insegnante di “Materie Militari”presso gli istituti scolastici superiori, ma fu tutto vano.
Venticinquenne, nel 1936 si sposò con Wilde Verzola a Pincara, mentre continuava la sua carriera militare, cosicché l’anno dopo fu promosso Tenente. Nel 1939 fu richiamato per mobilitazione parziale presso il 4° Reggimento.
Con l’inizio della Seconda Guerra Mondiale, sarà di nuovo alle armi raggiungendo a Fano il 94° Reggimento. Successivamente fu nel 12°, nel 28° e nel 311° Reggimento mobilitato per giungere, infine, in zona di operazioni nei Balcani. Il 1° gennaio 1942 fu promosso Capitano.
Sottrattosi alla cattura in seguito agli eventi sopravvenuti all’armistizio dell’8 settembre 1943, fece rientro in Patria dodici giorni dopo. Il 27 aprile 1945 fu preso nella forza, in congedo, del Distretto Militare di Rovigo (e successivamente al Distretto Militare di Padova).
A guerra abbondantemente finita, gli venne attribuita la qualifica di 1° Capitano, fu promosso Maggiore a titolo onorifico e gli fu concessa anche la Croce al Merito di Guerra. Una onorificenza questa che, debitamente incorniciata con il relativo diploma, egli tenne sempre dietro la scrivania del suo Studio Legale, unitamente alla sciabola d’ordinanza.
Nel frattempo si era infatti laureato in legge e nel 1946, nello stesso giorno, fu ricevuto sia nell’Albo dei Procuratori Legali che in quello degli Avvocati. Prese studio prima nel centralissimo corso Vittorio Emanuele II, a poca distanza dall’allora Pretura adriese, per trasferirsi, agli inizi degli anni Cinquanta, lungo il Canal Bianco, al civico numero 2 di riviera Roma.
Con il tempo Amerigo Zambon divenne Patrocinante in Cassazione e si affermò tra i più raffinati civilisti. Per il rigore morale, per l’alta professionalità e per la grande stima nutrita nei suoi confronti da tutto il Foro polesano, fu chiamato alla presidenza dell’Ordine degli Avvocati di Rovigo.
Contemporaneamente, e per diversi anni, fu anche presidente della Pro Loco di Adria (1966-1975), del Rotary Club (1973-1974) e non solo membro, ma anche presidente, di alcuni consigli d’amministrazione di istituti creditizi.
Da sempre aderente all’U.N.U.C.I., si iscrisse di nuovo nel 1947, dopo le mutate vicende istituzionali. Nei primissimi anni Sessanta ricevette la croce di Cavaliere, poi quella di Cavaliere Ufficiale ed infine, negli anni Ottanta, fu nominato Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.
Proprietario terriero, sentì sempre un profondo legame con la terra veneta, e polesana in particolare, tanto da ricoprire impegnative cariche sociali in seno alle associazioni del settore, impegnandosi anche a livello nazionale.
Una vita impegnata la sua, fino alle ultime giornate della sua esistenza che venne meno il 7 novembre del 1991 quando, dopo un brevissimo ricovero, morì ad Adria, presso il locale Ospedale.
Le esequie, celebrate nella Cattedrale ed officiate da Monsignor Lino Dalla Villa, videro un grande concorso di famigliari e parenti, ma soprattutto di amici e colleghi avvocati di cui ne era il decano. Fu poi tumulato nella cappella familiare che aveva fatto erigere nel cimitero comunale dove aveva riunito tutti i suoi cari. Ora riposa accanto alla moglie (25.1.1912 – 15.1.1998).
Per l’attività di legale gli sono state dedicate due lapidi: una presso il Tribunale di Rovigo ed una seconda presso l’ex Pretura adriese.
Un ricordo dell’illustre cittadino si è tenuto sabato 10 novembre 2012, con il concorso del comune di Adria, dell’Ordine degli Avvocati della Provincia di Rovigo, dell’Unione Nazionale Ufficiali in congedo d’Italia, dell’Associazione Pro Loco e di BancAdria. Significativo il momento dello scoprimento di una lapide dedicatoria proprio nel palazzo dove ebbe studio per decenni. Questo il testo: “In questo palazzo / visse ed operò / Amerigo Zambon / Illustre Avvocato ed / Insigne Cittadino Adriese”.
Uno degli aspetti più affascinanti nel campo della divulgazione letteraria è dato dall’opportunità di poter stabilire legami con personaggi mai personalmente conosciuti e che, grazie a fili annodatisi nel corso degli anni in maniera apparentemente casuale, possono divenire amichevoli presenze, mute ma altrettanto loquaci nelle pause di solitaria riflessione.
E forse non è, appunto, per me casuale che l’idea di ricordare un poeta lendinarese affiori alla mente in questo 2013, anno del centenario della sua nascita.
Angelo Rasi, nacque il 20 agosto 1913 a Lendinara in Via di Mezzo (in seguito rinominata nelle attuali via Adolfo Rossi e S. Sofia) e si trasferì in giovane età a Milano dove formò la sua famiglia e, dopo precedenti impieghi, svolse con impegno e amore una trentennale attività di insegnamento nella scuola primaria. Attività che gli valse consensi ed anche un prestigioso attestato di benemerenza civica, ottenuto qualche anno prima di concludere la sua vita a Chiaravalle (Milano) il 14 aprile 1984.
Da ragazzina, con l’attitudine tipica dell’età che probabilmente mi predispose favorevolmente alla successiva lettura dei suoi componimenti, mi colpì una fotografia di Rasi, poco più che ventenne, nella quale colsi la tristezza dello sguardo, unita alla volitiva eleganza dei tratti.
Cominciai a conoscerlo attraverso l’“Almanacco Veneto” di Angelo Savaris, associandolo talvolta a quest’ultimo, senza ancor nulla sapere dell’amicizia che li legava e di quell’empatia letteraria che sovente può instaurarsi tra personalità che presentano qualche similitudine. E nel nostro caso anche una singolare coincidenza nel nome di battesimo: due “angeli polesani”, dunque, le poesie dei quali hanno trovato sicura accoglienza nel mio cuore.
Molto è stato scritto su Rasi; ciò che personalmente ho avuto modo di leggere a riguardo (oltre alle recensioni, le presentazioni e i poetici ed elegiaci ricordi permeati di autentico affetto dell’“Almanacco”) è racchiuso nel pregevole volume “Angelo Rasi – Antologia Poetica”, curato da Gaetano Romanato, edito dalla Biblioteca Comunale “G. Baccari” di Lendinara, in cui l’accuratezza e fedeltà di sintesi hanno, a mio avviso, raggiunto la loro massima espressione.
In ogni singola poesia, ho ritrovato i frammenti dell’animo complesso del poeta lendinarese; versi che, sempre e puntualmente, hanno ricondotto le mie sensazioni all’univocità di giudizio, non tanto perché tale operazione potesse in qualche modo rientrare tra le mie velleità, quanto per una sorta di personale verifica della prima impressione.
Pur nella parzialità dei componimenti di mia conoscenza, in italiano e in vernacolo, inseriti in raccolte quasi introvabili, edite (tranne la prima) dalla Casa Editrice “De Silvestri” di Milano, la figura di Rasi emerge senza particolari contrapposizioni relative ai periodi di fertilità artistica. Le contraddizioni dell’uomo “normale”, permeano la sua riconoscibile poetica dando voce ai sentimenti, ai dubbi e risentimenti del lettore che, pur comprendendone la profonda essenza, non dispone di tale incisività e maestria di linguaggio.
Nonostante il suo precoce trasferimento in terra lombarda, la città natale rimane nel cuore di Rasi, intatta e cara, malgrado qualche, non sempre bonario, rimbrotto verso i suoi abitanti “ciancia un’accolta imbelle e farisea…” (Lendinara, da Cenere, 1965); “Lendinara! Lo sa Domenedio / le carognà continue e le batoste / che, par colpa de tante facie toste, / par dies’ani e de più me son sorbìo”. (1929 – 39, da Bepe Gagiardo, 1972), la gente del “Pincio lendinarese” (da Buti e sprochi, 1966) che “no’ i gaveva né servi né paron”, mostrando il segno tangibile che la tanto declamata sua ribellione altro non è che l’anelito all’ideale di autentica espressione di umanità.
Nella sua città, i testimoniati trascorsi fasti riecheggiano sull’onda del rimpianto e dei momenti vissuti con la consapevolezza di un ipotetico declino, legato – mi piace pensare – principalmente ad un tipo di civiltà che del progresso non è riuscita a neutralizzare i risvolti negativi.
Non ho avuto la fortuna di conoscere personalmente Angelo Rasi, ma in particolare credo di avere condiviso con lui la sofferenza per l’impietosa condizione di un animale tra quelli a me più cari: un cane, costretto dagli insensibili proprietari a vivere in un’assurda condizione di prigionia. Una vicenda che colpì molto anche l’altro Angelo, (Savaris, altrettanto compianto e stimato) che nel numero 31 dell’“Almanacco Veneto” accolse la poesia di Rasi (la prima che in queste pagine pubblichiamo) dedicandole anche un ampio commento. La pietà di Rasi verso queste creature ha amplificato la mia considerazione nei suoi confronti, persuadendomi del fatto che simili atteggiamenti non sono sintomo di insana fragilità. Una profonda ammirazione assoggettabile, forse, ad un fortuito imprinting e ad un’evanescente alone di campanilismo che vecchie ma ben ancorate radici trattengono, ora, con maggior vigore di un tempo.
UN SPECIO
(Da “Bepe Gagiardo” del 1972)
De tanto in tanto, senza ‘na rasón, ché tuto me va liscio come l’oio, me salta adosso…a no’ so che, un magón, ‘na gran voia de pianzare, lo stesso.
Parchè nessun, in casa, staga in pena, a me ritiro a pianzare nel cesso.
Soltanto alóra, come dentro al specio me vardo e studio come fosse un altro, go compassión de mi, come d’un vecio.
E taco a lagrimar come un vedelo, fin che no’ sento in boca el gusto, el sale de le lagreme fate da putelo.
Ma apena me moiere la me ciama, me sugo i oci, in pressia, co’ ‘ste man che no’ sento più mie, ma de me mama.
INCONTRI TRA BESTIE
(Da “Acido acetico”, Epilitri, Almanacco 1980)
Mai se gavemo visti, mai incontrà pure el m’è corso incontro a farme festa, par la gioia, sbavandome le man. Me son comosso; un fià de la pietà che gò zercà nel mondo la me resta nela misericordia de ‘sto can.
LA BORELA
(Da “Sbrindoli” del 1969)
Ghé un silenzio de ciesa ne la stala. Stamatina, bonora, la borèla la ga fato un bisìn. Dentro le poste, tase el somaro, el pulierìn, le vache. Tuto xe chieto, tuto, unquò, xe neto, come un presepio. La borèla se leca el so bisìn.
ÀLBARI
(Da “El varsuro, 1973)
Solo ‘na roba invidio al mondo, assè: i àlbari! No’ i caga, no’ i barufa; gnanca da morti i spuzza, no’ i se stufa de star chieti, inpiantà, dove che i xe.
Senza savere gnente de morale i cresce driti, i varda solo in cielo; dei mestri da ciapare par modelo, dei mestri veri e no’ dei contabale.
MARINAIO E SOLDATO
(Da “Deserto” del 1980)
Erano mari le pozzanghere in cui, bambino, varavo le mie barche di giornale, e spade micidiali i rozzi legni che brandivo in corsa, vociando, con i compagni, a gara.
Fu «tutto» il mio servizio militare.
Per quella ingenua recluta, devota ad una patria che non ha confini: la fantasia, ho tenerezza e orgoglio.
La mia patria è di là da ogni confine.
XV
(Da “Calligrammi”, senza data)
Monastico il giardino, ma selvoso a me pareva, come una foresta, tanto fertile il sogno, immaginoso. Là nacquero i miei sogni di protesta, là crebbe il mio dolore silenzioso, là rovinò segreta, la tempesta che ancora mi dilacera e ha corroso la giovinezza, breve dì di festa.
Sostavo, a notte a lungo, alle finestre a contemplar le stelle, ad ascoltare, quasi rapito, l’ansito silvestre della campagna prossima, a pensare sul mio fatuo destino di terrestre, sull’essere e il non essere, a tremare.
All’inizio del ‘900 la tecnologia nascente e la velocità esercitavano il fascino di un mondo che stava cambiando più rapidamente di quanto mai fosse accaduto in tutta la precedente storia dell’uomo, con quelle accelerazioni al progresso che avrebbero segnato ancor più la seconda metà del secolo scorso con l’avvento dei computer.
A quel fascino i più coraggiosi non seppero resistere, e uno di questi fu Giovanni Monti, grande figura dell’aviazione, nato in Polesine, ma poco menzionato perché l’interesse degli appassionati si è per lo più concentrato sull’altro grande personaggio polesano dell’aviazione del primo Novecento: Umberto Maddalena, che in una grande carriera in volo ebbe anche l’occasione e la capacità di ritrovare i superstiti del dirigibile Italia del comandante Nobile, al Polo nord.
Il sapore della sfida, però, fu troppo presto amaro per Monti, che morì il 2 agosto 1931 a Desenzano sul Garda, mentre collaudava uno dei “missili” del cielo progettato per l’allora famosa gara di velocità aerea: la coppa Schneider.
Nato a Fratta il 16 gennaio del 1900 – con la fortuna di avere avuto i natali da una delle più facoltose famiglie del paese e con alle spalle storie fulgide legate alla storia d’Italia dei Monti carbonari – Giovanni Monti poté dedicare la vita agli studi e alle sue passioni. Tra queste inizialmente primeggiò il calcio, che lo portò a divenire protagonista nel Padova insieme ai due fratelli (ma egli si cimentò con successo anche nel ciclismo). E nella città del Santo, proprio a lui, dopo la scomparsa, sarà dedicato il primo campo sportivo comunale.
La svolta della sua vita, però, arrivò quando decise di partire volontario per la Prima guerra mondiale, conseguendo il brevetto di pilota aviatore, con qualità spiccate che ben presto gli valsero il grado di capitano pilota d’alta velocità.
A guerra finita, l’Italia, in piena era fascista, puntava molto sulle imprese “eroiche”: la sfida del moderno, dell’aviazione, del primeggiare nel campo costruttivo e dei suoi protagonisti. Per tale obiettivo poteva contare su un pilota di razza come Monti, che nella sua carriera venne più volte decorato: medaglia d’argento al Valor aeronautico, di bronzo al Valor militare e della Croce al merito di guerra in concessione per Valor militare.
Fu così che, all’inizio del 1928, l’aviatore polesano entrò nel primo gruppo di piloti scelti per il reparto Alta velocità, di stanza a Desenzano sul lago di Garda. Questo perché allora gli idrovolanti erano molto più diffusi degli aerei che atterravano sul suolo; si riteneva che avessero prestazioni migliori (ma la storia modificherà questa teoria), inoltre era più facile disporre di spazi di atterraggio adeguati per lunghezza, poiché all’epoca gli aerei non avevano superfici mobili sulle ali, i flap o ipersostentatori, invenzione che arrivò successivamente (che consentono agli aerei di decollare e atterrare in molto meno spazio, avendo velocità inferiori di stacco e toccata grazie appunto ai flap che garantiscono maggiore portanza).
Da poco entrato nel reparto Alta Velocità, Monti si trovò subito a gareggiare per la coppa Schneider, la competizione, riservata agli idrovolanti che in quegli anni erano molto diffusi (all’aeroporto Nicelli del Lido di Venezia, per esempio, è esposta una stupenda foto del Dornier Do-X di Maddalena nel bacino di San Marco, per dare un’idea dell’importanza di questi mezzi all’epoca).
Nella Coppa Schneider, il polesano fece il suo esordio con la squadra italiana nel 1929, a Calshot, in Inghilterra. Ma la fortuna non gli arrise, a causa di un piccolo incidente in fase di ammaraggio per la presenza di relitti nella rada. Subì anche la rottura di una tubazione del circuito di raffreddamento motore del suo Macchi M67, che è oggi conservato al museo dell’Aeronautica militare di Vigna di Valle, unico esemplare esistente di quel mezzo.
Non si corse per la Coppa nel 1930, ed il 1931 segnò il ritorno alla competizione dei francesi, anche se gli americani erano ormai disinteressati e in campo c’erano solo italiani e inglesi. Proprio questi ultimi, organizzatori nelle acque del canale di Solent, furono al centro di polemiche per tale scelta (il canale era pieno di imbarcazioni) e oltre a ciò, cambiarono le regole per cercare di bloccare gli avversari.
Ma a questa gara – che poi risulterà l’ultima della storia della Coppa Schneider – Monti non potè partecipare.
La sua vita si era infatti bruscamente interrotta nelle acque del Garda, davanti a Desenzano, mentre stava collaudando il nuovo mezzo, il Macchi-Castoldi Mc72 (che anni dopo otterrà il record mondiale di velocità tuttora imbattuto).
Nei giorni precedenti Giovanni Monti aveva effettuato diversi voli di prova, senza riuscire a raggiungere le velocità desiderate, a causa del solito problema, i ritorni di fiamma del motore, dovuti alla distribuzione del carburante nelle vaschette dei cilindri. E, nel fatale 2 agosto, l’aereo si inabissò nel lago senza lasciare scampo al pilota. Le cause non furono mai del tutto accertate: potrebbe essere stato proprio uno di quei ritorni di fiamma, altre motivazioni sono ricondotte al fatto che l’aereo cadde dopo una lunga virata, quasi di 90 gradi e potrebbe essersi rotto il sistema di trasmissione coassiale delle due eliche controrotanti.
I ripetuti incidenti aerei decretarono la fine dela coppa Schneider nel 1931, ma il reparto Alta velocità non chiuse i battenti. Il regime fascista lo trasformò in Reparto sperimentale, con l’obiettivo politico di strappare il record di velocità agli inglesi, cosa che riuscirà a Francesco Agello, nel 1934, volando a oltre 700 chilometri orari.
Nonostante questo successo, due anni dopo, all’improvviso, il Governo decise la chiusura del Reparto, lasciando dietro di sé gli obiettivi ambiziosi e la sfida del progresso; ma anche una lunga lista di lutti: oltre a Monti (cui è intitolato l’idroscalo di Desenzano) e Bellini, persero la vita Tommaso Dal Molin (il suo nome è ricordato dall’aeroporto di Vicenza), Giuseppe Motta, Ariosto Neri, Giuseppe Maggi, Giancarlo Nicelli (al quale è intitolato lo storico aeroporto del Lido di Venezia), Salvatore Borra, Vittorio Centurione e Romeo Sartori, secondo l’elenco stilato proprio da Bernasconi.
In Polesine grande fu la commozione per la perdita del capitano Giovanni Monti. Una folla enorme ne seguì le esequie a Fratta. Sulla facciata della casa di famiglia, il palazzo Lipomanno Monti (oggi Viaro), è stata posta una lapide commemorativa, opera di Servilio Rizzato, in cui si legge:
IN QUESTA CASA CHE SEPPE LA PASSIONE DI GIOVANNI E GIACOMO MONTI CARBONARI EBBE I NATALI IL 16 GENNAIO 1900 GIOVANNI MONTI CAPITANO PILOTA D’ALTA VELOCITÀ DI EROICA VIRTÙ RIFULSE NEL CIELO DI CIRENAICA CON GENEROSO ARDIMENTO E INCOMPARABILE PERIZIA A LONDRA NELL’ANNO 1929 CONTESE ALLE NAZIONI L’AMBITO PREMIO DELLA COPPA SCHNEIDER NELL’ANELITO DI PIÙ FULGIDE GLORIE MENTRE L’ETERE CORREVA ARDENTEMENTE DI GIOVINEZZA IL 2 AGOSTO 1931 LO GERMÌ L’ONDA DEL BENACO PER ASCRIVERLO FRA GLI IMMORTALI EROI DELL’ARIA CHE LA PATRIA VENERA E SUBLIMA
La mostra “L’Egitto in Veneto” allestita al Museo dei Grandi Fiumi e il bel volume “La Collezione Egizia dell’Accademia dei Concordi di Rovigo”, curato da Simone Musso e Simone Petacchi, ed edito dalla stessa Accademia con il sostegno della Fondazione CaRiPaRo, hanno riportato all’attenzione dei rodigini l’importante esposizione di reperti egizi presente da fine Ottocento nel capoluogo polesano, della quale ben pochi conoscono la storia.
Il merito della pregevole collezione va in gran parte ascritto a Giuseppe Valsè Pantellini (1826-1890), intraprendente polesano, il cui nome nella terra dei faraoni non fu tanto legato all’egittologia, quanto – fatto molto curioso – alle sue capacità culinarie ed organizzative. Un vero riconosciuto talento il suo, che lo rese protagonista di un’impresa che a quei tempi gli diede vera celebrità.
Il banchetto del secolo
Su commissione del sovrano dell’Egitto, Giuseppe Valsè Pantellini fu infatti incaricato di allestire un grande ricevimento. O meglio “il banchetto del secolo” come fu definito il grandioso intrattenimento ideato nel 1869 per celebrare solennemente la conclusione dei lavori del taglio dell’istmo di Suez. E’ questa una vicenda poco nota – portata alla luce qualche tempo fa da Antonella Turri in occasione del Convegno di Studi Storici sull’esploratore Giovanni Miani organizzato dalla Minelliana¹- che va raccontata.
Ebbene il ristoratore rodigino, ottenuta carta bianca dal Khedivè (vicerè), massimo rappresentante dell’impero ottomano in Egitto, iniziò a mettere in atto il suo progetto selezionando 150 cuochi e 400 camerieri. Potendo disporre con priorità assoluta della rete ferroviaria per il trasporto e delle vivande e delle necessarie attrezzature, si dedicò con dedizione assoluta all’impresa (ritenuta davvero faraonica) di allestire in mezzo al deserto, il grande banchetto celebrativo. Un trattenimento per migliaia di importanti invitati, provenienti dai vari Stati dell’orbe terraqueo per festeggiare il successo della grande impresa di ingegneria idraulica.
“E’ un continuo movimento – scrisse un cronista dell’epoca, partecipe dell’evento – di casse provenienti da Alessandria, da Porto Said, dal mar Rosso, dalla valle del Nilo, dalla Grecia. Le carni più delicate, i frutti più squisiti della zona calda e della temperata, gli ortaggi più freschi, tutto ci viene servito con una profusione di cui non vidi mai esempio, né avrei supposto di poterne trovare”. “Il signor Pantellini – annota ancora lo stesso commentatore ammirato – locandiere, anzi arcilocandiere in Egitto, doveva dunque esercitare una grande influenza sui suoi confratelli e un grande imperio sui luogotenenti del Cairo”².
Ed in effetti l’incarico ricevuto dal Khedivè egiziano, come è facile intuire, non fu casuale, ma frutto di apprezzate attività pregresse, di cui aveva dato prova il “locandiere rodigino”. Il quale dal 1860, all’età di trentaquattro anni, era divenuto proprietario del Grand Hotel del Cairo, facendo seguire, a distanza di solo un paio d’anni, l’acquisto dell’Albergo d’Europa di Alessandria.
Un’attività imprenditoriale di rilievo, dunque, sfociata anche in altri campi, sempre con esiti positivi. E ciò accrebbe la stima nei confronti dell’intraprendente polesano, considerato un personaggio sagace e di sicura affidabilità. L’incarico affidatogli, tanto importante quanto oneroso – portato a termine alla perfezione in un ambiente così inospitale quale è il deserto – amplificò a dismisura la sua fama, con una serie di riconoscimenti, ad iniziare da prestigiose onorificenze conferitegli dai regnanti egiziani.
Fu così che Valsè Pantellini divenne nel suo settore un punto di riferimento a livello internazionale, tanto da ospitare nei suoi alberghi la migliore società del tempo. E da allora l’imprenditore rodigino fu richiesto anche per altre commissioni di natura varia, con incarichi da parte di notabili che ritennero utile fruire della sua intraprendenza ed affidabilità in vari ambiti.
La fama del personaggio polesano non restò circoscritta all’Egitto, ma ebbe riscontri positivi anche in patria, a tal punto che Vittorio Emanuele II a più riprese lo insignì di importanti onorificenze, a cominciare dalla nomina nel 1869 di “cavaliere della Corona d’Italia”, seguita nel 1872 da quella di “cavaliere dell’Ordine equestre dei Santi Maurizio e Lazzaro”, ed ancora nel 1875, da quella di “commendatore della Corona d’Italia”. E riconoscimenti Valsè Pantellini ebbe anche dal re del Portogallo, da quello di Spagna, dal Bey di Tunisi e dal guardasigilli del Khedivè d’Egitto.
Il doppio cognome
Un uomo di successo dunque, che nel periodo imprenditorialmente più fecondo della sua vita, vedeva largamente premiata la sua intraprendenza, il suo acume e le sue doti organizzative. Ma non erano stati privi di impegno nemmeno gli anni della giovinezza, caratterizzati anche da qualche originalità, di cui la più particolare è indubbiamente legata al doppio cognome Valsè Pantellini: il primo ereditato dal padre, il secondo scelto dall’intraprendente rodigino in un momento quanto mai significativo della sua esistenza. Vediamo.
Valsè è un cognome francese. Il nonno di Giuseppe, fornaio, era giunto in Polesine a fine ‘700 al seguito delle truppe napoleoniche. Innamoratosi di una giovane del luogo, aveva deciso di sposarla stabilendosi nel capoluogo polesano dove aprì un forno, attività che, a quanto ci è dato sapere, fu continuata anche dal padre di Giuseppe.
In tempi grami, in cui non pochi in Polesine soffrivano la fame, il nostro Giuseppe, nato a Rovigo il 21 ottobre 1826, grazie all’attività paterna, non conobbe mai queste ristrettezze, ma la sua infanzia fu ben presto funestata dalla morte della madre, seguita dal distacco dalla famiglia perché, per continuare gli studi, fu costretto ad alloggiare presso il seminario di Rovigo. Nel quale però non sembra che l’adolescente Giuseppe Valsè abbia mai avvertito un grande trasporto per gli approfondimenti teologici, dando comunque prova di un profitto più che soddisfacente.
Il suo cuore e i suoi interessi – al pari di non pochi suoi coetanei – furono ben presto rivolti verso le speranze di una patria da costruire.
Fu così che, ventiduenne, partecipò con entusiasmo alle giornate patriottiche del marzo 1848 che portarono al ritiro degli austriaci da Rovigo. Quindi si arruolò nella spedizione partita dal capoluogo con destinazione Legnago (dove erano asserragliate le truppe austriache) ma arrestatasi a Badia Polesine³. Partecipò poi ad altre azioni della prima guerra di indipendenza, per cui, al ritorno degli austriaci nel Lombardo-Veneto, ricercato come agitatore e fautore di iniziative antiasburgiche, fu costretto a riparare in Svizzera.
Ed in Svizzera ebbe per compagno di esilio un coetaneo bolognese di cognome Pantellini che, colpito da una malattia in terra straniera, in breve si aggravò e morì.
Fu allora che Giuseppe, un po’ per ricordare l’amico perduto, ma forse più concretamente per il vantaggio che poteva arrecargli il passaporto del bolognese per sfuggire alla polizia asburgica, assunse il cognome dello scomparso. In ogni caso il suo rientro a Rovigo con la nuova identità dovette essere breve, perché Giuseppe Valsè Pantellini (questo doppio cognome caratterizzerà d’ora in avanti la sua vita) espatriò ben presto verso l’Egitto, al tempo molto disponibile ad accogliere giovani ed intraprendenti italiani.
Il richiamo romantico verso una terra esotica (nei confronti della quale si era acceso l’interesse degli europei fin dall’inizio del secolo dopo lo sbarco di Napoleone) coinvolse al tempo vari personaggi, non pochi dei quali attratti dal fascino delle tracce della millenaria civiltà⁴. Inoltre la disponibilità da parte del Khedivè regnante ad accogliere europei interessati a progetti di sviluppo – il più importante dei quali fu certamente il taglio dell’istmo di Suez – incentivò una sorta di emigrazione temporanea verso l’Egitto da parte di centinaia di persone intraprendenti, sognatrici. Tra tutti costoro, con la volontà di impegnarsi e raggiungere obiettivi di rilievo, va dunque annoverato anche l’intraprendente Giuseppe Valsè Pantellini.
Nella terra dei Faraoni
Per la verità i primi tempi del suo soggiorno egiziano furono tutt’altro che semplici, ma il giovane rodigino non si perse d’animo: iniziò dalla gavetta, svolgendo in particolare l’attività di cameriere. E fu proprio nel settore della ristorazione che ben presto egli intravide una possibilità di sviluppo, rivelando talento, nonché indubbie capacità finanziarie, tanto da giungere – come detto – nel 1860, trentaquattrenne, a divenire proprietario del Grand Hotel del Cairo.
Ed in breve Valsè Pantellini si qualificò come un vero e proprio leader nel settore, cosicché nel 1869 gli fu affidato il prestigioso incarico di gestire il “banchetto del secolo” per la cerimonia di inaugurazione del Canale di Suez, che gli diede meritata fama.
Costruita una solida base economica, quasi cinquantenne l”arcilocandiere” decise di formarsi una famiglia, avendo conosciuto in terra egiziana la milanese Giuseppina Viglini di ben 28 anni più giovane che, dopo il matrimonio celebrato al Cairo, diede a Giuseppe il primo figlio, Italo, seguito da Teresa.
Pur lontano da Rovigo, Giuseppe Valsè Pantellini non dimenticò mai la sua città d’origine tenendo corrispondenze ininterrotte specie con la famiglia della sorella e con amici, primo fra tutti Giorgio Oliva, economo dell’Accademia dei Concordi. E nel progressivo svilupparsi in Europa dell’interesse per l’egittologia e per la collezione di reperti della grande civiltà, volle gratificare Rovigo e la sua Accademia con una raccolta in grado – come scrisse nel 1878 all’amico Oliva – di far “onore al nostro Museo”.
A più riprese inviò all’Accademia reperti archeologici a partire dal 1877. Divenuto frattanto difficile l’esportazione delle antichità egizie, per sopravvenuti divieti in tal senso, Giuseppe Valsè Pantellini trovò comunque il modo di onorare ancora una volta la sua promessa, contattando direttamente l’amico Khedivè “onde ottenere un favore di libera sortita”.
Ed è così che, grazie all’intraprendente rodigino, l’Accademia dei Concordi può fregiarsi di una collezione egizia costituita da centinaia di pezzi, alcuni dei quali di pregevole rarità e fattura⁵.
Il ritorno in Italia
L’ambiente egiziano non proprio salubre, unito all’avanzare degli anni, provoca il moltiplicarsi di alcuni acciacchi, per cui, nel, 1882, Giuseppe Valsè Pantellini, ormai cinquantaseienne, decide di lasciare definitivamente l’Egitto. Con la famiglia si sposta a Milano, città di origine della moglie, per poi trasferirsi a Firenze e successivamente a Fiesole, dove nel 1885 nasce la terzogenita Giuseppina.
Nel riposo di Fiesole Giuseppe Valsè Pantellini trascorre ancora qualche anno, fino a quando, sessantaquattrenne, si spegne il 27 ottobre 1890.
E nelle sue ultime volontà il polesano, a suo tempo divenuto “arcilocandiere in Egitto”, non dimentica la sua città natale, lasciando una somma non indifferente destinata ai Pii Istituti rodigini, alle due parrocchie, ai patronati maschile e femminile e “ai veterani delle guerre del 1848-49”. Una testimonianza, quest’ultima, di quanto fosse rimasto vivo nell’animo dell’intraprendente polesano l’amore per la patria, vissuto con slancio in età giovanile ai tempi della Prima Guerra di Indipendenza.
Da molti secoli i cristiani di Ceneselli manifestano una profonda devozione verso la Madonna. Una prima conferma di questo stretto legame alla Madre del Salvatore emerge con immediatezza già dall’analisi dei titoli che nel tempo sono stati attribuiti alla chiesa:
– il 16 settembre 1792 la nuova (e attuale) arcipretale viene dedicata a Santa Maria Annunziata;
– oltre sei secoli prima, il 6 marzo 1144, papa Celestino II menziona nel Privilegium pro Ecclesia Ferrariensi la «plebem Sanctae Mariae de Cinisella» tra i territori sui quali conferma i diritti della Chiesa ferrarese.
– più indietro ancora, nel 998, in una concessione di enfiteusi fatta il 7 luglio dal vescovo Gregorio di Ferrara si nomina «la plebem Sanctae Mariae in Duo Basilicae».
Non esistono riscontri oggettivi per dimostrare che la «plebem» citata nel documento del 998 sia quella di Ceneselli. Tutto, però, lo fa supporre. Da secoli, dunque, forse da più di un millennio, Maria è nel cuore dei cristiani cenesellesi.
Animati dal desiderio di dare visibilità alla loro venerazione mariana e di condividerla con altri, gli antichi padri hanno realizzato nel vasto territorio comunale strutture popolari, come capitelli e edicole votive, genuine testimonianze di quella fede che sorreggeva l’antica ruralità. Nel tempo, la devozione dei cristiani di Ceneselli ha altresì commissionato opere di maggior pregio artistico, conservate in quello scrigno d’arte e di fede che è la chiesa arcipretale. Fra di esse, una si distingue per il suo fascino e per la devozione che suscita: la statua della Beata Vergine Maria del Divin Parto.
La leggenda la vuole ritrovata nelle acque della località Frata (luogo già menzionato dal beato Giovanni Tavelli da Tossignano, vescovo di Ferrara, nella sua visita pastorale del 16 aprile 1434), a poche centinaia di metri del centro paesano.
Allo stato attuale il documento più antico riguardante il culto alla Vergine del Parto è costituito dal «Panegirico della Madonna sotto il titolo del Parto» recitato nella chiesa arcipretale di Ceneselli il 24 settembre 1848.
Chi scrisse tale documento?
È lecito supporre che l’autore sia stato il «sacerdote originario di detto luogo» don Ippolito Suzzi. Il Panegirico racconta la leggenda del «beneaugurato discoprimento» della statua emersa dalle acque: «E ben vi è noto, come lungi di qui non à guari esista un bacino, o, a meglio dire, una voragine d’acque stagnanti, che Frata comunemente si appella. […]. Sì fu divina mercè, fu opra di providenza, che uno zotico, ma pietoso vecchierello, gittando ivi nel natìo laghetto le reti o l’amo secondo l’usato, vigile ed intento all’innocente suo bottino, tranquillo di mezzo al silenzio di quelle sponde romite; fu divina mercè, io diceva, fu opra di providenza, che l’occhio suo, fatto allora di linee, tra il folto penetrando degli sterpi e de’ giunchi, e nel bujo spingendosi dell’acque limacciose, si arrestasse attonito e stupefatto sopra una preda, che le consuete vinceva della mano, sopra codesta, vo’ dire, miracolosa Effigie di Maria. Esultò allora il buon vecchierello […]. Se non che cessare appena in lui l’estasi del gaudio e della maraviglia, […] volare festante e recarne l’annuncio inaspettato a che le parti primarie fungeva nell’amministrazione e governo dell’antica Parocchia; fu un atimo, un baleno, un punto solo. […] e quasi dissi la Pieve tutta […] volò […] a farsi felice testimone oculare del novello prodigio».
Il documento ricorda alcuni prodigi di cui il popolo di Ceneselli ha beneficiato per intercessione della Vergine, come le piogge abbondanti scese nel 1847 e cinquant’anni prima nel 1798 dopo terribile siccità che i «poderi voracemente desolava». Nei secoli, i cenesellesi si sono rivolti a Maria fecondata dallo Spirito di Dio ottenendo miracoli, non solo per la fecondità della terra ma anche e soprattutto per quella umana, come attestano gli ex voto lasciati da donne giovate dal dono della maternità.
Da tempo immemore, la penultima domenica di ottobre di ogni anno, i cristiani di Ceneselli (e non solo) si ritrovano attorno alla Simulacro, per esprimere tutta la loro devozione, nella Solennità della Madonna del Divin Parto che culmina nella processione per le vie del paese con la Sacra Immagine. Ogni tre anni, poi, viene rievocato il «beneaugurato discoprimento» con una processione che parte dalla località Frata.
Se un’aura di mistero continua ad avvolgere la storia della statua, notizie più precise si hanno sulle caratteristiche artistiche dell’opera, grazie al restauro compiuto nel 1994.
Il lavoro ha permesso innanzitutto di datare la preziosa scultura di terracotta policroma alla fine del secolo XV, anche se non è da escludere una datazione precedente. Il Raggianti la segnalò infatti nel 1965 in uno studio su opere ferraresi indicando in essa un «lampante… riferimento turiano» (cioè a Cosme Tura).
Dal restauro è emerso il valore artistico dell’opera, come attestato dalla dottoressa Donata Samadelli della Soprintendenza ai beni artistici e storici di Verona incaricata di seguire l’opera di restauro. «La Madonna con Bambino di Ceneselli», sottolinea l’esperta, «appartiene a quella produzione di terracotte policrome, di soggetto sacro, che fu particolarmente diffusa nel secolo XV, con propaggini anche nel secolo successivo.
La riscoperta di tale tecnica, già in uso nell’antichità, era avvenuta all’inizio del secolo XV a Firenze, ad opera, secondo alcuni, del Ghiberti, secondo altri di Donatello. Largamente documentato in Toscana l’uso di terracotte policrome di lì si diffuse, grazie anche alla diaspora di artisti come Jacopo della Quercia, Niccolò Baroncelli e Michele da Firenze, in Italia Settentrionale, in Veneto e soprattutto in Emilia, dove la tecnica fu largamente usata e diede origine a capolavori come i gruppi plastici di Niccolò dell’Arca, di Guido Mazzoni e di Antonio Begarelli.
In Polesine sono visibili alcuni preziosi esemplari di sculture in terracotta policroma, databili diversamente, tra i secoli XV e XVI. Tra questi il «corpus» variamente riferito a Michele da Firenze (i frammenti di altare della Cattedrale di Adria, recentemente restaurati dalla S.B.A.S del Veneto, l’altare di Raccano di Polesella, la Madonna con Bambino della Parrocchiale di Gavello), il Transito della Vergine e l’Annunciazione di S. Maria Assunta della Tomba, ad Adria, la Madonna con Bambino in S. Sofia di Lendinara e quella, in stucco policromo, della sagrestia della Parrocchiale di Costa di Rovigo.
Si tratta complessivamente di una produzione plastica in cui elementi della cultura toscana si fondono variamente con quella emiliana, in particolare ferrarese e bolognese.
La Madonna con Bambino di Ceneselli si distingue tuttavia per singolari caratteri formali, che dovranno essere adeguatamente valutati, anche grazie al restauro, soprattutto con riferimento alla contemporanea produzione pittorica».
La statua dalla Madonna del Divin Parto non è solo un’opera d’arte ma è anche una figura che parla. Nessun particolare è stato plasmato a caso. È un vangelo di terracotta che può essere letto da chi vi sosta davanti con fede e umiltà.
I volti sereni, dolci e pensosi di Madre e Figlio, che meditano in pace, catturano lo sguardo e l’animo di chi li osserva. Maria ha partorito al mondo il suo Figlio cominciando da Betlemme fino al Calvario. Cristo ha partorito il mondo di tutti gli uomini cominciando dal Calvario e fino alla fine dei tempi, salvando ogni uomo che accoglie la redenzione. È solo un aspetto della ricchezza del messaggio divino che l’ignoto autore della terracotta ha voluto trasmettere con la sua opera.
Quello che proponiamo in queste pagine del Ventaglio è un itinerario sulle tracce del passato di una tra le zone più originali del territorio provinciale, ovvero Grignano Polesine. Lo facciamo sulla scorta di un’esperienza attuata con successo nell’autunno dello scorso anno, che ha visto giungere in paese una quarantina di persone guidate dal Dott. Giuseppe Marangoni e dal Sig. Cristiano Fenzi, rispettivamente presidente regionale e provinciale del C. T. G.
Appuntamento: davanti la sede degli Antichi Beni Originari (A.B.O) di Grignano Polesine. Obiettivo: conoscere il territorio e nel contempo capire il segreto della “Comuna”, ovvero il perdurare di una tradizione secolare, le cui origini si allacciano all’ordine dei Benedettini di Pomposa.
Ad attendere il gruppo, il Presidente dell’Amm.ne della Comuna, l’ing. Stefano Previatello, il M.o Carlo Alberto Rossi con alcuni affezionati “compartecipi”, ovvero alcuni residenti che tuttora hanno diritto al godimento della loro porzione di terreno (attualmente c.a. 3300 mq “a testa”) all’interno della vasta area rurale della comunità.
La visita, dunque, non inizia dal territorio agrario, ma dalla sede dell’A.B.O., ovvero dall’edificio in cui sono conservati i documenti e i libri contabili della Comuna. Si accede alla Sala Consiliare, abbellita da numerosi quadri, fra i quali il più significativo quello che rappresenta un benigno Abbate, attorniato da alcune figure maschili e femminili, nell’atto di firmare solennemente un’investitura.
La scena si svolge in una giornata particolare, quella in cui il massaro¹ sta riscuotendo le “prediali”, ossia i tributi che ogni due mesi i compartecipi, conduttori delle “comune” (ovvero i lotti di terreno assegnati), sono vincolati a versare a fronte delle varie spese sostenute dall’Amm.ne che, di anno in anno, diventano sempre più onerose.
Ai presenti all’escursione, finalizzata a conoscere l’originale storia della Comuna di Grignano, viene esibita la vecchia urna di vetro che il 21 Marzo di ogni cinque anni serve per l’estrazione dei bossoli sotto il Pavajon per l’assegnazione dei lotti di terreno da coltivare a quanti ne hanno diritto, quali discendenti delle antiche famiglie originarie del luogo. Viene anche mostrata un’originale urna di legno a forma di imbuto che serviva per le votazioni segrete all’interno del Consiglio immettendovi dei fagioli. Appeso al muro il prestigioso fucile del guardiano o camparo ormai ridotto a perenne innocuità.
Si scende quindi al piano inferiore dov’è allestita una piccola ma significativa mostra museale: sulle pareti sono affisse, in ordine cronologico, le fedeli riproduzioni delle antiche investiture livellarie che illustrano il glorioso e travagliato percorso della Comuna durante la sua storia più che millenaria. Una storia che trae origine dalla prima investitura del 15 Novembre dell’anno 976, con la quale l’abbate Gherardo dell’abbazia di Pomposa concede ad alcuni “petitori” del luogo di godere “ad meliorandum” per 29 anni di un fondo unico, integro, chiamato Granarius, con terreni, viti, campi, prati, pascoli, boschi, arbusti scelti da far legna, nonché spazi per la caccia e pesca. Un fondo dunque che apparteneva all’abbazia pomposiana, ceduto transitoriamente (29 anni) agli abitanti della zona².
I visitatori sono attenti ed incuriositi: alla domanda se dopo la prima investitura o petizione ne siano seguite altre, il Presidente precisa che si è a conoscenza di quelle del 1015, 1035, 1252. Aggiunge inoltre che, dopo due secoli di mancanza assoluta di documenti, si ha finalmente modo di incontrare il primo documento in diretta relazione con la Comuna di Grignano: è l’investitura livellaria del 17 febbraio 1454. Tale atto si richiama ad un precedente livello³ del 1426, il cui testo però è conosciuto solo in sintesi e contiene un dettagliato elenco dei beni concessi dall’Abbazia agli Uomini ed al Comune di Grignano⁴. Fra questi una valle peschereccia di c.a. 130 ettari, malsana, acquitrinosa, interamente da bonificare detta la Communa. Nel documento è inoltre stabilito che al Monastero doveva essere corrisposto un modico canone annuo di 6 pesci cavedani e tre denari dei piccoli e, dalla scadenza ventinovennale, 45 soldi dei piccoli.
Acquisite le nozioni storiche fondamentali, la comitiva lascia la sede dell’A.B.O. per raggiungere il vicino Pavajon, lo storico edificio, emblema della Comuna, dove ogni cinque anni, nel giorno di San Benedetto, avviene l’estrazione delle sorti, ovvero l’assegnazione delle parcelle del territorio agrario agli aventi diritto. Procedono frattanto le informazioni sulla storia della Comuna, ricordando come il territorio era stato concesso anche affinché si procedesse ad un miglioramento (ad meliorandum). Ed in effetti, dopo la suddetta investitura, gli uomini di Grignano si impegnarono con intensa laboriosità al prosciugamento della valle, raggiungendo il loro scopo in un tempo relativamente breve, considerando i rudimentali mezzi a disposizione.
E è a questo punto che sorgono dei contrasti tra gli Uomini di Grignano e l’Abbazia. La quale (preso atto dell’avvenuta bonifica) pretende, con l’investitura del 12 marzo 1494, un canone maggiore: il “terraticum” ossia l’ottava parte dei raccolti. Dal canto loro i compartecipi chiedono la suddivisione quinquennale dei terreni pur mantenendo integra tutta la proprietà.
Questa investitura è fondamentale per la storia della Comuna di Grignano, anche perché per la prima volta sono menzionate le famiglie – in numero di sedici – degli aventi diritto all’assegnazione quinquennale degli appezzamenti rurali.
Ma il nuovo canone è considerato troppo gravoso ed induce i coloni a sottrarsi al pagamento regolare. Ne nasce un’annosa controversia tra la comunità di Grignano e l’Abbazia (ora non più di Pomposa ma di S. Benedetto in Ferrara, che ne aveva raccolto l’eredità). Lite rimasta pendente davanti al Pretore di Rovigo fino al 23 Aprile 1544, quando si addiviene ad una transazione, coincisa con una nuova investitura: viene fissato il canone annuo in due scudi d’oro, più 45 soldi dei piccoli alla scadenza ventinovennale, inoltre gli Originari devono versare, a titolo di risarcimento, 150 scudi d’oro per i precedenti canoni non pagati.
Un altro motivo di controversia nasce frattanto tra i discendenti delle famiglie originarie e i nuovi arrivati a Grignano, che, a torto o ragione, pretendono di entrare a far parte dei diritti della Comuna. La questione si trascinò per circa due secoli dando luogo a varie rissosità. Un atteggiamento di scontro, questo, al quale è legato l’uso rusticano della “coltellina”, per cui Grignano è conosciuto ancor oggi come il paese della micidiale arma da taglio.
Anche questa vertenza ebbe alla fine la sua conclusione, allorché il supremo tribunale dei Quarantia di Venezia, esaminate le investiture precedenti, con delibera del 29 marzo 1729 sentenziò l’esclusivo e legittimo godimento dei Beni ai discendenti maschi degli Originari aventi “loco et foco” in Grignano e di età superiore ai sedici anni, come riconosciuto dallo Statuto del 1642.
Ma le traversie non sono finite. Non si può dimenticare il minaccioso quanto effimero esproprio napoleonico e l’infausta legge sugli “usi civici” del 17 giugno 1927 e seguenti. Questioni risolte sempre tramite azioni legali (e a suon di quattrini).
Giungiamo così ai giorni nostri, ovvero all’emendamento, risolutivo, approvato dalla Regione Veneto il 20 marzo 2012, che dichiara tutte le proprietà collettive presenti nel Veneto terreni inalienabili, inusucapiabili, inespropriabili, invendibili e immutabili, dalla destinazione prevalentemente agrosilvopastorale ossia, senza alcuna enfasi, “terreni sacri”.
Preso atto con soddisfazione di questo riconoscimento di sacralità del luogo, gli escursionisti si accingono a raggiungere il territorio della Comuna.
Mentre si procede lungo le carreggiate della Comuna, i visitatori vengono informati sul significato di certi toponimi come il termine “braia”⁵, fasce di appezzamenti separate dai relativi fossi e disposte in senso longitudinale da est a ovest. Si passa poi alla denominazione dei corsi d’acqua: la “fossa dei sabbioni” è antico paleoalveo del Po di Adria; la “fossa maestra” è il bacino maggiore con la funzione di ricevere e distribuire le acque agli altri invasi a cominciare dalla “fossa delle pioppelle” (un tempo fiancheggiata da pioppi), la “fossa dei salici” (così detta per la presenza di salici), la “fossa del moraro” (per la presenza di gelsi), lo “stagno dei maghi” (dal soprannome di una famiglia originaria vicina), il “fosso del dossello” (da dosso, zona alta) ecc.…; ed infine il “varco dei ladri”, vecchio passaggio furtivo di ladruncoli dei prodotti agricoli incustoditi.
Quella della Comuna è dunque un’area che da secoli si mantiene pressoché inalterata, priva di costruzioni, dedicata esclusivamente all’agricoltura, con divisione in appezzamenti consegnati (dopo l’estrazione delle sorti) agli aventi diritto.
Un’area che va tutelata, ed il progetto dell’attuale Consiglio d’Amm.ne e successivi sarà quello di realizzare una seconda bonifica: l’escavo e la pulitura generalizzata dei fossi esistenti con relativa piantumazione lungo le rive di piante autoctone come in origine. Un esperimento di recupero ambientale già avviato 20 anni orsono lungo la fossa maestra, ma che purtroppo i soliti ignoti balordi hanno vanificato tagliando di notte ben 50 rigogliosi aceri campestri, vergognoso scempio contro la natura e la buona volontà dei compartecipi, che si spera non abbia più a ripetersi.