Mantenere viva una manifestazione per trent’anni non è cosa da tutti i giorni. Partendo da pochi riferimenti, ma con molto entusiasmo, un sogno si è realizzato ed è diventato tradizione. Parliamo della Festa Regionale della Polenta, che dal 1983 nel mese di settembre, si svolge a Villa d’Adige di Badia Polesine.
Ci incontriamo con l’anima di questa iniziativa, le cui radici, come vedremo, ci portano molto lontano nel tempo: Angelo Brenzan, detto “Freccia”, presidente del Gruppo Manifestazioni, l’associazione che organizza la festa che negli ultimi anni ha avuto uno sviluppo incredibile.
Come e perché è nata la festa della polenta di Villa d’Adige?
“Nel 1980, forse l’anno dopo – racconta Brenzan – stavamo discutendo al bar ‘La Perla’ di Villa d’Adige sulla nostra sagra annuale di San Costanzo, che si svolge all’inizio di luglio e si era appena conclusa. Angelo Bin, che purtroppo ci ha lasciati ancora giovane, quella sera ci disse: “Fate la sagra di San Costanzo ma non la festa vera e propria del nostro paese dove per la prima volta in Italia è stato coltivato il mais in campo aperto. Sarebbe bello rievocarla, ma non so se ne sarete capaci: è troppo complicato”. Quella fu per me e alcuni amici una vera sfida e così scommettemmo che saremmo riusciti a metterla in piedi”.
Come si spiega il riferimento alla tradizione?
“Il riferimento storico era un articolo scritto da Giovanni Beggio trent’anni prima. Ne parlai con l’allora presidente della Pro Loco badiese Guido Mora che si offrì di darmi una mano e facemmo la prima riunione in canonica. Nel luglio del 1982 organizzammo la prima Sagra della Polenta, in coincidenza con la Sagra di San Costanzo. L’iniziativa ebbe successo, vennero a suonare I Daniel Sentacruz Ensamble e cantò Wilma De Angelis: la doppia sagra durò da venerdì 2 luglio a martedì 6 luglio. Ma non fu quello il vero inizio: fu solo un prologo”.
Ci dica…
“Per il 1983 – precisa Brenzan – decidemmo di dare vita autonoma alla festa della polenta e scegliemmo come data settembre perché quello è il mese della mietitura del mais; si scelse la terza settimana, cioè quella dopo la vicina Sagra della Madonna del Tresto. Partita allora, la festa di Villa d’Adige ha così raggiunto con successo la 30° edizione”.
L’organizzazione della festa
Nel 1992 la Regione Veneto riconosce l’iniziativa di Villa d’Adige che diventa “Festa Regionale della Polenta”. Un’altra tappa importante arriva nel 2005 quando il Gruppo Manifestazioni entra a far parte dell’associazione “Polentari d’Italia” e nel mese di maggio del 2006 partecipa all’VIII Raduno Nazionale che si svolge a Guardistallo (PI). Il prestigio del Gruppo Manifestazioni cresce, cosicchè gli viene affidata l’organizzazione dell’XI Raduno Nazionale dei Polentari d’Italia che si svolge a Badia Polesine dall’1 al 3 giugno del 2012. Un appuntamento che si è tradotto in un grande successo organizzativo e di presenze.
I raduni nazionali dei Polentari d’Italia (17 associazioni sparse su tutto il territorio nazionale) sono biennali e per il 2014, il 21 giugno, si svolgerà ad Altidona, piccolo Comune delle Marche in provincia di Fermo.
Come è andata la Festa della Polenta del 2013, festa del trentennale?
“Vi hanno partecipato, fra stand gastronomico e palatenda per il ballo almeno trentamila persone; con una media di circa 1.500 per serata con punte di duemila il sabato e la domenica. Abbiamo messo in funzione cinque macchine per la preparazione della polenta: poiché ognuna ne cuoce 150 chili, posso dire che sono stati preparati 750 chili di polenta per sera; abbiamo acquistato fra gli undici e dodici quintali di farina di mais. Lo stand gastronomico e il ballo sono stati ospitati in due stand delle dimensioni di 30 per 60 metri ciascuno. Sono arrivate persone da un raggio medio di circa 100 chilometri, come testimoniano le nostre schede d’indagine distribuite a chi è venuto alla festa: in testa il Polesine con presenze anche da Porto Tolle e Porto Viro, e poi dalle province di Padova, Verona (anche da Brenzone), Ferrara, Mantova, Vicenza, Brescia, Milano, Trento, Treviso e Torino. Sono stati coinvolti a vario titolo più di cento volontari, molti di questi molto giovani”.
Il futuro cosa riserva?
“Posso assicurare – conclude Brenzan – che organizzerò la Festa Regionale della Polenta sino all’edizione numero 35, cioè sino al 2018. Nel frattempo mi auguro che qualcuno possa prendere il mio posto, cui passare il testimone con la speranza che nel frattempo la pressione della burocrazia ci dia una tregua”.
I festeggiamenti del 25° anniversario, hanno portato nuova linfa all’Associazione Amici del Cuore, che guarda con ottimismo e rinnovato impegno alle sfide future. Sono dunque trascorsi 25 anni dal 1988, anno di fondazione dell’associazione, nata da un’idea del dott. Pietro Zonzin, allora primario della Divisione di Cardiologia dell’Ospedale di Rovigo. Un quarto di secolo di attività a sostegno della Cardiologia rodigina, con l’obiettivo di promuovere la salute partendo proprio dalla difesa del cuore. E non poche sono state le iniziative finalizzate a coinvolgere nella problematica anche i giovanissimi con azioni mirate.
Di tutto ciò e delle prospettive future ci parla il presidente dell’associazione dott. Carlo Piombo che incontriamo per una breve intervista.
Partiamo dai giovanissimi: come riuscite ad interessare i ragazzini in età scolare sulle problematiche sanitarie legate al cuore?
“Grazie ad un progetto curato appositamente per la loro educazione alla salute del cuore, che è ‘il motore della vita’. Da cinque anni l’Associazione, infatti, sotto questo titolo, realizza incontri con gli scolari delle quinte classi della scuola primaria della provincia di Rovigo grazie all’impegno di medici cardiologi, guidati dal Dott. Loris Roncon, direttore della SOC di Cardiologia dell’Ospedale Rodigino e al solidale convinto apporto del Consiglio di Amministrazione degli Amici del cuore”.
In questi primi 25 anni di impegno, quali sono stati i traguardi più importanti raggiunti dall’associazione, e come concretamente essa costituisce un supporto alla Cardiologia di Rovigo ?
“Ci sono stati momenti diversi caratterizzanti l’impegno dell’Associazione, ma tutti importanti per raggiungere gli scopi statutari. In un primo periodo, grazie anche a buone risorse finanziarie, è stato possibile sostenere la ricerca in campo cardiologico, contribuendo alla formazione ed all’aggiornamento dei medici ed infermieri, ma anche alla dotazione di strumentazione tecnica soprattutto per la prevenzione della morte improvvisa e per la terapia dei pazienti con embolia polmonare. Negli ultimi anni si è intensificata l’azione per la promozione della salute che consideriamo importante per prevenire l’insorgere di patologie cardiovascolari, rivolgendo le maggiori attenzioni ai giovani, ma anche a vaste aree della popolazione, come è avvenuto per ben undici anni con l’organizzazione del concerto di Capodanno al Teatro Sociale di Rovigo, in occasione del quale veniva indirizzato un significativo appello a voler bene al proprio cuore a oltre settecento persone, difficilmente avvicinabili in altro modo”.
Tra le vostre iniziative, interessante appare il progetto di “auto mutuo aiuto”, in che consiste?
“Beh, sì. Questo progetto, ideato dal nostro socio Cristiano Draghi, rientra nella previsione statutaria di assistenza ai cardiopatici, svolta fino allo scorso anno con molta discrezione, ma in modo continuato. Contiamo di poter aiutare i cittadini che hanno avuto problemi al cuore, attraverso una esperienza di gruppo che permetta di incontrarsi, conoscersi, confrontarsi in una dimensione di scambio alla pari e reciproco sostegno scoprendo che è possibile vivere al meglio la propria vita anche dopo interventi nella struttura sanitaria”.
Da dove giungono i sostegni economici alle vostre iniziative?
“L’ordinaria amministrazione è sostenuta dal contributo dei soci paganti. Purtroppo non sempre gli stessi sono puntuali e rigorosi nei versamenti, per cui diventa necessario ricorrere all’aiuto di Enti e Società, come è accaduto per il finanziamento del progetto ‘Il cuore motore della vita’ concesso per un triennio dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo. Penso ne sia valsa la pena dato che abbiamo avvicinato oltre ventimila persone fra scolari, familiari, insegnanti”.
In occasione della festa del 25° avete proceduto alla consegna di alcuni significativi attestati. Ci può ricordare chi sono stati gli insigniti di tale vostra onorificenza?
“Premetto che la nostra è una Associazione di volontariato, per cui ogni socio meriterebbe un riconoscimento per il solo fatto di essere un iscritto, ma ho ritenuto opportuno dire grazie a chi ha maggiormente contribuito a tenere in vita l’Associazione stessa anche nei momenti più bui: Il Dott. Piero Zonzin, ideatore e co-fondatore dell’ Associazione, Il Dott. Francesco De Curtis, presidente per oltre tre lustri e il Rag. Luigi Brazzorotto, segretario storico del sodalizio, la Dott.ssa Libera Santato, resposabile del progetto ‘Il cuore Motore della vita’ ed infine il Dott. Loris Roncon, medico eccellente e portatore di grandi valori umani, sempre riconoscente per l’opera da noi svolta a sostegno della Cardiologia”.
Nata a Rovigo, l’associazione Amici del Cuore – che attualmente ha sede in via Ciro Menotti, 10, presso il Centro Marvelli – si è ramificata in quasi tutto il Polesine. Come spiega questo successo?
“Sì, fortunatamente e grazie all’impegno di risorse nuove ed entusiaste abbiamo esteso la nostra influenza anche nell’area del Delta del Po, con uno specifico punto di riferimento a Porto Viro e a Taglio di Po”.
Per finire, quali iniziative contate di avviare prossimamente?
“Il programma è ancora molto ambizioso se vogliamo tener conto della scarsità di risorse finanziarie. Ma proseguiremo con l’azione di prevenzione e di educazione nelle scuole, con conferenze ed incontri per la promozione della salute del cuore, con la proposta forte di adottare adeguati stili di vita anche attraverso l’attività motoria che viene spesso propagandata con specifiche iniziative di carattere sportivo coinvolgendo i giovanissimi. Per ultimo consegneremo ai soci e a chi vorrà aderire all’Associazione ‘la penna del tuo cuore’, un supporto informatico personalizzato che verrà attivato dai cardiologi e contenente il percorso delle eventuali patologie del portatore; un importante supporto che potrà essere utilizzato al bisogno in qualsiasi struttura sanitaria del mondo dove vi sia semplicemente un computer”.
Venerdì 31 gennaio 2014 è stato celebrato il 100° compleanno del Tenente Colonnello Amelio Forza di Ariano. Un’esistenza davvero intensa la sua, impegnata in vari settori, specialmente nell’area educativa, come maestro di scuola elementare e nell’ambito delle forze armate.
Nato ad Ariano nel Polesine il 31 gennaio 1914, Amelio Forza compì regolari studi superiori in Adria e a vent’anni, nel 1934, si abilitò all’insegnamento elementare, iniziando l’anno dopo la carriera di maestro proprio nelle scuole del paese natale. A ventisette anni si sposò con la concittadina Raffaella Mantovani, di tre anni più giovane di lui, per la felicità dell’allora arciprete della chiesa dedicata a Santa Maria della Neve, Nicola Sacchetto, che fu ben lieto di benedirne l’unione.
Dopo aver frequentato il corso per Allievi Ufficiali ed aver acquisito la promozione a Sottotenente di fanteria del Regio Esercito, Forza fu impegnato, con l’inizio della seconda guerra mondiale, in zona di guerra. Inviato in Albania vi giunse proprio nel momento della capitolazione della Grecia. Quindi fu trasferito in Sardegna. Richiamato però alle armi nel 1941, nel 1942 risulta incardinato nel 139° Reggimento fanteria, venendo congedato, a guerra abbondantemente finita, solo il 1° marzo del 1946, “a mente della circolare del Ministero della Guerra n° 4154/250/2 dell’11/10/1945”. A fine conflitto poteva vantare d’aver partecipato, dal 1943 al 1945, a tutta la campagna d’Italia con il rinato Esercito. Nel grado di Tenente, partito dal Sud, battendo bandiera tricolore con scudo sabaudo, aveva infatti risalito l’intera penisola, peraltro incorporato nella 12ª Divisione, cobelligerante con le forze armate americane, come riporta nel 2008 il quotidiano polesano La Voce.
Il 1° gennaio 1944 venne promosso Capitano mentre Maggiore lo fu dal 1° gennaio 1958. Infine la promozione a Tenente Colonnello gli venne perfezionata il 2 marzo 1983, seppur a titolo onorifico, “ai sensi dell’articolo 4 della Legge 8 agosto 1980, n° 434”.
Per le operazioni belliche gli fu concessa nel 1950 la Croce al merito di guerra; mentre nel 1961 gli furono attribuite ben tre campagne di guerra: 1943 – 1944 – 1945. Il diploma d’onore, quale Combattente per la libertà d’Italia 1943 – 1945, lo ebbe il 1 giugno del 1984 a firma del Presidente della Repubblica Sandro Pertini, controfirmato dal Ministro della Difesa Giovanni Spadolini, ai sensi della legge 16 marzo 1983, n° 75. Questa la motivazione: per aver partecipato “alla guerra di liberazione inquadrato in reparti regolari delle Forze Armate”.
Nel 1969 il capo dello stato, Giuseppe Saragat, con decreto datato 2 giugno, lo insignì della croce di Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana. L’onorificenza gli fu partecipata non solo dal prefetto di Rovigo, Luigi Bellazzi Monza, che gli motivava la concessione presidenziale quale “giusto apprezzamento delle Sue doti e dei Suoi meriti e che intende suggellare e premiare la feconda attività svolta al servizio della nazione e della società”, ma gli fu comunicata anche dal suo superiore scolastico. Il dottor Primo Guarnieri, peraltro amico e coetaneo, e – in quel tempo – Direttore Didattico proprio di Ariano nel Polesine, nonché, da poco, già Senatore della Repubblica, gli leggeva il telegramma inviato dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Antonio Bisaglia, che, in quel caldo fine anno scolastico si complimentava con il novello Cavalier Forza in considerazione dei molti meriti acquisiti nel campo scolastico e civile. Il diploma venne firmato dal Cavalier di Gran Croce Efisio Marras, Cancelliere dell’ordine, che visse tantissimo e fu ultracentenario, come pure ebbe una vita militare intensissima. Quale Generale di Corpo d’armata fu infatti ai massimi livelli delle Forze Armate nazionali e molto seppe fare, anni prima, per l’Italia. Massimamente durante il periodo prebellico (1936) quand’era Addetto Militare in servizio a Berlino.
Due anni dopo, Forza, su proposta del Ministro della pubblica istruzione, Misasi, con decreto del 6 luglio 1971, a firma del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, fu insignito della Medaglia d’Oro della Pubblica Istruzione per la lunga ed articolata attività svolta nell’ambito della scuola, non solo come insegnante ma anche come segretario, per più lustri, della Direzione Didattica e presidente del patronato scolastico locale. Per non dimenticare la fattiva attività dirigenziale in seno alla squadra di calcio Arianese. In verità l’onorificenza concessagli aveva una denominazione ben più articolata, eccola: Diploma di Benemerenza di 1ª classe con facoltà di fregiarsi della Medaglia d’Oro con assegno vitalizio di Benemerenza.
L’insegnamento, bruscamente interrotto per cause belliche, era stato ripreso nel 1946, quando il maestro Forza ritornò tra i banchi delle scuole elementari, e si dipanò fino al 1975, anno nel quale fu posto in quiescenza per raggiunti limiti d’età. In quell’occasione venne festeggiato dagli insegnanti del circolo di Ariano, che comprendeva pure il comune di Corbola, in uno col direttore didattico Primo Guarnieri. La notizia, pubblicata sull’edizione di Rovigo de Il Gazzettino riporta anche che a succedergli nell’ufficio di direzione delle scuola, quale segretaria, fu chiamata l’insegnante Ferrari Zanella.
Presente nell’ambito delle associazioni combattentistiche e d’arma ricevette due Attestati di Benemerenza dall’Unione Ufficiali in congedo d’Italia. Il primo, a firma del Generale Calamani, gli venne consegnato, durante le festività del 4 Novembre 1988, dal Comandante della Caserma Silvestri di Rovigo, per la sua militanza protrattasi nell’Unione Ufficiali per ben cinquant’anni, mentre un secondo attestato, a firma del Generale Muraro, datato “Roma, 4 Novembre 1999”, lo premiava per la sessantennale attività. A consegnarglielo ad Ariano Polesine venne proprio il Tenente Colonnello Salvatore Serrentino, Capo Ufficio Documentazione e Matricola del Distretto Militare di Padova. Un attestato di benemerenza, il 15 ottobre 1998, gli fu concesso pure dalla Sezione UNUCI di Adria, rinata a propria vita autonoma rispetto a Rovigo, con la seguente motivazione: “per un lustro di fattiva partecipazione a tutte le attività della sezione”.
Dal matrimonio con Raffaella Mantovani ebbe due figlie, una premortagli e la seconda, Laura, pure lei insegnante, che gli ha donato due nipoti. La moglie, purtroppo, è morta giovanissima, nel 1949.
Ha richiamato un folto pubblico e suscitato interesse la mostra documentaria “Paleocapa ieri e oggi 1923-2013”, ideata per il 90° del liceo scientifico rodigino ed aperta alla cittadinanza dal 14 dicembre 2013 fino a febbraio 2014.
La rassegna – curata dalle docenti Rosanna Beccari e Silvia Patisso, in collaborazione con il comitato organizzatore, formato dai professori Valentina Barin, Alessandra Andreotti, Gianpaolo Valente e Luigi Zorzato – è stata frutto di una minuziosa e approfondita indagine d’archivio. Un progetto culturale finalizzato al recupero della memoria storica del liceo Paleocapa, nell’ambito del territorio polesano, configuratasi come un’oculata selezione di un ricco materiale fotografico e documentario, in cui spiccano preziosi documenti ufficiali.
15 i pannelli che ripercorrono la storia e lo sviluppo della scuola, dalla sua istituzione ai nostri giorni, attraverso dati, testimonianze, informazioni inaspettate, articoli di giornale e fotografie d’epoca. Ampio spazio è riservato alla notizia dell’istituzione del liceo scientifico di Rovigo, sul Corriere del Polesine, con articoli del 6 e dell’8 settembre 1923: nel primo si definisce il nuovo liceo “importante per l’accesso a molte facoltà universitarie”; nel secondo, Ferruccio Viola, preside dell’istituto tecnico De Amicis, rispondendo ai genitori che, con plausibile timore, si interrogavano sul futuro formativo dei propri figli, dopo l’intervento riformatore di Giovanni Gentile, illustra le quattro scuole medie di grado inferiore e le cinque di grado superiore, tra cui il liceo scientifico. La nuova scuola si propone, scrive il professor Viola, “di sviluppare e approfondire l’istruzione dei giovani che aspirano alle facoltà di Scienze, Medicina e Chirurgia e permette l’iscrizione a tutte le università, eccetto Lettere e Giurisprudenza”.
In seguito, la Gazzetta Ufficiale del 23 settembre 1923 pubblica il Regio Decreto del 9 settembre 1923, n. 1915, con cui, a decorrere dal primo ottobre, è istituito un Regio Liceo Scientifico in ciascuno dei Comuni di Venezia, Padova, Udine, Rovigo e Verona.
Segue poi il provvedimento del 9 marzo 1924, del re Vittorio Emanuele III, che così recita: “Abbiamo decretato e decretiamo: il Regio Liceo Scientifico, istituito in Rovigo a decorrere dal I ottobre 1923, è intitolato al nome di Pietro Paleocapa”.
Il suggerimento per la denominazione era giunto da Ferruccio Viola, che, evidentemente, conosceva bene la nobile vita e le grandiose opere del Paleocapa, ingegnere bergamasco, ultimo discendente di una grande famiglia veneta di origini greche, costretta ad emigrare a Venezia, quando i turchi conquistarono l’isola di Candia, nel 1669.
Pietro Paleocapa (1788-1869), laurea in Legge e Matematica a Padova, tenente del Genio, fu patriota lungimirante (preconizzava l’Italia unita) e politico illuminato, promosse la rete ferroviaria e, col progetto del traforo del Frejus, aprì il Piemonte all’Europa. “La sua vita fu una lunga e combattuta avventura che lo portò, pur fedelissimo all’Italia, ad impegnarsi in tutta Europa” come si legge, in un lungo articolo, che celebra il centenario della morte del Paleocapa (La Domenica del Giornale di Bergamo del 5 gennaio 1969).
Ma il suo nome è legato soprattutto alle opere idrauliche di Venezia e alla regolamentazione delle acque dei fiumi veneti, compreso l’Adige, e di canali, fra cui il Canalbianco, come attestano il Progetto per la diga di Malamocco (Contributi su P. Paleocapa, 1839, Archivio di Stato di Venezia), la Carta Idrografica del territorio compreso tra Adige e Po, i lavori di sbarramento provvisorio della Fossa di Polesella, a Bresparola di Bosaro, dove ancora esiste la Botte Paleocapa, di Filippo Lanciani, ma progettata dal nostro.
Altri pannelli ricordano il passaggio di sede dell’istituto, dall’antico Palazzo Campo, in via Silvestri, all’edificio di via Parenzo, per approdare infine all’attuale sede, in via De Gasperi: inaugurata nel 1991, completata nel 2002, oggi costituisce un complesso moderno e funzionale, dotato di un capace auditorium.
L’iter della mostra propone inoltre una ricca rassegna stampa. Si tratta di articoli sulla vita scolastica del Paleocapa, negli anni del regime e della guerra, dal 1923 al 1945, nel periodo della ripresa e sviluppo economico, dal 1946 al 1980 (Il Gazzettino, Fondo Iras di Rovigo) e circa l’evoluzione della scuola tra riforma e autonomia, dal 1980 al 2013 (Il Gazzettino, Il Resto del Carlino, La Voce nuova di Rovigo).
Quindi, rilassante e gradevole, il percorso della mostra si snoda tra le diverse e rilevanti attività culturali, scientifiche e letterarie, l’impegno ventennale del laboratorio teatrale, lo storico coro de La Josca, le foto degli alunni “di ieri e di oggi”, e, ancora, i viaggi, gli scambi culturali e gli eventi.
Un nome che d’inverno come la neve imbianca le vie del cuore, un nome che sorride alla primavera come la luce bagna nella pioggia i riflessi dei giorni incerti…. Un nome che mette un po’ d’oro nei tramonti d’autunno spesso lontani, nel mondo dei figli a volte troppo lontani…. Un nome splendido quando l’estate rende uomini nella liberta’ degli anni. Mamma, un nome da sentire perchè musica dove solenne diviene ogni poesia.
Mamma, un nome per me sempre vero, un nome per tutti… perennemente amato.
(toccante poesia dedicata all’amatissima madre)
UN CAMION NELLA STORIA
Avanza in una notte senza luce, un’incredibile storia ancora vissuta, diventa unica il 14 di novembre 1951. Un camion nella vita per rimaner nel lontano sole di Novembre, sommerso perché sognato nella notte d’acqua più eterna di un secolo italiano.
“Anch’io avevo vent’anni”, ero di Rovigo e mai dimenticherò quella notte buia dal cui fondo arriva sempre un grido. Magia è l’alluvione, immanenza e destino, tragedia e gloria, infinito odio quanto grande il rancore per chi poteva… “Sono Vittorino Padovan e sul camion mi trovavo quella notte leggendaria, d’allora è cambiato il grande fiume, cambiato è tutto, siam migliori ma ancora soli”.
23/06/2007
“I grandi drammi offrono emozioni grandi… un sacro silenzio di vita…”
TERRANOSTRA
Che ci abbracci tutte le volte che il sole luccicare fa sui solchi l’umido e profondo verbo della tua storia… oh terra polesana nostra poiché nessuno può non trovare in te una missione per sé. L’aratro o l’azienda, le parole o i mestieri, in terranostra tutto germoglia similmente al sorriso che non trova stanchezza sul viso.
Terranostra planata d’orizzonti dove Cristo s’è fermato affinché avanti andiamo, terranostra vista d’ogni angolo mai nascondi all’occhio la ricamata stoffa della storia… la tua storia sempre verde se posata sei su un letto nidiato fra cielo ad acqua.
Non c’è in te gente o zolla che non abbia il segreto del tuo verde e tenerezza di certi giorni… terranostra perché il pensiero va oltre l’orizzonte dove Cristo s’è fermato.
07/10/1993
“Sei il nostro Polesine d’oro verde…”
ACCADEMIA DELLE GIOIE
Scrigno d’arti feconde nei secoli riempisti di voci i giorni del tuo tempo dedicati a scienze e dotti pensieri. In salotti e stanze socchiuse, in biblioteche ed aule magne a te si mirava qual compimento d’imprese. Tu che illuminismo donasti e romantici sogni plaudesti circa l’umano vagare alle spiagge ideali di verdi dimore.
Dall’opera del Baseggio ai doni di luminosi libri dei Silvestri l’assoluta beltà dei quadri e i reperti nascosti nella terra lungo il mondo.
Oh sala Oliva d’immenso cuore che personaggi ospitasti e cenacoli d’artisti, anche il Campiello fu lì a presentarti onore. Oh Accademia che il fascino della tua ombra auguriamo baci lontan nel tempo il trionfo dell’amore e della fama che come seta il nostro lume volgon d’immensità.
1990
“Uno scrigno di tesori deve sempre far uscire luce”
BADOER LA BELLA
Quando Palladio ti concepì, forse ad una regina pensava se siffatta maestria disegnò il tuo aspetto nella sua fantasia. Villa d’amicizia poiché ambienti d’esistenza e calore umano quivi son materia di pace celebrata. Dalla penombra del pronao alle due fontane e più in fondo il profilo del paese
Oh Badoer la bella, che così volesti dare storia alla tua gloria… Francesco Badoer Giorgio Loredan Vincenzo Grimani nomi che scorrono nel tuo sangue e che il tempo riporta alla luce del silenzio.
Sei arte nell’arte ed inviti alla festa il fuoco forse spento nell’anima nostra per modellare all’infinito il sogno della storia. Ancor e sempre per tutti noi lo spirito dei tuoi cieli sarà o villa Badoer che custodisci i segreti della tua memoria.
1990
“Una villa ci dona il sapore d’immensità, il tempo si fonde in un istante ed allora anche la leggenda è storia”.
L’AMBRA DEL DELTA
E’ la sagoma tenera e dolce che da a queste terre pensieri d’Oriente.
Loreo, Rosolina mare, Porto Caleri, Albarella… punti in un cielo che pare immoto spazio pien di sogno sopra terre e paesi di semplice tranquillità in rugiada della pace sopra cui si stende immenso l’ideale che non vuole perdere il colore della vita.
Contarina, Donada, Ariano, San Basilio, Taglio di Po, Porto Tolle… danno cuore alla dolce sagoma che l’ambra del delta illumina tra le ombre che forse son già ricordo.
Com’è nel sogno d’ambra nella preziosità del delta unir si vuole per armonia senza pena il passato nato dalla notte al futuro che pensa allo scorrere del giorno.
Ambra del delta, che piena sei di ricchezze dalla profumata grazia di quella tranquillità… anche laddove spira qualche freddo vento calda e tenera è la tua forza nelle mani umili e radiose della tua gente. Oh ambra del delta unirti puoi sempre più ad ogni luce che splende su tutto il sentiero polesano. Allor più terra e paese più vi saranno che non possano veder la sagoma d’oriente dolce e tenera dell’ambra del delta.
1991
“Ambra vuol dire tesori dei tesori, nel Polesine ne abbiamo tanti e nessuno li porterà via”
Là dove lo Scortico (il corso d’acqua che interseca Fratta Polesine procedendo in direzione di Pincara) – si getta nel Canalbianco, esisteva un tempo un mulino. Nacque sfruttando il salto d’acqua del dislivello tra i due corsi fluviali, per far muovere la macina. Poi fu elettrificato ma, non essendo più produttivo in seguito all’avanzare di nuove tecnologie, fu chiuso e lasciato in stato di abbandono.
Stiamo parlando del mulino del “Pizzon” che una volta era il punto di raccolta del grano per gli agricoltori di Fratta Polesine e Pincara. Legata a questo mulino – ora recuperato come sede museale e in parte adibito a ristorante – si sviluppa la vicenda di Arrigo, un uomo che aveva scelto questa struttura abbandonata come sua dimora.
Arrigo era capitato in quel luogo sperduto nel periodo più difficile della sua vita, quando, ancora giovane, aveva in pochi mesi perso moglie e lavoro.
Arrigo abitava a Rovigo nel quartiere della Commenda e tutti lo conoscevano. Sua moglie, Carla, l’aveva conosciuta a Padova, quasi per caso, e subito se n’era innamorato. Studentessa, era entrata nel suo laboratorio di analisi per raccogliere notizie utili alla sua tesi di laurea in scienze naturali. Pochi mesi dopo erano già sposati.
Arrigo era figlio unico, nato da una relazione della madre con un uomo il quale, una volta che lei era rimasta incinta, non si era fatto più vedere. Sua madre non gli disse mai chi fosse quell’uomo. Viveva praticamente per questo figlio nato da un incontro purtroppo rivelatosi passeggero.
Lui ricambiò le premure e l’affetto della madre laureandosi con un 110 e lode in farmacia. Fu però una gioia di breve durata. Lei infatti morì solo due anni dopo la discussione della sua tesi di laurea.
Arrigo con la moglie allora si trasferì a Padova, dove trovò subito lavoro presso un’azienda farmaceutica. Aveva una innata passione per le piante e il suo compito era la sperimentazione. Ci sapeva fare. Ogni nuovo prodotto passava prima dalle sue mani. Era stimato e tutto sembrava andare per il meglio, ma le avversità erano in agguato.
Le disgrazie cominciarono un giorno di luglio caldo e afoso, quando gli furono consegnati dei preparati ricavati da erbe del centro Africa usate quale panacea per molti mali. Il loro impiego risultava efficace soprattutto per la cura di alcune infezioni da batteri. Ad Arrigo fu richiesto di iniziare subito le analisi su queste erbe appena importate dall’Africa, e di interrompere uno studio sull’arsenico che lo stava appassionando.
L’arsenico, conosciuto come un potente veleno, si presentava come una sostanza molto utile nella cura dei disturbi causati dal fumo. Infatti, prendendone dosi infinitesimali e aumentandole poi gradatamente sino ad un certo limite, l’arsenico si era rivelato prezioso per la salute dei polmoni. Ovviamente interessava fumatori incalliti e solo pochi medici erano in grado di prescriverne la cura senza rischi per il paziente.
Non era una specialità tratta dalle piante, ma per una volta tanto Arrigo si era preso l’impegno di testarlo e di renderne facile il suo impiego associandolo ad altri farmaci. Il fumo è una fonte infinita di malattie ed a quei tempi ogni cura sembrava buona per combatterne gli effetti nocivi.
Troppo preso dal suo lavoro, Arrigo scambiò alcuni flaconi. Nessuno al momento se ne accorse, visto che il colore dei due preparati era identico. Per una serie di malaugurate circostanze, questo errore costò alla ditta fior di quattrini per esami e sperimentazioni risultate inattendibili. Arrigo fu licenziato.
Fu uno shock per lui abbandonare questo lavoro che era la sua passione e forse lo scopo della sua vita. Precipitò in uno stato depressivo che gli costò anche l’abbandono della moglie.
Rimasto solo, Arrigo abbandonò il suo appartamento di Padova cercando casa a Rovigo, ma, non riuscendo a dare valide garanzie, finì per trovarsi sulla strada. Cominciò così la sua vita da vagabondo fra le stazioni di Rovigo e Padova, peregrinando anche lungo vie solitarie del territorio polesano.
Nel suo triste vagabondare, un giorno, seguendo l’argine del Canalbianco, si ritrovò davanti al vecchio mulino del “Pizzon”. Edificio ancora in buone condizioni nonostante fosse stato abbandonato da vari anni. Era un luogo tranquillo, lontano dalle case e da occhi indiscreti. Ad Arrigo piacque subito. Sistemò un materasso da qualche parte ed installò una specie di cucina con il fuoco sul camino alimentato dalla legna che riusciva a raccattare in zona senza difficoltà.
La campagna era la sua dispensa naturale, non avendo problemi a trasformare erbe e piante in qualcosa di commestibile. Passò del tempo. La sua presenza fu notata, ma, visto che non creava disturbo, essendo egli ritenuto una sorta di misantropo, nessuno si interessò al suo caso.
Un giorno, mentre passeggiava lungo la riva del canale, udì delle voci provenire dall’altra sponda. Era una donna che si lamentava con l’amica per delle macchie e vescichette che le erano comparse sulla pelle. Con gli occhi Arrigo la seguì e vide che abitava nella prima casa della strada che porta a Pincara.
Tornato al mulino, prese una pianta di bardana, comunissima tra le sterpaglie e nei luoghi non coltivati, ne mise a bollire le radici ricavandone una bevanda amara di color verde grigio. Poi prese della dulcamara e fece bollire anche questa con l’aggiunta di vasellina. Alla fine della cottura aggiunse un po’ di farina di lino fino a ricavarne un unguento. Prese poi i due preparati e li portò alla donna.
Lei, vedendo l’aspetto trasandato dell’uomo, per poco non gli chiuse la porta in faccia. Rassicurata però dal suo comportamento remissivo, finì per ascoltarlo. Lui le spiegò le proprietà dell’unguento, consigliandole, in caso di scarsi risultati, di bere anche il preparato di bardana.
All’indomani, senza dirlo al marito, la donna si spalmò l’unguento sulla pelle. Non le creava nessun disturbo, così continuò per alcuni giorni. Lentamente la cura cominciò a far effetto. Non aveva più prurito e pian piano le macchie cominciarono ad impallidire sino a sparire del tutto. Il marito fu ovviamente il primo ad accorgersene ed in men che non si dica, si sparse la voce che al “Pizzon” c’era uno che curava con le erbe.
Dopo la donna con le macchie, Arrigo – da tutti chiamato Rigon forse per il suo fare poco incline alla socializzazione – curò l’alito cattivo ad un’altra donna piuttosto anziana che abitava a Paolino. Il suo alito disturbava gli altri commensali, così si era decisa a mangiare sempre da sola. Arrigo le consigliò una perfetta pulizia della bocca, poi le preparò un infuso ottenuto dalla bollitura di semi di anice, di finocchio e radici di liquirizia. Il tutto con l’aggiunta di un po’ di vino bianco. La donna, dopo alcuni giorni, tornò da lui per ringraziarlo. Era tornata a mangiare con i suoi.
Un vecchio aveva l’asma ed era stanco di prendere pillole. Lui gli preparò una bevanda ricavata dalla bollitura in un litro d’acqua di 30 grammi di eucalipto e 20 grammi di fiori d’origano e l’anziano trovò ben presto giovamenti.
La fama del guaritore con le erbe ormai si era ampliata. Quel che faceva gli piaceva molto, tanto da doversi procurare delle erbe e delle piante fuori dal suo habitat naturale.
Un giorno arrivò una donna che era sofferente di anemia. Le cure fatte non erano servite a ridarle forza. Inizialmente ad Arrigo risultò una delle tante pazienti che si rivolgevano a lui per una cura, ma poi, osservandola bene, scoprì, con grande sorpresa, che si trattava di sua ex moglie, Carla.
Lei evidentemente non l’aveva riconosciuto, forse a causa della barba folta e lunga. Da quando non era più a Padova, Arrigo aveva cambiato anche il tono della voce, fattasi più cavernosa, ed era difficile scorgere in lui l’uomo che con voce squillante aveva gestito il laboratorio farmaceutico.
La sua triste condizione di vita dipendeva anche dall’affronto dell’abbandono subito dalla moglie. Desiderava vendicarsi, ma non poteva sottrarsi al suo ruolo di guaritore e, caso strano, proprio quell’arsenico che era stato la causa prima della sua rovina, poteva essere utile nelle forme di anemia. A dosi infinitesimali ed accoppiato ad altre sostanze, avrebbe per il momento aiutato sua moglie. Aggiunse l’arsenico ad un preparato di carote, le consigliò di mangiare dei carciofi crudi e le preparò una crema d’avena. La donna continuò a non riconoscerlo anche perché tutto si era svolto nel silenzio, a base di gesti.
Una settimana dopo Carla tornò; era rimasta molto soddisfatta della cura. Arrigo le diede il necessario per continuare per altri sette giorni. Anche questi passarono e Arrigo era consapevole che la donna sarebbe di certo tornata, se non altro per ringraziarlo.
Quella poteva essere l’occasione per una rivalsa nei confronti della ex moglie. Ma poi, ripensando alla sua attuale attività di guaritore apprezzato, considerò che se fosse rimasto in quel laboratorio padovano non avrebbe fatto quelle esperienze che ora lo gratificavano. Al “Pizzon” era invece divenuto un personaggio. Una persona in grado di fare del bene e di ottenere il rispetto della collettività.
Decise pertanto di lasciar perdere ogni iniziativa di rivalsa e, quando Carla tornò, non si fece nemmeno vedere. Le mise il preparato sul tavolo con un biglietto con scritto: “Dopo questo, basta”.
Lei arrivò, prese la pozione e lesse il biglietto. Tre parole, ma notò come la calligrafia le fosse familiare. Rimase perplessa ed impaurita. Tornò a casa e si mise alla ricerca di vecchie lettere. Le trovò e confrontò la calligrafia. Si sedette confusa. Sua madre, vedendola così pallida, le domandò: “Carla, stai male?”
“No, no – rispose lei – solo che devo tornare in un certo posto”. Scese in strada, prese la sua Uno e si diresse verso il “Pizzon”.
L’incontro fu commovente, ma troppi anni erano passati per riprendere insieme un cammino comune. Arrigo, in particolare, era divenuto a tutti gli effetti un altro uomo, poco disponibile a condividere un itinerario di vita, e pertanto continuò la sua esistenza di solitario tra il Pizzon e Ramedello, località questa dove una ventina di anni fa giunse la fine dei suoi giorni.
Mi sono risvegliata col cuore in gola, già palpitante d’attesa, come sempre nel giorno del tuo compleanno.
Il rituale è ormai consolidato: un giorno di ferie, colazione abbondante e senza fretta, mentre sfoglio il nostro vecchio album fotografico, tra un sorso di caffè e l’altro, sgranocchiando compiaciuta il pane biscottato, reso goloso da miele d’acacia e marmellata di fichi, di cui sei ghiotto.
Devo scegliere la foto che, come ogni anno, ti regalerò.
Eccola, non ho dubbi, quest’anno punto decisa sulla gita all’Alcantara, scattata proprio nella gola delle rocce che conducono alla sorgente. Siamo ben piantati nell’acqua ancora bassa, dentro gli indispensabili stivaloni inguinali, con le espressioni che ci contraddistinguono. Tu allegro, impavido, trionfante come un fortunato esploratore; io leggermente pallida, decisamente insicura e preoccupata dalla pressione stupefacente esercitata dall’acqua sulle gambe, piuttosto che rapita dalla bellezza sconvolgente del luogo. Un luogo magico, dalla bellezza davvero toccante, dove desidero tornare, lo sai.
Quello che la foto non può mostrare è che tu mi hai immediatamente preso la mano e i tuoi occhi hanno accolto il mio sguardo e, subito, l’ansia è svanita e la tua sicurezza è diventata la mia sicurezza, la tua gioia festosa, la mia gioia festosa.
Una foto, per quanto arguta, fissa solo l’attimo di un percorso, non necessariamente il più significativo.
Richiudo velocemente l’album carezzandone la copertina su cui abbiamo manualmente e maldestramente inciso un titolo: “Percorsi d’amore”, con la data della nostra prima foto insieme. Sorrido, è davvero il titolo di un romanzo rosa, della nostra storia d’amore.
Ripongo con cautela l’album nel mio luogo segreto, vi resterà nascosto fino al tuo prossimo compleanno.
Il treno è al binario, salgo in fretta per prendere un buon posto vicino al finestrino. Sono fortunata, è semivuoto, spero che nessuno mi sieda accanto, ho circa un’ora e mezzo di viaggio e quindi tutto il tempo per scrivere la data odierna, sul retro della foto, che guarderò a lungo, per ricordare ogni istante gioioso della nostra gita in Sicilia, pensando a te, a noi.
So che approverai, ammiccante, il mio abbigliamento: tubino rosso – il tuo colore preferito – giacca in tinta morbida e femminile, scarpe col tacco, unghie laccate di fresco, capelli raccolti, come adori che io porti, il profumo che mi hai aiutato a scegliere e che ti dà i brividi mentre mi baci la nuca, dando a me gli stessi brividi.
Sorrido, non sono più il brutto anatroccolo venuto a curarsi una carie molare nel tuo studio, mi hai rimediato non solo il dente, ma anche la vita.
Mi hai trasformata nella donna sicura e consapevole di sé che sono oggi, in grado di correre incontro alla vita e non di sentirsene rincorsa e vittima predestinata. C’è voluto del tempo, ma poi nemmeno troppo, ma ce l’hai, anzi, ce l’abbiamo fatta.
Il vialetto che ci separa è già parecchio frequentato e odoroso di resina, ma noi abbiamo appuntamento in un luogo sufficientemente appartato, il mio cuore batte sempre più veloce e rumoroso, lo sentano tutti, e si voltano a guardarmi, mentre, allo stesso ritmo lo accompagna il mio sempre più veloce tacchettio sul selciato.
Eccoti, finalmente ti vedo.
Mi chino, attenta a mantenere l’equilibrio, dovessi cadere, le tue risate le sentirebbero fino in Paradiso.
Sposto con delicatezza il solito mazzo di gerbere rosse, teneramente posato sul marmo… Tua sorella è già venuta a salutarti, mi precede sempre, discretamente, per fare in modo di non incontrarmi e lasciarci soli.
La tua immagine ridente mi accoglie ed è ravvivata dall’ amore, la mia anima viene accolta dalla tua, ancora una volta e restiamo così, a scambiarci silenziose emozioni. Nonostante la mano poggiata sulla tua lapide fredda e luccicante sia marmoreamente gelida, i miei pensieri sono caldi e fluidi, tutto il mio essere viene invaso dalla tua vitale esuberanza.
Sorrido e piango, sistemo la nostra foto dell’anno vicino alla tua immagine mentre, come sempre, mi chiedo che fine abbiano fatto quelle precedenti, che non mi apparterranno più.
So che non devo pormi questo sciocco problema, fa parte di uno dei nostri ultimi patti d’amore, sugellati mentre tu, sorridendo, te ne andavi e mi lasciavi a questa vita: una foto all’anno sulla tua tomba, il giorno del tuo compleanno, finché avrò gambe per camminare.
Mentre il treno velocemente mi riporta a casa, controllo l’orologio e penso che avrò tutto il tempo di far scorrere le ultime lacrime in un bagno rilassante, prima che mio marito rientri, con due pizze fumanti che mangeremo pigramente, mentre lui mi racconterà gli aneddoti più comici della giornata, per farmi ridere e ci riuscirà, come sempre.
Non mi chiederà nulla di questa giornata; sa che è dedicata a te e sa che se oggi siamo una coppia felice, innamorata e collaudata, lo dobbiamo a te, a quello che mi hai lasciato in eredità, col tuo amore stimolante, arricchente e paziente.
Questo è un suo regalo per il tuo compleanno, dono del suo amore per me, so che ne sei consapevole e lo apprezzi. Lui è simile a te, è generoso e sensibile, vitale e affascinante, siamo entrambi certi che tu ci hai fatto incontrare e te ne siamo grati.
Apro la porta di casa, ti mando un ultimo, intenso, pensiero d’amore.
Fino al tuo prossimo compleanno, fino al nostro prossimo appuntamento.
Le mire espansionistiche dei paesi europei a inizio ‘900 portarono a un’intensa politica coloniale che arricchiva i paesi leader e non risparmiava l’Italia. Si registrò un’inedita accelerazione, più nei programmi che nei mezzi, con una folle corsa agli armamenti e alle ingenti spese che ne conseguirono.
In questo quadro si inserisce la conquista italiana della Libia. Tra il 1911 e il 1912, con Giolitti alla guida del governo, avviene la conquista di questo lembo d’Africa.
Alla fine degli anni ‘30 i coloni italiani stabilitisi nel territorio oltremare raggiungevano il 13% della popolazione. A guidare la Libia italiana al tempo del governo Mussolini, un giovane Italo Balbo che la divise in quattro province più un territorio sahariano. La sua politica di colonizzazione italiana del territorio libico tentò di raggiungere un’integrazione con la cittadinanza locale; e lo sviluppo che mise in atto coinvolse diversi ambiti: infrastrutture, sanità e sistema scolastico, migliorando, nella maggior parte dei casi, la situazione degli abitanti.
Poi la seconda guerra mondiale, la perdita della colonia, la scoperta dei giacimenti di petrolio; in seguito la dittatura di Mu’am-mar Gheddafi che mise in atto un programma di nazionalizzazione con pesantissimi risvolti sociali per i coloni italiani penalizzati dalla confisca di tutti i beni e dall’improvviso e forzato allontanamento: entro il 15 ottobre 1970 tutti costretti a lasciare il paese.
La storia riporta i fatti, le date, i conflitti, ma non il vuoto che certi avvenimenti lasciano nella vita delle persone.
Il nostro viaggio all’interno della storia si ferma qui, per raccontare la vita di Silvana Mellacina, ad iniziare dalle sue origini, senza le quali non sarebbe possibile apprezzare e capire l’artista che si cela dietro la donna.
Silvana, una bambina nata a Tripoli, in Libia, e costretta a subire le cause e gli effetti di una migrazione di cui, a suo tempo, non poteva capire il senso.
“Avevo undici anni e mezzo – racconta – era un giorno strano, non capivo cosa stava succedendo. Presero me e la mia famiglia e ci portarono al porto di Tripoli, sul luogo campeggiava la polizia araba armata che orchestrava la nostra uscita. Ci imbarcarono su una nave tipo carro bestiame dal nome ‘Argentino’, era tutto così confuso e orribile, ce ne siamo andati coi vestiti che avevamo addosso. E dire che la mia era una famiglia rispettabile, perché tanto odio? Avevamo sei o sette operai che lavoravano nella nostra tenuta, stavamo bene e il rapporto coi dipendenti era buono. Avevamo anche una cavalla, Giuliana che aveva vinto molti premi, poi ho scoperto che il governo di Gheddafi aveva portato via anche lei oltre al nostro bestiame.
Ma il popolo libico non era così, amavano gli italiani perché avevano portato l’agricoltura in una terra che viveva ancora di pastorizia, le strade, le infrastrutture… ma il petrolio faceva gola ai politici che hanno poi sobillato il popolo. Ho un ricordo dolcissimo della mia terra, l’arabo era obbligatorio nelle scuole e, pur difficilissimo io, lo avevo imparato, lo sapevo scrivere e parlare.
Ero innamorata di mio padre, era un grande filosofo, mi ha trasmesso l’amore per l’arte e per le cose belle, nella sua famiglia sono tutti baritoni, tenori… ah la musica! che grande cosa. La realtà in cui vivevo da piccola era così dolce e ovattata. I nostri vicini di casa erano arabi, con noi avevano instaurato un rapporto di reciproca stima e riconoscenza e quel giorno al porto erano venuti a salutarci in lacrime.
Cosa ricordo di Tripoli? Il bianco accecante delle case, i fichi d’India, i mandorli, gli ulivi e il deserto che nel momento del tramonto ha mille sfumature. Questa è la mia Africa: le case bianche, la mia città e la velocità con cui tramonta il sole lasciandoti in un buio pesto, ma non privo di contenuti… LA FELICITA’ IN MEZZO A UN DESERTO… è un ricordo disarmante.
Ma io sono stata fortunata, sai, ho avuto un’infanzia bellissima, sono stata tanto amata. Dall’Italia i miei genitori avevano portato anche la nonna che, come molte nonne romagnole, era grossa e un’ottima cuoca. Era una donna molto cordiale, se penso a lei ricordo le tagliatelle stese su di un tavolo di legno di una casa di Tripoli e la cena di Natale per la quale faceva dei cappelletti grossi ‘come delle pizze’. Dopo i festeggiamenti partivamo da casa sua per tornare verso casa nostra; mio padre mi prendeva in braccio e percorrevamo quattro km a piedi nel buio totale del deserto. Avevo paura di quell’oscurità, ma il canto stonatissimo di mio padre in mezzo a quell’immenso di spazi e tempo mi dava un senso di estrema tranquillità.
Questa è la mia storia, i miei ricordi. Da allora tutto è cambiato, ma le sensazioni che derivano dai colori, dai sapori e dai profumi si innestano in noi con una tale prepotenza che è direttamente proporzionale all’intensità con cui le hai vissute.
Il colore bianco mi accompagna da sempre perché mi ricorda i tetti delle case di Tripoli, è il colore della mia vita, della mia anima e di quell’innocenza che ho perso in Africa in un’infanzia felicissima e fortunata. Non ho trovato mezzo migliore dell’arte per lasciare impressi i miei ricordi, e le creazioni che progetto hanno il senso del passato.
I materiali delle mie sculture sono diversi. A volte uso la carta di marmo, un amalgama di cellulosa pura, polvere di marmo di Carrara e un inedito conglomerato di cui gelosamente custodisco la ricetta. La cartapesta invece è stata un’autentica riscoperta, ha origini molto antiche ed è stata ampiamente usata nei secoli; la amo particolarmente per l’intenso lavoro che prevede, per la sua apparente fragilità e per la versatilità delle soluzioni finali. Adotto anche altri composti, come l’argilla che uso sempre a crudo ed il cuoio che trovo affascinante, plasmabile e ‘docile’, ma con un carattere vigoroso.
La pietra grattugiata e la polvere di pietra hanno in me il senso del ricordo della sabbia del deserto e di tutto ciò che è polveroso, lontano e fiabesco, lo conservo come un bene prezioso e un monito all’artigianato che va scomparendo. Amo usare le mani per plasmare e sentire le grinze del cuoio lavorato, le superfici irregolari, le rughe della carta e le asprezze della pietra. Questa sono io, ai colori e alla mia fantasia affido il resto”.
Silvana è un’artigiana straordinaria, e nella rosa delle sue creazioni troviamo lampade, sculture, vasi e piatti con una plasticità ruvida che va ricercata nei materiali e nel ricordo lontano di sabbia, vento e sole della sua amata Tripoli.
L’artista affronta la materia come una sfida e la polvere di pietra sembra conferirle ancora più carattere e temperamento. Singolare è l’opera religiosa del Cristo in croce eseguita in cuoio in cui il corpo del Signore si perde in un degradare di grinze ondulate e dove si bilanciano la pesantezza della materia e la dolcezza delle pieghe in un pressante misticismo che fa di quest’opera un’aula liturgica.
Qui l’ultimo movimento divino corrisponde al primo scatto di muscolo dell’umanità lavata dai suoi peccati e l’artista si limita a traghettare l’attenzione su una veste sintetica che sta per la sofferenza universale e non accenna a dettagli fisici iniziando a corrompere l’idea di ordine estetico del Cristo in croce a cui siamo abituati. L’assoluta sobrietà di quest’opera è talmente agghiacciante nel suo silenzio che sembra immortalata nel tempo e nello spazio mentre il soggetto è potentemente comunicativo da infondere un senso di impotenza.
Silvana Mellacina è un laboratorio di idee ed è anche poetessa, affida la cabina di regia delle opere a un sentire squisitamente femminile, non soffre dei suoi cambiamenti stilistici perché in accordo con la sua articolata fantasia. Silvana ha partecipato a diversi concorsi, vive e lavora a Polesella, ha un curato sito internet ‘Le cose di Silvana’ e da qualche anno a questa parte propone le sue creazioni in diverse esposizioni pubbliche e private.
Danilo Vanin non è stato solo un calciatore e un allenatore, è stato soprattutto un uomo di sport e una delle glorie calcistiche di Badia Polesine. Era nato a Salzano (VE) il 24 settembre del 1934, si è spento intorno alle 2 di venerdì 15 febbraio 2013 al Policlinico di Padova dov’era ricoverato in terapia intensiva da alcuni giorni. Sino all’ultimo gli è stata accanto la moglie Wanda Santato; moltissime persone hanno partecipato ai suoi funerali che si sono svolti nell’arcipretale badiese il 18 febbraio 2013.
Era bambino quando, orfano del padre, arrivò a Badia con la mamma e la sorella Rosy all’Istituto Caenazzo – Bronzin, dove avevano trovato lavoro. Qui è cresciuto, qui ha conosciuto tanti badiesi di famiglie poco abbienti, molti addirittura orfani, e vi è rimasto sino a 18 anni quando ha dovuto lasciare l’istituto perché oltre quell’età non si poteva restare.
Il suo primo lavoro lo ha trovato nella locale Tipografia Zuliani, passando poi a Ferrara, come analista chimico nel centro ricerche della Montedison; nel 1966 fu assunto dal comune di Badia Polesine dove ha lavorato sino al 1989.
La carriera sportiva di Danilo Vanin inizia proprio al Caenazzo, che dispone di un campo per il calcio, e dove, tra gli altri, conosce il futuro portiere del Badia Luigino Bacchiega di due anni più giovane di lui.
Finita la seconda guerra mondiale si torna a giocare regolarmente, e il Badia per due stagioni, 1946-47 e 1947-48 milita in serie C.
Lo stadio comunale di via Roma (ex Polisportivo del Littorio inaugurato il 25 ottobre 1928) torna a riempirsi di pubblico, molta parte dei badiesi segue il calcio ed è in quell’ambiente che Danilo Vanin incomincia a farsi conoscere: non molto alto di statura, ma scattante, velocissimo, imprendibile, gran tiro secco e preciso, un’ala destra di ottime qualità.
Nei primi anni ‘50 è già titolare fisso nel Badia allora allenato da Ottorino Verzaro che era anche giocatore. Di quel glorioso Badia degli anni ‘50 (arrivato sino alla Promozione) ora rimangono in vita soltanto Luigino Bacchiega, Giulio Vaccari e Vittorio “Topa” Chieregato. Danilo Vanin era talmente pungente che da giocatore lo chiamavano “Spin”, poi per tutti i badiesi divenne “Vecia”.
Il suo amico Luigino Bacchiega lo ricorda così: “Persona onestissima, non accettava compromessi da nessuno, in campo era fortissimo. Aveva avuto anche contatti con squadre di serie A, ma l’infortunio al ginocchio ne limitò la carriera. Indimenticabile. Non faceva sconti a nessuno: all’ultima partita del campionato 1956-57 contro l’Arcella a Padova, non avendo altri giocatori, mi schierò all’ala sinistra. Purtroppo mi feci distrarre dalle ragazze che erano a ridosso della recinzione del campo e non vidi un passaggio di Danilo e la palla uscì in fallo laterale. Lui si arrabbiò molto e, visto che era capitano, chiese all’arbitro se poteva chiedere la mia espulsione. L’arbitro confermò questa sua facoltà: Danilo gli prese il cartellino rosso e fu lui a mostrarmelo”.
Lucca Averroè, classe 1938, ala sinistra di valore, lo ricorda così: “Iniziai a giocare nel Badia a 14 anni e vi sono rimasto sino a 28 quando ho chiuso col calcio. Danilo con me era molto protettivo. Con noi giocava “Cicia” Saretto che aveva un lancio molto lungo e preciso e per questo l’allenatore gli diceva: quando prendi palla fai un fischio lanciala lungo la fascia destra verso Vanin. Accadeva spesso: Danilo si metteva subito in moto e riusciva a bruciare gli avversari in velocità e spesso a fare gol”.
Aggiunge Roberto Chieregato una delle memorie storiche del calcio badiese: “Nessuno si spiegava un fatto molto curioso: per problemi al ginocchio Danilo zoppicava, ma quando correva spariva tutto”.
“Quando ho conosciuto Danilo – dice la moglie Wanda Santato – lui non giocava già più ma faceva l’allenatore e non voleva che andassi allo stadio a Badia perchè sentiva troppo le partite, non bisognava dirgli nulla, potevo andare solo in trasferta. La sua grande passione era quella di allenare i giovani: si sentiva un educatore e posso assicurare che da loro era adorato. Non sopportava invece quei genitori che si intromettevano nel suo lavoro”.
Gli anziani appassionati di calcio ricordano ancora il gol segnato da Vanin durante un’amichevole disputata negli anni ‘50 contro il Genoa allo stadio di via Roma: incredulo l’allenatore dei rossoblu si alzò per andare a controllare se nella rete vi fosse un buco; invece il rasoterra di Vanin passò millimetricamente fra portiere e palo; vinse il Badia 1-0.
Renato Vertuan, classe 1951, amico da sempre di Vanin: “Mi aveva visto giocare all’oratorio, avevo 14 anni, e mi chiese di passare al Badia: iniziò così la mia carriera calcistica. Debuttai in prima squadra, in terza categoria a 15 anni, non si poteva perché bisognava aveva 16 anni e non so come Danilo riuscì a tesserarmi e diventai suo compagno di squadra. Ricordo bene la vittoria nel campionato di terza categoria 1966-67: dovemmo fare lo spareggio contro l’Occhiobello dopo un doppio 1-1. La bella venne giocata a Lendinara e vincemmo 1-0: fui atterrato in area e Busson segnò su rigore. Giocai così bene che emissari del Mantova mi videro e mi vollero: il presidente Mario Rizzi accettò il mio trasferimento, l’Ac Badia incassò 800 mila lire e risanò i conti. Restai a Mantova, fra Primavera e Berretti, tre anni, poi ebbi un problema al ginocchio e tornai al Badia in forza di una clausola voluta da Danilo”.
Da giocatore era un fuoriclasse e da allenatore? Continua Vertuan: “Negli anni in cui ho giocato con lui era già un allenatore in campo. Come allenatore era severo, ci responsabilizzava al massimo, non faceva sconti a nessuno. Nel primo anno di Promozione, 1973-74, andammo a giocare a Trissino e io, Tino Magnan e Flavio “Pucci” De Lorenzi, invece di salire sul pullman della squadra andammo in auto. Danilo non la prese bene e ci mandò in tribuna: il Badia vinse lo stesso, credo 3-1. Da allenatore Danilo non ha mai preso un soldo, diceva che era meglio così perché si sentiva più libero anche di andarsene”.
Nella stagione 1972-73 Vanin non viene confermato allenatore, ma ritorna nella stagione successiva e in quella dopo sempre a campionato inoltrato. “Nel periodo senza incarichi – aggiunge Vertuan – Danilo aveva fondato la Vangadizza per curare il settore giovanile con ragazzi classe 1957, 58 e oltre. Alcuni di loro andarono in prima squadra giovanissimi”. L’occasione arriva all’ultima di campionato 1974-75 a Contarina. Nella penultima gara il Badia aveva affrontato il Cardi Chievo primo in classifica a pari punti col Contarina: per salvarsi deve vincere e fino a poco dalla fine è in vantaggio 1-0, poi i clivensi pareggiano con un evidente fallo di mano. Succede il parapiglia, l’arbitro fa finire la partita ma nel referto scrive che ha dovuto interromperla e così il Badia perde a tavolino e si trova metà squadra squalificata.
“Danilo inserisce diversi giovani che aveva avuto alla Vangadizza – aggiunge Vertuan -, ormai eravamo retrocessi e non avevamo nulla da perdere. Il Contarina sente di avere la storica promozione in serie D a portata di mano e parte con i festeggiamenti prima del fischio d’inizio. Finisce che vinciamo noi 2-0 e il Chievo va in serie D”. Le due reti sono segnate dal sedicenne Rodolfo Minella venuto dalla Vangadizza.
Facciamo ora un passo indietro per ricordare un altro protagonista del calcio badiese prematuramente scomparso a soli 47 anni. Alle 3 del mattino del 13 agosto 1967 nella sua casa di via Pesa Vecchia a Badia, muore per un attacco cardiaco, Ottorino “Toro” Verzaro: era nato l’8 ottobre del 1919.
Frattanto, dopo i due anni di serie C, l’Ac Badia ha una crisi e “Toro” viene ceduto ad altra squadra assieme a “Cicia” Saretto. I due dopo una stagione decidono di tornare, e Verzaro è tra i fondatori di una cooperativa che prende in mano il Badia. Ma c’è da sistemare il terreno del comunale e così, soltanto con alcuni volontari, si provvede a rimuovere un profondo strato di terreno e a fare il drenaggio: a quel tempo consisteva nello stendere fascine di legna a una certa profondità e poi ricoprire tutto con la terra disposta a schiena d’asino e fare la semina dell’erba. Per l’occasione viene anche realizzata la pista in terra battuta utilizzata per competizioni ciclistiche alle quali parteciparono anche Gino Bartali e l’allora campione del mondo dell’inseguimento Toni Bevilacqua.
“Nel primo anno di seconda categoria, 1967-68 – ci dice Roberto “Bobè” Chieregato, classe 1949 – Giancarlo Checchinato prese il posto di Ottorino Verzaro; Vanin non giocava più in attacco ma passò in difesa; il Badia chiuse al terzo posto. Di Checchinato ricordo una delle sue massime: “Nei suoi anni d’oro Vanin era così veloce che dalla fascia faceva il cross che andava a riprendersi in area e a fare gol”.”
Vanin smette di giocare nella stagione 1969-70 con il Badia in Prima categoria; poi farà l’allenatore sia a Badia, compresi i due storici campionati in Promozione 1973-74 e 1974-75, che in altri paesi.
Ricorda ancora Roberto Chieregato: “Nel 1983-84 mi venne chiesto di riorganizzare il settore giovanile del Badia Calcio (nel frattempo diventata Us Badia dalla stagione 1979-80, ndr) e chiedemmo a Danilo di allenare gli Esordienti: vincemmo il titolo provinciale”.
La storia calcistica di Danilo Vanin, di cui offriamo questi spunti, va di pari passo con quella del comunale di via Roma.
Nei primi anni ‘50 del secolo scorso Ottorino Verzaro con i suoi volontari lo aveva rimesso a posto e per oltre mezzo secolo ha ospitato oltre al calcio, anche il ciclismo, l’atletica leggera, il calcio femminile, lo speedway e il rugby dal 1994 al 2007. A più riprese dal 1970 vennero fatti diversi interventi: i nuovi spogliatoi sotto la tribuna, la copertura della tribuna stessa, l’illuminazione del campo, l’ampliamento dell’area disposizione sulla quale sorsero i nuovi spogliatoi.
Ma nei primi anni 2000 la Giunta comunale, allora guidata dal sindaco Edo Boldrin, decise di fare nuovi impianti sportivi in via Martiri di Villamarzana. Allora si costituì un comitato per la difesa dello stadio che diversi anni prima era stato intitolato proprio a Ottorino Verzaro.
La storia ha dato ragione a quel comitato e ai tanti badiesi, sportivi e non, che volevano e vorrebbero lo stadio comunale ancora in grado di svolgere la sua funzione. Purtroppo i nuovi impianti sportivi, inaugurati nel marzo 2007, hanno indebitato il Comune oltre misura.
Il vecchio comunale, vincolato dalla Sovrintendenza, è da anni in stato di totale abbandono e ciò rappresenta una mancanza di rispetto verso quanti lo hanno curato, verso quanti hanno dato vita a imprese sportive e verso coloro che sono stati anche solo semplici spettatori di quelle imprese. Il comunale di via Roma è depositario di una forte memoria che non può essere cancellata.
La storia di una comunità è fatta di tante microstorie, e se di solito si è portati a pensare che esse siano riconducibili a quella ritenuta principale, rappresentata dall’amministrazione comunale; a ben vedere si scopre invece che vitalissime ed autonome sono le storie cosiddette minori, quelle delle associazioni che vivificano il territorio. E, su tutte, quella più longeva è quasi sempre rappresentata dalla società sportiva che si identifica con la locale squadra di calcio.
A Scardovari questa storia ha trovato una codificazione in un pregevole volume intitolato appunto “Scardovari e la sua Società Sportiva – Cinquant’anni di calcio… e non solo”, realizzato da Damiano Laurenti, edito dalle “Arti Grafiche Diemme” di Taglio di Po, come i precedenti lavori di indagine locale compiuti dallo stesso autore.
All’apprezzata iniziativa ha prestato una valida collaborazione anche il prof. Luciano Scarpante – col quale ci incontriamo – che ci svela alcuni particolari dell’operazione di recupero della memoria.
Dal pregio del volume si intuisce che esso è frutto di un notevole impegno. E’ così?
“La realizzazione del libro ha richiesto un tempo molto maggiore di quello che era stato preventivato per la grande quantità di elementi che via via si aggiungevano. Damiano ha iniziato all’incirca cinque anni fa a mettere insieme il materiale documentario, non solo attraverso l’archivio della Società Sportiva o documenti in possesso di privati, ma soprattutto consultando in modo meticoloso l’archivio del Comitato Regionale Veneto della F.I.G.C. con sede a Marghera (VE) che ha reso accessibile tutta la documentazione riguardante il calcio dilettanti. In questo modo è stato possibile ricostruire puntualmente i gironi nei quali lo Scardovari ha giocato, i calendari delle partite, le classifiche.”
Nel volume – ricco sotto il profilo iconografico – oltre alle foto delle varie squadre che si sono succedute nel tempo e ai volti dei vari dirigenti e allenatori, non manca una selezione degli articoli apparsi sui giornali dell’epoca…
“Infatti si è riusciti anche a reperire una considerevole quantità di articoli dalla cronaca locale a partire dal 1936, fotocopie e originali in parte forniti da amici, in parte conservati dalla società, in parte consultando la raccolta di quotidiani del Centro Casa Serena di Rovigo che ha messo a disposizione la propria biblioteca. Ricchissimo il materiale iconografico: c’è stata quasi una gara tra dirigenti, ex giocatori, sportivi in genere nel mettere a disposizione le fotografie in loro possesso; spesso le foto erano molto rovinate, specialmente le più vecchie, per cui si è reso necessario un loro risanamento, almeno nella forma digitale. Abbiamo voluto conservare e pubblicare anche foto molto scadenti per qualità, per il valore che esse hanno come documento. Fondamentali le testimonianze e le interviste fatte a protagonisti di questi oltre cinquant’anni di sport, che hanno consentito di arricchire, con episodi e racconti vissuti in prima persona, la ricostruzione storica degli avvenimenti”.
Quali figure emergono con maggiore rilevanza?
“Moreno De Bei, uno dei più rappresentativi protagonisti del Calcio Scardovari, sia come giocatore, sia come allenatore responsabile del settore giovanile. A lui è stato intitolato il Centro Sportivo di Scardovari. Poi Flavio Gibbin, cresciuto nelle giovanili dello Scardovari, che ha debuttato in Eccellenza a soli 16 anni. E ancora: Doriano Rosestolato, Pierfrancesco Giuriola, Claudio Pezzolato “Taio”, Mario Scarpa, che ha giocato in serie A col Perugia, Sante Crepaldi, giocatore in serie A con la Fiorentina, Ettore Modonesi, medico sociale per tantissimi anni. Abbiamo voluto ricordare anche Eraldo Mancin, il quale non ha mai giocato nello Scardovari, ma onora il nostro comune avendo Giocato in serie A nel Venezia, nella Fiorentina (con la quale ha vinto lo scudetto nel 1969), nel Cagliari di Gigi Riva (con il quale ha vinto lo scudetto nel 1970); a Porto Tolle era stato capitano della squadra di Polesine Camerini, suo paese natale.
Nel libro sono presenti anche altre squadre…
“Abbiamo dato spazio anche alla breve esperienza di calcio femminile e al Volley Scardovari, squadra di tutto rispetto, tuttora attiva e affiliata alla Società Sportiva Scardovari. Inoltre un capitolo è stato dedicato alle altre storiche squadre di calcio del territorio comunale. In particolare tre squadre che nel 1999 avevano dato vita all’Unione Sportiva Delta 2000, e cioè: la Società Sportiva Polesine Camerini, la Società Sportiva Carpano Cà Venier, l’Associazione Calcio Portotollese, che a sua volta aveva assorbito i “Diavoli Rossi” di Donzella. Il Delta 2000 nel 2011 cambia Ragione Sociale e diventa “Unione Sportiva Dilettantistica Calcio Delta Porto Tolle. Oltre a queste squadre abbiamo ricordato il Boccasette e l’ultima nata: i Blucerchiati, che hanno il merito di aver riportato il calcio nell’isola di Ca’ Venier”.