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Archivi: Articoli d’archivio

  • La Madonna di Arzarello

    La Madonna di Arzarello

    Nel territorio di Lendinara sono presenti vari oratori, la cui origine non è sempre documentata. Per alcuni essa si perde nella notte dei tempi ed appare legata alle consuetudini di fede ampiamente diffuse nell’ambito della civiltà contadina; per altri è invece ascrivibile a fatti concreti: edicole o tempietti spesso eretti a mo’ di ringraziamento per uno scampato pericolo, attribuito solitamente al benigno intervento della Vergine.

    E’ il caso dell’oratorio di Arzarello che sorge lungo da strada arginale dell’Adigetto (il toponimo della località fa chiaramente riferimento all’argine del corso d’acqua) che da Lendinara porta a Valdentro. E’ spesso metà di passeggiate, e si anima in particolare nel mese di maggio quando viene organizzato il “fioretto” serale in onore della Madonna.

    Ecco la sua storia, legata alle drammatiche vicende della seconda guerra mondiale, che apprendiamo in loco.

    Una bella giornata di sole donava al grano, ormai maturo, il caratteristico color oro e le case della borgata riflettevano il classico bianco calce delle facciate. Case per la maggior parte vuote, perché i residenti erano al lavoro nei vicini campi o nelle fabbriche di Lendinara.

    Dai lontani campanili della cittadina risuonavano deboli le ore undici, quando un cupo rumore di aeroplani in avvicinamento rompeva la quiete del silenzioso borgo; ancora un minuto e poi assordanti e spaventosi scoppi ruppero drammaticamente l’aria.

    Gli ordigni sganciati dai bombardieri delle forze armate alleate miravano alla linea ferroviaria Rovigo-Legnago-Verona con lo scopo di interrompere le attività di trasporto e rifornimento alle truppe tedesche. Ben 60 bombe piovvero dal cielo quel giorno, mettendo scompiglio e paura tra la gente che fortunatamente rimase illesa, e nemmeno case e cose subirono gravi danni. Un vero miracolo, dissero i residenti che terrorizzati si ritrovarono nei rifugi, costruiti alla meno peggio, lungo la scarpata dell’argine esterno dell’Adigetto.

    Altri residenti, che in quei momenti prestavano la loro opera nelle fabbriche della cittadina lendinarese, ebbero l’ardire di salire sulla cima dei camini dei loro stabilimenti per osservate l’orizzonte, verso la località oggetto dei bombardamenti, scorgendo, desolati, nere colonne di fumo che salivano verso il cielo.

    Era il 22 giugno del 1944, data che segnò un indelebile ricordo negli animi della gente di Lendinara e dintorni.

    Chi racconta questa storia è la gentile Signora Zatta Maria che da molti anni risiede in Via Arzarello di Lendinara, e che la mattina del 22 giugno 1944 si trovava al lavoro presso lo stabilimento della Salca in Lendinara.

    La Signora Maria ricorda che, dopo l’evento bellico, una persona della sua borgata, e precisamente la Signora Bellini Luigia, decise di far costruire in loco un oratorio da intitolare alla Madonna delle Grazie. Il nobile gesto voleva essere un ringraziamento alla Vergine per aver protetto il luogo dal bombardamento e per aver ricevuto la grazia di rivedere il figlio dopo vari anni di prigionia: Tomanin Amelio, che tornò in Italia nel 1945.

    Dei lavori se ne occupò in prima persona la stessa Signora Bellini, dedicandosi alla raccolta fondi e prodigandosi anche nelle mansioni più faticose come il trasporto, a mezzo carriola, di mattoni e quanto altro necessario alla costruzione.

    L’oratorio mostra ancor oggi un grazioso aspetto. Collocato a qualche metro dalla sponda destra dell’Adigetto presenta nel prospetto est l’ingresso principale, sormontato da un modesto rosoncino. Sul tetto a capanna, ai lati della croce centrale, furono posizionati due bossoli di bombe da mezzo quintale ciascuno, in memoria dell’accaduto. Un’altra entrata, esposta a sud, è sormontata da un piccolo campanile mentre, all’interno, una magnifica statua lignea della Madonna delle Grazie campeggia sopra l’altare.

    L’inaugurazione del sacro tempio avvenne nell’anno 1949, alla presenza delle autorità comunali ed ecclesiastiche e di una moltitudine di cittadini lendinaresi. Per l’occasione solenne furono celebrate due messe al mattino, mentre alla sera, dopo la sacra funzione, ebbe luogo una processione lungo la via Arzarello. Vi parteciparono la banda cittadina e gente a cavallo che per l’occasione bardò a festa i propri sauri con pennacchi tricolori, mentre il tutto era rischiarato da innumerevoli luminarie colorate. Quella sera fu una memorabile occasione per far festa e dimenticare le paure della guerra da poco terminata: una ricca cena, offerta dai residenti, accompagnata da suoni e canti tradizionali deliziò i partecipanti fino a sera tardi.

    Continuando il suo racconto, con un velo d’emozione, la Signora Maria ricorda che, grazie all’intercessione della Madonna, ritrovò il fidanzato: quell’Amelio Tomanin ritornato dalla prigionia che poco tempo dopo, davanti al Signore, divenne per sempre suo marito.

    Il racconto non termina qui perché la sera dell’inaugurazione dell’Oratorio partecipò anche Don Pietro Socal, indimenticabile sacerdote del duomo lendinarese: “ghe gera anca Don Pieron, che dopo el ga scrito ‘na poesia a ricordo de la serata….”. Ecco di seguito alcuni versi della lunga poesia composta dal suddetto prelato.

    Una fragiada tra amici

    (in casa de sior Giacomo Tomanin a l’Arzarello ai 22 de giugno 1949).

    Durante la vita comunque la vada se sente la vogia de qualche fragiada. Un caro mio amigo, un capo dazier, un bon diretor, che al piato e bicer el sa farghe onor, el me ripeteva, se mi l’incontrava, e quasi imponeva:

    Al vintidò giugno nol deve mancar da sior Tomanin, per ben festegiar el dì aniversario del bombardamento, ciamada la sagra de ringraziamento; perchè s’à salvà da grande flagelo la nostra cità e pur l’Arzarello…”

    Dal dì dell’inaugurazione sino ai giorni nostri, all’Oratorio della Madonna delle Grazie, il 22 giugno di ogni anno, vengono riproposti i festeggiamenti che terminano con un grande spettacolo pirotecnico mentre nel mese di maggio i fedeli, residenti o provenienti dai vicini borghi, frequentano i fioretti alla Madonna.

  • Le rose antiche di San Bellino

    Le rose antiche di San Bellino

    Percorrendo la strada che scende dall’argine del Canalbianco, in località Ca’ Peretto di Castelguglielmo, per raggiungere il paese di San Bellino si fiancheggia una fila di case e villette contornate da orti e giardini. In una di queste, al civico numero 9, mi attende la signora Orietta Galvani, con la quale ho fissato un appuntamento per indagare su un originale aspetto di interesse ambientale: una singolare coltivazione di rose antiche.

    Mi accoglie la signora Orietta assieme al marito Mauro Pistolin: lei originaria di Castelguglielmo, lui di San Bellino. I due coniugi attualmente vivono a Castelfranco Veneto, ma mantengono la proprietà a San Bellino, destinata primariamente a soddisfare la loro passione di coltivatori di rose. Con il solo scopo di godere della bellezza e dei profumi di questo fiore regale.

    Dopo i convenevoli di rito, mi accompagnano nel giardino adiacente alla abitazione per ammirare queste piante, alle quali negli ultimi anni gli appassionati coltivatori hanno rivolto molto interesse e grandissime cure.

    Il roseto si estende su una superficie di 1700 mq. ed è tutto una macchia colorata: fiori rosa, lilla, gialli, bianchi, rossi; fiori che svettano dai verdi cespugli, ben allineati, raggiungibili da appositi vialetti; oppure, quelli rampicanti, aggrappati a colonne, piante o sostegni più disparati.

    Ma non ci sono soltanto rose nella piantagione. Spiccano infatti tanti iris, anch’essi molto variopinti e multiformi, alternati ad alberi in miniatura: meli e peri, alcuni con propri frutti quasi maturi.

    La signora Orietta è pronta a soddisfare le mie curiosità, che crescono mano a mano che ci si addentra in questa polesana oasi di colori e di profumi.

    Immancabili quindi le mie domande.

    Quando è nata questa passione?

    “Tutto è cominciato nel 2008 – mi spiega – dopo la morte dei miei suoceri, che avevano questa proprietà, ereditata quindi da mio marito. Noi abitavamo, come adesso, a Castelfranco, a un centinaio di chilometri di distanza da qui. Non volevamo chiudere i nostri contatti col Polesine alienando la proprietà; data la distanza era però impensabile, coltivare questo terreno in modo tradizionale, adibendolo ad orto. Abbiamo allora interpellato un giardiniere dell’orto botanico di Padova che ci ha indirizzato verso la coltivazione di piante antiche, poco bisognose di cure e molto resistenti ai mutamenti climatici”.

    Ma perché proprio le rose?

    “La scelta è caduta sulle rose antiche in quanto ne possedevo già alcune varietà trovate a Castelguglielmo negli anni ‘70, piante che non mi avevano mai deluso per rusticità e profumo”.

    Quanti esemplari sono presenti nel vostro originale giardino?

    “Sono circa 200, di una cinquantina di varietà diverse. Predominano ceppi dell’800, ma c’è anche la rosa gallica officinalis considerata un fossile vivente. Altra varietà interessante è la centifoglia muscosa del 1600, i cui boccioli sono ricoperti da muschio. E’ presente pure la rosa Celsiana del 1750: è una rosa Damascena di origine medio-orientale, introdotta in Europa durante le crociate. Essa è stata recuperata a Fano, nella Marche, ed è interessante per l’intenso profumo. Altra varietà presente è la rosa Chinensis Viridiflora i cui piccoli fiori sono composti interamente da sepali (quindi verdi); è considerata una bizzarria della natura”.

    Come si apprende l’arte del coltivar rose?

    “Ho partecipato a incontri specifici su questo tema in varie parti del Veneto. Il mio diploma di agrotecnico, conseguito presso l’Istituto agrario di Trecenta, mi è stato molto utile. Ho acquistato diversi testi specifici e visitato vari roseti per cogliere spunti. In qualche occasione ho avuto l’opportunità di prelevare delle talee che poi ho fatto radicare con appositi ormoni. Queste talee provengono da roseti-collezioni del trentino, del bellunese e del trevigiano. Notevole è stata la difficoltà di recuperare nuove piante in quanto questo è un settore di nicchia e la richiesta è limitata”.

    Il giardino si estende su 1700 mq di terreno, un’area che richiede una presenza non trascurabile…

    “L’impegno è notevole perché la potatura e lo sfalcio dell’erba richiedono tempo ed energie. All’inizio il problema principale è stato quello di creare zone d’ombra per attenuare la siccità estiva”.

    Come è stato risolto questo problema?

    “Una valida soluzione è stata l’introduzione di numerose piante di iris che, avendo un apparato radicale profondo, non entrano in competizione con le radici delle rose e, nel contempo, offrono un discreto ombreggiamento. Per creare zone d’ombra più consistenti abbiamo pensato di inserire antiche varietà di frutta; queste richiedono pochissime cure e pochi trattamenti antiparassitari. I vivai specializzati sono pochissimi: alcune piante provengono da Budrio, nel Bolognese, alcune ci sono state donate da Veneto Agricoltura, altre le abbiamo acquistate nel trevigiano. Tra le varietà di frutta spiccano vari tipi di mele: cotogne, il melo Decio, il Campanino, la mela Rosetta bellunese; vari tipi di pere: San Germano, pera Ciuccia della valle del Brenta, pera Giugnola.

    Come è stata accolta questa vostra passione?

    “Finora abbiamo riscontrato molta curiosità da parte di amici e conoscenti che ci raggiungono a San Bellino da diverse parti del Veneto. Alcuni ci regalano talee di rose appartenute a nonne e bisnonne e ciò ci emoziona. Abbiamo avuto delle visite anche da gruppi da fuori provincia organizzati appositamente per vedere il nostro roseto; turisti che poi hanno colto l’occasione per visitare ville e palazzi in paesi limitrofi, in particolare Fratta Polesine con la sua Badoera”.

    Qual è il periodo più indicato per una visita?

    “Il clou è il mese di maggio, in quanto le rose antiche fioriscono unicamente in questo mese. Il profumo dei fiori colpisce molto, perché rievoca i tempi passati. Noi lo associamo ai “fioretti di maggio” che frequentavamo quando eravamo bambini”.

    Coltivar rose in Polesine: una passione, ma anche un impegno non indifferente…

    “E’ un lavoro molto interessante ma impegnativo, da tutti i punti di vista. Impegnativo per il tempo e le prestazioni di cui abbisogna in continuazione; lo scorso anno, per esempio, abbiamo dovuto procedere a drastiche potature dopo i danni causati dalla tromba d’aria che si è abbattuta su buona parte di questo territorio polesano. Impegnativo inoltre, dal punto di vista finanziario, perché pesa molto sulle nostre tasche per le ingenti spese necessarie a mantenere questo terreno e il fabbricato annesso, che è tassato come seconda casa e quindi comporta il pagamento di Imu, di Tares e di tutte le altre bollette. Per noi diventa un costo molto significativo. Ci resta però una grande soddisfazione”.

    Soddisfazione ripagata anche dai favorevoli commenti dei visitatori, alcuni dei quali non trascurano di citare i versi di Ludovico Aristo, relativi al ‘bel produr di rose’ di Rovigo, ma oggi, grazie a questa innovativa iniziativa, estendibili anche a San Bellino.

  • Da Grignano a San Bellino

    Da Grignano a San Bellino

    Mi hanno sempre fatto tanta compassione i cani legati alla catena, ma da ragazzino provavo un po’ di sollievo quando li vedevo scodinzolare contenti e liberi, con un nastrino rosso al collo, il giorno di San Bellino. Quel giorno, il 26 novembre, era la loro festa e portavano qualcosa di nuovo e di allegro nel borgo agreste dove abitavo.

    Allora non c’era ancora la televisione, e di sera, nelle rustiche abitazioni di Grignano Polesine, il mio paese, si trascorreva il tempo raccontando leggende, favole, fiabe, indovinelli… Ma la serata del 26 novembre era fedelmente dedicata da mio padre e dal nonno al racconto della vita del Santo.

    La leggenda

    Io ascoltavo come egli, vescovo di Padova, dovendo recarsi a Roma, fu ucciso da dei banditi, forse nativi proprio di Grignano, e poi frettolosamente sepolto.

    In seguito il suo corpo fu scoperto dal fiuto di un cane, che con i suoi ululati richiamò alcune persone del luogo. Ecco la spiegazione del motivo dell’ “alleanza” tra il Santo e il cane, che nel giorno della ricorrenza viene anch’egli festeggiato, agghindato con un fiocchetto rosso. Sta di fatto – così narra la leggenda – che in seguito ai latrati del cane fu rinvenuto il corpo del Vescovo assassinato, riconosciuto grazie all’anello piscatorio che ancora conservava al dito. Ucciso non per rapina ma per vendetta su commissione di qualche prepotente.

    Un’altra leggenda, più commovente e pietosa, asserisce che il corpo, una volta dissepolto, fu caricato su di un carro, ma la pariglia dei buoi, nonostante i numerosi pungoli, si bloccò ben due volte (gli attuali luoghi dove sorgono gli oratori lungo la strada che conduce al paese di San Bellino). Passò di lì un carrettiere di Grignano che umilmente mise a disposizione il proprio carro, e stavolta i suoi buoi trasportarono pacatamente la salma del Santo nella chiesa del paese più vicino.

    In questa seconda versione della leggenda – a differenza della prima – il riferimento al paese di Grignano e alla sua gente ha una connotazione positiva.

    In ogni caso, poiché le leggende contengono sempre aspetti di verità, è evidente l’esistenza di un antico rapporto tra Grignano e San Bellino. Una conferma, dunque, della secolare tradizione del pellegrinaggio dei “Gregnanati” all’urna del Santo, la seconda domenica di maggio di ogni anno: o come espiazione del sacrilegio commesso dai loro presunti antenati, oppure per pia devozione umana per scongiurare eventuali tempeste e fulmini sui loro raccolti e abitazioni, o ancora per allontanare il diffondersi della rabbia canina, dato che San Bellino è venerato anche come santo taumaturgo nei confronti dell’idrofobia (vedasi a tal proposito “San Bellino e non solo” di Michelangelo Caberletti in Ventaglio n. 43, pag. 82).

    La vita del Santo

    A questo punto è bene integrare la semplice e familiare tradizione verbale con una breve sintesi storica.

    Bellino, della nobile famiglia dei Bertaldi, nacque a Padova intorno all’anno 1077. Sacerdote, è menzionato per la prima volta in un documento, come “Canonicus Presbiter” nel 1107. Condivise con il legittimo vescovo padovano Sinibaldo l’esilio a Este per cinque lunghi anni. In seguito avvenne il ritorno trionfale a Padova e, alla morte di Sinibaldo, gli successe alla cattedra vescovile nel dicembre 1128.

    Come Vescovo dedicò tutte le sue energie per la realizzazione della vera “Societas Cristiana”, dimostrò di essere un fervido innovatore e riformatore; era il periodo della “Riforma Gregoriana” del grande Papa Gregorio VII (1073-1085). Istituì la “fratalèa cappellanorum” (fratellanza sacerdotale) basata sulla collaborazione fra i vari parroci in attività spirituali, religiose, caritative, sostenute dalla reciproca solidarietà «e con tali presbiteri riuscì a elevare la spiritualità religiosa, la moralità dal clero e del popolo, la dignità del lavoro, il risveglio delle libere attività e una vita sociale che fino a quel tempo era stata dura, fredda, di timore e servitù»¹.

    Per l’istruzione dei giovani fondò scuole, sollevò la condizione dei servi della gleba, angariati da gravosi tributi di origine longobarda, mantenne squisiti rapporti di fermezza e carità con i vari monasteri ricchi, potenti, indipendenti.

    Tali iniziative sociali gli attirarono, però, l’antipatia e l’inimicizia di alcuni signorotti locali, ed uno di questi, un certo Tommaso della famiglia dei Capodivacca, lo fece trucidare da ignoti sicari mentre, reduce dall’Abbazia delle Carceri, percorreva la strada Vangadizza diretto verso l’omonima Abbazia, il 26 novembre 1147².

    Nel 1153 Papa Eugenio III lo proclamò Santo³.

    Dopo il rinvenimento dei suoi resti, le spoglie del Vescovo Bellino furono deposte in una chiesetta nei dintorni di Fratta che successivamente fu travolta dall’inondazione. Per trent’anni e più il corpo del Santo rimase sotto le macerie, finché gli abitanti del vicino paese San Martino di Variano lo estrassero per portarlo nella loro chiesa dove tuttora riposa in una decorosa urna di marmo policromo, fatta allestire da una nobildonna padovana nel 1640.

    Per onorarlo i fedeli diedero al loro paese il nome di San Bellino e la chiesetta, rifatta ed ingrandita nel 1649, assunse il ruolo di basilica, sempre più meta di pellegrinaggi. Cosicché San Bellino giunse ben presto ad essere venerato come protettore della diocesi, confermato come tale il 6 giugno 1888 dal vescovo Antonio Polin.

    Il pellegrinaggio

    Non si hanno notizie sicure riguardo alla data di inizio del pellegrinaggio da Grignano alla volta dell’arca di San Bellino. L’origine è di epoca remota; certamente risale al basso medioevo. Esistono documenti di archivio relativi agli anni 1689-90; 1882; 1884; 1909-10, ma questi possono ritenersi piuttosto recenti rispetto all’antichità della tradizione⁴.

    Da Grignano il corteo di pellegrini partiva di buon mattino, uomini, donne e bambini a piedi, oppure con qualche cavalcatura, lungo il percorso che conduce a Costa, per raggiungere poi Fratta ed approdare infine San Bellino. Una tradizione che è rimasta viva nei secoli e che si è ripetuta con analoghe modalità fino a non molti anni fa.

    Oggi permane da parte degli abitanti di Grignano l’iniziativa di portarsi alla Basilica di San Bellino la seconda domenica di maggio per assistere alla Santa Messa, ma il tempio non viene più raggiunto in forma di pellegrinaggio comunitario pedestre. Ognuno utilizza la propria auto per arrivare al paese del Santo, qualcuno più sportivamente vi si reca in bicicletta.

    Dalla lettura dei citati documenti si colgono altre informazioni riguardanti il rituale della giornata: una processione seguita dalla celebrazione della messa solenne, cantata e concelebrata dai parroci dei due paesi, mentre il cappellano dirigeva il coro.

    Le offerte da parte dei rappresentanti di Grignano al parroco di San Bellino consistevano, nel 1689, in dieci Ducati. Nell’Ottocento risultavano di trenta Lire. In cambio veniva offerta ospitalità al parroco, ai suoi fabbricieri e ai parrocchiani. Successivamente tale ospitalità fu limitata al solo parroco e ai suoi fabbricieri; gli altri dovevano adattarsi nelle botteghe circostanti.

    Si provvedeva pure ad accudire ai cavalli e agli asini, previlegio di pochi, poiché la maggior parte, come detto, doveva sostenere a piedi l’intero tragitto di andata e ritorno.

    Nell’occasione veniva anche donato un cero alla chiesa di San Bellino.

    Testimonianze orali riferiscono che nel passato, durante la celebrazione religiosa, venivano donati simbolicamente dei “talleri” dal parroco di Grignano. (In seguito il parroco di San Bellino li riconsegnava segretamente al collega, cosicché il rito si ripeteva con le stesse modalità l’anno successivo).

    Alla fine della messa solenne seguiva la processione intorno al piazzale antistante alla chiesa, portando al seguito il cero e i talleri. Durante la cerimonia erano intonate le litanie, ognuna delle quali terminava con l’invocazione a San Bellino. Poi tutti i partecipanti si recavano a fare il «giro dell’Arca», soffermandosi per un momento di raccoglimento e di preghiera sulla tomba del Santo.

    Questa parte del rito è tuttora fedelmente rispettata, come testimoniano le foto pubblicate in queste pagine che risalgono alla cerimonia dello scorso anno.

  • Un parco letterario a Lendinara

    Un parco letterario a Lendinara

    Sempre più spesso lo storico giardino romantico Ca’ Dolfin-Marchiori si configura come importante scenario di manifestazioni culturali. Tra le varie riuscite iniziative, da ricordare l’ultima tappa del progetto Art Co-Working for Region, progetto sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo nell’ambito del bando Culturalmente. E all’incontro presso il giardino Ca’ Dolfin-Marchiori, reso possibile grazie alla disponibilità dell’attuale proprietario, l’ing. Giuseppe Marchiori, è stata presente anche la dott.ssa Maddalena Zanetti, consigliere generale della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo.

    Questo percorso, intitolato “Il giardino di Ca’ Dolfin: la bellezza raccontata”, è nato con lo spirito di far scoprire diversi angoli del parco-giardino attraverso scritti d’epoca realizzati dal critico d’arte Giuseppe Marchiori (1901-1982) e da artisti e letterati che hanno frequentato questa villa.

    L’intero evento (anche a causa del tempo non proprio dei migliori) si è svolto all’interno di una delle antiche serre del giardino; in questo ambiente particolarmente suggestivo, gli attori Sarah Lanzoni e David Pherrachaj hanno piacevolmente intrattenuto il pubblico con letture inedite, accompagnate da brani musicali eseguiti da Claudia Turolla alla chitarra e Vittorio Piombo al violoncello.

    Nicola Gasparetto ha introdotto sapientemente i brani letterari del tutto inediti. I primi componimenti presentati agli ospiti, tratti da “Taccuino di un deputato” e da “Uomini allegri”, hanno permesso di parlare delle origini di questo parco-giardino, di epoca ottocentesca, nato dalla creatività dell’allora proprietario Domenico Marchiori.

    “Taccuino di un deputato” è uno scritto efficace e sintetico di Domenico Marchiori, inerente gli anni in cui egli fu parlamentare, esperienza che però non amò e di cui lasciò una serie di caricature dei suoi colleghi parlamentari. Domenico va ricordato come un personaggio ragguardevole del Polesine del tempo, sindaco di Lendinara dopo la fine del dominio austriaco, sodale con il celebre garibaldino lendinarese, Alberto Mario. Tra gli aneddoti, si narra che Marchiori ospitò Giuseppe Garibaldi proprio in questa villa nel febbraio 1867, pochi mesi dopo la conclusione della terza guerra di indipendenza combattuta l’anno prima.

    “Uomini allegri” è invece un ritratto di Domenico, pubblicato dal nipote Giuseppe Marchiori, sul Corriere del Polesine, in cui il nonno appare in una veste completamente diversa rispetto al componimento precedente: egli infatti si configura come un vero e proprio animatore dei momenti conviviali che si tenevano in questo giardino: cene “luculliane”, non aliene da aspetti culturali, le quali si concludevano spesso con veri e propri tornei poetici. Questo momento di lettura è stato accompagnato dalle musiche per chitarra: Prélude n. 3 di H. Villa Lobos, Sarabanda dalla Cavatina di A. Tansman, Studio in re maggiore di F. Sor.

    In seguito è stata data lettura dell’intervista “Ricordi, passioni e rimorsi di un profeta dell’arte moderna”; uno scritto anche questo di Giuseppe Marchiori, risalente al 1977, in cui l’autore, ormai vicino alla morte, ricordava i suoi anni giovanili vissuti nella villa ed una poesia del 1927 “Il vecchio pianoforte e Le rose autunnali”, riemersa da una rivista degli anni ‘30, la Musa Veneta, in cui Giuseppe amava sperimentare la poesia vernacolare. In questo caso, la chitarrista ha riproposto “Romance de los Pinos” e “Torija” di F.M. Torroba, il violoncellista Träumerei di Schumann e “Song of the Birds” di Pablo Casals.

    Sono stati poi proposti alcuni scritti di importanti personaggi ospiti nella villa lendinarese di Giuseppe Marchiori nel periodo in cui egli si era qualificato come stimato critico d’arte, divenendo capofila del movimento Fronte Nuovo delle Arti, protagonista a livello internazionale alla Biennale di Venezia nel 1948, momento fondamentale di svolta, svecchiamento ed apertura europea dell’arte italiana.

    “Un lungo sodalizio” è un componimento scritto da Giuseppe Santomaso, personaggio di primo piano a fianco di Marchiori nel movimento artistico, e pubblicato due anni dopo la morte di Giuseppe Marchiori. Santomaso fu per lungo tempo ospite in questa villa e anche in una casa di contadini presso la Rotta Sabadina, vicino all’Adige, dove lasciò il segno del suo passaggio in un affresco.

    “Notre ami Marchiori” è invece un componimento di Hans Hartung, artista tedesco naturalizzato francese, grande nome dell’arte contemporanea degli anni ‘50-’60, noto per l’energia gestuale che imprimeva alle sue tele. Ospitato da Marchiori in questa villa e in questo giardino, divenuto un vero e proprio cenacolo di artisti e letterati, Hartung ricorda quei momenti, in cui amava suonare anche il pianoforte. Ad accompagnare questo momento, la musica per chitarra di M. Carcassi, “Studio in la maggiore”.

    Infine, sono state lette due epistole inedite, tratte dalla copiosa corrispondenza tra Umberto Saba e Giuseppe Marchiori: la prima del novembre del ‘40, l’altra del 30 gennaio del ‘43. L’epistolario consta di ben 120 lettere scritte da Saba a Marchiori nel periodo che va dalla metà degli anni Trenta alla metà degli anni Cinquanta. Proprio per le sue frequentazioni del parco Marchiori, a Saba è dedicata una via lendinarese fiancheggiata da carpini, via che un tempo era parte integrante del parco-giardino ed era uno dei luoghi dove il poeta amava soggiornare. Il loro sodalizio era iniziato fortuitamente, in quanto il trentenne Marchiori aveva svolto il servizio di leva a Trieste e da lì era iniziata la loro corrispondenza epistolare. Entrambe le lettere, hanno un tono sofferto e, come era consuetudine, sono corredate da poesie. A concludere questa ultima parte, il violoncello con le musiche di Giuseppe Martucci.

    Al termine della rappresentazione, il pubblico ha applaudito calorosamente i protagonisti della giornata, mostrando apprezzamento per queste iniziative innovative che stanno via via prendendo piede e, a sentir le opinioni dei presenti, sembrerebbero diventare lo “spettacolo del futuro”.

    “Iniziative importanti, rientranti nel progetto Art Co-Working for Region – ha affermato Donatella Girotto -, che non sono destinate a svanire, ma a restare un patrimonio sempre vivo e presente, accanto ai nostri monumenti, ai nostri patrimoni artistici e culturali, che questa importante iniziativa ha permesso di far conoscere e valorizzare”.

    Proposte apprezzate, che oltretutto hanno permesso a giovani attori, musicisti, fotografi di manifestare il loro talento e la loro passione per l’arte.

  • Villa Cagnoni Boniotti

    Villa Cagnoni Boniotti

    Quante volte, percorrendo la Transpolesana da Rovigo con direzione Verona, dopo Villamarzana mi è capitato di volgere lo sguardo verso la piccola frazione di Gognano, ripromettendomi di raggiungere il minuscolo borgo. Mi ha sempre affascinato la fuggevole visione dell’antica chiesa e della villa veneta che, bianca per il recente restauro, non manca di attirare l’attenzione di chi percorre la trafficata arteria. Un paio di volte avevo anche guardato con attenzione la segnaletica lungo la superstrada, per fare una sosta. Ma niente! Nessuna indicazione e, conseguentemente, un ulteriore rinvio.

    Alla fine, però, l’occasione è giunta, sabato 15 febbraio, sollecitata dalla proposta dell’amico pittore Doriano Tosarelli, “ambasciatore” della borgata minima e dei suoi due importanti beni storici.

    Per chi non conosce la zona – e l’intrico stradale determinatosi dall’incrocio tra l’autostrada Pd-Bo e la superstrada, con i relativi svincoli e viadotti – non è davvero facile orientarsi. In particolare la borgata, dopo la costruzione della superstrada risulta isolata, tagliata fuori dagli antichi percorsi di collegamento tra Fratta Polesine e Villamarzana. La attuale mancanza di segnaletica (a cui si spera presto venga posto rimedio, burocrazia permettendo!) non agevola il raggiungimento del borgo.

    Gognano se ne sta dunque appartata, un’oasi remota e silente, lontana nel tempo dai ritmi del vivere dei nostri giorni, del tutto indifferente al traffico convulso che scorre veloce nelle vicine modernissime arterie.

    Ho dunque raggiunto Gognano e Villa Cagnoni Boniotti, sul far della sera di una luminosa giornata dello scorso febbraio. La villa, appena oltre il canale Valdentro, palesava tutto il suo fascino: bianchissima ed elegante con tutte le finestre illuminate, in contrasto col cielo che stava progressivamente perdendo il chiarore del giorno per ammantarsi del blu della notte.

    Il programma comprendeva la visita alla villa dopo aver assistito – nella sala riunioni ricavata nella restaurata barchessa – ad un incontro culturale legato alla memoria di Giacomo Matteotti, nel 90° della morte. Interessante apprendere dalla viva voce dei relatori – il prof. Adriano Romagnolo e il dott. Vincenzo Longo – l’impegno di amministratore del leader socialista quale sindaco di Villamarzana nel biennio 1912 – 13.

    A conclusione dell’iniziativa culturale, la visita alla nobiliare dimora.

    Ci accolgono i proprietari: Francesco Viaro e la sorella Margherita, cui si aggiunge successivamente l’altra sorella, Pia.

    E’ Francesco che ci fornisce le fondamentali informazioni relative allo storico edificio, realizzato a coronamento di importanti interventi di bonifica e riconversione agraria voluti dall’aristocrazia veneziana tra il ‘400 e il ‘500.

    “Abbiamo deciso di recuperare il bene – sottolinea Francesco – con un intervento di restauro conservativo in collaborazione con la Soprintendenza per i beni Architettonici e Paesaggistici di Verona e dell’IRVV (Istituto Regionale Ville Venete ). E’ nata così la sede di varie attività: B&B e location per eventi (quali matrimoni, convegni, iniziative culturali ed altro)”.

    Ci vengono poi fornite informazioni riguardo l’architettura dei due edifici: la villa e la barchessa.

    La villa

    L’edificio padronale, in linea con canoni cari all’architettura di villa rurale del Palladio, richiama il palazzetto rustico. Lo arricchiscono due gradevoli interventi decorativi in pietra di Vicenza, in buono stato di conservazione: riguardano l’ingresso principale della villa e la corrispondente porta-finestra che si apre sul salone passante al primo piano.

    Al piano terra l’inserto lapideo richiama il tema del bugnato, forse in un indiretto riferimento al Palazzo Roncale di Rovigo, di cui conserva anche la sequenza dell’intervento al piano superiore: in questo caso un’apertura a tutto sesto con un doppio ordine sovrapposto di lesene sormontato da una cornice. Un altro elemento di pregio è rappresentato dalla cornice dentellata che riguarda l’intero perimetro del sottotetto dell’edificio, di modi tardo rinascimentali.

    Meno evidente, ma non per questo meno importante, è il trattamento riservato all’intonaco nelle parti d’angolo e nei contorni delle finestre: con una tecnica ad encausto, si sono riprodotti i conci di un bugnato d’angolo, in continuità con il portale del piano terreno.

    La barchessa

    Anche relativamente alla barchessa continua – a detta di chi ha curato il restauro – il gioco di rimando con Palazzo Roncale a Rovigo, in particolare con il prospetto sud. Qui l’impianto della barchessa è simile al palazzo in questione. Da un punto di vista di grammatica architettonica, l’unica differenza è nell’ordine: paraste doriche a Gognano, data la posizione a piano terra, paraste ioniche a Rovigo.

    La destinazione d’uso della barchessa era duplice: residenziale e produttiva. La parte residenziale occupava circa un terzo dello spazio, ed era posta nel lato verso la villa. La parte produttiva e di deposito occupava il rimanente spazio, che è tuttora caratterizzato dagli imponenti spazi del primo piano, un tempo adibiti a granai.

    La storia

    Il complesso di Villa Cagnoni-Boniotti, a Gognano, – sottolinea Francesco Viaro – rappresenta in definitiva un bell’intervento architettonico e produttivo dell’aristocrazia veneziana nell’ambito della riconversione dei capitali da mercantili ad agrari, che ebbe un notevole impulso a partire dalla seconda metà del Cinquecento.

    Si venne così a creare un modello insediativo di villa, composto dal corpo domenicale della villa, dal corpo produttivo della barchessa e dall’asse di collegamento della via d’acqua, in questo caso il canale Valdentro. Questo modello ha in villa Badoer a Fratta Polesine, poco distante da qui, il suo esempio più importante.

    Le nostre ricerche – chiarisce Francesco Viaro – purtroppo si sono arenate alla metà del 700, comunque abbiamo appurato che la Villa in quegli anni era di proprietà della pittrice bolognese Lucia Casalini che aveva sposato un pittore veronese tal Felice Torelli, ed insieme aprirono a Bologna uno studio detto “La bottega dei Torelli”.

    Lucia Casalini (1677-1762) poté mettere a frutto gli insegnamenti del cugino Carlo, riuscendo persino a promuovere la fama del consorte. Infatti questa valente donna ricevette commissioni dal re d’Inghilterra e dalla regina di Spagna.

    In seguito la villa è stata utilizzata dai carbonari, probabilmente quelli di Fratta Polesine, per i loro incontri segreti. Infatti – conclude Viaro – abbiamo riscontrato, durante i lavori di restauro, l’esistenza di passaggi segreti come un tunnel che corre sotto la villa e si narra che esso continuava sino a raggiungere la vicina Fratta Polesine. C’è anche un finto cantonale che permetteva ai carbonari di fuggire attraverso le scale di servizio, ed un foro nel muro delle scale principali, che portava nel granaio sotto il tetto, dal quale i carbonari potevano oltreché spiare anche sparare contro eventuali inseguitori.

    Dai Grigolo ai Viaro

    Non tutta la storia del complesso e dei suoi proprietari risulta dunque chiarita. E’ Pia Viaro (giunta frattanto in villa) che ci dà i ragguagli relativi agli ultimi 200 anni, ad iniziare da quando il bene era di proprietà della famiglia Grigolo.

    Antonio Grigolo (1825-1899) appartenente ad una ricca famiglia terriera, sposò Ginevra Franceschetti (1851-1915), anche lei di famiglia benestante. Dal matrimonio nacquero tre figli: Rita (che poi ereditò il bene architettonico e la campagna), Maria e Luigi.

    Ai tempi del trisavolo Antonio Grigolo – chiarisce Pia Viaro – la terra era lavorata e governata dai fittavoli che vivevano presso la villa: si trattava anche di quattro nuclei familiari. Presso la barchessa invece c’era l’abitazione del bovaro, con adiacenti il granaio, il fienile, i magazzini e la stalla.

    La bisnonna Rita Grigolo – continua Pia – si sposò con Giulio Boniotti e la gestione della campagna passò al marito. Tra i loro cinque figli, vi fu in particolare Guido Boniotti che dedicò tutta la sua vita alla gestione della campagna

    Nel 1958, alla morte di Guido Boniotti, la proprietà passò definitivamente a sua sorella Giulia Boniotti, nostra nonna, che sposò il Cavaliere del Lavoro Giovanni Cagnoni. Da qui in nome di villa Cagnoni Boniotti con cui è conosciuto il complesso architettonico di Gognano.

    Erede dei beni fu Francesca Cagnoni (nostra mamma), che sposò il dott. Alberto Viaro. Si arriva così a noi tre fratelli Viaro, Pia, Francesco e Margherita, che abbiamo ereditato il bene dalla mamma Francesca Cagnoni e che, a conclusione dell’intervento di restauro, stiamo attribuendo sempre più un ruolo di accoglienza turistica al complesso architettonico.

    Nella barchessa – chiarisce Margherita, la più giovane dei tre fratelli Viaro – abbiamo ricavato un B&B con quattro camere da letto matrimoniali (tutte con bagno privato) una cucina, una sala colazioni. Sul lato destro della barchessa ci sono i servizi per gli eventi all’aperto, mentre in fondo, in quella che era la stalla abbiamo ricavato una sala per piccoli congressi, con adiacente un altro locale adibito a coffè break.

    La villa – il cui restauro ha impegnato un anno di lavoro, recuperando al piano terra gran parte del pavimento in cotto, originario del ‘500 – viene utilizzata soprattutto per eventi, matrimoni ed interessanti iniziative. Anche il piano nobile, caratterizzato da un ampio salone e da quattro stanze laterali, viene usufruito in occasione di importanti eventi.

  • Da Donada a Contarina

    Da Donada a Contarina

    Prosegue un po’ a zig-zag il nostro percorso alla ricerca di beni storico-artistici nel Delta.

    Da Rosolina, dove siamo approdati nel precedente itinerario (vedasi Ventaglio n. 48, pag. 14 “Da Loreo a Rosolina”), facciamo rotta verso PORTO VIRO percorrendo in direzione sud la Statale Romea.

    Imbocchiamo quindi la strada che ci porta nella località di DONADA, per raggiungere la chiesa dedicata alla Beata Vergine della Visitazione.

    L’episodio evangelico dell’incontro di Maria con la cugina Elisabetta è rappresentato nelle quattro statue che ornano la parte alta del timpano. L’edificio è stato costruito tra il 1845 e il 1858. Sostituisce la chiesa settecentesca che sorgeva in Piazza Vecchia, a ovest dell’attuale centro, chiesa che a sua volta andò a sostituire l’oratorio della seconda metà del Seicento fatto costruire dalla famiglia Donà, da cui la località prese il nome.

    Delle precedenti sacre costruzioni rimangono alcune tracce nella chiesa attuale come l’altare del Sacro Cuore, primo a sinistra, databile tra il Sei e il Settecento; la statua in essa ospitata è invece della metà del Novecento. Al momento di inserirlo nella nuova sede, l’altare è stato modificato ed alzato con aggiunta del timpano, per dargli maggior slancio in altezza. Molto bello anche il tabernacolo, il cui sportello, di ferro con calice dipinto, è però ottocentesco.

    Un altro documento della primitiva chiesa è rappresentato dalla statua lignea di San Francesco di Paola collocata sul secondo altare di sinistra. Importante testimonianza antica sarebbe anche il quadro della Natività di Maria, se non fosse stato completamente ridipinto nel 1903, come testimonia la scritta in basso a sinistra: NAP(OLEONE) GIROTTO / RIDIPINSE A(NNO) 1903. Attualmente ci troviamo di fronte ad una pittura improntata al gusto tardo ottocentesco, tanto che, se non fosse presente la dicitura RIDIPINSE, si sarebbe portati a pensare ad un’opera neosettecentesca realizzata tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.

    L’altare maggiore è del 1858, opera di Carlo Antoniazza, come conferma una scritta sullo zoccolo; su di esso due angeli in preghiera ed il bel tabernacolo, sovrastato da un raffinato e prezioso crocifisso ligneo, che in origine era ospitato sull’altare attualmente dedicato al Sacro Cuore. Molto elegante anche il baldacchino in legno dorato, appeso al soffitto del presbiterio e decorato con motivi vegetali e angioletti scolpiti a tutto tondo.

    A differenza di quanto avvenuto in altre realtà dove sono andate distrutte, qui le balaustre sono state staccate dal pavimento e spostate dietro l’altare, luogo in cui sono tuttora conservate. Molto belli anche i confessionali, che sono stati modificati internamente per adattarli alle moderne esigenze.

    A Donada è molto sentita la devozione per la Madonna. Alla Beata Vergine è dedicato il secondo altare di destra, nato con la chiesa. La statua processionale di legno che vediamo oggi è della ditta Demetz di Ortisei ed è stata scolpita alla fine del Novecento, mentre è dell’Ottocento il trono dorato.

    In origine l’altare ospitava una Madonna vestita, come quelle ancora visibili in alcune altre chiese della diocesi, Madonna che è ora conservata nel Museo diocesano di Chioggia. Ancora sulla parete destra, in una nicchia, il gruppo ligneo ottocentesco della Beata Vergine del Carmine, con le anime del purgatorio e san Simone Stock che riceve lo scapolare dalla Madonna.

    Recenti sono le sei icone della cappella invernale, realizzate da Paolo Orlando di Gorizia nel 2000, in occasione dell’Anno Santo, mentre sulle pareti laterali del coro spiccano due grandi tempere dipinte da Camilian Demetrescu nel 1991: la prima raffigura una processione di ringraziamento in onore di san Francesco da Paola per una scampata alluvione, l’altra la visita di Maria a santa Elisabetta.

    La chiesa di Donada conserva anche due importantissime opere del Cinquecento veneto: la statua di San Giovanni Battista dello scultore Giulio Del Moro, pittore e scultore veronese attivo a Venezia tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento (1555-1618 ca.) e una pala con San Pietro, di Jacopo Negretti detto Palma il Giovane (Venezia 1544-1628), proveniente dalle Regie Gallerie di Venezia. Il dipinto, che in origine era rettangolare, è stato modificato negli anni Ottanta dell’Ottocento con aggiunta della parte centinata per adattarlo all’altare.

    La bella cantoria in controfacciata ospita un organo Bazzani datato 1861.

    Se abbiamo la possibilità di passare in sacrestia restiamo colpiti dal magnifico e imponente armadio sulla parete di fondo. Si tratta di un manufatto lombardo del Seicento proveniente da una cappella privata della provincia di Pavia. Sono invece pertinenti alla chiesa i due armadi ottocenteschi, molto più semplici e lineari.

    Sempre in sacrestia troviamo un dipinto datato 1898 raffigurante San Francesco d’Assisi; si tratta di una copia parziale da Guercino, tra l’altro dipinta in controparte perché lo sconosciuto pittore (la scritta in basso consente unicamente la lettura del nome: Michele) ha sicuramente utilizzato come modello una stampa e non l’originale che si trova a Ferrara nella chiesa di san Francesco. Dell’Ottocento anche il quadro della Madonna Addolorata, rubato alcuni anni or sono e poi ritrovato.

    Maestoso il campanile che, con i suoi 63 metri comprensivi della croce, è il più alto in diocesi. È stato iniziato nel 1854 e inaugurato nel 1883, come testimonia una lapide murata sopra la porta d’ingresso. Tra il 1910 e il 1911 ha subito un radicale restauro.

    Delle cinque campane, quattro furono requisite durante la seconda guerra mondiale e ricollocate nel 1949, dopo essere state rifuse. Il “campanone” non fu asportato forse perché le grandi dimensioni non consentivano di farlo passare attraverso le aperture della cella campanaria.

    Riprendiamo l’itinerario alla volta dell’altra fondamentale località del comune di Porto Viro, ovvero CONTARINA. La parte storica sorge nei pressi di villa Contarini Carrer, edificio cinquecentesco ristrutturato ed ampliato in stile neoclassico alla fine del 1700. Accanto alla villa sorge la parrocchiale dedicata a S. Bartolomeo, costruita nel 1726 in sostituzione della precedente, danneggiata irrimediabilmente da una piena del Po. Poco più di un secolo dopo, essa subì un restauro radicale con profonde trasformazioni interne. Questo spiega la presenza contemporanea di elementi settecenteschi e ottocenteschi. Nel frattempo (1782) era stato eretto il campanile.

    La primitiva chiesa (quella che andò distrutta) si trovava più ad est, quasi certamente di fronte alla villa dei Contarini. Di essa restano alcune testimonianze come il grande crocifisso in legno, probabilmente della fine del Seicento o di inizio Settecento, e la statua di san Bartolomeo della fine del Seicento, attribuita al grande intagliatore di legno Andrea Brustolon (Belluno 1660-1732).

    Il Settecento, oltre che dall’impianto architettonico dell’edificio, è rappresentato dalla statua di San Bernardino a destra dell’ingresso, dal fonte battesimale, dai due angeli dorati appesi alle pareti del coro, dalle statue di san Giovanni Battista e di san Giuseppe, ai lati dell’altare maggiore, sculture provenienti da una chiesa veneziana dismessa, arrivate a Contarina nel 1813. Tutti gli altri arredi sono ottocenteschi: l’altare maggiore, il baldacchino dell’altare, la balaustra, il pulpito, i quattro altari laterali, tutti gemelli, recanti al centro, in alto, un cartiglio a forma di scudo araldico con indicazione degli offerenti e la data (DIVOTI 1812). Sono dedicati a San Francesco d’Assisi, al Crocifisso, alla Madonna, a sant’Antonio di Padova.

    Di elevata qualità artistica il bassorilievo seicentesco con san Francesco che riceve le stimmate, opera dello scultore Michele Fabbris detto Ongaro (1644-1684); una lapide ne ricorda la collocazione nel 1815.

    Molto belli i quattro confessionali, purtroppo restaurati in modo improprio.

    Dell’ottocento anche i quattro tondi a tempera (a finto mosaico), con gli evangelisti, che ornano le vele dell’abside.

    Nella navata, dipinti ad affresco sul soffitto, tre episodi della vita san Bartolomeo: la nascita, il martirio e la gloria, attribuiti a Giovanni Battista Canal (Venezia 1745-1825). Una data presente nel dipinto della nascita fa però pensare che siano stati completati nel 1829.

    Due antichi dipinti di scuola veneta sono appesi alle pareti laterali del presbiterio; raffigurano il “Riposo nella fuga in Egitto” e il “Sogno di san Romualdo”, un santo monaco di Ravenna, vissuto intorno all’anno Mille, fondatore dell’eremo di Camaldoli e dell’ordine dei Camaldolesi.

    La cantoria lignea ospita un prezioso organo di Gaetano Callido, datato 1787.

    Uno stendardo della confraternita della Buona Morte e alcune insegne della confraternita del Santissimo Sacramento (ora custodite nel Museo diocesano) documentano la presenza, in passato, di queste associazioni di fedeli.

    Come altre storiche chiese polesane, la parrocchiale di Contarina è stata purtoppo più volte vittima di furti che ne hanno depauperato il patrimonio artistico.

  • Alla ricerca del bello

    Alla ricerca del bello

    Un autentico scoramento ha prodotto in quanti sono interessati alla valorizzazione del patrimonio ambientale e culturale del Polesine il vile atto che ha ridotto in cenere il casone di Scano Boa, uno dei più amati simboli del delta.

    E’ davvero disarmante constatare che esiste la “voglia del brutto”, che si esprime distruggendo ciò che è bello e utile, imbrattando con stupide iscrizioni opere appena realizzate, collocando rifiuti in aree destinate alla fruizione del tempo libero, deturpando gratuitamente cose e ambienti. Una linea di condotta che purtroppo persiste dall’antichità, atti che vengono classificati come vandalici, a ricordo della furia distruttrice della tribù di barbari il cui obiettivo non era soltanto la conquista di territori, ma la sistematica distruzione di quanto di bello ed ammirevole avevano realizzato i romani, dando vita ad una civiltà di cui anche nel nostro Polesine permangono importanti tracce.

    Tra queste i bellissimi vetri, ottimamente esposti nel museo archeologico di Adria, che non mancheranno di essere al centro dell’attenzione in questo 2014, in cui, tra i tanti avvenimenti dedicati alla memoria, non si potrà trascurare la coincidenza storica del bimillenario della morte dell’imperatore Ottaviano Augusto.

    Ci riserviamo di approfondire questa tematica nella prossina edizione del Ventaglio, aprendo il 49° numero “alla ricerca del bello” presente nelle chiese del Delta, in particolare nelle due storiche parrocchiali di Porto Viro (p.8) per passare poi ad immergersi nel “bello” della natura all’interno della golena di Panarella (p.14).

    La “voglia di bello” ci porta poi nel medio Polesine, con una sosta a Villa Cagnoni di Gognano (p.20), per raggiungere successivamente il romantico parco di Villa Dolfin a Lendinara (p.24) e prevedere in loco anche una sosta presso l’oratorio della Madonna dell’Arzarello (p.36).

    Faremo quindi una doppia tappa a San Bellino per visitare la basilica dedicata al santo protettore del Polesine (p.28), per essere poi catturati dalla bellezza e dal profumo di un particolare roseto (p.32), prima di raggiungere a Castelguglielmo la inedita spiaggia caraibica di Castelbeach (p.40).

    Gli approfondimenti storici ci riportano alla Rotonda di Rovigo (p.42), per poi ricercare alcune importanti tracce della scomparsa chiesa di San Rocco, rintracciabili presso il Vescovado e la chiesa della Commenda (p.52). Le coincidenze storiche ci sollecitano un’indagine sulla figura di Matteotti (p.58 e 62), sull’imponente Bonifica Bentivoglio (p.48), sui ponti sul Po (p.70), sullo zuccherificio di Lendinara (p.64), su un terribile 14 agosto del XIX secolo (p.74), per consolarci infine con le stelle cadenti e le “lumaze” (p.76).

    Ricca si presenta la carrellata dedicata ai personaggi illustri e al ricordo. Di interesse le pagine riservate ai creativi nell’arte e nella letteratura; di rilievo quelle destinate alle iniziative culturali, attività promosse in varie parti del Polesine con l’obiettivo di tendere a quella insostituibile “ricerca del bello” che nobilita la presenza di noi umani su questo pianeta chiamato Terra.

  • Professione videomaker

    Professione videomaker

    Da Lendinara ai più importanti set musicali.

    Lui è Stefano Bertelli, 33 anni, polesano doc e regista di oltre 700 videoclip musicali, con nomi che spaziano da Alex Britti ad Arisa, da Marta sui tubi a Marlene Kuntz, da Caparezza ai Finley, dai Subsonica ai Nomadi, da Siria a Mietta.

    Se la sua storia fosse raccontata come in uno dei videoclip che lui stesso firma, comincerebbe così: un gruppo di amici, ispirati dal film horror The blair witch project, decidono nei primi anni Novanta, per gioco e per sfida con se stessi, di realizzare un horror movie ambientato nelle campagne polesane attorno a Canda. Organizzano il lavoro, la regia, le luci e i costumi, e alla fine ce la fanno. Il loro lavoro prende forma e, pur rappresentando uno student movie, è a tutti gli effetti una prima pietra verso il cammino del successo, che li porterà a lavorare con produzioni internazionali.

    Il lavoro di Stefano Bertelli, con una laurea in “Tecnologo della comunicazione audiovisiva e multimediale” conseguita all’Università degli studi di Ferrara, viene notato sul web e ben presto il giovane lendinarese inizia a lavorare con le case discografiche major italiane. “Un periodo di grande formazione – spiega il giovane video maker polesano – durante il quale ho potuto imparare molto, vivere quell’ambiente che mi ha appassionato e crescere professionalmente, imparando a concentrare in poco più di 3 minuti la musica e l’immagine di un artista. Quando ho iniziato a lavorare si girava in 35 millimetri, ciò significava costi elevati nello sviluppo e la conseguente necessità di non buttare nulla e far sì che fosse buona la prima. Oggi lo scenario è molto cambiato: la pellicola è stata accantonata ed è possibile anche pensare di realizzare dei videoclip con l’uso dei telefoni cellulari”.

    Poi la svolta professionale, la decisione di cambiare direzione: Bertelli fonda a Rovigo nel 2005, con i collaboratori Riccardo Orlandi ed Ilaria Battistella, una produzione indipendente, la Seenfilm, con cui firma videoclip e animazioni. Il tutto, per grandi major discografiche come Universal, Emi, Soni Bmg, Warner e anche per la tv con Disney Chanel. Nonostante ciò, il legame con il Polesine non è mai venuto meno: Bertelli si divide, infatti, tra Lendinara dove abita e Rovigo città dove lavora.

    All’attivo il giovane video maker polesano può contare più di 700 videoclip realizzati, con nomi indiscussi del panorama musicale italiano e straniero, in location d’eccezione come il deserto americano, l’Islanda, New York, la Spagna, Lisbona e Londra. Importanti set di video musicali, dunque, per Bertelli impegnato a tradurre le emozioni in immagini, che però non dimentica il Polesine. Il Delta del Po, sotto la sua regia, è stato infatti lo scenario calzante di video come Die dei Finley e Impressione di settembre di Marlene Kuntz.

    L’ultima scena del videoclip, che racconterebbe la storia professionale di Stefano Bertelli, potrebbe essere il gruppo di giovani polesani della Seenfilm al lavoro per una nuova ed impegnativa creazione; questa volta un lungometraggio ispirato ai lavori del regista Michel Gondry e che contempli anche la tecnica cara a Bertelli dello stop motion, dove tanti fotogrammi possono dare vita ad effetti speciali di grande impatto. Sarebbe il giusto coronamento di un percorso segnato da successi, celebrati anche dalla conquista di importanti riconoscimenti.

    “Diversi premi sono arrivati con il primo cortometraggio in stop motion Rapid eyes movements e con il lavoro Cinestetica per Marta sui tubi abbiamo vinto il Premio Videoclip italiano 2008” – racconta Bertelli. “Con il videoclip di Independent Lights realizzato per gli All about kane abbiamo vinto il Premio italiano per il miglior videoclip indipendente Mtv New Generation 2012”. Non solo, di recente lo stesso videoclip è stato premiato al PioWeb Clip Festival Contest di San Benedetto del Tronto ed il lavoro Aliens vs music è stato giudicato come il miglior cortometraggio di animazione alla 26esima edizione del Festival del cinema di Girona.

    Dal Polesine ai set di importanti videoclip e alle premiazioni di grandi concorsi, dunque. Il lavoro ed i successi di Bertelli rappresentano un orgoglio per il giovane video maker, ma un po’ anche per tutti i polesani.

  • Fermate i rivoltosi

    Fermate i rivoltosi

    “Fermate i rivoltosi”, è il titolo del romanzo storico, ambientato ai tempi della Carboneria, scritto da Franco Gemelli. La frase, con accento perentorio, è pronunciata da Vogel, direttore generale della polizia asburgica con sede a Venezia. E’ indirizzata a Lancetti, commissario capo di Rovigo, il quale non mancherà di attivarsi preparando immediatamente le condizioni per dar vita alla retata che porterà all’arresto dei principali adepti alla Carboneria polesana.

    I fatti sono noti, emersi con chiarezza soprattutto dalle ricerche storiche sviluppate nell’ultimo ventennio. Dalle quali non affiora però completamente la psicologia dei vari personaggi, la complessa trama delle relazioni interpersonali, le problematiche intime ed anche familiari di ognuno di loro. Insomma Franco Gemelli, medico da poco in pensione con la passione della storia, ora vicepresidente del Consiglio di Amministrazione dell’Accademia dei Concordi, col suo libro ha dichiaratamente inteso riproporre i fatti in una versione che, delineando i caratteri dei personaggi e creando momenti di suspense, renda agevole la lettura.

    L’idea alla base del volume è in definitiva quella di far sì che il lettore possa immedesimarsi nella vita dei carbonari polesani, seguendoli con passione nella trama del racconto, con l’obiettivo di far meglio conoscere ed apprezzare una pagina di storia di indubbio rilievo, che ha avuto come teatro il nostro Polesine.

    Per saperne di più ci incontriamo con l’autore.

    Dott. Gemelli, quando ha concepito l’idea del romanzo dedicato alle vicende della Carboneria Polesana? Quale è stato lo stimolo fondamentale?

    “Rovigo appartiene a quell’elenco di città che vivono in un grigio anonimato: contrariamente a tante altre città italiane, difficilmente riusciamo ad associare a Rovigo il nome di un evento, di un monumento o di un personaggio famoso che le possa conferire una certa notorietà. Confesso che non ho mai accettato di buon grado questa modesta reputazione, e ho sempre cercato di trovare qualche conforto nella storia di Rovigo, il cui interesse mi ha attratto fin dagli anni della mia giovinezza. Le vicende della Carboneria (Rovigo era sede di una vendita carbonara) mi hanno incuriosito e ho tentato di approfondire le conoscenze di quel periodo storico attraverso i suoi protagonisti, primo fra tutti Antonio Oroboni da Fratta ma anche Lenta, Cecchetti, Zona e gli altri carbonari che diedero vita ad una società patriottica a Rovigo. Spero che in futuro si possa associare il nome della nostra città alle gesta di questi primi martiri che con il loro sacrificio hanno diffuso l’ideale di patria, ben presto divenuto il tema dominante del Risorgimento Italiano.”

    Per legare i fatti, e creare anche un po’ di suspense, lei introduce, in uno snodo della storia, dei personaggi che solitamente non appaiono nelle ricerche storiche della Carboneria polesana, come lo 007 Valtancoli e il marchese Manfredini…

    “Valtancoli è un personaggio storico realmente esistito, che si era infiltrato nelle vendite carbonare dell’Emilia-Romagna e agiva per conto del Granduca di Toscana; i suoi resoconti arrivavano fino alla corte di Vienna che poteva così informare la polizia del Lombardo-Veneto. Ovviamente non vi è traccia di una sua reale presenza a Rovigo, tuttavia ho pensato di inserirlo nella vicenda dei carbonari rodigini in quanto la sua presenza descrive bene l’ambiente sospettoso e ingannevole nel quale si muoveva il protagonista Antonio Oroboni.

    Il marchese Federigo Manfredini (così come altri personaggi citati, quali l’erudito Girolamo Silvestri, il collezionista Giovanni Francesco Casalini…) era un personaggio di primaria grandezza nel frammentato mondo politico italiano dell’epoca. Rovigo in quel momento storico era una città situata presso il confine meridionale della vasta area sulla quale dominava l’autorità austro-ungarica; una città marginale dal punto di vista della sua collocazione geografica, ma tutt’altro che irrilevante dal punto di vista della sua vivacità culturale e politica; ho pensato di conferire un ruolo ai personaggi citati per delineare più compiutamente il dinamico clima culturale della città.”

    Il suo libro si conclude rivendicando a Rovigo la “prima scintilla” patriottica a livello nazionale, una sorta di primogenitura nell’ambito del Risorgimento…

    “A Rovigo e nei suoi dintorni avvennero le prime repressioni contro i patrioti che avevano un programma politico ben preciso: un’Italia libera, unita e indipendente. I seguaci di questa idealità miravano alla realizzazione di un valore che non avevano mai conosciuto ma che avevano elaborato come piano politico, che doveva sfociare nella creazione di una patria italiana. Quindi non erano dei nostalgici che volevano recuperare una esperienza passata, ma dei sognatori che anticipavano di qualche decennio l’evolversi della storia. Il loro sogno finì con la carcerazione allo Spielberg o a Lubiana, ma il loro progetto anticipava le vicende del Risorgimento italiano. Credo che dobbiamo rivendicare la primogenitura di questi moti carbonari avvenuti in terra polesana (Silvio Pellico a Milano, Santorre di Santarosa a Torino e Guglielmo Pepe a Napoli furono posteriori) e che ci dobbiamo pertanto riappropriare di questi personaggi che con le loro gesta e con il loro sacrificio hanno consentito che Rovigo e il suo circondario diventassero la culla del patriottismo italiano.”

  • Maestri del Lavoro

    Maestri del Lavoro

    Il primo maggio scorso a Venezia, presso la Scuola Grande di San Rocco, alla presenza delle maggiori autorità regionali, sono stati sei i polesani insigniti della decorazione della “Stella al merito del Lavoro”: Maurizio Besola di Villadose, Oddone Campaci di S. Martino di Venezze, Dino Cappello di Badia Polesine, Pier Giorgio Rossi di Badia Polesine, Antonella Trivellato di Lendinara, Mauro Usini di Badia Polesine. Tra i 73 nuovi Maestri del Lavoro del Veneto anche il direttore della Confesercenti di Rovigo, Antonella Savogin, residente in provincia di Padova.

    In Polesine, dal 1953 ad oggi, sono state assegnate complessivamente 209 decorazioni di “Maestro del Lavoro”, a dimostrazione di quanto sia fertile e virtuosa la presenza di questa realtà nella nostra provincia e di quanto sia stato importante il contributo che queste persone hanno dato e continuano a dare allo sviluppo economico sociale e culturale del nostro territorio. Molti di loro, infatti, oltre a collaborare con diverse associazioni di volontariato locali, attraverso il Consolato Provinciale svolgono un’importante attività a favore del mondo della scuola, in particolare verso gli studenti degli istituti professionali.

    In questo contesto merita un particolare accenno il progetto “Scuola-Lavoro”, giunto quest’anno alla 6^ edizione, che ha sviluppato un crescendo di attività programmate nelle scuole, ottenendo consensi e visibilità che hanno oltrepassato i confini provinciali e regionali, ed apprezzamenti e riconoscimenti da parte delle Istituzioni locali.

    L’iniziativa si è avvalsa del patrocinio della Regione Veneto, della Provincia e del Comune di Rovigo, della Camera di Commercio e della collaborazione dell’Ufficio Scolastico Territoriale e della Consigliera Provinciale di Parità e del sostegno finanziario di alcuni partner privati.

    Le attività connesse al progetto, dirette dal Console Paolo Pizzardo e coordinate da Renzo Padoan con la collaborazione di Riccardo Bononi e di Pietro Munaro, quest’anno si sono sviluppate in tre distinti ambiti.

    Il primo riguardava l’assegnazione di un premio di studio in denaro e di un attestato di merito allo studente, di ciascun istituto professionale della provincia, che ha superato gli esami di qualifica o di stato con il miglior punteggio. Inoltre, un ulteriore premio in denaro, messo a disposizione dalla Consigliera Provinciale di Parità, è stato assegnato alle studentesse qualificatesi nei corsi “meccanico, elettrico, agrario e arti bianche”.

    La cerimonia per l’assegnazione dei riconoscimenti si è tenuta lo scorso 25 ottobre presso la sala consiliare della Provincia di Rovigo, alla presenza delle massime autorità istituzionali della provincia.

    Il secondo ambito del progetto ha visto l’organizzazione di una serie di incontri con gli studenti su tematiche di grande attualità: la sicurezza, la legalità, le problematiche connesse al lavoro femminile, la violenza sulle donne, l’uso corretto delle nuove forme di comunicazione, i pericoli derivanti dalle dipendenze da droga, alcool, gioco e web, la prevenzione e la tutela della salute. Gli incontri sono stati, altresì occasione per diffondere i valori del lavoro, per affrontare le problematiche connesse alla grave crisi economica che attanaglia il Polesine e per presentare le testimonianze e le esperienze lavorative di alcuni Maestri del Lavoro.

    Infine, il terzo ambito riguarda l’Università. Da quest’anno, grazie ad una convenzione biennale sottoscritta di recente con il Consorzio Università di Rovigo, il progetto è stato integrato con l’istituzione di una borsa di studio da assegnare ad un laureato o laureata, residente nella nostra provincia, che abbia ottenuto il miglior punteggio presentando una tesi su argomenti inerenti il mondo del lavoro e dell’innovazione tecnologica.

    Qualora la tesi riguardasse argomenti la discriminazione delle donne sul lavoro, la promozione della cultura della parità di genere e la rimozione degli ostacoli alla realizzazione delle pari opportunità tra uomo e donna, alla laureata o laureato vincitore, sarà assegnato un ulteriore premio in denaro, messo a disposizione dalla Consigliera Provinciale di Parità.

    Nel corso delle sei edizioni del progetto si è registrata complessivamente la partecipazione di circa 7.000 studenti. Sono state assegnate oltre 70 borse di studio, per un importo complessivo di quasi 13.000 euro.

    I lusinghieri risultati ottenuti dal progetto sono da attribuirsi, oltre che all’impegno profuso sul piano organizzativo dai Maestri del Lavoro, alla collaborazione attiva da parte degli insegnanti e dei dirigenti scolastici ed alla partecipazione e collaborazione di relatori altamente qualificati, in grado di coinvolgere gli studenti in modo da destare grande partecipazione ed interesse, con l’obiettivo comune di contribuire a formare, al termine del percorso, tecnici preparati e buoni professionisti, ma soprattutto ottimi cittadini.

    Il Consolato Provinciale di Rovigo, per le sue innumerevoli attività, ha ricevuto numerosi riconoscimenti. Tra questi ricordiamo l’attestazione del 1987 da parte della Federazione Nazionale Maestri del Lavoro per “25 anni di intensa ed operosa attività a favore del Magistero del Lavoro”, il premio della Camera di Commercio “Fedeltà al lavoro ed incoraggiamento al progresso economico” del 2010, l’attestazione ottenuta nel 2012 al “Social Day” – Giornata internazionale del volontariato voluta dall’ONU e la targa ricevuta nel 2013 dall’Amministrazione Provinciale – Assessorato al Lavoro, quale riconoscimento per la fervida ed importante attività di volontariato che il Consolato svolge per la promozione del lavoro soprattutto a favore delle giovani generazioni. Testimonianze queste che avvalorano l’esemplare ed importante attività che il Consolato svolge a favore della comunità polesana.

    Continua la collaborazione con i Sindaci dei comuni della provincia per l’intitolazione di vie o piazze ai Maestri del Lavoro, con risultati positivi, anche se la situazione economica e la crisi del settore edilizio pubblico e privato rallenta la realizzazione del progetto.

    Tracciando un sintetico bilancio sulle attività svolte nel corso del 2014, il Console Paolo Pizzardo è apparso visibilmente soddisfatto per i risultati conseguiti. Ha comunque voluto porre l’attenzione sui difficili problemi che sta attraversando il mondo del lavoro in Polesine, dichiarando “Sentiamo il profondo dovere di rivolgere la nostra attenzione e il nostro pensiero, ai lavoratori che perdono la vita sui luoghi di lavoro, ai disoccupati, ai lavoratori in difficoltà, ai cassaintegrati, ai precari, alle loro famiglie e soprattutto ai giovani che si vedono privi di prospettive. Facciamo appello alle associazioni di categoria, ai sindacati, alle istituzioni ed alla politica affinché operino in sinergia per affrontare in modo risolutivo il problema del lavoro. È questa in fondo la mission della nostra associazione!”.

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