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Archivi: Articoli d’archivio

  • Ernesto Carletti (1897-1971)

    Ernesto Carletti (1897-1971)

    Tra i personaggi di spicco nativi di Melara, va annoverato Ernesto Maria Carletti, venuto alla luce sul finire dell’ ‘800 e spentosi a Bergamo nel 1971 all’età di 74 anni. La vita del Carletti meriterebbe ampia diffusione, e questo mio scritto intende gettare le basi per ulteriori approfondimenti.

    “Arguto, dialettico, autorevole, altruista, culturalmente e socialmente impegnato” così lo ricorda oggi la figlia Elisa¹.

    Ernesto Carletti nasce a Melara il 25 novembre 1897 da Luigi, falegname e Virginia Ridolfi. Laureato a Bologna nel 1922 in Matematica, si sposa nel 1925 con Maria Gentilini a Bologna. Dopo il matrimonio emigrò subito a Bergamo, dove trascorse il resto della sua vita. Dalla loro unione nacquero tre figli: Lisa Maria, Livia Ernesta e Luigi.

    Molto giovane perse la mamma Virginia a causa del tifo e pertanto crebbe nella famiglia Carletti nella località “Capitello”; famiglia religiosamente attiva nella parrocchia che egli ricordava caratterizzata da usi e costumi all’antica, baciapile e papalina.

    L’amicizia col dottor Vittorio Ciscato (1851-1922) lo aiutò moltissimo nella fase adolescenziale². La personalità del medico di origine vicentina, anima socialista nel senso più puro del termine, lo formò certamente essendo punto di richiamo e di indirizzo nella sua vita e sostenendolo pure economicamente negli studi.

    Dopo le scuole Elementari a Melara, Ernesto Carletti frequentò le Medie nella vicina Ostiglia (MN) e poi, dopo un anno di ginnasio, portò a termine il corso di studi superiori da autodidatta (secondo la tesi del Benzoni). Di sicuro studiò presso gli Istituti Tecnici di Verona dove ottenne la licenza nel 1915.

    Iscritto nell’inizio 1916 all’Università di Bologna dovette partire presto nella Grande guerra, nell’ottobre del 1916. Studiando all’Accademia militare di Modena divenne ufficiale di complemento nell’aprile 1917. Partecipò quindi al conflitto, venendo fatto prigioniero dopo la disfatta di Caporetto il 24 ottobre 1917 e subendo le umiliazioni dell’internamento nella Bassa Austria ed in Boemia.

    Durante questo periodo di prigionia conobbe Arturo Carlo Jemolo (1891-1981), al quale rimase sempre legato da amicizia. All’amico si deve anche l’incoraggiamento a riprendere gli studi universitari una volta terminata la guerra.

    A Bologna iniziò anche la sua attività politica di adesione al Socialismo nei primi anni ‘20 e, nel contempo si laureò con 105/110 in Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali nel 1922.

    Nel corso degli studi conoscerà la futura compagna della sua vita, Maria Angelini. Nel 1923-24 insegnò a Salonicco presso l’Istituto tecnico, rientrando nel 1924 per partecipare ad un concorso che gli diede l’opportunità di trasferirsi a Bergamo dove insegnò nelle scuole Tecniche “Esperia” sino al termine della sua carriera.

    Si oppose all’iscrizione al PNF ma dopo alcuni anni di insistenze dovette cedere “obtorto collo”. Dopo l’otto settembre 1943, conosciutissimo in città, anche per la sua attività di relatore ai comizi e fra i più in vista tra gli “usciti allo scoperto”, dovette rifugiarsi in Svizzera il 13 settembre.

    Il suo impegno nella Resistenza è stato ben documentato ed oggetto della tesi di laurea di Giovanni Benzoni³. In questo periodo Carletti avrà contatti e corrispondenze con importanti esponenti della Resistenza, fra i quali Ernesto Rossi, Altiero Spinelli, Egidio Reale ed il giovane Luciano Bolis, “assumendo un ruolo rilevante nell’attività di proselitismo e di propaganda del Movimento federalista europeo e del Partito d’Azione”.

    Dopo la liberazione il suo impegno politico continuò nelle file del partito socialista cittadino venendo eletto nel consiglio comunale di Bergamo nel 1956.

    Fondatore a Bergamo della Mathesis, ed autore di testi scolastici per le Superiori, scrisse per giornali bergamaschi.

    Interessanti sfaccettature della sua personalità ci vengono dalla descrizione della figlia Elisa. Fu un personaggio eclettico che accettò diverse sfide, basti pensare che prese la patente dopo avere compiuto i 60 anni. Ernesto nell’intimo familiare amava leggere saggistica, filosofia, testi scientifici, classici della letteratura mondiale.

    Adorava ascoltare la radio, ma detestava la televisione e non frequentava il cinema.

    Era invece appassionato di musica sinfonica e da camera, suonava il violino, ed aveva una ricca collezione di dischi. Partecipava a mostre di pittura e conferenze d’arte.

    In famiglia si è sempre parlato di politica – sottolinea la figlia – e gli ospiti erano anche legati a quelle frequentazioni. Egli era felice di frequentare persone intelligenti e colte, fare passeggiate soprattutto in montagna, praticare tanti sport: nuoto, sci, bicicletta, tennis, scherma. La disonestà, l’ottusità, l’ipocrisia, le manifestazioni plateali lo deprimevano.

    Non saprei oggi ipotizzare se qualcuno in futuro vorrà fare ulteriori indagini per descrivere più compiutamente la vita di Ernesto Carletti, lo auspico sinceramente; certo è che la sua vita è stata molto intensa e che almeno il suo paese natale, Melara, dovrebbe celebrare il suo ricordo in modo consono alle molteplici attività e ruoli che egli ha ricoperto.

  • Clemente Quaglio (1872-1948)

    Clemente Quaglio (1872-1948)

    “Clemente Quaglio nasceu em 7 de junho de 1872, em Villa d’Adige, província de Rovigo, Itália, e faleceu em 16 de maio 1948, em São Paulo”

    Cominciano quasi sempre così i testi biografici brasiliani – riguardanti il professore Clemente Quaglio – che ho avuto modo di leggere da quando ho iniziato a “scoprire” questo personaggio che ha avuto i natali a Villa d’Adige, oggi frazione di Badia Polesine.

    Ma chi era tale professore? Quale può essere stata la relazione tra la frazione badiese e questo illustre/sconosciuto professore? Sono queste le domande che mi hanno portata a cercare le risposte fino ad oltreoceano.

    Moltissime le cose che sono riuscita a sapere su di lui, grazie ad una appassionante ricerca che mi ha dato l’opportunità di condividere opinioni, aneddoti e curiosità con varie personalità brasiliane che mi sono state di grande aiuto a comprendere il valore del personaggio.

    Cercherò qui di non dilungarmi troppo, riportando solo alcune informazioni essenziali su Clemente Quaglio, ma – credetemi… – questa storia è davvero sorprendente per noi polesani, che è tempo facciamo conoscenza di questo grande uomo.

    Clemente Quaglio nasce dunque a Villa d’Adige, il 7 giugno 1872, figlio di Antonio e fratello di Quirino e Zaccaria tutti emigrati in Brasile nella seconda metà del’800. Sappiamo bene che quella fu l’epoca della prima grande emigrazione verso le Americhe, i viaggi erano lunghi e difficili, e spesso chi saliva su quei grandi bastimenti non sapeva con certezza, alla fine del viaggio, dove sarebbe sbarcato. La famiglia Quaglio in ogni modo arrivò e sbarcò in Brasile, e scelse di stabilirsi a Sierra Negra, città nello stato di San Paolo.

    Famiglia di musicisti, i Quaglio di Villa d’Adige, e probabilmente qualcuno si ricorda dei loro stretti parenti: Giorgio e Luigi costruttori di organi da chiesa nei primi decenni del 1900. Una passione che porterà il papà Antonio (cugino di tali organari) a dar vita, assieme ai figli Quirino e Zaccaria ed altri musicisti ad una banda musicale di immigrati Italiani nella città di Sierra Negra (San Paolo). A questa sarà dato il nome di Banda Musicale Umberto I, grossa compagnia di maestri e musicanti che mise radici nella città. Sempre sostenuta da emigrati italiani, la banda curiosamente è ancora oggi splendidamente attiva, (formata ora anche da giovani discendenti) con il nuovo nome di “Lira”. Tanto apprezzata in terra brasiliana, che a questa storica banda è stato dedicato un fornito museo cittadino.

    Ma torniamo a Clemente, il figlio più giovane di Antonio. Quando sbarcò nella terra regina del caffè aveva solo 16 anni; egli – a differenza del padre e dei fratelli – non sceglie la strada della musica, bensì quella dello studio.

    Clemente si rivela un grande studioso. Appassionato e ligio nel suo intento, intraprenderà la via del conoscimento e della ricerca della scienza della pedagogia. Studierà moltissimo, come autodidatta, raggiungendo prestigiosi riconoscimenti fino ad accreditarsi come uno dei professori più importanti in Brasile nell’ambito della psicologia infantile del primo quarto del XX secolo,.

    Quaglio non disponeva di titoli accademici, ma, dopo avere superato gli esami di magistero pubblico, fu nominato nel 1895 Professore Primario. Lo studio e l’affermazione nella scienza corrono veloci e, all’entrare del nuovo secolo, Clemente Quaglio uscirà dall’anonimato proiettandosi come autorità scientifica tra gli educatori Paulisti.

    Come sappiamo la Pedologia, neologismo nato nel XIX secolo, costituì un dominio disciplinare che, accanto anche all’Antropologia Pedagogica (Ugo Pizzoli), Pedagogia Scientifica (Maria Montessori) ed altre scienze della psiche infantile, nascerà in risposta alle pressioni urgenti originate nel largo ciclo storico che assistette all’avvento della scuola di massa e della sua obbligatorietà come una questione di Stato.

    Ed è proprio in questo ambito che il professore di origine Badiese figura come pioniere teorico di Pedologia, in quanto specializzato in Psicologia Sperimentale. Positivista per temperamento e convinzione, spinto dalla forte attitudine alla scienza, Clemente Quaglio il 6 maggio 1909 fonda uno dei primi gabinetti di Antropologia Pedagogica e Psicologia Sperimentale del Brasile! Nel 1914 Ugo Pizzoli, recandosi in Brasile incontrerà Quaglio che divenne promotore della sua teoria in terra sudamericana.

    Nel 1918 il professore polesano fonda nella città di san Paolo una Facoltà di Pedologia per dispensare “corsi di alta cultura pedagogica” seguendo il modello del grande Antropologo Pedagogico Italiano U. Pizzoli, per preparare i candidati al magistero, formando dei professionisti dell’insegnamento.

    Il laboratorio sperimentale creato da Clemente sarà in seguito con lui trasferito presso la Cattedra di Psicologia della Facoltà di Filosofia e Lettere dell’università di San Paolo…. ed anche in Europa, nel mondo della scienza della psiche, diviene un nome affermato e rispettato.

    Pubblica oltre 50 tra libri e opuscoli, e negli anni 30, raggiunta l’età della pensione, inizia a girare il mondo tenendo conferenze in lingua spagnola, italiana, tedesca e perfino in esperanto. Ecco, a mo’ di esempio alcune delle importanti prolusioni da lui tenute: “La Nuova Filosofia” a Lisbona, “La Nuova Teoria della Conoscenza” a Buenos Aires, Was ist kultur? (Cos’è la cultura?), a Berlino, La Filosofia dell’Arte Pura ossia L’Arte in interiore homine, a Roma ecc.

    In segno di riconoscimento ai suoi meriti scientifici, fu eletto “Consigliere d’Istituto Italo-Brasiliano dell’Alta Cultura” di San Paolo, socio onorario della Biblioteca Partenopea “Ernesto Palumbo” di Napoli, e ricevette il titolo di Grande Ufficiale di Grazia Registrale dell’Ordine Militare di Santa Brigida di Svezia, in Italia.

    Poco più di una decina d’anni fa, nel 2002 il prof. Carlo Trombetta, allora docente universitario di Psicologia dell’Educazione e Pedagogia a “La Sapienza” di Roma, in una sua nota pubblicazione, non esita a citare Clemente Quaglio come uno dei più validi divulgatori e sostenitori della Pedologia, collocandolo accanto alle maggiori figure della scena mondiale: Eugène Blum, Iosefa Ioteyko, Tobie Jonkheere, Gabriel Persigout, Vladimir Ghidionescu, Ramon Meza, Juan Jaén, José Peinado e Domingo Barnes.

    Qualsiasi ricerca o enciclopedia brasiliana sulla psicologia infantile, porta a Clemente Quaglio.

    A San Paolo nel quartiere “Vila Oratorio”, un plesso scolastico statale, di scuole medie e superiori, porta il nome di “Escola Estadual Professor Clemente Quaglio”.

    Innumerevoli i riferimenti al suo magistero nelle varie pubblicazioni letterarie brasiliane e decine quelle firmate Clemente Quaglio (vedasi nella scheda i titoli delle sue principali pubblicazioni).

    Nel corso di questa mia ricerca, qualche tempo fa, recandomi a Villa d’Adige, cercai e incontrai una anziana signora, la quale scavando nei suoi ricordi mi raccontò alcuni episodi lontani nel tempo relativi alle sporadiche visite di Clemente Quaglio al suo paese natio.

    L’anziana ricordava bene quell’elegante signore che portava giacca, cappello e pantaloni e bianchi. Alloggiava nella locanda della piazza, dove a pranzo gli piaceva mangiare baccalà, e tutti in paese, in realtà senza sapere bene quale fosse il suo importante ruolo oltreoceano, lo chiamavano semplicemente “el professore ‘merican”.

    La sua vita si è spenta a San Paolo del Brasile l’8 maggio 1948.

  • Erminia Fuà Fusinato (1834-1876)

    Erminia Fuà Fusinato (1834-1876)

    Recentemente viale Fuà Fusinato, nel cuore di Rovigo, è salito all’attenzione della cronaca, in seguito ad un intervento di risistemazione su cui si sono espresse varie opinioni, senza mai far riferimento all’intitolazione della via su cui intendiamo ora soffermarci.

    Va innanzitutto detto che il viale è dedicato ad una donna da non dimenticare: Erminia Fuà Fusinato, donna di valore, uno degli esempi più illustri della nostra terra polesana, eppure pressoché sconosciuta: poetessa, scrittrice, educatrice, fiera patriota.

    Ecco dunque la necessità di rendere omaggio a questa esemplare figura coraggiosamente all’avanguardia e precorritrice di una moderna visione di donna colta (pur senza essere andata a scuola) anticonformista e prefemminista contro le convenzioni, lavoratrice con doti dirigenziali, che supera il tradizionale modello femminile borghese vincolato al focolare domestico, in posizione subordinata all’uomo ed emarginato dalla vita pubblica.

    Tutta la sua breve esistenza, intensamente vissuta nonostante la morte prematura, è testimonianza di scelte risolute ed autonome, anche controcorrente, da cui emerge una più che mai moderna libera autonomia di pensiero e determinazione del proprio destino. In politica fu attiva patriota nel periodo risorgimentale; nella religione, capace di abiurare alla fede dei padri (ebraismo) per quella (cristianesimo) del futuro marito, pur mantenendo un atteggiamento non ortodosso ed anticlericale; nell’educazione, promotrice di un ideale pedagogico aperto e svincolato da rigide imposizioni religiose o laiche, fatta salva la centralità della morale; nel lavoro manifestò la capacità di ricoprire incarichi pubblici e di responsabilità, pur non avendo nemmeno conseguito un titolo di istruzione.

    Nata a Rovigo, il 5 ottobre 1834, in una famiglia benestante di origine egizia – i Fuà erano giunti ricchi dal Cairo a Padova e Rovigo verso la fine del Settecento – e di religione ebraica non praticante, dal medico Marco e Geltrude Bianchi, si trasferì con la famiglia da piccola a Padova.

    Erminia era stata istruita in casa, secondo l’abitudine del tempo per le figlie di buona famiglia, potendo tuttavia usufruire del qualificato e sensibile insegnamento dello zio Benedetto Fuà, ingegnere delle ferrovie, che la educò secondo il metodo Pestalozzi. Per anni nella sua giovane vita si prese cura della madre malata e dei fratelli, ma ben presto apparve evidente la sua naturale predisposizione per la poesia, iniziando la composizione di versi, che leggeva in casa agli amici.

    Proprio la passione poetica la porterà, appena diciottenne, ad innamorarsi del poeta-patriota Arnaldo Fusinato di Schio, di 35 anni, da poco vedovo e con fama di avventuriero, reso celebre dai versi: “Il morbo infuria, il pan ci manca, / sul ponte sventola bandiera bianca!”. Egli introdusse la giovane poetessa nelle riviste femminili milanesi – La ricamatrice, Ore casalinghe -, dove pubblicò le sue prime poesie: Versi e fiori, Musica e poesia.

    Il rapporto con Arnaldo Fusinato – a causa delle differenze di religione e di età – fu decisamente contrastato dai genitori di Erminia, la quale però non si lasciò scoraggiare, restando fedele a questo amore. I due fuggirono a Venezia, dove nel 1856 si sposarono con la complicità di uno zio, per trasferirsi poi a Castelfranco Veneto, presso la di lui prima suocera, la generosa contessa Teresa Colonna Savorgnan, che avrebbe imparato ad amarla come la figlia perduta.

    Ma l’attivismo antiasburgico e risorgimentale del marito l’avrebbe costretta a viaggiare molto, talora con fughe rocambolesche, anche dopo la riconciliazione con i genitori. Lei stessa, divenuta cospiratrice con il ruolo importante di mantenere i contatti fra Torino e i vari comitati veneti amministrandone i loro fondi, guadagnò i soprannomi di “Quarantotto” e “Giardiniera” (così venivano chiamate le seguaci della carboneria).

    Nell’autunno del ‘56, quasi una luna di miele, i due furono ospiti in Friuli nel Castello di Colloredo di Ippolito Nievo: periodo idilliaco fatto di passeggiate e di condivisioni letterarie, cui sarebbero seguiti gli anni difficili delle trepidazioni ed angosce per il marito – condannato dal governo austriaco a sedici anni di lavori forzati -, per i compagni di lotta e per le sorti della patria. Eppure, già allora emersero la sua straordinaria abilità e fine cultura che la mettevano in grado di dividersi con disinvoltura fra la conversazione disimpegnata degli incontri salottieri ed una quanto mai vivace attività clandestina, che la vide autrice di scritti ed opuscoli cospirativi, instancabile ideatrice di progetti insurrezionali contro l’oppressore straniero e perfino di coccarde tricolori.

    E nello stesso tempo, fu moglie e madre esemplare – in quegli anni nascevano infatti i suoi tre figli: Gino (1857), Guido (1860) e Teresita (1863) – trovando anche il tempo di recitare come prima attrice nella Compagnia teatrale di Castelfranco diretta dal marito.

    Anche quando, nel 1864, alla fine fu costretta con l’inseparabile Arnaldo a scegliere la via dell’esilio per sfuggire alle persecuzioni austriache, a Firenze poté godere del rispetto ed amicizia degli uomini più illustri del mondo letterario e politico, che a gara le tributavano onori consolandola della lontananza dalla patria: Nicolò Tommaseo, Gino Capponi, Raffaello Lambruschini, Giacomo Zanella, Michele Amari, Francesco Dall’Ongaro, Cesare Correnti, Marco Tabarrini. Al punto che, superiore ad ogni faziosità ideologica e partitica, riuscì a mettere insieme anche avversari politici come Alberto Cavalletto e Benedetto Cairoli.

    In quegli anni Erminia si occupò della pubblicazione postuma, presso Le Monnier (1867), delle Confessioni di un ottuagenario – titolo da lei stessa ideato per paura della censura – sottraendo all’oblio il caro amico Ippolito Nievo, caduto nell’impresa garibaldina dei Mille nel 1861. Collaborò inoltre con diverse testate femminili, tra cui La donna, pubblicata a Venezia e diretta dalla padovana Gualberta Alaide Beccari.

    Costretta a cercare un lavoro retribuito per contribuire alle difficoltà economiche causate da sbagliati investimenti edilizi del marito nella città toscana, Erminia accettò l’incarico di ispettrice nelle scuole femminili a Roma, Napoli e nell’Umbria, che il ministro della Pubblica Istruzione Cesare Correnti le offrì, pur senza titolo di studio.

    Fu così che nel 1871 ella si trasferì a Roma da sola fino al 1874, quando la raggiunse il marito, dopo aver affidato casa e figli ad una famiglia inglese.

    Nella capitale la Fuà ricoprì vari incarichi importanti: cattedra di lettere italiane alla Scuola Normale (1871-72), fu vicepresidente di sezione – unica donna – al Congresso pedagogico di Venezia (1872), fondò e diresse l’Istituto Superiore Femminile alla Palombella (1873-76), istituì la Società per l’istruzione superiore della donna (1874), di cui fu presidente fino alla morte nel 1876.

    Prolifica la contemporanea attività di scrittrice: dalla collaborazione a riviste, come La Cornelia di Anna Folliero, alla redazione di un diario, pubblicato postumo col titolo Ricordi dal senatore P.G. Molmenti (1870), cui si aggiungono vari scritti letterari e pedagogici. Memorabili le sue conferenze sull’educazione delle donne, alle quali accorreva il fiore dell’aristocrazia e borghesia femminile, compresa la sua appassionata sostenitrice Margherita di Savoia, allora ancora principessa del Piemonte.

    Intanto si palesavano sempre più forti i segni di una salute delicata, compromessa anche dalle gravidanze. Quasi presaga della fine vicina, durante un suo breve viaggio in Veneto nell’agosto del 1876, si racconta che lasciando Venezia avrebbe detto: “Addio, mia bella Venezia, chi sa se ci rivedremo mai più”.

    Nei pochi giorni di riposo trascorsi poi nel Bellunese, patria dei genitori di Arnaldo, compose le sue ultime tre poesie: Emigranti, Coscritti, i chiamati alla leva e Pastori che costituirono i suoi Bozzetti alpini, i quali facevano da contro canto ai Bozzetti marittimi, scritti cinque anni prima a Viareggio.

    Rientrata a Roma, la tubercolosi miliare, che si era manifestata durante la prima gravidanza, l’avrebbe purtroppo rapita alla vita a soli 41 anni, il 30 settembre 1876, lasciando tutti nella profonda costernazione: gli affetti familiari ed il mondo pubblico, che le riconobbe un ingegno unico, irripetibile, tributandole solenni funerali con la partecipazione di numerose personalità, l’intitolazione a suo nome della Scuola Superiore Femminile da lei fondata, poi Istituto Magistrale, ed un monumento ad opera dello scultore Galletti, inaugurato nel 1882 nel Cimitero del Verano a Roma, presso cui riposano anche il marito e i due figli maschi.

    Nel centenario della sua nascita anche Rovigo, sua città natale, le dedicò una lapide sulla facciata di palazzo Montalti, ora sede dell’Istituto per Geometri e la via che da allora porta il suo nome, un tempo conosciuta come strada Capitello.

  • Fortificazioni in Polesine

    Fortificazioni in Polesine

    Con l’occupazione del nord Africa attuata dall’esercito statunitense nel novembre 1942 e il successivo sbarco in Sicilia nell’estate 1943, il Terzo Reich e i suoi alleati Italia e Giappone compresero che l’arrivo in Europa della soverchiante potenza atlantica era imminente. Nonostante ciò, per Hitler e i suoi strateghi la sconfitta della Germania non era una questione scontata e si contava ancora in un capovolgimento della situazione, facendo affidamento sulla capacità delle truppe tedesche di contrastare quelle angloamericane nell’impervio suolo italiano, nonché sulle nuove armi di distruzione di massa in fase di sperimentazione.

    La Germania non attese l’armistizio dell’8 settembre per un’occupazione preventiva del Paese, ma già poche ore dopo che il 25 luglio 1943 il Gran Consiglio del Fascismo aveva votato contro il suo Primo Ministro, Mussolini, si affrettò a porre sotto controllo i cosiddetti centri nevralgici dello Stato costituiti dai ministeri, aeroporti e caserme della Capitale. Inoltre predispose l’arrivo in Italia di nuove Divisioni tedesche che sistemò tra il Trentino Alto Adige, Lazio, Emilia Romagna e Liguria. Poi predispose una fascia di difesa da Bolzano a Pola (Istria) che si sarebbe concretizzata pochi giorni dopo l’armistizio.

    Maggior incertezza costituivano invece i luoghi in cui gli Alleati sarebbero sbarcati, poiché il territorio italiano offre una grandissima quantità di spiagge idonee (60 chilometri nella sola provincia di Rovigo) sia sul versante adriatico che su quello tirrenico.

    Dopo uno sbarco in Calabria il 3 settembre, al fine di contrastare la ritirata dei tedeschi provenienti dalla Sicilia, il 9 settembre centinaia di navi alleate sbarcarono a Salerno (V° Armata statunitense) e Taranto (VIII° Armata britannica) decine di migliaia di soldati.

    Nell’inverno 1943-44 il Comando Supremo Alleato approntò una serie di piani per sbarcare a nord degli Appennini, che però restarono lettera morta, forse per la necessità di trattenere le truppe in previsione dello sbarco in Normandia nel giugno 1944. Pertanto dopo Anzio (gennaio 1944), furono definitivamente abbandonati ulteriori progetti di sbarco in massa sulle coste italiane.

    Le truppe alleate, risalendo la penisola via terra, iniziarono una lenta avanzata, nel corso della quale dovettero registrare grandi perdite. Frattanto le città italiane, dopo i primi attacchi aerei dell’aviazione atlantica, erano divenute ormai deserte, poiché rimaste senza luce, acqua ed ovviamente pochissimo cibo, che veniva razionalizzato e distribuito con tessere. Per ritirarlo e poi portarlo a casa in una pentola di alluminio, i cittadini spesso erano costretti a fare diversi chilometri a piedi.

    I fortini tedeschi in Polesine e sui colli Euganei

    La Wermacht convenne allora, precauzionalmente, che uno dei punti più vulnerabili utili per un attacco alleato fosse individuabile sulla costa adriatica (ovviamente oltrepassando gli Appennini, a nord di Rimini) e decise di predisporre una barriera difensiva in prossimità di una curva sulla vecchia strada Romea (tra Ravenna e Venezia) a breve distanza dal ramo inferiore del Po. Il suddetto fiume, per la sua grandezza e la fitta rete di corsi d’acqua e canneti, costituiva anch’esso un Fronte naturale, che avrebbe offerto loro un’altra possibilità di resistenza agli angloamericani.

    Nell’urgenza di attuare una tale linea difensiva, Hitler dette ordine all’organizzazione TODT di predisporre un sistema di fortini in calcestruzzo (forse 50 edifici), in un’area compresa tra Mesola (Ferrara), Ariano Polesine e Contarina (Rovigo). Nel novembre 1943 fece pertanto costruire il principale sbarramento Tedesco sul territorio italiano, e, contemporaneamente, predisponeva la difesa dell’Adige e del Gorzone, mentre, sui Colli Euganei, centinaia di lavoratori giungevano con carri trainati da cavalli da Badia e Lendinara, per scavare gallerie e trincee che avrebbero dovuto costituire l’ultimo significativo baluardo di protezione nel Veneto verso la Germania.

    Si trattava di un sistema di difesa tutt’altro che indifferente, che comprendeva un territorio vastissimo: dall’Adriatico al bolognese, dal Polesine al padovano fino al veneziano, con bunker anche a Sottomarina. Dunque una serie di fortini che, però, nell’evolversi della situazione bellica, nella maggior parte non vennero mai armati, probabilmente perché la Linea Gotica richiedeva una grande presenza di uomini. Un articolato piano di estremo contenimento dell’avanzata angloamericana che avrebbero dovuto costituire il principale complesso di fortificazione tedesca in Italia¹.

    I rifugi antiaerei

    Oltre alle costruzioni ad uso militare, però, la guerra impose anche la nascita di numerosi edifici per la difesa della popolazione, in modo particolare per fronteggiare i continui attacchi aerei con i quali le potenze alleate piegarono l’alleanza dell’Asse.

    La pressione aerea esercitata dagli angloamericani sul territorio italiano vide un’intensa attività di bombardamento anche in provincia di Rovigo, che comportò 420 vittime.

    Venivano colpite innanzitutto le stazioni ferroviarie ma non si risparmiarono impianti industriali, ospedali, chiese, borghi urbani e abitazioni rurali, traghetti, ponti, colonne e mezzi militari, senza escludere persone e animali da lavoro e le chiuse fluviali che assicuravano il trasporto, con barche, di materiale bellico verso il Fronte appenninico.

    La guerra condizionò le abitudini della gente al punto che dovettero realizzarsi nuovi edifici fortificati per proteggere la popolazione civile, denominati rifugi, sparsi un po’ ovunque e facilmente raggiungibili da vecchi, donne e bambini.

    A Rovigo, in alcuni di quei rifugi, vi potevano trovar accoglienza centinaia di persone; al loro interno vi erano cartelli con diciture quali Siate calmi oppure Qui siete al sicuro e persino una strana bicicletta senza ruote ma con i pedali che, girandoli più o meno velocemente, mettevano in moto un ingegnoso sistema di aerazione, mentre altri, destinati ai privati, potevano accogliere solo poche persone. Gli addetti al rifugio pubblico dovevano assicurarsi che all’interno non si fumasse e si tenesse un contegno educato e corretto, richiamando quelle persone che eventualmente si abbandonassero ad inopportuni lazzi, a turpiloquio od a sconcezze di ogni genere ed altre regole elementari di convivenza e sicurezza.

    Si potevano trovare anche rari modelli di mini-rifugi trasportabili, come a Badia Polesine, tuttora ubicato in via XXVI Aprile (immagine a pag.81). Il Prefetto di Rovigo, invece, usufruiva di un bunker ad uso famigliare ed esclusivo (tuttora esistente), a due piani, con stanza da letto, dispensa, un’elegante scala a chiocciola in metallo e la toilette².

    Diversi rifugi antiaerei sono ancora oggi esistenti a Rovigo ed almeno due a Badia Polesine, uno dei quali è costituito dall’esemplare mobile più sopra citato, mentre l’altro era la base del campanile della chiesa di San Giovanni Battista, ed anche ad Adria il campanile della chiesa della Tomba ospitava un rifugio antiaereo.

    Di quei giorni drammatici i più anziani ricordano ancora bene la filastrocca: Pierino bombardiere l’è qua tutte le sere, quando l’è stufo de bombardare, el taca a mitragliare!

    Nella nostra provincia, a ricordo di tali dolorosi eventi, troviamo anche alcune significative testimonianze quali una chiesetta votiva a Lendinara, alla cui sommità sono state posizionate alcune bombe aeree (vedi in Ventaglio n.49, pag. 36 La Madonna di Arzarello), la chiesetta del Colombano di Badia Polesine che riutilizza la campana di San Nicolò, il borgo millenario che sorgeva a ridosso del ponte sull’Adige bombardato il 23 aprile 1945, e la colonna annodata di Lusia che conserva, come incastonate a nostro ricordo, alcune piccole schegge del disastroso bombardamento aereo che il 20 aprile 1945 rase al suolo la Guernica del Polesine, lasciando eretta soltanto una torre dello storico palazzo Morosini presso l’Adige.

    Molte furono nel corso della guerra le opere approntate per offrire riparo alle persone dagli attacchi aerei alleati. In provincia di Rovigo furono realizzate una notevole quantità di opere fortificate in cemento armato, fosse antischegge, trincee per cannoni e artiglieria contraerea ed un lungo fossato per impedire il passaggio dei carri armati nel verde campo sportivo dello stadio del Littorio a Badia Polesine.

    A Polesella, a breve distanza dal ferrarese, fu invece realizzata l’Opera Dodici (così era genericamente conosciuta dagli Alleati, che vi inviarono propri agenti segreti ad ispezionarla) probabilmente la più imponente costruzione di difesa terrestre della provincia, estesa per tre chilometri di lunghezza e costituita di fossati alternati di 70 e 150 metri, profondi 3 metri e larghi 5, armati con cannoni e mitraglie.

    I bunker del Delta

    I bunker del Delta del Po, che ospitavano mediamente una decina di serventi, avevano sul soffitto un’apertura circolare per accogliere una mitraglia, ed erano generalmente collegati tra loro da cunicoli sotterranei.

    A Rivà di Ariano Polesine sopravvivono ancora, seppur abbandonati all’incuria, 3 di quei significativi e rarissimi edifici (quelli in golena del Po di Gnocca furono interrati e forse demoliti) mentre quelli di Taglio di Po (che furono impropriamente abitati da miserabili anche nel dopoguerra³ e di Donada sono stati anch’essi demoliti per necessità idrauliche. Si tratta di casematte che appartenevano ad un complesso sistema difensivo denominato Linea Gengis Khan che, quantomeno finché la Linea appenninica tenne contro gli Alleati, dettero alla Germania l’impressione che il tempo e le sorti delle battaglie giocassero a suo favore⁴.

    Edifici in calcestruzzo, verosimilmente riconducibili alla seconda guerra mondiale sono visibili anche a Bastimento e Batteria, in pieno Delta del Po; essi più che altri avrebbero infatti costituito le punte più estreme di una difesa antisbarco, ma per affermarlo con certezza sarebbe necessaria una verifica della cartografia e altra documentazione del sito, non sempre facilmente disponibile.

    Oggi, la gran parte di questi singolari edifici di natura militare versa in stato di deplorevole abbandono, ma, per il messaggio storico che esprimono, si ritiene che dovrebbero essere completamente preservati e valorizzati, in un contesto completamente differente rispetto alla loro origine, anche a livello di semplice visitazione. Non a caso quelli di Mesola e quelli, numerosissimi, realizzati in Sicilia dall’Esercito italiano, in osservanza al loro indubbio interesse culturale, sono ormai tutelati e valorizzati.

    Del tutto trascurati si presentano invece quelli in provincia di Rovigo, che dovrebbero essere quantomeno bonificati dalle immondizie, per progettare poi un itinerario utile alla visitazione e alla loro valorizzazione anche in chiave turistica.

  • Tracce di storia a Villanova

    Tracce di storia a Villanova

    Per tener desta la memoria storica del paese è bene a volte far visita al locale camposanto. E’ quanto si può verificare a Villanova del Ghebbo, dove, a fianco del varco nella vecchia recinzione del cimitero (abbassata in occasione dell’allargamento) ci sono, a destra e a sinistra, due tombe che, per diversi motivi, costituiscono importanti segni della storia del paese.

    La tomba a destra che non può passare inosservata essendo l’unica di tutto il cimitero dotata di un busto del defunto è quella del primo medico comunale del paese.

    L’iscrizione, in lettere in piombo, ancora ben conservate nonostante i centouno anni trascorsi, recita:

    GIOVANNI CAV. DOTT. NASCIMBENI RARO ESEMPIO DI CITTADINO DI PADRE DI PROFESSIONISTA QUELLA PIETA’ CHE EGLI EBBE SEMPRE PER CHI SOFFRIVA SI INVOCA PER LUI NATO A OSPEDALETTO EUGANEO NEL MARZO 1841 FU MEDICO AMATISSIMO PER 44 ANNI IN QUESTO COMUNE OVE LA MORTE LO COLSE NEL FEBBRAIO 1912

    La lapide ci fornisce l’occasione per ricordare che il dottor Giovanni Nascimbeni (il quale prende servizio nel paese nel 1871, come risulta dall’archivio comunale che gli assegna in uso un’abitazione di proprietà del comune) è il primo “medico dei poveri” del paese. Egli infatti esercita la sua attività a favore delle famiglie indigenti retribuito dal comune. Siamo nel periodo in cui comincia l’attività sanitaria a carico del giovane stato italiano, o più precisamente dei comuni, embrione del futuro servizio sanitario nazionale.

    Al tempo – come ad es. il più celebre Nicola Badaloni – vari medici che esercitarono in Polesine manifestarono una dedizione assoluta alla propria attività, considerata una vera missione a favore dei più poveri. Adolfo Rossi (l’apprezzato giornalista che visse a cavallo tra ‘800 e ‘900) dovendo compiere nel 1899 un reportage per “La Tribuna” sulla situazione socio-economica del Polesine, ottenne di accompagnare per una giornata il dott. Nascimbeni nel suo giro di visite, tracciando poi un quadro desolante della situazione di miseria riscontrata.

    Un’altra tomba che ci permette di riannodare i fili col passato la troviamo sulla sinistra del vecchio ingresso. E’ ormai quasi illeggibile, nonostante sia di dieci anni più recente di quella del medico. Le lettere non sono metalliche ma sono state incise nel marmo e gli agenti atmosferici e gli inquinanti, facendo sciogliere e successivamente risolidificare il marmo, hanno fatto depositare spessi strati di calcare che hanno pressoché cancellato molte lettere.

    Tuttavia chi scrive – che fin da bambino aveva notato questa lapide e quindi centinaia di volte entrando in cimitero aveva gettato lo sguardo pensando agli avvenimenti ricordati nell’iscrizione – con l’aiuto della sua memoria ha potuto ricostruire la scritta:

    CAROTTA SANTE DI ANNI 28 ALL’AFFETTO DELLA FAMIGLIA E DEI COMPAGNI STRAPPATO NELLA NOTTE DEL 15-8-1921 DA PIOMBO FASCISTA IN VILE IMBOSCATA TESAGLI REO SOLO DI ESSERE STATO BUONO SOCIALISTA DIFENSORE VERO DI LIBERTÀ E DI GIUSTIZIA LA SEZIONE SOCIALISTA E COMUNISTA DI VILLANOVA DEL GHEBBO A PERENNE RICORDO QUESTA LAPIDE PONGONO

    Dalle memorie di mia madre (nel 1921 diciannovenne) che custodisco in manoscritto originale, si apprende che si trattò di un agguato notturno teso a due compagni socialisti, Sante Carotta e Manlio Malin, quest’ultimo fratello di mia madre, Lilla Malin, ostetrica del paese.

    Nell’agguato fascista il Carotta fu ucciso mentre il Malin, che era stato sindaco socialista del paese dopo la prima guerra mondiale ed era amico di Giacomo Matteotti fu soltanto ferito, riuscì fortunosamente a fuggire recandosi all’ospedale di Lendinara dove fu curato e guarì in pochi giorni. Il padre di Manlio Malin era in quegli anni segretario comunale a Fratta dove era sindaco Giacomo Matteotti.

    E’ da notare che la scissione di Livorno interna al partito socialista unitario – dalla quale nacque il partito comunista italiano con Amedeo Bordiga come segretario – era avvenuta da pochi mesi (nel gennaio dello stesso anno) e probabilmente non si era ancora formalizzata in paese la separazione tra partito socialista e partito comunista. Ciò spiegherebbe la dizione “sezione socialista e comunista”. Fino alla scissione di Livorno infatti quelle che poi avrebbero costituito il partito comunista erano semplici correnti interne al partito socialista.

    E’ auspicabile che la scritta ormai illeggibile venga restaurata per onorare il defunto e per il suo significato carico di storia. Il 1921 fu l’anno dell’esplosione del fenomeno squadrista e quindi il Carotta fu una delle prime vittime del fascismo. Si pensi che Giacomo Matteotti fu ucciso tre anni dopo.

    Ma questa non fu l’unica vittima del nazifascismo a Villanova del Ghebbo.

    Poco più avanti, sulla sinistra, addossata alla mura di recinzione, troviamo un’altra tomba dove incontriamo ancora la parola “compagni”.

    Ecco il testo della lapide:

    A DANTE PEZZUOLO N. 12 – 8 1925 M. 1 – 7 – 1944 BARBARO MERCATO DI SANGUE FRATERNO INUMANA FEROCIA DEL TEDESCO INVASORE STRONCARONO LA TUA RIDENTE GIOVINEZZA A DIO GIUSTO SALGA OLOCAUSTO PER LA SALVEZZA DELLA PATRIA MARTORIATA LA FAMIGLIA I PARENTI I COMPAGNI

    Come interpretare le parole “BARBARO MERCATO DI SANGUE FRATERNO”?

    Nei miei ricordi, il cognome Pezzuolo era il riferimento di un’unica numerosa famiglia allargata di calzolai che abitavano nella casa d’angolo tra via Pozzetto (così detta perché un tempo veramente troneggiava un piccolo pozzo a guisa di rotonda al centro dell’incrocio) e via Belfiore.

    Per reperire qualche notizia decido di fare un tentativo raggiungendo la casa d’angolo.

    Trovo una signora di media età che sì, sa che un suo zio è morto ucciso dai tedeschi ma non sa nulla di più. Sicuramente ha ricordi più precisi un suo zio che abita in via Canton dove subito mi reco.

    Si tratta di un fratello di Dante del quale mi racconta le vicende.

    Dante fu reclutato nel 1944. Essendo del 1925, aveva allora 19 anni e faceva parte della classe più giovane reclutata sotto la Repubblica di Salò. Viene arruolato dai tedeschi occupanti che lo portano in una caserma di Arezzo. Di qui un giorno viene portato a Rimini con altri soldati italiani.

    Rimini viene pesantemente bombardata e un gruppo di giovani del nord approfitta della confusione che accompagna il bombardamento per fuggire verso la propria terra. Giunti sulla riva del Po, è ormai notte, chiedono ospitalità ad una famiglia. Ma nel cuore della notte arrivano a sorprenderli i tedeschi, sicuramente – dice il fratello – avvisati dalla famiglia che li ospitava.

    Ecco dunque la spiegazione delle parole della lapide “BARBARO MERCATO DI SANGUE FRATERNO”. Infatti i giovani vengono riportati ad Arezzo, imprigionati nella cantina di una canonica in attesa di processo.

    Vengono processati, condannati a morte e fucilati circa quaranta giorni dopo l’arresto.

    Il parroco del posto li assiste durante l’esecuzione e racconterà al padre di Dante (il quale due anni dopo, a guerra finita, andrà a recuperarne il corpo) che Dante aveva rifiutato la benda nera sugli occhi “perché voleva vedere in faccia chi gli sparava”.

    Quel prete per vent’anni continuerà ogni anno a scrivere alla famiglia. Il consiglio comunale di Villanova del Ghebbo dona il terreno alla famiglia per una tomba in perpetuo.

    La fucilazione dei giovani veneti, in numero di cinque tra cui Dante Pezzuolo è così ricordata in una lapide a San Leo, frazione di Arezzo:

    In memoria dei giovani PERUTTI ANTONIO nato a Venezia PADOVANI RENATO nato a Treviso PEZZUOLO DANTE nato a Rovigo ESALTI ALDO nato a Rovigo GUERRA LUIGI nato a Padova GREGGIO BRUNO nato a Padova fucilati dai nazi-fascisti il 6-6-1944 che offrirono la loro esistenza per il riscatto dell’Italia dal servaggio tedesco ove era stata condotta — il popolo di San Leo pose questo marmo per ricordare nel tempo il loro sacrificio S. Leo 26.5.1946

    Si sarà notata la discordanza delle date tra la tomba di Villanova e questa lapide. La sommarietà delle informazioni in base alle quali fu steso il testo della lapide, circa un anno dopo gli eventi, è evidente anche per la genericità dei luoghi di nascita dei caduti che sono ricordati tutti con il solo capoluogo di provincia.

    Tornando a Villanova del Ghebbo, va detto che è in atto un’iniziativa per far intitolare almeno una via ai Martiri Villanovesi del nazifascismo.

  • La B.V. della Salute di Adria

    La B.V. della Salute di Adria

    Dopo la caduta definitiva della contea vescovile, avvenuta nel 1221 con la cessione del feudo di Ariano agli Estensi, la Casa d’Este governò quasi ininterrottamente il territorio adriese fino al 1511, quando Adria passò definitivamente sotto il governo della Serenissima.

    Se inizialmente la Signoria guardò a queste terre come luoghi di sollazzo e di svago – in cui la corte di Ferrara poteva esercitare la caccia e la pesca oppure anche riposare nei palazzi sparsi qua e là nella campagna – a partire dalla metà del XIV secolo essa iniziò a rivolgere un’attenzione tutta particolare a questo territorio.

    Un catalogo compilato da F.A. Bocchi elenca tutti i nomi dei rappresentanti della Signoria Estense che dal 1358 al 1511 hanno governato il territorio di Adria dapprima con il titolo di “giudice” e poi con quello di “visconte”. Generalmente erano esponenti della diplomazia e della cultura ferrarese incaricati di esercitare il potere nel nome del duca e di promuovere iniziative destinate ad elevare il tenore di vita dei sudditi. Non a caso nel 1442 Leonello d’Este concesse alla “Magnifica Comunità d’Adria” l’aggiornamento dei suoi antichi Statuti già in vigore fin dai secc. XIII – XIV.

    Artisti di chiara fama ad Adria nel XV secolo

    E proprio in quegli anni giunsero ad Adria artisti di grande rilievo come Michele Dini di Niccolò, detto Michele da Firenze (1440 circa) e l’anonimo Maestro del Monumento Fava (1450 circa). Entrambi artisti girovaghi di grande talento: il primo “grazioso discepolo di Lorenzo Ghiberti”¹ “documentato a Firenze, Ferrara, Verona dal 1403 al 1443”², il secondo “anonimo seguace di Jacopo della Quercia… attivo in zone dell’Italia Settentrionale…”³. Entrambi lasciarono nelle due più importanti chiese della città segni indelebili del loro passaggio artistico, a tutt’oggi testimoniato da alcuni preziosi frammenti d’altare che riportano: da un lato in cattedrale, alle origini di una particolare devozione mariana rivolta alla Madonna della Vita, detta anche Madonna della Salute; dall’altro nell’antichissima Basilica della Tomba, alla devozione del Transito della Vergine confermata fin dalla prima metà del Quattrocento.

    Le origini della devozione alla Madonna della Vita

    Ci interessa qui prendere in considerazione soprattutto l’opera del primo artista citato, ovvero Michele Dini detto Michele da Firenze.

    Ad Adria, verso il 1440, al lato della porta maggiore rivolta ad occidente (ora parete di fondo) della vecchia Cattedrale – oggi tempio dedicato a San Giovanni Battista – si poteva ammirare uno splendido altare in cotto realizzato dal plastificatore fiorentino. (Probabilmente gli altari erano due, ma a noi è giunta testimonianza di uno solo di essi).

    Nel 1637 il canonico Ippolito Bocchi⁴ così presentava l’artistica pala: “Fra i Santi che s’attrovavano in quella Palla v’erano una Madonna nel mezzo con un Crocefisso di sopra con queste parole ‘Mors mea, vita tua’..” precisando che i fedeli più anziani ricordavano di aver assistito in gioventù alla celebrazione della Messa proprio davanti a quella pala particolarissima.

    “Questa Beatissima Imagine è stata discoperta sino l’anno 1634 al mese di Aprile” scrive poi Ippolito, attribuendone il merito al vescovo Germanico Mantica (1633-1639). Fu appunto in occasione della sua prima Visita alla cattedrale che il Presule si accorse della sacra Immagine della Vergine “custodita con poco decoro” nonostante la persistente devozione dei fedeli, impartendo immediate istruzioni per una collocazione provvisoria più dignitosa, fino a che si fosse trovata “altra provisione”⁵.

    Le disposizioni del Vescovo trovarono immediata applicazione e la bella statua in terracotta policroma, alta circa 80 cm., che prima era collocata dietro al muro vicino al Battistero interno alla chiesa, venne posta in posizione più decorosa. Le cronache raccontano che nel frattempo, davanti a quella sacra immagine, venne introdotta la pia usanza della recita serale delle litanie “con particolar divotione del populo”.

    Si fece anche “colloquio tra i Signori Canonici sotto che nome e devotione intitolar si doveva quella Beatissima Imagine” per la quale prevalse il titolo “Madonna della Vita”, proposto dal vicario capitolare canonico Alfonso Bocca, zelante devoto della omonima Madonna miracolosa di Bologna.

    In quella occasione venne fissata la data del 21 Novembre (presentazione di Maria al Tempio) per la celebrazione della Madonna della Vita in cattedrale. Con la raccolta di “molte elemosine” venne quindi eretta una “Capella con il suo Altare” che risulta “finita e pavimentata già nel 1636”.

    Informato di ciò il Vescovo ordinò la traslazione dell’Immagine della Beatissima Vergine “con solennissima Processione da farsi per l’8 Settembre” (festa della Natività della Madonna) disponendo che venissero invitati a parteciparvi “tutti li Rev.di Curati circonvicini” affinché a loro volta “invitassero li loro Populi ad intervenire”. Il canonico Ippolito Bocchi ricorda di aver inviato a tale scopo lettere a Ceregnano, Gavello, Villanova Marchesana, Papozze, Bellombra, Corbola, Ferrarese, Bottrighe e Mezzana ed annota “Gli Populi che di già erano accesi di devotione verso quella imagine concorsero in tanta copia dell’uno e l’altro sesso che mai à memoria di huomeni ho veduto tanto Populo in solenne Processione in questa Città”.

    La distruzione della pala quattrocentesca

    La grande devozione suscitata attorno alla Madonna della Vita causò – incredibile a dirsi! – la distruzione della intera pala quattrocentesca, che venne considerata inutile, ritenendo che fosse da preservare, evidenziandola, soltanto la statua della Vergine. Questo almeno è il pensiero di Elena Petrobelli⁶ che attribuisce al consiglio del vescovo Mora la dispersione avvenuta nel 1762. Di questo si lamenta nel suo manoscritto anche il canonico Ippolito Bocchi⁷ il quale, dopo la descrizione delle sacre immagini componenti la pala, constata con profondo rammarico la sparizione di tante parti “spezzate e trafugate”, ormai irrimediabilmente perse.

    Tornando all’aspetto religioso, una spiegazione del forte radicamento nel cuore dei fedeli di questa particolare devozione mariana, è da associare agli eventi legati alla diffusione nel Polesine, nel periodo 1630-1631, della peste di manzoniana memoria. Questo può trovare spiegazione nella iscrizione posta sopra il timpano dell’altare ora dedicato a San Giovanni Battista nella vecchia cattedrale, che recita: “B. VIRGINI MARIAE DE VITA DICATUM – MDCXLII – 1642”.

    Traslazione della Madonna della Vita nella nuova cattedrale

    La preziosa immagine policroma della Vergine – dopo che fu eliminato il contesto al cui interno era inserita – rimase al suo posto nella vecchia cattedrale fino a quando fu portata a termine la nuova fabbrica. Va detto fra l’altro che per fare spazio alla nuova cattedrale venne distrutto per oltre la metà il vecchio edificio, ormai cadente e bisognoso di restauri urgenti e per questo si demolirono i vecchi altari.

    L’Immagine della Madonna della Vita venne dunque portata nel nuovo Duomo ed infissa nel muro della Cappella dov’era stato collocato l’altare provvisorio del Crocifisso, poi divenuto altare stabile di San Bellino. Questo, scrive Francesco Antonio Bocchi⁸, avveniva intorno al 1860.

    Nuovo altare e nuova immagine della Madonna detta “della Vita” o “della Salute”

    Dal 22 dicembre 1836, giorno in cui il vescovo Antonio Maria Calcagno poté benedire l’intera fabbrica della nuova cattedrale, la Fabbriceria fu impegnata a completare le molteplici lacune esistenti all’interno del sacro edificio. Mancavano ancora gli altari laterali, le pale, gli affreschi e tutto l’arredo necessario a rendere splendente la chiesa madre della diocesi. Alcuni altari vennero trasferiti dalla vecchia alla nuova cattedrale, come l’altare della B.V. del Rosario. Altri vennero acquistati a Padova e Venezia.

    In questa ricollocazione di immagini e altari, i fabbricieri considerarono troppo minuto e inadeguato alla maestosità del Tempio l’antico simulacro quattrocentesco raffigurante la Madonna della Vita e per questo pensarono di poterlo sostituire con una grande immagine marmorea raffigurante la Madonna della Salute.

    Su questa linea quindi si mosse la Fabbriceria, commissionando la nuova statua della Vergine al valente scultore Martino Trevisan di Venezia, mentre per l’altare che avrebbe accolto la sacra immagine furono chiesti bozzetti ai migliori decoratori dell’epoca, tra i quali Ludovico Cadorin⁹ e Antonio Gradenigo¹⁰. Venne scelto il bozzetto presentato da Antonio Gradenigo, la cui realizzazione venne affidata al laboratorio Vincenzo Tantardini di Milano.

    Arrivò per prima ad Adria la statua, mentre per l’altare si dovettero attendere molti mesi. Una lettera spedita da Milano il 9 agosto 1859, infatti, elencava alla Fabbriceria della cattedrale tutte le difficoltà legate al trasporto tramite barca (unico possibile in quegli anni) dei 102 pezzi di marmo del peso complessivo di 150 quintali.

    Ma l’ostacolo maggiore, oltre al carico delle spese di trasporto fluviale, era rappresentato dal dazio che avrebbe gravato la merce in transito dalla Lombardia al Veneto. Con la pace di Zurigo, infatti, a conclusione della seconda guerra di Indipendenza, la Lombardia era da poco passata sotto l’autorità piemontese e questo fece innalzare la barriera doganale con il Veneto. Per ottenere l’esenzione del dazio, non rimaneva che il ricorso all’I.R. Intendenza di Finanza avendo cura di precisare che l’ordinazione dell’altare alla ditta milanese era avvenuta quando ancora Lombardia e Veneto erano unite sotto l’unica autorità imperiale austriaca.

    L’esenzione venne accordata il 10 marzo 1860 e l’altare poté essere realizzato nel giro di pochi mesi. Nella fase di assemblaggio dei marmi però, qualcuno si accorse che la sommità centrale richiedeva alcune rifiniture, per cui vennero acquistati a Venezia “due Angeli di marmo statuario di buon scalpello” che andarono ad appesantire ancor più le spese, che però furono tutte coperte dalle generose offerte dei fedeli.

    La consacrazione del nuovo altare

    Superate anche queste ultime difficoltà, venne stabilita la consacrazione dell’altare e della nuova effigie della B.V. della Salute “in marmo statuario finissimo” nel giorno 21 Novembre 1864. Per l’occasione vennero diramati centinaia di inviti e venne data alle stampe un’ode particolare. L’evento fu preceduto da un Triduo di preghiera predicato da mons. Gio. Maria Zannier, canonico della cattedrale di Concordia. La sacra funzione fu presieduta dal vescovo mons. Camillo Benzon che, in precedenza, aveva accolto con grande entusiasmo e devozione l’invito rivoltogli dalla Fabbriceria verso la quale non mancò di esprimere tutto il suo plauso.

    Le cronache dell’epoca riportano con grande evidenza questi eventi mariani che trovano puntuale riscontro nei documenti dell’Archivio Capitolare di Adria. Una recente Mostra, inaugurata dal Vescovo Mons. Soravito, curata dalla dott. Silvia Nonnato e allestita nel suggestivo salone del Vescovado, ha posto in evidenza la preziosa documentazione storica che illustra nel dettaglio i fatti ricordati.

  • Viaggiatori in terra polesana

    Viaggiatori in terra polesana

    Rintracciare negli scrittori del passato racconti di un certo spessore che parlano del Polesine, non è sempre facile, come ebbe ad affermare Sandro Zanotto che così si espresse: “…paesaggio singolare, unico in Italia, come quello del Delta Polesano, è così stranamente assente dalla letteratura nazionale….”.

    Ma, a ben cercare, non mancano testi di vari autori, anche del passato, che hanno dedicato varie pagine alla descrizione di viaggi in terra polesana. In particolare mi piace qui riferire le annotazioni fatte, in un’epoca a cavallo tra Otto e Novecento, da Luigia Codemo e Filippo De Pisis, relative in particolare al territorio tra la città di Rovigo e il paese di Polesella.

    Luigia Codemo (1828-1898), in una pubblicazione del 1875, stampata dalla Tipografia Visentini di Venezia, descrive il viaggio che effettuò con la famiglia, partendo da Treviso ove risiedeva, con destinazione Polesella.

    Filippo de Pisis (1896-1956) fa riferimento allo stesso ambiente in alcune pagine del volume “Pianure”, rimasto inedito, che compose tra il 1917 e il 1920. Riportiamo di seguito alcuni stralci di questi scritti, mettendo a confronto i due autori.

    Da Treviso, ove risiedeva, la Codemo arriva in Polesine dopo una sosta alla chiesa del Santo a Padova. Giunge a Rovigo con la famiglia su un carro trainato da cavalli, sostando per il pranzo alla Cappa. Nel pomeriggio riprende la strada verso Polesella: “Si imboccavano quei luoghi e veramente meravigliosi viali tra due filari di pioppi d’Italia e, passato il Canal Bianco, si toccava la Polesella. Molto prediligeva mia madre quelle campagne… perché di là si scorge il Po, che ad oriente svolta lontano, e l’occhio abbraccia la curva grandiosa della riva, piena di abitazioni, anzi di paeselli; a chi si trova là in sull’imbrunire, gli è uno spettacolo, formato solo da lumi sparsi, e riflettuti in lunghe striscie sull’acqua. Anco il paesaggio ha del singolare in quelle biche di canapa e lino, specie di comignoli argentei che risaltano sul verde dei prati, e fra molte case dipinte di rosso. Gran bellezza fanno in quei luoghi i pioppi; ei son la decorazione del Polesine, adattissima alla semplice architettura delle ville italiane…”

    Suggestiva la descrizione degli stessi luoghi che, anni dopo, viene fatta da De Pisis in una scampagnata in bicicletta in partenza da Ferrara: “Ecco appena di là del Po, quel campanile a torretta con il piccolo porticato (risplendono al sole limpido le pilastre chiare sugli archi neri!) e i poggioli tutt’attorno e l’altana di sopra, mi dice che sono nel Veneto e me lo fan sentire più di quello che a una brava persona le piramidi indicassero l’Egitto.

    Campaniletto bianchissimo di una chiesa o di un oratorio che non si vede spuntato ad un tratto nel cielo d’ametista di là dall’argine fra la prima frescura della boscaglia. Un gran tratto della strada si fa rasentando il Po largo di vorticilli fra la corrente e gorghi, brillante in tante squame d’argento vivo per chi guardi la superficie dell’acqua contro il sole. La fresca è varia, fa pensare ai gran paesaggi ristoratori e sereni dei fiamminghi. (….) Pioppi affilati giallis-simi, boscaglie quasi nude, tutte fuse in una tinta unica, eroiche, se lontane, compatte, specchiantesi sulle rive!”.

    Torniamo alla Codemo: “… Guglie, obelischi, alberi di navi; eretti, regolari, torniti si distendono sulle rive dell’acqua e le ombre che ivi si baciano, la trasformano in rivo di smeraldo. Di campestre avevamo per sommo conforto la visita del nostro fattore il quale ci apprendeva: come il frumento andò arso pel sole, e il frumento lo rovinò la piova: gli animali minacciati dal carbonchio; le case coloniche tutte per cadere, gli attrezzi rurali dovere rifarsi, e via di seguito. (…) Impressioni che si riferiscono a qualcosa di più serio voglio dire alla terribile condizione del Polesine, tutto sotto il livello del Po, nemico formidabile che perpetuamente lo minaccia. Miseranda condizione d’una fra le più feconde provincie d’Italia…”

    La Codemo, date le agiate condizioni economiche della famiglia, avrà di certo soggiornato in una villa, essendo sua madre Cornelia Mocenigo proprietaria in quel loco di terreni coltivati a frumento e ad allevamento bestiame.

    Villa magari simile a quella che il De Pisis descrive nel prosieguo del suo racconto: “Di là da Polesella, a destra della strada, una villa tranquilla, dimora deliziosa di chi pensa passando e di chi non può averla, i muri del tempietto ora serra, con gli obelischi e le palle di marmo annerito, sono coperti di vite matta gialla e rosea, con foglie che cadono ad ogni istante..(…). I viali son vellutati di borraccina, attorno è un groviglio di alberi e di arbusti.(…) A un certo tratto sul Po ci sono certe casette scure, piccole arche di Noè, col tetto globoso, con certi croci nere e irregolari e verso la strada queste scritte: Dio ti salvi Maria Luigia – Dio ti salvi -. Fra le due casine, una gran rota a scaletta brontola e fa piovere dalle varie bocche acqua diaccia e argentea. (…) E poi ad un tratto di qua e di là del Po spuntano di sopra l’argine o spersi in mezzo alla gran pianura, bianchi o rosei affusolati o più tozzi, i campanili. Ecco al di là del fiume, dopo il ponte di barche, e il bosco fulvo, Rovigo con le sue vecchie case….”

    Termina la Codemo: “Di bel giorno il Po in piena è magnifico: spinge innanzi violento quell’immenso volume delle acque color della lisciva, fra due rive lontane. In quel mare che fugge vorticoso e terribile, non si riconosce il Po nella magra…

    Durante la permanenza in Polesine si fece una corsa a Ferrara di soppiatto; passando il confine col permesso d’un signore, possidente di beni sulle due rive. Di Ferrara accennerò solo che era un viaggio all’estero! Di più si trattava nientemeno che di toccare il suolo pontificio, cioè a dir terra santa!..”¹

  • I Fiaschi di Ferrara

    I Fiaschi di Ferrara

    Per circa 4 secoli (da metà ‘400 a metà ‘800), il casato Fiaschi fu uno dei principali protagonisti della storia politica ed economica del Ducato Estense e della successiva (dal 1598), Legazione Pontificia di Ferrara, entità di governo che ebbero fino al 1796 giurisdizione su quella parte del Polesine di Rovigo denominata Transpadana Ferrarese.

    Il capostipite del casato, certo Ludovico de’ Mori soprannominato Fiascho, era un capitano di ventura al servizio dei Visconti, ma verso la metà del Trecento avvenne il trasferimento di un figlio di nome Giacomo Matteo, da Milano a Ferrara al soldo dei marchesi d’Este. Costui si portò appresso il nomignolo del capostipite Fiascho, nonché il giovane rampollo Bartolomeo, dal quale avrà origine il ramo ferrarese del casato de’ Fiaschi.

    Bartolomeo, distintosi ben presto per lealtà e saggezza, divenne uno stimato consigliere del marchese Nicolò, manifestando molteplici interessi.

    Abbandonato il mestiere delle armi, aprirà ai suoi discendenti una carriera meno rischiosa: quella del cortigiano al servizio degli Estensi. Col figlio Ludovico, divenuto consigliere e intimo amico del duca Ercole I, inizierà l’ascesa sociale del casato, gratificato con numerose investiture feudali e insignito del cavalierato estense. Ciò consentirà al successivo esponente di Casa Fiaschi, il cav. Girolamo, di contrarre matrimonio con Eleonora Sacrati, proveniente da una delle più nobili e ricche famiglie di Ferrara, che si porterà in dote grandi possedimenti fondiari nel Polesine di Rovigo.

    Il titolo comitale sarà conferito nel 1568 dall’imperatore Massimiliano II ad Alessandro I Fiaschi (1516-1585), raffinato diplomatico, protagonista della politica estera dei duchi Ercole II e Alfonso II, sicuramente il personaggio di maggior spicco del casato Fiaschi. Ad Alessandro II (1579- 1628), nipote del primo, arriverà anche il titolo marchionale con l’acquisizione del marchesato di Borgo San Dalmazzo e la costruzione di prestigiose dimore in città e nel contado.

    Durante il potere legatizio, casa Fiaschi sarà sempre ai vertici dell’amministrazione ferrarese, ricoprendo incarichi di grande responsabilità: dalle missioni diplomatiche presso le corti italiane o estere, alla presidenza del Maestrato dei Savi o di istituzioni cittadine importanti come l’ospedale S. Anna o la Congregazione dei Lavorieri per la difesa idraulica. Tutto ciò fino al 1851, quando si spense senza figli l’ultimo grande esponente di Casa Fiaschi, il marchese Alessandro V, a lungo “gonfaloniere” pontificio (sindaco) della città di Ferrara.

    Purtroppo, una serie di circostanze sfavorevoli ha fatto in modo che la memoria di questo importante casato, pur se attivo sullo scenario pubblico ferrarese fino in tempi recenti, fosse in breve dimenticata e ingiustamente trascurata dagli studiosi delle patrie vicende.

    La causa principale di questo oblio è da imputarsi principalmente alla dispersione dell’archivio famigliare, che ha reso problematico, se non impossibile, il reperimento della documentazione relativa al casato. E ciò è ancor più doloroso se consideriamo che nell’ultimo inventario, seguito alla morte dell’ultimo marchese Alessandro (1851), l’archivio di casa Fiaschi contava ben 189 cassette di documenti, fra i quali pergamene antichissime, instrumenti, catastri, corrispondenza, contabilità, mappe e ben 5 grandi volumi rilegati in cuoio, contenenti i repertori degli atti in ordine cronologico. Ma gli eredi fecero man bassa di quanto di prezioso o antico vi fosse contenuto, per cui di questa grande raccolta, vennero recuperate e consegnate all’Archivio di Stato di Modena solamente una quarantina di cassette, per lo più svuotate dei documenti di maggior valore e nessun volume di repertori. A ciò si aggiunga la rapida frammentazione del patrimonio immobiliare e la distruzione del palazzo di città, una delle evidenze architettoniche più significative di Ferrara, opera tarda dell’Aleotti, purtroppo ridotto in macerie da un grappolo di bombe d’aereo nel dicembre del 1943. Tutto ciò spiega ad abundantiam questa specie di damnatio memoriae subita dal casato Fiaschi e la ritrosia da parte degli studiosi ad affrontare una ricerca storica dall’esito incerto.

    Ma c’è un piccolo comune della provincia di Rovigo dove le evidenze di Casa Fiaschi sono ancora presenti, anzi, fanno parte del vivere quotidiano. Questo è Gaiba, paese della fascia rivierasca, appartenente a quella zona a Nord del Po soggetta fino al 1796 al potere politico e fino al 1819 al potere religioso della città di Ferrara.

    Qui il casato Fiaschi aveva uno dei più consistenti possedimenti fondiari, denominato Tenuta della Gaiba (estesa anche nei vicini comuni di Ficarolo e Bagnolo); e qui aveva eretto una bella residenza di campagna, tutt’ora esistente e un grande oratorio iuspatronale, poi divenuto chiesa della parrocchia di Gaiba.

    Queste testimonianze hanno convinto l’attuale Amministrazione Comunale, guidata dal sindaco dr. Roberto Berveglieri, ad affidare alla casa editrice Minelliana di Rovigo l’incarico di pubblicare la storia della comunità di Gaiba (“Gaiba nella Grande Storia”) e, all’interno di questo progetto, ha trovato la sua naturale collocazione un’indagine sul casato Fiaschi, curata da chi redige questo testo, coadiuvato nella ricerca d’archivio da Diane Ghirardo, docente di Storia dell’Architettura nella prestigiosa università South California di Los Angeles e da Chiara Caberletti per gli aspetti tecnico-informatici.

    Il saggio, che ha per titolo “Nobiltà, potere e declino del casato Fiaschi di Ferrara” e come sottotitolo “La Tenuta della Gaiba”, rappresenta il primo tentativo di ricostruire in modo organico le vicende dei vari esponenti di Casa Fiaschi, dei quali viene tracciato un breve profilo storico biografico, il loro ruolo nei pubblici uffici, nonché le dinamiche patrimoniali (si scopre che ebbero una grande tenuta anche a Guarda Veneta), ricostruite dalle origini fino alla dissoluzione dei beni da parte degli eredi Manfredini, Scroffa e Stampanoni.

    Una particolare attenzione viene dedicata alla villa di Gaiba, elegante edificio di gusto rinascimentale tutt’ora ben conservato e all’oratorio attiguo, splendido esempio di arte barocca, opera di Angelo Santini, purtroppo ridotto in condizioni fatiscenti.

    Il saggio è, pertanto, un doveroso tributo alla memoria di questo grande e benemerito casato, ma anche un utile strumento per la conoscenza del patrimonio storico e artistico che nel Polesine esiste e merita di essere valorizzato.

  • Scamozzi in Polesine

    Scamozzi in Polesine

    … come Le Goff, siamo anche noi persuasi che nessuna “verità” sia racchiusa nei documenti: tuttavia, è a partire dalle “menzogne relative” che essi ci tramandano che è necessario partire per costruire storie verificabili. Antonio Foscari – Manfredo Tafuri, L’armonia e i conflitti, Torino 1983

    Esattamente un secolo fa usciva, a cura di Giuseppe Fiocco, il XXII volume dell’Elenco degli edifici monumentali – Provincia di Rovigo¹. Tra i monumenti citati nell’opera, il professore polesano riporta anche villa Nani-Mocenigo a Canda con il seguente commento: “…costruita nel 1580, con tutta probabilità sui piani di Vincenzo Scamozzi”², non riferendo però da quale fonte egli abbia tratto questa informazione. Informazione peraltro tutt’altro che trascurabile, dato che è la prima volta che, in tre secoli, il nome di Scamozzi viene legato al Polesine; infatti dallo Stringa³ allo Scamozzi stesso⁴, dal Temanza⁵ allo Scolari⁶ nessuno riporta notizie che mettano in qualsivoglia relazione l’architetto vicentino con il Polesine.

    La probabile attribuzione fatta dal Fiocco della Villa di Canda allo Scamozzi, viene ripresa da Franco Barbieri nel suo Vincenzo Scamozzi⁷ e collocata tra le opere “attribuite o attribuibili”, con l’avvertenza che si tratta di “…opere ragionevolmente attribuite o attribuibili allo Scamozzi, ma la cui paternità appare ancora discutibile, o dal punto di vista documentario o da quello stilistico…”, specificando più oltre che: “…antica tradizione la dice eretta su disegni dello Scamozzi…”, forse riferendosi a quanto asserito dal Fiocco quarant’anni prima.

    Nel volgere di un ventennio, per la Villa di Canda, si passa dunque da una probabile attribuzione ad un’assoluta certezza, fino ad individuare la mano scamozziana in altre architetture polesane. Così Giuseppe Marchiori⁸ elogia Villa Nani-Mocenigo: “…una delle opere più felici di Vincenzo Scamozzi…” per estendere poi la paternità all’architetto vicentino di Villa Morosini a Polesella e la sua influenza sulla facciata di Palazzo Dolfin a Lendinara.⁹

    Pochi anni dopo Antonio Canova¹⁰, oltre a riconfermare le opere già citate, avanza, sulla scorta di una debole analisi stilistica, l’attribuzione dell’intero Palazzo Dolfin, spingendosi ad affermare l’esistenza di “…una stagione polesana dello Scamozzi…”.

    Decisamente più cauto Camillo Semenzato che solleva dubbi sulle attribuzioni sia di Villa Morosini che di Palazzo Dolfin e sottolinea, in merito a Villa Morosini, come i caratteri stilistici non siano stati confortati da fonti documentali.¹¹ Cionondimeno anche il professore patavino non riesce a sottrarsi al fascino di attribuire allo Scamozzi un’architettura polesana, architettura che individua nei resti del maestoso Palazzo Grimani a Polesella; ipotesi assai debole come si evince da un recente lavoro dello scrivente.¹²

    Sorge a questo punto spontaneo domandarsi se la presenza di Scamozzi in Polesine sia frutto solo di “antica tradizione” o se vi sia una storia verificabile.

    Una prima risposta a questo quesito ci viene fornita dallo stesso Scamozzi menzionando Guarda e Loreo nel suo Taccuino di viaggio Parigi Venezia.¹³ Si tratta di un taccuino dove l’architetto vicentino annotava appunti e traeva in disegno quanto vedeva nelle molte tappe che dal 14 marzo al 11 maggio del 1600 lo portarono, per la “… via di Svizzera…”,¹⁴ da Parigi a Venezia.

    La parte finale del viaggio consiste nel discendere il Po da Pavia fin quasi alla foce dove si intercettava un sistema di canali, non casualmente chiamato Navigazione di Lombardia, che metteva in comunicazione il Po con la Laguna. Nodo nevralgico di questo sistema di canali era Loreo, paese pertanto toccato dallo Scamozzi nel suo itinerario da Parigi a Venezia.

    Una seconda risposta è contenuta nella relazione stilata da Paulo Pizzoni, segretario del Nodaro del Magistrato alle Acque, a conclusione di uno straordinario viaggio ispettivo compiuto lungo l’intera gronda lagunare dal 30 ottobre al 8 novembre del 1604. A carta 62 si recita: “…sabbato 6 [novembre, quando] s’andò à drittura à Loreo, ove si giunse alla 21 hora …”¹⁵ (circa le 14.30). I viaggi ispettivi compiuti dal Magistrato alle acque non sono di certo un evento straordinario, si potrebbe anzi affermare che questi costituiscono la norma, per prendere visione di singole emergenze, affrontare problemi specifici, soprintendere o verificare lavori idraulici.

    Quello che rende straordinario questo viaggio è, oltre alla presenza di “…messer Vincenzo Scamoccio…”¹⁶, la particolarità dell’itinerario, la durata del viaggio e i partecipanti. In genere questi viaggi duravano uno, due giorni ed erano finalizzati a risolvere un problema specifico in un data località; vi partecipavano un Savio o un Esecutore, al massimo un Savio ed un Esecutore.

    La spiegazione di questa anomalia va ricercata in una Supplica presentata da Scamozzi nel giugno dello stesso anno al Senato, dove egli propone 10 raccordi per salvaguardare la Laguna dalle atterationi.

    Il Senato, presa visone della missiva, incarica il Magistrato alle Acque di valutare la competenza dell’architetto vicentino in materia di acque. Il viaggio era dunque una sorta di esame sulle competenze idrauliche dello Scamozzi e questo spiega la vastità dell’area interessata dall’itinerario, la conseguente durata del viaggio – 10 giorni – e la presenza dei tre Savi e dei tre Esecutori oltre al Nodaro e al proto ai fiumi Zuan Alvise Galesi.

    Quale sia stato l’esito di tale valutazione non è emerso, tuttavia si può ipotizzare essere stato positivo; infatti, – anche se non è stata trovata una risposta alla supplica da parte del Senato – Scamozzi presenta, il 15 aprile del 1605, la propria candidatura alla carica di Soprintendente del Magistrato alle Acque¹⁷, un carica di notevole importanza in quanto si tratta del “… Ministro principale, e superiore introno l’opere da esaminarsi e da eseguirsi…”¹⁸.

    Candidatura che però non sembra essere accolta, nonostante il parere favorevole espresso dal Magistrato¹⁹, e ciò probabilmente sia per l’opposizione dei tecnici, che vedono nell’architetto un estraneo che basa il proprio sapere sulla scentia e non sulla “…longa esperientia et [sulla] longa pratica…”²⁰, sia per la diffidenza che da sempre ha caratterizzato larga parte del patriziato verso tecnici non veneziani quando essi sono chiamati ad operare in materie tanto delicate per la vita stessa della Serenissima come le Acque.²¹

    In conclusione si può affermare che Vincenzo Scamozzi per ben due volte fu sicuramente in Polesine. Tuttavia questa sua presenza – almeno allo stato attuale delle ricerche – non è da correlarsi all’architettura in senso stretto, ovvero alla realizzazione delle sopraccitate ville.

    I suoi rapporti col Polesine vanno pertanto inquadrati in una concezione più ampia dell’architettura, una concezione che lo stesso Vincenzo ha espresso nel suo trattato: “L’idea dell’architettura universale”; opera fondamentale, che in varia misura ha influenzato gli architetti del tempo e gli epigoni, per cui non è da escludere che le citate ville polesane abbiano risentito, a vario titolo, della lezione dello Scamozzi.

  • La rivalsa della natura

    La rivalsa della natura

    Rovigo, vicino a casa mia, scorre la Retinella, un canale di bonifica sulle cui sponde ho trascorso buona parte della mia giovinezza a giocare, a pescare ed a scoprire i primi rudimentali segreti della natura. Purtroppo nel corso del tempo l’ho visto trasformarsi, in peggio, per mano dell’uomo: sfigurate le rive con innaturali massicciate che hanno fatto sparire la vegetazione ripariale; degradata la qualità dell’acqua, ora perennemente limacciosa e priva di quelle idrofite che la ossigenavano e che ospitavano una miriade di organismi; diffusa una moltitudine di aggressive ed invadenti specie aliene, che hanno via via sostituito l’ittiofauna autoctona sicché pesci come la scardola, l’alborella, il triotto, il luccio, l’anguilla e la bella tinca, una volta comunissimi, sono ora praticamente estinti.

    Nonostante tutto, per me il canale della Retinella resta sempre un “caro amico”, un posto dove recarmi per passare qualche minuto di relax.

    Una domenica, munito di macchina fotografica, ho pertanto deciso di fare quattro passi lungo l’argine. Giunto nei pressi di un ponticello che scavalca il corso d’acqua ecco la prima bella sorpresa: 20 candide garzette, un airone cenerino ed una sgarza ciuffetto che, disturbati dalla mia presenza, si sono alzati in volo e, con le caratteristiche lente movenze delle ali, sono andati a posarsi poco lontano.

    Nei primi anni ‘80, all’inizio della mia “carriera” di birdwatcher, garzette, cenerini e sgarze ciuffetto li osservavo solo lungo l’asta del Po ed in particolare nel suo Delta. L’amico ed esperto naturalista Giampaolo Rallo mi insegnava, allora, che l’airone cenerino era specie svernante mentre l’airone rosso era estivante. Tanta acqua è passata sotto i ponti ed il cenerino è divenuto nel frattempo stanziale come pure i congeneri garzetta, airone bianco maggiore ed airone guardabuoi. Tutte specie per vedere e fotografare le quali ero allora solito alzarmi alle prime luci dell’alba per recarmi a peregrinare tra i meandri del Delta. Ora posso tranquillamente osservarle davanti casa.

    Ma le sorprese non erano terminate. Mentre sostavo sul ponte a spiare nugoli di pesciolini, gambusie e gamberetti (che una volta usavo come esche per allamare pescegatti e tinche) una freccia azzurra mi è quasi piombata addosso prima di virare bruscamente e proseguire con un volo diritto e veloce verso punti più tranquilli del corso d’acqua: era un martin pescatore, il variopinto frequentatore i nostri canali. Poi, poco oltre, mentre camminavo in silenzio, ho avvertito una sorta di lamento. Impugnato il binocolo Zeiss-Jena 8×30, fedele compagno di tante escursioni, ho individuato sulla sponda opposta una rana inchiodata in una strana posizione. Osservando più attentamente ho scorto una sorta di grosso cordone svilupparsi verso l’alto. Una biscia d’acqua aveva afferrato il batrace per una zampa e ogni tanto ingurgitava un ulteriore pezzetto della povera bestiola che, sentendosi persa, esternava la propria sofferenza con queruli lamenti. Raccattate alcune zolle di terra ho cercato di centrare il serpente per fargli rilasciare la preda. La mia mira però non è più quella di un tempo quando, bambino, passavo pomeriggi ad abbattere pile di bussolotti a suon di sassate e così ho fallito miseramente l’obiettivo. D’altra parte, ho pensato, anche la biscia ha legittimamente il diritto di procurarsi un pasto.

    Ho proseguito pertanto le mie osservazioni, individuando con grande soddisfazione, in pozze d’acqua dei fossi di irrigazione collegati al canale, alcune “nuvolette” di piccoli pescegatti (barbòni in dialetto), il pesce cui, da giovane, ho dedicato la massima parte dei miei sforzi alieutici e che per lunghi anni a causa di un batterio era letteralmente scomparso. Le stesse pozze, purtroppo, pullulavano di gamberi della Louisiana, una delle ultime specie alloctone che la stupidaggine umana ha disseminato nelle nostre acque creando problemi a non finire. Poco oltre un grosso colombaccio ha sorvolato l’antistante campo di soia. Anche il colombaccio, ai nostri giorni specie in larga espansione, fino a qualche anno fa era

    visibile in stormi più o meno numerosi solo dalle parti dell’Isola di Ariano nel Delta del Po. Oggi lo si può osservare ovunque ci sia una discreta copertura forestale, periferia di Rovigo compresa.

    Dopo poco la mia attenzione veniva attirata da un falco lodolaio inseguito da una combattiva ed invadente cornacchia. Fino ad un paio di decenni orsono i falchi erano volatili assai rari a vedersi. E, il più delle volte, si trattava di esemplari impallinati, impossibilitati a volare, che portavo al centro di recupero di Cassana, vicino a Ferrara, o a quello del Lago di Fimon a Vicenza. Poiane e gheppi sono oggi diventati comuni tanto che una coppia di quest’ultima specie ha persino nidificato su un cornicione dell’Istituto Tecnico Industriale cittadino. Ma anche l’osservazione di un lodolaio o di uno sparviere non è poi così infrequente mentre ancora sporadico è l’avvistamento del principe dei falchi: il pellegrino. E, per restare sui rapaci, nelle notti di tarda primavera-estate non è

    infrequente sentire i versi dei piccoli di gufo comune che, dalle alberate cittadine, reclamano il pasto; oppure udire il monotono canto d’amore dell’assiolo che, sempre rivangando nei ricordi personali, nei primi anni ‘90 avevo avuto modo di ascoltare solo sull’isola di Cherso in Croazia.

    Mentre ero immerso in queste considerazioni, ad un tratto un altro verso inconsueto, una sorta di pigolio stridulo, ha attirato la mia attenzione. Due esemplari di sterna zampenere seguivano il corso del canale sfiorando ogni qual tanto la superficie dell’acqua. Anche questa specie, arrivata di recente, è pur sempre tipica delle zone umide, dunque del Delta, e lì era il luogo dove normalmente mi capitava di vederla.

    Non solo il cielo e l’acqua possono comunque essere fonte di sorprese. Quando infatti lo sguardo si è posato sul terreno, ecco evidenti le tracce di un canide che è sinonimo di astuzia, eleganza e capacità di adattamento: la volpe. Sul fango, formatosi a causa delle frequenti precipitazioni, spuntano diverse tracce allineate sul percorso seguito verosimilmente nelle notti antecedenti da qualche individuo in cerca di prede. Non lo vedo ma lo immagino e tanto mi basta.

    Sulla via del ritorno, mentre le garzette sono intente a cacciare un po’ a valle rispetto al punto da dove in precedenza si sono involate, un’ulteriore sorpresa: un airone rosso si alza per posarsi un poco più in là. Questa è certamente l’osservazione più interessante. L’airone rosso, a differenza delle altre specie citate in precedenza, è in grande sofferenza ed è in contrazione in tutto l’areale di distribuzione (figura nella lista rossa delle specie da proteggere). Le cause sembrano riconducibili soprattutto alla distruzione dei canneti naturali, luogo privilegiato per la sua riproduzione.

    Anche il rosso era un specie tipicamente deltizia. Vederne uno proprio davanti a casa è stata una bella emozione che ha rallegrato il mio spirito.

    Tornato a casa, mentre le due sterne continuavano a svolazzarmi attorno, un bel podalirio saltabeccava tra le zinnie colorate che adornano il mio giardino. Notavo poi un bruco di macaone che sostava su una pianta di prezzemolo, mentre una biscia d’acqua, immobile, faceva capolino tra l’erba. Avvicinatomi, constatavo che era passata “a miglior vita”, probabilmente azzannata dai gatti che frequentano la zona, pareggiando così i conti con la rana ingoiata da un suo simile.

    Per chiudere la giornata, a queste osservazioni “a portata di mano” va aggiunta quella di un grosso esemplare di testuggine palustre (in dialetto “galàna”) che durante la consueta biciclettata della domenica mattina avevo osservato scaldarsi placidamente al sole sulla sponda dell’Adigetto alle porte della città e quella del piccolo geco verrucoso che ho rinvenuto a sera in soggiorno.

    Le esperienze qui descritte hanno il grosso pregio di essere piacevoli, per nulla costose, ed alla portata di tutti. Inoltre avvicinano alla conoscenza di ciò che ci sta intorno. Che, dal mio punto di vista, rappresenta il primo passo verso il rispetto e, quindi, la conservazione e la valorizzazione di quel magnifico patrimonio naturale – ma il discorso è facilmente allargabile a quello storico, artistico ecc. – che ci circonda. Se non si ha infatti la percezione dell’importanza e del valore intrinseco di un bene risulta anche difficile rispettarlo.

    Secondo Marcel Proust il vero viaggio di scoperta non consiste nel visitare terre lontane ma nell’imparare a riconoscere ciò che ci sta attorno.

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