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Archivi: Articoli d’archivio

  • Il Planetario “Claudio Tolomeo”

    Il Planetario “Claudio Tolomeo”

    Quando, fin dalle antiche età, occhi intelligenti si sono rivolti curiosi verso l’alto, sorse spontanea una profonda sensazione di coinvolgimento con quegli straordinari cicli notte-buio, freddo-caldo, pioggia-vento, che vennero subito associati fra loro non separando gli aspetti che noi distinguiamo tra fenomeni astronomici e meteorologici, ma fondendo tutto in una unica realtà superiore popolata da esseri soprannaturali in grado di determinare destini favorevoli e tragedie immani. La religiosità nacque spontanea per cercare di ottenere benevolenza dalle forze della natura e dagli esseri superiori che le dominavano, ed ecco il cielo popolarsi di dei, ai quali offrire omaggi pregiati (i sacrifici, spesso anche umani, e preferibilmente femminili) pur di garantirsi un destino migliore. E quando questi esseri superiori cominciarono ad essere visti anche come oggetto di conoscenza – soprattutto grazie agli antichi filosofi-scienziati greci – si fece sentire la necessità di rappresentare, anche con oggetti fisici, quelle strutture di cosmo (cioè di insieme di fenomeni ordinati) che lentamente prendevano forma.

    Risalgono così ai secoli dello splendore greco i primi ricordi di globi celesti, con le prime rappresentazioni delle posizioni delle costellazioni e delle fondamentali coordinate celesti. I primi strumenti, presumibilmente in legno, sono andati perduti. La più antica rappresentazione del cielo rimastaci è quella in marmo sostenuta dalle poderose spalle dell’Atlante Farnese, ora nel Museo Archeologico di Napoli: possiamo dire che ci troviamo di fronte al più antico planetario sopravvissuto.

    Altri ne furono costruiti nei secoli successivi, semplificati nella sfera armillare – dove sono presenti solo i cerchi fondamentali delle coordinate – e nell’astrolabio che non è altro che un complesso di dischi mobili dove la sfera tridimensionale è proiettata in due dimensioni.

    Seguirono, specialmente nei secoli XVIII e XIX, varie realizzazioni di modellini meccanici anche molto ingegnosi per rappresentare i moti dei pianeti e delle strutture delle costellazioni, ma solo all’inizio del XX secolo l’ingegnere Walter Bauersfeld, della Zeiss di Jena, poté realizzare un congegno ottico-meccanico che, sotto una grande cupola, potesse riprodurre con precisione e grande spettacolarità l’intera volta celeste con luna, sole e pianeti e naturalmente anche il pulviscolo di stelle, in numero di 4500 sulle 6000 visibili ad occhio nudo.

    Da allora i planetari sono gli strumenti di divulgazione astronomica più popolari e di gran lunga più efficaci.

    Nella nostra città il Gruppo Astrofili Polesani sembra aver ripercorso, nel suo piccolo, questa lunga storia. Infatti fin dal 1982, anno di nascita del Gruppo, è stata messa a disposizione per la divulgazione la sfera armillare in legno e metallo autocostruita, alla quale seguirono presto anche mappe stellari e astrolabi per la didattica nelle scuole e durante manifestazioni pubbliche. Poi, grazie ad un fondamentale contributo della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, il Comune della nostra città ha potuto acquistare un moderno planetario con cupola di 6 metri da collocare nell’allora Scuola media “Riccoboni” in viale Marconi. Purtroppo, per misteriose cause amministrative mai chiarite, il planetario non poté essere subito allestito, tanto che il Gruppo Astrofili decise di costruirsi un piccolo planetario, denominato “il Gira-Sole”, con proiettore di 400 stelle in cupola di 3 metri con capienza di 20 persone, e con quello strumento si fece divulgazione e didattica per quattro anni.

    Finalmente nel 1996 si poté inaugurare il planetario di 6 metri per un pubblico di oltre 40 persone. Molti i curiosi e gli appassionati che sono passati negli anni sotto la cupola, molte le conferenze e gli approfondimenti che sono stati offerti alla cittadinanza.

    Parallelamente alla divulgazione astronomica e grazie alla competenza e alla disponibilità del socio Alberto Parri, si è venuta poco a poco costituendo una importante sezione di storia del pianeta Terra. Si è così passati dalle poche decine di campioni geologici e paleontologici iniziali ad una ampia raccolta che, organizzata ed esposta in modo sistematico, costituisce oggi un’importante e anche rara integrazione delle informazioni astronomiche proprie di un planetario.

    Il trasferimento dalla prima sede di viale Marconi alla struttura civica (ex scuole elementari) di Roverdicrè, concretizzatosi nel 2002, pur risultando più scomodo per i cittadini, ha il vantaggio di qualche spazio in più per le attività scientifiche e didattiche.

    Le collaborazioni attivate dal Gruppo Astrofili nel corso di tanti anni sono davvero molteplici e fruttuose: numerose le associazioni e gli enti con i quali sono stati portati avanti progetti e programmazioni. Il primo tra questi risale agli esordi del gruppo, durante il campo astronomico a Corteno Golgi, con il Ctg, Centro Turistico Giovanile: fu infatti questa la prima associazione a collaborare con il gruppo e che, in un primo momento, si prese carico di svolgere il compito di segreteria e gestione delle prenotazioni.

    Quell’antica ma solida collaborazione ha portato ad una convenzione molti anni dopo: nel 2009, Turismo & Cultura (cooperativa nata in seno al Ctg) ha dato la possibilità a tre giovani di intraprendere la strada per diventare astrofili e imparare l’arte delle stelle, per poi occuparsi della didattica e della divulgazione. Seguiti in un percorso durato anni da uno dei soci fondatori Enzo Bellettato e da Alberto Parri, fanno ora parte dello staff del planetario.

    Un rinnovato e giovane entusiasmo che nel 2014 è sfociato in un nuovo allestimento della sala di geologia, in una ristrutturazione dei locali e in una programmazione mensile di appuntamenti per grandi e piccoli, ricca e variegata.

    Il planetario civico “Claudio Tolomeo” di Roverdicrè nel corso degli ultimi anni ha ospitato moltissimi bambini e ragazzi, che si sono appassionati ed emozionati nel comprendere i segreti dello spazio infinito e i movimenti nascosti della nostra amata terra. Ogni settimana scuole di ogni ordine e grado varcano la soglia di questa struttura, con l’entusiasmo e la curiosità di chi, come i grandi pensatori del passato, sa porsi grandi interrogativi ed affrontare grandi dubbi, lasciandosi cullare dallo scintillio delle stelle, alla ricerca di risposte sia di natura fisica che filosofica.

  • Rinnovata la sede della Minelliana

    Rinnovata la sede della Minelliana

    L’Associazione Culturale Minelliana, prossima ai cinquant’anni dalla sua istituzione, ha raggiunto una nuova tappa nella propria storia finalizzata a potenziare l’offerta culturale nel nostro territorio. Obiettivo, incentivare la fruibilità pubblica del proprio patrimonio costituito da: biblioteca specializzata, fondi archivistici, mediateca regionale e banche dati del Centro Studi sulla Carboneria e dell’Archivio Etnografico Provinciale.

    La Biblioteca di circa 2.000 volumi di storia, arte ed etnografia del Polesine e del Veneto, si è formata nel corso degli anni grazie ad acquisti mirati, doni di enti e privati, attraverso scambi con istituzioni pubbliche e private, in particolare con la Regione del Veneto, nonché con il concorso di studiosi che hanno collaborato con l’Associazione.

    Ubicata a piano terra dell’ex Monastero Olivetano di San Bartolomeo (seconda metà del XVI secolo) di proprietà comunale, la nuova sede della Minelliana si presenta come spazio accogliente e suggestivo, adeguato ai nuovi servizi quali: consultazione di biblioteca e archivio; postazione multimediale e angolo di lettura.

    Grazie agli arredi polifunzionali, sarà ora possibile ospitare presentazioni di libri e altre iniziative culturali per promuovere e valorizzare fatti e figure significativi della nostra storia.

    La riorganizzazione è stata resa possibile grazie al finanziamento della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, concesso nell’ambito del Bando “Biblioteche e archivi storici 2013”.

    La cerimonia inaugurale, svoltasi sabato 21 novembre 2015, si è aperta presso la Sala Flumina del Monastero Olivetano con l’esibizione del Gruppo dei danzatori “Ande, Cante e Bali”, che hanno eseguito alcuni antichi balli della tradizione polesana.

    Alla presenza di un numeroso pubblico, hanno fatto gli onori di casa l’Assessore alla Cultura del Comune di Rovigo Andrea Donzelli, anche a nome del Sindaco Massimo Bergamin, ed il Presidente della Minelliana Mario Cavriani che, ringraziando la Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo ed il suo Presidente per il costante sostegno all’attività della Minelliana fin dagli esordi, ha passato la parola al Dott. Antonio Finotti, ospite d’onore della manifestazione, il quale ha espresso apprezzamenti per la lunga e costante attività dell’Associazione rivolta alla valorizzazione del patrimonio culturale polesano in ambito provinciale, regionale, nazionale e internazionale.

    Peculiarità quest’ultima della storia della Minelliana che si è evidenziata anche nella simpatica e originale intervista condotta dal giornalista e scrittore Sergio Garbato, a cui si sono sottoposti il prof. Leobaldo Traniello, cofondatore insieme al rag. Luigi Stocco dell’Associazione nel 1967, e l’attuale presidente Mario Cavriani.

    La cerimonia inaugurale si è conclusa nei locali della Minelliana con il taglio del nastro e la benedizione di Don Alessandro Cavallarin, parroco della chiesa di San Bortolo, a cui ha fatto seguito un brindisi bene augurante.

    La rinnovata sede si presenta dunque come una accogliente location che agevola studiosi e cittadini nella consultazione del vasto patrimonio librario, ma anche come una tappa importante che gratifica il quasi cinquantennale impegno della Minelliana. Una apprezzata Associazione culturale che più volte ha fatto parlare di sé ben oltre i confini della nostra regione: emblematico il “Caso Spielberg” con un convegno svoltosi nella Repubblica Ceca; e più recentemente l’iniziativa nell’ambito dell’Expo 2015 di Milano dedicata al cibo.

    A tal proposito abbiamo chiesto al presidente Mario Cavriani di parlarci brevemente di quest’ultimo significativo evento.

    “Il 30 settembre scorso la Minelliana, ospite del prestigioso padiglione di Banca Intesa San Paolo e della Cassa di Risparmio del Veneto, presso l’Expo di Milano, ha presentato l’ultima sua produzione editoriale “Il mais nella storia agricola italiana. Iniziando dal Polesine”. Si tratta dei risultati dell’omonimo Convegno di Studi a cui hanno partecipato 22 studiosi italiani e stranieri, promosso dal Comune di Badia Polesine e realizzato in collaborazione con Minelliana, col concorso oltre che della Cassa di Risparmio del Veneto, anche della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, nonché degli Istituti e Associazioni di Categoria”.

    “Dopo i saluti del Presidente della Cassa di Risparmio del Veneto Gilberto Muraro e di Sandro Fioravanti, vice Presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, la presentazione del volume, accompagnata dal suggestivo filmato sul paesaggio rurale polesano di Maurizio Tezzon, è stata condotta – ha chiarito Cavriani – dalla giornalista Silvia Pieraccini del Sole 24 Ore, che ha coordinato gli interventi di Danilo Gasparini, curatore del volume e docente di storia dell’agricoltura e dell’alimentazione all’Università di Padova, di Giuliano Mosca, presidente dell’Accademia dei Georgofili Nord-Est, e di Silvio Barbero, fondatore e vicepresidente di Slow Food Italia, i quali hanno disquisito sintetizzando i contenuti del volume”.

    “Si tratta – ha concluso Cavriani – di un’opera importante, da ritenersi un dovuto omaggio di riconoscenza al Polesine agricolo e al suo primato storicamente accertato nella coltivazione a pieno campo del mais, nelle sue terre di Villabona, oggi Villa d’Adige, fin dal 1554”.

  • Il 50° del Coro Monte Pasubio

    Il 50° del Coro Monte Pasubio

    Nell’impossibilità di dare spazio a tutte le numerosissime esperienze, che potrebbero riempire pagine e pagine di resoconti e commenti, pare opportuno – in occasione del 50° del Coro Monte Pasubio – isolare i momenti più significativi della lunga storia.

    Uno, in particolare, riguarda l’udienza pontificia con papa Giovanni Paolo II, nel 1991, in occasione del venticinquennale di fondazione. Un evento che ha superato ogni aspettativa: il gruppo corale polesano, disposto in prima fila, è stato invitato a cantare, e il papa stesso, nella irripetibile atmosfera di naturalezza e semplicità dell’incontro, ha intonato un canto polacco, che il coro aveva messo in programma in una precedente tournèe in Polonia. Dell’udienza, oltre al ricordo di chi ha partecipato, restano le istantanee che raffigurano i coristi sorridenti davanti al papa.

    Un altro momento storico è legato all’incisione del primo disco. Per lunghi anni, fu più un evento sognato che un’opera reale: occorrevano i soldi, che un’associazione di volontariato fatica a mettere assieme; occorreva, altresì, l’impegno assiduo dei coristi, oltre alla capacità progettuale e tecnica del maestro. Alla fine, a distanza di sedici anni dalla fondazione, il sogno fu coronato con l’edizione del primo LP di soli canti polesani, messi in opera dal direttore storico Nazzareno Fogagnolo in collaborazione con l’armonizzatore polesano Piero Avanzi.

    A quel disco, oggi non più in circolazione, che ritrae in copertina l’immagine di un vecchio che racconta “le nostre storie”, ne sono succeduti altri cinque, curati con lo stesso impegno e la stessa dedizione.

    L’ultimo, edito da appena un anno (2015) con il titolo “Veneto terra di guerra e di pace”, portato a compimento stavolta dal m° Pierangelo Tempesta, racconta storie di guerra, in sintonia con il Centenario dell’entrata in guerra dell’Italia e le manifestazioni che hanno accompagnato l’evento. Quelle memorie, dirette e indirette, passando da una generazione all’altra, hanno colorato la storia di “epos”, sedimentando sentimenti ed emozioni che hanno trovato voce nella memorialistica di guerra e nel canto popolare.

    Nel corso della sua lunga attività, il Coro ha partecipato a concorsi nazionali e internazionali (1° Premio a Como-Brunate nel 1974; 1° Premio a Vienheim, Germania, sez. pop. e 2° Premio sez. polifonica nel 1996); è stato protagonista di numerosissime rassegne corali, tournèes in Italia e all’estero (Inghilterra, Francia, Germania, Polonia, Austria, Ungheria, Slovenia). Sei le incisioni discografiche, l’ultima delle quali risale al maggio 2015, in memoria della Grande Guerra. Il 24 maggio 2015, il coro ha partecipato alla manifestazione musicale “Conto cento canto pace” promossa dall’ASAC all’Arena di Verona, assieme a tutti i più importanti gruppi del Veneto.

    Sul piano nazionale, si segnala la partecipazione al Concerto di Natale della Coralità di Montagna presso l’aula di Montecitorio a Roma nel 2009 e, in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, l’ambito riconoscimento di “Gruppo di interesse nazionale”.

    Un capitolo importante dell’attività è riservato al repertorio musicale religioso: frequenti sono infatti gli interventi di animazione delle Sante Messe promosse nelle occasioni più significative. Al calendario cristiano si ispira, inoltre, l’attività del periodo Natalizio e Pasquale, nonché la realizzazione teatrale della Via Crucis, durante la Quaresima, all’interno delle chiese della città, della provincia polesana e del Veneto.

    Rientra nello statuto dell’associazione, infine, l’esercizio della carità e della solidarietà nella forma di concerti, promossi a scopo di beneficenza, nelle case di riposo, nelle carceri e nel corso di manifestazioni missionarie.

    La storia di un’associazione non è anonima, impersonale: dentro, vi si ritrovano persone in carne ed ossa, animate da passioni, caratteri, aspirazioni. Dietro le numerosissime esibizioni (oltre 1300), c’è il lavoro di preparazione del maestro, l’intreccio di relazioni dei dirigenti, l’opera di divulgazione sugli organi di stampa, la cura dei rapporti istituzionali con gli enti pubblici e le associazioni culturali: una realtà ormai complessa, costruita giorno per giorno con tenacia, che può avvalersi di una sede-auditorium (la quattrocentesca chiesa di S.Rocco adiacente alla chiesa parrocchiale di Grignano Polesine) e della sponsorizzazione di un istituto finanziario (Rovigo Banca).

    Nella conduzione tecnica del gruppo, fra i tre maestri che si sono avvicendati, quello che ha retto l’incarico più a lungo è stato Nazzareno Fogagnolo, che ha diretto il coro per oltre trentacinque anni, con professionalità ma anche con l’umiltà di chi vuole condividere l’amore della musica con tutti e lo spirito del buon esempio. Perennemente presente in tutte le prove e manifestazioni, anche con la febbre addosso e magari dopo aver saltato la cena, Nazzareno, durante la sua lunga militanza, ha puntato ad allargare le sue conoscenze, frequentando direttori e musicisti insigni (De Marzi e Malatesta su tutti), ascoltandone i suggerimenti, perseguendo costantemente l’intento di migliorare la propria direzione. A lui va ascritto anche il merito di aver predisposto la sua successione, affidando l’incarico a Pierangelo Tempesta, che prima l’ha affiancato e poi gli è subentrato a partire dal 2004.

    La qualità e la maturità di un coro non si misurano esclusivamente sulla cifra tecnica; diversi altri fattori intervengono ad affinare l’espressione: l’intesa con il maestro; il gusto personale; la capacità di interpretare il tema e la situazione; l’attenzione alle voci di chi sta attorno; la consapevolezza che nasce dall’interesse e dalla cultura; il piacere dell’ascolto e così via.

    Alla formazione del gruppo, conferiscono particolare significato ed efficacia i suggerimenti e le indicazioni anche pratiche di valenti musicisti che, incontrati nelle sale da musica, sono poi diventati amici e consulenti. Tra questi in particolare Gianni Malatesta, Bepi De Marzi, Mauro Pedrotti.

    La nascita di queste collaborazioni, relativamente a Gianni Malatesta, affonda nel tempo delle origini, circa sessant’anni fa, nelle occasionali rassegne, condotte assieme. Di qui, è poi nata una relazione più stretta, perché Malatesta, direttore del coro “Tre pini” di Padova, ha avviato con successo l’attività di registrazione discografica e il suo contributo è stato prezioso, sia per la novità delle sue armonizzazioni, sia per la straordinaria esperienza musicale. Da questa collaborazione hanno preso impulso le prime tre incisioni, che ancora oggi, a distanza di tanti anni, conservano invidiabile freschezza interpretativa.

    Con Bepi De Marzi, il rapporto non si è limitato ai suggerimenti, ma si è notevolmente intensificato con i suoi interventi a tutti gli anniversari del coro: 100°, 400° concerto; 20°, 30°, 40° anno di fondazione etc. E’ nata una vera e propria amicizia, favorita dai rapporti personali del maestro Fogagnolo e dell’allora presidente Giorgio Ferrari, unico tra i fondatori in attività. Di questa amicizia, lo stesso De Marzi si è fatto interprete e narratore: il coro Monte Pasubio, racconta, gli ha fatto scoprire il Delta, la terra di sua nonna; le relazioni con il proprio territorio vicentino; la generosità e l’ospitalità polesana. Il Monte Pasubio gli deve riconoscenza anche per le scelte di repertorio, che, dopo anni e anni di canti alpini, hanno puntato sulle tradizioni e la cultura del territorio.

    Agli appuntamenti con il Monte Pasubio, non è mancato il mitico coro SAT, fondatore del genere popolare e in attività da quasi un secolo. Dopo il memorabile concerto nell’autunno del 2001, Mauro Pedrotti, il maestro, ha tenuto proprio nella sede-auditorium del Monte Pasubio, un corso sulla dinamica, il ritmo, l’emissione del suono e la modulazione della voce.

    Ma qual è l’anima di un coro popolare? Più che a uno spirito serioso e sussiegoso, viene spontaneo pensare a un gruppo di persone che si divertono a stare assieme, coltivando brani e canzoni spesso pervase da allegria e arguzia.

    Negli anni eroici, il più delle volte, i concerti finivano in gloria, intonando arie come “La porta un litro de chel bon!… el merenderooo… l’è pien de neroo… e mi la dona rossa no voio no!… quan l’è inverno la fa la giòssa…”. Pareva scatenato il coro Monte Pasubio nel cosiddetto terzo tempo. Tutti si sentivano protagonisti e, nell’euforia generale, il più sfacciato si accostava cantando alla ragazza più vistosa e attaccava: “Son vegnù da Montebel, a cavalo d’un asinèl… lallallà…. chi t’ha fato ste bele gambòttole… trallallallero…. Me le ha fate la mia mammòttola…”. Strofa dopo strofa, l’occasionale solista, assecondato da un nugolo di coristi, risaliva dalle gambe su su ai fianchi, al seno, al volto, esaltando le fattezze dell’occasionale bellezza paesana.

    Al ritorno, in corriera, ancora si cantava e si rideva, ricordando i discorsi di presentazione del presidente, mantenendo viva quest’anima collettiva scanzonata.

    Ma sul palco, nei momenti più intensi dell’esibizione, trovavano posto anche la sensibilità, la memoria di un passato contemplato con nostalgia, la pietà per i caduti in guerra, l’amore per la famiglia. Quando il coro attaccava “L’aqua xe morta” di Bepi De Marzi, la voce era davvero quella dell’anima e le parole sferzavano la coscienza. “Le strade no’ ga più l’ombrìa, le piazze xe posti de pena, nei pra’ no’ se trova più fiori, i boschi ga perso la pace…”.

    Questa voce dell’anima, che via via nel tempo ha trovato espressione prima nei brani alpini, poi in quelli d’autore, oggi vive soprattutto nel canto “Polesine” di Fossati-Liberovici-Vacchi, proposto da qualche anno come sigla del coro. Testo e musica si fondono strettamente, richiamando, nella melodia cantilenante, nelle immagini di paesaggio e nei sentimenti, uno spiccato senso di identità polesana.

  • Cinquant’anni di Ctg

    Cinquant’anni di Ctg

    8 GENNAIO 2015, ore otto del mattino, all’ospedale di Rovigo. Accoglienza quasi austera, ma cordiale. Con pochi altri presenti, sono pronto per l’esame del Campo Visivo. Tocca a me. Un po’ emozionato davanti al visore e concentrato per premere il pulsante ad ogni comparsa del puntino luminoso…

    “Abbiamo finito: ecco anche il referto da presentare al suo medico” – Grazie, e buongiorno!

    Esco nel corridoio dove ci sono già molte persone, pazienti e accompagnatori, che, pur sottovoce, dialogano con intensità. Vedo don Gastone, (un tempo mio discepolo, ora monsignore e ammirato arciprete) a cui per primo rivolgo la parola: – Cosa fai tu qui? … – Anche Lei, don Giacomo Prandini?… – Come stai?.. – Lei, come sta? La conversazione si fa rapida, confidenziale. Agli altri un po’ sorpresi della nostra familiarità, don Gastone spiega, indicandomi: “…Allora, mi ha insegnato greco… e ci parlava anche… della discesa a corda doppia…” – Ciao!, – Ciao!, e auguri tanti!”

    Non ricordavo né l’uno né l’altro: né il greco, né il discorso della “corda doppia”: sento come una lontana eco per interpretare la lieta amicizia riscoppiata lì d’improvviso. Nel 1965 – cinquanta anni fa – oltre che insegnante nel Seminario, ero anche al Centro Giovanile Don Bosco, direttore. Appassionato da sempre di montagna, già socio del CAI, partecipavo con un gruppo di ragazzi e ragazze del CTG a una specie di “corso di roccia” sulle vicine palestre dei Colli Euganei. Mi divertivo, e non mancavo di parlarne se c’era l’occasione.

    Il “Centro Don Bosco” allora era un centro palpitante di attività: per il CAP (Centro Addestramento Professionale), scuola e lavoro per ragazzi e ragazze, e per il Centro Giovanile con le attività di mensa, e le Associazioni e Gruppi Sportivi- Ricreativi- Formativi-Culturali e insieme varie attività di animazione sociale.

    Il CTG, associazione ultima nata nel fervido clima degli anni cinquanta, si caratterizzò con il suo progetto di iniziative rivolte senza limiti (donne-uomini-giovani-adulti-bambini-famiglie (vedi Case per ferie…). La nuova associazione si è trovata agevolata nel contesto generale del Centro Giovanile donando anche agli altri molteplici gruppi la vivacità del suo stile; turismo… come ricerca – scoperta – lieto godimento dei valori più belli del mondo: verità e gioia.

    Il CTG ROVIGOTI ha 50 anni e… – conclude don Giacomo Prandini – li porta ancora bene!

    “Cinquant’anni? Non esageriamo! Noi il il CTG lo conosciamo soltanto dal 1978 – ricorda Rita Pedrini -. In quell'anno infatti – continua Rita – io e mio marito abbiamo frequentato il "Primo Corso Guide di Turismo sociale”. Abbiamo aderito all'iniziativa perché, non essendo polesani, non conoscevamo abbastanza la terra ormai diventata casa nostra”.

    “Il corso – sottolinea ancora Rita con piacere – ben presto cominciò a dare i suoi frutti: i luoghi mostravano caratteristiche e preziosità non immaginate; i docenti colti, studiosi, appassionati ci trasmettevano la voglia di approfondire gli argomenti; la natura quasi selvaggia di alcuni siti ci spronava alla protezione. E tutto ciò ci integrava in una compagnia molto amichevole. Il CTG ci allargava gli orizzonti con la conoscenza di altri gruppi, di altre realtà”.

    Anche per Franco Gemelli, medico ospedaliero, che da poco ha raggiunto l’età della pensione, la data fatidica è il 1978.

    “Il mio incontro con il Ctg non fu per nulla casuale, – osserva – ma fu la conseguenza della mia curiosità nel conoscere la storia della nostra città e della nostra provincia. Nel 1978 i miei interessi si incrociarono con un progetto di Giuseppe Marangoni, allora presidente del ctg, artefice del “Primo Corso Guide di turismo sociale per la provincia di Rovigo”, un’iniziativa che aveva lo scopo di creare un gruppo di guide in grado di diffondere la conoscenza dei beni artistici, museali ed ambientali della nostra provincia.

    Il corso si articolava in dodici incontri preceduti da una lezione inaugurale e con una locandina di presentazione, frutto della creatività artistica di Cristiano Fenzi, socio storico del Ctg. In quell'occasione ebbi modo di conoscere personaggi di riconosciuta esperienza, protagonisti della vita culturale del Polesine quali L. Traniello, A. Rondina e A. Romagnolo, pionieri della ricerca archeologica locale quali A. Bellintani, GB Siviero ed E. Zerbinati, nonché esponenti delle istituzioni quali A. Crivellari, presidente dell’EPT e L. Bortolussi, direttore del Consorzio per lo sviluppo economico e sociale del Polesine”.

    “Al termine del corso – ricorda Gemelli – furono distribuiti i diplomi ai 20 partecipanti. Da quel momento la Provincia di Rovigo, per la prima volta, poteva contare su un nucleo di guide turistiche in grado di valorizzare la storia, il paesaggio e l’arte del nostro territorio. Il gruppo di animatori turistici si attivò subito diventando un riferimento per tutti i forestieri che volevano accostarsi con la curiosità del turista al nostro territorio. Io stesso mi cimentai più volte nel ruolo di guida turistica, traendone sempre la gratificazione di un grande arricchimento culturale”.

    “Il progetto del Ctg – conclude il dott. Gemelli – anticipava di fatto una figura professionale che sarebbe stata istituita circa 20 anni dopo: vedi le guide del CeDi Turismo & Cultura che accompagnano i visitatori alle grandi mostre a Palazzo Roverella e che fanno conoscere ed apprezzare la città di Rovigo ed il territorio del Polesine. Tutto nacque in quel fatidico 1978”.

    Ricordi un po’ diversi quelli dai quali parte Lauretta De Giovanni: “Non ho memoria del perché mi sono associata al Ctg. Ricordo soprattutto le bellissime uscite sulla neve. Tutti baldi giovani con tanta voglia di ridere, scherzare e felici di far parte di un gruppo. Ed i soggiorni invernali? Chi c'era ricorderà Trafoi con l'hotel Madaccio… famoso per le sue patate in tutte le salse e per le visite del grande campione Thoeni. Esilarante la nostra escursione verso il passo dello Stelvio trainati, con gli sci ai piedi, dal gatto delle nevi. Con piacere ricordo anche il soggiorno di La Thuile quando c’era con noi don Pino Fogagnolo. Grande persona e grande amico”.

    “Ma ricordo con nostalgia anche la scoperta del Polesine, grazie al corso di formazione guide. Ho avuto il piacere di parteciparvi – sottolinea Lauretta – e poi di esercitare a lungo il ruolo di animatore ed accompagnatore di gruppi turistici. C’è un’immagine che è restata ben impressa nella mia mente: una grande distesa verde di riso con sullo sfondo l'idrovora di Ca’ Vendramìn. Chiamale se vuoi… emozioni…

    “Che dire poi delle “camminate” – osserva ancora Lauretta – che ancora oggi il Ctg propone a partire dall’inizio della Primavera? In queste c'è di tutto: scoperta del territorio e dei “segni deboli”, volontà di fare qualcosa per migliorarlo, il piacere di stare assieme e dove ognuno contribuisce con le proprie conoscenze e competenze alla valorizzazione dell’itinerario proposto”.

    – Cinquant’anni di CTG a Rovigo. Sì, ma cos’è il CTG? Lo chiediamo a Cristiano Fenzi, uno del gruppo di allora, che è pronto a sintetizzare la storia dell’associazione a livello nazionale e locale.

    “Alla fine degli anni ’40 – esordisce Fenzi – alcuni dirigenti ‘visionari’ della Azione Cattolica dell’Ufficio Centrale Seniores della G.I.A.C. avvertono l’esigenza di creare una Organizzazione che si dedichi all’azione pastorale, educativa e formativa per i giovani nel campo del turismo: nasce quindi il C.T.G. Centro Turistico Giovanile”.

    – Questo a livello nazionale, e in Polesine?

    “A Rovigo l’adesione a questa Associazione avviene attraverso l’esperienza della nuova struttura di aggregazione per i giovani realizzata dalla Curia Vescovile: il “Centro Giovanile Don Bosco”. L’anno di fondazione del primo gruppo polesano è il 1965”

    – E’ stato dunque superato il mezzo secolo di azione…

    “1965-2015: 50 anni di passione per il proprio territorio, lotte, studio, invenzioni, creatività, divertimento, amicizia, relazioni. Un grande lavoro di Gruppo”.

    – Quali le principali linee di impegno?

    “Molteplici: dalla costituzione di nuovi Gruppi con la realizzazione del coordinamento con il Comitato Provinciale, alla valorizzazione delle risorse storiche, artistiche, architettoniche e ambientali, con l’attivazione di vari Corsi di Guide di Turismo Sociale. Importante in questo ambito anche la diffusione del libro di Giuseppe Marangoni “Polesine Delta del Po-Guida alla terra dei grandi fiumi” prima vera guida turistica plurilingue che ti accompagna quasi per mano, lungo itinerari tematici, alla scoperta delle peculiarità di questa Provincia: ancora oggi attuale riferimento per molti, e poi altre iniziative qualificanti”.

    – Le più interessanti?

    “Sicuramente l’accoglienza per gruppi di giovani e non, e soprattutto per le famiglie con la promozione e gestione dell’Ostello “Rifugio Parco del Delta del Po”, per anni fondamentale punto di riferimento per la visitazione del Parco del Delta. Non si deve poi dimenticare la costituzione della Cooperativa “Turismo e Cultura” che fin dall’origine (1984) ha permesso a molti giovani di sperimentare l’attività di Animatore Culturale. Inoltre la realizzazione di innumerevoli progetti di animazione e gestione museale che hanno garantito un ruolo professionale nella cooperativa di soci lavoratori ed ottenere ultimamente plausi e successi nella gestione di importanti mostre di Palazzo Roverella”.

    – Una storia che continua dunque.

    “Non c’è dubbio. E va anche ricordato che il “CTG Rovigoti” ha contribuito nel tempo a formare dirigenti anche a livello Nazionale, che hanno vivacizzato il dibattito associativo con idee e progetti indirizzati alla diffusione dell’idea di un turismo a misura d’uomo in

  • Il mio rifugio

    Il mio rifugio

    LE NOSTRE OMBRE

    Come una pennellata nell’azzurro l’allodola si levò dal prato e ci lasciò libero il profilo del colle. Disegnate dal sole radente le nostre ombre s’incontrarono oltre le ginestre dove i monti le nubi il vento riposano.

    PASSA LA SERA

    Passa la sera passa il mio sguardo sopra i tetti la mano tra i capelli di seta. Sfiora il vento le pietre e i nostri piedi la sabbia l’onda stanca il mare. Vanno le strade e i sentieri le stelle e i pensieri un sorriso e la speranza. La tua mano la mia ora tutto mi fugge via.

    QUATTRO ORME SULLA SPIAGGIA

    La prese in braccio e le disse “ti amo” Parve che il mare avesse un fremito invece era una parola che valeva una vita.

    Sono rimaste quattro orme sulla spiaggia. “Può esser più calmo il mare?” L’acqua si fermò fino notte fonda per non cancellarle. Quando il vento si alzò e la sabbia si sciolse tra goccia e goccia si sussurrò “ritorneranno”

    ‘NA PICOLA STORIA

    Co’ ła prima steła torna casa el me omo.

    Par primo ło sente el core a porta e łasso cascare ła calsa. In meso ai so brassi so’ come ‘na foja che al ramo torna tacarse. E voria quasi fare ł’amore ma ła pignata me ciama.

    Ła tovaja zé neta i piati bianchi, a fiori. El magna e se incontremo coi oci el beve e el me ne łassa metà.

    Stuemo ła łuce ’ndemo a dormire e tante matine quando che saria ł’ora el gało no’ canta par farne piassere.

    E NOALTRI SEMO QUA

    La canpagna zé chieta stanote La luna alta e granda la zé là dove che finisse el celo. I monti ga ‘na sengia d’argento. ‘Na luce bułega in fondo e subito sparisse. Vieni al balcon l’aria zé fresca.

    Amore, disemose tuto: ‘sto mondo che pare ‘na tera de sogno, ch’el pare belo,diverso, novo no’l ga gnente né respiro, né luce, né vita e noaltri semo qua persi in te ‘sta scura pianura dove eserciti de orbi se scontra in mezo la note.

    COME UN LADRO

    La luna mi prende sempre alla sprovvista come un’amante gelosa che improvvisa spunta all’angolo. Gliene abbiamo dette tante immeritate parole ora non lascatemi solo con lei per favore non so cosa dirle Sono come un ladro che gira la città di notte e fugge la luce

    IL MIO RIFUGIO

    Quando sento l’affanno della vita che fugge c’è sempre un posto nella mia anima dove appendere il cappello. E lì mi riposo. Nella poesia c’è una piazza che mi guarda una strada che ancora ascolta i nostri passi. C’è qualcuno che mi ricorda?

    ***

    Un grillo canta spezzando il vento. Una luce. L’aria fresca sul viso. Hai paura del buio e di me? Non temere Andiamo

    ARABESCHI

    Solo un papavero un papavero rosso che fu felice di morire tra le tue mani

    ****

    Una torre lassù senza luce illuminata una sera da uno sguardo d’inaspettata meraviglia Era l’ amore inatteso

    ***

    Cerco la tua mano e trovo solo il ricordo un fiore che fugge senza stelo

    ***

    Un sentiero. Salire bianchi di polvere e d’amore tra chiese perdute tra castelli spaccati salire per due strade diverse trovarsi in vetta e scendere assieme.

    ***

    Quando il dopo è tristezza e il presente è fuggito la felicità rimane nella certezza di un ricordo.

    ***

    Quella strada che finisce a metà. Vorrei continuare a camminare sui tetti verso quei colli che le nubi smorzano in un verde profondo. Com’è triste una strada che finisce a metà.

    ***

    Una mano tra i capelli. Come il vento quando leggero passa tra i pini.

    ***

    Ginestre pensieri di primavera non vi ho raccolto e vi lascio parlare – se volete – di quanto è stato.

  • La tela del tempo

    La tela del tempo

    VOGLIO CREDERE.

    Ho incrociato follia e violenza tra le strade del distacco, dall’antico gesto nobile e dimenticato di tendere la mano, allo sguardo indifferente di chi il mondo non osserva e da esso vuol fuggire.

    Prigionieri siamo di un tempo senza sbarre, con la paura d’esistere.

    Voglio credere nei sogni, avere il privilegio di sostare tra le parole come luoghi senza inquietudini e vivere con l’eleganza di un sorriso ad ogni battito del cuore.

    Voglio ancora credere nell’umanità che in noi ancora vive.

    IL CANTICO LONTANO.

    Vorrei trovare semplici parole guardando il firmamento, con il cuore che batte complici le stelle io mi ritrovo ad innalzare al cielo questo mio canto.

    “Meravigliose sono le tue leggi che ancora non conosco ma che bramo svelare i tuoi misteri in questa dimensione di passaggio. Dimmi se puoi, dove cercare tra le infinite vie di questa notte per far finire nel nostro mondo il male ?”

    Tremula di luce questa sera, come la voce mia che scioglie il tempo, come la cera è sciolta al lume di candela.

    Nello spazio immenso, il cantico lontano dell’attesa.

    IL GIORNO PERFETTO.

    Ho cercato un senso in questo spazio disgiunto tra miliardi di vite che si accendono e si spengono nella corsa, frenetica, al tempo infinito.

    Non siamo immortali.

    Sarà un giorno perfetto quando vedremo i prepotenti dalla terra cadere ad uno a uno e senza invocar titani o dei possenti innalzeremo all’unisono quel canto di un popolo che acclama la propria dignità per rinsaldare il tempo infranto e perso a rincorrere chimere.

    Siamo ancora umani.

    Sarà un giorno perfetto quando non vivremo più in terre di mezzo e quella macchina del tempo tanto ambita per ricercare la nostra identità o scovare lontani pianeti della vita non ci servirà più. Un luogo dove la materia è luce. Sarà un giorno perfetto quando il caos trasformato in fresca luna al decadere di ipocriti pensieri assumerà un forma nuova per non sentirsi soli, riordinato nell’istante immenso da un battito di un cuore all’universo.

    L’UMANA DIMENSIONE.

    “Muoio dalla voglia di fare qualcosa di grande e di nobile, ma è un mio preciso dovere svolgere i piccoli compiti che mi sono stati assegnati come se fossero grandi e nobili (Helen Keller)”

    Tracciamo distanze nel tempo frammentato senza sapere dove, limiti umani d’imprecisa comprensione, dove il tutto in spazio vuoto è trasformato. Voglio svestirmi da logiche terrestri, frantumar lo spazio senza inganno che cristallizza anime dolenti, trovare il giusto raggio tra i punti di confine.

    Ma il tempo che scorre è superiore, proietta il futuro di speranza per cercare la smarrita umana dimensione, una parola giusta, un gentil gesto, l’autentico sorriso che non chiede, quella che tutti noi chiamiamo vita.

    LA TELA DEL TEMPO.

    Dipingo il battito di ciglia tra cielo e terra, la vita che si espande così come si è espanso il mondo con occhi d’infinito e meraviglia, effimera al passaggio del tempo e di comete.

    Dipingo il plenilunio e polvere di stelle sul pavimento nudo, un petalo di rosa rischiarata che dondola sul mare alla deriva.

    E’ tempo, è il nostro tempo di cogliere la vita.

    Videopoesia opera n. 18

  • Giovanna

    Giovanna

    “So di essere brutta” disse Giovanna a Giorgio, ex compagno di liceo, il ragazzo più bello dell’istituto Giacomo Leopardi. “E ho scelto te proprio per questo, perché magari il bimbo o la bimba prenderà da te”.

    Giorgio prese sottobraccio Giovanna e in silenzio cominciarono a camminare senza meta lungo la via che portava al Liceo, il loro Liceo.

    Il pensiero di Giorgio andò agli anni della scuola quando tutto aveva un altro odore. Quando una pizza al Marechiaro era la felicità, una domenica a casa di Fabio meglio di un bel film e una festa in campagna da Gianluigi, il paradiso. Rivisse l’atmosfera dei compiti in classe quando Giovanna passava il suo a chiunque glielo chiedeva e poi, con vari sotterfugi, il compito passava di mano in mano, di fila in fila… e tutti quelli che avevano copiato da lei prendevano un bel voto. Matematica fisica latino non importava, bastava chiedere a Giovanna e il problema era risolto. Il bello era che, per Giovanna (o anche per chi di loro era in grado di aiutare chi era indietro o non aveva capito o all’ultimo minuto si era accorto di avere sbagliato) passare l’esercizio giusto, la frase giusta o l’intero compito era qualcosa di naturale.

    Mare. In cinque sull’Autobianchi A 112 turbo di Lamberto, quelli dietro arrivavano distrutti. In sei sulla Fiat 132 di Silvio, uno sempre pronto ad abbassarsi sul sedile dietro gli altri attenti ad avvistare in lontananza una pattuglia di carabinieri o polizia, e via ai lidi per una giornata di discussioni inutili, le più importanti della loro vita. Benzina, panini, birra ombrellone… tutto in parti uguali. Un bagno, una serata con in testa a tutto l’amicizia e l’imminente maturità.

    Ora, sulla soglia dei trent’anni, una laurea con lode in medicina Giovanna, una in filosofia Giorgio, entrambi capivano di essere figli di quegli anni. Che tutto, nel bene e nel male, partiva da là.

    Giorgio cominciò a pensare ad alta voce, senza sapere se voleva i pensieri di Giovanna o solo i suoi. Giovanna lo capì e rimase ad ascoltare.

    “Ricordi quella volta che col tuffo cadde il costume a Cinzia? Che situazione! Cinzia rossa, Fabio blu, Marina ad aiutare Cinzia a rimetterlo, l’altro Fabio a ridere a crepapelle, io imbarazzato che facevo finta di niente, tu a chiedere cosa era successo perché non avevi visto e volevi capire quel trambusto che nessuno voleva spiegare”.

    Silenzio. Fra le parole di Giorgio solo i loro passi e il rumore di qualche auto. Nessun imbarazzo per la proposta di Giovanna. L’imbarazzo fra loro non poteva esserci. Per nessun motivo.

    “E la maturità?” continuò Giorgio “… mamma mia che fifa!, a studiare come matti giorno e notte, a interrogarci fra di noi, insieme a chiedere consigli al prof. commissario interno alle dieci di sera, la sua pazienza, la nostra invadenza. Poi, davanti ai tabelloni, pianti abbracci di gioia senza sapere se si piangeva per i voti, i più belli della scuola, o perché sapevamo che tutto finiva in quel momento”.

    Parlarono della malattia di Marina che era iniziata proprio in quinta, quando Marina rimase assente per una settimana. “Ricordi quando saltò il compito di matematica?” disse Giovanna, "… era perché la visita specialistica non poteva essere rimandata”. Un cambiamento repentino: dai salti sulla spiaggia, dai tuffi in mare sulle spalle di Narciso, a una grigia sedia a rotelle. Il tempo per una laurea a pieni voti e per un figlio che Marina pensava frutto di un miracolo. Poi, seduta per sempre.

    Quando parlarono del figlio di Marina, a Giovanna brillarono gli occhi.

    Un po’ strabica, occhiali spessi, non troppo alta, Giovanna era quello che sapeva di essere, una ragazza non bella. Mai truccata, un taglio di capelli semplice, da sempre la stessa montatura di occhiali.

    Ora Giorgio la sentiva come non l’aveva mai sentita. In modo diretto, tipico di Giovanna, gli era stato chiesto di diventare padre da un’amica che stimava, per la quale avrebbe fatto di tutto. Tutte le volte che Giovanna chiamava per un caffè correva di buona voglia certo di passare un’ora spensierata. Sì, per Giovanna avrebbe fatto di tutto, ma mai avrebbe pensato a tanto…

    Mentre le sue ex ragazze gli correvano nella mente, Giorgio sentiva di aver già scelto le parole con cui rispondere a Giovanna. Parlava, parlava, sorrideva ai ricordi, andava nel tempo con salti che solo un amico può capire, ma sapeva cosa dire, cosa fare.

    Giovanna era stranamente serena. Aveva chiesto qualcosa che non si poteva definire, eppure era tranquilla. Dopo quella richiesta, niente sarebbe stato come prima per lei, per lui.

    Rischiava di rovinare o rinforzare la loro amicizia? rischiava di mettere con le spalle al muro una persona che stimava a cui voleva bene, di ferire, mettere alla prova in modo forse sleale un amico, o dare una dimostrazione unica di stima e affetto?

    Giorgio era in subbuglio. Anna gli aveva chiesto di vivere insieme, la bellissima Federica di “concretizzare” il loro rapporto, Laura gli aveva fatto capire quello che invece Giovanna aveva detto chiaramente. Mai si era sentito confuso come si sentiva ora.

    Con le altre ci scherzava, scoppiava in una risata, strizzava l’occhio, dava un bacio. Tutto sotto controllo. Ora non controllava niente: cuore, voce, polmoni tutto aveva preso un ritmo diverso. E Giovanna lo avvertiva. Anche di questo non sapeva se esserne contenta o dispiaciuta per Giorgio.

    Erano passate due ore fra chiacchiere e ricordi. Si erano ritrovati seduti davanti a un caffè, pagato il conto, rialzati per tornare alla fermata del trentacinque, quando Giovanna disse “… e allora?”.

    “Va bene” rispose Giorgio annuendo con la testa, “… va bene Giovanna, non so cos’altro dire”.

    In silenzio Giovanna si strinse un po’ di più a Giorgio. La guancia appoggiata al suo braccio per asciugare la lacrima che era sotto la stanghetta sinistra. L’altro occhio lo asciugò in fretta con la spalla. Autunno colorava per sempre un momento magico.

    L’appartamento in centro lo acquistarono mettendo un po’ di soldi insieme e il resto firmando un mutuo che la banca concesse senza storie dopo aver visto gli stipendi e una piccola proprietà immobiliare di Giovanna, frutto dell’eredità dei suoi. Arredare l’appartamento fu un gioco. Si davano appuntamento a tutte le ore, dappertutto. Nella pausa pranzo, dopo cena, in centro, in periferia.

    Non andarono mai oltre l’abbraccio o un bacio sulla guancia. Sembrava fra loro non fosse cambiato niente anche se era cambiato tutto.

    Solo una cosa era diversa, le risate di entrambi. Ridevano per niente, per aver perso di un soffio un tram, essersi presentati entrambi con un regalo, aver scelto un pessimo film. Solo ora Giorgio si era accorto degli occhi di Giovanna, li credeva azzurri invece erano verdi tendenti all’azzurro, col sole verdi. Non si era nemmeno accorto che Giovanna aveva un seno stupendo, di quelli che piacevano a lui, rotondo e grosso, e neanche che quando rideva mostrava una fila di denti candidi perfetti.

    La sera che comprarono la cucina, blu con maniglie gialle, il fuoco comodo al centro perché “voglio imparare a cucinare” disse Giorgio come fosse un progetto di vita, uscendo dal negozio Giorgio guardò negli occhi Giovanna la strinse a sé e la baciò.

    Mia madre mi raccontò questa storia almeno mille volte. E altrettante per dirmi che aveva visto giusto perché ero identico a mio padre… “bello come lui” aggiungeva fiera come può esserlo solo una madre innamorata.

    Mi raccontò questa storia anche mentre finivano le procedure previste per la cremazione. Mio padre lo mise per iscritto che voleva essere bruciato. Lo scrisse nel fascicolo della polizza vita a cui incollò il testamento biologico. Voleva lasciare il suo corpo alla scienza, ma il suo corpo il cancro lo volle tutto per sé. Così mia madre, mentre il carrello scivolava dentro il forno, mi raccontò che lei era brutta ma che mio padre e io eravamo bellissimi.

  • Un improvviso scintillìo

    Un improvviso scintillìo

    “Caspita, ma da quand’è che vai in Chiesa in orario così mattutino e con un neonato? Intendi impartirgli una benedizione perchè è un urlatore notturno e pensi che una spruzzata d’acquasanta possa compiere il miracolo? Ehi, sto scherzando, ma è strano incontrarti a quest’ora, sul sagrato di una chiesa”.

    Dopo il sobbalzo iniziale per l’inaspettato intervento di un mio ex compagno di scuola, di professione carabiniere in procinto di raggiungere la vicina Caserma, mi aprii in un largo sorriso. Non ci vedevamo da parecchio, quindi lo feci curiosare nella carrozzina, per fargli conoscere Anita, la mia secondogenita, con cui stavo entrando in Chiesa per accendere tutti i ceri che avessi trovato disponibili.

    Lui allora si ricordò del mio particolare rapporto giovanile col divino. “Stai per accendere le candele – disse – magari senza versare l’offerta dovuta, come facevamo sovente, ai tempi della scuola, quando si facevano birbantate… bei tempi… anni beati! Bella bimba, complimenti”.

    Qualche altra battuta scherzosa, la promessa solenne di non riperderci di vista e poi ci salutammo. Avevo poco tempo prima di rientrare, svegliare Annalisa, la mia figlia maggiore, fare insieme colazione ed avviarla a scuola. Guardai, sospirando pura gioia, la mia piccola Anita, poi entrai in Chiesa a ringraziare la Madonna, Gesù, Dio Padre e tutti i Santi del Paradiso, per lo scampato pericolo. Era accaduto solo il pomeriggio del giorno precedente, ma di certo non l’avrei scordato fino alla fine dei miei giorni.

    Come sempre, anche il giorno prima ero in ritardo e avevo, di conseguenza, una gran fretta. Ci sguazzavo nella fretta, mi ci svegliavo e mi ci addormentavo, scorrendo un ininterrotto elenco di cose da fare nelle ore successive. Ogni tanto mi tornavano alla mente le parole del Vangelo, dette da Gesù a Marta, la più laboriosa delle sorelle di Lazzaro “Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose…”. Bel discorso, pensavo, ma anche Marta avrà avuto i suoi problemi da risolvere se si affannava sempre tanto!

    D’altronde, avevo una figlia di appena quattro mesi, un’altra di 10 anni, una casa da gestire, un marito spesso assente per un lavoro che lo portava anche all’estero; non potevo che essere sopraffatta dall’ansia perenne del fare molto, e tutto in affanno.

    Volevo controllare troppe cose, questa era la mia vera responsabilità, ne ero consapevole. La mia quotidianità era ormai scandita da bucati, spese, sterilizzazioni, cambio pannoloni, bagnetti, coccole e ninne nanne, ma anche dalle cure ad una figlia che frequentava la quinta elementare e aveva bisogno di una mamma attenta, come in passato ero sempre stata. L’inattesa, perché inattesa era stata la nascita della sorella, aveva scombinato la vita anche ad Annalisa, oltre alla mia, nonostante l’innegabile gioia che ci aveva regalato.

    Avevo, di fatto, due figlie uniche, entrambe col nome con iniziale “A, come amore”, questo ripetevo ad Annalisa, quasi a giustificarmi. Certo lei era il nostro primo amore, per diritto di nascita, Anita era il secondo amore e fine discussione. Lo sguardo contrariato che spesso Annalisa mi rivolgeva di rimando, mi addolorava un po’, ma poi un abbraccio, un paio di baci e uno sbocciato sorriso, suggellavano la nostra nuova alleanza femminile. Dovevamo adattarci a questo nuovo assetto vitale, io cercavo di fare del mio meglio, ma la fatica del dover rispondere ai bisogni di tutti, tranne che ai miei, era a volte troppo pesante da gestire.

    Quel fatidico pomeriggio di fine settembre, una coppia di cari amici, che viveva in una villetta vicina, ci attendeva per passare qualche ora in loro compagnia. I miei amici amavano da sempre Annalisa e ora anche Anita; non avevano figli e si beavano di accoglierci nella loro casa, appena possibile. Anita sarebbe rimasta tra le braccia della mia dolce amica, per ore, Annalisa avrebbe giocato con cani, gatti e persino con due oche molto stizzose e confusionarie mentre io mi sarei rifocillata davanti ad una profumata tazza di cioccolato fumante.

    Con la mia amica mi sarei lamentata di quanto poco riposavo, delle fatiche giornaliere e dell’assenza, che durava ormai da dieci giorni, di mio marito. Sapevo di non poter brontolare più del consentito, lui svolgeva il suo lavoro di geniere militare, dove era richiesto, lo sapevo da sempre e, prima della nascita d'Anita, non mi pesava tropo la mancanza di un suo sostegno costante. Ora, però, dovevo ammettere di risentirne moltissimo.

    Annalisa già smaniava per uscire, mentre stavo preparando con cura Anita, che sgambettava con gioia, mentre le raccontavo che stavamo andando dagli zii “di cuore”. Io ero già pronta, avevo anche impreziosito l’abito con una bella spilla d’oro, un dono fatto ad Anita per la sua nascita. Uno strano dono per una neonata, in pratica uno spillone da sarta, con la capocchia a forma di farfalla, finemente smaltata, senza alcuna chiusura di sicurezza. Un monile che Anita non avrebbe potuto indossare da piccola; nel frattempo, perché no, l’avrei utilizzato io.

    Anita era ancora adagiata sul fasciatoio quando, all’improvviso e senza nessuna ragione al mondo, un irrefrenabile impulso mi spinse a fissarla attentamente, aprirle la bocca e scrutarvi dentro, col batticuore. Perché lo stavo facendo? Era un’azione apparentemente senza senso, ma non potevo smettere di tenerle la bocca aperta, finchè non v’intravidi un improvviso scintillìo. Sempre in preda a non so quale istinto, le misi d’impeto la mano in bocca… e n’estrassi lo spillone d’oro, quello che ritenevo di aver ben appuntato alla mia giacca.

    Come diavolo era finito nella bocca di mia figlia? Ero in preda allo smarrimento totale quando, presa in braccio la mia bambina, mi sedetti, spossata e tremante, sulla poltrona vicina. "Mio Dio ti ringrazio, grazie Madonna carissima, grazie Angelo custode e tutti i Santi del Paradiso”.

    Baciavo una perplessa e solo lievemente infastidita Anita, piangevo e ringraziavo quanti avevano di certo vegliato su di lei, sopperendo alla mia sbadataggine, guidandomi in quell’impulso irrefrenabile, acutizzando la mia vista, rendendo agile e sicura la mia mano. Una grazia c’era appena stata concessa, aveva salvato Anita e aveva salvato me dalle conseguenze inimmaginabili della stramaledetta fretta con cui, di certo, avevo appuntato alla giacca quell’odiosa spilla che, con furore, spezzai.

    Una grazia divina era stata concessa a tutta la nostra famiglia, non me ne spiegavo ancora le dinamiche, ma era accaduto una sorta di miracolo. Lo scintillìo intravisto nella bocca di Anita, aveva riacceso, di colpo, una gran luce nel mio animo.

    Da quanto tempo non pregavo, ma intensamente e col cuore palpitante, e da quanto non mi accostavo alla preghiera solo per esprimere un ringraziamento, piuttosto che lamentando o chiedendo?

    Ero improvvisamente diversa e lo percepii, di riflesso, nello sguardo degli amici che mi accolsero col solito affetto e che, mentre raccontavo l’accaduto, mi consolarono, giustificarono, lodarono addirittura e, infine, placarono il mio animo.

    Ora guardavo, serena, tutti quei ceri accesi. La Chiesa era illuminata a festa, la mia anima era illuminata a festa, mentre pregavo con ritrovato ardore. Avrei custodito questa rinnovata fede con cura e gratitudine, sarebbe stato un impegno gioioso e finalmente sereno.

    Anita dava segnali di risveglio, era tempo di tornare a casa, sarebbe stata una fantastica giornata. Mio marito ci stava raggiungendo, una simile grazia andava festeggiata da tutta la famiglia riunita.

  • Le illustrazioni di Paolo Siro Rossi

    Le illustrazioni di Paolo Siro Rossi

    Dopo “A vago via in spadina” e “A son in te na bote de fero”, ecco l’ultima raccolta: “A zugarìa a bindèche”. E’ il terzo originale vademecum del lendinarese Paolo Rossi, meglio conosciuto come Siro: una sorta di anagramma, questo soprannome, che sfida l'inevitabile anonimato di uno dei cognomi più diffusi nel Paese. La nuova raccolta sembra racchiudere tutta la riconoscenza e il sincero affetto per amici e conoscenti che – attraverso le molteplici espressioni di stima per le simpatiche e ilari vignette, organizzate da Paolo Siro Rossi come “corso veneto/inglese per principianti” – hanno favorito il superamento dell’innata ritrosia dell’autore a presentare i suoi lavori in veste ufficiale.

    Nell’ambiente cittadino Paolo Siro Rossi è conosciuto e benvoluto anche per il suo pluriennale impegno sportivo come dirigente accompagnatore delle due società calcistiche lendinaresi e per la sua schietta spontaneità e disponibilità. Altri suoi caratteri distintivi sono la battuta pronta ma non scontata e la goliardica ironia che accompagna i molti proverbi e le allocuzioni con le quali è solito esprimersi, intrise della lingua dei “vecchi”, che sa colorare con risultati sorprendenti situazioni di estrema attualità vivacizzando e sdrammatizzandone i toni.

    L’innata verve, corroborata da un segno grafico suadente e nel contempo ironico, sta dunque alla base delle sue illustrazioni accompagnate – e questa è sicuramente una chicca esclusiva ed inattesa – da testi bilingui. Un bilinguismo improbabile perché nasce dalla traduzione letterale, non tanto dall'italiano bensì direttamente dal dialetto: ne scaturisce un inglese che l’autore stesso definisce “maccheronico”, che è un’ulteriore fonte di risata. In questa contrapposizione di suoni rimangono inalterati il senso e l'idea che “tutto il mondo è paese” quando si tratta di vizi e virtù e di tutto ciò che accomuna l'umana natura.

    La presentazione della prima raccolta, organizzata dalla Pro Loco di Lendinara presso il Salone degli Specchi del Caffè Grande tra un folto pubblico attratto, in primis, dalla carismatica simpatia dell’autore, ha beneficiato della conduzione del professor Gualtiero Bellucco, ex insegnante di Paolo Rossi. L’ultimo lavoro non ha bisogno di presentazioni perché Paolo Siro ha oramai un suo affezionato pubblico ed il volumetto “A zogaria a bindeche” sta andando a ruba.

    Se la maturata esperienza nel settore della grafica può aver sortito positivi effetti ai fini della velocizzazione dei lavori e uniformità di stile nei vari progetti, nulla ha però sacrificato al talento artistico del disegnatore di una vasta gamma di soggetti. Paesaggi, interni, personaggi, sia nella riproduzione realistica che in quella caricaturale, raccontano della particolare capacità di Paolo Siro Rossi di sondare l’anima dei luoghi e di cogliere i tratti salienti della personalità, anche in assenza di conoscenza diretta o di assidua frequentazione.

    L'amore per la sua città è testimoniato dalle innumerevoli istantanee sugli scorci più affascinanti e caratteristici che danno vita ad eleganti composizioni ottenute con china su cartoncino.

    La quotidianità, gli interventi e i piccoli mutamenti urbani, catturati dall'acuta osservazione di Paolo Siro, sono documentati, assieme agli “echi” di piazza e dintorni, nell'interpretazione grafica fantasiosamente (ma più che fedelmente) elaborata con un surplus di umoristica predisposizione ad accogliere ogni punto di vista; spettatore imparziale e al tempo stesso parte integrante dell'amata comunità cittadina.

    Il leone alato e la torre dell'orologio di piazza Risorgimento prendono vita, il primo turbato dall'inattesa “toelettatura”, l'altra nel tentativo di bloccare il flusso dei “pedoni” di un'immaginaria quanto metaforica scacchiera; anche la discarica, ritornata operativa, invita, più o meno garbatamente, al senso civico.

    Con ineguagliabile arguzia, le vicende significative della “civitas” sono impresse attraverso la caratterizzazione dei protagonisti, come sempre, con estremo e spassionato garbo. Ma sono soprattutto personaggi lendinaresi, senza distinzione di età o appartenenza, in vita o scomparsi, a vivacizzare le raccolte di vignette di Paolo Siro, in un crescendo di affettuosa attenzione verso nuovi “esemplari”.

    Non solo satira, seppur annacquata e mai fiacca, ma anche poesia quella che scaturisce in particolar modo da alcune immagini, quali il profilo di Ottavino, un personaggio molto conosciuto dai lendinaresi e non, da poco passato a miglior vita, singolare al punto da incutere timore per aspetto e movenze ma mite e innocente oltre ogni limite. (A “L'òmo de'l ponte”, così era soprannominato Ottavino Fagan, anche il poeta Bepi Targa ha voluto dedicare dei versi, davvero commoventi).

    Ad ogni ritratto si affiancano storie più o meno conosciute e anche per questo ogni sua nuova creazione è oggetto di dibattito tra i molti seguaci e ammiratori di Paolo Siro, il quale supera se stesso quando, in assenza di documentazione fotografica, anche parziale, riesce a rievocare con identica sembianza volti di compaesani ormai dimenticati. Ne è l'esempio la Giannina delle “Due Palme” mitico locale sito nella piazza principale la cui attività è cessata da qualche anno.

    Generosità e diletto sono forse i principali motori dell'attività “no profit” dell'artista; nella scelta comunicativa, non solo pittorica, tutta la sua filosofia di vita, nella quale lealtà e amicizia appaiono valori essenziali.

  • (In)sensate esperienze

    (In)sensate esperienze

    Siamo abituati da tempo ad abbattere qualsiasi divisione nel lavoro di un artista, il concetto di multidisciplinarietà è ereditato fin dal Rinascimento: l’artista è homo faber, pittore, scultore, architetto, scienziato, letterato. Non stupisce, dunque, se ancora oggi le tangenze tra le varie discipline sono per taluni artisti più che mai necessarie per indagare le differenti enucleazioni espressive della realtà e della fantasia artistica che li sostanzia e contraddistingue.

    Gianluca Gulli è architetto, già dalla fine degli anni ’90 lavora a importanti ristrutturazioni e progettazioni, ma la necessità di perseguire, oltre la stessa architettura, il concetto di fare forma, fare spazio, lo spinge a cercare anche altri territori espressivi. È l’interrogazione artistica unita a un bisogno tormentato di recuperare “il segreto primitivo del nostro significato nel mondo” che lo conduce alla pittura.

    E’ così che dal primo decennio del 2000 inizia una vera e propria sperimentazione e la pittura diventa concreta possibilità di introspezione e di libertà: può inabissarsi nel mondo dell’irrazionale, scoprire valori emotivi, inseguire entità, forze arcaiche che contengono idealità simboliche e archetipi latenti, quelli che per Jung fanno parte del nostro immaginario collettivo.

    Ricorrente diventa specialmente il tema dell’Angelo che, come l’eroe, fugge alla scoperta di se stesso. Artisti di ogni epoca, cineasti, scrittori si sono misurati e continuano a farlo con quelle misteriose creature celesti, così pure con l’altro tema, caro anch’esso a Gulli, della Luna.

    Ci troviamo di fronte a una tensione conoscitiva densa di turbamenti, di presentimenti che si sostanzia in una pittura che oscilla tra pulsioni vitali e vuoti, tra luci e ombre, scenari di masse informi che creano nuovi paesaggi immaginativi dell’anima, vibranti e sempre cangianti.

    “(In)sensate esperienze, (Ir)reali emozioni”, la mostra tenutasi lo scorso novembre nella splendida Villa Morosini a Polesella ha sancito un importante debutto denso di turbinose apparizioni: “Che cos’è l’uomo? Mi rincresce, ma nemmeno Nietzsche ha saputo rispondere a questa domanda. Vivere, allora, andare al di là di noi stessi, trascendersi. Ecco perché ancora viviamo, con questa speranza” (Licini, 1943).

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