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Archivi: Articoli d’archivio

  • 160 anni in musica

    160 anni in musica

    È un traguardo di quelli che rimane nella storia e nella memoria, quello raggiunto dal Corpo bandistico Città di Lendinara che, proprio quest’anno – il 2016 – ha festeggiato i suoi primi 160 anni di attività, lezioni, concerti, esibizioni ed immancabili successi.

    Tra le più antiche realtà bandistiche della zona, la Banda di Lendinara ha saputo attraversare i decenni, e le difficoltà che lungo il suo percorso si sono presentate, proponendosi negli ultimi anni con un rinnovato spirito e una indispensabile carica di energia e passione.

    160 anni non sono pochi, infatti, e in questo arco di tempo gli alti e i bassi non sono mancati, un po’ come succede nella vita di tutti. Tante sono state le amministrazioni comunali, i musicisti ed i maestri che si sono avvicendati, sostenendo con orgoglio nella sua crescita e nella sua attività la Banda cittadina, che oggi arriva a tagliare l’ambito traguardo.

    In punta di piedi e con un pizzico di reverenziale rispetto, entriamo nella storia del Corpo bandistico cittadino, oggi guidato dal Maestro Francesco Centin.

    La storia

    Il primigenio segnale di quella che sarebbe diventata, molti anni dopo, la Banda lendinarese si lega ad un anno preciso: il 1856. Nel febbraio di quell’anno si registra, infatti, l’invito rivolto a tutta la cittadinanza di partecipare ad una riunione indetta per costituire una Società Filarmonica con scuole per dilettanti di strumenti ad arco ed a fiato. Un primo passo, questo, verso la stesura nel marzo 1859 di uno schema di regolamento per la costituzione, con il sostegno della parte comunale, di una scuola di musica per strumenti ad arco e per il ramo banda.

    La partenza fu un tantino a rilento e, solo dopo una decina di anni, si assiste alla costituzione di una Scuola comunale di musica, che comprendeva le sezioni di orchestra e di banda, e che portava il nome di Corpo musicale di Lendinara. Nel 1870 si giunge all’approvazione ufficiale del suo statuto, con l’inserimento della sezione dei cori.

    Come spesso però accade nelle vite più longeve, momenti di luce si alternano a quelli più bui. E gli anni Settanta del 1800 vedono lo scioglimento del Corpo musicale.

    Una battuta di arresto, dunque, che però non riesce a fermare la passione per la musica che si respira sul territorio e che spinge a creare una nuova Società musicale. È il 1902, ma da lì a cinque anni anche questa nuova realtà a malincuore si spegne.

    Il fervore musicale, che da sempre contraddistinse il panorama lendinarese, porta, nel 1911, alla costituzione della Società dell’Istituto musicale. La scure della Grande Guerra si abbatte, però, con le proprie ripercussioni anche sul territorio di Lendinara. Il primo conflitto mondiale frena infatti gli iniziali entusiasmi, non scalfendo tuttavia la ripresa iniziata nei primi anni del Novecento e che si traduce, tra le due Guerre mondiali, in successi musicali che seppero portare lustro all’intera città. Anche il Secondo conflitto mondiale segna un apparente arresto dell’attività, che riprese poi negli anni successivi alla guerra sotto la guida di diversi Maestri.

    Ciò non bastò a preservare la vitalità bandistica. Gli anni Sessanta segnano un altro periodo incerto per il proseguo dell’attività, con una quasi totale assenza di iniziative musicali, fino al 1974 quando, per opera di un gruppo di ex bandisti, viene riattivata un’associazione musicale col nome di Istituto musicale di Lendinara. Al suo interno trova spazio, tra i vari settori, anche quello della scuola di banda. Nel 1983, a quella realtà, si associa formalmente l’intitolazione all’illustre musicista lendinarese Aureliano Ponzilacqua.

    È il 1990 quando la parte bandistica si distacca dall’Istituto musicale, dando vita a tutti gli effetti a quello che ancora oggi è il Corpo bandistico Città di Lendinara.

    Da quella prima assemblea, nel 1991 presso la sede di Via Perolari, di anni ne sono passati. Negli ultimi vent’anni i successi firmati dalla Banda cittadina non sono mancati e la stessa è diventata sempre più punto di riferimento per la città, in occasione di eventi e momenti importanti della vita lendinarese.

    La realtà della Banda molto è cresciuta negli anni, sia sotto l’aspetto musicale che culturale, ma anche in termini di presenze di iscritti. Oggi, infatti, vanta 120 soci sostenitori, 75 soci ordinari, 50 suonatori e 35 allievi che frequentano i corsi di orientamento musicale promossi dall’associazione stessa e patrocinati dall’Amministrazione Comunale.

    Un occhio al passato ed uno al futuro

    Attraverso un attento lavoro di ricerca tra armadi chiusi da decenni, partiture musicali dimenticate e appunti impolverati, la Banda lendinarese ha deciso di guardare al proprio passato.

    È stata in particolare la mano del Maestro Francesco Centin, oggi alla guida del Corpo bandistico, a riaprire un vecchio armadio, in cui sono tutt’ora conservate partiture e parti manoscritte dai diversi Maestri Direttori, che negli anni si sono succeduti nella conduzione della banda lendinarese. Alcune di queste risultano essere anche di pregevole interesse storico e musicale, dal momento che riportano la data di stampa di fine Ottocento.

    Si è, dunque, messo mano all’archivio musicale, riordinandolo e avviando un’attenta catalogazione. Un lavoro di riordino, ricerca e selezione, che ha confermato l’illustre passato storico a cui ancora oggi la Banda si ispira, in un’ottica di continua crescita e miglioramento.

    I festeggiamenti

    Nel corso del 2016 non sono mancati gli appuntamenti dedicati a festeggiare, insieme alla comunità lendinarese, i 160 anni della Banda. A cominciare dall’immancabile Concerto di primavera, che ha visto la Banda esibirsi sul palco del Teatro comunale Ballarin, fino alla seconda edizione della manifestazione in due serate con Le Bande in villa, che sotto la regia del Corpo bandistico ha visto accogliere ed esibirsi, nella cornice di Villa Marchiori, la Filarmonica di Tresigallo dalla provincia di Ferrara, la Banda musicale Città di Montebelluna dalla provincia di Treviso e naturalmente la Banda lendinarese.

    Nel corso dell’anno non sono mancate le trasferte musicali, che hanno permesso al Corpo bandistico di far conoscere Lendinara e dare dimostrazione della propria preparazione musicale, così come la partecipazione del Corpo bandistico ai tanti appuntamenti e manifestazioni cittadine.

    Va, inoltre, ricordato il concerto regalato dalla Banda alla Città di Lendinara, in occasione della Giornata dei lendinaresi svoltasi nel Settembre Lendinarese e che ha visto il Corpo bandistico esibirsi di fronte al Santuario della Beata Vergine del Pilastrello.

    Chiude infine un altro fervido anno di attività della Banda il tradizionale Concerto di Natale con cui il Corpo bandistico fa gli auguri in musica a tutta la Città di Lendinara.

  • La strada dei ricordi

    La strada dei ricordi

    OLTRE QUELLA TRINCEA

    Tace nel silenzio il brusio ondeggiato dal vento, oltre quella trincea vive un sogno mancato, una vita appesa ad un filo, ma quella vita che mi rincorre non può essere la mia. Il freddo e il buio tengono prigionieri armi e soldati, oltre quella trincea ognuno è rimasto solo dinanzi al volto sinistro dell’inverno. Sul campo di battaglia vedo anime cercare la pace, sorrisi caduti nel pianto che prima udivo al mio fianco, lasciano il posto a corpi confusi, ora inermi, coperti di neve.

    Un dubbio forestiero, vecchio nel suo anonimo aspetto, piano a noi si avvicina e con mani sporche di fango offre ad ognuno un pezzo di pane, sento che vorrebbe portarci lontano, allora disperato grido con forza: “Non ancora, non ancora !!”. La notte è finita, triste come una madre la nebbia nasconde i suoi figli, fuori si torna a sparare, oltre quella trincea tace nel silenzio il brusio ondeggiato dal vento.

    IL TEMPO DELLE CICALE

    Giace inerme la campagna ai primi sospiri dell’alba, mentre i suoni e i rumori della natura tacciono di solitudine, sono come il ricordo che ho di te, il tempo delle cicale.

    Raggomitolata leggi la mia voce, tu, che come una sirena, aliti tra queste labbra la vita, rintocchi di nostalgia di luoghi ameni a me tanto cari.

    E’ il tempo delle cicale, ed io sono ancora qui bambino ad ascoltare il loro canto, frammenti e paesaggi di un tempo passato, rivedo lavori e mestieri, con fatica, chinati sui campi arsi di sudore e papaveri verdi, alcuni rossi e nati, solcare le zolle rigonfie di spighe e semi di grano.

    Cullati dalla brezza mattutina, alberi ondeggiano nell’aria graffiata dal sole, profumo di tigli e pioppi in fiore, come pioggia fine di verde emozione, dai rami si lascia cadere.

    Corre quel bambino scalzo sulle aie che prima erano deserte, dai fontanili voci di donna seguono le pieghe imbiancate del mio tempo, il tempo delle cicale.

    COME SOGNI D’ESTATE

    Riscalda il mio viso l’aria aprica del mattino mentre la vita scorre il suo cammino e rimango in silenzio ad ascoltare quella voce di donna che sopraggiunge dal mare.

    Se fossi un girasole unirei la mia vita al sole, per inseguire uno sguardo o un momento che mi toglie queste parole.

    Come sogni d’estate i miei occhi rincorrono fugaci tra vicoli, ulivi e vallate cicale dal canto suadente, lasciando tra le mani i verdi profumi della campagna che al calar della sera li accompagna.

    Su verdi colline nascono paesi e poeti arroccati per vincere le guerre di uomini armati.

    A me che ti guardo, confuso e rapito dalla forza del mare, non resta che il caldo orizzonte e la brezza della tua giovane bellezza.

    Come sogni d’estate vivono da te lontano, in una terra di fiori e di grano, portati dal vento come semi di un melograno.

    CHIAMAMI PER SEMPRE

    Ora che ci sei non salire su quel treno, chiamami per sempre e prima di partire tocca ancora un po’ il mio viso perché tu…sirena del mio cuore hai legato la tua vita alle spighe dell’amore. Al tuo tavolo da gioco un indovino si è fermato e con forza ti ha gridato che una donna per amare sul passato non deve mai puntare.

    Chiamami per sempre affinché i miei canti riscaldino nell’autunno i colori dell’estate e nel vento delle stagioni trovino riparo le tue fragili passioni.

    Se hai freddo non coprire la speranza e se apri la finestra chiamami per sempre, perché oggi, tra i sorrisi della vita, troverai chi ti aspetta seduto oltre i tempi dei nostri campi elisi avvolto da distese di soffici fiordalisi.

    LA STRADA DEI RICORDI

    Stende la bruma il suo mantello e dal vecchio casolare si ode il canto di una civetta, ecco che il tempo per me si è fermato e tu traghettatore della sera conduci al silenzio ogni affanno.

    Liberami per sempre da queste catene portami lontano sulla prua delle tue galee, dove salpa il volo libero delle falene.

    Come un viandante esausto arrivo alla mia meta dove i mari si congiungono caldi all’orizzonte, dove la realtà si veste d’illusione, dove il fanciullo chiama a sé la mia passione e nel passato rivivo bei momenti che credevo persi o lasciati ma non dimenticati.

    Non correre sempre nel bisogno disperato di arrivare, fermati per una volta ad ascoltare, chi ti parla è la tua voce, come un gioco che hai trovato sulla strada dei ricordi.

    UOMINI PRIGIONIERI DELL’ODIO

    Un colpo di vento, quasi sfacciatamente, offre ai miei occhi rapiti dal tempo paesaggi lontani di verdi altipiani.

    Le Dolomiti, il più imponente spettacolo di boschi scintillanti e distese vallate, quasi ad alternarsi in un incantesimo infinito si perde e si espande come luce protesa a strapiombo su rocce taglienti dei nudi pendii.

    Si confonde nella paura l’ambiguo volto del silenzio e la mia mente tormentata chiusa, immobile si ferma e ritorna a quel maledetto 25 maggio 1915.

    Davanti a me spaventose fortezze dal Cherle, al Luserna fino al Belvedere si ergono maestose irte muraglie di cemento, dentro la vita, la sorte o la morte non fanno distinzione a uomini prigionieri dell’odio.

    Dai costoni acuminati rotolano sassi quando all’improvviso un urlo immenso, angoscioso sopraggiunge più forte, rabbioso e crudele fino a sfociare in uno schianto, in un nembo.

    Tutto intorno l’aria trema, avvolta da un turbinio di polvere, di pietre e ferro, infine una pioggia battente di schegge impazzite che lacera anime di colpi fendenti di compagni e nemici morenti.

    Nel vuoto rimbomba il grido di un soldato: “Per Trento basto io!”. Forte è chi cade, sussurra il coraggio a chi si è rialzato, ma io non posso cadere non ancora, non oggi.

  • Crociera in Dalmazia

    Crociera in Dalmazia

    Erano salpati il 3 agosto del 1992 da Porto Levante, per una crociera in Dalmazia, su un’imbarcazione del Commendatore, il quale possedeva un impero di stabilimenti tra Adria e Donada.

    La voce roca e sghignazzante del commendatore lo richiamò alla realtà. “Non sarà mica in pensiero per Tiziana! E’ andata in paese con le mie donne, ma vedrà che torna, sa?!”

    Gli dava fastidio che quell’idiota chiamasse sua moglie per nome, così come non sopportava che si prendesse talvolta confidenze con lei, fino al punto di fare apprezzamenti assolutamente volgari sulla sua bellezza.

    Il commendatore insistette: “Caro dottore, non so perché, ma mia moglie ha una venerazione per lei! Sostiene che nessuno psichiatra l’aveva mai capita prima. Poveretta, ormai è cotta di cervello! Deve starle vicino, sa?! Faccia tutto quello che c’è da fare. Il conto, poi… insomma, lo mandi a me, eh?! Nessuno scrupolo, d’accordo?!”

    Era sul punto di gridargli in faccia che il male di sua moglie era lui, per tutte le umiliazioni che le aveva inflitto, ma in quel momento comparve Vincenzo, il cuoco di bordo, con un vassoio d’acciaio, sul quale fumava una poltiglia di cibo inondante aromi acri per tutto il pozzetto. La gioia del commendatore per il fragrante piatto a base di datteri di mare fu incontenibile. Diede inizio ad una danza grottesca, le braccia alzate al cielo, emettendo ridicoli mugolii e cercando con gli occhi il consenso dei presenti. Solo Vincenzo abbozzò un sorriso, la cui interpretazione era tutta da approfondire.

    Si sentiva solo, come mai gli era capitato in tanti anni di crociera con la sua vecchia barca a vela; nemmeno Tiziana era più la stessa di allora. Sembrava quasi a suo agio in mezzo a questo branco di boriosi, il cui unico motivo di poterli annoverare fra gli appassionati di mare era legato alla proprietà di imbarcazioni incredibilmente costose. Non riusciva ancora a capacitarsi di come avesse potuto accettare un imbarco estivo con gente che già sapeva essere tanto diversa da lui. Era stata proprio Tiziana a fugare ogni dubbio: “è gente che conta, può servire per il tuo lavoro, e, poi, un modo come un altro per rivivere il nostro passato, no?!”…

    Già! Il nostro passato! Un passato di appena cinque anni fa! Vendere la barca era stato l’atto più triste della sua esistenza, ma la casa e i debiti per farla lo avevano costretto.

    Questa banchina… una volta gli era capitato di rimanerci accostato per quattro giorni, a causa della bora, e aveva consumato le scarpe di spago per andare ogni sei ore a leggere il bollettino meteo della Capitaneria…

    C’era un’aria diversa, allora, certamente più allegra. La guerra aveva rovinato tutto, anche quel minimo di dignità che aveva sempre riconosciuto a questa popolazione slava povera da secoli… Chissà dov’era la vecchietta che scendeva ogni giorno dalle alture dell’entroterra per vendere piccole mele verdi in sacchetti di plastica trasparente. Mille lire a sacchetto, che finiva in mare subito dopo la partenza: quelle mele selvatiche erano immangiabili. Tiziana lo rimproverava ogni volta di avere speso denaro per niente, ma gli sembrava quello, in un certo senso, un modo di chiedere scusa di trovarsi lì, in vacanza, con una barca il cui costo annuo di mantenimento superava il reddito decennale di quella gente… Alzò lo sguardo verso il tramonto, che stava appena iniziando, cercando istintivamente indizi per stabilire il tempo dell’indomani.

    “Questi slavi sono stupidi – intervenne alle sue spalle il commendatore – gentaglia senza voglia di lavorare. Guarda che meraviglia di posti che si ritrovano e loro ci pascolano le capre! Se mi danno una concessione, qui gli tiro su un villaggio da tre miliardi a stagione. Ah! Stupidi, ecco. E allora io mi diverto; alla fine della crociera voglio proprio vedere quanto sarò riuscito, ogni giorno, a pagar meno i loro datteri! Queste sì che sono soddisfazioni, cari miei!”

    Il silenzio di qualche attimo che seguì la sanguigna irruenza di quel discorso, gli parve una piccola vittoria dell’umanità. Distogliendo gli occhi da quello strano “armatore”, che masticava felice un grosso pezzo di pane intriso di sugo, s’accorse che una persona, sul bordo della banchina, a mezzo metro dalla barca, stava attirando attenzione con un gesto del braccio.

    Doveva avere quasi ottant’anni, l’aspetto dimesso, ma solo negli abiti, perché dagli occhi traspariva un qualcosa di più di una superficiale abitudine al pensiero. Capì che era proprio lui il destinatario del richiamo di quell’uomo e gli si avvicinò, appoggiando la coscia su un punto di forza della battagliola.

    “Signore, può guardare francobolli da collezione? Voglio vendere, ho bisogno” e gli porse, aprendolo a caso, un vecchio album a fogli grigi e spazi prestampati, con qualche piccola voluta in stile liberty, come si usava un tempo. Appiccicati, a scacchiera irregolare, francobolli, tutti monocromatici, dall’aspetto antiquato.

    Di tutto si sarebbe aspettato, meno che di dover sfogliare un album di francobolli in un porticciolo sperduto della Dalmazia e, per questo, si ritrovò un mezzo sorriso fra le labbra. Raccogliere francobolli era stata la sua grande passione da ragazzo, poi abbandonata, perché travolta dai fatti della vita. A quindici anni sapeva tutto su tutti i francobolli del mondo, perché non c’era stampa filatelica che non avesse consultato con attenzione. Ancora adesso, pur non essendo più né collezionista, né tantomeno investitore, acquistava dei cataloghi e curiosava sull’andamento di alcune emissioni rare, che un tempo aveva sognato di possedere.

    “La ringrazio, ma non colleziono francobolli”, rispose con garbo, anche se a capo chino su quel classificatore che aveva cominciato a sfogliare.

    “Prego, controlli, pezzi di valore! Ho bisogno!” L’uomo si esprimeva abbastanza bene in italiano e la cadenza impressa era sì supplichevole, ma non fastidiosamente implorante.

    Anche se sapeva che non avrebbe comprato nulla, gli sembrò poco cortese non osservare almeno cosa l’altro gli stava offrendo. Sfogliò una decina di pagine e non ci mise molto a comprendere che si trattava di una collezione di tutto rispetto: occupazioni militari e amministrazioni postali temporanee del Montenegro, periodo seconda guerra mondiale. In qualche pagina vi erano addirittura buste originali con tanto di timbri dell’epoca. Senza listino tra le mani era difficile stabilire con precisione il valore complessivo, ma solo quel rosa-salmone di posta aerea italiana, sovrastampato in tedesco, del 1943, doveva valere almeno venti milioni di lire. Osservò in faccia quel vecchio.

    “Questi francobolli valgono molto, io non ho tanti soldi per te!”

    “Fai offerta tu!”

    “Ma no, no… valgono troppo, tu non devi darli via così. Dai a me una fotocopia o un elenco e io vedo di farteli vendere in Italia, allora guadagni!”

    “So… ma troppo tempo… Io ho bisogno… ora!”

    “Gli offra centomila, dottore, che glieli lascia!”. La voce roca del commendatore lo colpì alle spalle come una frecciata. Si era scordato della sua presenza….

    “No, non si può fare…. Dammi retta” – disse al vecchio – “procurami l’elenco del tuo materiale ed io vedo di vendertelo presto. Lasciami anche il tuo nome e l’indirizzo, dove possa comunicarti cosa riesco a realizzare”.

    “Se non li prende lei, dottore, gli offro io duecentomila lire!” Si intromise ancora l’armatore.

    Il vecchio osservò con vivo interesse il commendatore, le sue labbra parvero atteggiare un mezzo sorriso e le mani stavano già muovendosi per riprendere e porgere nuovamente il classificatore. Passarono lunghi secondi e tutti e tre si osservarono l’un l’altro, come in attesa di sapere chi avesse deciso per primo.

    “Aspettatemi qui un attimo!” Aveva parlato quasi seguendo un istinto.

    Tenendo stretto il classificatore entrò sotto coperta, attraversò la dinette, infilò la porta della cabina che era stata destinata a lui e a sua moglie, frugò nel borsello che stava sulla retina sopra la sua cuccetta, estrasse dal portafoglio due biglietti da centomila lire e tornò di corsa in pozzetto.

    “Tieni, sono tuoi!” disse infilando le due banconote fra le pagine del classificatore e porgendo tutto insieme.

    “Dottore, cosa fa! La collezione, adesso, è sua!”

    Il vecchio annuì e stava già recuperando per sé solo i soldi.

    “Va via!” – gli urlò in faccia – “se non vuoi che chiami la polizia!”

    Lo vide allontanarsi spaventato, affrettando il passo quanto più poteva.

    Gli occhi del commendatore lo stavano osservando increduli, ma quel leggero movimento di labbra indicava solo un grande disprezzo.

    “Adesso capisco perché riesce a parlare con quelli che hanno il cervello cotto! E’ fatto anche lei della stessa pasta!” Osservò sarcastico. Gli girò le spalle e si allontanò chiamando Vincenzo.

  • Maddalena, il fumetto

    Maddalena, il fumetto

    SIGNOR COLONNELLO, IL SUO AEREO E’ PRONTO AL DECOLLO, MOTORE GIA’ RISCALDATO. IL CAPITANO CECCONI E IL MOTORISTA L’ATTENDONO IN LINEA DI VOLO

    GRAZIE, TENENTE, INDOSSO TUTA E CASCO E LI RAGGIUNGO

    DIMENTICAVO, QUALCUNO SOSTIENE DI AVER VISTO A BORDO UNA MASCOTTE, E’ SUA?

    NO, MAI AVUTA

    SARA’ UN GATTO, ADESSO LO MANDIAMO VIA

    VUOI VEDERE CHE E’ TORNATA?

    ECCOLO… SIAMO PRONTI, COMANDANTE

    BENE, SIGNORI, PARTIAMO. AVETE SBARCATO IL GATTO?

    ECCO L’ MS 64 BIS! SPLENDIDO MEZZO SPERIMENTALE, BICODA E TUTT’ALA. CON LA NUOVA ELICA IN ALLUMINIO A PASSO VARIABILE. DEVE RICONQUISTARE IL PRIMATO DI DISTANZA

    UN GATTO!? MAI VISTO NULLA DEL GENERE

    NON CI RISULTA NULLA DI STRANO, COLONNELLO

    L’MS 64 BIS VIENE SPINTO IN LINEA DI VOLO

    L’AEREO SPICCA IL VOLO DALLA PISTA IN DISCESA DI CINISELLO PER RAGGIUNGERE ROMA E DI LI’ AVREBBE SORVOLATO MEZZO MONDO PER ATTERRARE IN MESSICO. AI COMANDI C’E’ MADDALENA

    SUBITO DOPO IL DECOLLO

    DOBBIAMO TESTARE ANCHE LA NOSTRA CAPACITA’ DI DORMIRE A COMANDO NEL VIAGGIARE. PRENDI I COMANDI, CECCONI, E PORTACI A ROMA. PROVO A DORMIRE

    HEILA’! SVEGLIA, AMICO, SVEGLIA! DEVI GIOCARE CON ME… NON LO RICORDI PIU’?

    AH…. SEI QUI? ERI TU IL GATTO?

    MI SPIACE, CARA… HAI SBAGLIATO QUESTO E’ UN VOLO DI TRASFERIMENTO,

    SBAGLI TU E LO SAI BENE! IL NOSTRO PATTO PREVEDE CHE SIA IO A STABILIRE QUANDO GIOCARE… NON TU!

    IO SONO TUTTO E NESSUNA! DONNA, GATTO, OGGETTO… LO SAI!

    E ADESSO CHE FAI!? TI TRASFORMI!? SEI SEMPRE LA STESSA

    MA INSOMMA, COSA VUOI? GUARDANDOTI ADESSO MI VERREBBE VOGLIA DI GIOCARE BEN ALTRA FATICA

    COME AL SOLITO TI APRO LE CARTE! DEVI SCEGLIERNE UNA, MA NON DOVRAI PRENDERE “L’APPESO”!

    A TE LA SCELTA

    TI RINFRESCO LA MEMORIA

    PILOTANDO IL PRIMO IDROVOLANTE SULLE ALPI TI HA PORTATO FORTUNA RACCOGLIERE “LA REGINA”

    LA PRIMA VOLTA CHE ABBIAMO GIOCATO ERI IN CROCIERA… AI CARAIBI… TE NE STAVI AL SOLE MENTRE IN ITALIA SI COMBATTEVA. TI SEI SALVATO SCEGLIENDO LA CARTA DELLA “TEMPERANZA”

    QUANDO HAI CONTROLLATO IL MARE ADRIATICO CON LA NAVE PORTA IDROVOLANTI “EUROPA” HAI TIRATO SU “LA TORRE”

    DIMENTICAVO: QUANDO HAI PRESO IL BREVETTO DI PILOTA SU UN F.B.A. ORMAI DA BUTTARE, TI SEI SALVATO CON “IL CARRO”

    VOLANDO SULLA RUSSIA HAI BEN RACCOLTO LA CARTA DELLA “FORZA”

    SUI FIUMI SLAVI, NEL RAID DEI BALCANI, TI E’ ANDATA BENE ANCORA UNA VOLTA, HAI PRESO “LA PAPESSA”

    SULLA GRECIA SEI STATO GRAZIATO DALLA CARTA “DELL’EREMITA”

    AL POLO NORD, NELLA BAIA DEL RE, QUANDO HAI TROVATO UMBERTO NOBILE E LA SUA TENDA ROSSA HAI PESCATO “GLI AMANTI”. TI HO VISTO ESITARE FRA DUE CARTE E NON POTEVI IMMAGINARE CHE RISCHIO HAI CORSO!!

    HAI SCELTO BENE “LE STELLE” ANCHE NELLA CROCIERA AEREA DI BUENOS AIRES! ADESSO DEVI SCEGLIERE ANCORA UNA VOLTA

    ECCO… VOGLIO QUESTA

    ASPETTA! … LA ALZO IO, COME AL SOLITO

    MIO CARO… PRIMA O POI DOVEVA ACCADERE… “L’APPESO” !!! NON TI HO VISTO ESITARE COME LE ALTRE VOLTE

    COMUNQUE TI LASCIO IL TEMPO DI FUMARE L’ULTIMA SIGARETTA

    MI SPIACE, PERO’! SPERAVO DI POTER ANCORA GIOCARE CON TE…. CIAO… ANZI NO…. TI PORTO CON ME!

  • Maddalena, la verità e il fumetto

    Maddalena, la verità e il fumetto

    Nel fumetto vengono ricostruite fantasiosamente le ultime ore di vita del pilota Umberto Maddalena (1894-1931) legandole alla scelta di una “mortale” carta dei tarocchi. Quasi tutti i piloti d’aereo sono degli incalliti superstiziosi, e va considerata, soprattutto all’epoca, la diffusa abitudine di identificare la morte con una donna che può apparirti quando meno te l’aspetti, sotto qualsiasi sembianza di donna o di animale, per costringerti a giocare con lei, lasciandoti poche probabilità di vincere qualche altro giorno di vita.

    Figlio di Ettore, medico e rinomato botanico, e di Francesca Bianchi, insegnante elementare, Umberto Maddalena nasce il 14 dicembre 1894 a Cao de Sora, nell'allora Comune di Bottrighe, oggi frazione di Adria, in provincia di Rovigo. Qui trascorse l’infanzia fino al trasferimento, nel 1900, a Pettorazza Grimani per l'attribuzione al padre della condotta.

    Frequentò il Collegio Menegatti, in Rovigo, manifestando passione per macchine e navi. A Venezia, sedicenne, ottenne il diploma di Capitano di lungo corso. Entrato in marina, s’imbarcò su un brigantino che trasportava sale in America del Sud e poi sul veliero Mascotte. Si trovava a Buenos Aires quando, il 24 maggio 1915, l'Italia entrò in guerra contro l'Austria-Ungheria.

    Rientrò in Italia appena possibile, scoprendo di essere stato dichiarato disertore da mesi. Il console italiano a Buenos Aires dichiarò che non era stato possibile sostituirlo come primo ufficiale a bordo del Mascotte. Arruolato nella Regia Marina completò gli studi presso l'Accademia Navale di Livorno e fu nominato Guardiamarina di complemento. Accettò la proposta di prestare servizio nell'Aviazione di Marina.

    Dal giugno 1916 frequentò la Scuola di Volo di Sesto Calende, conseguendo il brevetto su un idrovolante FBA. Fu destinato all'idroscalo di Brindisi, che controllava il Canale d’Otranto. Venne insignito di tre Medaglie d'argento e una di bronzo al valor militare, due Croci di Guerra e numerosi altri riconoscimenti.

    Dopo la guerra decise di rimanere nell’Aviazione di Marina; nell'agosto 1919 partecipò alla prima missione a lungo raggio con impiego di idrovolanti, raggiungendo Amsterdam per partecipare all'Esposizione Internazionale Aviatoria e proseguendo poi per la Svezia dove addestrò dei piloti svedesi.

    Effettuò missioni con voli allora considerati eccezionali raggiungendo Svizzera, Germania, Paesi Bassi, Danimarca, Svezia, Finlandia e Russia. Nel 1925, alla guida di un idrovolante Macchi M.24, si rese protagonista di un importante raid dai Balcani alla Germania, facendo conoscere i prodotti aeronautici italiani. Nel suo equipaggio vi era Guido Mattioli, del Corriere della sera, che nel 1938 pubblicherà il libro In volo con Umberto Maddalena. Effettuò altre crociere aeree in Europa e fu consulente tecnico della società Aeroespresso.

    Nel 1928 partì da Orbetello con un Savoia-Marchetti S.55A alla ricerca dei naufraghi del dirigibile Italia comandato dal Generale Umberto Nobile, dispersi nell'Artico; riuscì a trovarli effettuando rifornimenti di viveri e medicinali e rendendo possibile il loro salvataggio.

    Nel 1929 conquistò il record del mondo di durata in volo. Ebbe un ruolo fondamentale nell'organizzazione della Crociera aerea transatlantica Italia-Brasile, alla quale partecipò con l'S.55A matricola I-MADD, venendo insignito di Medaglia d'Oro al Valor Militare.

    Il 19 marzo 1931 Maddalena rimase vittima dell'esplosione in volo del suo S.64 Bis, aereo con il quale doveva tentare un record di distanza fino al Messico. L'incidente avvenne durante un normale volo di trasferimento. Rimasero uccisi anche gli altri due uomini dell’equipaggio; il capitano Fausto Cecconi e il motorista Giuseppe Da Monte. Il corpo di Maddalena non venne mai rinvenuto.

    La commissione di inchiesta ipotizzò la rottura della coda a causa di oscillazioni irregolari, ma anche l'esplosione di vapori infiammabili accumulatisi con le esalazioni del combustibile. Maddalena era un irriducibile fumatore e non riusciva ad astenersi neppure durante il volo: risultò compatibile una detonazione per ignizione a causa dell'accensione di un fiammifero.

  • Arte alla Casa Albergo

    Arte alla Casa Albergo

    Dal mese di settembre 2016 gli ospiti e i visitatori della Casa Albergo per Anziani di Lendinara possono ammirare le opere provenienti da una pregevole donazione di carattere artistico. Nel corso della Settimana dell’Anziano, tra le altre iniziative, è stata infatti inaugurata presso la sala Polivalente “Silvestro Camerini” l’esposizione permanente di diciotto pregevoli incisioni. Un’operazione frutto di un laborioso progetto consistente nella donazione da parte del professor Guido Signorini, titolare dello Studio d’Arte GS Galleria Signorini, accolta con entusiasmo dal direttore della struttura lendinarese Damiano Mantovani e dal presidente Renzo Smolari.

    La prestigiosa acquisizione – testimone della sensibilità estetica dell’Ente nei confronti di una tecnica che da cinque secoli conserva la straordinaria attualità di un linguaggio artistico dalle infinite soluzioni narrative – comprende le opere di diciotto artisti italiani selezionati da Guido Signorini per la qualità della produzione, ulteriormente attestata dai ricchi curriculi espositivi e biografici di ognuno. Rosario Amato, Ermes Bajoni, Flavia Belò, Teodoro Cotugno, Dario Delpin, Franco Donati, Gianni Favaro, Alberta Grilanda, Bonizza Modolo, Toni Pecoraro, Paolo Petrò, Nella Piantà, Liliana Santandrea, Luciano Schiavo, Carla Semprebon, Vito Tumiati, Roberta Zamboni, Marina Ziggiotti, hanno generosamente accolto la proposta di sintetizzare, in territorio polesano, il florido panorama nazionale della grafica d’autore.

    Nella molteplicità delle tematiche, interpretate con differenti tecniche di realizzazione, le felici metamorfosi del segno evidenziano le singolari abilità degli autori senza tuttavia sovrastare l’impatto sobriamente emozionale di eleganza e raffinatezza delle opere. Un evento decisamente significativo per la città di Lendinara, un contributo destinato ad arricchire il patrimonio artistico presente presso la struttura e a favorire il processo di promozione culturale in uno dei luoghi cittadini maggiormente condivisi.

    Presso la Casa Albergo lendinarese, la sala delle riunioni, sede della neonata pinacoteca, è intitolata al Cav. Commendatore Silvestro Camerini (Castel Bolognese 1797 – Padova 1866) il quale, attraverso lasciti e legati, fu benefattore verso Congregazioni di carità, Istituti religiosi, Ospedali, Case di Ricovero e Scuole. Esattamente 170 anni fa l’illuminato benefattore attuò il primo fondamentale intervento per la realizzazione di una struttura di accoglienza per anziani. In data 8 dicembre 1846, acquistò infatti dal demanio dello Stato l’antico monastero degli Olivetani a favore della Commissione di Beneficenza del Comune di Lendinara per l’istituzione di una Pia Casa di Ricovero, secondo la volontà del defunto Paolo Fasiol. Successivamente, il 10 settembre 1850 trasferì nella Commissione di pubblica Beneficienza di Lendinara “l’usufrutto a titolo gratuito di uno Stabile della rendita di £. 193.28 del calcolato valore di £. 8464.80 sulla cui metà che è di £. 4232.40 si è commisurata l’imposta”.¹

    Da allora la struttura lendinarese è sempre rimasta attiva, attuando forme di accoglienza ed assistenza per persone anziane. Ma solo nell’ultimo ventennio si è qualificata come riferimento di eccellenza a livello Veneto, puntando, oltre che sull’assistenza, anche su gradite forme di animazione per gli ospiti, dando vita inoltre ad iniziative di promozione di eventi d’arte.

    L’attuale esposizione permanente presenta dunque un importante valore aggiunto. A corredo del materiale esposto e allo scopo di offrire opportunità di approfondimento circa le tecniche artistiche utilizzate, è stata predisposta una cartella contenente la metà delle opere, la quale sarà completata in tempi brevi.

    Al di di là delle personali percezioni, che rappresentano l’elemento determinante ai fini di un’ immediata valutazione, l’osservatore meno frettoloso potrà maggiormente interagire con l’opera mediante l’acquisizione dei fondamenti di grammatica e sintassi visive ed esplorare le metodologie relative a questo tipo di raffigurazione che, come già accennato, richiede artisti d’elezione.

    Oltre a una xilografia, per la maggior parte si tratta di opere realizzate con il metodo di incisione indiretta ad incavo: acqueforti e acquetinte; due di esse, puntasecca e maniera nera rappresentano invece pregevoli esempi della tecnica incisoria diretta, nelle quali paesaggi, nature morte, riferimenti a personalità del passato e tematiche dalla drammatica attualità, iconicamente e concettualmente riprodotti, testimoniano le peculiarità stilistiche di ogni artista.

    In questa operazione culturale va sottolineato il generoso impegno del professor Guido Signorini, lendinarese, conduttore della Galleria, Studio d’Arte GS e EGS Editrice presso Palazzo Laurenti, al civico 35 di via Conti in Lendinara. Operatore culturale a tutto tondo per le sue attività di gallerista, critico e storico dell’arte, scrittore di prosa e poesia, ha avviato la Galleria con l’obiettivo di rivalutare in particolar modo l’Arte polesana attraverso importanti (ma a volte trascurate) figure del Novecento quali Minassian e Chendi, per citarne solo alcune. Oltre al Museo d’Arte Contemporanea del Novecento, negli spazi della sede è presente la sezione espositiva delle “Carte d’Artista”, opere d’arte su carta realizzate con varie tecniche, pubblicate dalla Casa Editrice EGS che si occupa anche di saggi d’arte, narrativa e poesia.

    La vasta selezione di artisti presenti nelle opere pittoriche, grafiche, scultoree e fotografiche, è ulteriore conferma dell’attenzione di Guido e della moglie Giacomina Cuccolo verso le molteplici forme espressive dell’arte e di una passione che, proprio perché autentica, sa avvicinare sensibilità diverse nella ricerca del bello.

  • Giovanni Trevisan, pittore… e altro

    Giovanni Trevisan, pittore… e altro

    Il look è quello di un patriarca, dominus de “La Colombara”, una corte storica, che sorge non lontano dal Po in quel di Occhiobello: più precisamente nella popolosa frazione di S. Maria Maddalena, da cui però il complesso architettonico è discosto, lungo la via Piacentina che porta a Fiesso Umbertiano.

    Il personaggio – capelli canuti, mossi ed inanellati fino alle spalle, volto abbronzato, segnato da solchi che fanno pensare ad una molteplicità di esperienze, unitamente alla determinazione nel progettare e nel fare – si presenta quasi come un’icona vivente di tempi eroici, quando vissero grandi artisti, quali Michelangelo, Leonardo, o Caravaggio, per citare quelli da lui più amati.

    Stiamo parlando di Giovanni Trevisan, Gianni per gli amici, una sorta di demiurgo nell’antica corte, già dimora, a cavallo tra Sette e Ottocento, di Carlo Cavriani, al tempo proprietario anche di una flottiglia di mulini sul Po, nonché personaggio legato alla Carboneria.

    Questo ambiente, che rimanda a intrepide vicende storiche e a mitiche presenze, è stato fatto rinascere una ventina di anni fa dall’arch. Trevisan con l’idea di attivare un centro di accoglienza e di studio, dando vita nel contempo ad un importante polo per attività sportive e ricreative.

    E in questo luogo, in cui passato e futuro hanno trovato un solido punto di equilibrio, c’è uno spazio particolare dedicato alla pittura, attività che occupa un posto non secondario nel cuore e nei pensieri di Giovanni Trevisan. Il quale, nonostante abbia raggiunto già da tempo l’età della pensione, è tuttora impegnato nell’attività di progettazione, curando, fra le altre, un’importante iniziativa nell’isola di Malta.

    La pittura dunque, come momento creativo e balsamo per uno spirito mai domo, sempre pronto a spaziare ben oltre i confini del Polesine. La pittura come mezzo per attingere al mondo della fantasia, per realizzare immagini suggestive in grado di appagare in primis l’autore ma sicuramente anche quanti ad esse si accostano.

    Quello che Gianni Trevisan mette sulla tela è mondo sospeso tra realtà e sogno, un mondo che spesso ha un nome ben preciso, noto in ogni continente per la particolarità del suo essere: Venezia, la “serenissima”, città fatta di fantastiche architetture sorgenti dalle acque; città ove realtà e mito si fondono e dove, fra l’altro, vanno cercate le stesse origini di Gianni Trevisan che proprio a Venezia ha a lungo vissuto dirigendo un fiorente studio di architettura. C’è chi ha paragonato Trevisan a Canaletto per le sue ampie vedute veneziane. Paragone solo parzialmente vero, legato proprio alle suggestive immagini della città dei sogni; con una sostanziale differenza: Canaletto dipingeva in loco, con grande attenzione al reale da riprodurre nella tela; Trevisan dipinge per lo più a memoria, riportando nel quadro l’incanto delle architetture piuttosto che la realtà particolare. Le opere dell’artista dimorante alla Colombara propongono infatti spesso fascinose immagini di scorci veneziani impressi nella sua mente, con l’aggiunta di presenze di fantasia: per lo più figure femminili dai corpi nudi, spesso dalle forme abbondanti, che fanno pensare a raffigurazioni michelangiolesche.

    Emblematico a tal proposito il dipinto dedicato alla magnifica piazza di San Marco, con la secolare basilica sullo sfondo: in primo piano, sulla destra, una accosciata presenza femminile dalle forme generose, che sembra in procinto di alzarsi per fuoriuscire dal quadro; verso sinistra, leggermente arretrati, i quattro cavalli, magicamente scesi dal terrazzo della cattedrale, reinventati vivi e scalpitanti nella piazza deserta.

    Un’immagine dalle suggestioni metafisiche, che però rimanda alla pittura classica. Non a caso infatti sono i grandi del Rinascimento a costituire i riferimenti culturali ed emotivi sedimentatisi nell’animo di Trevisan, il quale si manifesta indifferente e critico nei confronti degli sperimentalismi e delle correnti del ‘900. Anche se forse nel suo operato possiamo trovare influssi del movimento pittorico dell’Espressionismo fiorito a cavallo tra Otto e Novecento. E ciò sia per l’idea che la pittura deve essere prima di tutto “espressione” dell’animo dell’artista, sia ancora per la pregnanza dei segni e la predilezione di colori vivaci. Un’evidenza questa che balza agli occhi in particolare nel quadro che raffigura il mitico rapimento di Europa da parte di Giove fattosi toro.

    In ogni caso Trevisan non è personaggio da farsi incasellare all’interno di un movimento o di una corrente di pensiero: spirito libero ed anticonformista, l’artista della “Colombara” trova nella pittura un magico mezzo di espressione con cui realizzare visioni e sogni. E, a dispetto dell’avanzare dell’età, non mancano nuovi progetti. Tra i quali quello, in fase di realizzazione, di raccogliere le sue tele in un ambiente appositamente individuato presso la Colombara, aggiungendo anche la documentazione dei suoi progetti architettonici, nonché la raccolta di vari studi compiuti da giovani architetti che con lui si sono confrontati per le loro tesi di laurea… ed altro ancora.

    L’idea è quella di dare vita ad una sorta di innovativo Museo-laboratorio, aperto agli studiosi e più in generale alle persone di buona volontà che possono qui sostare in piena autonomia per accedere alle documentazioni presenti, ma anche navigando in internet per portare la mente a nuovi inesplorati approdi.

  • Andrea Pirani ai Concordi

    Andrea Pirani ai Concordi

    Dopo il successo di una articolata esposizione nelle sale del chiostro di San Bartolomeo, Andrea Pirani ha presentato in Accademia dei Concordi una piccola mostra dei suoi ultimi lavori e di due opere donate alla stessa Concordiana. E questa donazione assume anche un valore altro, riallacciandosi a una tradizione, ahimè, perduta, quando cioè artisti di fama e di interesse lasciavano, al termine di una esposizione nelle piccole sale dell’Accademia dei Concordi, un’opera, che andava ad arricchire le collezioni della pinacoteca.

    Andrea Pirani è artista giovane, non d’età ma di temperamento, come dicono in Spagna. E questa giovinezza artistica impastata di curiosità ed entusiasmo e soprattutto fiducia nel colore caratterizza una produzione che è ormai consistente ed è, per così dire, in movimento, nel senso che si rinnova in continuazione, rinascendo ogni volta da se stessa.

    La forma si può raggiungere a condizione di una perdita di quello che si credeva definitivo. È anche per questo che le opere di Andrea Pirani si collegano e si richiamano l’una con l’altra, giocando su piccole variazioni e digressioni e, sempre, sulla eccitazione del colore, in una trama continua di accostamenti e separazioni, lasciando campo libero all’informale, ma con un’acuta nostalgia della figura. Così, poco per volta, quelle forme, dilapidate in certi furori cromatici, riappaiono quasi di sottecchi, tanto che non è sempre facile riconoscerle, perché si tratta di sembianze e figure illusorie, allusive, sogni dissolti, fughe e ripensamenti. E proprio queste sembianze e figure diventano la chiave di lettura del senso stesso dell’opera e del suo disporsi. Con queste sue opere (alcune di grandi dimensioni e tutte realizzate dipingendo su fogli poi applicati su un diverso supporto) l’artista ci accompagna lungo il percorso di una forma ormai logorata dal rapporto con una società in crisi che, gradualmente, si dissolve e si perde, per poi essere riconquistata, dopo una serie di attraversamenti,

    Emerge subito il senso di una essenzialità visiva, solo apparentemente confusa, ma strutturalmente connessa a una concezione ironica e dinamica dell’esistenza, che si rivela in una gestualità, che tuttavia lascia poco respiro al caso e all’improvvisazione. L’alternanza tra segno segreto e colorismo acceso e incontenibile, esprime l’atteggiamento e l’anima stessa di un artista esuberante ed entusiasta, che nella pittura ritrova e sfoga gli impulsi del cuore.

    Macchie, colature veloci, aggressività cromatiche ridefiniscono lo spazio che stenta a contenere un movimento ininterrotto, che gioca su continui rimandi.

  • Il poeta Ernesto Dioniso

    Il poeta Ernesto Dioniso

    È sempre vivo il ricordo di Ernesto Dionisio, filosofo, scrittore, poeta in lingua e in vernacolo, poliglotta, traduttore, interprete, autore di una ventina di opere tuttora inedite, scomparso due anni fa.

    In qualità di traduttore e interprete aveva curato per molti anni i rapporti con l’estero per la ditta Suriani e per altre importanti aziende del territorio. Aveva prestato, inoltre, la sua collaborazione in Prefettura, alla Camera di Commercio, in tribunale e in procura, traducendo documenti ma operando anche in simultanea, in studi legali, in aziende polesane interessate a promuovere i loro prodotti all’estero.

    Il giorno successivo alla sua morte sul quotidiano “La Voce” è apparso un lungo articolo nel quale Ernesto Dionisio veniva definito “uno degli ultimi personaggi della vecchia Rovigo”. Era un vero erudito, leggeva i poeti greci e latini in lingua originale, così come le opere di scrittori tedeschi, russi, inglesi, francesi, slavi. Oltre che studioso e linguista, Ernesto Dionisio era scrittore di valore e poeta di rara sensibilità e arguzia.

    Amico fraterno del poeta Angelo Savaris, collaborava con i suoi scritti all’Almanacco e all’Arcifiera.

    Ernesto Dionisio era mio zio, e quando veniva a trovarmi era piacevole parlare di poesia e di letteratura con lui e con gli altri amici: il prof. Flaminio De Poli, mons. Armando Ottoboni, il prof. Gaetano Romanato e sua moglie, il prof. Michele Nasilli, il prof. Spadon, Gianni Sparapan, Giovanni De Pascalis (scomparso in questi giorni) e tanti altri amici scrittori del Polesine che purtroppo non ci sono più. Ricordo che gli brillavano gli occhi e s’infervorava quando si commentavano le opere dei nostri autori preferiti.

    Mi piaceva, da bambina, ascoltare mia madre, poetessa anch’essa, parlare della poesia in lingua veneta, con lo zio. Entrambi possedevano una sensibilità profonda, erano ambedue legati alle memorie della loro infanzia e della vecchia Rovigo, alle macchiette, ai luoghi e alle figure del Polesine di un tempo. Zio Ernesto amava inoltre fare lunghe passeggiate in campagna, osservare la natura, i comportamenti dei piccoli animali; s’incantava dinanzi ai colori dei tramonti.

    Nell’aprile 2009 il Gruppo “Autori Polesani”, in collaborazione con il Comune e la Provincia di Rovigo, organizzò a Palazzo Casalini un incontro letterario dedicato ai racconti e alle liriche in vernacolo ispirati alle usanze polesane di Ernesto Dionisio. Tantissimi amici vennero in quell’occasione ad applaudire le sue opere.

    Era un sognatore, Ernesto, un idealista, un poeta anche nella vita di tutti i giorni. Possedeva la spontaneità e la fragilità di un bambino unite alla ricchezza interiore di un grande saggio.

    GLI ANNI

    Sono nella terra perduta della memoria, dove gli alberi non hanno più foglie, dove le città, sono quelle dei Maia e l’edera copre la statua del Dio della pioggia.

    Qui, nella terra perduta, nulla è più agitato del vento ed i mulini sono quelli di don Chisciotte.

    Solo dune, solo deserti, e sabbia, sabbia tanta sabbia.

    La memoria fiore senz’acqua, talea senza radici, lampada che ha bruciato tutta la notte, sbarbaglia, ormai senz’olio, e fa solo fumo.

    L’amata sorella Luisa e il cognato Graziano Secco, con amore e dedizione, hanno raccolto le poesie in lingua e in dialetto e i testi in prosa dello zio e li hanno rilegati in tanti volumi. Bello sarebbe che venissero pubblicati in quanto costituiscono un patrimonio prezioso di memorie polesane e di figure ormai scomparse.

    L’AMICIZIA

    Oh fiore delicato, tu non cresci in tutti i giardini e hai bisogno di tanta acqua per non inaridire.

    Temi i venti, ma anche la tempesta, che ti piegano il gambo e ti fanno perdere i petali.

    Eppure tu, fragile soave fiore, che non ami la nebbia, né la brina, né la grandine, non conosci l’inverno: sei sempreverde!

    Il tuo profumo è come un richiamo per chi si avvicina e tu vivi per darlo agli altri.

    Ma chi ti coglie e non ti sa conservare al mondo ha ancora molto da imparare!

    Numerose liriche dell’autore sono pervase di nostalgia, nostalgia per un passato che non può ritornare, per i luoghi, le voci, i profumi di un tempo lontano. “Che cosa resta?- ha scritto Dionisio – Ben poco. Quasi nulla. Il profumo del fieno, appena falciato, non è più il profumo di allora…”

    Era il maggiore di quattro fratelli, dopo di lui venivano Lucia, Wanda e Maria Luisa. La casa in via Cavallotti dov’era nato Ernesto era quella dove aveva vissuto il poeta Gino Piva. Durante la guerra ci fu un bombardamento che rase letteralmente al suolo la grande dimora. Fortunatamente nessuno della famiglia Dionisio al momento del bombardamento si trovava nell’abitazione. Persa la loro casa i Dionisio furono costretti a vivere da sfollati. Furono ospitati da una parente e dovettero fare i conti con la forzata convivenza con un comando tedesco che aveva requisito il piano superiore dell’abitazione.

    Terribile fu l’esperienza di quegli anni. Ricordo che le edizioni ERI RAI pubblicarono in un volume i ricordi di guerra di mia madre che fu intervistata da Enza Sampò durante la trasmissione Rai intitolata “La mia guerra”. Anche lo zio Ernesto fu segnato in modo profondo dalla guerra e, in tanti suoi racconti, ricorda quel periodo: la fame, la paura, i bombardamenti, la vita da sfollati.

    Leggendo le liriche di Dionisio ci si rende conto che egli aveva assimilato il proprio mondo spirituale confrontandolo coll’insegnamento della vita.

    Scrivere per lui significava fare una sosta fuori dal tempo che logora e stordisce, per dare voce, in silenzio, al suo pensiero sulla condizione umana, sul tempo, sulla natura, sulla vita. Con i suoi racconti e le sue liriche ha raccontato la saggezza antica dei nostri vecchi, la loro profonda umanità. Ha raccontato la sua storia d’uomo, solitario e pensoso, sempre teso alla ricerca del Vero.

    LE SIEPI

    Oh quelle belle siepi e i cespugli e i filari di viti lungo il fosso della mia strada! E quante fermate andando a scuola.

    Un grappolo d’uva, una pesca, una pera, un fiore, una bacca… la cartella sempre piena e a scuola, sotto il banco, a sgranellare.

    E quel pettirosso, sempre lì, nel cespuglio, con il suo cippettio a cercare qualche formica o qualche insetto per il solito pranzetto.

    E quel fosso sempre pieno di rane e di pesci e d’inverno gelato, delizia per le gare alla scivolata più lunga.

    Lo scolaro è sempre qui, ma la strada non c’è, la siepe non c’è, il cespuglio non c’è e neppure il pettirosso…

    Se nessuno mi chiama poeta lasciatemi dire chi sono; sono l’ultima foglia della bella siepe che più non c’è.

  • Le strade raccontano la storia

    Le strade raccontano la storia

    Il 4 Novembre del 2016 in varie parti d’Italia sono stati ricordati i 50 anni della grande alluvione che nel novembre del 1966 ha afflitto diverse comunità. Di solito vengono citate le grandi città colpite – in particolare Firenze e Venezia – mentre il Basso Polesine raramente viene menzionato, nonostante i gravissimi danni che ha subito.

    Il Comune di Porto Tolle, per commemorare un avvenimento così catastrofico per la vita e per l’economia dei suoi cittadini, oltre a ricordarlo attraverso diverse manifestazioni nel corso di questo anno, ha deciso di raccontare la storia di quei giorni difficili e dei suoi protagonisti principali, attraverso un progetto che si intitola “LE STRADE RACCONTANO LA STORIA”. Si tratta di un percorso cicloturistico che da una parte invita a conoscere la storia del territorio – con particolare riferimento ai giorni della tragica rotta – e dall’altra ad ammirare le bellezze naturalistiche e paesaggistiche dell’ambiente del Delta.

    Il progetto è stato messo a punto, grazie all’idea dell’assessore al Turismo del Comune di Porto Tolle, Michela Ferrarese: si è dunque intrapresa questa avventura, di ripercorrere i luoghi principali coinvolti dalla alluvione direttamente sul territorio Comunale, attraverso percorsi ciclabili che si snodano nell’Isola della Donzella e nell’isola di Ca’Venier.

    La responsabile del progetto, è la studentessa in Archeologia Perla Modena (autrice del presente articolo) curatrice del libro “Anton Francesco Farsetti Padre dell’Isola della Donzella” e collaboratrice e volontaria, presso il museo della “Civiltà Contadina e della Pesca” del Comune di Porto Tolle, che ha ricostruito i fatti attraverso una ricerca storica e fotografica.

    Il progetto parte dall’istanza di superare il rischio di perdere una memoria storica, dato che è sempre più difficile trasmettere alle nuove generazioni le proprie origini. L’obiettivo è inoltre quello di legare la storia dell’evento calamitoso ad uno sport, la bicicletta, nell’ottica di scoprire la attuale meraviglia dei posti che nel 1966 furono coinvolti dalla drammatica alluvione.

    Inoltre alla base del progetto c’è un altro grande obiettivo: trasmettere tutta la forza della gente del Delta nel riprendere in mano con coraggio il proprio destino, di ricominciare a coltivare le proprie terre, di rendere definitivamente sicuro il territorio e di far ripartire la propria economia.

    Il turista con questo percorso, ha inoltre la possibilità di capire – attraverso dei punti di interesse segnalati e attraverso delle brevi spiegazioni – come è evoluto il territorio nella sua conformazione e perché attualmente presenta questo aspetto.

    La storia allora diventa il pass per accedere ai segreti di questo ambiente unico: tutto deve essere accessibile a tutti; tutti e soprattutto coloro che vivono in questo territorio, devono far tesoro del proprio passato e mantenerlo vivo, per progredire verso nuovi progetti di promozione turistica e non solo.

    Al turista inoltre verrà data la possibilità di muoversi con la propria bici su percorsi sterrati e non, e sul proprio mezzo avrà la possibilità di utilizzare una BIKEMAP, comodissima da agganciare al manubrio della bicicletta.

    Su questa BIKEMAP può accedere a diverse informazioni guida sul territorio, inoltre con il proprio smartphone ha la possibilità di accedere al codice QR per avere ulteriori informazioni sul percorso segnalato e può accedere al sito www.visitdelta.eu dove troverà tantissime informazioni sull’intero territorio Comunale con novità e curiosità. Tutto il materiale è già disponibile nei diversi IAT della provincia.

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