Uno squarcio di India in Polesine ci è offerto dal libro “Vasandhi” (Doge Edizioni) del rodigino Rinaldo Boggiani. Non l’India dei grandi templi, della millenaria cultura che si ammanta di colori fantasmagorici e dell’oro, ma quella, purtroppo ancora radicata specialmente nelle tradizioni popolari, di inveterati pregiudizi e sopraffazioni.
Come ha sottolineato Angioletta Masiero durante la presentazione in Accademia dei Concordi, dinanzi ad un pubblico che ha letteralmente gremito la Sala Oliva, “Vasandhi” è un libro unico nel suo genere: è la storia vera di una giovane indiana che da alcuni anni vive in Polesine, un libro coraggioso che coinvolge intimamente il lettore. Scritto con empatia magnetica da Boggiani, autore capace di immergersi completamente nella vita dei suoi personaggi, unendo poesia e semplicità, inseguendo le minime vibrazioni dell’essere umano.
Grazie a questo scrittore – e a Vasandhi la protagonista, che ha dimostrato coraggio e forza d’animo decidendo di raccontare la sua storia – il lettore può entrare nella vita di questa donna che, ancora giovane e bella, forte e determinata, non si è piegata di fronte ai pregiudizi, alla prepotenza e all’ingiustizia.
Con lei – ha precisato la Masiero – compiamo un viaggio in un contesto sociale e culturale a noi sconosciuto: quello dell’India. L’infanzia della protagonista è stata praticamente un cumulo di divieti, proibizioni e sopraffazioni, tutti tesi a piegare l’animo della giovane per ottenere l’ubbidienza incondizionata verso i genitori e a creare una distanza incolmabile nei confronti dell’universo maschile.
“Non guardare i ragazzi, non lasciarti avvicinare da loro, non dare confidenza di alcun genere”. Eppure, sposarsi bene era il compito di ogni ragazza indiana, ma prima di tutto ubbidire al padre, ai fratelli e poi al marito. E se il futuro sposo non risultava gradito ai genitori della giovane, niente da fare. Scoprire se stessa, diventare persona autentica, formarsi come tale non era contemplato. Identità e individualità erano concetti privi di senso; Vasandhi doveva sempre e solo ubbidire, sottostando ad imposizioni assurde.
Nel libro di Rinaldo Boggiani, il lettore si trova a vivere le emozioni, i sogni, le paure, le delusioni di Vasandhi: si alza con lei alle cinque del mattino per raccogliere i frutti dell’albero di neem, va con lei al pozzo a prendere acqua con la brocca appoggiata sulla testa. E’ con lei che, all’età di cinque anni, è già al lavoro per portare l’acqua in cucina, acqua e paglia per mucche e buoi; poi in cammino verso la scuola e, al ritorno, al lavoro nei campi, per finire la giornata sfinita a casa a fare i compiti.
Il lettore cresce, pagina dopo pagina, insieme a Vasandhi. Con lei raccoglie il riso, lo semina, lo irriga. Troppe ore nell’acqua. Tutti i giorni per mesi con i piedi nel fango. Piange per il dolore ai piedi. Piange di notte senza mai farsi vedere. Piange trovando unico conforto nella luna. Nel cuore sempre la speranza di una vita migliore, diversa. Ma il destino non le è favorevole: a vent’anni viene data in matrimonio ad un uomo d’affari europeo, trent’anni più vecchio di lei. Vasandhi deve lasciare tutto: famiglia, paese, affetti… per affrontare nuove tribolazioni, violenze fisiche e psicologiche, minacce. Un calvario che sembra non avere fine.
Sopporta la giovane indiana, sopporta ogni cosa in silenzio. E il lettore impara, pagina dopo pagina, ad ammirarla per la sua forza interiore, per l’equilibrio che riesce a mantenere, per la serenità con la quale affronta ogni nuova prova.
Quella di Vasandhi è anche la storia di un riscatto, il riscatto di una donna che non è mai venuta meno ai valori che ha coltivato in solitudine nel suo animo. In tanti hanno cercato di violare la sua dignità di persona, di annientare le sue aspirazioni, di cancellare i suoi sogni. Ma non ci sono riusciti. Nessuno ci è riuscito. Vasandhi ha vinto, trovando finalmente serenità proprio nel nostro territorio.
Di grande suggestione la lettura di brani tratti dal libro interpretati da Angioletta Masiero in modo magistrale e accompagnati dalle campane tibetane, dal gong, dalla tampura e dal salterio ad arco suonati dal polistrumentista Alessandro Ferrarese che ha creato quadri sonori di rara bellezza.
Il libro, che sta ottenendo un buon successo anche oltre i confini del Polesine, rientra in un progetto ancora più ampio, in quanto i proventi delle vendite sono destinati ad una raccolta fondi per costruire un tempio nel sud dell’India, un tempio per ospitare e dare un’istruzione a tante bambine indiane favorendone l’emancipazione.
Da qualche tempo il badiese Giorgio Soffiantini collabora alla stesura di questa rivista, proponendo testi di carattere storico, basati in particolare su due pilastri fondamentali della storia di Badia: la Vangadizza e S. Teobaldo. Ma recentemente si è messo in luce per la stesura di un libro sull’Alzheimer, suscitando ampio interesse. Ci incontriamo dunque con Giorgio Soffiantini per saperne di più della sua poliedrica attività, partendo proprio dall’ultima novità editoriale.
– Un libro intenso, questo sull’Alzheimer, una malattia sconcertante per chi la vive e forse ancora di più per chi si trova a seguire un proprio caro affetto da questa sindrome. E’ così?
“Sì è proprio così. E questo libro, tra le mie pubblicazioni è il testo a cui tengo di più, per il quale mi sono a lungo impegnato. È la testimonianza di cosa può significare per una famiglia l’arrivo del “signor Alzheimer”. Da quando andai in pensione tenni un diario dove annotavo i problemi, le emozioni, i sintomi, il peggioramento inesora-bile che ha subito mia moglie a causa della patologia, ma anche le mie reazioni per cercare di gestire le difficoltà della patologia. Ne è scaturito un libro testimonianza di dieci anni di esperienza col signor Alzheimer e che può rappresentare una sorta di manuale utile, come esempio, per altri casi, oltre che un manuale di sopravvivenza per i familiari”.
– Chi lo ha già letto lo giudica un libro “forte”, ricco d’amore e di umanità, scritto con sentimento e un linguaggio apprezzato da tutti.
“È stato definito una storia d’amore molto bella. Non avevo pensato a questo aspetto, a me è venuto naturale così. Da tutti ho ricevuto apprezzamenti talmente lusinghieri che non potevo immaginare”.
– Un vero successo quindi, ci vuole chiarire il significato del titolo?
“Si intitola Alois Alzheimer e Chiara, la nonna che non c’è (edito da Cortina, Verona). La nonna che non c’è è mia mia moglie, che avrebbe amato all’inverosimile i cinque nipotini nel frattempo arrivati, ma che purtroppo non ha potuto coccolare a causa della malattia invalidante”.
– Complimenti per l’impegno non solo letterario, ma anche umanitario. Veniamo all’altro suo interesse legato alla storia di Badia Polesine ed in particolare a San Teobaldo. Lei ha dedicato più di uno scritto ad indagare la figura di questo santo, di cui a Badia si conservano reliquie nella chiesa parrocchiale.
“Il mio interessamento verso S. Teobaldo è nato anni fa, dalla constatazione che a Badia era stato pressochè dimenticato il giorno della festa del Patrono (1 luglio). Tornato al mio paese dopo tanti anni, notai che delle bellissime celebrazioni del passato non c’era più traccia; un giorno come gli altri, passato nell’indifferenza totale, caratterizzato solo dal fatto che gli uffici comunali erano chiusi. Io avevo ancora nella mente quanto era sentita la festa del Patrono, allora mi misi ad analizzare la situazione. Iniziai leggendo la biografia di San Teobaldo che avevo in casa perchè scritta dal nonno Battista Soffiantini nel 1933, per i novecento anni dalla nascita del Santo. Mi appassionai e riuscii a leggere tutto quanto pubblicato in proposito: dalla biografia dell’Abate Pietro della Vangadizza (contemporaneo di Teobaldo) al fondamentale e raro libro di B. Collina (1752), al testo di A. Costadoni (1779), ai successivi di mons. Mistrorigo, padre A.Ghinato, etc”.
– E poi?
“Decisi allora di fare qualcosa per rivalutare, a Badia, la figura del Santo e coinvolgere l’interesse dei fedeli. Organizzai un articolato progetto marketing con tanto di conto economico, trovai gli sponsor (tutti privati cittadini di Badia, per un totale di 33.000€) e realizzai in circa tre anni varie iniziative: dalla stampa di un depliant (italiano/francese) con una sintetica presentazione del Santo per fedeli e visitatori, alla stazione informatizzata con la presentazione in cinque lingue della chiesa e di S. Teobaldo; dal ripristino dell’antica processione sulle rive dell’Adige, allo sperone della Bova, alla pubblicazione di due nuove biografie del Santo, una per i bambini e una per le famiglie; da un convegno di due giorni con studiosi di fama internazionale, tra Badia e Vicenza (i cui atti sono stati raccolti nel testo Teobaldo di Provins, un convertito tra Francia e Italia, nell’età di Gregorio VII), a un libro sulla Storia delle Reliquie di San Teobaldo che racconta aspetti e vicende, dalla morte ai nostri giorni, mai affrontati prima”.
– Dunque un impegno di ricerca continuo che ha portato anche alla recente scoperta della lapide di Bosco di Rubano. Ma dove trova tanta energia?
“La mia motivazione è data dalla passione per la ricerca e poter fare qualcosa di utile per la comunità. La storia del ritrovamento della lapide di Bosco di Rubano ha rappresentato per me un riscontro importante per quanto avevo letto, studiato e scritto nel libro delle reliquie. La lapide ricordava il rifacimento dell’altare posto nella chiesa della Vangadizza e finanziato nel 1617 dalla famiglia Recanati di Badia. Originariamente la lapide era dunque in Vangadizza. Come fosse finita a Bosco di Rubano non lo potevo sapere”.
– Ne ha parlato nel numero 54 di questa rivista. Una autentica “scoperta” la sua, perchè la lapide era nascosta da un pannello di legno, che lei ha provveduto a togliere col consenso del parroco.
“Infatti era occultata alla vista. Come mai era nascosta da un pannello? E come mai si trovava in quella chiesa e non a Badia? Queste mie domande, seguite al discoprimento della antica lastra, hanno suscitato una “strana” reazione da parte di alcuni componenti del Sodalizio Vangadiciense di Badia, perchè per loro era invece tutto noto: a quanto pare tre di loro avevano deciso anni fa di “imprestare” la lapide a Bosco di Rubano. A questo punto mi piacerebbe sapere perchè una cosa imprestata è stata murata nella chiesa di Bosco di Rubano e tenuta nascosta”.
– Ma ora è tempo di promuovere il suo libro sull’Alzheimer. Che programmi ha?
“Il lavoro di diffusione del volume prosegue con presentazioni in molte città d’Italia: Firenze, Bologna, Belluno, Legnago, Udine, Verona, Trani, Jesi, Padova, Rovigo. Tutto allo scopo di fare beneficenza perchè i proventi vanno tutti alle Associazioni, indicate nel libro, che si occupano di Alzheimer”.
E’ ancora viva l’emozione provata durante l’inaugurazione della mostra “Le 21 Madri della Costituzione. Il contributo delle donne all’Assemblea Costituente: 1946-’48”, nel corso della quale la tranquilla e provinciale Rovigo ha vissuto un momento di storia nazionale in un giorno particolarmente significativo per la nostra regione Veneto. Il 21 ottobre scorso si compivano i 150 anni del primo voto delle donne rodigine, in occasione del plebiscito per l’annessione del Veneto all’Italia (21-22 ottobre 1866). Un centocinquantesimo importante che ha portato al clou le celebrazioni dei settant’anni del primo suffragio femminile nazionale avvenuto, come è ben noto, il 2 giugno 1946 per il referendum istituzionale fra monarchia e repubblica.
Una data quindi di indubbio valore simbolico per l’inaugurazione di una mostra che si proponeva di commemorare proprio le donne che, entrate per la prima volta a Montecitorio con quelle elezioni, furono poi scelte a far parte dell’Assemblea Costituente, preposta a costruire la nostra Costituzione tuttora in vigore.
L’iniziativa rodigina ha focalizzato le figure delle “21 Madri della Costituzione”, il cui ricordo – escluse le poche note – si era in gran parte perduto. Ha permesso inoltre non solo di conoscere il significativo contributo da esse apportato alla Carta Costituzionale, bensì anche di riscoprirle come modelli di vita di una sorprendente attualità.
Ecco i loro nomi: Maria Agamben, Adele Bei, Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter, Nadia Gallico, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi, Nilde Iotti, Teresa Mattei, Angelina Merlin, Angiola Minella, Rita Montagnana, Maria Nicotra, Teresa Noce, Ottavia Penna, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, Vittoria Titomanlio
Queste le 21 deputate, elette su un totale di 556 Costituenti in quelle storiche elezioni in cui per la prima volta tutte le italiane poterono esercitare il loro diritto di voto attivo e passivo.
Le 21 costituenti
Cinque di esse sarebbero poi entrate a far parte della “Commissione dei 75” incaricata della stesura della Carta Costituzionale: Federici, Iotti, Merlin, Noce, Penna (quest’ultima, solo per pochi giorni), mentre nel 1947 si aggiunse Gotelli.
Un universo variegato con formazioni culturali e vissuti diversi, ma tutte con un impegno alle spalle sociale e politico, anche di combattenti, partigiane, sindacaliste e antifasciste, alcune carcerate, esiliate, deportate. Provenienti da tutto il territorio nazionale, isole comprese, per la maggior parte laureate (14) in lettere, lingue e filosofia o a Magistero o diplomate (Gallico, Nicotra, Pollastrini), a parte Bei, Montagnana e Noce (autodidatte); quasi tutte lavoratrici, prevalentemente nel campo dell’insegnamento, ma anche operaie e sindacaliste o votate alla politica, alcune tra le prime sindache (Delli Castelli, Gotelli, Guidi, Rossi) ed una chimica (Rossi). Molte le sposate (14) e madri di famiglia, cinque di loro entrarono a Montecitorio in coppia col marito anche lui deputato (De Unterrichter in Iervolino, Montagnana moglie di Togliatti, capo del PCI; Noce compagna del leader comunista Luigi Longo; Guidi in Cingolani; Nadia Gallico in Spano), rivelandosi sempre abili nel destreggiarsi tra doveri ed oneri familiari ed impegni istituzionali.
Nonostante l’appartenenza a generazioni diverse (la più giovane, Mattei, di 25 anni e la più “anziana”, Merlin, ne aveva 59) e l’ideologia politica talora opposta – nove democristiane (Agamben, Bianchini, Conci, Delli Castelli, De Unterrichter, Gotelli, Guidi, Nicotra, Titomanlio), nove comuniste (Bei, Gallico, Iotti, Mattei, Minella Montagna, Noce, Pollastrini, Rossi), due socialiste (Bianchi e Merlin), una dell’Uomo Qualungue (Penna, la nobile possidente siciliana che lascerà quasi subito l’incarico) -, esse hanno saputo superare le loro diversità facendo fronte comune, consapevoli della responsabilità di rappresentare le istanze del mondo femminile, nell’occasione irripetibile di cambiarne la condizione di sudditanza ed esclusione sociale; 14 (dunque un numero esiguo: circa il 4%) a fronte dei 535 colleghi uomini, che non le hanno accolte con particolare galanteria, al contrario osteggiandole spesso duramente.
Ed hanno conseguito traguardi inimmaginabili, partendo da ambiti più strettamente legati all’universo femminile, come nel campo dei diritti delle donne, della famiglia e del matrimonio, della tutela dei figli e dei minori, della maternità e degli anziani, dei più deboli in generale (disoccupati, poveri, carcerati, emarginati), non senza trascurare nodi essenziali di cittadinanza per ambo i sessi, sempre nell’ottica rigorosamente paritaria: dal diritto allo sciopero o alla istruzione ed alla sanità e previdenza, fino a temi di più ampie vedute in ambito europeo ed internazionale, come la tutela dell’emigrazione, così da apportare esiziali modifiche alla legislazione. A partire dalla fondamentale affermazione nell’articolo 3 dell’uguaglianza tra uomo e donna e, nell’art. 29, dell’uguaglianza tra coniugi, mentre nell’art. 30 dell’uguaglianza e tutela dei figli illegittimi. Con l’art. 37 sancirono nell’ambito lavorativo la parità di ambo i sessi e la tutela dei minori e nell’art. 51 l’ammissione delle donne ai pubblici uffici ed alle cariche elettive. Questi sono solo alcuni dei loro interventi più significativi.
Ma il loro apporto prezioso non si fermò ai due anni di gestazione della nostra Carta Costituzionale. Molte di loro proseguirono, chi meno chi più a lungo, la carriera politica, fino al record più longevo di 13 legislature di Nilde Iotti, prima donna presidente della Camera dei Deputati dal 1979 al 1992 e vice presidente del Consiglio Europeo (1997-99, anno della morte). Ed il suo non fu l’unico primato. Maria De Unterrichter fu la prima ambasciatrice politica.
Angela Maria Guidi, oltre ad essere stata la prima donna a parlare in Montecitorio, fu anche la prima a partecipare ad un governo, in qualità di sottosegretario all’Industria, Commercio e Artigianato (la prima donna ministro sarebbe stata Tina Anselmi nel 1976).
Teresa Mattei fu insieme alla Montagnana l’ideatrice della mimosa come simbolo della Festa della Donna e segretaria dell’Ufficio di Presidenza.
Lina Merlin, la cui attività parlamentare è legata al nostro Polesine, non fu solo la proponitrice del noto provvedimento contro le case di tolleranza (legge 75 del 20 febbraio 1958), ma si battè anche per la soppressione del marchio infamante di “NN” (nomen nescio) per i figli di padre ignoto e della “clausola di nubilato” nei contratti lavorativi imposti alle donne.
Minella presentò negli anni ‘70 una riforma del diritto di famiglia e della sanità ancora oggi tra le più avanzate al mondo, mentre Agamben e Rossi furono tra le prime a proporre l’accesso delle donne alla Magistratura sia pure senza successo (esso fu ottenuto solo nel 1963). Ottavia Penna fu la prima candidata alle elezioni presidenziali della Repubblica e Maria Verzotto invece fu la prima presidentessa di una squadra di calcio (il Siracusa).
Quello delle 21 Madri della Costituzione fu dunque un lungo cammino, per una strada tutta in salita costellata di difficoltà ed ostacoli, che avrebbe però scardinato ottusi ed obsoleti pregiudizi e tabù sessisti, aprendo la via verso la parità di genere, ancora oggi da completare e difendere nelle conquiste raggiunte. Ecco perchè queste figure sono ancora così esemplari ai giorni nostri.
Piccolo, d’un azzurro intenso da solo o in compagnia attiri gli sguardi degli innamorati. Ti accontenti di pochi spazi, ma dipingi di blu gli angoli da te conquistati. E come l’amore richiede di non essere scordato, così tu richiami la gioia per non essere dimenticato. Spesso ti addormenti nelle pagine di un diario e ti risvegli quando una mano amica apre la porta del cuore per accenderti di un’antica luce dei giorni lontani nel tempo quando su di te han giurato gli innamorati, il loro nodo d’amore.
PRIMAVERA
Come il ghiaccio si scioglie, così il cuore germoglia. La dolce brezza accarezza degli alberi le chiome e i capelli slega, della primavera l’annuncio. Piccoli boccioli di antichi ricordi nella mente addormentata e per occhi assetati d’armonia, campanelle colorate su verdi reti di cespugli banditi con rose, gigli, lavanda e con i fiori della luce.
Petali di parole staccate lentamente, per inquietudini dell’anima lenire. Lucciole intrecciate su armonici pentagrammi e note dolcissime su prati viola sfilati da cerniere musicali di sillabe alternate. Nuvole di emozioni abbracciate a paradisi damascati e ghirlande di lettere innamorate di suoni d’arcobaleno.
SCARPE
Piccole, grandi, rosse, alte, basse di pelle colorata, con tacchi a spillo, di gomme sottostanti, camminano le scarpe per le strade medioevali e pianeggianti del nostro vivere quotidiano. Protetti i piedi con dolci intrecci di sapienti umani le scarpe sopportano il peso di ricercati lavori, il correre di gambe giovanili di gare nazionali di danze intrecciate di saliscendi urbani. E a tarda sera, finalmente slacciate, si riposano in lieta compagnia, di amiche e sorelle di future avventure di tanti uomini e donne indaffarati in rivoli di attività.
BORSETTA
Grande o piccola di pelle o di stoffa appoggiata come un bebè sulle spalle di donne indaffarate ed attive appari sacra reliquia da amare e da proteggere. Diventi una grande casa dove ognuno aggiunge o prende oggetti preziosi, necessari mai abbandonati, ma sempre ricercati. Come una piccola cassaforte danzi per le tue amiche con numeri telefonici, con belletti artificiali, con libri, quali mappe di antiche civiltà e a sera, con il meritato riposo, come un antico guerriero, deponi le tue bretelle, sfinite e gioiose a contemplare, accanto a una finestra aperta, le stelle di mezzanotte.
ESTATE
Capelli roventi sulla città e fili d’erba arsi nella pianura assetata d’acqua. Frutta matura rossa e verde sui deschi dell’aia. Stelle a chiocciola nel cielo di mezzanotte e dolci brezze al tramonto, viola e rosaceo, di mille giornate concluse, o estate. Un’onda di rossi papaveri con gigli inghirlandati di rose arrampicate sulle mura delle antiche torri. Ultima lettera di un’estate infuocata.
PAPAVERI
Chiome rosse, sparse tra campi selvaggi tra maree del biondo grano, ondulate dal vento estivo, in contemplazione della vita. Fiordalisi e spighe dorate come compagni di giochi estivi. Breve, tuttavia, la vostra vita. Resistete solo fino al calar di una fredda lama d’acciaio moderna scende all’improvviso come uno sparviero, sulla docile preda. Ma pietosi pittori vi dipingono su splendide tele con i vostri rossi mantelli.
IL SOLE E LA NOTTE
Il sole e la notte, due innamorati si ricercano per tutto l’Universo. Lui, biondo, occhi azzurri risplendente di luce, lei, mora, occhi neri, ricca di ombre intrecciano i loro cuori, con sguardi sognanti di grigio perlaceo. I loro sorrisi si toccano quando il buio bacia l’aurora e l’alba abbellisce ghirlande di iris per il vespro. Mantello nero e vesti bianche su nuvole di vento, si amano nella dolcezza infinita del mistero inconsolabile. Quando arriva il sole la notte se ne va, e le loro mani si sfiorano appena quando il confine tra loro diventa realtà.
Vita sospesa lungo il litorale; nella quiete d’autunno il blu del mare respira piano, come addormentato e dentro un sole incerto ad occhieggiare l’idea di morte. Splende alla battigia
la polvere di gusci di conchiglia.
Ha scelto questo luogo per morire un granchio solitario. La risacca lo prende e lo riporta sulla riva dove si arrende piano, arrovesciato. Un orologio antico ha già segnato il tempo della sua povera vita.
Imparerò da lui più cose e cose che dai miei libri e dalle mie paure. Non cercherò nessuno che mi salvi e non vorrò mi si riporti a riva.
Mare d’autunno, io piangerò più piano per ascoltare il tuo silenzio. Il vento che increspa appena l’acqua della rada sarà l’ unica voce che accompagna la mia paura, il soffio di un lamento.
L’ISOLA CHE NON C’È
Mi mancherà Albarella, mia solitaria isola segreta, mia fragile sorella quasi sommersa terra di laguna, vorrei mancarti almeno un poco quando, all’ora del tramonto, il sole rosso non avrà il mio sguardo e al gelo d’acqua salsa della valle le salicornie cederanno il giallo e il cupo quasi bruno delle foglie e quando la fiorita di barena sarà soltanto un canto solitario che non ascolto.
Vorrei mancarti solo un poco come manca il calore alla mia vita altrove. Verranno i giorni del silenzio e allora soltanto il vento parlerà alle cose.
Al mio giardino, al cespo delle rose, ai pini con i nidi tra le chiome, al folto delle siepi di pitòsforo e al glicine sull’arco del cancello. E se tornassi ancora, la mia casa vorrei trovarla qui come si trova una conchiglia sulla spiaggia vuota perfetta e silenziosa.
E i tre gatti selvatici, i timidi compagni di un’estate come in attesa alla mia porta chiusa ritornino alla vita e l’incantesimo si compia anche per me che sto sospeso da troppo tempo, come un panno al sole. Così finisca questa lunga mia snervante crudelissima agonia.
Tornassi almeno.
MAGICA ARGILLA
(a Benvenuto Fecchio)
Se Benvenuto plasma la sua argilla con la sapienza d’un vasaio antico, tra le sue mani il fango, il quasi nulla prende le forme della fantasia. Dà vita a cose che non son più terra e con le dita magiche modella un mondo intero fatto di poesia.
Le sue creature, cose senza voce prendono vita solo a una carezza e al soffio generoso delle gote.
Mi torna in mente quel ranocchio verde e la sua forma goffa che somiglia a un me che sogna solo di mutare in un principe azzurro da operetta se un nuovo amore lo vorrà baciare.
LANGUIDA VITA
Io lo vedo, lo sai, che mi somiglia questo fiume che ormai leviga piano le rive tra i canneti e tra i piloni trascorre come fosse addormentato.
Ieri ruscello fresco di montagna, allegro tra le rocce e gli strapiombi. Poi sangue tra due argini di sassi e come un’autostrada di città a rotolare piano tra i murazzi.
Sento la mia, di me, languida vita che più s’abbrevia più s’allarga e inonda spazi più vasti e piani come un Delta. E più si estende più riflette immensi cieli lucenti.
Il mare è poco lungi, non c’è fretta di scorrere, così s’attarda lenta. Più tardi sia l’abbraccio che l’aspetta.
DELTA
Delta di fiume, come un labirinto di gore, di canali, di acquitrini. Acqua che scorri lenta verso il mare o che risali da lagune salmastre e che ti insali al ritmico montare di maree, all’ondeggiare tondo della luna.
Si tuffano nell’acqua i cormorani quindi ristanno al sole, con un pesce in gola. Le penne non sopportano due tuffi.
Ogni briccola infissa nel padule è l’approdo sicuro d’un gabbiano. Nella fanghiglia della prima pozza, le zampe dritte e asciutte d’un airone e l’isola di rosa: le colonie di mille fenicotteri assiepati.
Somiglia alla mia vita il panorama sconfinato di acque quasi immote con l’apparenza di una quiete strana, quasi una morte, come di malaria.
FUOCHI DI LAGUNA
Sagome bianche come caravelle veleggiano nel cielo del tramonto. Poi cala il sole dentro brume rosse e la laguna a specchio di titanio cambia colore ad ogni soffio d’aria.
Anatre nere in controluce come richiami che galleggiano si vanno cercando tane perse tra le canne. La scena muta istante per istante. Ad ogni fotogramma sovrappone un altro tema, un’altra fantasia.
Lacera il cuore il cielo che si avvampa e si colora come fosse sangue. Bevo con gli occhi questo paradiso e inseguo con la mente che si perde altri tramonti ed altre nostalgie.
Ogni visione incide nella carne dei solchi come letti di ruscelli. Il corpo vivo e i segni della vita sono paesaggi d’anima, immortali.
Il sentimento è un lago di montagna, svegliarsi all’alba è nebbia nella valle. Lei, la mia vita è la mia pelle intera, è carne, è sangue, è linfa e pulsazioni.
Tempo che scorre, corpo che rimane, sagome nere in controluce vanno come gabbiani in volo contro il sole. E’ l’ora incerta quando tutti vanno e il corpo si fa sogno e il sogno nella sera si fa carne.
PORTO SEPOLTO
Fragilissima terra tra due fiumi, Polesine banchina del mio porto, isola verde sotto il pelo d’acqua, Mesopotamia d’Adige e Eridano.
Il mio innamoramento non si inganna e la mia scelta ha un senso anche se pare sconsiderata per la mia ragione.
Amo i silenzi e gli orizzonti piani, la rete dei canali e gli acquitrini, i voli delle rondini a sfiorare l’acqua dei fiumi.
Le ville palladiane abbandonate e le barchesse mute. I colonnati di tante piazze vuote. Le atmosfere da scene di pittura surreale.
Le case di golena con le tracce dell’ultima alluvione e la rovina d’intonaci corrosi.
Polesine di quiete e d’abbandono ti faccio dono di un più di solitudine a colmare quel po’ di spazio vuoto che rimane nelle tue piazze strane e nelle strade appena illuminate da un debole chiarore prelunare.
Non ho altra patria nè un differente luogo dove stare, non ho un amico che mi porga ascolto e faccio quello che mi va di fare ed è così che mi nascondo in questo solitario mio segreto “porto sepolto.”
Inspirò di nuovo a pieni polmoni. A Martino mancava tanto la nonna. Premeva il naso contro i petali della rosa vermiglia che lei gli aveva lasciato in custodia. “Abbi cura di lei”. Un arrivederci che era suonato come un addio. La nonna non sarebbe mai tornata, e lui si inebriava di quel profumo, il profumo dei ricordi, delle dolcezze e dell’affetto incondizionato.
Mentre il piccolo si addormentava nel lettino della sua modesta abitazione di Adria, nella stessa città un uomo non trovava pace e sperava che il sonno prima o poi potesse giungere a portarlo via dai tormenti che impregnavano la sua vestaglia di sudore.
Era il vescovo di Adria e tossiva. Non un’influenza la causa, ma l’agitazione per una questione che imprigionava la sua mente notte e giorno. “Ungari” era la parola che batteva colpi sempre più pesanti nella sua testa. Erano arrivati e con loro il pericolo.
Occorreva trovare un riparo, ma dove? Tutto il peso della responsabilità gli schiacciava il petto e la tosse si affacciava prepotente, a ricordargli quanto lui si sentisse impotente e piccolo. Lo sfinimento giunse infine a dargli pace e, mentre il soffitto della camera diventava sempre più confuso, apparve un uomo di fronte a lui. “San Pietro..”, balbettò.
Martino camminava mentre la gente sottovoce bisbigliava. Bocche accostate agli orecchi sussurravano che il vescovo di Adria aveva sognato S. Pietro. In mano un pastorale decorato con rose vermiglie, avrebbe suggerito di costruire una fortificazione a Rovigo per proteggere tutti gli abitanti dai barbari. Nel cuore di Martino si mosse un brivido di eccitazione. Era stata la nonna?
Il vescovo si preparava a partire da Adria. Una folla di curiosi gli faceva da scorta mentre sul suo volto si percepiva la preoccupazione per l’impresa. Tirò un lungo sospiro e in quel momento qualcosa catturò la sua attenzione. Fra la folla c’era un bambino, in silenzio, gli occhi chiusi, il naso arricciato ad inspirare il profumo di una rosa dal vivace colore. La stringeva tra le magre braccia come il più caro degli affetti.
In mezzo agli sguardi ammutoliti dei popolani il grand’uomo si diresse a passo lesto verso quel piccolo miracolo.
“E’ una rosa veramente bella, solo un folle non se ne prenderebbe cura”, esordì il vescovo.
“E’ della mia nonna”, rispose il bambino. Gli occhi grandi, pieni di ammirazione.
“Mi concederesti l’onore di portarla a Rovigo in nome di San Pietro?”
Il cuore del piccolo era diventato improvvisamente enorme, l’unica risposta furono le braccia tremanti che si allungavano per affidare il ricordo della nonna fra quelle premurose del vescovo.
Da quel giorno Rovigo ebbe la sua rosa. Su di lei soffia il vento caldo dell’estate e cade la rugiada fredda d’inverno. Il tempo passa, ma lei continua a portare il suo prezioso messaggio nel luogo in cui venne eretta la fortificazione, dove svettano ancora le due grandi torri simbolo della città.
Andate bambini a vedere la rosa di Martino: è là, accanto al muro addossato alla torre Grimani. Portatele dell’acqua e prendetevene cura, e lei vi insegnerà il significato di amore, amore per la vostra città.
Era il buio totale. Mai avevo vissuto una sensazione di buio tanto intensa e quasi tangibile, come se l’oscurità avesse materia, forma e peso. Un peso che mi stava opprimendo.
“Svegliati, svegliati, è solo un sognaccio” mi sforzai di pensare, tra poco avrei aperto per un attimo gli occhi, tirato un sospiro di sollievo, mi sarei grattato il mento tastando una barba che necessitava di rasatura e avrei emesso un compiaciuto grugnito, cambiando posizione. Poi mi sarei, come sempre, riaddormentato come un sasso, russando pesantemente.
Aprii un occhio, mentre le narici mi segnalavano un indefinito stato di allarme, avvertivo un odore inusuale, mentre tentavo di spostarmi sul mio fianco preferito, ma qualcosa mi impediva il minimo movimento.
Adesso ero completamente sveglio, i sensi allertatissimi. Cercai istintivamente il pomello della luce, ma il mio braccio incontrò immediatamente un ostacolo che la mano tastava febbrilmente cercando di decifrare di cosa si trattasse: ero letteralmente circondato da un’opprimente barriera. Alcune schegge di legno mi si conficcarono con cattiveria nella carne: mio Dio, pensai, sono forse morto e mi sto risvegliando dentro una bara? La madre degli incubi da sempre, per me, ma credo per chiunque. Una paura folle che non avrei confessato a nessuno, folle quanto assurda, trasmessami dalla nonna fin da bambino, quando mi narrava di riesumazioni con scheletri rinvenuti in pose disperate; di morti apparenti seguite da risvegli terrificanti e tragicamente conclusisi in asfissia, buio, solitudine, disperazione.
Nonna amava i racconti drammatici e io ero consapevole ormai da tempo, che i protocolli sanitari procedurali, obbligatori per legge, escludevano ogni possibilità di risvegliarsi nel buio claustrofobico di una tomba, ma il cuore stava per uscirmi dal petto mentre iniziavo a tossire.
Stavo respirando e deglutendo polvere che mi invadeva la bocca, la gola, i polmoni. Faticosamente, quanto convulsamente, tossivo e sputavo, mentre le mie narici identificavano l’odore strano che le aveva allertate: odore di cantiere, di calce e cemento, legno e minerali. Ero sommerso da macerie.
Come poteva essere? Strizzai gli occhi, nonostante il buio totale, per concentrarmi e arrivare a capire che c’era stato un crollo durante la notte. Io mi trovavo ancora nello studio dove, come sempre, mi soffermo fino a tarda ora, rileggendo e aggiustando appunti per l’organizzazione del giorno successivo. Non ricordavo altro, neppure il boato che di certo aveva accompagnato il crollo.
Adesso ero sveglio e respiravo faticosamente, intrappolato da legni e calcinacci. Da esperto in materie di sicurezza, sapevo che dovevo risparmiare tutte le energie possibili e rallentare le pulsazioni cardiache per limitare il consumo d’ossigeno. Mi sforzai di concentrarmi sugli odori che riuscivo a recepire: non annusavo fumo da incendio, era già una buona constatazione, anche se non sapevo in che reali condizioni fisiche fossi realmente, nè potevo stabilire la tenuta strutturale dello stabile o di quel che ne restava.
Quanto tempo era trascorso dal crollo? Era di certo ancora notte fonda, io vivevo solo ma le altre famiglie del condominio, tre nuclei con cinque o sei bambini, erano sopravvissute? Non avevo che rapporti formali con tutti loro, ero un tipo solitario e mi comportavo di conseguenza; mi resi conto che neppure conoscevo i nomi dei miei vicini, nè la loro età o professione. Nulla.
Qualcuno aveva chiamato i soccorsi? Sarebbero riusciti ad estrarmi vivo dal crollo? Cercai di placare il battito assordante del mio cuore ancora troppo ansioso, per percepire un suono, un lamento, un movimento che mi confortasse e mi desse la consapevolezza di non essere solo, sotto un cumulo di calcinacci, nel buio della notte.
Silenzio totale. Neppure il pianto di un bambino che, per una volta, mi avrebbe fatto sospirare di piacere. Non sentivo un rumore, un richiamo, nulla che indicasse presenze vitali.
Urlai aiuto, ma la mia voce era come paralizzata e trattenuta in fondo alla gola. Paralisi, che parola orrenda. Paralisi? Dovevo tentare di muovermi per capire se ne ero in grado e dovevo assolutamente individuare uno spiraglio di luce, foss’anche quella lunare.
Era luna piena al di là delle macerie che mi opprimevano, era una notte bellissima, stellata a puntino, lo ricordavo con commozione. Perchè non mi ero soffermato di più ad osservarla e fantasticarci sopra? Ma io ero un uomo pragmatico, mai stato un sognatore romantico… peccato, pensai assurdamente.
Mi apprestai a girarmi, molto lentamente, avevo consapevolezza che ogni movimento mi avrebbe potuto salvare o uccidere, se avessi spostato anche di poco quanto già mi stava opprimendo.
Potevo articolare con dolore solo le spalle e le braccia, il bacino e le gambe non le avvertivo nemmeno, come se il mio corpo avesse termine all’altezza dell’ombelico. Sentivo le lacrime scorrere lungo le guance, non mi accadeva da quando ero rimasto solo al mondo e mi ero dovuto trasferire a casa dell’unica parente rimastami, la vecchia nonna materna, anche lei sola al mondo e con meno illusioni romantiche delle mie attuali. Quando avevo cominciato ad amarla, era morta pure lei, strano destino il mio, sempre intrecciato alla morte, sempre proiettato alla solitudine.
Sbattei le palpebre più volte, per liberarle da lacrime e polvere appiccicosa e, d’improvviso, dopo un lieve scricchiolìo, la vidi. Luminosa e bella come mai era stata o mai l’avevo giudicata: la Rosa del Deserto, datato dono di una vecchia fiamma, maldestramente liquidata perchè iniziava ad esigere veri sentimenti e conseguenti veri impegni.
Ricordavo con straordinaria lucidità il biglietto lapidario che accompagnava il grazioso incarto: “Se tu fossi un fiore, saresti la Rosa del Deserto: attraente, affascinante e complessa, tagliente e sfaccettata, luminosa quanto fredda, che non ha bisogno di nessuno per sopravvivere anzi, resta integra se nessuno l’avvicina troppo”. Come darle torto? Avevo riposto in una vetrinetta, senza troppi ripensamenti, lo strano minerale, frutto di un’aggregazione di gesso cristallizzato nel deserto, trasformatosi in una stratificazione di petali taglienti, potenzialmente più pericolosi di una vera rosa spinosa.
La rosa del deserto ora pareva ammiccarmi: era sopravvissuta al crollo meglio di me, la vedevo luccicare e, per la prima volta, la sentivo quasi vitale. La vedevo luccicare? Mio Dio ti ringrazio, pensai, mentre disperatamente cercavo di individuare la fonte luminosa che faceva risplendere la rosa del deserto, facendola apparire come una grossa stella rosata, sospesa in impalpabile e iridescente polvere di stelle. Era un fascio di luce non più largo di un raggio laser.
Luce, luce, miracolosa luce, bella, calda e accecante luce che consenti il ciclo della vita del nostro mondo! Sorridevo di certo mentre venivo risucchiato in buio mare tempestoso, mi sentivo un’imbarcazione che non regge la rabbia dei marosi, che ne viene risucchiata e poi risputata fuori, solo un attimo per gridare al cielo di placare la tempesta e di indicargli una via di salvezza.
Vedevo, a tratti, un sottile fascio di luce lunare, almeno tale mi pareva, che faceva sorridere ad intermittenza la mia rosa del deserto trasformatasi in immenso faro che mi guidava e infondeva coraggio nel corso della tragica tempesta in cui mi dibattevo disperato per non annegare.
Febbrili pensieri, intervallati da frammenti di preghiere e sconosciuti volti femminili, si sovrapponevano al luccichio della rosa del deserto. A tratti, anche un barlume di ragionamento si insinuava nel disperato sproloquio di preghiere, monologhi incoerenti con la rosa del deserto, col buio, con la luce, col nulla e col tutto. Ero immerso nel caos primordiale.
Un’abbagliante e angelica sagoma di luce, apparve improvvisamente. Sentivo che gioiosamente mi voleva accogliere. Udivo l’eco lontana della sua voce morbida, diceva cose incomprensibili. Stavo morendo, ma non avevo più paura, il mio cuore era nuovamente gioioso e innocente; quella sagoma di luce mi trasmetteva amore e comprensione, leniva i miei dolori sepolti e mai scomparsi, stratificati, pietrificati. Il mio animo volava lieve verso quella luce. Era così meraviglioso morire? Allora valeva la pena di vivere e soffrire per godere di tanta gioia.
Mi risvegliai in un letto d’ospedale, ero immobilizzato e fasciato come una mummia e non riuscivo a parlare. La rosa del deserto era sul ripiano del comodino. Avrei saputo solo dopo molti giorni, che il vigile del fuoco che mi aveva estratto dalle macerie, aveva capito che la indicavo farneticando e l’aveva recuperata, commosso di avermi estratto in vita dalle macerie.
Eccola dunque ancora vicina a me, solo lievemente danneggiata, la rosa del deserto, sempre luccicante anche sotto la luce del neon.
Sorrisi e pensai che avrei avuto tutto il tempo per sapere cosa era accaduto; tutto il tempo che il destino aveva voluto concedermi per riesaminare la mia vita, per riprenderne il filo, tentando di districare la matassa che avevo continuamente ingarbugliato. Avrei trovato tempo e coraggio per inviare un bel mazzo di fiori alla mia ex fiamma malamente liquidata, scusandomi tardivamente e ringraziandola per aver contribuito a tenermi in vita, col suo tagliente dono.
La luce della stanza venne regolata in posizione notturna, vedevo il cielo illuminato da una luna tanto bella e grande che, se avessi potuto allungare la mano, sarei di certo riuscito a carezzare.
Tra gli operatori culturali rodigini, un ruolo originale viene sicuramente svolto da Vincenzo Baratella, innamorato dell’arte fin dall’infanzia e animatore della galleria “Mosè”, sita in via Fiume, a due passi dalla chiesa delle Fosse.
Professore di lettere, Vincenzo Baratella nel corso degli anni ha seguito molteplici interessi: è autore di antologie per la scuola, libri di narrativa, romanzi filosofici, come “Estrema protesta”, saggi storici, quale “Per Pinocchio la fatina c’è sempre”, e cataloghi d’arte, come quello dedicato al padre artista, Mosè Baratella, oppure al pittore asiaghese, Paolo Rigoni. Critico d’arte, è curatore delle numerose mostre di pittura che ospita nella sua galleria, lo Studio Arte Mosè, di via Fiume, a Rovigo.
La passione per l’arte, la letteratura, la filosofia e le scienze umane, in genere, l’hanno spinto al continuo aggiornamento. “L’arte è in me come elemento cromosomico del DNA – ci confida -, ho ereditato da mio padre il gusto per le espressioni d’arte e, nella fattispecie, per quella figurativa”. E ci rivela come, ancora bambino, assaporasse, con insolito piacere, l’odore dell’olio di lino, della trementina, del petrolio lampante e del legno delle matite e dei colori.
Il padre, Mosè Baratella, a cui è intitolata la galleria, gli ha dunque trasmesso l’amore per l’arte e la magia di riuscire a decodificare timbri, tonalità ed espressioni proprie dei diversi artisti. Vere lezioni sul campo, che non hanno nulla a che spartire con la pura teoria, vissute dal giovane rodigino frequentando col papà gli atelier degli amici pittori, scultori, incisori (molti dei quali sono entrati nella storia dell’arte contemporanea). Occasioni uniche per apprendere e “scoprire i segreti” di artisti quotati.
Negli anni, una full immersion in rassegne, retrospettive, Biennali e Triennali contribuivano a saziare la forte inclinazione per la pittura, affinando la mente ed il cuore di Vincenzo Baratella, mentre al tempo della formazione universitaria, gli incontri con i filosofi Dino Formaggio, Lorenzo Accame e Stefano Zecchi, alimentarono l’attenzione per la filosofia contemporanea, estetica e psico-filosofia dell’arte.
A quel tempo, la meta più ambita era Venezia, città d’arte per eccellenza, e lì Baratella assaporò “tutto e di più”: Tintoretto, Tiepolo, Veronese, Vittore Carpaccio, Bellini e Tiziano. Conobbe anche l’americana Peggy Guggenheim, con i suoi tre cagnetti, dalle parti dell’Accademia, nei pressi della dimora dei “due leoni”.
Ma non mancarono interessi verso il territorio polesano, in particolare con frequentazioni delle gallerie rodigine come la Garofolo di Bellinetti, sotto il Conservatorio, l’Alessandra di Pozzetti, famosa per gli artisti di rilievo presentati, e ancora l’Incontro dell’amico Mastropietro, prematuramente scomparso, per le cui mostre il critico scrisse tante presentazioni.
Negli anni ‘80, conobbe gli artisti Luigi Marcon, Vico Calabrò, Edi Brancolini, Carlo Zoli e tanti altri con cui è ancora in contatto. Negli anni ‘90, visse il periodo della contrattazione con i pittori, delle presentazioni, degli scritti (una decina di libri), delle grandi mostre e della fuga da Rovigo, il “natio borgo selvaggio”.
Grande amico di Gian Antonio Cibotto, Baratella ricorda con affetto i bei tempi in cui lo scrittore si intratteneva in galleria a conversare sugli anni felici di Roma e Venezia, della Fiera letteraria, del Campiello, della direzione del teatro veneziano, del Delta e del suo Scano Boa.
Nella sua Rovigo Vincenzo Baratella condivide l’intenso sentimento per l’arte con la moglie, Emanuela Prudenziato, docente di Lettere, con la quale, quindici anni fa, ha aperto lo spazio espositivo: “Non è una galleria ‘affittacamere’ – solltolinea Baratella – con dentro e fuori dilettanti, ma un punto di cultura, che ospita gratuitamente artisti di fama consolidata”. Sono ben cento le personali di autori intervenuti, che vanno dal Sud al Nord Italia, molti dei quali sono stati alla Biennale di Venezia, alla Triennale di Roma, e in prestigiose rassegne europee e internazionali.
Emanuela, da parte sua, ha curato mostre tematiche importanti: “Il cibo nell’arte”, “Il dovere del ricordo”, a proposito dell’artista Angelo Prudenziato, “La natura morta”, “Il sacro in Mosè”, e, in particolare, il connubio arte-letteratura, in due significative rassegne con Gian Antonio Cibotto.
Quello che sta a cuore a Vincenzo Baratella è lasciare un’eredità culturale, una memoria storica di quello che piace a lui, per condividerla dal punto di vista artistico con la cittadinanza. Il solo rammarico è che “la sua particolare galleria in città vive la solitudine della cattedrale nel deserto”.
Come affermava Marcel Proust: il mondo non è stato creato una volta, ma tutte le volte che è sopravvenuto un artista originale.
C’è un filo sottile che lega le opere di Osvaldo Forno ai suoi pensieri. Spesso il tratto inganna, se osservato con superficialità. Ma è proprio scavando nelle forme e nei colori, nei tratti più o meno accentuati degli oggetti raffigurati in bianco e nero, negli accostamenti cromatici o nell’assenza di tinte sgargianti che esce davvero la sua anima.
L’artista rodigino si lascia ispirare e, prima di tutto trasportare, da un intenso vissuto. Esperienze interiori che l’hanno segnato per sempre e che si trasformano nei suoi dipinti.
Gli sta stretta Rovigo. Fin da giovane non si sente capito, accolto, stimato: nulla di meglio per scatenare emozioni proficue per la sua arte. Non più “veduta”, ma “visione interiore”: ecco che l’idillio leopardiano emerge in Forno, portandolo a concretizzarsi in spunti per elaborare una riflessione più profonda.
Si parte dalle cose semplici, dalla quotidianità, da ciò che offre la vita.
Con in mano quella che lui stesso definisce ‘bacchetta magica’, la matita, Forno, propone con ingegno e abilità le nature morte legate agli affetti e ai ricordi da conservare: i suoi preziosi pennelli, ritratti in un barattolo recuperato, limoni, occhiali da vista, palline da ping pong; poi fiori adagiati in un vaso, tazze, cuccume, mele lucide, teiere di maiolica bianchissima, e, a fare da sfondo, le stoffe, le tovaglie, i canovacci, accostati a lisci piani e tavoli, benchè stropicciati e dall’evidente uso, come il vissuto.
Ma Forno è anche altro. La sua produzione artistica è protesa verso diversi stili pittorici, sperimentati per dare sempre più voce al rapporto-conflitto uomo-natura, al passaggio da civiltà contadina a urbana, mantenendo costanti le emozioni che l’una e l’altra sanno dare. “Io non guardo mai al futuro perchè quello non lo conosco. Guardo sempre al passato perchè quello l’ho vissuto e solo da esso posso imparare a migliorare e ad andare avanti. Inoltre sono convinto che, in tempi così duri e aspri, solo la bellezza, l’arte ci può ancora salvare” afferma l’artista, che dà vita al filone dell’optical art: si ripete il motivo della scacchiera per creare figure dalle geometrie smussate, sperimentazioni che portano a voler gridare il suo distacco dall’appiattimento moderno, dell’espressione e degli stili.
Forme e luce, colori vivi, si impongono per trovare nella tela una identità, per ribadire una lotta per non globalizzare, massificare, appiattirsi in schemi condivisi e già vecchi, insignificanti, anti-identitari. L’anatomia dei soggetti rappresentati è fantastica, tutt’altro che realistica, così come le sue sculture in legno: metropoli e ammassi cittadini con lunghi tentacoli, alberi e piante con radici che vanno verso l’alto, un generale stilizzato con la testa di pappagallo e un pettine in mano, una maternità con montagne e nuvole, un ingegnere incravattato, con troppe idee in testa e la bocca spalancata quasi a gridare che sta impazzendo.
Il viaggio introspettivo di Forno è un’avventura infinita alla Bernard Shaw: ‘si usano gli specchi per guardarsi il viso, e si usa l’arte per guardarsi l’anima’.
Le testimonianze, riportate nel n. 54 del Ventaglio, relative all’alluvione che nel novembre 1966 ha sconvolto il Comune di Porto Tolle, ha riportato a galla il mio personale ricordo di quel tempo, quando, forse per la prima volta, sentii parlare di “gnocca”, parola (o il termine non so) che in gergo popolare, fa riferimento ad una bella ragazza, avvenente e procace, che attira lo sguardo degli uomini.
Io invece parlerò di Gnocca (con la G maiuscola) frazione di Porto Tolle nell’isola della Donzella.
Siamo nel 1966, anno in cui io, giovane maestra elementare, vengo nominata di ruolo provvisorio proprio alle scuole di Gnocca.
In quel tempo abitavo a Badia Pol. con la mia famiglia: marito e figlia di tre anni. E’ facile comprendere il problema che mi angosciava, dovuto alla quantità di chilometri che dovevo percorrere in auto ogni giorno per raggiungere la sede scolastica.
Era autunno ed io partivo al mattino molto presto (circa alla cinque e trenta) con il buio e spesso con la nebbia, per arrivare circa alle otto a scuola, appunto a Gnocca. Il disagio era evidente e palpabile, ed io ero in preda allo sconforto e quasi alla disperazione.
Mio marito, assai contrario alla mia decisione di voler continuare con questa vita “ingrata”, cercava in tutti i modi di farmi rinunciare alla cattedra, ma io, pur con la tristezza nel cuore, perseveravo nel mio intento.
Dopo varie discussioni e consulti con i nostri genitori, decidemmo per questa soluzione: io e Gabriella (mia figlia) avremmo abitato durante la settimana in una pensione a Ca’ Tiepolo capoluogo di Porto Tolle. La piccola sarebbe andata all’asilo dalle suore, mentre io avrei preso ogni giorno la corriera in partenza da Ca’ Tiepolo per raggiungere Gnocca.
In attesa del trasferimento, per circa venti giorni cercai di adattarmi coraggiosamente al lungo viaggio e di prendere un po’ di confidenza col luogo dove avrei soggiornato, dopo aver scartato l’ipotesi di un trasferimento presso l’edificio scolastico di Gnocca che appariva alquanto modesto ed inadeguato, anche per quei tempi, per ospitare bambini in età scolare. Pazienza; prima o poi mi sarei acclimatata, trasferendomi a Ca’ Tiepolo per raggiungere in pullman la frazione di Gnocca.
Eravamo in due maestre con due pluriclassi: prima e seconda (nove alunni) affidata a me. L’altra pluriclasse: terza, quarta e quinta (con dodici alunni) presi in consegna da una cara e buona collega.
Non fu semplice l’esordio. In classe prima avevo una bambina, di nome Vania, che nei primi giorni di scuola, invece di entrare tranquilla in classe, scappava per i campi ed io ad inseguirla di corsa (allora ero giovane ed agile) per poi riportarla a scuola. Non sempre tutto filò pacificamente. Dopo alcuni giorni di inutili tentativi di convincimento, le feci una bella sfuriata (che mi riuscì pure bene) e così le cose cambiarono alquanto.
La mia collega, più pacata di me come carattere, aveva un ragazzino di terza, che ogni mattina arrivava vispo e spavaldo; saltava, si arrampicava dappertutto, creando non pochi problemi di comportamento. Alla fine, arrivato in classe, si calmava e quasi si addormentava. La maestra avvisò la madre di questo fatto e con voce accorata le disse: “E’ bizzarro”.
Disorientata da questo termine la madre rispose: “…Bizaro maestra…. el se ciama Igor. El so che l’è strambeto, tute le matine inveze del late, el vole pociare el pan in tea marsala e dopo el fa di versi. Cossa volla che ghe faza”.
Questa era dunque la situazione almeno iniziale.
Intanto i giorni scorrevano per me tristi e sconsolati. A volte guardando fuori dalla finestra dell’aula la distesa dei campi quasi incolti e deserti, copiose lacrime mi rigavano il viso, da far invidia a Bobby Solo che in quegli anni cantava “Una lacrima sul viso”.
Arrivarono i primi giorni di novembre e a Ca’ Tiepolo (dove dovevo ancora trasferirmi) serpeggiava una certa agitazione, riguardo al fatto che il mare cominciava ad invadere l’isola della Donzella, essendo il territorio al di sotto del livello del mare; di conseguenza anche Gnocca sarebbe stata raggiunta dalle acque limacciose.
Purtroppo il 6 novembre l’inevitabile accadde: ci fu la mareggiata più consistente con la rottura definitiva dell’argine di protezione e tutta l’isola fu invasa dall’acqua marina.
Gli sventurati abitanti di quei luoghi furono costretti ad abbandonare le loro case e a trasferirsi altrove. Anche la scuola di Gnocca fu allagata. Ogni iniziativa scolastica fu ovviamente sospesa a tempo indeterminato.
Non avendo più la sede scolastica, fui allora “comandata” per insegnare a Badia Pol. dove risiedevo. Lascio al lettore pensare al sollievo che provai, anche se molto dispiaciuta per le altrui disgrazie.
Vi racconterò ora la disavventura (tra il serio e il tragico) che vissi alcuni mesi dopo.
Quando già si preannunciava la primavera, insistetti con mio marito perchè mi accompagnasse a Gnocca per rendermi conto della situazione alluvionale, nel caso fossi stata costretta a ritornare alla mia scuola.
Una domenica pomeriggio, grigia e piovosa (eravamo ai primi di marzo del 1967), mio marito finalmente accettò di portarmi a Gnocca.
Il paesaggio del Delta si presentava ancora desolato. Solo la strada che fiancheggiava il Po di Gnocca era libera dall’acqua ed era transitabile anche se deserta; da una parte della strada da percorrere c’era il fiume Po, dall’altra l’alluvione del mare. Una situazione che mi appariva allucinante.
Dopo una sosta sull’argine all’altezza di Gnocca, resami conto della situazione ben lontana dalla normalizzazione, decidemmo di tornare a casa.
Ma che successe? L’auto, pur essendo nuova, non ne volle sapere di rimettersi in moto. Eravamo bloccati con a destra il Po e a sinistra la campagna ricoperta da tre metri di acqua marina.
Era quasi l’imbrunire, cadeva una leggera pioggia e spirava un bel venticello. Non passava anima viva (i cellulari non esistevano). Non sapevamo come chiedere soccorso.
Che fare? Per fortuna mio marito non perse del tutto la calma (io sì); si arrampicò sull’argine del Po di Gnocca e avvistò un pescatore che tranquillamente stava sulla sua barchetta in precaria stabilità sull’acqua grigia, minacciosa e increspata dal vento. Lo chiamò a gran voce, finchè ottenne la sua attenzione, pregandolo di essere trasbordato al di là del grande fiume dove c’era il paese di Oca Marina, dove avrebbe cercato l’aiuto di un qualche meccanico.
Il pescatore, non so se di buon grado, accettò e gli indicò pure dove trovare la persona adatta.
Il meccanico era al bar, vestito a festa e stava giocando a carte con gli amici. Anche se un po’ titubante, accettò di aiutarci. Salì pure lui sulla barchetta per approdare a Gnocca sull’altra riva, dove ero restata io, da sola, chiusa nell’auto, impaurita anche per il buio imminente. Vedere scendere dall’argine mio marito con un’altra persona fu un immenso sollievo.
Il meccanico sollevò il cofano motore, smontò le “puntine” dello spinterogeno le strofinò sull’asfalto, le risistemò e…. Giubilo!!!. Al primo tentativo di accensione l’auto andò subito in moto. Disse che si erano inumidite. Pure loro!!!
Quel sant’uomo di meccanico non volle neppure essere pagato e nemmeno il pescatore. Altri tempi!!! A loro la mia eterna gratitudine.
Sulla strada di ritorno mi aspettavo che mio marito desse in escandescenze, per avere io insistito di raggiungere quella località “fuori dal mondo”, ma si trattenne e con voce un po’ aspra disse solamente: “Non parlarmi mai più di Gnocca”.
E per alcuni anni non ne parlammo più, evitando anche solo di pensare a raggiungere località del Delta. Territorio che riscoprimmo solo anni dopo, rendendoci conto del grande patrimonio ambientale che caratterizza la parte più orientale della nostra provincia. E a questo proposito con grande soddisfazione abbiamo recentemente appreso che il “nostro” Delta è stato dichiarato dall’UNESCO riserva della biosfera per l’Umanità.