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Archivi: Articoli d’archivio

  • Il ritorno dell’Allocco

    Il ritorno dell’Allocco

    Un gruppo di persone di Badia Polesine, accomunate da passione ed interessi ambientali, desiderose di compiere azioni concrete per incrementare la consistenza numerica di alcune specie di uccelli e mammiferi, nell’arco di un ventennio (1997-2017), ha dato vita a vari studi e ricerche. L’interesse si è appuntato in particolare verso specie che si erano rarefatte, a seguito della riduzione degli habitat riproduttivi e a causa di interventi ambientali impattanti: gravemente deleteria fu ad esempio la distruzione della Valle della Buora in Salvaterra, che modificò per sempre un ambiente palustre dalle origini antichissime.

    Oltre che per la tutela delle specie animali, sono state effettuate anche alcune azioni per l’incremento delle specie vegetali, sia per la loro valenza paesaggistica, sia per il fondamentale ruolo che le piante rivestono nell’ecosistema, in quanto fonti di nutrimento e di rifugio per la fauna selvatica. Particolare attenzione è stata riservata alle zone umide ed alle numerose zone boscate, sia naturali che artificiali che ancora si incontrano nel territorio comunale attuando vari interventi (vedi scheda 1).

    Il “Progetto Allocco”

    La presenza dell’Allocco come nidificante probabile nella golena di Villa d’Adige era stata segnalata al dott. Nobili ed identificata come uno degli elementi di pregio dell’area. Si convenne pertanto che tale specie avrebbe dovuto essere tutelata sia a livello riproduttivo che alimentare.

    Va detto che nel 2010 era stato programmato il taglio generalizzato di un migliaio di piante di pioppo messe a dimora presso la succitata golena nel 1977. Le piante, per una svista della proprietà erano scampate al normale ciclo che nei pioppeti coltivati prevede il taglio e la sostituzione delle piante ogni 10-15 anni e avevano quindi raggiunto dimensioni eccezionali, configurandosi ormai quali bellezze paesaggistiche, peraltro gradite alla fauna selvatica autoctona¹. Una situazione ideale dunque per agevolare la reintroduzione dell’Allocco, sperimentando un “progetto pilota” attraverso cui collaudare l’efficacia degli interventi, poi egregiamente realizzati dal CFS di Ravenna in concorso con la compagnia Carabinieri Forestali di Verona (dott. Lorenzo Gui) (vedi anche scheda n.2).

    Lo sviluppo del progettto

    Nell’ambito del progetto in esame sono stati posizionati 8 nidi artificiali a camino dell’altezza di 80 cm e della larghezza 30 cm., sulla base del modello indicato dal CISNIAR (Centro Italiano Studi Nidi Artificiali) di Marano sul Panaro (Modena). I nidi, che sono stati realizzati gratuitamente da sei volontari (Walter Bersani, Mario Bertolaso, Eddy Boschetti, Corrado Carone, Vitaliano Geneselli e Gianni Stoppa), sono stati posizionati su piante di alto fusto ubicate prevalentemente a breve distanza dall’Adige, dove già due esemplari di Strix aluco erano stati identificati tramite il caratteristico verso (M. Pesente, Gruppo Nisoria, gennaio 2010) e l’osservazione diretta (E. Boschetti, C. Vallarini, M. Zanotti, marzo 2010).

    Ogni nido è stato collocato in un ambiente appartato e ricco di vegetazione, con un ramo davanti l’apertura per agevolarne l’accesso. La loro sistemazione è avvenuta con l’impiego di una cesta telescopica (utilizzata dai tecnici municipali Mauro Sandalo e Roberto Forin), posizionata su un camion, e di una scala a pioli (collocata da Stefano Ferrari). Il progetto è stato inoltre realizzato grazie alla disponibilità del dott. Giovanni Rossi, assessore ai lavori pubblici, e dell’ing. Gianni Stroppa, assessore all’ambiente. I nidi, posizionati tra il 28.12.2015 e il 26.1.2016, sono stati collocati ad un’altezza di 6-9 metri su piante di Pioppo, Olmo, Quercia e Noce.

    La notte della civetta

    Per verificare se vi fosse stata occupazione da parte degli uccelli veniva periodicamente controllato il terreno alla base dell’albero alla ricerca di borre alimentari e deiezioni, indizi certi della presenza di questi rapaci notturni.

    Dopo una serie di controlli che avevano dato riscontro negativo, finalmente il 12 febbraio 2017 venivano rinvenute sotto un nido, alcune borre di strigiforme che per forma, colore e dimensioni orientavano alla specie Strix aluco.

    Ma è stato solamente in occasione del censimento nazionale dei rapaci notturni “Notte della Civetta”, tenutosi anche in provincia di Rovigo l’11 marzo 2017, che avveniva la conferma del ritorno dell’Allocco nell’area parzialmente disboscata. In quella data infatti, venivano effettuati alcuni sopralluoghi in siti idonei per accertare la presenza della specie. In ben 3 dei 4 siti campionati veniva prontamente rilevato un esemplare che emetteva il suo verso inquietante.

    Un intervento fruttuoso

    A prescindere dunque dall’utilizzo dei nidi artificiali collocati, la presenza nel sito dell’Allocco costituisce la prova che questo rapace notturno è ritornato in un luogo di sicura valenza ambientale che, grazie alla vigilanza degli abitanti, era stato preservato da un disboscamento completo. Un luogo che, per le sue caratteristiche attuali grazie a quel 30% di piante preservate ed alle nuove 6.000 piante messe a dimora (che offriranno maggiori opportunità alimentari per le sue prede) si presenta sempre più idoneo alla nutrizione ed alla nidificazione.

    Una ricerca impegnativa ma fruttuosa, quella effettuata, che ha potuto essere implementata solamente grazie al concorso di molte persone ed alla sensibilità di tecnici disponibili, quali il dott. Giovanni Nobili, il dott. Lorenzo Gui ed i volontari del WWF Provinciale di Rovigo.

    Per il buon esito del progetto, i coordinatori – tramite le pagine del Ventaglio – rivolgono un ringraziamento doveroso a tutti i collaboratori più sopra indicati ed ai proprietari dei fondi agricoli dove i nidi sono stati collocati: il CFS di Ravenna e Verona, l’ing. Franco Carlo di Castagnaro, Paola Canova, Luigi, Andrea e Adino Rossi di Badia Polesine.

  • Rovigo risorgimentale

    Rovigo risorgimentale

    Riscoprire una Rovigo risorgimentale, teatro di vicende storiche e di illustri personaggi, rileggendone luoghi, monumenti, toponimi. Questo l’intendimento alla base dell’iniziativa appositamente concertata in sinergia tra il Liceo Scientifico Statale “P. Paleocapa” di Rovigo e l’Archivio di Stato in occasione della XXII Settimana dei Beni Culturali in Polesine.

    Il tema: “Il Veneto italiano. 150° Anniversario della liberazione dal dominio austriaco”, a partire dalle vicende che ricordano la Terza guerra di Indipendenza conclusasi con l’annessione del Veneto all’Italia. Un’iniziativa che ha portato anche al ricordo di un altro anniversario (questo per la verità infausto), ovvero il 220° della fine della gloriosa Repubblica Veneta, con la cessione nel 1797 del Veneto all’Austria, decisa da Napoleone con il trattato di Campoformio.

    Il progetto si è concretizzato nella mostra “Persone e luoghi della Rovigo risorgimentale”, allestita nella sala Sichirollo dell’Archivio di Stato in concomitanza con la presentazione del volume Polesine – i luoghi del Risorgimento di Luigi Contegiacomo.

    Il proposito era di condurre i visitatori alla riscoperta di alcune importanti pagine della storia locale accompagnandoli – attraverso un percorso ideale – per le vie centrali del capoluogo: un tragitto alla riscoperta di monumenti e vie legate al ricordo di un periodo tanto importante per la storia patria, sfatando anche alcuni pregiudizi purtroppo radicati nel pensiero comune di molti polesani (Vedi scheda: Polesine al margine degli avvenimenti della storia?).

    Ma veniamo alla “Passeggiata risorgimentale” nel cuore della città, ideata in 11 tappe dagli studenti del Liceo, scaturita a conclusione della succitata mostra “Persone e luoghi della Rovigo risorgimentale”, allestita dagli stessi presso l’archivio di Stato.

    1. Si parte da Piazza Giuseppe Garibaldi, che ricorda l’eroe per eccellenza del Risorgimento italiano, in memoria del quale fu eretta una delle più belle statue dedicate al generale, opera dello scultore Ettore Ferrari, inaugurata il 15 novembre 1896.

    Sulla piazza si affaccia l’edificio della Camera di Commercio, recentemente riportato agli originari splendori, innalzato sui resti dell’antico Palazzo Pretorio del Podestà veneziano e, successivamente, all’arrivo degli austriaci, trasformato in Imperial Regio Tribunale con annesso carcere militare fino al 1857.

    Di seguito si innalza il palazzo Bonanome-Ravenna, dal nome delle due importanti famiglie che vi si avvicendarono, utilizzato come alloggio, poi a disposizione del comando militare austriaco, oggi sede del Consorzio di Bonifica Adige Po, con un busto sulla facciata che commemora Giovanni Battista Casalini, garibaldino della seconda e terza guerra d’indipendenza, poi precursore della bonifica polesana.

    Sempre sullo stesso lato, ecco il Teatro Sociale, costruito su progetto dell’ingegnere rodigino Sante Baseggio, inaugurato il 3 marzo 1819 con lo spettacolo “L’ombra di Fetonte” di Sante Campioni alla presenza dell’imperatore Francesco Giuseppe e dove venne rappresentato nel 1857 il patriottico “Nabucco” verdiano con i testi di Temistocle Solera, il “librettista politico di Verdi”.

    2. Da piazza Garibaldi raggiungiamo la vicina via Giuseppe Mazzini, che reca una lapide dedicata all’ideologo del Risorgimento, inizialmente collocata sotto il portico del municipio (20 settembre 1893) e quindi spostata a sostituire nella via a lui intitolata una precedente lapide a Cesare Parenzo, tolta dai gerarchi fascisti perchè ebreo (curioso il fatto che, con l’occasione, nella lapide a G. Mazzini fu sostituita l’espressione “la democrazia di Rovigo” con “la città di Rovigo”, mediante un intervento dello scalpellino ancora oggi visibile).

    Questa via sfocia a sua volta nella strada dedicata a Celio rodigino (ovvero l’umanista Ludovico Ricchieri, su intitolazione risalente al tempo del dominio imperiale austriaco), via in cui sono presenti palazzi abitati da patrioti e che hanno ospitato Garibaldi o esponenti dei Savoia. Primo fra tutti il prestigioso Palazzo Camerini, edificato in stile neoclassico dall’architetto Luigi Rossini (1841), contenente all’interno un ciclo di affreschi mitologici di Sebastiano Santi: sono allusivi all’alleanza dello Stato Pontificio con l’Austria dominatrice, mentre altri affreschi storici e romantici, furono forse commissionati in occasione della visita dei principi Amedeo e Umberto di Savoia (10-11 luglio 1866).

    Ecco poi Palazzo Celio, attuale sede della Provincia, adibito a quest’uso proprio dalla dominazione austriaca e il Palazzo Salvadego (oggi sede della Prefettura), che nel luglio 1866 ospitò Vittorio Emanuele II, come attesta una lapide sulla parete esterna.

    3. Tornando in piazza Garibaldi, si imbocca nella direzione opposta via X Luglio, che deve il toponimo proprio alla data dell’entrata dell’esercito italiano a Rovigo (1866) o, meglio, di un drappello di trentadue cavalleggeri e tre ufficiali del IV Corpo d’Armata guidato dal generale Cialdini, ricordato, insieme all’altro storico ingresso in Rovigo dello stesso re Vittorio Emanuele II (30 luglio dello stesso anno), da una lapide posta sulla Torre Civica del Municipio. Sulla via vi è uno dei due accessi alla Piazza Annonaria, presso cui dal 1627 fino agli anni ’30 del secolo scorso aveva luogo il Ghetto ebraico, che diede i natali a diversi ebrei impegnati nella questione italiana, tra cui spicca il garibaldino Cesare Parenzo.

    4. Da via X Luglio, passando per Porta San Bortolo, si imbocca via Alberto Mario – altro eroe simbolo del Risorgimento locale -, strada che porta al cimitero “Dei Sabbioni”, dove si trovano le lapidi e i monumenti funebri di molti patrioti rodigini (Giovanni Battista Casalini, Francesco De Rossi, Luigi Morandi e molti altri).

    5. In alternativa, da via X Luglio, proseguendo dritti, si incontra via Giovanni Miani, alla cui conclusione si erge l’imponente statua che l’artista Virgilio Milani ha dedicato all’illustre patriota ed esploratore. Da Largo Libertà è visibile, sul lato opposto del Corso del Popolo, palazzo Montalti (ora sede dell’I.I.S. “De Amicis”), che ancora reca sulla facciata la scritta “Regia Gendarmeria” a cui fu adibito dagli austriaci.

    6. Si può quindi ritornare verso le due piazze centrali, imboccando via Cavour, dedicata allo statista piemontese artefice del processo unitario, ricordato in una lapide di Ettore Ferrari, murata sul palazzo dell’Agenzia delle Entrate, allora Intendenza di Finanza, che dava il nome alla via prima che fosse intitolata a Cavour nel 1896.

    7. Tale strada immette nell’altra storica piazza Vittorio Emanuele II, ex piazza Maggiore, dove, all’indomani della morte del re (9 gennaio 1878) fu deciso di erigere una statua alla memoria, opera di Giulio Monteverde installata nel 1881.

    Sulla piazza si affaccia la Loggia dei Nodari, edificio quattrocentesco attualmente sede del Comune, che dal 1816 al 1854 ospitò il Corpo di Guardia della milizia austriaca, prima dell’apposita costruzione.

    Ecco poi il neoclassico palazzo dell’Accademia dei Concordi, teatro di una retata della polizia asburgica effettuata all’alba del 7 gennaio 1819, con l’arresto di quattro carbonari, a conclusione di una festa da ballo nel Gran Salone.

    Sul lato opposto della piazza sorge la Gran Guardia, fatta appositamente erigere dagli austriaci nel 1854 come caserma per il distaccamento locale delle truppe e dopo la liberazione del Veneto trasformata in monumento ai protagonisti del Risorgimento polesano e ai caduti di tutte le guerre. Qui sono state collocate due lapidi commemorative rispettivamente ai carbonari e ai 15 garibaldini polesani, nonchè due busti dedicati rispettivamente a Domenico Angeli, benefattore e primo sindaco della città (1866-67) e a Domenico Piva, garibaldino e quindi soldato regio.

    8. Usciti dalle due piazze, si può imboccare via Angeli, dove si trova l’omonimo palazzo settecentesco, da poco eretto quando, nel 1797, all’arrivo delle truppe napoleoniche fu relegato l’ultimo podestà di Rovigo, Nicolò Venier. Successivamente, dimora del già citato conte Domenico Angeli, accolse importanti ospiti ricordati da lapidi all’interno: Carlo IV di Spagna con Maria Luisa di Borbone Parma (1815), Francesco d’Austria con Carolina Augusta di Baviera (1819), l’imperatrice di Russia Aleksandra Fedorovna con la figlia (1846), Francesco Giuseppe d’Austria con la moglie Sissi (1856) ed ancora Giuseppe Garibaldi (1867) e Umberto di Savoia (1882).

    Al termine della via si incontra l’originale palazzo Minelli, che l’abile tipografo e libraio Antonio Minelli, inventore dei caratteri tipografici per la musica ed apprezzato anche dal governo austriaco, si era fatto costruire nel primo ‘800 in stile neogotico veneziano.

    9. A due passi, nella successiva via Umberto I, si può ammirare il busto eretto all’ex garibaldino Amos Bernini, primo sindaco elettivo della città, nonchè raro esempio di politico incorrotto.

    10. Tornando indietro, imboccando Corso del Popolo e piazza Matteotti, si incontra la locanda pizzeria Due Torri, segreto luogo di raduno dei carbonari durante le cospirazioni patriottiche. Raggiungendo piazza Duomo, sostiamo presso palazzo Manfredini, di proprietà di una delle più antiche famiglie nobili di Rovigo, dal 1859 al 1866 Caserma di Fanteria austriaca ed oggi sede della Confagricoltura.

    11. Dal Duomo imbocchiamo via Casalini sulla quale si affaccia palazzo Gobatti, che custodisce gli unici affreschi risorgimentali di Rovigo, opera dell’artista veneziano Giovanni Biasin, con il riferimento mitologico ad eroi protagonisti di un agognato rinnovamento collettivo (gli stessi Antonio Gobatti e Giovanni Biasin furono attivi nelle lotte liberali, che, tra l’altro, pagarono a duro prezzo, rispettivamente l’uno con l’esilio e il sequestro dei beni e l’altro con una lunga malattia).

    A conclusione di via Casalini, presso porta S. Agostino sorge il palazzo di Alessandro Casalini, patriota, deputato, imprenditore. Oltre la porta, in via Giacomo Sichirollo, a chiudere il percorso risorgimentale rodigino, l’ex Seminario Vescovile, adibito nel 1859 ad Ospedale militare austriaco e dal 1964 sede dell’Archivio di Stato, che custodisce preziose memorie del Risorgimento polesano, per la maggior parte ancora inedite: lettere, bigliettini, locandine.

    Pagine di una storia locale pressochè ignorata, da riscoprire: memorie ed informazioni da trasmettere alle giovani generazioni ed ai visitatori, oltre i confini del nostro territorio, affinchè non si perda il ricordo dei sacrifici e delle vite immolate in nome di un alto ideale di libertà ed unità nazionale.

  • Palazzo Perolari Malmignati

    Palazzo Perolari Malmignati

    Nello storico Palazzo Perolari, sito a Lendinara lungo la via omonima che costeggia il lato destro dell’Adigetto, ogni segno di attività è assente dopo la scossa di terremoto che ha investito l’area padana nel maggio 2012. Fanno eccezione i locali del Tennis Club la cui stabilità non risulta compromessa.

    La vetustà e il considerevole stato di decadimento non offuscano la bellezza dell’immobile, di sicuro interesse artistico, storico e architettonico, per il quale da tempo si va profilando la possibilità di un funzionale recupero.

    “Un palazzo antico, quello dei Perolari, che sembra fare la guardia agli impianti sportivi e rivolgere un saluto estremo a chi se ne va dal pianeta nelle corsie imbavagliate dal silenzio del vicino ospedale”, così il giornalista e scrittore Gian Antonio Cibotto – nel suo “Razza de mona” (Neri Pozza Editore, Vicenza, 1994) – ricorda la sede del “Corpo Bandistico Città di Lendinara”, prima che questa fosse trasferita, con varie altre Associazioni locali negli spazi di Villa Marchiori, in via Montegrappa.

    L’imponente costruzione, assieme al muro di cinta, si erge centralmente sulla Riviera che fiancheggia l’Adigetto, senza soluzione di continuità con altri edifici civili, fino al Ponte dei Cappuccini. E sul retro di tali costruzioni connotanti la via, fino a non molti decenni fa si estendeva un’area rurale coltivata a cereali, vigneti e frutteti, terreno di avventurose incursioni per noi ragazzini abitanti nelle vicinanze. Da qui – non senza difficoltà, stante la presenza di una collinetta piuttosto impervia e un piccolo fossato nel quale ninfee e girini gareggiavano per le tonalità più suggestive – raggiungevamo il parco e i campi sportivi retrostanti il palazzo.

    Un edificio di sicuro interesse architettonico

    Iscritto nell’Elenco dei Monumenti Nazionali, Palazzo Perolari-Malmignati si presenta come un edificio di sicuro interesse architettonico. E’ connotato da ampie dimensioni e caratterizzato da facciate in cotto molto dissimili fra di loro. Quella principale, che volge a settentrione sulla pubblica via, appare più classicheggiante ed austera, impreziosita nella sezione centrale da un tipico portale ad arco in pietra d’istria; al piano nobile nella zona centrale si aprono tre eleganti porte-finestre delimitate da una pregevole balaustra; anche le altre finestre si presentano balaustrate, contornate da listelli marmorei e impreziosite da piccoli frontoni. Più rustica, ma articolata ed ariosa la facciata posteriore, che guarda a mezzogiorno dominando gli impianti sportivi di Lendinara; in questa si colgono difformità inaspettate tra le due ali che si elevano sul corpo centrale, essendo quella di sinistra caratterizzata alla sommità da una originale loggia ad angolo.

    Dai Malmignati ai Perolari

    Una storia, quella del palazzo, che abbraccia vari secoli. La sua esistenza è ben documentata da una mappa del 1620, mentre è assodato che il fabbricato vide consistenti interventi di sistemazione e rifacimento intorno alla metà del XVIII secolo.

    Sulle basi di un documento del 1528, si può sicuramente affermare che la primigenia costruzione risale ai primi decenni del Cinquecento ad opera e su disegno di Lorenzo Malmignati. Un documento questo, in base al quale risulta chiara l’appartenenza iniziale del bene alla nobile famiglia Malmignati.

    L’aggiunta del cognome Perolari seguì al matrimonio di Pietr’Antonio Perolari con Cornelia Malmignati celebrato nel 1736: le successive disposizioni testamentarie – espresse nel 1748 a favore dei coniugi, da parte dell’unico fratello maschio di Cornelia, reverendo don Ottavio – dettarono infatti tale condizione. Inoltre, l’investitura, nell’ottobre del 1754 del feudo di Saguedo, già dei Malmignati e rinnovato dopo un ventennio ad Ottaviano e Bartolomeo figli di Cornelia, rinsaldò le premesse di tale vincolo gentilizio, con la denominazione stabile della famiglia, identificata col doppio cognome Perolari Malmignati.

    Sicuramente il palazzo nel corso dei secoli ebbe a subire diversi provvedimenti di integrazione e modifica, evidenziati anche da tracce sulla muratura di un soppresso porticato a tre arcate, sul lato australe verso l’“horto”.

    Tra gli interventi succedutisi, – oltre all’importante rifacimento del ‘700, a cui si è accennato – va menzionato un sostanzioso restauro attuato verso la fine dell’Ottocento per volontà della moglie di Bartolo Perolari Malmignati, Faustina Baccaglini. Fu in occasione di questo importante intervento migliorativo che Faustina Baccaglini fece dipingere nel salone del piano nobile le gesta dei Malmignati e dei Lupati, ben presto purtroppo deterioratesi.

    Da un secolo di proprietà del Comune

    Da circa un secolo il palazzo è proprietà del Comune di Lendinara per effetto della donazione effettuata da Alessandro Perolari Malmignati (nipote dell’insigne Pietro Antonio, letterato, poeta, vice-prefetto napoleonico a Rovereto e podestà a Lendinara nel 1814).

    Il NH Alessandro Perolari Malmignati alla sua morte – avvenuta nel 1915 – lasciava al Comune il palazzo con corte, orto, archivio di famiglia e libreria e un altro legato in favore delle Cucine Economiche, consistente nella Campagna Duode con adiacenze.

    Secondo le disposizioni testamentarie – per le cui corrette interpretazioni fu necessario il ricorso al giurista padovano Segati – il possesso dei legati da parte del Comune di Lendinara, era però subordinato ai decessi del fratello Ugo in assenza di prole e della sorella Elena. Pertanto soltanto il giorno 6 settembre 1923, in virtù dell’atto di transazione deliberato dal Consiglio e successivamente approvato dalla Giunta il 6 luglio 1923, il Palazzo diviene proprietà comunale.

    Grazie alla vicinanza con il centro cittadino, ulteriormente ridotta dalla costruzione di una passerella – per la quale la ND Elena Perolari Malmignati mise a disposizione la cifra di L. 12.000 – nell’importante fabbricato viene prevista, quale “decorosa e comoda sede”, la collocazione di pubblici Uffici: Pretura, Agenzia delle Imposte e Ufficio del Registro al piano superiore; al pianterreno uffici comunali e privati. Il mezzanino viene destinato ad alloggio del cursore incaricato alla custodia del palazzo e delle adiacenze, le quali “saranno in parte adibite a Magazzini Municipali, in parte ridotti ad Ufficio della Congregazione di Carità e del Dazio, in parte affittati”.

    Negli anni successivi, l’edificio diviene sede di Istituzioni scolastiche e di varie Associazioni, registrando significative modifiche, traslochi, locazioni e interventi di manutenzione. Spazi che nel tempo hanno conservato la destinazione d’uso di utilità ai cittadini.

    L’aspetto del palazzo e delle adiacenze, (un accenno alle “tabaccare”, frequentatissimi magazzini comunali), rassicurante e forse poco elitario, ha continuato per anni a rimarcarne le potenzialità per una fruizione largamente condivisa.

    Un progetto di riqualificazione

    Palazzo Perolari Malmignati, iscritto nell’Elenco dei Monumenti Nazionali, ai nostri giorni è oggetto di interesse sul piano delle progettualità della Pubblica Amministrazione; una prima soluzione, approvata con deliberazione di Giunta Comunale del giugno 2016, scaturisce da una formale manifestazione di interesse presentata dal Comune al Dipartimento per il Coordinamento amministrativo della Presidenza del Consiglio dei Ministri, riguardante “iniziative immobiliari di elevata utilità sociale, da realizzare tramite investimenti INAIL”.

    L’obiettivo, ambizioso ma non irraggiungibile, è la realizzazione di un Ostello di accoglienza turistica, per la cui realizzazione si rende necessaria la totale ristrutturazione dell’edificio. Il progetto, affidato nella fase iniziale ad un gruppo di professionisti, sarà subordinato all’individuazione delle risorse proprie dell’Ente per l’approvazione e la successiva valutazione da parte dell’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni.

    La nuova e auspicata destinazione del palazzo potrebbe dunque rappresentare un’ulteriore opportunità per il turismo, soprattutto giovanile, verso una città antica quanto longeva nello spirito e nelle intenzioni.

  • Da Melara a Stienta

    Da Melara a Stienta

    Quando avanza la primavera e la bella stagione si consolida, mi piace utilizzare la mia vecchia ma sempre fida Vespa per immergermi nel paesaggio ed assaporarne le caratteristiche ambientali ed architettoniche. Con la Vespa è facile fermarsi (non occorrono spazi per il parcheggio e le retromarce) per scattare qualche foto immortalando aspetti significativi del nostro territorio: immagini su cui riflettere e stilare annotazioni. Come quelle che affido alle pagine del Ventaglio, in un tragitto che inizia dal comune più occidentale della nostra provincia.

    A MELARA, il fiume è subito delizioso, benevolo e immenso. Davanti l’argine si erge maestosa, con la sua facciata in cotto la parrocchiale di San Materno.

    Scendo dalla strada arginale per raggiungere il centro di Melara. La cittadina è piccola ma graziosa, il suo nome rimanda all’antica tradizione dell’apicoltura. Mi sento di definirla un “villaggio in punta dei piedi”, tanta è la tranquillità che vi ho trovato: la massiccia torre quattrocentesca, l’ampia facciata della chiesa, la grande piazza, gli stretti percorsi che portano al Po, gli edifici, bassi, ma dignitosi, il silenzio, sono tutti elementi che fanno di Melara un posto da visitare, da vivere anche se per breve tempo.

    La chiesa parrocchiale si affaccia su piazza XX Settembre da qualche anno ingentilita da un intervento di abbellimento e attraversata dall’omonima via. La piazza è chiusa da edifici che vi formano delle cortine edilizie. Dal portale dello storico Arco Chigi, si scorge l’argine del Po lontano un centinaio di metri: lo scorcio è gradevole.

    La costruzione della chiesa iniziò nel 1705 su progetto degli architetti Sante e Vincenzo Santini, ferraresi; fu quindi completata, ma continuò ad essere abbellita per quasi tutto il secolo. Verso la metà dell’Ottocento la costruzione patì un incendio di notevoli proporzioni, i cui danni furono però riparati in breve tempo. La chiesa appare importante, rivolta al Po, a sud, con il fronte che propone decorazioni proprie dell’architettura ferrarese e dà un’immagine di “non finito” che esplicita una propria originalità nel contesto.

    La chiesa è a tre navate e ha nove altari dei quali alcuni marmorei e di buona fattura. Vi è conservata una tela interessante titolata “Beata Vergine del Lume”, un’opera pregevole del ‘700, la cui storia fortunosa è stata recentemente svelata (vedi Ventaglio90 n.53, pag. 36 e successive).

    L’antico campanile è datato 1404, costruito sopra il tronco di una preesistenza difensiva; originariamente aveva una strana cupola che nel 1871 è stata tolta e la torre è stata completata come la si vede, fresca di un recente restauro. La pianta è quadrata, il corpo è massiccio, ma elegante, e vi campeggia un orologio.

    L’itinerario riprende raggiungendo l’argine, mentre lo sguardo si divide tra il fiume a destra e la vasta campagna a manca. Ed eccoci a BERGANTINO, dove il Po descrive una grande ansa: “tanta bellezza” si ferma per un baleno, accarezza la costa, e riparte. La “gobba” è profonda proprio in fronte al paese: sembra quasi che il fiume voglia toccare il piccolo centro dominato dalla Chiesa di San Giorgio, parrocchiale, edificata nel 1507, a tre navate, innalzata nell’area ove sorgeva un preesistente oratorio dedicato al Santo. Fu oggetto di interventi di abbellimento almeno fino al 1700, quando gli architetti Santini ne completarono la facciata e costruirono il campanile.

    La parrocchiale è l’elemento emergente di piazza Matteotti, sulla quale si affacciano altri edifici meritevoli di nota, tra cui Palazzo Diani, ovvero il Castello di Bergantino, poco visibile perchè nascosto da un’alta mura. E’ possibile osservarlo solamente attraverso i cancelli: l’edificio, preceduto da un gradevole parco-giardino, è rivolto verso il Po. L’architettura è di tipo rurale, formata da vari corpi accostati, ma realizzati in tempi diversi, comunque in modo armonioso. Il corpo centrale è ingentilito dall’interessante portale e dalla cornice di gronda in cotto.

    Attorno alla piazza c’è poi una cortina di altri edifici che le danno un senso compiuto. A sud il portico che direziona verso Palazzo Strozzi (sede del Museo della Giostra) è interrotto dalla strada che porta sull’argine.

    Dal Paese il fiume si distacca prestamente. Sul suo argine sinistro ha costruito un esteso terrapieno golenale coltivato a pioppeto che si restringe fino ad annullarsi nel ciglione. Il Magistrato del Po, per proteggere l’argine, ha costruito una barriera in pietra e calcestruzzo, un “pennello” atto a rallentare e deviare la corrente. Il tratto terminale del terrapieno, un triangolo profondo circa 250 metri con una base di 200, non è coltivato: presenta una vegetazione spontanea, irregolare, direi agitata, costituita quasi esclusivamente di pioppi, salici ed arbusti che ha oramai assunto i caratteri della boscaglia.

    La costruzione del pennello ha provocato la colmatura del tratto d’alveo del fiume con deposito di sabbie, limo e materiale vegetale; in questo modo si è formato un secondo terrapieno, pure ricoperto di vegetazione arbustiva, diviso dal primo da un canalone d’acqua stagnante.

    L’immagine è mossa, le lingue sabbiose si avviluppano, ognuna con la propria vegetazione, sempre varia, a tratti rada, a tratti molto fitta, alternata a fusti impettiti, diritti, ed altri quasi coricati, pendenti. A volte è cespugliosa con ramaglie contorte, in altre, le piante rampicanti cadono in suggestive cascate dai rami alti.

    Si entra con qualche difficoltà: sotto i piedi lo scricchiolio dell’intrico di ramoscelli caduti che si spezzano, il terreno ne è quasi completamente coperto. Frequenti sono le piante spaccate, a volte sradicate dalla furia dei venti che hanno la meglio sull’inconsistente terreno. Lo scenario ha del magico, del fuggevole, del momentaneo: realtà dei fondi golenali umidi e inconsistenti. E’ questa la sua caratteristica, e poi i colori: diversi per ogni stagione. Qui vivono la poiana, il gufo, la ghiandaia.

    Riprende il tragitto. Le acque del Po, nel loro placido defluire, bagnano ora l’argine di CASTELNOVO BARIANO, le due sponde sono ricche di vegetazione. In lontananza si vede il centro del paese con la chiesa. Oltre il fiume, nel mantovano, si innalzano i camini della centrale Enel. Sono turpi dietro l’argine; offrono un’immagine ingombrante che ferisce il paesaggio.

    La golena di Castelnovo è coltivata a grano e sullo sfondo, verso valle, si vede, disteso sul fiume, il lungo ponte grigio che unisce le due sponde.

    Tra Castelnovo e Castelmassa c’è una fornace non più in funzione, i cui magazzini si prestano ancora per lo stoccaggio e la vendita di materiale edile. Ancora vigile si innalza la ciminiera, silenziosa testimonianza di un’attività un tempo fiorente. Per secoli le fornaci hanno usato le argille delle golene, in molti casi hanno trovato posto proprio entro l’alveo del fiume.

    Raggiunta CASTELMASSA, è opportuna una sosta sull’argine nel punto dove è stata costruita una curiosa meridiana: propriamente un tavolino, uno strumento del passato afferente il sole e la natura. Ai piedi del ciglione, si apre l’attraente Piazza della Libertà, sullo sfondo della quale si erge l’ampia facciata della chiesa: uno splendido fondale che, nella vigorosa luce pomeridiana, “accende” il pronao loggiato.

    Oltre l’argine, il fiume “chiama” e porge una sua veduta mozzafiato, grandiosa. Le correnti e le rive zigzagano, coperte da una bassa vegetazione. Lo sguardo si spinge verso l’orizzonte. E’ tutto un accordo: l’acqua, la sabbia, i verdi arbusti e l’azzurrità dell’aria si toccano, ci prendono e riempiono l’anima.

    A CALTO la golena è grande e coltivata. Dal fiume in magra affiora un’isola di sabbia dove il celeste dell’acqua diventa cornice: il soggetto del “quadro” è disteso tra le alte rive verdi. Anche la chiesa del paese è contornata dal verde degli alberi e si appoggia ai tetti delle case che si frappongono e la sua tinta gialla è ancora sabbia.

    La parrocchiale di Calto e l’attigua casa canonica sono nella piazza 4 Novembre, nel centro del paese. Tutto il piccolo centro è raccolto attorno alla piazza, sulla quale, oltre ai due pregevoli edifici, si affaccia pure il municipio con la lapide a ricordo del carbonaro Costantino Munari.

    La chiesa settecentesca è a tre navate ed ha la facciata tripartita con ampio timpano sormontato da pinnacoli; sulla facciata, entro le nicchie, sono collocate delle statue. L’interno è molto luminoso. La casa parrocchiale è un edificio a due piani, con largo portico, ritmato da archi e lesene, che continua in una costruzione più bassa fino al viale alberato. Unisce la chiesa e la casa canonica il campanile ben armonizzato con l’insieme, dalla ricca cella disegnata da archi, cornici e pinnacoli.

    Oltre Calto la strada arginale tocca il territorio di Salara, il piccolo paese è lontano, e anche il fiume sembra non curarsene.

    Procedo sulla strada arginale, verso FICAROLO, raggiungendo la poliedrica costruzione dell’ex zuccherificio, uno dei più antichi e grandi del Polesine, da tempo malinconicamente abbandonato. Sullo sfondo, oltre un grande curvone, il paese è segnalato dall’alto campanile della chiesa di S. Antonino Martire. La torre è come un alto minareto con al fianco la graziosa cupola di un più basso campanile.

    Raggiunto il centro del paese, in piazza Guglielmo Marconi, lo sguardo è subito attratto proprio dall’alto campanile, fortemente inclinato, e dalla chiesa, con la sua insolita pianta ellittica. I due “personaggi” primeggiano; ogni altro edificio è marginale. Meritano tuttavia uno sguardo l’ex pescheria ed il portale d’accesso alla piazza, arretrati rispetto il fronte del tempio.

    Il campanile è in mattoni a vista ed è partito in settori che si restringono a cannocchiale verso l’alto; la cella campanaria estremizza la snellezza del fusto dividendosi a sua volta in due parti: la cella, e la soprastante lanterna, coperta da una cuspide.

    La chiesa è rivolta al Po, il suo asse determina la direzione della strada che conduce all’argine. La sua facciata in nessun modo rivela l’interno, solo il corpo del tempio, che trasborda dal fronte, denuncia una strana invenzione: un grande tamburo sorreggente una commisurata cupola.

    L’interno è uno spazio a tre volumi: quello centrale è un’ellisse sormontata dalla cupola ribassata, gli altri sono il presbiterio, l’abside e l’ingresso; il tutto è ricco di decorazioni. La luce è scarsa: si coglie appena la tinta delle pareti ed incerti appaiono i cromatismi delle decorazioni.

    L’itinerario riprende. Incredibilmente, lungo il territorio di GAIBA, il fiume perde un po’ la propria identità: chiuso tra i due argini maestri scende rettilineo, forse un po’ più veloce. Per i polesani questa è un’immagine conosciuta, ricorda infatti quella dell’Adige, l’altro grande fiume che bagna da nord il Polesine.

    Una rapida discesa dall’argine per immortalare, in un paio di foto, la cinquecentesca Villa Manfredini Stampanoni con l’attiguo settecentesco oratorio dedicato a S. Anna. Un complesso architettonico di pregio che soffre per la presenza della trafficata Eridania che lo separa dal centro del paese, dove sorge la chiesa dedicata a San Giuseppe.

    L’itinerario prosegue entrando nel territorio di STIENTA. Il Po si apre in una vastissima golena coltivata. Al suo interno insistono ancora delle abitazioni e un tempietto dedicato a S. Carlo Borromeo, mentre vari ruderi rurali si presentano sommersi dalla vegetazione rampicante.

    Il fiume attira insistentemente l’attenzione e quasi non ci si accorge che, al di qua dell’argine, sta sfuggendo una significativa macchia verde: è il piccolo parco di villa Camerini Bertelè, inconsueta, restaurata negli ultimi decenni e poi nascosta dagli alberi.

    Villa Camerini Bertelè si presenta con un’architettura turrita dalla forte matrice ferrarese. Del “tutto” si vede solo l’ingresso della cinta muraria, importante, ma sostanzialmente insufficiente.

    La costruzione, inserita in uno spazio cintato, è parte del paesaggio rivierasco anche se il monumento “soffre” il rilevato arginale, più volte innalzato. E’ solitaria, costituita da un corpo centrale e due torri laterali; ricorda le fortificazioni medioevali. A lato della villa vi è un annesso rustico, con un pregevole portico, un tempo adibito a scuderie, che fa da degna cornice all’insieme e chiude il complesso a est. Ci vorrà l’inverno per poter ammirare l’edificio tra gli alberi spogli.

    Poco oltre, dopo il porticciolo turistico, si oltrepassa Stienta: la sua piazza e la sua chiesa, ossequiosamente rivolte al fiume… è ormai sera e il tramonto dirada tutti i colori del giorno…

  • Ecco la pasta “Molto Bene”

    Ecco la pasta “Molto Bene”

    “Fa’ che il cibo sia la tua medicina e la medicina sia il tuo cibo”. Questa frase di Ippocrate è incisa sui muri dell’antico granaio della settecentesca villa Ca’ Salvioni, che si trova al centro di una vasta campagna di cento ettari a Pontecchio Polesine. L’attuale proprietario, Lodovico Fracasso, ha fatto sua questa massima mettendola al centro della sua attività quale patron del marchio e dell’azienda agricola che in questa corte ha la sua sede.

    “Una campagna d’altri tempi”, come viene definita, ma un’azienda all’avanguardia nella quale, la famiglia Fracasso coltiva il proprio grano da più di cento anni e dà vita a una filiera di produzione di un prodotto unico, interamente tracciabile, caratterizzato da una straordinaria qualità.

    Parliamo della pasta artigianale denominata “Molto bene”, una pasta pensata “per il nostro benessere e per quello della Natura”.

    “Il benessere del nostro corpo – dice Fracasso – è il punto primo attorno al quale gira tutta la filiera di questo prodotto. Dal campo all’essiccazione ogni passaggio viene seguito con la scrupolosa applicazione delle regole che portano alla salute, perché non va mai dimenticato che la qualità di un prodotto alimentare va coltivata prima di tutto in campagna”.

    Ed è qui che il patron Lodovico Fracasso fa la differenza rispetto alla concorrenza, potendo contare sulla secolare storia della sua famiglia nella produzione di grano duro e su una grande esperienza maturata in Italia e all’estero per quanto riguarda la selezione delle varietà da coltivare.

    “La mia è una campagna all’avanguardia – dice Fracasso -, ma al fianco delle più moderne tecnologie, come la georeferenziazione per il controllo satellitare delle macchine agricole, permane la tradizione e soprattutto l’amore per l’ambiente”.

    Nella campagna di Pontecchio Polesine tutto è curato con grande attenzione.

    Esistono fasce di rispetto di sei metri tra un sedime e l’altro, in modo che gli interventi specifici per una coltura non interferiscano con quelle accanto. Sono state poi poste lunghe siepi di rosa canina per mantenere la totale “naturalità” dell’ambiente circostante.

    “Rispettiamo al massimo la campagna – sottolinea Fracasso – tanto che noi facciamo sopralluoghi quotidiani per seguire la crescita e la maturazione del grano e per far maturare nuove idee. Ma nei campi ci andiamo a piedi, mentre per gli interventi agricoli i passaggi sono limitati al massimo, in modo da evitare il calpestio del fondo, l’inquinamento e rispettare il biologico equilibrio della Natura”.

    Sono cinque diverse le qualità di grano duro prodotto nell’azienda, qualità che diventano la base della farina, utilizzata poi per fare la pasta. Sono grani accuratamente selezionati, coltivati, trebbiati con macchine a battitura assiale “che accarezzano il seme senza alterarne il germe”. Vengono trasportati al mulino in contenitori sigillati in modo da evitare contatti con agenti inquinanti.

    “Le macine sono ancora quelle di pietra – ci informa Fracasso – perché è l’unico modo per non alterare le caratteristiche organolettiche del grano e conservare intatte le sue proprietà nutritive. L’ingrediente aggiunto è l’acqua, ma di fonte. L’arte sta nella trafilatura al bronzo, e il segreto sta nell’essiccazione perché è importante mantenere inalterato ciò che il campo ci ha dato e per questo l’essiccazione è lenta e a bassa temperatura. Inoltre l’eccellenza sta nella classificazione dell’alimento che tra le altre si identifica in un 16,3% di proteine, unica pasta al mondo ad avere tale contenuto con un risultato di altissimo nutrimento ed unica digeribilità”.

    Fracasso sostiene in modo esplicito – animato dalla sua passione – “che il cibo non cresce nei supermercati, ma da madre terra”.

    Prima di procedere al confezionamento, ogni lotto di pasta è campionato e analizzato da enti di controllo che ne certificano residui, contenuto in tossine e assenza di OGM.

    “Soltanto con la certezza di una pasta totalmente salubre – dice Lodovico Fracasso – si procede alla vendita e al suo arrivo sulle nostre tavole”.

    La pasta Molto Bene è in vendita nei principali negozi di alimentari e panifici in Polesine e ultimamente anche in diverse città del Nord d’Italia, e viene distribuita anche nei ristoranti; inoltre viene utilizzata in un negozio di casalinghi di Rovigo per dimostrazioni gastronomiche. E naturalmente si può acquistare sul sito www.pastamoltobene.it che la spedisce in tutto il mondo.

  • Il Coro restaurato

    Il Coro restaurato

    Il Coro Ligneo del Tempio della Rotonda è tornato al suo antico splendore, grazie ad un prezioso lavoro di restauro conservativo, che ci permette di ammirare quest'opera in tutta la sua bellezza.

    Il Coro, in noce, del XVII secolo, che percorre completamente il perimetro del Tempio, presentava diverse gravi situazioni di degrado, che sono state affrontate e risolte dal restauratore Vittorio Donà.

    “Oggi è un giorno speciale – ha esordito nel presentare il coro risanato il presidente del Sindacato del Tempio della Beata Vergine del Soccorso, Luciano Zanforlin -, devo ringraziare tante persone e soprattutto chi collabora con me con tanto entusiasmo e passione”.

    Il Sindacato, come ha spiegato Zanforlin, grazie alla generosità dei cittadini e alle numerosissime visite turistiche (circa mille al mese), aumentate in modo esponenziale, soprattutto dopo la realizzazione del sito internet da parte di alcuni studenti dell'Itis di Rovigo, in particolare Filippo Bolognesi, ha potuto programmare e realizzare, in accordo con l'Amministrazione comunale e con la Sovrintendenza competente, importanti e urgenti interventi, oltre al restauro del Coro ligneo: l'illuminazione a giorno del porticato e l'installazione di videosorveglianza. In programma – ha poi sottolineato – vi sono altri lavori, tra questi il ripasso del tetto della cupola, la sistemazione del tetto sul portico, la costruzione di una rampa d'accesso per disabili, la pulizia delle statue, la messa a norma dell'impianto elettrico e tanti altri.

    “E' con grande orgoglio – ha concluso Zanforlin – che oggi presentiamo quest'opera. Ringrazio i componenti del Sindacato che mi affiancano, Antonella Sichirollo, Valeria Tomasi, Rosalisa Zampini e Laura Drago per la collaborazione; un ringraziamento particolare all'architetto Fauzia Bertaglia che ci ha omaggiati del progetto, e alle tante persone che ci hanno dimostrato tanta generosità, oltre all'amministrazione comunale con la quale abbiamo trovato una collaborazione davvero fattiva che prima d’oggi non mai stata così intensa”.

    Soddisfazione anche da parte degli assessori alla Cultura Alessandra Sguotti e ai Lavori pubblici Antonio Saccardin. “Questo Tempio – ha detto Sguotti -, è il nostro gioiello ed il centro di tantissime iniziative, molte anche future. Dobbiamo averne cura e preservarlo, per questo un ringraziamento speciale va al Sindacato”.

    L’assessore Sguotti ha inoltre anticipato che con gli studenti della Ragioneria, verranno realizzati dei nuovi depliants illustrativi per un incremento della comunicazione, ed ha infine, rivolto un ringraziamento ai Carabinieri che si sono resi disponibili a collaborare per una maggiore sorveglianza dell'area.

    Ringraziamenti ribaditi anche dall’assessore ai lavori pubblici Gianni Saccardin. “Il Sindacato sta esprimendo una intraprendenza particolare e tanto coinvolgimento, dovuto all'amore e alla passione con cui porta avanti il suo operato”. Un plauso anche dal sindaco Massimo Bergamin che ha voluto esprimere la sua gioia per questo risultato che va a beneficio di tutta la comunità.

    Il restauratore Donà ha spiegato che il lavoro è durato circa 3 mesi, per un consolidamento generale che ha permesso di rendere il Coro Ligneo fruibile in tutta sicurezza.

    Il Tempio della Rotonda è aperto tutti i giorni tranne il lunedì, dalle 10 alle 12.30 e dalle 14.30 alle 17.30. Sito internet: www.tempiolarotonda.it

  • Bagliori d’arte per Telethon

    Bagliori d’arte per Telethon

    Si è rivelata un successo la mostra collettiva “Bagliori d’arte per Telethon” ideata dalla scrittrice Angioletta Masiero, presidente provinciale dell’Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare, con il supporto tecnico-organizzativo di Dante Bernardinelli e dell’Ing. Stefano Benà, con il patrocinio del comune di Rovigo, assessorato alla cultura, in collaborazione con la rivista “Ventaglio Novanta”, “Il Circolo” e il “Gruppo Autori Polesani”.

    “Ben vengano iniziative culturali di questo tipo mirate a promuovere i valori dell’arte e della solidarietà” ha detto l’assessore alla cultura Alessandra Sguotti intervenuta all’inaugurazione della mostra che ha visto una Sala Brigo, Pescheria Nuova, strapiena di visitatori.

    Il presidente dell’associazione culturale “Il Circolo” , dott. Paolo Avezzù, ha sottolineato l’importanza dell’iniziativa rivolta a raccogliere fondi a favore della ricerca scientifica ed ha elogiato le opere degli artisti .

    “Davvero una mostra ricca di contenuti e belle opere” ha detto nella sua introduzione il direttore del ModernArtMuseum “Cà la Ghironda” dott. Vittorio Spampinato che si è soffermato in particolare sulle stupende opere dello scultore non vedente Felice Tagliaferri, artista di eccezionale levatura che lavora creta, marmo, legno.

    “Tocco il mondo. Le persone lo vedono attraverso gli occhi. Io attraverso il tatto, l’olfatto. E’ un modo di vedere anche quello” , ha detto Felice Tagliaferri che è stato colpito dalla cecità all’età di 14 anni. Felice “insegna a tutti, vedenti e non, la sua arte e si batte affinché tutti possano viverla”.

    Tantissimi i visitatori che hanno ammirato le opere di validi artisti quali Doriano Tosarelli, Gianfranco Zenerato, Gian Manet, Graziano Donà, Jessica Ferro, Marina Basaglia, Mario Sicchiero, Mario Tosi, Oriana Ferro, Valentina Maniezzo, Carla Porrello, Nevia Rasa, Alberto Cristini e Lucia Soldà.

    Molto ammirate anche le raffinate sculture in vetro di Jone Suardi, madrina dell’evento, le creazioni dell’artista del ferro Enzo Griguolo, le sculture di Felice Tagliaferri. Apprezzati da tante visitatrici gli eleganti gioielli in pietre dure e perle barocche realizzati con fantasia e talento da Maria Grazia Balduin.

    Il libro delle presenze conta moltissime firme e commenti entusiasti di visitatori di tutte le età, compresi molti giovani. Uno di questi ha scritto: “Se ci fossero più mostre di questo tipo Rovigo sarebbe meno grigia”. Un giovanissimo ha vergato questo commento: “ Una mostra da guardare con gli occhi, da sentire con il cuore”. Un’iniziativa riuscitissima, dunque, che sicuramente sarà ripetuta il prossimo anno.

  • I trent’anni del “Plinius”

    I trent’anni del “Plinius”

    Il coro femminile “Plinius” di Bottrighe ha compiuto trent’anni. E questo particolare avvenimento è stato ricordato nel corso di due prestigiose rassegne canore. In entrambe gran pienone, nella chiesa dedicata ai santi Francesco d’Assisi e di Paola in Bottrighe per rendere onore all’apprezzato complesso corale.

    La prima esibizione è coincisa con il tradizionale appuntamento del “Concerto di Primavera”, giunto alla quattordicesima edizione. Alla rassegna, oltre alle ragazze dirette da sempre da Antonella Pavan, si sono esibiti, magistralmente, il coro “Code di Bosco” di Orsago (Treviso) diretto da Gilberto Buriola ed il coro trentino “Cima Verde” di Vigo Cavedine diretto da Gianluca Zanolli. Quest’ultimo complesso tornava dal Plinius dopo essere stato ospite anche in occasione della rassegna celebrativa del venticinquesimo di attività.

    Il secondo appuntamento, svoltosi a novembre, ha visto la partecipazione di altri due importanti complessi corali italiani, da tempo legati al Plinius: Il coro “Angelo” di Villongo (Bergamo) diretto da Diego Vavassori ed il coro del Club Alpino Italiano di Piacenza diretto da Corrado Cappellini.

    Presentatrice del primo evento, l’ormai collaudata corista Patrizia Pozzan, che ha saputo condurre con grande professionalità, leggendo anche le parole di affetto di Bepi de Marzi, notissimo compositore internazionale, autore di “Signore delle Cime”, brano tradotto ed eseguito in tutte le lingue del mondo, da sempre legato alla Pavan ed ai suoi cori. Lo stesso grande maestro ha presentato il secondo evento del trentennale, coinvolgendo piacevolmente, come sempre, il pubblico, tra poesia, momenti di grande emozione e anche commozione.

    E qualche ora prima del concerto, De Marzi ha svolto una lezione di coralità, alla quale hanno partecipato numerose delegazioni di cori, giunti anche da molto lontano. I saluti del parroco don Antonio Cappato hanno aperto il primo concerto, seguito dalla consegna di una targa in quadro alla direttrice del coro da parte di Mara Bellettato consigliere comunale con delega alla cultura.

    La storia trentennale del Plinius inizia nel 1987 come coro di voci bianche “Biribò” all’interno della scuola elementare “San Giovanni Bosco” di Bottrighe, per iniziativa dell’attuale direttrice Antonella Pavan. Tanta la strada percorsa ed innumerevoli le emozioni vissute e trasmesse dal Plinius, un coro ormai celebre ovunque, che si è fatto conoscere ed apprezzare in tutta Italia ed all’estero, ottenendo importanti riconoscimenti in numerosissime competizioni nazionali ed internazionali.

    Il nome della direttrice Antonella Pavan è molto legato alla coralità locale. Era adolescente quando, da corista dell’allora coro di voci bianche, istituito nel 1968 nella parrocchia di Bottrighe, paese dove è cresciuta, si trovò alla direzione di quello che dieci anni più tardi, nel 1978, prese il nome di coro femminile “Eco del Fiume”. Di questa formazione ricoprì il ruolo di direttore per undici anni, sino al 1989, trovando la collaborazione di Antonella Cassetta e Carla Bizzaro. E’ stata, per alcuni anni, fondatrice e direttrice di un altro coro femminile, “Eco dei Sette Mari” di Adria che si fuse poi con l’attuale Plinius. Dal 2000 è stata direttrice pure di un altro coro, il giovanile “Città di Adria”. La stessa città che l’ha pure onorificata con la consegna del titolo “Donna dell’anno”.

    Ma la Pavan non è solo coro, il suo nome è legato ad importanti iniziative volte alla valorizzazione della musica e del canto, ottenendo stima e collaborazione dai nomi più illustri della composizione corale.

    Entrambe le rassegne del trentennale hanno avuto un epilogo ricreativo con una grande doppia festa nella sala polivalente “Loris Cominato”, tra buffet e canti, concludendo degnamente l’importante avvenimento.

  • “Mille e una Shahrazàd”

    “Mille e una Shahrazàd”

    “Ascoltare le storie del passato per capire noi stessi e gli altri”. È stata Marina Massironi, una delle attrici ospiti del 2017, a stigmatizzare la bellezza e l’utilità della rassegna “Donne da palcoscenico”, organizzata da Minimiteatri in collaborazione con il Comune di Rovigo, per la direzione artistica di Letizia E.M. Piva.

    L’artista rodigina è tra i fondatori dell’associazione teatrale Minimiteatri, nata nel 2005 sotto la guida sapiente di Gabbris Ferrari; ora è lei a portarne avanti la missione culturale con un impegno di valore e apprezzato dalla città. Lo scorso Maggio Rodigino ha infatti compreso, a Teatro Sociale, anche la III edizione della rassegna dedicata al Teatro al femminile, che per il 2017 è stata interamente dedicata alla straordinaria figura di Sharazade e alle storie de “Le mille e una notte”.

    Tutta la stagione “Mille e una Shahrazàd”, dedicata a Gabbris Ferrari, ha proseguito il progetto di valorizzare come centro d’interesse il teatro al femminile: si tratti di interprete o autore, personaggio o regista; un mondo ancora poco esplorato nelle sue infinite sfaccettature. Ha mantenuto come punti di forza la comunicazione prossimale, che prende vita nella vicinanza tra artista e pubblico, nella condivisione di emozioni e pensieri, nel coinvolgimento di un pubblico che smette di essere spettatore e diventa parte dell’evento, nel sentire insieme.

    Il progetto, ampliato rispetto agli anni precedenti, è iniziato nell’autunno del 2016 con “La voce, le parole e il corpo”, il laboratorio teatrale che ha permesso a un gruppo di attori non professionisti di esplorare le potenzialità e le capacità della voce come intenzione materializzata, come suono creatore di forme reali e immaginate.

    Dopo i successi degli anni scorsi, segnati soprattutto dalla presenza di artiste come Syusy Blady, Maddalena Crippa e Teresa Mannino, il sipario del Teatro Sociale si è aperto il 14 maggio 2017 su una delle più amate attrici del panorama nazionale: Marina Massironi. Con la lettura solistica del testo “Shahrazàd, chi era costei?”, scritto e diretto da Letizia Piva, ha tracciato il valore della mitica narratrice, passando attraverso il senso della femminilità antica a attuale, oltre ai pericoli che comporta. Ha teso un filo solido tra tutte le condizioni femminili, divertendo e facendo riflettere al tempo stesso, in una narrazione ironica e pungente, in grado di incantare e sorprendere attraverso la disarmante verità sottesa alla difficoltà di essere donna in ogni epoca.

    A impreziosire la pièce ci sono stati i movimenti coreutici di Thierry Parmentier, istrionico interprete di alcuni personaggi delle Mille e una notte e geniale costumista; sul fondale sono stati proiettati i pastelli che per mesi l’artista polesano Giorgio Mazzon aveva creato appositamente. Quelle “tele scenografiche” sono state esposte per il pubblico rodigino al Caffettiamo Photo Room di Rovigo fino alla fine di maggio: apprezzatissima, nell’artista recentemente scomparso, la capacità di impreziosire di sottili sfumature le avventure delle novelle, interpretando i personaggi come icone senza tempo, sospese e quasi imprigionate in un’eterna vicenda di vita vissuta, o forse solo immaginata.

    Vanessa Gravina è stata la magnetica protagonista del secondo spettacolo al Teatro Sociale, il 21 maggio, con il melologo “Donna d’amore e di parola. Il viaggio di Sharazàd”, accompagnato dall’Ensemble strumentale del conservatorio Venezze che ha eseguito sul palco le straordinarie musiche composte per l’occasione da Luciano Borin. Il monologo poetico, intenso e incantato, creato da Letizia Piva, ha evocato la trasformazione di Sharazàd da fanciulla timorosa a donna coraggiosa.

    Gli eventi teatrali sono stati chiusi il 28 maggio con tre repliche di “Shahrazàd racconta”, lo spettacolo che più di tutti ha valorizzato i talenti locali, gli attori professionisti di Minimiteatri, quelli che nel tempo hanno collaborato con Gabbris Ferrari, (Licia Navarrini, Claudio Moretti, Thierry Devetri, Paolo Rossi, Andrea Zanforlin, Thierry Parmentier, Marino Bellini, Filippo Tognazzo, Lahire Tortora, Marco Silvestrini), insieme ai 14 allievi del Laboratorio teatrale “La voce, la parola, il corpo” tenuto da Letizia Piva, che ha anche curato i testi e la regia della serata.

    Le storie intersecate in modo caleidoscopico e itinerante hanno affascinato per la bravura degli interpreti, per l’intreccio fatto di personaggi realistici e fiabeschi, maghe, sultani, schiavi e statue che hanno creato un clima onirico ed evocativo, ricco di sorprese ed effetti suggestivi.

    A completare il progetto su “Le mille e una notte” è stato inserito un ciclo di tre conferenze pomeridiane realizzate in Accademia dei Concordi in collaborazione con altrettante università italiane. Docenti di diverse discipline hanno esplorato le sfaccettature molteplici di una figura che ha assunto molti aspetti e attraversato molti territori, portando sempre con sé il segno della presenza di una voce che è diventata sinonimo di sopravvivenza e capacità di trasformazione. Anna Zoppellari, dell’Università di Trieste, ha parlato di “Shahrazàd e le Mille e una notte, dall’India alla Francia”; Marilena Parlati, dell’Università di Padova, ha trattato de “L’incanto della voce. Shahrazàd nel mondo anglofono tra Ottocento e contemporaneità”; Ivana D’Agostino, dell’Accademia di Belle Arti di Venezia, ha presentato “Shahrazàd tra orientalismo e seduzione. Dai Ballet russes all’haute couture, al cabaret, al cinema muto”.

    Fervono già i preparativi per la rassegna 2018 che si intitolerà “Donne dell’altro mondo”.

  • Tra Scuole e Teatro

    Tra Scuole e Teatro

    Lo scorso 5 giugno, dopo due settimane di manifestazioni inserite nel contesto del prestigioso “Maggio Rodigino”, si è svolta al Teatro Don Bosco di Rovigo la serata conclusiva del sedicesimo Festival “Tra Scuole e Teatro”, una manifestazione promossa e organizzata dal Teatro Don Bosco e dall’associazione Teatro Nexus fin dal 2001, sostenuta a partire dal 2006 dall’associazione Noi Rovigo e, a partire dal 2016, dalla Fondazione Banca del Monte di Rovigo. La manifestazione ha goduto inoltre del patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Rovigo e della Fondazione per lo sviluppo del Polesine in campo Letterario, Artistico e Musicale.

    La serata ha registrato il tutto esaurito del pubblico, come pure tutte le precedenti serate in cartellone, che hanno visto avvicendarsi sulla scena gli spettacoli realizzati dai laboratori teatrali condotti nelle diverse scuole partecipanti durante l’anno scolastico. Un risultato davvero importante che testimonia il sempre crescente interesse per una manifestazione ormai storica per le scuole della città.

    In platea erano presenti anche tutti i rappresentanti degli enti promotori e sostenitori del Festival, insieme agli studenti, agli insegnanti e ai dirigenti degli istituti coinvolti. In particolare erano presenti Don Mario Lucchiari direttore del Centro Teatro “Don Bosco”, Severino Zennaro presidente dell’Associazione Noi Rovigo, il presidente Luigi Costato e il segretario generale Giorgio Lazzarini della Fondazione Banca del Monte di Rovigo, il presidente della Fondazione per lo Sviluppo del Polesine in campo Letterario, Artistico e Musicale Fausto Merchiori, il sindaco Massimo Bergamin e l’assessore alla cultura Andrea Donzelli del Comune di Rovigo.

    Il Festival 2017 ha dato modo a Teatro Nexus e Teatro Don Bosco di svilupparne il format proponendo, oltre alle sette serate teatrali a ingresso, ben due matinée (in unico appuntamento a marzo) che hanno visto protagonisti gli studenti della città come spettatori di due prime assolute per Rovigo: “Listening Party” e “Il mondo dei grandi”, entrambi spettacoli esito di laboratori teatrali condotti da professionisti del teatro e del teatro educazione. In particolare, Carola Minincleri (Farmacia Zoo: È – Mestre) ha presentato un gruppo di ragazzi provenienti dalle scuole medie superiori di Venezia e Mestre; Massimiliano Piva (Teatro Cosquillas – Ferrara) ha presentato un gruppo di ragazzi di età compresa tra gli 11 e i 13 anni.

    Visto il successo di questa versione, l’aspirazione dei promotori del Festival è di mantenere e aumentare ancora le dimensioni della manifestazione.

    Quest’anno il Festival ha visto in scena cinque istituti scolastici provenienti da tutta la provincia, da Adria a Badia Polesine. Le scuole in concorso nel 2017 hanno presentato rielaborazioni originali tratte dalla letteratura internazionale, tematiche attuali, quali il bullismo e, per contrapposizione, l’inclusione, grandi nomi della letteratura teatrale internazionale, quali Dario Fo, Alfred Jarry, e Pierre-Augustin Caron De Beaumarchais valorizzato in un prezioso lavoro drammaturgico da insegnanti e ragazzi che lo hanno interpretato in un francese davvero ben parlato oltre che in italiano. Si è potuto apprezzare anche il Mateatro del Liceo “Bocchi-Galilei” di Adria originale e duraturo esperimento di allenamento alla matematica attraverso il teatro e il rinato laboratorio del Liceo Scientifico “Paleocapa”, che ha proposto una versione meta-laboratoriale mettendo in scena un esperimento sociale drammatizzato.

    Le tecniche e i linguaggi utilizzati per le diverse messe in scena sono stati i più vari e hanno offerto al pubblico ogni sera rappresentazioni all’altezza delle filodrammatiche, tanto apprezzate dal pubblico.

    L’amore per il teatro in questo Festival è il vero protagonista, obiettivo per chi organizza è aumentare sempre di più l’affezione a questa arte che nella provincia soffre di una poco efficace divulgazione.

    La serata finale è stata aperta dal Drama club del Liceo “Celio-Roccati” di Rovigo, vincitore dell’edizione 2016 del Festival, che ha presentato in lingua inglese e fuori concorso “The Tell-Tale Heart” tratto dall’omonimo racconto di Edgar Allan Poe: uno spettacolo ben curato con punte di eccellenza tra gli studenti attori, valorizzati in ogni loro competenza oltre che nella specificità linguistica del laboratorio, una messa in scena che ha raccolto il favore di tutto il pubblico in sala.

    Nel corso della stessa serata conclusiva sono stati assegnati i premi ai partecipanti previsti dagli organizzatori del Festival e dai partners. Scopo del Festival è, infatti, non solo offrire una piacevole e qualificata rassegna teatrale alla cittadinanza ma soprattutto incentivare una forma d’arte che permette l’arricchimento culturale degli studenti che hanno l’opportunità di conoscere autori e opere e, nel contempo, sperimentare se stessi alla prova con ruoli, recitazione e rapporto con gli altri mentre contribuiscono a mettere in scena un’opera dove tutti sono protagonisti.

    L’ultima serata, come da programma, si è quindi conclusa con la consegna dei riconoscimenti agli istituti scolastici in concorso da parte del presidente della Fondazione Banca del Monte di Rovigo. Il prof. Luigi Costato ha consegnato l’attestato di partecipazione a tutti i cinque istituti scolastici che hanno aderito al Festival. Inoltre, il presidente della Fondazione ha consegnato a tali scuole anche un contributo economico, un aiuto concreto per incentivare il proseguimento dell’attività teatrale negli anni futuri. La Fondazione, infatti, dal 2016 sostiene il Festival apprezzandone il valore formativo e culturale e incoraggiando l’esperienza laboratoriale durante l’anno scolastico, condividendone le finalità del progetto sopra esposte.

    È stata poi la volta dei premi assegnati dalla giuria di studenti, un gruppo di lavoro formato dagli studenti stessi partecipanti al Festival inviati direttamente dalle scuole in concorso ad osservare e valutare i lavori di tutti i partecipanti. Gli studenti hanno scelto di assegnare il premio per la migliore scenografia al Liceo “Celio-Roccati” (Rovigo) e al laboratorio condotto dalla professoressa Mirella Boso per lo spettacolo “Isabella tre caravelle e un cacciaballe”. Impossibile, per questo spettacolo, non riconoscere la coerenza estetica e l’esecuzione puntuale delle scenografie, utilizzate in scena dagli attori continuamente con cambi di scena a vista, un progetto complesso ed efficace. Luca Cherubini, giurato e attore della scuola media “Carlo Goldoni” di Ceregnano, nella consegna della menzione, ha sottolineato come lavorare in giuria gli abbia permesso di imparare ad apprezzare diverse tipologie di linguaggi e metodi del fare teatro.

    Il miglior progetto didattico educativo è stato, secondo gli studenti, “Impetus” scritto e diretto da Ciro Mattia Gonano per il laboratorio del Liceo Scientifico “P. Paleocapa” (Rovigo); la motivazione della giuria studenti ha evidenziato come lo spettacolo trattasse argomenti in programma (la dittatura nazista) in un modo educativo sia per gli studenti che hanno allestito lo spettacolo, sia per il pubblico che vi ha assistito.

    Al laboratorio dell’Istituto di Istruzione Superiore “Primo Levi” di Badia Polesine, condotto nell’ambito del Liceo “E. Balzan” da Georg Sobbe, la giuria studenti ha deciso di assegnare la menzione speciale per la “poeticità dell’allestimento” colpiti dalla particolare ed efficace soluzione scenica individuata dal regista e ben gestita dagli attori che con una sola scala erano in grado di creare, secondo le scene, diversi ambienti situazioni e momenti della drammaturgia.

    Il pubblico ha premiato come miglior spettacolo “Wonder – la meraviglia di essere unici”, adattamento teatrale del romanzo di R. J. Palacio, frutto di un laboratorio di sensibilizzazione a tutte le arti della scena. Per questo spettacolo presentato dalla scuola media “Carlo Goldoni” di Ceregnano, si è letteralmente messa in moto un’intera comunità; ai ragazzi è stato trasmesso amore e rispetto per il “fare teatro” integrando la preparazione delle scene con esperienze da spettatori e con la visita al Teatro Sociale rodigino, oltre che motivando gli allievi e le famiglie ad essere presenti tutte le sere del Festival per conoscere anche gli spettacoli delle altre scuole.

    Infine, il miglior spettacolo valutato dalla giuria studenti è stato “Isabella tre caravelle e un cacciaballe” di Dario Fo, adattamento a cura della professoressa Rossella Moscatello, rappresentato dal gruppo del laboratorio del Liceo “Celio-Roccati” che vanta una storia più che ventennale. Una grande soddisfazione per studenti, insegnanti e famiglie portare in scena un testo sagace e sarcastico, come quello del premio Nobel Fo, non certo facile da indossare per dei giovanissimi studenti-attori.

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