Quando avanza la primavera e la bella stagione si consolida, mi piace utilizzare la mia vecchia ma sempre fida Vespa per immergermi nel paesaggio ed assaporarne le caratteristiche ambientali ed architettoniche. Con la Vespa è facile fermarsi (non occorrono spazi per il parcheggio e le retromarce) per scattare qualche foto immortalando aspetti significativi del nostro territorio: immagini su cui riflettere e stilare annotazioni. Come quelle che affido alle pagine del Ventaglio, in un tragitto che inizia dal comune più occidentale della nostra provincia.
A MELARA, il fiume è subito delizioso, benevolo e immenso. Davanti l’argine si erge maestosa, con la sua facciata in cotto la parrocchiale di San Materno.
Scendo dalla strada arginale per raggiungere il centro di Melara. La cittadina è piccola ma graziosa, il suo nome rimanda all’antica tradizione dell’apicoltura. Mi sento di definirla un “villaggio in punta dei piedi”, tanta è la tranquillità che vi ho trovato: la massiccia torre quattrocentesca, l’ampia facciata della chiesa, la grande piazza, gli stretti percorsi che portano al Po, gli edifici, bassi, ma dignitosi, il silenzio, sono tutti elementi che fanno di Melara un posto da visitare, da vivere anche se per breve tempo.
La chiesa parrocchiale si affaccia su piazza XX Settembre da qualche anno ingentilita da un intervento di abbellimento e attraversata dall’omonima via. La piazza è chiusa da edifici che vi formano delle cortine edilizie. Dal portale dello storico Arco Chigi, si scorge l’argine del Po lontano un centinaio di metri: lo scorcio è gradevole.
La costruzione della chiesa iniziò nel 1705 su progetto degli architetti Sante e Vincenzo Santini, ferraresi; fu quindi completata, ma continuò ad essere abbellita per quasi tutto il secolo. Verso la metà dell’Ottocento la costruzione patì un incendio di notevoli proporzioni, i cui danni furono però riparati in breve tempo. La chiesa appare importante, rivolta al Po, a sud, con il fronte che propone decorazioni proprie dell’architettura ferrarese e dà un’immagine di “non finito” che esplicita una propria originalità nel contesto.
La chiesa è a tre navate e ha nove altari dei quali alcuni marmorei e di buona fattura. Vi è conservata una tela interessante titolata “Beata Vergine del Lume”, un’opera pregevole del ‘700, la cui storia fortunosa è stata recentemente svelata (vedi Ventaglio90 n.53, pag. 36 e successive).
L’antico campanile è datato 1404, costruito sopra il tronco di una preesistenza difensiva; originariamente aveva una strana cupola che nel 1871 è stata tolta e la torre è stata completata come la si vede, fresca di un recente restauro. La pianta è quadrata, il corpo è massiccio, ma elegante, e vi campeggia un orologio.
L’itinerario riprende raggiungendo l’argine, mentre lo sguardo si divide tra il fiume a destra e la vasta campagna a manca. Ed eccoci a BERGANTINO, dove il Po descrive una grande ansa: “tanta bellezza” si ferma per un baleno, accarezza la costa, e riparte. La “gobba” è profonda proprio in fronte al paese: sembra quasi che il fiume voglia toccare il piccolo centro dominato dalla Chiesa di San Giorgio, parrocchiale, edificata nel 1507, a tre navate, innalzata nell’area ove sorgeva un preesistente oratorio dedicato al Santo. Fu oggetto di interventi di abbellimento almeno fino al 1700, quando gli architetti Santini ne completarono la facciata e costruirono il campanile.
La parrocchiale è l’elemento emergente di piazza Matteotti, sulla quale si affacciano altri edifici meritevoli di nota, tra cui Palazzo Diani, ovvero il Castello di Bergantino, poco visibile perchè nascosto da un’alta mura. E’ possibile osservarlo solamente attraverso i cancelli: l’edificio, preceduto da un gradevole parco-giardino, è rivolto verso il Po. L’architettura è di tipo rurale, formata da vari corpi accostati, ma realizzati in tempi diversi, comunque in modo armonioso. Il corpo centrale è ingentilito dall’interessante portale e dalla cornice di gronda in cotto.
Attorno alla piazza c’è poi una cortina di altri edifici che le danno un senso compiuto. A sud il portico che direziona verso Palazzo Strozzi (sede del Museo della Giostra) è interrotto dalla strada che porta sull’argine.
Dal Paese il fiume si distacca prestamente. Sul suo argine sinistro ha costruito un esteso terrapieno golenale coltivato a pioppeto che si restringe fino ad annullarsi nel ciglione. Il Magistrato del Po, per proteggere l’argine, ha costruito una barriera in pietra e calcestruzzo, un “pennello” atto a rallentare e deviare la corrente. Il tratto terminale del terrapieno, un triangolo profondo circa 250 metri con una base di 200, non è coltivato: presenta una vegetazione spontanea, irregolare, direi agitata, costituita quasi esclusivamente di pioppi, salici ed arbusti che ha oramai assunto i caratteri della boscaglia.
La costruzione del pennello ha provocato la colmatura del tratto d’alveo del fiume con deposito di sabbie, limo e materiale vegetale; in questo modo si è formato un secondo terrapieno, pure ricoperto di vegetazione arbustiva, diviso dal primo da un canalone d’acqua stagnante.
L’immagine è mossa, le lingue sabbiose si avviluppano, ognuna con la propria vegetazione, sempre varia, a tratti rada, a tratti molto fitta, alternata a fusti impettiti, diritti, ed altri quasi coricati, pendenti. A volte è cespugliosa con ramaglie contorte, in altre, le piante rampicanti cadono in suggestive cascate dai rami alti.
Si entra con qualche difficoltà: sotto i piedi lo scricchiolio dell’intrico di ramoscelli caduti che si spezzano, il terreno ne è quasi completamente coperto. Frequenti sono le piante spaccate, a volte sradicate dalla furia dei venti che hanno la meglio sull’inconsistente terreno. Lo scenario ha del magico, del fuggevole, del momentaneo: realtà dei fondi golenali umidi e inconsistenti. E’ questa la sua caratteristica, e poi i colori: diversi per ogni stagione. Qui vivono la poiana, il gufo, la ghiandaia.
Riprende il tragitto. Le acque del Po, nel loro placido defluire, bagnano ora l’argine di CASTELNOVO BARIANO, le due sponde sono ricche di vegetazione. In lontananza si vede il centro del paese con la chiesa. Oltre il fiume, nel mantovano, si innalzano i camini della centrale Enel. Sono turpi dietro l’argine; offrono un’immagine ingombrante che ferisce il paesaggio.
La golena di Castelnovo è coltivata a grano e sullo sfondo, verso valle, si vede, disteso sul fiume, il lungo ponte grigio che unisce le due sponde.
Tra Castelnovo e Castelmassa c’è una fornace non più in funzione, i cui magazzini si prestano ancora per lo stoccaggio e la vendita di materiale edile. Ancora vigile si innalza la ciminiera, silenziosa testimonianza di un’attività un tempo fiorente. Per secoli le fornaci hanno usato le argille delle golene, in molti casi hanno trovato posto proprio entro l’alveo del fiume.
Raggiunta CASTELMASSA, è opportuna una sosta sull’argine nel punto dove è stata costruita una curiosa meridiana: propriamente un tavolino, uno strumento del passato afferente il sole e la natura. Ai piedi del ciglione, si apre l’attraente Piazza della Libertà, sullo sfondo della quale si erge l’ampia facciata della chiesa: uno splendido fondale che, nella vigorosa luce pomeridiana, “accende” il pronao loggiato.
Oltre l’argine, il fiume “chiama” e porge una sua veduta mozzafiato, grandiosa. Le correnti e le rive zigzagano, coperte da una bassa vegetazione. Lo sguardo si spinge verso l’orizzonte. E’ tutto un accordo: l’acqua, la sabbia, i verdi arbusti e l’azzurrità dell’aria si toccano, ci prendono e riempiono l’anima.
A CALTO la golena è grande e coltivata. Dal fiume in magra affiora un’isola di sabbia dove il celeste dell’acqua diventa cornice: il soggetto del “quadro” è disteso tra le alte rive verdi. Anche la chiesa del paese è contornata dal verde degli alberi e si appoggia ai tetti delle case che si frappongono e la sua tinta gialla è ancora sabbia.
La parrocchiale di Calto e l’attigua casa canonica sono nella piazza 4 Novembre, nel centro del paese. Tutto il piccolo centro è raccolto attorno alla piazza, sulla quale, oltre ai due pregevoli edifici, si affaccia pure il municipio con la lapide a ricordo del carbonaro Costantino Munari.
La chiesa settecentesca è a tre navate ed ha la facciata tripartita con ampio timpano sormontato da pinnacoli; sulla facciata, entro le nicchie, sono collocate delle statue. L’interno è molto luminoso. La casa parrocchiale è un edificio a due piani, con largo portico, ritmato da archi e lesene, che continua in una costruzione più bassa fino al viale alberato. Unisce la chiesa e la casa canonica il campanile ben armonizzato con l’insieme, dalla ricca cella disegnata da archi, cornici e pinnacoli.
Oltre Calto la strada arginale tocca il territorio di Salara, il piccolo paese è lontano, e anche il fiume sembra non curarsene.
Procedo sulla strada arginale, verso FICAROLO, raggiungendo la poliedrica costruzione dell’ex zuccherificio, uno dei più antichi e grandi del Polesine, da tempo malinconicamente abbandonato. Sullo sfondo, oltre un grande curvone, il paese è segnalato dall’alto campanile della chiesa di S. Antonino Martire. La torre è come un alto minareto con al fianco la graziosa cupola di un più basso campanile.
Raggiunto il centro del paese, in piazza Guglielmo Marconi, lo sguardo è subito attratto proprio dall’alto campanile, fortemente inclinato, e dalla chiesa, con la sua insolita pianta ellittica. I due “personaggi” primeggiano; ogni altro edificio è marginale. Meritano tuttavia uno sguardo l’ex pescheria ed il portale d’accesso alla piazza, arretrati rispetto il fronte del tempio.
Il campanile è in mattoni a vista ed è partito in settori che si restringono a cannocchiale verso l’alto; la cella campanaria estremizza la snellezza del fusto dividendosi a sua volta in due parti: la cella, e la soprastante lanterna, coperta da una cuspide.
La chiesa è rivolta al Po, il suo asse determina la direzione della strada che conduce all’argine. La sua facciata in nessun modo rivela l’interno, solo il corpo del tempio, che trasborda dal fronte, denuncia una strana invenzione: un grande tamburo sorreggente una commisurata cupola.
L’interno è uno spazio a tre volumi: quello centrale è un’ellisse sormontata dalla cupola ribassata, gli altri sono il presbiterio, l’abside e l’ingresso; il tutto è ricco di decorazioni. La luce è scarsa: si coglie appena la tinta delle pareti ed incerti appaiono i cromatismi delle decorazioni.
L’itinerario riprende. Incredibilmente, lungo il territorio di GAIBA, il fiume perde un po’ la propria identità: chiuso tra i due argini maestri scende rettilineo, forse un po’ più veloce. Per i polesani questa è un’immagine conosciuta, ricorda infatti quella dell’Adige, l’altro grande fiume che bagna da nord il Polesine.
Una rapida discesa dall’argine per immortalare, in un paio di foto, la cinquecentesca Villa Manfredini Stampanoni con l’attiguo settecentesco oratorio dedicato a S. Anna. Un complesso architettonico di pregio che soffre per la presenza della trafficata Eridania che lo separa dal centro del paese, dove sorge la chiesa dedicata a San Giuseppe.
L’itinerario prosegue entrando nel territorio di STIENTA. Il Po si apre in una vastissima golena coltivata. Al suo interno insistono ancora delle abitazioni e un tempietto dedicato a S. Carlo Borromeo, mentre vari ruderi rurali si presentano sommersi dalla vegetazione rampicante.
Il fiume attira insistentemente l’attenzione e quasi non ci si accorge che, al di qua dell’argine, sta sfuggendo una significativa macchia verde: è il piccolo parco di villa Camerini Bertelè, inconsueta, restaurata negli ultimi decenni e poi nascosta dagli alberi.
Villa Camerini Bertelè si presenta con un’architettura turrita dalla forte matrice ferrarese. Del “tutto” si vede solo l’ingresso della cinta muraria, importante, ma sostanzialmente insufficiente.
La costruzione, inserita in uno spazio cintato, è parte del paesaggio rivierasco anche se il monumento “soffre” il rilevato arginale, più volte innalzato. E’ solitaria, costituita da un corpo centrale e due torri laterali; ricorda le fortificazioni medioevali. A lato della villa vi è un annesso rustico, con un pregevole portico, un tempo adibito a scuderie, che fa da degna cornice all’insieme e chiude il complesso a est. Ci vorrà l’inverno per poter ammirare l’edificio tra gli alberi spogli.
Poco oltre, dopo il porticciolo turistico, si oltrepassa Stienta: la sua piazza e la sua chiesa, ossequiosamente rivolte al fiume… è ormai sera e il tramonto dirada tutti i colori del giorno…