In alcuni Paesi d’Europa le celebrazioni per il Centenario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale furono avviate fin dall’estate 2014, facendo riferimento al 1 Agosto 1914, quando la Germania aprì la lista dei belligeranti con la dichiarazione di guerra alla Russia, subito seguita da Francia e Gran Bretagna.
Ma l’Italia, come ben puntualizza la patriottica “canzone del Piave”, entrò nel conflitto il 24 Maggio 1915 con la dichiarazione di guerra contro l’Austria-Ungheria. La Nazione non era preparata al conflitto. La carenza di risorse e la scarsa formazione dei quadri militari non impedirono tuttavia ai fanti italiani di battersi con onore per la salvaguardia dei confini nazionali. Il cedimento di Caporetto, nell’Ottobre 1917, fece temere il tracollo totale dell’Italia, ma la strenua resistenza posta in atto sulle rive del Piave diede alle Armate tricolori la spinta della riscossa fino alla resa totale degli eserciti Austroungarici avvenuta a Vittorio Veneto il 4 Novembre 1918.
L’occasione del Centenario viene colta da Comuni, Enti, Associazioni come “momento della memoria” per raccontare la Grande Guerra alle generazioni più giovani ed a tutti coloro che, pur avendone ricevuto qualche ricordo tramandato in famiglia, intendono conoscere più concretamente quella tragica esperienza.
Oltre ai disastri materiali e morali, tipici di ogni conflitto, si calcola che le armi (non sempre convenzionali) usate nella Prima Guerra Mondiale abbiano causato circa 9 milioni di morti tra civili e militari di tutte le nazioni intervenute. Le stime per l’Italia si aggirano attorno a 1.240.000 morti, tra militari (651.000) e civili (589.000). La Nazione ha sempre onorato queste vittime. Ogni paese, borgo o frazione dedicò cimiteri, cippi e monumenti presso i quali ogni anno le Comunità s’incontrano per esprimere un pensiero riconoscente ed una preghiera. E’ naturale dunque che in occasione delle prossime celebrazioni Centenarie quelle strutture monumentali – elevate a simbolo di unità della Nazione – diventino ponti ideali tra le popolazioni e i loro eroi.
Di varia dimensione e tipologia, i Monumenti ai Caduti sorsero generalmente su commissione civica, proprio per rinsaldare quei vincoli. In questo contesto si colloca il Sacrario monumentale di Adria che intendiamo qui presentare.
Da Rettoria a Monumento ai Caduti
Il triste carico di distruzione e di morte lasciato dalla guerra da cui l’Italia uscì vittoriosa il 4 Novembre 1918, suscitò anche nelle popolazioni del Polesine il desiderio di venerare la memoria dei Caduti con opere di livello artistico notevole, destinate a durare nel tempo.
Con questo spirito nel 1919, un gruppo di cittadini adriesi costituitosi in “Comitato provvisorio”, decise di affidare all’ing. Giovanni Battista Scarpari l’incarico di redigere un progetto “per un monumento ai gloriosi caduti nelle guerre pel trionfo della libertà e della grandezza d’Italia”.
Superata l’euforia della Vittoria, l’Italia dei primi anni ‘20 del Novecento fu pervasa da tensioni ideologiche e sociali difficilmente conciliabili. In questo clima di perenne contrapposizione tuttavia tutte le fazioni si trovarono d’accordo nel dare onore ai Caduti. E’ per questo che il progetto per il quale l’antica chiesa di San Nicola sarebbe stata trasformata in cappella votiva, incontrò subito il favore della cittadinanza, del Consiglio Comunale e pure il beneplacito dell’Ordinario diocesano mons. Anselmo Rizzi.
Gli accordi tra la Fabbriceria della chiesa di San Nicola ed il Comune di Adria, resosi interprete della realizzazione del monumento, si concretizzarono quindi in un atto denominato “Concordato preliminare”, redatto e sottoscritto con i crismi di legge il 15 Giugno 1922.
Da quella data dovette trascorrere circa un decennio prima che il progetto redatto con tanto impegno e cura dall’Architetto Scarpari potesse andare in porto. C’era la volontà, è vero, ma mancavano i soldi, che però vennero abbondantemente raccolti con sottoscrizioni pubbliche. Basti pensare che alla chiusura della campagna di raccolta dei fondi pro erigendo Monumento ai Caduti, il Comitato si trovò a disposizione la ragguardevole somma di lire 260.218,85, corrispondenti a circa 500milioni di vecchie lire.
Il concorso della cittadinanza fu splendido. Alla sottoscrizione aderirono 807 soggetti tra enti, associazioni e persone singole, con versamenti di varia entità, elargiti secondo le disponibilità di ciascuno. Di questa generosa gara si conservano gli elenchi con il dettaglio dei nomi e degli importi, ed è bello scoprire come, ancora una volta, i più poveri siano stati fra i primi a donare il loro contributo. Questo a dimostrazione del senso civico diffuso tra i cittadini, desiderosi di far memoria dei propri Caduti.
Il fascismo nascente tentò di appropriarsi di questo comune sentire della gente introducendo regole e parametri ai quali avrebbero dovuto uniformarsi tutti i sacrari in costruzione in Italia. Ciò in attuazione di quel vasto programma di fascistizzazione in atto in tutto il territorio nazionale, mirante più alla glorificazione del regime che alla esaltazione del culto dei morti sul campo di battaglia.
Questo spiega l’inserimento anche nel Sacrario adriese di elementi decorativi già presenti in altri mausolei sorti nello stesso periodo, che riconducono alle regole dettate dal regime: le palme a bassorilievo (simbolo della vittoria e del sacrificio) che corrono tutt’attorno all’arco romanico sovrastante la porta d’ingresso e il rosone; il misurato e simmetrico frontone a timpano, ispirato alla tradizione classica e decorato di ghirlande e di faci rovesciate (simbolo della morte eroica) che chiude la parte alta della facciata; la Vittoria alata affiancata dall’aquila posta a sostegno dell’antenna per l’alzabandiera collocata all’esterno.
Altri segni distintivi del Monumento fanno invece capire come esso sia stato studiato e realizzato proprio per interpretare la volontà dei Cittadini adriesi. Due significativi bassorilievi balzano allo sguardo di chi si pone al centro dell’arco d’ingresso e ne osserva le basi: da un lato lo stemma della città e dall’altro la Pietà funebre vogliono testimoniare il contributo spontaneo dei cittadini alla realizzazione del Monumento.
Anche il Vescovo diocesano Mons. Anselmo Rizzi volle in quella circostanza unirsi alla schiera dei sostenitori del Sacrario manifestando il suo assenso alla trasformazione della Chiesa e dettando la locuzione latina “Et ipsi vivent”, posta entro il timpano sulla facciata interamente ricoperta con la pietra d’Istria. “Secondo il credo cristiano Essi (i Caduti) vivono per sempre nel Signore”, spiegò il Presule, precisando che “Essi saranno sempre nel ricordo dell’intera Comunità”.
Un elemento qualificante del Monumento realizzato dall’Architetto Scarpari è senz’altro il sarcofago di età imperiale espressamente donato dalla Città di Roma.
Non meno significative tuttavia sono le opere in bronzo che adornano l’intero monumento: il grande portone ad arco, i due leoni accosciati posti a presidio dell’ingresso, la singolare lampada votiva sopra il sarcofago, il gruppo della Vittoria con alzabandiera, sono capolavori unici usciti dalla fertile mente creativa di Gaetano Samoggia, singolare artista bolognese che ha lasciato ad Adria molti segni della sua abilità. Alla sua opera infine, appartengono le grandi targhe che girano attorno allo zoccolo, fuse nel bronzo con incisi i nomi dei Caduti in guerra (8 targhe: 203 Caduti) ed altre due con i nomi degli 84 Caduti per cause di guerra.
Gaetano Samoggia (1871-1951)
Nell’importante iniziativa di trasformazione dell’antica chiesa di San Nicola in Monumento ai caduti adriesi, di rilievo fu dunque l’impegno artistico espletato da Gaetano Samoggia. Raffinato decoratore e scultore bolognese, egli giunse ad Adria richiamato dalla stima oltre che dall’amicizia conservata con l’Architetto Giovanni Battista Scarpari, con il quale aveva collaborato nella esecuzione di alcune importanti opere di restauro nella capitale emiliana.
Dopo aver frequentato l’Accademia di Belle Arti a Bologna e girovagato un po’ per l’Emilia e la Lombardia, dedicandosi a raffinati lavori in stucco su pareti e soffitti di lussuose dimore settecentesche o ispirate allo stile liberty, lavorò in Francia ed a Montecarlo, particolarmente nella decorazione del Casinò e dell’Hotel de Paris.
Decorazione, scultura e bassorilievo rappresentano i tre momenti dell’attività artistica di Samoggia, che proprio ad Adria lasciò opere particolarmente importanti. Oltre alle sculture bronzee del Monumento ai Caduti, vanno ricordate le decorazioni del Teatro Comunale, l’Angelo della Pace in Cattedrale, le decorazioni ed i bassorilievi nella cattedrale di san Giovanni, ed altri interventi nel territorio, tra i quali spiccano il bassorilievo dedicato ai Caduti presso il Municipio di Porto Viro e le decorazioni a stucco nella villa Nichetti a Rivà di Ariano. “Un’arte la sua, commentò l’ing. Gianfranco Scarpari, fluttuante tra aspirazioni di marca rinascimentale e influenze di raffinato decorativismo di matrice viennese”.









