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Archivi: Articoli d’archivio

  • Il Mausoleo di Adria

    Il Mausoleo di Adria

    In alcuni Paesi d’Europa le celebrazioni per il Centenario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale furono avviate fin dall’estate 2014, facendo riferimento al 1 Agosto 1914, quando la Germania aprì la lista dei belligeranti con la dichiarazione di guerra alla Russia, subito seguita da Francia e Gran Bretagna.

    Ma l’Italia, come ben puntualizza la patriottica “canzone del Piave”, entrò nel conflitto il 24 Maggio 1915 con la dichiarazione di guerra contro l’Austria-Ungheria. La Nazione non era preparata al conflitto. La carenza di risorse e la scarsa formazione dei quadri militari non impedirono tuttavia ai fanti italiani di battersi con onore per la salvaguardia dei confini nazionali. Il cedimento di Caporetto, nell’Ottobre 1917, fece temere il tracollo totale dell’Italia, ma la strenua resistenza posta in atto sulle rive del Piave diede alle Armate tricolori la spinta della riscossa fino alla resa totale degli eserciti Austroungarici avvenuta a Vittorio Veneto il 4 Novembre 1918.

    L’occasione del Centenario viene colta da Comuni, Enti, Associazioni come “momento della memoria” per raccontare la Grande Guerra alle generazioni più giovani ed a tutti coloro che, pur avendone ricevuto qualche ricordo tramandato in famiglia, intendono conoscere più concretamente quella tragica esperienza.

    Oltre ai disastri materiali e morali, tipici di ogni conflitto, si calcola che le armi (non sempre convenzionali) usate nella Prima Guerra Mondiale abbiano causato circa 9 milioni di morti tra civili e militari di tutte le nazioni intervenute. Le stime per l’Italia si aggirano attorno a 1.240.000 morti, tra militari (651.000) e civili (589.000). La Nazione ha sempre onorato queste vittime. Ogni paese, borgo o frazione dedicò cimiteri, cippi e monumenti presso i quali ogni anno le Comunità s’incontrano per esprimere un pensiero riconoscente ed una preghiera. E’ naturale dunque che in occasione delle prossime celebrazioni Centenarie quelle strutture monumentali – elevate a simbolo di unità della Nazione – diventino ponti ideali tra le popolazioni e i loro eroi.

    Di varia dimensione e tipologia, i Monumenti ai Caduti sorsero generalmente su commissione civica, proprio per rinsaldare quei vincoli. In questo contesto si colloca il Sacrario monumentale di Adria che intendiamo qui presentare.

    Da Rettoria a Monumento ai Caduti

    Il triste carico di distruzione e di morte lasciato dalla guerra da cui l’Italia uscì vittoriosa il 4 Novembre 1918, suscitò anche nelle popolazioni del Polesine il desiderio di venerare la memoria dei Caduti con opere di livello artistico notevole, destinate a durare nel tempo.

    Con questo spirito nel 1919, un gruppo di cittadini adriesi costituitosi in “Comitato provvisorio”, decise di affidare all’ing. Giovanni Battista Scarpari l’incarico di redigere un progetto “per un monumento ai gloriosi caduti nelle guerre pel trionfo della libertà e della grandezza d’Italia”.

    Superata l’euforia della Vittoria, l’Italia dei primi anni ‘20 del Novecento fu pervasa da tensioni ideologiche e sociali difficilmente conciliabili. In questo clima di perenne contrapposizione tuttavia tutte le fazioni si trovarono d’accordo nel dare onore ai Caduti. E’ per questo che il progetto per il quale l’antica chiesa di San Nicola sarebbe stata trasformata in cappella votiva, incontrò subito il favore della cittadinanza, del Consiglio Comunale e pure il beneplacito dell’Ordinario diocesano mons. Anselmo Rizzi.

    Gli accordi tra la Fabbriceria della chiesa di San Nicola ed il Comune di Adria, resosi interprete della realizzazione del monumento, si concretizzarono quindi in un atto denominato “Concordato preliminare”, redatto e sottoscritto con i crismi di legge il 15 Giugno 1922.

    Da quella data dovette trascorrere circa un decennio prima che il progetto redatto con tanto impegno e cura dall’Architetto Scarpari potesse andare in porto. C’era la volontà, è vero, ma mancavano i soldi, che però vennero abbondantemente raccolti con sottoscrizioni pubbliche. Basti pensare che alla chiusura della campagna di raccolta dei fondi pro erigendo Monumento ai Caduti, il Comitato si trovò a disposizione la ragguardevole somma di lire 260.218,85, corrispondenti a circa 500milioni di vecchie lire.

    Il concorso della cittadinanza fu splendido. Alla sottoscrizione aderirono 807 soggetti tra enti, associazioni e persone singole, con versamenti di varia entità, elargiti secondo le disponibilità di ciascuno. Di questa generosa gara si conservano gli elenchi con il dettaglio dei nomi e degli importi, ed è bello scoprire come, ancora una volta, i più poveri siano stati fra i primi a donare il loro contributo. Questo a dimostrazione del senso civico diffuso tra i cittadini, desiderosi di far memoria dei propri Caduti.

    Il fascismo nascente tentò di appropriarsi di questo comune sentire della gente introducendo regole e parametri ai quali avrebbero dovuto uniformarsi tutti i sacrari in costruzione in Italia. Ciò in attuazione di quel vasto programma di fascistizzazione in atto in tutto il territorio nazionale, mirante più alla glorificazione del regime che alla esaltazione del culto dei morti sul campo di battaglia.

    Questo spiega l’inserimento anche nel Sacrario adriese di elementi decorativi già presenti in altri mausolei sorti nello stesso periodo, che riconducono alle regole dettate dal regime: le palme a bassorilievo (simbolo della vittoria e del sacrificio) che corrono tutt’attorno all’arco romanico sovrastante la porta d’ingresso e il rosone; il misurato e simmetrico frontone a timpano, ispirato alla tradizione classica e decorato di ghirlande e di faci rovesciate (simbolo della morte eroica) che chiude la parte alta della facciata; la Vittoria alata affiancata dall’aquila posta a sostegno dell’antenna per l’alzabandiera collocata all’esterno.

    Altri segni distintivi del Monumento fanno invece capire come esso sia stato studiato e realizzato proprio per interpretare la volontà dei Cittadini adriesi. Due significativi bassorilievi balzano allo sguardo di chi si pone al centro dell’arco d’ingresso e ne osserva le basi: da un lato lo stemma della città e dall’altro la Pietà funebre vogliono testimoniare il contributo spontaneo dei cittadini alla realizzazione del Monumento.

    Anche il Vescovo diocesano Mons. Anselmo Rizzi volle in quella circostanza unirsi alla schiera dei sostenitori del Sacrario manifestando il suo assenso alla trasformazione della Chiesa e dettando la locuzione latina “Et ipsi vivent”, posta entro il timpano sulla facciata interamente ricoperta con la pietra d’Istria. “Secondo il credo cristiano Essi (i Caduti) vivono per sempre nel Signore”, spiegò il Presule, precisando che “Essi saranno sempre nel ricordo dell’intera Comunità”.

    Un elemento qualificante del Monumento realizzato dall’Architetto Scarpari è senz’altro il sarcofago di età imperiale espressamente donato dalla Città di Roma.

    Non meno significative tuttavia sono le opere in bronzo che adornano l’intero monumento: il grande portone ad arco, i due leoni accosciati posti a presidio dell’ingresso, la singolare lampada votiva sopra il sarcofago, il gruppo della Vittoria con alzabandiera, sono capolavori unici usciti dalla fertile mente creativa di Gaetano Samoggia, singolare artista bolognese che ha lasciato ad Adria molti segni della sua abilità. Alla sua opera infine, appartengono le grandi targhe che girano attorno allo zoccolo, fuse nel bronzo con incisi i nomi dei Caduti in guerra (8 targhe: 203 Caduti) ed altre due con i nomi degli 84 Caduti per cause di guerra.

    Gaetano Samoggia (1871-1951)

    Nell’importante iniziativa di trasformazione dell’antica chiesa di San Nicola in Monumento ai caduti adriesi, di rilievo fu dunque l’impegno artistico espletato da Gaetano Samoggia. Raffinato decoratore e scultore bolognese, egli giunse ad Adria richiamato dalla stima oltre che dall’amicizia conservata con l’Architetto Giovanni Battista Scarpari, con il quale aveva collaborato nella esecuzione di alcune importanti opere di restauro nella capitale emiliana.

    Dopo aver frequentato l’Accademia di Belle Arti a Bologna e girovagato un po’ per l’Emilia e la Lombardia, dedicandosi a raffinati lavori in stucco su pareti e soffitti di lussuose dimore settecentesche o ispirate allo stile liberty, lavorò in Francia ed a Montecarlo, particolarmente nella decorazione del Casinò e dell’Hotel de Paris.

    Decorazione, scultura e bassorilievo rappresentano i tre momenti dell’attività artistica di Samoggia, che proprio ad Adria lasciò opere particolarmente importanti. Oltre alle sculture bronzee del Monumento ai Caduti, vanno ricordate le decorazioni del Teatro Comunale, l’Angelo della Pace in Cattedrale, le decorazioni ed i bassorilievi nella cattedrale di san Giovanni, ed altri interventi nel territorio, tra i quali spiccano il bassorilievo dedicato ai Caduti presso il Municipio di Porto Viro e le decorazioni a stucco nella villa Nichetti a Rivà di Ariano. “Un’arte la sua, commentò l’ing. Gianfranco Scarpari, fluttuante tra aspirazioni di marca rinascimentale e influenze di raffinato decorativismo di matrice viennese”.

  • L’idrovora di Ca’ Giovanelli

    L’idrovora di Ca’ Giovanelli

    Percorrendo la strada che da Stanghella conduce ad Anguillara Veneta, si resta ammirati di fronte alla variegata bellezza della campagna padana, fedele testimone del susseguirsi delle stagioni. Incastri colorati di morbido verde tendente al giallo al maturare del grano, linee scompigliate di soia e mais prigioniere del sole o sonnolente nelle brume autunnali, sono custodi di questi luoghi tra l’Adige e il Gorzone, figli di tempi lontani e di fatiche mai dimenticate.

    E’ un mondo sereno, gradevole, che accarezza gli occhi e trasmette un senso di tranquillità; una realtà talmente ordinata e definita che nulla di essa riporta all’acquatico e paludoso aspetto che caratterizzava il territorio prima delle capillari e per molti aspetti ciclopiche opere di bonifica iniziate nel 1500 dai veneziani.

    Gustiamo il paesaggio procedendo senza fretta a bordo delle nostre biciclette. Arrivati a Stoppare, svoltiamo a sinistra per imboccare la rampa arginale del Gorzone che qui è attraversato da un ponte. Proseguendo a destra, lungo una strada non asfaltata, ci si addentra completamente lungo un sentiero “del tempo mai trascorso” caratterizzato da vari casolari purtroppo abbandonati, posseduti dagli abbracci dell’edera e assaliti dalla furia ruvida delle ortiche.

    Ancora poche centinaia di metri e si arriva all’impianto idrovoro di Ca’ Giovanelli. La costruzione è un massiccio edificio, a metà strada tra una grande casa padronale e un solido palazzo di signorotti di campagna. Mettendo in moto la fantasia lo si potrebbe immaginare come una fortezza innalzata per tenere a bada la forza delle acque nei loro momenti di rabbiosa furia contro l’uomo e la terra.

    E proprio questa è la sua funzione; l’impianto nasce infatti dalla necessità di “domare” il libero e bizzarro espandersi delle piene sui territori destinati da secoli, dopo le bonifiche, all’agricoltura e quindi al sostentamento.

    “Bonum facere”, ovvero “far diventare buono” l’ambiente: renderlo salutare e coltivabile, e perciò fonte di cibo per l’uomo che vuole controllare e custodire il luogo in cui gli è dato di vivere. Il percorso di bonifica nel tempo è stato durissimo e tortuoso, e ad esso hanno contribuito uomini e mezzi in periodi differenti e con diverse modalità legate via via all’evoluzione tecnologica e sociale.

    Per conseguire tale finalità sono nati i CONSORZI DI BONIFICA, enti che si autogovernano, in quanto sono gli stessi consorziati ad eleggere i propri amministratori. I “Consorzi di Bonifica Riuniti in Este” ebbero origine nella seconda metà del secolo XVI per istituzione della Repubblica Veneta, in quel territorio che, compreso fra l’Adige a sud, i Colli Euganei e i monti Berici, è attraversato dai fiumi Frassine – S. Caterina, Fratta – Gorzone e dal canale Bisatto.

    Il Senato veneto, con decreto del 10 ottobre 1556, dava precisa regola al “Magistrato dei Beni Inculti” allo scopo di bonificare e ridurre a coltura i vari luoghi incolti del Padovano, del Vicentino e del Veronese, del distretto di Asolo, del Polesine e dell’Istria. Il Magistrato stesso nel successivo anno decretava l’esecuzione dei lavori di scolo delle Valli del Gorzon e di quelle di Monselice, Baone ed Arquà e, nel 1558, delle Valli da Lozzo al Frassine e di quelle della Brancaglia. Già fino da allora alcuni e poco dopo altri – i Consorzi Gorzon Medio, Gorzon Inferiore, Gorzon Superiore, Lozzo, Brancaglia, Cavariega, Valcinta e Valgrande – ebbero la loro origine e la loro sede in Este, in un unico ufficio, con un unico corpo di impiegati e con amministrazioni, però, separate.

    Dal “Magistrato Sopra li Beni Inculti” veniva deliberata l’esecuzione di importanti opere di scolo e arginamento, cui era connessa la costruzione di manufatti di considerevole mole, fra i quali alcuni ponti-canali.

    Fra questi manufatti è degno di speciale menzione la Botte Tre Canne, sottopassante il S. Caterina e avente il compito di scaricare le acque del Lago di Vighizzolo e delle valli e paludi circostanti nel Lago della Grignola o di Anguillara, al quale dovevano essere convogliate mediante il Canale della Pezza, in unione a quelle dei Retratti Brancaglia e Lozzo.

    Dal Lago della Grignola si dipartiva il Taglio del Gorzone, escavato nel 1558, mediante il quale tutte le acque del territorio, costituente oggi questi Consorzi, venivano convogliate al mare.

    Quello di Ca’ Giovanelli è un impianto costruito nel 1931 che garantisce la bonifica di un territorio di 7656 ettari, prevalentemente agricoli avente scarico nel fiume demaniale “Gorzone”. I Comuni del padovano che sono serviti dall’intervento dell’impianto di “Ca Giovanelli” sono: Pozzonovo, Anguillara, Solesino, Stanghella, Granze, Sant’Elena, Carmignano, Vighizzolo, Este e Tribano. Quest’idrovora costituisce quindi il capolinea di tutta l’estesa rete di bonifica e pertanto occorre sia in grado di sollevare l’acqua pompandola nel Canale Gorzone che diviene collettore di scarico verso la via del mare.

    Sostiamo ammirati di fronte alla storica costruzione di Ca’ Giovanelli, considerando quanto sia importante per il benessere del territorio l’operazione di sollevamento delle acque. Se ciò non avvenisse, attraverso questo impianto, tutta la zona da esso servita ridiventerebbe una palude nella quale sarebbe ancora l’acqua a diventare la dominatrice. Tante sono state nel tempo le fatiche occorse per realizzare l’impianto, in anni nei quali molte opere imponenti erano fatte a mano da scariolanti e manovali che abitualmente erano contadini.

    Quanta storia e quanto lavoro dell’uomo! Riflessioni che mi portano alla mente le parole del responsabile dell’impianto: il signor Ruggero Formentin, che qualche anno fa ha guidato i miei alunni all’interno della struttura di “Ca Giovanelli” svelando loro, con passione e competenza, i segreti del funzionamento di questo storico impianto.

    La bonifica è suddivisa in “acque alte” e “acque basse”, ambedue a scolo meccanico.

    Sulle “acque alte” sono installati due gruppi elettrici con pompe centrifughe ad asse orizzontale, ciascuno della potenza di 103 KW con portata di1100 litrisec alla prevalenza di m.6.00; un gruppo termico a motore diesel accoppiato a pompa centrifuga ad asse orizzontale, della potenza di KW 147 e portata 1900 litrisec.alla prevalenza di m.6.00.

    Sulle “acque basse”, sono attivi due gruppi elettrici con pompe centrifughe ad asse orizzontale, ciascuno con potenza di 103 KW e portata di 1000 litrisec, alla prevalenza di m.7.40; un gruppo termico motore diesel accoppiato a pompa centrifuga ad asse orizzontale, della potenza di KW 184 e portata 1800 litrisec. Alla prevalenza di m.7.40.

    Nel 1997 sono stati effettuati inoltre alcuni interventi per adeguamenti della cabina elettrica di trasformazione.

    E il passato torna quando il cuore dei motori diesel, odorosi di nafta, viene fatto pulsare, raccontando quanto la lotta tra l’uomo e le acque sia stata vinta attraverso le titaniche opere di bonifica. Rivado ancora con la memoria all’incontro della mia scolaresca col signor Formentin: il momento clou fu la messa in funzione dei motori che hanno fatto sentire il loro imponente cuore pulsante ed hanno messo in circolazione la nafta che li alimenta.

    Da notare il particolare delle macchine istallate in questo e in altri impianti in Italia e all’estero, che si possono definire vere “opere d’arte” dell’ingegneria meccanica e sono state prodotte dalla ditta Franco Tosi di Legnano attualmente ceduta ad altri gruppi industriali e che contava, in periodi di elevata attività industriale, ben 6000 operai.

    Un passato da non dimenticare, perché da esso dipende ancor oggi la salvaguardia del territorio.

    Lasciamo l’idrovora di Ca’ Giovanelli con la consapevolezza che complessi così affascinanti e straordinari sono autentici “angeli custodi” del nostro ambiente di pianura; impianti insostituibili, la cui efficienza è garantita dalla costante attività di cura da parte degli organismi preposti.

  • Il fascino di Boscovecchio

    Il fascino di Boscovecchio

    Tra le aree di pregio naturalistico che costeggiano l’Adige, di sicuro interesse si presenta quella denominata “Boscovecchio” che ricade nei Comuni di Masi (Padova) e di Badia Polesine (Rovigo). Ha una superficie di circa 200 ettari ed è ubicata tra il fiume Adige e il canale Ceresolo, corsi d’acqua soggetti a tutela ambientale: il primo quale Sito di importanza europea, il secondo ai sensi del Testo Unico 42-2004 quale bellezza paesaggistica italiana.

    Un ambiente unico, tipico degli anni ‘50

    Il fascino del Boscovecchio deriva dal fatto che questa antica località conserva ancora – sostanzialmente intatte anche se non del tutto preservate dai discutibili interventi di modernizzazione – le caratteristiche tipiche del paesaggio agrario presente nella pianura veneta fino agli anni ‘50 del Novecento. Un paesaggio caratterizzato da appezzamenti abbastanza contenuti, delimitati da fossi ricoperti da fragmiteto (cannuccia palustre) e siepi di Acero campestre, Olmo, Sambuco e Sanguinella.

    Le carreggiabili via Carletti, via Restara, via Abbazia, via Stradoni Vecchi e via Boscovecchio costituiscono percorsi a lenta viabilità. Si presentano fiancheggiate da suggestive e secolari piante di Ontano nero, Acero campestre, Olmo campestre e Farnia (quasi del tutto scomparse nel resto della pianura Padana). Emerge in particolare la “Strada del morto”, costeggiata dalla risorgiva omonima la cui fonte è addossata alla riva dell’Adige.

    Di particolare pregio ambientale è poi la presenza di alcuni filari di Ontano nero e di un piccolo bosco di questa specie, sostanzialmente estinta nelle campagne venete; un’insolita formazione boschiva di questa bellissima pianta a foglia larga e dai semi a grappolo, graditissimi da Fringuelli e Cardellini.

    Questo boschetto di Ontano – uno dei tre ancora presenti nella provincia di Rovigo, realizzato decine di anni fa dalla famiglia Borghesan – è oggi dichiarato monumento naturale. Questo fece sì che, quando venne progettata l’autostrada Valdastico Sud (recentemente inaugurata e della quale emerge un maestoso ponte visibile in grande lontananza), si dovette tener presente questo vincolo di protezione, prevedendo che il tracciato si distanziasse di 300 metri, proprio per preservare il sito così prezioso a livello ambientale.

    Al Boscovecchio si vive ancora seguendo il ritmo delle stagioni. Troviamo ad esempio il signor Maurizio Cadore, che accudisce le piccole galline richiamandole a sera nel pollaio e coltiva ortaggi con i sistemi tradizionali, senza pesticidi, attento a non danneggiare i suoi rinomati prodotti.

    Tra gli argini dell’Adige e via Restara si possono invece vedere i fratelli Antonio e Claudio Carlassara a bordo di un trattore in movimento, seguiti da nuvole di Garzette e Aironi guardabuoi che si alimentano degli insetti che emergono dalla terra rivoltata dall’aratro. Un altro agricoltore, il signor Giuliano Ferrighi, dopo aver arricchito di siepi una zona di Salvaterra, ha provveduto ad impiantare quattro ettari di terreno con altre piante da siepe boscata dall’indubbio valore naturalistico a beneficio della fauna selvatica.

    Imboccando la “strada vicinale dei morti” (probabilmente l’ultimo residuo di sapore pascoliano in Polesine), si possono incontrare alcuni bambini che, come si faceva una volta, giocano per strada, intenti in passatempi che ancora sopravvivono in un luogo dove le automobili sono tuttora rare e la vita sembra scorrere più lenta.

    Chi transita per le vie di Boscovecchio può inoltre rivivere sensazioni lontane nel tempo, contrassegnate da odori e sapori per lo più scomparsi, come ad esempio il profumo di certi cibi nel forno e quello del mosto: saporite premesse per indimenticabili momenti conviviali, in modo particolare nel periodo della vendemmia.

    L’Adige è il simbolo del Boscovecchio, un fiume che ha modellato per secoli questo ambiente dando vita ad uno scenario unico che merita di essere visitato “con discrezione”, preservandolo dal consumo del suolo e dagli interventi edilizi inadeguati che snaturano i vecchi edifici della tradizione.

    La grande golena di Boscovecchio

    Oltre alla campagna, un altro ambiente che caratterizza il Boscovecchio è costituito da una grande golena, giacente nel territorio di Masi, la cui forma attuale è la conseguenza dell’azione dell’uomo che nel corso dei secoli è intervenuto più volte per eliminare le numerose anse dell’Adige spesso soggette a rotture che provocavano rovinosi allagamenti.

    Per scongiurare le esondazioni la Repubblica di Venezia intervenne, soprattutto nel XVII secolo, rettificando l’alveo del fiume, destinando il sedime delle vecchie anse per dar vita a zone golenali: aree rivelatesi utili come bacini di espansione e contenimento delle acque in caso di piena.

    Tra le antiche anse, la cartografia storica mostra in particolare il tratto del fiume tra Villa d’Adige e Piacenza d’Adige dove insisteva una pericolosissima ansa a ferro di cavallo. Vari furono gli interventi succedutesi, finché si giunse a quello risolutore portato a termine il 7 dicembre 1677, il cosiddetto Taglio delle Rocche Marchesane¹.

    In pratica fu scavato un nuovo alveo, denominato Canale delle Rocche Marchesane, ubicato indicativamente tra l’attuale ponte a tre archi e la località Boscovecchio. Furono così progressivamente eliminate le anse dando vita ad alcune golene, inclusa quella del Boscovecchio, denominata, a quel tempo, Giara Schionsana di Cà Bembo e, nella carta successiva disegnata da Bernardino Zendrini² nella prima metà del 1700, detta Marezana alta³.

    Nell’area extra golenale, a pochi metri dal piede arginale, erano presenti alcune risorgive, una delle quali, denominata Canale Boscovecchio o Canale del morto: costituisce ancora oggi un suggestivo corso d’acqua di lunghezza limitata ma tuttavia soggetto a tutela in ben tre punti del suo percorso, la cui fonte dovrebbe essere riattivata.

    Per la golena del Boscovecchio si aprono interessanti prospettive di valorizzazione. Proprio nel gennaio di quest’anno, infatti, i Comuni di Masi e di Badia Polesine hanno sottoscritto una richiesta congiunta alla Regione Veneto al fine di conseguire una gestione condivisa dell’area, proponendo un intervento di rinaturalizzazione che porterebbe un innegabile beneficio sia in ambito naturalistico che turistico.

    L’area, oggi nota anche con il toponimo Golena Tappari, è situata sulla riva destra dell’Adige nel Sito di Importanza Comunitaria IT 3210042 – Fiume Adige da Verona a Badia Polesine, inserito nella Rete Natura 2000, ed è dichiarata Zona di Protezione Speciale a causa della presenza di determinate specie vegetali e animali di interesse comunitario.

    E’ inoltre identificata come Corridoio Ecologico soggetto a media e significativa tutela dal Piano Territoriale di Coordinamento adottato dall’amministrazione provinciale di Rovigo il 21.4.2009, mentre il settore Risorse Faunistiche della stessa Amministrazione provinciale ha inserito la medesima località nelle aree in cui è vietato il prelievo venatorio istituendo una Zona di ripopolamento e cattura.

    La flora e la fauna della golena

    A livello morfologico la golena del Boscovecchio comprende ampie zone di argine ricoperte da vegetazione arbustiva idrofila, un vasto terreno incolto ed un settore marginale ad uso agrario (seminativo), in origine occupato dall’alveo atesino. Tra le singolarità vegetali è possibile osservare anche alcune specie di Orchidea.

    Il Boscovecchio riveste particolare importanza come luogo di nidificazione di numerose specie di uccelli, anche minacciati dall’alterazione degli habitat; tra questi troviamo: il Beccamoschino, la Cannaiola, la Cannaiola verdognola, il Pigliamosche, la Capinera, l’Usignolo di fiume, il Migliarino di palude, l’Usignolo comune, il Rigogolo, l’Upupa, il Picchio verde, il Picchio rosso maggiore e il Tarabusino, un minuscolo Airone che trascorre le ore ad attendere immobile le Rane. Vi si possono osservare anche l’Airone rosso, l’Averla minore, il Martin pescatore ed una grande colonia di Airone cenerino sul lato sinistro del fiume, dove un tempo sorgeva, non a caso, l’Isola degli Sgarzi (Sgarzo è il nome dialettale dell’Airone). Tra i rapaci diurni troviamo il Gheppio, lo Sparviere, il Lodolaio, mentre, tra i notturni, la Civetta, l’Assiolo, il Gufo, l’Allocco (una delle rare segnalazioni in Polesine) e il Barbagianni. Tra i mammiferi: il Tasso, la Donnola, la Faina, il Riccio, la Talpa, l’Arvicola terrestre e alcune specie di pipistrelli, tra le quali il Serotino comune e il raro Ferro di Cavallo maggiore.

    Tra gli insetti è stata recentemente individuata Morimus asper (segnalata da Gaetano Susanna & Stefania Colpo, 2017), una deliziosa specie non volatrice, dalle lunghe antenne, purtroppo in decrescita in tutto l’areale riproduttivo a causa della progressiva scomparsa delle zone boscate.

    Per quanto attiene ad episodi storici degni di nota, va detto che una ricerca organica sul Boscovecchio non è stata ancora compiuta, ma negli archivi e nei musei anglosassoni sopravvivono alcuni rari documenti e immagini che mostrano com’era l’area al tempo della seconda guerra mondiale. La località fu dapprima interessata da isolati voli di ricognizione da parte degli alleati e poi da singoli interventi per il lancio di armi a beneficio dei partigiani. Successivamente, il 23 aprile 1945, arrivò una massiccia formazione aerea per bombardare il ponte a tre archi sull’Adige. Alcune foto aeree, scattate dopo il bombardamento, mostrano anche il temporaneo ponte di barche realizzato per farvi transitare verso Trieste le truppe neozelandesi della coalizione alleata.

    Oggi Boscovecchio, con la sua ampia golena boscata e la sua realtà rurale – dove il tempo sembra essersi fermato agli anni ‘50 – rappresenta una interessante occasione di visita ed escursioni, particolarmente apprezzate in primavera. Conclusa la passeggiata, è possibile dissetarsi e rifocillarsi al Ranch 555, uno splendido B&B con pensione per cavalli ed alloggio per viaggiatori, inclusi i portatori di handicap

  • Un’identità da preservare

    Un’identità da preservare

    Tra le varie iniziative culturali organizzate negli ultimi anni dall’Amministrazione Comunale di Gavello, tramite la sua Biblioteca, un particolare rilievo è stato dato ad incontri, accompagnati anche da mostre, rivolti alla presentazione e all’approfondimento delle conoscenze storiche del territorio.

    In tale ambito figurano le tre edizioni di escursioni in bicicletta rivolte sia a conoscere luoghi potenzialmente adatti ad inserirsi in un più ampio ed articolato percorso turistico lento, a livello interprovinciale, sia a rafforzare l’impegno da parte della comunità locale di custodire e trasmettere alle giovani generazioni testimonianze e memorie che contraddistinguono la particolare identità di un territorio governato (come il resto del Polesine) dalle acque, di cui l’uomo ha sempre saputo sfruttarne le potenzialità, giungendo a renderlo fertile con razionali bonifiche.

    Come in altre occasioni sono stato coinvolto nelle iniziative per proporre i percorsi e per guidare i partecipanti nelle escursioni. Questo è stato per me un particolare piacere, non solo perché la campagna di Gavello mi è familiare per le ricerche archeologiche e paleoambientali che da oltre trent’anni continuano ad interessarmi (l’ho anche sorvolata ripetutamente in deltaplano per scoprirne le tracce sepolte di fiumi e strade), ma soprattutto perché al luogo mi legano particolari affetti da tempi precedenti per parentele acquisite e nuove amicizie, cioè da quando iniziai ad incontrarmi ripetutamente con quella cara Lina che continua a condividere la mia vita.

    Ed ecco puntualmente presentarsi alla partenza delle escursioni cicloturistiche i numerosi partecipanti: gli organizzatori, rappresentanti della locale amministrazione, gruppetti di amici-amiche, qualche singolo studioso o appassionato di storia locale e soprattutto le non poche giovani famiglie con i loro figlioli, vivaci ma sempre disciplinati.

    Gli itinerari, partendo ogni volta da luoghi diversi (dalla piazza di Gavello, dall’attracco fluviale sul Canalbianco, da Magnolina), si sono articolati, tra strade provinciali e comunali, tra viottoli e carrarecce.

    Alla ricerca della storia più antica sono stati percorsi i luoghi dove vissero su palafitte genti ben oltre tremila anni fa, come attesta la ricca documentazione archeologica raccolta nelle terre di Larda, conservata nel Museo dei Grandi Fiumi ed esposta in parte anche nei Musei Archeologici Nazionali di Adria e Fratta Polesine.

    Nelle campagne dei Dossi ci si è soffermati ad esaminare l’organizzata gestione delle terre da parte degli Etruschi tra VI e IV sec. a.C., a sostegno dell’economia di Adria nel periodo di massimo splendore per i suoi commerci con la Grecia; qui anche i Romani lasciano evidenti segni del loro diffuso popolamento nell’organizzazione agricola del suolo lungo l’importante strada, voluta probabilmente dal console Tito Annio Lusco nel 153 a.C. con le prime espansioni dell’Urbe oltre il Po, per consentire un più rapido collegamento tra Bologna ed Adria.

    In epoca medievale la crisi ambientale favorì la deviazione dei principali corsi d’acqua che progressivamente portarono all’assetto idrico attuale. Anche l’antico Tartaro si caratterizzò in un insieme di Canalazzi, che insistevano lungo l’asse di scorrimento dell’attuale Canalbianco.

    Intorno al X sec., il principale di questi canali si identificava nel Gabello o Gabellione o Gaibo, detto anche Atrio. Ed ecco che in tali idronimi è da ricercare l’origine del nome Gavello (come anche per Villanova del Ghebbo), mentre Atrio si lega ad Atriano, una denominazione romana del Tartaro. Tra boschi e terre emergenti da ristagni d’acqua si estendevano i beni della nota abbazia benedettina di Santa Maria, considerata il più antico cenobio del Polesine e certamente fiorente nel IX sec.

    Ma queste significative testimonianze del passato più antico sono sepolte, e solo sistematiche ricerche sul campo, condotte prevalentemente dal Gruppo Archeologico di Villadose, hanno permesso di evidenziarne alcune ridotte tracce, consentendo anche di proporre la configurazione degli antichi paesaggi.

    Per una comprensione dell’evoluzione ambientale del territorio era a disposizione dei partecipanti una cartina dei luoghi con evidenziati i segni di scomparsi corsi d’acqua e la localizzazione delle tracce insediative lasciate dall’uomo.

    Richiama il passato sepolto di questi luoghi anche Gino Piva, eccelso cantore del Polesine, che nella sua raccolta di liriche Cante d’Adese e Po del 1931, dedica una suggestiva poesia a Gavello. D’obbligo una lettura durante le escursioni, invitando i partecipanti a tenersela cara nella loro memoria e a divulgarla a familiari e conoscenti. Piva era, come lui stesso si definiva, un remengo e, come tale, vagava in bicicletta nei luoghi del medio Polesine, trovando spesso ispirazione per le sue cante.

    Vale la pena riportare di seguito quella che intitola, appunto, “Gavèlo”

    Con un saco de bele fantasie vago a girandolò in çerca d’estri per le cante mie, dal Canalbianco al Po.

    Eco che andando pian pianin, bel belo, me son dovù fermar sentindo le campane de Gavèlo in gran scampanezar.

    Gò ‘verto alora el saco dei pensieri e dentro gò catà che gh’era ‘na volta per ‘sti sentieri, ‘na gran bela çità:

    çità famosa per la so Badia che non se vede più, e che l’era la prima Signoria arente le palù.

    Ma dopo, co’ le róte e le rovine de l’Àdese e del Po, tuto gà ‘vudo la più trista fine, come dal saco so.

    Cossa ghe resta adesso de Gavèlo? L’anima che xe sta? Drento la tera e soto de ‘sto çielo gnente i gà catà.

    Ghe vôle ancora un poca de speranza. Ne la tera scavè! E vualtre, se del tempo ve ne ‘vanza, o campane sonè!

    Il territorio inoltre, come buona parte del Polesine, vide sul finire del Quattrocento il dominio della Serenissima Repubblica di Venezia che qui segnò i confini di terre strappate agli Estensi, ancor oggi nella memoria toponomastica di Frontiera, Corte Confina, Chiavica Ferrarese e identificabili in fossati o in stradine che continuano a limitare i territori limitrofi di Crespino e Villanova Marchesana.

    Furono le continue bonifiche avviate dai nuovi proprietari veneti, i vari Foscari, Gradenigo, Mocenigo, Minotto, Badoer, Grimani, a lasciarci, oltre che la configurazione del paesaggio attuale, quelle tipiche edilizie rurali in stretta relazione con la gestione agricola del suolo. Sono le numerose, semplici case dei braccianti, le corti, le case padronali, qualche villa, disseminate nella campagna. Oggi hanno perso il loro originario ruolo per le variate tecniche di gestione agraria e, come tali, sono vive solo nella memoria dei meno giovani: spezzoni di filmati d’archivio sentimentali e nostalgici in cui scorrono immagini quotidiane di intense attività agricole e domestiche con tante voci di gente e di animali e diffusi suoni e chiassosi giochi di bimbi sull’aia.

    Oggi questa edilizia per la maggior parte è abbandonata e solo in parte salvaguardata con interventi conservativi. Si segnalano alcuni esempi come Ca’ Venezian, Ca’ Paoli, Colombina, Centro Siviera, Boaria Camporosso, Saline. Nell’estesa tenuta Dossi, bonificata nell’Ottocento dove ancora lo Scolo Sbregavalle richiama col suo nome precedenti ristagni d’acqua, ricordiamo Corte Manzoleria, Fenile Dossi, Fenile Are, Pra’ dei Manzi, Figarolo. La nobiltà di antichi possidenti terrieri è espressa nella Tenuta Badoara, nella Villa Minotto e in centro al paese nel Palazzo Grimani, sede del Municipio, e Villa Foscari-Gradenigo, purtroppo gravemente degradata.

    Si inseriscono nel paesaggio agreste anche alcune recenti attività ricreative e di accoglienza come la fattoria didattica Galassa e l’agriturismo Corte Confina. Non manca infine la tipica trattoria Margherita a Magnolina di fronte al singolare monumento di Garibaldi, eretto nel 1907 per il centenario della nascita dell’eroe.

    Qui si concluse l’ultima escursione con cibi tradizionali tra cui il croccante fritto di bisatej e pessegati, piatto che sovente mi ricordano quanti parteciparono (compresi occasionali studiosi e studenti universitari) tra gli anni 1998-2007 alle gloriose campagne di scavo nel villaggio terramaricolo di Larda e nei suoi dintorni. E la mia memoria va proprio alla fine di una di quelle ricerche sul campo, quando, dopo cena, seduto nel giardino della mia casa rodigina per trovare refrigerio dal calore estivo, assorto a riflettere sulla sempre fantastica esperienza dello scavo, dialogavo idealmente con mia moglie, desiderando intensamente di andare insieme e subito nella campagna di Larda a rivedere per l’ultima volta la trincea ancora aperta. E in quell’occasione sono sgorgati dal mio animo alcuni versi poetici.

    Senza volermi confrontare con Gino Piva, riporto qui di seguito quanto allora stesi di getto.

    “Nella campagna di Gavello”

    Quelle stelle offuscate da questa città pensale più luminose nella campagna di Gavello dove la trincea aperta incide il passato. Pochi amici hanno divelto brandelli di vasi nella cenere di remoti fuochi.

    Lama fragile di bronzo dispersa nei limi di estesi canneti. Domani questa fossa sepolta sarà cicatrice rimarginata testimone di conoscenze nuove e di rafforzate amicizie.

  • Villa Anconetta a Loreo

    Villa Anconetta a Loreo

    Nel suggestivo paesaggio rurale della campagna di Loreo, dove il tempo – scandito dal lento scorrere delle acque del canale Naviglio – sembra avere un’altra dimensione, si erge Villa Anconetta. Oggi qui ci si può rilassare in giardino, oppure facendo una passeggiata lungo le rive del corso d’acqua, o ancora percorrendo in bicicletta un sentiero campestre.

    E’ un luogo particolarmente amato dalle persone che prediligono la dimensione turistica “slow”, in uno scenario naturalistico di particolare fascino non solo ambientale ma anche storico.

    Proprio qui, infatti, la storia ha lasciato un segno profondo a partire dal II sec. d.C. quando, lungo gli antichi cordoni dunosi, passavano le legioni romane attraversando l’antico paesaggio di “Lauretum”, ossia la terra di “Lauri”. Terra che a partire dal IX sec. d.C., e poi definitivamente dal 1080, assumerà un’identità connessa alla potente Repubblica della Serenissima.

    Osservando le mappe, iniziando da quelle medievali, notiamo che l’intero territorio costiero tra Adige e Po viene definito “Dogado” o “Dogato” di Loreo sotto la circoscrizione della “Venetia”. La gloriosa repubblica dei mari elesse in quel tempo, questa terra, come baluardo di confine: oltre il fiume Po si trovavano gli Estensi (prima) e poi dal 1597 (anno della morte dell’ultimo erede, Alfonso II d’Este) lo Stato Pontificio.

    Dai nobili e ricchi veneziani, questa terra viene vissuta come luogo di valenza politica per il controllo della via navigabile lungo il grande fiume ma anche come luogo di diletto, dove si potevano cacciare animali selvatici, pescare pesci d’acqua salmastra e praticare quelle attività, che oggi definiamo, connesse al “tempo libero”.

    Nelle giovani terre che iniziavano ad emergere tra i rami della foce del Po, i veneziani diedero avvio ad un’importante opera di bonifica, decidendo ben presto di costruire qui le proprie dimore di valle, elette all’attività della caccia e della pesca e del lieto “oziare”.

    Di questa antica storia restano oggi reminiscenze nei toponimi – ad esempio Ca’ Venier, Ca’ Tiepolo, Ca’ Morosini, Ca’ Zulian, ecc. – che caratterizzano l’intero Delta del Po, richiamando i cognomi dei nobili veneziani che, oltre a “disegnare” una proprietà territoriale, conferirono ad essa il proprio nome. In questi luoghi permangono ancor oggi antiche dimore, purtroppo spesso in avanzato stato di degrado. Ma se i segni del tempo non lasciano tregua, la mente vaga tra i ricordi degli antichi e ostentati splendori della Signora dei mari.

    Tra le altre interessanti costruzioni del passato, nell’area meridionale di Loreo troviamo una proprietà della famiglia Amidei, la cui storia è strettamente connessa al periodo d’oro della Serenissima. A ridosso del gomito del canale Naviglio – oltre la cui sponda, si erge ancora l’antica proprietà detta dei Papadopoli, col grande stemma del casato, ormai ricoperto da una lussureggiante edera – sorge Villa Anconetta: un ragguardevole edificio caratterizzato da un corpo centrale con faccia timpanata e da due ali speculari.

    Va detto che il nome “Anconetta” prende spunto da un toponimo che si trova in molte carte topografiche del XVI-XVII, il cui significato richiama la forma a meandro o a “gomito” di un corso fluviale. Ma il nome della località è rilevabile anche da documenti storici nei quali si legge che il nobile Alvise Cornaro fece costruire una “stantia comoda alla caccia” in quell’Anconetta del dogado di Loreo.

    “Con buone probabilità – racconta Bartolomeo Amidei – qui si trovava quel sito, dove Alvise Cornaro commissionò al famoso architetto veronese Giovanni Maria Falconetto (precursore di Andrea Palladio) la sua dimora di caccia”.

    La costruzione risale alla prima metà del XVI sec. ed è arrivata ad oggi superando momenti storici anche critici, col passaggio dalla Serenissima al dominio napoleonico, a quello austriaco, resistendo più volte alle esondazioni del Po e dell’Adige fino al ‘900 quando il fabbricato si è prestato al servizio di funzioni legate al circostante mondo rurale.

    Dopo una sapiente opera di restauro, Villa Anconetta si presenta oggi come un edificio ricco di ogni confort, atto ad accogliere turisti esigenti ed amanti della natura. Nel complesso possiamo asserire che questa dimora ha ritrovato il suo splendore e, per certi tratti, la sua funzione originale: quella di ospitare persone che amano ritrovare qui un particolare contatto con il mondo circostante, caratterizzato dalla tranquillità che solo l’ambiente rurale e fluviale sa offrire.

    Villa Anconetta evidenzia i caratteri costruttivi veneziani. Al suo interno troviamo il terrazzo alla veneziana, le balaustre che ci accompagnano a bordo delle grandi scale che ci conducono nel nobile salone passante del primo piano, oltre alla vista delle antiche capriate lignee che magistralmente sorreggono il tetto.

    L’arredamento in stile, con tocchi di modernità, rende affascinante ed invitante la permanenza in questo luogo dove si possono organizzare anche eventi di spettacolo… giusto per avvicinarsi a quel mondo dell’antico sfarzo veneziano dove, un tempo, il nobile Cornaro amava anche intrattenersi per inscenare rappresentazioni teatrali con il celebre e inseparabile amico commediografo Angelo Beolco detto il Ruzante o Ruzzante (1496-1542).

  • Arte del 900 a Villa Morosini

    Arte del 900 a Villa Morosini

    L’interesse che negli ultimi anni si è acceso attorno ad un grande polesano, quale fu il critico d’arte Giuseppe Marchiori (tra le altre iniziative da sottolineare la realizzazione del volume “Anonimo del Novecento” curato da Nicola Gasparetto, vedi Ventaglio n.56, pag. 152) ha trovato un ulteriore motivo di crescita. E ciò grazie ad una sorprendente quanto lodevole iniziativa concretizzata a Polesella, presso Villa Morosini¹, in virtù dell’impegno dell’ing. Luciano Zerbinati, noto per essere stato per due mandati presidente dell’Istituto Ville Venete dal 1996 al 2005 nonché per essere un appassionato collezionista.

    Infatti, un settore della villa è stato dedicato alla Collezione Carrain del ristorante “All’Angelo” di Venezia. Era questo il ritrovo per gli incontri di Giuseppe Marchiori, prima e dopo la seconda guerra mondiale con artisti di primo piano, molti dei quali hanno voluto lasciare un segno del loro passaggio, appendendo alle pareti del ristorante alcune loro realizzazioni.

    L’allestimento approntato a Villa Morosini vede, oltre all’esposizione dei dipinti recuperati dalla collezione Carrain del ristorante all’Angelo, anche la presenza del salotto di Peggy Guggenheim, storica frequentatrice del locale dal suo arrivo a Venezia (1946) fino quasi alla sua morte (1974).

    Per saperne di più ci incontriamo con l’ing. Zerbinati, che ha realizzato l’importante iniziativa.

    – Ingegnere, come si lega il ristorante veneziano alla vita di Marchiori?

    “In quel ristorante albergo, con la regìa di Giuseppe Marchiori storico e critico d’arte tra i più famosi del 2° dopoguerra, viene fondato il “Fronte nuovo delle Arti” momento di ripartenza dell’Arte Italiana, dopo decenni di Arte figurativa del periodo fascista, quando si identificava con il movimento “Il Novecento” fortemente voluto da Margherita Sarfatti per interpretare lo spirito di quei tempi. Movimento questo che aveva significato “il Ritorno all’odine” dopo le avanguardie del primo Novecento.

    Marchiori riunisce tra il ‘46 e il ‘47 proprio all’ ‘Angelo’ gli artisti veneziani Vedova, Santomaso, Pizzinato, Birolli, insieme ai romani Guttuso, Corpora, Turcato e Franchina e con essi fonda il nuovo movimento che doveva ben figurare alla Biennale del 48, la prima del dopoguerra, e che doveva lasciarsi alle spalle la pittura tradizionale, che nulla aveva colto dell’arte contemporanea europea”.

    – Il ristorante è stato dunque frequentato da grandi artisti che volevano rinnovare la pittura italiana.

    “E’ proprio così e, per quel che riguarda la nostra storia, – continua Zerbinati – va detto che ben presto anche questo rinnovamento verrà fermato da un altro ‘richiamo all’ordine’, quello di Togliatti, che voleva una pittura più attenta al sociale che all’astrazione.

    Pertanto quei giovani artisti, tutti ferventi comunisti, rinunciarono a quel progetto, salvo che molti di loro si ritrovarono poi a Roma dopo la Biennale con Lionello Venturi a formare il “Gruppo degli Otto”. La strada della pittura italiana non poteva più essere condizionata da ideologie e si apriva alla modernità e verso l’interpretazione di quei cambiamenti che la società aveva ormai intrapreso”.

    – Una storia pressoché dimenticata che lei, ingegnere, ha voluto salvaguardare…

    “Questa storia e queste opere erano ormai dimenticate da tutti, e quasi disperse per sempre, ma per fortuna, grazie alle mie frequentazioni veneziane, sono venuto a conoscenza che il corpus principale di quella collezione era nella disponibilità di una procedura fallimentare. Immediato il contatto per evitare la dispersione pezzo per pezzo in asta, assicurando la stima di perizia delle opere stesse ed il contestuale pagamento alla curatela”.

    – Ma non è finita.

    “Infatti. Da quel momento partiva l’obbligo di recuperare opere già disperse e soprattutto quello di ricreare l’allestimento di quel periodo, con la scoperta del salottino della Peggy Guggenheim. Indimenticabile figura di primo piano della storia dell’Arte del ‘900, che ha lasciato a Venezia eterna memoria della sua passione con un Museo degno della storia della Serenissima, portando Venezia sulla lunghezza d’onda di New York e Los Angeles.

    Proprio in quel periodo Peggy Guggenheim frequenterà con assiduità l’”Angelo” con il suo segretario Vittorio Carrain per incontrarsi con questi Artisti assieme al loro mentore, ovvero Giuseppe Marchiori che, dopo la fine precipitosa del suo Movimento, darà la sua consulenza alla Peggy stessa per far partire quel museo, che alla Peggy era stato negato a Parigi, ma che pure Venezia non vedeva con entusiasmo”.

    – Insomma, ingegnere, grazie a questa sua iniziativa, è approdato in Polesine uno spaccato interessantissimo di frequentazioni di grandi personaggi che hanno inciso profondamente nella storia dell’arte del Novecento…

    “Voglio credere che di quanto raccolto e messo insieme abbia ad interessarsi qualche Istituzione per dare il giusto risalto alle opere attualmente esposte a Villa Morosini, anche perché non può passare inosservato il trittico di Vedova. Il rischio di perderlo è stato grande – sottolinea Zerbinati – e la soddisfazione di pensarlo visibile in spazi pubblici sospende l’amarezza che quella che potrebbe essere considerata la “Guernica Italiana” non abbia mai trovato l’attenzione dovuta.

    Vedova dipinge questo trittico nel 1946, dopo aver aderito al manifesto sulla Pittura dopo Guernica e nella forma espressiva del suo gesto a metà strada tra il cubismo e quell’informale espressionista del decennio successivo. Si tratta di un’opera singolarissima che assolutamente dovrebbe restare nella storia dell’Arte Italiana del XX secolo”.

    – Il trittico fu preceduto da un bozzetto pure presente nella raccolta. E’ così?

    “E’ proprio così. Ma va detto che anche altre sono le opere importanti della collezione, tra cui di sicuro rilievo il trittico di Pizzinato e quello di Santomaso (al momento non presente), nonché il dipinto di Gastone Novelli, il cui titolo spiega l’originalità dell’opera, sintesi essenziale dell’Arte povera e di quella concettuale. L’opera lunga cinque metri al retro riporta la frase “allunga il passo amico mio” e ricorda a tutti che senza un grande impegno attorno ad una meta restiamo nell’anonimato del quotidiano”.

    – Una collezione davvero di grande pregio, dunque…

    “All’Angelo a Venezia passavano tutti in occasione delle Biennali – osserva Zerbinati – ed era un vanto lasciare traccia della propria presenza, lasciando un dipinto o un disegno appeso alle pareti del ristorante”.

    Grazie all’ing. Zerbinati e alla sua passione per l’arte è dunque approdata a Villa Morosini una collezione particolarissima, in cui, oltre alle opere citate, sono presenti tantissimi disegni e opere realizzate con tecniche miste su carta, dei più grandi Artisti italiani ed europei del ‘900.

    Tempi lontanissimi da quelli odierni e per questo irripetibili. La fortuna ha voluto che queste memorie siano state conservate grazie alla passione di un privato collezionista. È ora che di queste testimonianze di Arte e di costume se ne occupi qualche Istituzione, e che esse possano essere viste e gustate dai tanti appassionati che cercano nelle mostre di pittura anche un po’ di storia.

  • L’Egitto ritrovato

    L’Egitto ritrovato

    Dal 14 aprile al primo luglio gli estimatori dell’arte e delle raccolte museali che hanno raggiunto Rovigo sono stati accolti a Palazzo Roncale da “Meryt” e “Baby”. Così vengono familiarmente nominate le due mummie egizie (presumibilmente madre e figlio) approdate nel palazzo della Fondazione CaRiPaRo e qui sottoposte ad un’accurata indagine scientifica e ad un intervento di restauro conservativo. Sono presenti nella mostra “L’Egitto Ritrovato” assieme ad un centinaio di reperti dell’antica civiltà sviluppatasi lungo le rive del Nilo: una importante collezione che porta il nome di Valsè Pantellini, di proprietà dell’Accademia dei Concordi.

    Una raccolta poco nota ma di grande pregio, che annovera oltre 500 pezzi, tanto che, sotto il profilo numerico, si configura come la più consistente del Veneto. Fu costituita tra il 1878 e il 1879, grazie all’intraprendenza del rodigino Giovanni Valsè Pantellini (1826-1890) il quale – inviso all’Austria dopo gli episodi insurrezionali del 1848 e la prima guerra di Indipendenza – aveva lasciato il Veneto cercando di costruirsi un’avvenire nella terra dei faraoni.

    Del dinamico personaggio abbiamo già avuto modo di occuparci in questa rivista. Rinviamo pertanto i nostri lettori al testo “Giuseppe Valsè Pantellini”, in Ventaglio n. 47, luglio 2013, pag. 82 e successive, ripromettendoci di tornare sull’argomento in un prossimo articolo, anche per documentare i risultati delle analisi nel frattempo compiute sulle due mummie. Operazioni per le quali sono stati incaricati importanti specialisti. L’intervento di restauro è stato affidato a Cinzia Oliva, tra i massimi esperti in Italia del settore, attiva presso il Museo Egizio di Torino e con una pregressa esperienza molto importante. La curatela scientifica è stata affidata al gruppo di lavoro Egitto Veneto, con il coordinamento del prof. Emanuele Ciampini e della dott.ssa Paola Zanovello, che ha studiato e catalogato, negli anni passati, il fondo archeologico dell’Accademia dei Concordi di Rovigo. Partner del progetto sono l’Università degli Studi di Padova e l’Università Ca' Foscari di Venezia, che assicurano il supporto scientifico nei vari settori di competenza: medicina e antropologia, in particolare, essendo due corpi umani l’oggetto di studio.

  • Soggetto Polesine

    Soggetto Polesine

    Il rischio di limitarmi ad elencare le fortunate pellicole bagnate dalle sponde del Po era troppo alto; quindi, per una serie di felici circostanze e di belle collaborazioni, riesco a raggiungere il dott. Alberto Barbera già direttore artistico della Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia e curatore della nuova mostra “Cinema! Storie, protagonisti, paesaggi” ospitata a palazzo Roverella dal 24 marzo al 1° luglio 2018.

    “Non mi fa domande?”

    – No, vorrei sentire la sua voce.

    Inizia così un piacevole racconto dell'impegno espositivo.

    “Non conoscevo completamente il Polesine – ammette il dottor. Barbera – … ricordavo però le immagini dei film numerosi girati in questi luoghi. Luoghi affascinanti, misteriosi, ma sconosciuti; ero attratto anche dall'idea che la cinematografia locale fosse molto molto più vasta di quella affermata. Esaurito il primo impulso, mi sono affidato agli altri, ovvero, conoscere meglio il territorio, dalle valli del delta ai piccoli borghi e iniziare il lavoro monografico di ricerca storica.

    Così il Polesine mi si è offerto in tutte le sue fascinazioni, molto più di quell'immaginario che avevo alimentato nelle mie precedenti consapolezze geografiche; ed ho capito che è un luogo di incanto e di contraddizioni… è UNICO! Stretta tra l'Adige e il Po è una lingua sottile che affonda nell'Adriatico e una terra morfologicamente giovane, grazie ai sedimenti mossi dal fiume Po nel Delta. I paleoalvei di vecchi corsi d'acqua definiscono un territorio dalle morbide curve che ha un rapporto strettissimo con l'acqua di paludi e bonifiche. Questa terra ha in seno il principio della discontinuità, è cambiata nel tempo e cambierà sempre.

    Il concetto di IDENTITÀ si fa strada progressivamente durante il mio viaggio di ri-scoperta e capisco che risulta connesso all'idea di MUTEVOLEZZA.

    Nonostante i tentativi di modernizzazione, il Polesine non ha subito gli sfregi del dopoguerra causati dalla cementificazione, che ha alterato la chimica di gran parte del nostro Paese, ma non qui ! E, per assurdo, una certa riottosità lo ha reso immune preservando la sua bellezza.”

    – Il Polesine un territorio da preservare, dunque, intervengo

    “Ma serpeggia ancora una contraddizione di fondo – riprende il dott. Barbera –. E' un territorio fuori dal tempo, in alcuni luoghi isolati si potrebbe viaggiare indietro nel tempo di 50 anni e ritrovarli intatti. E' un filo sottilissimo che non deve essere spezzato! E' una sfida, legata ad uno sviluppo corale che dovrebbe alimentare un impulso al turismo di qualità e una politica vigile che sovrintenda i processi di trasformazione. Il Polesine ha maturato un'identà ancora più forte con l'Alluvione del 1951 grazie ai mezzi di informazione che ne raccontarono i fatti quasi in senso cinematografico. "Fu il primo disastro naturale italiano a diventare un evento mediatico senza precedenti. Quell'alluvione, grazie innanzi tutto alla Settimana Incom, divenne più nota del Polesine stesso." Ma al contempo "Per l'occasione, l'Istituto Luce scelse i registi più bravi e portò, grazie alla catastrofe, in poco tempo il Polesine alla ribalta nazionale e internazionale." Queste le parole del regista Ferdinando De Laurentis, il cui lavoro certosino ha portato una preziosa collaborazione nel reperire un nutrito numero di documenti per costruire un racconto dei fatti attraverso una sceneggiatura. Mobilitare il mondo intero per sostenere gli aiuti è stato un impegno di allora e un dovere di oggi nel ricordo”.

    – Di qui la mostra allestita al Roverella, osservo.

    “12 sale espositive, 2 sale di proiezione, una mostra multimediale, 12 film di montaggio e una sala interamente dedicata ai filmati dell'Alluvione. Il lavoro di raccolta e di studio ha messo tutti noi davanti a un bivio: sconfinare o no dai confini del Polesine, andare o no oltre le province? Sicuramente di Polesine si tratta, ma non siamo stati nemmeno troppo rigidi perchè raccontiamo un luogo, ma anche un'appartenenza quindi l'identità di un territorio, un territorio mutevole come mutevole è il comune denominatore: L’ACQUA!”

    Sento nell'impegno del dott. Barbera e dei suoi collaboratori un qualcosa di buono che supera il mero esercizio curatoriale e ci lascia un messaggio più profondo. Cambiare il punto di vista è quasi d'obbligo e nel processo inverso sta la scommessa del curatore.

    La macchina da presa è affidata alla Natura che interagisce con l'uomo, così che "un cinema del Polesine" esiste da sempre in un film già scritto fatto di panorami mozzafiato senza barriere.

    Questa mostra in realtà è un dolce invito alla riscoperta di luoghi, di persone, di tradizioni, ed è chiamata a raccontare le fascinazioni di un territorio a cui la Settima Arte si è ispirata dal Neorealismo fino ai tempi più recenti con artisti di spessore. Non vuole affidarsi solo ai numeri e ai nomi, ma è costruita da autentica passione allo stesso modo in cui registi come Visconti, Rossellini o Mario Soldati hanno cercato di trasmettere la seduzione di un patrimonio culturale.

    Nei numerosi oggetti (quasi 500), nelle foto, nei manifesti, nelle locandine e nei documenti che "arredano" le sale di Palazzo Roverella ritorna una ritualità in paesaggi, usi e costumi di cui il cinema si è appropriato a vari livelli. Elementi ricorrenti di cose o persone, di realtà o psicologie anche nei campi lunghi e stretti delle inquadrature che estendono gli orizzonti piatti di questo territorio all’infinito.

    Nelle sbiadite pellicole in bianco-nero o a colori riecheggiano eterne le grandi scritte sui muri sgretolati delle case polesane con una regìa quasi didascalica quanto a imprimere nella memoria certi luoghi tipici di questa terra come trattoria, ex dogana … o riferimenti tangibili di un paese in lenta rinascita: Itala Pilsen, Agip, Pirelli.

    Solarità ed evasione di luoghi sconfinati, di silenzi straordinari e di paesi mai indagati dal cinema, ideale cassa di risonanza di curiose pellicole. Da esterni metafisici la macchina da presa varca la soglia di umili case immerse nel nulla e serrate da ruvidi portoni di legno a più mandate… tutti uguali.

    Con la stessa lentezza che il luogo trasmette, il cinema indaga gli spazi domestici e, a seconda della sensibilità dei vari cineasti, li addensa in situazioni lugubri da quinte teatrali in proiezioni concitate nell'esasperazione dei sentimenti. Ben lontano da immagini edulcorate, una nuova realtà si manifesta nella routine dell'uomo ordinario: amori e adulteri, politica e guerra, il partigiano e il proletario si uniscono alla formosa donna polesana che diventa icona di un'Italia rurale e sulla cui dimensione muliebre ancora vuole trovare sicura identificazione taluna cinematografia straniera. Una "Malena" deltina antelitteram, simbolo di un mondo eccezionale che in reltà è molto fragile nelle sue dinamiche sentimentali, ma è sorretto da una sacralità contadina di tradizioni popolari tra il taglio dele cane e la marinatura delle anguille.

    E come potrebbe non colpire quel susseguirsi di codici sul filo di un'identità agreste, ma anche medio borghese, in cui domina la difficoltà dell'esistenza, la povertà, la desolazione della guerra e la fame? E proprio da qui parte il riscatto!

    La grande arteria del Po impone lunghi spostamenti affidati alle strette e silenziose barche lagunari. Ai suoi argini e ai tipici casoni dei pescatori si arriva anche con le frequenti biciclette e le sporadiche moto.

    Conoscere il fiume è entrare in sintonia con l'acqua e la sua lentezza è l'essenza della vita stessa…la volontà di abbandonare tutto ed EVADERE NEL NULLA ASSORDANTE DEL SILENZIO.

    Tra braccianti e contadine, pescatori, soldati e contrabbandieri il cinema entra nel vissuto della gente e racconta una comunità solo apparentemente chiusa, che alla fine sa aprirsi ai bisogni dell'altro. I luoghi della memoria sono anche ricorrenti negli scambi sociali e negli affetti condivisi come osterie, spacci, locande, balere e fiere di paese.

    La cifra di questa mostra sta anche nell'aver celebrato in modo singolare il tema dell'Alluvione, vista dall'inevitabile protagonismo mediatico che si creò con i mezzi di comunicazione e la meravigliosa macchina degli aiuti. Fu un fatto di immagini e di riprese! Intere città galleggianti con barche all'altezza dei tetti. Vicende molto più ascrivibili a una trama cinematografica che a semplici servizi giornalistici.

    Alla fine radio e televisioni trasmisero la concitazione di un momento dimostrando all'Italia intera, e non solo, l'importanza globale di un fenomeno altrimenti non percepito nella sua grandezza. Il merito sta anche nell'aver unito affetti lontani diversamente raggiungibili.

    I fenomeni di queste terre non hanno visto una corretta valorizzazione, ma gli impegni culturali della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e dei vari curatori stanno virando, negli ultimi anni, verso nuove proposte.

    La nuova mostra del Roverella è materia di riflessione perchè si inserisce nel progetto “Raccontare il Polesine” attraverso un’ampia rassegna di film, documentari, serie televisive, ambientate nella zona del Delta del Po e dimostra quanto può essere feconda la nostra terra quando si lascia raccontare e viene disancorata dai suoi confini… immaginari.

  • 414° anniversario del “taglio”

    414° anniversario del “taglio”

    E’ stata un vero successo di pubblico e di critica la rievocazione allestita per il 414esimo anniversario de “il taglio di Porto Viro”.

    E' bene ricordare che l'opera idraulica – realizzata tra il 1600 e il 1604, con oltre mille uomini dotati soltanto di braccia, carriole, barelle, pale e badili – fu attuata su intuizione di Luigi Groto, detto il 'Cieco d'Adria", poeta, drammaturgo prolifico, filosofo, musicista (vedi “Luigi Groto 1541-1585”, in Ventaglio n. 57 pag. 96 e successive), il quale svolse anche attività politica come ambasciatore di Adria presso la Serenissima Repubblica e si occupò di pubblici interventi di canalizzazione nell'acquitrinosa Regione del Veneto.

    La novità della seguita edizione del settembre 2018 è stata la collaborazione con il Consorzio Fieristi Polesani, che per la prima volta ha creato – insieme al Comune e la Pro Loco, il patrocinio dell'Ente Parco Regionale Veneto e i Comuni del Delta del Po Veneto – la concomitante manifestazione 'Calice a settembre' e il supporto della rievocazione.

    “In questa edizione della rievocazione storica del taglio di Porto Viro – hanno detto il sindaco, dottor Francesco Siviero e l'assessore alla cultura, avvocato Veronica Pasetto – abbiamo voluto coniugare l'aspetto ludico con quello culturale, con un programma di eventi spalmati in tre giornate, favorite da un tempo bellissimo, che ha portato la gente a partecipare ad ogni iniziativa di giorno, di sera e di notte”.

    Infatti, all'inizio della sera di venerdì 14, è stata effettuata la degustazione gratuita di vini del triveneto ma anche di varie parti d'Italia e birre artigianali locali mentre, dopo cena, il concerto della The Malf Band, una formazione di musicisti deltini, con motivi '70, '80 e '90, ha destato molto interesse e il numeroso pubblico ha partecipato ed apprezzato.

    Il giorno dopo, la sera di sabato, in piazza IV Novembre, con la conduzione di Leandro Maggi, un veterano dei palcoscenici per eventi pubblici, si è ripetuta l'ormai tradizionale premiazione de “I talenti del delta del Po” (vedi scheda), con il supporto musicale del Corpo Bandistico “G. Verdi” di Taglio di Po, diretto dal maestro Mario Marafante; a queste persone, gruppi o associazioni è stata effettuata la consegna della targa-premio “Il Doge del Delta".

    Domenica 16, il clou delle manifestazioni con una spettacolare rievocazione storica de “il taglio di Porto Viro". E' stata la compagnia “Teatro Insieme Sarzano” ad animare l'evento conclusivo assieme ad altre associazioni: la compagnia “el Canfin” di Baricetta, l'ABC teatrale di Porto Viro, la compagnia “Instabile Tagliolese” di Taglio di Po, la compagnia “Ande, cante e bali” di Rovigo, nonché il prestigioso circolo culturale “La Cinquedea” di Finale Emilia.

    L’iniziativa “Calici a Settembre", partita in sordina, si è ottimamente qualificata anche per l’andirivieni di figuranti in costume, rappresentanti personaggi storici dell’epoca: il Provveditore, l'Ambasciatore, il Doge, la Dogaressa, il Cerimoniere, il Legato Pontificio, il giullare e gli armigeri, che interagivano con dame e signori, popolani e bambini.

    Di effetto la rappresentazione dello scontro armato tra la Repubblica Veneziana e lo Stato Pontificio con l'allestimento di un campo militare dell'epoca. Riuscita la rievocazione del corteo del Provveditore, delle delegazioni comunali, del Doge, della delegazione ferrarese del Legato Pontificio, contraria al Taglio di Porto Viro. Suggestivo il ricordo dell'atto inaugurale dell'acqua immessa nel taglio, con la danza delle virtù cardinali che, in una sorta di gara, hanno reso omaggio alla potenza della Serenissima nella persona del Doge Grimani.

    Ed ecco il culmine della manifestazione con il Doge che ha dato il via al “Palio d'la Cariola". Tutti gli scariolanti hanno corso con una carriola di legno, cerchione in ferro e con ben 25 chili di zavorra. Tra due ali di folla, attorno all'anello di piazza Venezia, si sono disputate due eliminatorie, con due giri della stessa piazza.

    Nella finalissima, ha avuto la meglio l'esperto scariolante di Loreo: Fabio Converso, 26 anni, disegnatore meccanico, coadiutore del padre nella conduzione della sua azienda agricola. E’ stata questa una riconferma del vincitore, già conquistatore del palio in altre edizioni: per la quarta volta, pertanto, il rappresentante di Loreo è salito sul palco, in questa edizione accompagnato dall'assessore Berto, per fregiarsi, per un anno, dell'ambito vessillo che ricorda la storica impresa idraulica che ha cambiato il volto del Delta del Po, ridisegnando geograficamente e territorialmente il delta del fiume più lungo d'Italia.

    Si è così conclusa, con un vero tripudio di folla ed un alto indice di gradimento la 414esima edizione de “il taglio di Porto Viro", partecipata da moltissime persone interessate a capire le proprie origini, ma anche curiose e divertite nel seguire la rievocazione rielaborata ed integrata con diversi momenti celebrativi.

  • Ma che musica maestro!

    Ma che musica maestro!

    Doppie coincidenze gli incontri in ambito ferroviario: scambi per consuete e nuove destinazioni, partenze verso nuovi e imprevisti progetti. E proprio all’interno di un vagone diretto verso la capitale, grazie al colloquio di cortesia con una passeggera, rivelatasi in seguito la direttrice del settore audio-visivi della Edizioni Paoline, prenderà avvio la proficua collaborazione tra Mauro Passarella e la Casa Editrice.

    Nata con finalità didattiche rivolte ai piccoli alunni della scuola elementare (ora primaria) la produzione è composta da vari progetti (testi e musica) sviluppati secondo diverse tematiche: le feste dell’anno, l’aritmetica, i mestieri, le buone maniere, gli elementi fisici, ecc. Proposte operative e validi strumenti di lavoro, le simpatiche canzoncine dal sound immediato e accattivante si prestano alle molteplici attività, ludiche e scolastiche, nell’ambito della scuola primaria e dell’infanzia.

    Per Mauro un’esperienza non priva di difficoltà date le consegne della committenza, tuttavia competenza e maturità in campo lavorativo hanno contribuito alla realizzazione di prodotti di persistente attualità.

    Mauro Passarella, maestro d’antan non tanto per questioni anagrafiche quanto per formazione (chi non ricorda, spesso rimpiangendo, l’unicità del maestro o della maestra che si occupavano in toto dell’istruzione e dell’educazione degli allievi, quando la burocrazia non aveva ancora intaccato un sistema messo oggi a dura prova) ha studiato chitarra classica presso il Conservatorio di Adria e frequentato corsi di specializzazione di didattica musicale. Al suo attivo anche un’esperienza lavorativa per conto dell’Istituto di Ricerca e Sperimentazione educativo-didattica, IRRSAE, (del quale fu vice Presidente il professor Livio Crepaldi).

    Nella lunga attività di maestro elementare, tutt’ora in corso, Mauro ha privilegiato i piccoli plessi nel territorio del Delta del Po, nel quale da sempre risiede; la dimensione comunitaria di queste realtà più circoscritte ha infatti permesso una maggiore offerta di stimoli tramite la musica e le attività di drammatizzazione.

    Anteponendo la centralità dell’apprendimento a quella dell’insegnamento, riconoscendo al bambino il ruolo di protagonista di ogni azione educativa in tutti i suoi aspetti, ma soprattutto coniugando due autentiche passioni, molto tempo prima della commercializzazione delle sue opere, l’insegnante aveva rilevato carenze nel panorama musicale di produzioni per l’infanzia. Molte canzoni presentavano difficoltà nella riproduzione in quanto poco rispettose dell’estensione vocale dei bambini.

    Da queste premesse ha inizio la creazione di semplici composizioni progressivamente testate sui piccoli allievi; testi e accompagnamento musicale dovevano infatti essere in grado di catturarne l’attenzione ed essere presto assimilabili. Dall’accurata selezione tra un nutrito numero di canzoni, Mauro Passarella incide le prime tre musicassette: “Storielle in musica”, “Canzoni” e “Diario” che viaggeranno, all’inizio per passaparola, nelle varie classi, incontrando il consenso dei bambini e, forse maggiormente, quello degli adulti. Un biglietto da visita della personalità dell’Autore, una sorta di personale approccio filosofico alla vita sintetizzato da fiabesche allegorie.

    Poesia semplice e profonda, immediata e allusiva, immagini nelle quali l’uomo, spesso nelle sembianze di simpatici animali, mostra gioie e afflizioni a qualsiasi latitudine e nella quale il richiamo verso consolidati valori etici è assolutamente privo di accenni didascalici e scontati. Racconti e fiabe; storie di pupazzi “che fanno i dispetti a chi non vede e non sente…” ai quali è concesso “un giorno soltanto che passa ben presto”, dove ognuno ha una storia speciale che va oltre le apparenze.

    Mauro, assieme alla moglie (e collaboratrice) Paola, sensibile interprete dalla voce melodiosa, ha allietato in più di un’occasione le feste scolastiche di fine anno anche a Lendinara coinvolgendo il pubblico di ogni età.

    L’amore per i suoi luoghi, manifestato attraverso il costante impegno civico, (ecologia, volontariato, ecc.) fa di Mauro un cultore delle tradizioni e un’ eccellente guida turistica per gli occasionali visitatori. Il forte legame con la terra e i suoi frutti e la particolare propensione ad uno stile di vita genuino lo conducono verso gratificanti attività agresti nella località di San Basilio, all’ombra di un passato ricco di suggestioni e di una secolare quercia, la “rovra” la cui assenza (dopo il rovinoso e definitivo crollo avvenuto nel giugno del 2013) non tacita l’eco di dantesche arrampicate, napoleonici passaggi o fiabesche occupazioni da parte di piccoli esseri dei quali mai, soprattutto in questo contesto, negheremmo l’esistenza.

    Attraversando i sentieri della modernità e della tecnologia, in un continuo processo di adattamento verso nuove generazioni e profondi mutamenti sociali, le canzoni di Mauro Passarella si confermano apprezzabili strumenti di “lavoro” fornendo nel contempo un’interessante chiave di lettura delle esigenze infantili, troppo spesso equivocate da adulti distratti.

    Al termine della lunga chiacchierata dalla quale ho estratto, in un’estrema sintesi, queste righe, (tralasciando per ragioni di spazio aneddoti e considerazioni su come sia sempre più difficoltoso affiancare gli studenti nel delicato processo educativo), prima del ritorno verso casa, rivolgo un ultimo sguardo al tramonto, pensando che, davvero, “ognuno ha una storia da raccontare” e, talvolta, da far ricordare.

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