Gli echi della battaglia di Occhiobello sono tornati a risuonare a Vienna duecentotrè anni dopo gli avvenimenti bellici che videro di fronte sulla riva destra del Po il 7 e 8 aprile 1815 le truppe austriache del generale Federico Bianchi e quelle napoletane di Gioacchino Murat.
L'occasione è stata la presentazione e la consegna, alla massima istituzione documentaria nazionale dell’Austria, del volume “Murat 1815, la battaglia di Occhiobello”, edito l'anno scorso dalla Minelliana di Rovigo per il Comune di Occhiobello. L’iniziativa è stata ideata e realizzata dal Comitato provinciale di Rovigo dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, presieduto dall’ex direttore dell’Archivio di Stato di Rovigo, Luigi Contegiacomo (vedi “Il Risorgimento negli anni 2000” in Ventaglio Novanta pag. 164 e successive).
L'incontro si è svolto lo scorso luglio all'Osterreichisches Saatsarchiv, ovvero l’Archivio Storico della capitale austriaca, quando una delegazione veneta di studiosi e archivisti si è incontrata con il direttore Berthold Konrath.
Nel corso della visita all'Archivio viennese, che contiene testimonianze e documenti dell'Impero e dello Stato austriaco – quindi anche del Polesine e del Veneto durante il periodo di dominazione del Lombardo Veneto 1813-1866, e non solo – sono state illustrate le attività dell'istituzione che concentra documenti e cartografia in un edificio di ben quindici piani e contiene molte testimonianze dei rapporti dello Stato austriaco con l'Italia e il Lombardo Veneto in particolare.
Il punto cruciale è stato il Risorgimento italiano al quale la Minelliana ha dedicato diversi studi e volumi, il più recente dei quali è il citato libro su Murat, fortemente voluto dal Comune di Occhiobello e che ha goduto di un supporto anche dalla Regione Veneto.
Il libro contiene una decina di saggi di studiosi italiani e stranieri su un avvenimento cruciale svoltosi nei pressi della cittadina rivierasca durante la campagna d'Italia di Murat e considerato da alcuni come il primo atto delle guerre per l'indipendenza italiana.
Il direttore Konrath ha dimostrato notevole apprezzamento per il lavoro svolto, frutto del convegno promosso nel 2015 dal Comune e dalla Minelliana. Erano presenti alcuni degli storici autori dei saggi: Maurizio Romanato e Luigi Contegiacomo di Rovigo, Davide Mantovani di Ferrara, Giuseppe Monsagrati di Roma e il presidente della Minelliana Mario Cavriani.
La trasferta viennese del gruppo di studiosi polesani e veneti è proseguita con una visita al quartiere denominato Matteottohof, seconda tappa della “spedizione culturale” organizzata dal Comitato nella capitale austriaca alla riscoperta di testimonianze dei rapporti tra il Polesine e l’Austria.
Giuseppe Garibaldi e Giacomo Matteotti sono i due italiani ai quali è dedicato il maggior numero di vie e piazze all’estero. Non è però molto noto che in una capitale europea via sia tuttora in piena efficienza un intero quartiere dedicato al parlamentare polesano ucciso a Roma nel 1924 in un’aggressione fascista: il Matteottihof. E’ un complesso residenziale urbano in Siebenbrunnenfeldgasse 26-30, inserito, con il vicino Metzleinstaler Hof e l'Herweghhof nel Margareten, il quinto distretto di Vienna.
A Vienna la delegazione culturale polesana comprendeva alcuni membri del Comitato di gestione della Casa museo Matteotti di Fratta Polesine: Maria Lodovica Mutterle, direttrice del museo, Mario Cavriani, Luigi Contegiacomo e Davide Mantovani. Il gruppo ha visitato il complesso edilizio popolare costruito tra il 1926 e il 1927.
Il progetto degli architetti Heinrich Schmid e Hermann Aichinger, segue lo stile Art Nouveau, ma in modo più consapevole della tradizione, che, oltre alla funzionalità, enfatizza anche l'aspetto estetico valorizzando i dettagli eseguiti con cura, come finestre a bovindo a logge angolari che creano l’effetto veranda, combinate con il cornicione esternamente scolpito e strisce di cortina che danno il senso del dinamismo.
Il Matteottihof ha una porta monumentale sulla Fendigasse, ingresso passante per l’intera zona urbanistica comprendente ben 452 appartamenti, rimasta pressoché intatta in 90 anni.
Lo volle il sindaco socialista dell’epoca Karl Seitz nel quadro di un progetto di edilizia urbana popolare, con il supporto finanziario di Hugo Breitner, di Franz Siegel per la parte edilizia-urbanistica e di Anton Weber per gli alloggi. Era il programma detto della “Vienna rossa” elaborato fin dal 1923. Prevedeva zone residenziali attrezzate con spazi comuni, giardino, asilo nido, ambulatori medici, tubercolosario, aree di intrattenimento, palestra, biblioteca, servizi di acqua corrente e bagni pubblici. In origine, la costruzione comunale del Matteottihof aveva infrastrutture comuni come una lavanderia, un bagno pubblico, un ufficio di assistenza ai giovani, un centro di consulenza per la madre, uno sportello bancario, negozi e ristoranti.
La dedica al martire del Fascismo voleva essere un segno della solidarietà internazionale nei confronti di chi aveva pagato con la vita la sua lotta contro la nascente dittatura. Quando caddero i governi socialisti, sostituiti dal regime di destra del Cancelliere Engelbert Dollfuß, molto legato a Mussolini, per non irritare il “vicino-protettore” si cambiò la denominazione in Giordanihof, nome che rimase anche dopo l’annessione dell’Austria al Reich da parte di Hitler. Nel 1934 fu rimosso il rilievo in bronzo con dedica a Matteotti posto all’ingresso del quartiere.
Nel 1945, con la liberazione, la municipalità di Vienna e le forze di occupazione alleate decisero di tornare alla denominazione originale; nel 1966 venne realizzato un nuovo rilevo in bronzo di Matteotti firmato da Luise Wolf, ancora oggi perfettamente visibile. All’angolo tra la Einsiedlergasse con la Fendigasse c’è anche un rilievo di una madre con un bambino.
Il grande complesso edilizio è stato risanato e ristrutturato tra il 1993 e il 1999 adeguandolo ai moderni concetti di agibilità degli alloggi.









