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Archivi: Articoli d’archivio

  • Il Polesine a Vienna

    Il Polesine a Vienna

    Gli echi della battaglia di Occhiobello sono tornati a risuonare a Vienna duecentotrè anni dopo gli avvenimenti bellici che videro di fronte sulla riva destra del Po il 7 e 8 aprile 1815 le truppe austriache del generale Federico Bianchi e quelle napoletane di Gioacchino Murat.

    L'occasione è stata la presentazione e la consegna, alla massima istituzione documentaria nazionale dell’Austria, del volume “Murat 1815, la battaglia di Occhiobello”, edito l'anno scorso dalla Minelliana di Rovigo per il Comune di Occhiobello. L’iniziativa è stata ideata e realizzata dal Comitato provinciale di Rovigo dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, presieduto dall’ex direttore dell’Archivio di Stato di Rovigo, Luigi Contegiacomo (vedi “Il Risorgimento negli anni 2000” in Ventaglio Novanta pag. 164 e successive).

    L'incontro si è svolto lo scorso luglio all'Osterreichisches Saatsarchiv, ovvero l’Archivio Storico della capitale austriaca, quando una delegazione veneta di studiosi e archivisti si è incontrata con il direttore Berthold Konrath.

    Nel corso della visita all'Archivio viennese, che contiene testimonianze e documenti dell'Impero e dello Stato austriaco – quindi anche del Polesine e del Veneto durante il periodo di dominazione del Lombardo Veneto 1813-1866, e non solo – sono state illustrate le attività dell'istituzione che concentra documenti e cartografia in un edificio di ben quindici piani e contiene molte testimonianze dei rapporti dello Stato austriaco con l'Italia e il Lombardo Veneto in particolare.

    Il punto cruciale è stato il Risorgimento italiano al quale la Minelliana ha dedicato diversi studi e volumi, il più recente dei quali è il citato libro su Murat, fortemente voluto dal Comune di Occhiobello e che ha goduto di un supporto anche dalla Regione Veneto.

    Il libro contiene una decina di saggi di studiosi italiani e stranieri su un avvenimento cruciale svoltosi nei pressi della cittadina rivierasca durante la campagna d'Italia di Murat e considerato da alcuni come il primo atto delle guerre per l'indipendenza italiana.

    Il direttore Konrath ha dimostrato notevole apprezzamento per il lavoro svolto, frutto del convegno promosso nel 2015 dal Comune e dalla Minelliana. Erano presenti alcuni degli storici autori dei saggi: Maurizio Romanato e Luigi Contegiacomo di Rovigo, Davide Mantovani di Ferrara, Giuseppe Monsagrati di Roma e il presidente della Minelliana Mario Cavriani.

    La trasferta viennese del gruppo di studiosi polesani e veneti è proseguita con una visita al quartiere denominato Matteottohof, seconda tappa della “spedizione culturale” organizzata dal Comitato nella capitale austriaca alla riscoperta di testimonianze dei rapporti tra il Polesine e l’Austria.

    Giuseppe Garibaldi e Giacomo Matteotti sono i due italiani ai quali è dedicato il maggior numero di vie e piazze all’estero. Non è però molto noto che in una capitale europea via sia tuttora in piena efficienza un intero quartiere dedicato al parlamentare polesano ucciso a Roma nel 1924 in un’aggressione fascista: il Matteottihof. E’ un complesso residenziale urbano in Siebenbrunnenfeldgasse 26-30, inserito, con il vicino Metzleinstaler Hof e l'Herweghhof nel Margareten, il quinto distretto di Vienna.

    A Vienna la delegazione culturale polesana comprendeva alcuni membri del Comitato di gestione della Casa museo Matteotti di Fratta Polesine: Maria Lodovica Mutterle, direttrice del museo, Mario Cavriani, Luigi Contegiacomo e Davide Mantovani. Il gruppo ha visitato il complesso edilizio popolare costruito tra il 1926 e il 1927.

    Il progetto degli architetti Heinrich Schmid e Hermann Aichinger, segue lo stile Art Nouveau, ma in modo più consapevole della tradizione, che, oltre alla funzionalità, enfatizza anche l'aspetto estetico valorizzando i dettagli eseguiti con cura, come finestre a bovindo a logge angolari che creano l’effetto veranda, combinate con il cornicione esternamente scolpito e strisce di cortina che danno il senso del dinamismo.

    Il Matteottihof ha una porta monumentale sulla Fendigasse, ingresso passante per l’intera zona urbanistica comprendente ben 452 appartamenti, rimasta pressoché intatta in 90 anni.

    Lo volle il sindaco socialista dell’epoca Karl Seitz nel quadro di un progetto di edilizia urbana popolare, con il supporto finanziario di Hugo Breitner, di Franz Siegel per la parte edilizia-urbanistica e di Anton Weber per gli alloggi. Era il programma detto della “Vienna rossa” elaborato fin dal 1923. Prevedeva zone residenziali attrezzate con spazi comuni, giardino, asilo nido, ambulatori medici, tubercolosario, aree di intrattenimento, palestra, biblioteca, servizi di acqua corrente e bagni pubblici. In origine, la costruzione comunale del Matteottihof aveva infrastrutture comuni come una lavanderia, un bagno pubblico, un ufficio di assistenza ai giovani, un centro di consulenza per la madre, uno sportello bancario, negozi e ristoranti.

    La dedica al martire del Fascismo voleva essere un segno della solidarietà internazionale nei confronti di chi aveva pagato con la vita la sua lotta contro la nascente dittatura. Quando caddero i governi socialisti, sostituiti dal regime di destra del Cancelliere Engelbert Dollfuß, molto legato a Mussolini, per non irritare il “vicino-protettore” si cambiò la denominazione in Giordanihof, nome che rimase anche dopo l’annessione dell’Austria al Reich da parte di Hitler. Nel 1934 fu rimosso il rilievo in bronzo con dedica a Matteotti posto all’ingresso del quartiere.

    Nel 1945, con la liberazione, la municipalità di Vienna e le forze di occupazione alleate decisero di tornare alla denominazione originale; nel 1966 venne realizzato un nuovo rilevo in bronzo di Matteotti firmato da Luise Wolf, ancora oggi perfettamente visibile. All’angolo tra la Einsiedlergasse con la Fendigasse c’è anche un rilievo di una madre con un bambino.

    Il grande complesso edilizio è stato risanato e ristrutturato tra il 1993 e il 1999 adeguandolo ai moderni concetti di agibilità degli alloggi.

  • Egitto che passione

    Egitto che passione

    Nei mesi scorsi molti appassionati della storia antica hanno raggiunto Palazzo Roncale a Rovigo per ammirare l’interessante mostra “L’Egitto Ritrovato” – allestita dalla fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo – attratti dalla possibilità di vedere da vicino le due mummie esposte assieme ad altri preziosi reperti provenienti dalla Collezione Valsè Pantellini di proprietà dell’Accademia dei Concordi.

    Terminata la mostra che le ha fatte conoscere, le due mummie hanno frattanto affrontato un lungo viaggio, insieme con altri reperti della Collezione Egizia Rodigina, alla volta della Cina. Saranno infatti le protagoniste della colossale mostra che le Autorità cinesi stanno organizzando, con prima tappa all’Hubei Provincial Museum di Wuhan, per sostare poi in altri 3 musei del paese asiatico.

    Il progetto “Egitto in Cina”, curato dal gruppo di lavoro Egitto Veneto – coordinato dal prof. Emanuele Ciampini e dalla prof.ssa Paola Zanovello, con la collaborazione dell’Università degli Studi di Padova e dell’Università Ca' Foscari di Venezia – ha tra i propri obiettivi la valorizzazione delle numerose collezioni egizie presenti nel territorio veneto, e costituisce pertanto anche un’occasione per rafforzare i rapporti tra il Veneto e il grande paese asiatico a suo tempo visitato e descritto da Marco Polo.

    La collezione Pantellini

    Davvero affascinante la storia di come queste preziose testimonianze di una civiltà tra le più suggestive siano giunte proprio nella nostra Rovigo.

    Innanzitutto alcune parole sul principale artefice: Giuseppe Valsè Pantellini (Rovigo, 1826 – Fiesole, 1890), avventuroso rodigino figlio di commercianti, ex garibaldino espatriato – per motivi politici, in seguito ai moti insurrezionali antiaustriaci polesani del ’48 – al Cairo, dove, negli anni Sessanta dell’Ottocento, avviò una fiorente attività imprenditoriale alberghiera, che gli fruttò tra l’altro l’incarico dal Vicerè d’Egitto di alloggiare gli ospiti internazionali e curare il ricevimento durante i festeggiamenti per l’apertura del Canale di Suez nel 1869 (di cui si è parlato già nel numero 47 del Ventaglio a pag. 82).

    Proprio i suoi due alberghi – il Grand Hotel e l’elegante Hotel d’Europe – erano mete fondamentali di noti viaggiatori del tempo: nobili, agenti dei consolati e ricchi provenienti da tutto il mondo, ma soprattutto alcuni egittologi di grande fama, come Auguste-Édouard Mariette e Gaston Camille Charles Maspero.

    Fu così che nel 1877 l’allora Presidente dell’Accademia dei Concordi, Lorenzoni, sulla scia dell’euforia europea per l’antico Egitto, si rivolse a lui per realizzare un museo egizio a Rovigo. Pantellini rispose al caloroso appello con una generosità al di sopra delle aspettative, inviando in cinque casse tra il 1878 e il 1879 un consistente numero di oggetti, tra cui anche le due mummie, che avrebbero costituito il nucleo archeologico egizio dell’Accademia, a testimonianza dell’antico legame tra la città e l’Egitto.

    Alla donazione iniziale di Valsè Pantellini si aggiunsero nel tempo altri reperti egizi di privati, arrivando a dar vita ad una raccolta di oltre 500 pezzi. Essa è costituita da una maschera funeraria di un faraone, cartonnage di mummie e altri reperti di carattere antropologico; oggetti di età tolemaica sia di carattere votivo che di uso domestico, tra cui balsamari, amuleti, bronzetti votivi e statuette in legno o pietra, sigilli e collane; ed ancora frammenti di stipiti con iscrizioni in calcare bianco, fregi, tavolette con caratteri geroglifici, stele decorate, di cui una splendida del Medio Regno.

    Alcuni spiccano per l’accurata fattura, come una piccola profumiera a forma di donna inginocchiata. Documenti preziosi e per la maggior parte ben conservati, in grado ancora di raccontare a distanza di millenni curiosi aspetti della vita quotidiana e della visione del mondo della più suggestiva civiltà millenaria.

    Ma i due reperti di punta, come si è detto, sono appunto le due mummie: una donna sui 20-25 anni, forse risalente (è stato per ora solo supposto, in attesa dei riscontri scientifici) alla Tarda Epoca, tra il 700 e il 300 a.C., battezzata Meryt, ed un altro esserino avvolto in un leggero sudario e trovato nella stessa teca insieme ad alcuni piccoli di coccodrillo anch’essi mummificati. Il piccolo involto, chiamato Baby, ha destato le maggiori curiosità, poiché sono sorti dubbi circa la sua identità umana o animale, fino alla recente soluzione scientifica dell’enigma.

    A sfatare la più affascinante e romantica delle ipotesi che si trattasse di madre e figlio, a dire il vero, c’era già la consapevolezza dell’appartenenza delle due mummie ad epoche diverse (il piccolo sarebbe più recente), oltre al fatto che in realtà esse giunsero a Rovigo in momenti e circostanze diverse: se quella adulta fa parte delle spedizioni all’Accademia, la più piccola fu spedita da Pantellini al cavaliere rodigino Antonio Minelli, forse come regalo di compleanno. Come sia poi arrivata all’Accademia non è chiaro: si è favoleggiato che egli la respinse per timore di malefici influssi oppure fu donata all’Istituzione dai familiari alla sua morte. È certo invece che fin da subito fu considerata la salma di un bambino: per questo la chiamarono Baby e le mogli degli accademici la ornarono di nastrini che porta ancora oggi.

    Le mummie indagate

    Una importante novità dell’evento – che ha fatto salire Rovigo alle cronache archeologiche nazionali – è stata la scelta dei promotori di dare il via, in concomitanza con la mostra, ad una campagna di pulizia e di studi dei corpi delle mummie, sotto lo sguardo dei visitatori, fornendo la massima divulgazione dei risultati.

    Alla dott.ssa Cinzia Oliva, restauratrice del Museo Egizio di Torino, una luminare nel suo campo, è stato affidato l’importante compito, con la particolarità che alcune fasi dell’operazione di pulizia e restauro sono state effettuate davanti agli occhi stupiti dei visitatori, in una saletta adiacente alla mostra, dove le due mummie sono rimaste esposte fino allo scorso 29 luglio.

    In concomitanza sono stati avviati complessi esami scientifici condotti da specialisti – tra cui la TAC, tomografia assiale computerizzata, la datazione del carbonio C14 e la scansione con laser scanner 3D -, al fine di chiarirne l’identità (soprattutto nel caso di Baby), l’età ed ulteriori informazioni in merito alla loro costituzione, la nutrizione adeguata o carente, le eventuali patologie in vita e la presunta causa di morte. Il tutto grazie ad una felice sinergia tra l’azienda Ulss 5 Polesana, l’Ateneo di Padova, l’Università Ca’ Foscari di Venezia, l’Accademia dei Concordi e la Fondazione Cariparo, con la collaborazione tecnica di Arcadia Arte, mentre la curatela scientifica è stata affidata a Egitto Veneto, con il coordinamento del professore Emanuele Ciampini e della dottoressa Paola Zanovello.

    Particolarmente emozionante la TAC, effettuata alla presenza di vari esperti dallo staff medico nel reparto di Radiologia del Polo Ospedaliero di Rovigo, che ha confermato l’ipotesi più affascinante e nello stesso tempo più sentimentale sulla piccola mummia: sotto i resti dei tessuti, hanno spiegato il primario radiologico Massimo Favat e il professore di anatomia umana del dipartimento di neuroscienze Raffaele De Caro, si intravede infatti lo scheletro di un piccolo essere umano con la tipica divisione in due parti dell’osso frontale, caratteristica dei bambini con il cranio ancora in formazione: presumibilmente dell’età di circa un anno di vita.

    Curiosa invece la disposizione atipica delle braccia, distese lungo il corpo con l’avambraccio di destra in parte ruotato – ben diversa dalla rituale posizione delle braccia a incrocio sul torace – con una mano aperta ed una a pugno, nella disposizione tipica delle sepolture dei faraoni (anche se andrebbe escluso un legame diretto), che si può invece vedere in Meryt, mummia di giovane donna, probabilmente attorno ai 25 anni e sicuramente di famiglia benestante, così ben conservata da avere ancora intatte le dita dei piedi, che furono fasciate singolarmente.

    Ovviamente non tutti i misteri sono stati risolti: è tutt’ora in corso di svolgimento un lungo lavoro di studio delle risultanze diagnostiche dei vari esami (si attende, in particolare, l’esito della datazione del carbonio C14), che ci darà ulteriori informazioni sulle mummie rodigine, in merito alla loro costituzione, la nutrizione adeguata o carente, le eventuali patologie in vita e la presunta causa di morte e, per i più curiosi, perfino le immagini tridimensionali dei loro volti, grazie alla tecnica del laser scanner 3D, a cura del Gabinetto Interregionale di Polizia Scientifica per il Triveneto di Padova, condotta dal dr. Nicola Gallo.

    Ora le due mummie, con altri reperti egizi rodigini stanno effettuando un lungo viaggio, portando il nome di Rovigo nella terra del Sol Levante.

    Auspichiamo, frattanto, che al loro ritorno a Rovigo trovino un idoneo spazio espositivo stabile, in modo da renderle fruibili continuativamente, insieme al cospicuo patrimonio archeologico conservato dall’Accademia dei Concordi.

  • Il fascino dei vetri antichi

    Il fascino dei vetri antichi

    Non poteva non destare stupore la notizia che in Giappone ha avuto luce un volume che parla delle raccolte di reperti in vetro esposti nei nostri musei. L’annuncio della presenza dell’autrice a Rovigo ha suscitato pertanto interesse, e si è rivelato partecipato l’incontro – avvenuto lo scorso giugno presso il Museo Grandi Fiumi – in cui la studiosa giapponese Fuyuki Kaida ha presentato il suo libro dal titolo: “Secret Beauty of Ancient glass from the via Annia and Northern Italy”.

    “Se ci avviciniamo al vetro possiamo sentire il mormorio degli antichi”, ha osservato l’autrice nel corso della conferenza stampa. Una frase questa che racchiude tutto il significato e le suggestioni contenute nel suo libro, impreziosito da varie immagini di antiche realizzazioni vitree: splendidi reperti presenti in vari musei della pianura padana, tra cui spiccano proprio quelli polesani. Infatti lo studio sul vetro antico – che Fuyuki Kaida ha pubblicato prima nella sua lingua e poi in inglese – si basa in parte considerevole su un'attenta analisi dei vetri provenienti dai siti archeologici del nostro territorio, presenti nei musei archeologici nazionali di Fratta e Adria, oltre a quello di Rovigo.

    Nel corso dell’incontro è fra l’altro emersa una constatazione interessante – anche se non confermata da prove inconfutabili -, ovvero il riscontro che tra l’insediamento protostorico di Frattesina di Fratta Polesine e la cultura del vetro di Venezia c’è un legame, un denominatore comune che passa per Adria etrusca e Aquileia romana.

    Di sicuro c’è una concomitanza: l’arte vetraria, una produzione da sempre caratterizzata da un alto tasso di “valore aggiunto”, fiorì nelle fasi in cui l’Alto Adriatico svolse un ruolo strategico negli scambi commerciali tra Europa e Mediterraneo orientale. E il primo episodio, la prima volta in cui si produsse vetro in Europa, fu proprio a Frattesina.

    Un sicuro motivo di orgoglio per il Polesine questo primato, che ripropone l’idea di una maggior valorizzazione delle nostre raccolte museali. E il ribadito legame tra il Polesine e Venezia nella storia della lavorazione del vetro può sicuramente divenire motivo di futuri sbocchi turistici.

    Fratta Polesine, Rovigo e Adria: un viaggio dal secondo millennio all’età Romana, un itinerario ricco di fascino che il Polesine, attraverso i suoi musei, offre a chi vuol vivere la storia di questo nobile materiale, famoso anche nel mondo contemporaneo grazie all’arte vetraria muranese.

    Il libro di Fuyuki Kaida ripercorre le tracce di questa lunga storia con gli occhi ammirati di chi per la prima volta si è avvicinato alla materia e al nostro patrimonio culturale. Uno studio, quello realizzato dalla ricercatrice giapponese, arricchito da un ampio apparato fotografico, che viene proposto in primis ai potenziali turisti provenienti dall’oriente che meglio possono apprezzare le collezioni vetrarie: da quel Giappone la cui arte espressiva, trasparente e leggera, tanto ricorda questo raffinato materiale che valorizza le raccolte museali polesane.

    Nel volume di Fuyuki Kaida 14 pagine sono dedicate ai reperti in vetro presenti nel Museo Archeologico di Adria, 7 al Museo Archeologico di Frattesina e 2 a quello dei Grandi Fiumi. Nel corso della presentazione dell’opera l’autrice si è detta felice di essere a Rovigo e, con la grazia che contraddistingue gli orientali, ha ringraziato tutti per la collaborazione avuta nella stesura del libro, spiegando che la sua ricerca è la prima del genere fatta in Giappone. Fino ad oggi, infatti, non erano mai stati trattati aspetti del vetro italico dell'età del Bronzo. Un lavoro, come hanno sottolineato il sindaco Massimo Bergamin e l'assessore alla Cultura Alessandra Sguotti, che potrà mettere in contatto più musei e più realtà per una rete volta alla promozione turistica del nostro territorio.

    Molteplici le parole di stima per il lavoro svolto dalla ricercatrice giapponese, espresse in particolare dalle personalità presenti all’incontro svoltosi presso il museo del grandi Fiumi: Paolo Bellintani, vicepresidente del Centro polesano studi storici archeologici etnografici; Alberta Facchi, direttrice del museo archeologico nazionale di Adria in rappresentanza del Polo Museale Veneto; Maria Cristina Vallicelli, funzionaria archeologa in rappresentanza della Soprintendenza Archeologia Beni Artistici e Paesaggio per le province di Verona, Rovigo e Vicenza e Chiara Vallini, conservatore del Museo dei Grandi Fiumi.

  • Silenti note

    Silenti note

    ANDAR PER METE SCONOSCIUTE

    Seppur incerta è la meta, impaziente di nuovo vuol salpare il mio veliero inquieto, che arenato in fantastiche fobie dai suoi tentacoli vuol fuggire. Presto l’ancora solleverà e per mete sconosciute se ne andrà, e né equipaggio, né color di vele ostenterà. “Speranza“ è il suo nome intagliato in lignea rosa a prua e “Conoscenza” a poppa; benevolo di Eolo sarà il soffio all’oscillante guscio che l’intrepido veleggiare incoraggerà. Alla fine.. travagliato ma arricchito di cieli e stelle ammainerà consunte vele e nell’inchinarsi alla terra sconosciuta, con umile sussurro il nuovo lido ringrazierà, serbando in cuore convinzione che onde più lontane solcherà.

    VITA

    In tremuli bagliori di candela, destinata a spegnersi dopo breve scintillio, per poi dissolversi nell’acre fumo, si realizza un viaggio straordinario chiamato Vita. Con vanità di raggio effimero s’illude d’illuminare il mondo la nostra misera cera, bramando di prolungar la vampa e destar memoria in chi per qualche istante l’ha ammirata, ma i ricordi veloci e leggere han le ali e presto anch’essi svaniranno tra le fauci del tempo, che tutto ingoia per trasformare.

    Incatenati in leggi sconosciute e contorti come alberi d’ulivo viviamo, allenandoci ogni giorno come atleti nell’arena dei sospiri, per rincorrere miraggi di vittoria.

    Vorrei essere eterea per svelar misteri e fugare l’ombra oscura, che all’amore impedisce di trionfare. Solo un sorriso ruberei al cielo per donarlo a un vecchio senza più speranza né timore, o ad un bimbo che ha perso la voglia di giocare, ma piccola è la mia mano per colmare i vuoti di questa nostra faticosa, irripetibile e sempre più enigmatica, ma mai inutile Vita.

    UN AMORE SENZA TEMPO

    Nell’attesa… i papaveri ancor son fioriti e ancor sfioriranno sotto l’ugual sole, lacerando un solitario cuore al ricordo del rosso delle rose e fragranze d’oleandro mediterraneo da sempre aggrappato con artigli alla memoria per non donarsi al vento.

    ROSE SELVATICHE

    Quel ricordo di respiro di notte affannosa di Maggio, illuminata da luce fioca di luna calante, lo affiderò con speranza alle rose selvatiche più accese del rubino affinché rugiada lo consoli .

    COME FOGLIA D’AUTUNNO

    Cadono senza rumore le foglie d’autunno e nel loro rassegnato lamento prima dell’oblio s’abbandonano in una danza senza fine all’impietoso vento.

    Gli alberi spogliati della loro estate piangono nel silente addio, così il mio tormentato tempo, come foglia d’autunno.. sospesa al ramo scheletrito e confusa nella nebbia attenderà risveglio di nuova stagione……

    ROVIGO CITTA’ MIA

    Sempre grata sarò alla mia palustre culla natìa che lo spirito alla tenace lotta plasmò.

    Rhodigium è l’antico nome e scarlatte son le rose con cui s’adorna. Da due lunghi nastri d’acqua lucente i larghi fianchi son bagnati e con braccia gonfie e stanche al mare s’abbandona. Sonnolenta, piatta e senz’ombre al forestiero appare, ma cordiale è l’accoglienza e spontanei son i sorrisi; gli sguardi, seppur vivaci, son velati da inguaribile malinconia, retaggio di schiene curve e amare lacrime versate. Sofferti sono i suoi colori e la nebbia confonde anche i pensieri. D’ Estate in lontananza, fra le campagne arse d’ocra e canali verde-grigio, antiche cantilene echeggiano vibranti in cori popolari, ridestando orgogli di fiera terra Polesana.

    Nell’aria tersa settembrina, più alte sembrano stagliarsi le due vetuste e severe torri, che immortalate nel cuore cittadino, caparbie vegliano come intrepide sentinelle. Giornaliero l’irriverente piccione sul cappello della statua equestre di Garibaldi si riposa, osservando pigramente il mondo sottostante, senza porsi nessun perché. Del condottiero regali e provocanti son le staffe e poco ellenico il profilo del suo destriero; altero e lungimirante dell’eroe è lo sguardo, che nello scrutare l’orizzonte rodigino sembra incitare la gente mia a traguardi più esaltanti. Rovigo amata mia città, seppur di fitte nebbie e d’afose estati mi hai nutrita, il mio pennello mai potrà tradire i tuoi amaranti tramonti estesi, nel cercar in cieli più lontani l’ispirazione.

    IL MALE DI VIVERE

    Anima fragile, anima inquieta – incatenata, mani bianche e delicate, occhi grandi, grandi come i tuoi sogni, cerchi Amore… nell’estasi del tormento, ma solitudine è il tuo conforto. Non ti accorgi, non ci accorgiamo, che un rito stai coltivando:

    il rito della lusinga il rito della Morte.

    SILENTI NOTE

    Più lievi appaiono al chiaror lunare reconditi pensieri che il cuore opprimono. Si posano per meditare su rosati fianchi di roccioso greppo, e sorvolare poi come uccelli alpestri di vetta in vetta, arrivando con soffio d’ali al mare per liberar sospiri su placida verde onda, mitigando affanni in notturne silenti note.

  • Bastiano che parlava col vin

    Bastiano che parlava col vin

    El vecio Bastiano parlava col vin. Serà in te la so cantina, fra scarpìe e mufa, spìlava ‘l vin, lo sorsegiàva, lo carezàva co’ la lengoa, lo rancurava in t’el palà. Po’ ‘l se faséa ‘rente a la bote, preocupà cofà on pare.

    “Ghe xe calcossa ca no va? Dime, caro, cossa te xe capità?” La bote ghe rispondeva co’ on sfrisegar de bolicine.

    “Me pare che de note a te dormi poco”. La bote continuava ‘l so sfrigolio.

    “Gò capìo, bisogna proprio ca te travasa”.

    ‘Na matina xe capità in cantina frà Angelo de i Servi de Maria in zerca de on fià de carità. El bon frate xe restà de stuco sentendo Bastiano parlare co’ la bote.

    “Eh, lo so, lu, caro frate, ‘l pensarà che mi a sia on fià mato ma, salo, ‘l vin, par mi, xe ‘na creatura viva. Ghe manca solo la parola. Par mi, che lo fago, xe come on fiolo de pochi mesi.”

    “Mi no gò dito ‘ncora gnente, ciò!”, lo gà interoto frà Angelo.

    “Però lo gà pensà, no xe vero? ‘Desso ghe fago assagiare ‘sto recioto de l’ano indrìo”. Cussì disendo ‘l gà infilà in te la damigiana ‘l tubo de goma, ‘l gà ciucià on fià de vin par lavare ‘l biciere, po’ co’ un gesto largo gà versà del vin sora ‘l pavimento de tera batùa.

    “Anca la tera gà dirito de bévare – gà dito Bastiano – tuto torna… fra un mese o un secolo no conta. Mi, in ‘sta cantina ghe passarìa la vita.”

    “Da solo. – ghe fa ‘l frate -. Go sentìo dire che lu nol gà amighi.”

    “Xe vero. – dise Bastiano – Li gavevo, ma li gò smarazà. Li gò mandà via ‘l dì che i gà vù la facia tosta de fumare qua drento.”

    “Beh, e che male ghe xè?” se maraveja ‘l frate.

    “El scusa, salo, ma lu, ‘l fumarìa in ciesa? Par mi la cantina xè un luogo sacro. Prima de vegner drento me levo ‘l capèlo. Vegno a darghe ‘na ocià ogni matina, ‘pena levà, e la sira prima di ‘ndare a leto. Come ‘l prete che va in ciesa a controlare se le candele le xe stuà”.

    “Ma lu, – ghe domanda frà Angelo – bévelo pì volentieri quando che ‘l xe contento o quando che ‘l xe triste?”

    “Quando ca son triste. El vin tira su de morale. Co’ lu mi me confido e me spassiono. El xe un vero amigo e mi ghe parlo co’ tuta sincerità. ‘Na ‘olta gò anca domandà scusa. Xe capità ‘l mese scorso. Ciò, ‘l me paréa on fià fiaco, poco in armonia, e lo gò rimproverà: a no te me sembri pì lo stesso, gò dito, te stà diventando massa garbo. La matina dopo a so tornà in cantina, lo gò assagià de novo e me so dà ‘na s-ciafa so la fronte. Cretino! Ebete! Sto chì ‘l xe un vin unico, maravejoso, perdoname, caro, ieri sira a gero on fià ciuco, no gò capìo gnente, Ti te sì perfeto.”

    E po’ el ga continuà: “Salo, frà Angelo, el Valpolicella xe un vin “uno e trino” e se ‘l gà cinque minuti a ghe spiego ‘l parché. El nasse tuto da la stessa ùa: ùa corvina, molinara e rondinella. La corvina, nera cofà ‘l corvo, ghe dà al vin ‘l profumo: La molinara, co’ la bùcia che pare infarinà, ghe dà la “sapidità”. La rondinella, da i riflessi viola, ghe dà “l’impalcatura”. Sora le tole ‘l vin ‘riva in tre version: da pasto, recioto amabile par il dessert e amarone, mai soto i quindese gradi. I xe tre fradei: ‘l primo ‘l more zovane, ‘l recioto gà ‘na vita media, l’amarone assè longa.”

    “Ma parché se ciama recioto?”

    “Parché de ogni graspo se cata solo le recie, gli orecchi. Se preferisse i graspi indove i ragi del sole penetra facilmente. Ogni ragio de sole che careza i acini xe ‘na siringa d’oro che inieta zùcaro”.

    “Ma lu, frà Angelo, salo che l’amarone xe fiolo del caso? ‘L capo-cantina de ‘na grossa ditta se gavéa desmentegà in fondo a un deposito ‘na bote de recioto che, par ani e ani, xe restà soto ‘na piramide de boti vode. Quando la xe tornà a la luse, chissà che porcarìa, dopo cussì tanto tempo, gà pensà ‘l capo-cantina. Inveze no, un nètare, ‘na sicherìa. La bote cenerentola la gavéa maturà uno de i più importanti vini del mondo. Recioto e Amarone, do fradei che gà destini difarenti. El Recioto xe ciacolon, ghe piase i brindisi. El xe un vin che ghe piase a le done e a i monsignori. L’Amarone, inveze, xe un vin solitario, filosofo. I ani passà in te la bote, i lo gà maturà. La bote xe l’unica prison che rende migliore chi che ghe stà drento”.

    “Ma lu, frà Angelo, no me gà dito gnente del recioto che ghe gò oferto. Galo par caso qualche difeto?”

    “No, xe un vin de classe. El sa de rosa.”

    “Par forza, – dise Bastiano – védelo, caro frate, el me vin ‘l gà ‘l profumo de un fiore. Par questo gò disposto in t’el me testamento: non “opere di bene” ma rose. Parché, se ‘l recioto sa de rosa, la rosa savarà de recioto, cussì la tomba me sembrarà ‘na cantina.

  • Magiche ciaramelle

    Magiche ciaramelle

    Era imprevisto e non appagante pensare ad un Natale da passare con la nonna, nel silenzio e nell’essenzialità di una piccolissima isola, piuttosto che tra la neve scintillante che da giorni ovattava Merano.

    Avrei lasciato quell’elegante città, che avevo imparato ad apprezzare, addobbata con la raffinatezza che contraddistingue il Tirolo, per approdare in un’isoletta dove, se non c’erano bambini, magari non avrei visto neppure un albero di Natale. L’isola, nel periodo invernale, era praticamente disabitata; da quel che ricordavo i residenti stabili non superavano le trenta/trentacinque unità. Comunque non potevo non rispondere all’inusuale appello accorato della nonna: ero la sua unica parente in vita e quel “sento che sarà il mio ultimo Natale” aveva fatto crollare ogni mia resistenza iniziale.

    Nonna Carmela aveva compiuto i 95 anni e viveva, ancora sola, in una casa tutta protesa verso il mare. Non c’era finestra che non ne godesse la tranquilla e invitante trasparenza, come l’urlante rabbia schiumosa che, nei giorni di burrasca, pareva potersi risucchiare ogni forma di vita.

    Mi rassegnai ad uscire dalla piacevole spirale di corsa ai regali, brindisi e cene in programma; ottenni le ferie dalla clinica veterinaria in cui lavoravo come chirurgo, salutai i miei adorati pazienti e, il 22 dicembre, partii per Alicudi, affrontando un viaggio non semplice: automobile, treno, aereo, autobus, aliscafo, con le dita incrociate pregando che il mare mi consentisse l’arrivo e, cosa forse più preoccupante, il rientro al lavoro.

    Abbracci festosi mi accolsero (sua maestà il mare era stato clemente) al porticciolo di quella piccolissima, quanto bella isola che, appena intravedevo, mi smoveva sempre emozioni indescrivibili.

    La nonna mi attendeva sotto l’antico portico eoliano che dominava il porticciolo e, quando i nostri occhi si incrociarono, capii che avevo fatto bene a tornare, forse il suo appello non era stato esagerato. Era vecchia, e sola da quando anche mio padre e sua sorella erano morti in un tragico incidente. Il suo equilibrio, da allora, poggiava solo sulla solidità delle radici che la sua isola e la sua gente le avevano assicurato, oltre che sulla mia esistenza.

    Il mare mi riconosceva sempre, lo sapevo con certezza, e quindi non mancai di assaporarlo, passeggiando sul bagnasciuga, ammirandone sempre stupefatta la limpidezza dai misteriosi fondali; era rigenerante passeggiare nel silenzio perfetto di una natura tanto incontaminata e generosa, in attesa della vigilia di Natale.

    Il 24 sera mi vestii con curata semplicità: un abito blu di lana e un giro di perle, dono della nonna per i miei 30 anni, qualche goccia di profumo, i capelli raccolti. Ero pronta perché nonna mi mostrasse, con palese orgoglio, ai compaesani che sarebbero venuti ad omaggiarla come la più anziana della piccolissima comunità. Fu una composta processione di auguri, doni casalinghi e complimenti sinceri; alle 23.30 c’erano ormai tutti ad occupare casa e portico, e già pensavo con nostalgia ai miei amici che, serviti e riveriti, si stavano gustando una tipica cena di Natale tra scintillio di luci e calici sempre sollevati per il brindisi di turno.

    D’improvviso, sempre più distinto, un suono flebile quanto inequivocabile, zittì tutti. Veniva dalla parte nord – ovest dell’isola, dove esisteva solo un allevamento di muli, asinelli e cavalli che, come nonna mi aveva raccontato felice, era diventato un’azienda molto florida da quando un esperto agronomo, erede del defunto proprietario – suo vecchio amico -, l’aveva acquisita. Lei insisteva nel dire che lo conoscevo pure: era stato un mio compagno di giochi, prima che ce ne partissimo entrambi per studiare al Nord. Non lo ricordavo affatto.

    Mi affacciai dal portico, per osservare un tremolio di luci che percorreva la tortuosa mulattiera che scende fino alla spiaggia, proprio davanti alla nostra casa. Era l’arrivo delle ciaramelle, con il loro suono accorato, che sempre mi fa piangere.

    Mentre le ciaramelle si avvicinavano, il mio animo se ne volò percorrendo il tempo a ritroso, fino ad una lontanissima vigilia di Natale quando, con mamma e papà, i nonni e la zia, correvamo felici incontro alle ciaramelle che scendevano lentamente dalla mulattiera, mentre l’aria profumata di salmastro e pregna di melodie struggenti, richiamava tutto il paese alla spiaggia.

    Vigilia di Natale indimenticabile, tra il sospiro ansioso del mare, nella notte illuminata dalle stelle più grandi e luccicanti dell’Universo e la luna piena che vegliava la discesa delle ciaramelle nel loro impervio cammino. I pochi bambini, cantavano una vecchia nenia – “Neru, neru, lu ciaramiddaro quattru e cinqu allu pagghiaru, la ricotta senza seru… si la mancia lu pecuraru. Neru Neru, lu ciaramiddaru…” – seguendo i suonatori, fino al presepe allestito nel cavo di una piccola barca. E baci, abbracci augurali e poi a letto, in attesa che Babbo Natale raggiungesse anche quella piccola comunità sperduta in mezzo al mare, cullati dal sempre più flebile suono delle ciaramelle che, ormai stanche, risalivano la mulattiera.

    Ora osservavo, con occhi ormai adulti, il trio dei ciaramellai: due anziani e uno più giovane, e fui stregata dagli occhi più grandi e scuri che avessi mai visti: occhi d’inchiostro luccicante, come il mare di notte, occhi abbaglianti e ridenti tutte le stelle dell’universo. Erano gli occhi di Girolamo, lo stesso “Giro” con cui, mano nella mano, saltellante gioiosa aspettativa, seguivo le ciaramelle, cantando “neru, neru, lu ciramiddaru”, lo stesso con cui, insieme ad altri pochissimi bambini, avevo condiviso un’impagabile e, chissà perché, archiviata fanciullezza.

    Nonna Carmela non ci perdeva di vista un istante, curiosa, sorridente e con lo sguardo di chi la sa più lunga del destino. Intuiva già – con l’intuito di chi ha a lungo vissuto tra sentimenti espressi in semplicità – che qualcosa d’antico e di nuovo si stava magicamente ricomponendo ad Alicudi.

    Improvvisamente ero curiosissima delle mia isola, me ne stavo reinnamorando, perdendomi negli occhi di un agronomo, allevatore di muli, che sognava un futuro solido ed emozionante in una piccola isola incontaminata delle Eolie, suonando una ciaramella alla vigilia di Natale.

  • Rovigo sei bella

    Rovigo sei bella

    Davvero interessante l’iniziativa attivata dal “Gruppo Rovigoti” del C.T.G, volta da un lato a far riscoprire il fascino delle antiche “segrete” del Castello (ovvero le medioevali carceri presso le due torri) e dall’altro a richiamare l’attenzione sulle non poche pregevoli architetture della città; è ciò in virtù di una mostra di disegni dipinti, opera dell’architetto Gianni Veronese, che ha voluto intitolare la sua esposizione – allestita nei recuperati locali segreti – “Rovigo sei bella”.

    Rovigo viene dunque disegnata e esaltata nelle sue parti migliori, con l’amore che un figlio ha verso sua madre che, anche se avanti negli anni, viene sempre vista giovane e affascinante, e, appunto, bella.

    Ma l’autore si spinge oltre, e diventa un sincero ammiratore di una città che in qualche modo ritiene di dover far riemergere dall’oblio del quotidiano e dalla frenesia di tutti i giorni, che, purtroppo, porta a “non vedere” e a non apprezzare il bello che c’è intorno a noi. Gianni Veronese, da esteta, quasi impreziosisce piazze, vie, palazzi, monumenti, per attirare l’attenzione di chi non riesce a vederli e apprezzarli come sono nella realtà.

    Ecco il perché di tanti colori, sovrapposti a una precisa descrizione geometrica delle forme architettoniche, partendo dalle piazze che, quotidianamente, si percorrono con indifferenza; ma che, invece, sono centri di aggregazione naturali per la socializzazione, essendo, fra l’altro, sedi di importanti uffici pubblici, i pochi rimasti nel cuore della città: il Municipio e l’Accademia dei Concordi in Piazza Vittorio Emanuele, la Camera di Commercio e il Consorzio di Bonifica Adige Po in Piazza Garibaldi, l’Ater e il Magistrato alle Acque in Piazza della Repubblica, gli Uffici Finanziari in Piazza Merlin.

    E, poi, le vie, fra le quali – non indifferente per l’autore – il rilievo di palazzi costruiti con lo stile liberty-deco, forse non ben definito, ma certamente testimonianza di un passato prestigioso e di ricchezza, ubicati in quella che era l’immediata periferia della città, appena al di fuori delle mura, sventrate e in gran parte demolite già nei primi anni del 1800, perché – si disse allora – “ammorbavano l’aria “, come ricorda Eugenio Piva nel suo diario, quel Piva, fratello del patriota Domenico, che ha progettato la Chiesa delle Fosse, che Veronese ha disegnato con accuratezza.

    I palazzi, quindi, sono disegnati spesso in un contesto urbano, se vogliamo parziale ma significativo di una storia importante, che ricorda la presenza in città di Estensi e Veneziani, ma anche di opulenti mercanti e di nobili che hanno scelto di vivere entro le mura, attraversando parte della storia cittadina da protagonisti, seppure sotto il peso di dominazioni non sempre benevole per i rodigini, purtroppo quasi mai veramente sovrani nel loro spazio urbano.

    Tra i monumenti cittadini evidenziati nei disegni di Gianni Veronese, spicca per maestosità il Garibaldi Equestre e la tetragona presenza delle Due Torri, simbolo storico della città.

    L’autore non ha trascurato di disegnare le principali chiese cittadine, fra le quali ho trovato splendida l’idea di una Rotonda dorata per dire che non c’è niente di più bello a Rovigo, e del Duomo cittadino finalmente completato e impreziosito con marmi bianchi, a coperture delle pietre faccia vista.

    Merita per me una particolare sottolineatura, il colore, frutto di fantasia e di poesia, percepiti dall’autore con sentimento e armonia dei dettagli, che abbellisce una settantina disegni esposti secondo un indovinato ordine di presentazione.

    Una mostra originale, dunque, che si chiude con due proposte che appaiono di grande interesse e spessore culturale.

    • La copertura del cortile Roverella, idea indubbiamente da valutare con attenzione per sfruttare meglio uno spazio, ora utilizzato soltanto per il passaggio degli ospiti e dei visitatori delle mostre

    • La sistemazione, anche se forse non c’è più tempo per parlarne, della rotonda di Piazzale Di Vittorio, per farne un centro culturale nel cuore della città, da intitolare a un nostro concittadino che ha tanto amato Rovigo, Gabbris Ferrari, animatore culturale, pittore, regista e scenografo di fama nazionale

    Per tutto questo, dobbiamo essere grati a Gianni Veronese per il dono che ci ha fatto e per le riflessioni e approfondimenti che i suoi disegni ci imporranno, con l’auspicio che possano trovare adeguata collocazione in una pubblicazione, a futura memoria del nostro tempo, così come accadde per i “ RICORDI “ manoscritti di Eugenio Piva, pubblicati in edizione anastatica dalla Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo nel 1984, riportanti pregevoli disegni di monumenti e cose curiose scomparse della Rovigo nel secolo XIX, donati all’Accademia dei Concordi, fin da allora riconosciuto massimo Centro culturale cittadino.

    E allora, Rovigo è bella? Certo che lo è, anche se non lo sappiamo e spesso ne sottovalutiamo le potenzialità, distratti dal clamore del nostro tempo.

    Gianni Veronese, con il suo lavoro certosino e di notevole valore artistico, ci invita a riflettere e a essere consapevoli di vivere in una città meravigliosa, da apprezzare e curare con amore.

    Gianni Veronese, architetto laureatosi nel 1973 allo IUAV sotto la guida di Carlo Scarpa, il Maestro insuperato che ha fatto scuola creando professionisti attenti all’ambiente e alla valorizzazione del bello, è stato progettista nel settore dei LL.PP. e dell’Urbanistica (suoi i PRG di Porto Viro, Ariano Polesine, Polesella, Arquà Polesine) e, in équipe con l’architetto Antonio Canato, ha preparato il progetto di massima e primo esecutivo per la ristrutturazione del Convento degli Olivetani in San Bortolo e del Palazzo Roverella, mettendo le basi per ottenere il finanziamento delle opere. E’ stato docente di costruzioni e disegno presso Istituti tecnici della Provincia.

    Dalla Scuola di Carlo Scarpa ha appreso la tecnica del disegno artistico che si sviluppa soprattutto sul colore, in un melange di fantasia e realtà creativa che caratterizza le sue opere.

  • Otello Galasso pittore naif

    Otello Galasso pittore naif

    Tra i non pochi personaggi che in Polesine si dedicano all’arte figurativa, ottenendo apprezzamenti, va sicuramente menzionato Otello Galasso, che si è imposto all’attenzione del pubblico e degli esperti soprattutto per le sue coinvolgenti composizioni naif. Quadri dall’immediato impatto emotivo, ricchi di cromie, ritraenti spesso paesaggi fiabeschi, popolati da persone che sembrano vivere in dimensioni atemporali; dipinti che richiamano candidi sentimenti di mondi perduti, ma pur sempre presenti nell’inconscio collettivo.

    E’ quello di Otello Galasso un percorso artistico che parte da lontano. Nato a Rovigo nel 1949, ha studiato presso l’Istituto d’Arte Pietro Selvatico di Este (PD) conseguendo il Diploma di Maestro d’Arte nella sezione ceramica e di Maturità in Arte Applicata. Ha cominciato a dipingere in maniera costante dagli anni 70’, sperimentando varie tecniche pittoriche. Inizialmente si è cimentato su tele di piccole dimensioni, riproducendo come soggetti fiori e paesaggi, cercando di perfezionarsi nella stesura e ricerca cromatica nei suoi molteplici aspetti.

    L’interesse per l’arte Naif è derivato dai suoi numerosi viaggi all’Estero, specie nelle terre della Jugoslavia. Galasso ne rimane affascinato e vuole conoscere la storia di questa corrente artistica, approfondire la tecnica pittorica e i colori dal grande effetto cromatico.

    Una storia, quella dell’espressione artistica definita con l’appellativo di Naif, che inizia a partire dai primi decenni del Novecento specie in Francia dove conobbe una certa popolarità. In particolare va citato lo scrittore George Courteline che nel 1927 espose a Parigi la sua collezione di dipinti Naif, definendola «Musée du Labeur Ingénu» e riscattandola dall’appellativo di «museo degli orrori» affibbiatole nel 1900 dalla rivista Cocorico. Frattanto una importante collezione, quella di Uhde, venne donata al Museo d’arte moderna di Parigi, mentre riscossero successo pittori quali Louis Vivin, Camille Bamboise e André Bauchant. L’istituzione nel 1966 della Triennale d’arte Naif a Bratislava contribuì al fiorire del genere nell’Europa dell’Est e in particolare in Jugoslavia, dove fu protagonista Ivan Generalić, che fra l’altro ebbe il merito di diffondere la tecnica della pittura su vetro. Diverse mostre esportarono il Genere Naif in vari Paesi, fra cui gli Stati Uniti e l’Italia, dove si distinsero in particolare Orneore Metelli, Antonio Ligabue e Dino Pasotti.

    Dall’incontro con l’arte Naif, incomincia per Galasso un’avventura pittorica, inizialmente improntata nella ricerca di nuovi soggetti compositivi. Per il maestro il tema predominante è la rappresentazione della realtà sociale più umile e quotidiana, generalmente in chiave favolistica, poetica o magica.

    La ricerca stilistica ed artistica intrapresa dal Maestro rodigino si evolve in un lungo percorso di continua sperimentazione laboratoriale, sia nella tecnica che nei materiali utilizzati. Le immagini vengono filtrate e portate all’essenzialità visiva dopo un attento ed elaborato studio preliminare, trasferendo a chi osserva il dipinto sensazioni ed emozioni uniche.

    In tutte le sue opere Otello Galasso, con grande padronanza tecnica narrativa, dipinge paesaggi, oggetti e fasi lavorative del quotidiano, dove lo spettatore si sente partecipe. L’efficacia di ogni sua opera non è infatti data soltanto dal suo valore artistico, ma anche dal carattere comunicativo della rappresentazione.

    Il maestro lavora con assorta concentrazione, costruendo il paesaggio con tocchi di colore distribuiti sulla tela, con un lavoro di attenta precisione nei dettagli, creando nuove miscelazioni cromatiche vellutate e delicate.

    Come i più apprezzati pittori Naif, dipinge la realtà come la percepisce, fantasticando nei dettagli che ritiene più degni di nota, senza seguire una scaletta di regole stilistiche. L’obiettivo principale è trasmettere armonia attraverso i colori, i quali riescono “magicamente” ad indurre lo spettatore a far parte dell’opera stessa, creandone una inedita percezione visiva.

    Le opere di Otello Galasso hanno ottenuto in vari ambiti apprezzamenti e giudizi lusinghieri. Ampia si presenta la sua produzione artistica, di cui possiamo trovare riscontro in note collezioni private italiane ed estere.

    Quest’anno ha partecipato all’iniziativa promossa dall’Associazione R. Barbujani di Rovigo “Conoscere l’Artista: Una serata, un’opera”, consistente nella creazione di un dipinto dal vivo alla presenza di un pubblico attento e preparato. Nell’occasione ho avuto l’onore, in qualità di critico d’Arte, di presentare l’artista e di commentare la sua attività simultaneamente alla realizzazione dell’opera.

  • Sergio, mio fratello

    Sergio, mio fratello

    È trascorso un anno dalla scomparsa di Sergio, mio fratello. Un lungo lasso di tempo di tristezza, un po’ stemperata dalle numerose attestazioni di riconoscenza della città e delle numerose associazioni e persone che, oltre a ricordarlo, gli hanno dedicato preziose testimonianze di affetto e benemerenza.

    Sergio l’hanno conosciuto tutti, non solo qui, in città, ma anche al di là delle mura, perché tante sono state le sue incursioni e ricerche in ambito culturale. Ne portano il segno i suoi preziosi articoli sul “Carlino”, un’intera pagina gestita quasi quotidianamente occupata dalla cultura e dal commento raffinato di uno spirito davvero insonne. Questo e tanto altro è stato Sergio, che le sue giornate le ha impegnate a tempo pieno, diviso fra il giornale, la scrittura di libri, le mostre, i concerti etc. Un’attività infaticabile, resa lieve dall’amore che ha sempre portato a tutte le manifestazioni di musica, arte, letteratura, costume etc., in un’estensione e varietà irripetibili.

    Che cosa l’ha portato a tanto, qual è stato il percorso che ha favorito la sua affermazione?

    Di solito, parlando di formazione, si favoleggia di mitici educatori, di tradizioni familiari trasmesse per generazioni, assieme a valori etici e ideali superiori. Certo, qualche traccia di tutto questo si ritrova, riflettendo, ma i nostri percorsi di vita, generalmente, non sono quasi mai lineari, scorrevoli. Sono spesso accidentati, perché le difficoltà e gli ostacoli disseminati sul terreno sono tanti e sono proprio queste avversità a generare le nostre reazioni, la nostra forza, la capacità di affermare le aspirazioni e le passioni che dal primo respiro di vita sentiamo di dover liberare.

    Una parte della vita di Sergio, soprattutto negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, l’ho condivisa anch’io. Le dinamiche familiari sono esse stesse legate alla difficoltà del cammino: possono spianare la strada, ma possono talvolta aggiungere altri ostacoli, per via di antagonismi, insofferenze, animosità interne alla famiglia, che si spiegano con la diversità dei suoi componenti.

    Noi fratelli – divisi da soli due anni di età – abbiamo avuto una madre affettuosa, un padre davvero singolare per interessi artistici e letterari, tuttavia assente gran parte della giornata, proprio perché assorbito dalle lezioni di pianoforte al “Venezze”, dagli impegni di scuola protratti ben oltre le ore obbligatorie.

    Siamo cresciuti nei confini del borgo appena fuori centro, sempre più esteso al quartiere di san Bortolo, destinato in quegli anni a crescere di popolazione e viabilità urbanistica. In quella modesta comunità rurale, aumentava progressivamente la distanza fra la campagna e il centro cittadino, in passato riducibile a qualche centinaio di metri. Siamo cresciuti in strada, come molti nostri coetanei e questo può certamente aver favorito la nostra formazione libera, il nostro bisogno di amicizie, il desiderio di conoscere in ogni angolo la realtà esterna di vita. Tutt’altro che fiori di serra, insomma. Di quell’esperienza, portiamo certamente la traccia, che conserviamo nella memoria, via via liberata da risentimenti e fastidio.

    In tutti quegli anni, siamo vissuti a stretto contatto, io e Sergio, imparando gradualmente a riconoscere le nostre particolarità, le diversità che poi, in seguito, ci avrebbero distinti.

    Il primo banco di prova, lo sappiamo bene, era la scuola, che ci obbligava ad abbandonare il divertimento e il piacere delle nostre scorribande, inchiodandoci al dovere dei compiti, da cui, inevitabilmente, sarebbe scaturito il giudizio di chi ci conosceva. Questo dovere scolastico, fin dai primi anni, per Sergio costituiva una tortura, una sofferenza che finiva per coinvolgere l’intera famiglia. “Gato fato le lessiòn… gato imparà la poesia… dove xelo el quaderno…?”

    Le ricordo tuttora le lunghe camminate fino al Sacro Cuore, dove frequentavamo le prime classi elementari. Lungo il tragitto, che durava più di un quarto d’ora, Sergio doveva ripetere a memoria i tristi versi delle poesie del Pascoli, che aborriva, subendo per giunta i miei petulanti interventi, che dovevano attestare la mia bravura. Fin dalla sveglia, accompagnata da alcuni brani di musica classica trasmessi dalla radio, che dovevamo indovinare, la giornata si caricava di sollecitazioni. Arrivavamo a scuola già stanchi di letture e ripassi, perennemente in ritardo.

    I primi giudizi sulle qualità di Sergio, nella scuola selettiva di allora, sottolineavano la fantasia, la facilità di scrittura, la vivacità intellettiva, ma ai maestri e ai docenti questo non bastava. Pretendevano la costanza e l’applicazione, l’ambizione del voto, lo studio metodico e mnemonico, una gabbia che riusciva stretta a Sergio, che preferiva invece leggere i tanti libri che trovava in casa e lo appassionavano spingendolo a identificarsi con Sandokan, i ragazzi della via Pal e i tanti personaggi delle sue instancabili letture.

    Era pieno di vita, lo ricordo bene, e questo lo portava spesso a infrangere le regole. Il suo motto forse si potrebbe leggere in un passo della lettera di Giacomo Leopardi al padre: “odio la vil prudenza”.

    Per molto tempo, piaceva in famiglia, ai parenti e agli amici che frequentavano la nostra casa, contrapporci, noi fratelli, individuando in me lo studente-modello, un’immagine più immaginaria che reale, in verità, messa in piedi forse per accentuare le differenze, creando aspettative che finivano per generare reazioni e insofferenze. Certo, differenti lo siamo sempre stati, anche consapevolmente, e le nostre strade si sono divaricate, non solo nell’ambito scolastico, ma in quello ben più vasto delle compagnie e dei gruppi.

    Fin da ragazzo, Sergio si era calato nelle associazioni e nei circoli di cultura (il cinema, i movimenti studenteschi, i giornali scolastici, i periodici locali, le formazioni intitolate a grandi personalità), esaltando, a volte, eroi rivoluzionari dell’epoca. “Il Che è vivo”-recitava il manifesto che teneva in camera. In questa attività, abbracciata con passione, aveva trovato appoggio in nostro padre e, in quella realtà allora poco frequentata, non mancavano mai, padre e figlio, ai concerti della Società “Venezze”, alle conferenze e alle presentazioni di libri.

    Proprio qui nacque il lungo e felice sodalizio, che portò Sergio a emulare il padre, che all’epoca, oltre a suonare il pianoforte e dirigere la scuola, scriveva recensioni musicali sul Gazzettino, riconosciute dagli studenti e allievi come veri e propri esami attitudinali.

    Avviato su questa strada, insegnante a sua volta e appassionato di musica e arte, Sergio non ha tardato a manifestare fino in fondo la sua vocazione, diventando presto quello che poi è stato: il cultore raffinato di ogni forma d’arte, ricercato e apprezzato universalmente. In questo esercizio culturale, riteneva di assomigliare a nostro padre; in realtà, erano assai diversi: semplice e modesto il genitore, legato a un mondo di più familiari dimensioni; colto, certo, e ricco di interessi artistici che tuttavia teneva per sé, suscitando spesso sorpresa nei suoi interlocutori; vivace e incontenibile Sergio, pieno di curiosità per il mondo che lo circondava e aperto a tutte le sollecitazioni culturali che avevano riempito il suo archivio.

    C’è tuttavia un filo rosso ben visibile che percorre le nostre strade, pur differenziate dalla vita: l’stinto musicale, l’amore per la libertà, l’indipendenza. Questo spirito l’abbiamo respirato in famiglia.

  • Sergio Garbato (1942-2017)

    Sergio Garbato (1942-2017)

    Se fosse ancora tra noi, oggi, a presentare questa mostra¹ ci sarebbe Sergio Garbato. Io non sono qui a sostituirlo, perché non lo saprei fare. Sono qui a ricordarlo a tutti coloro che ne sentono acutamente la mancanza.

    Ha lasciato un gran vuoto perché – ripeto – Sergio era ed è insostituibile

    Nella mia vita ho frequentato molti intellettuali, ma devo dire che pochi possedevano la cultura di Sergio, così poliedrica, estesa a tutte le forme d’arte, dalla musica, alla letteratura, al cinema, alle arti visive. Era un lettore onnivoro, un ascoltatore infaticabile; era sempre pronto a seguire gli eventi che rientravano in questa vasta rosa di interessi.

    Una memoria formidabile gli concedeva di padroneggiare quanto sapeva con straordinaria prontezza: non c’era nome di autore o di opera che egli scordasse. Tutto quanto conosceva non lo teneva per sé, ma lo comunicava con generosità tutte le volte che poteva, attraverso una proteiforme ed instancabile attività di insegnante, giornalista, scrittore, conferenziere, divulgatore.

    Era attratto dai grandi protagonisti della cultura, ma sapeva raggiungere anche autori minori e ricavarne motivi di interesse. Spaziava volentieri anche verso la cultura orientale, se un libro, una poesia, un film avevano suscitato una sua curiosità.

    Figure come la sua, con una consuetudine intensa con i grandi capolavori, spesso restano estranee ai fatti locali, specie se la loro quotidianità è legata ad una piccola provincia, come è la nostra. Anche in questo Sergio era unico e diverso. Di questa terra, della sua terra, del Polesine, sapeva tutto.

    Come giornalista del Resto del Carlino, quasi quotidianamente, scriveva fornendo informazioni, aneddoti, curiosità di questo territorio fra Adige e Po, scandagliando il presente e il passato.

    Come scrittore aveva poi assemblato questo enorme bagaglio di notizie in alcuni libri preziosi. Risale addirittura al 1967 un suo libro su Le Società di mutuo Soccorso e di Previdenza di Rovigo 1867-1967, un saggio sulle Società operaie dell’‘800. Fondamentale poi è stato il volume Dove finisce il fiume, curato con Gabbris Ferrari, opera nella quale ogni località o monumento di qualche rilievo del Polesine sono ricordati e descritti. In Di passaggio, sempre con i disegni di Gabbris Ferrari, ha dato conto degli uomini illustri che sono passati nelle nostre città, nei nostri borghi e vi hanno soggiornato, a volte anche a lungo.

    Bisogna anche ricordare che si spese come organizzatore e direttore artistico, occupandosi delle Estati teatrali in Polesine, del Teatro Sociale di Rovigo, della Società concertistica Venezze, dell’Accademia dei Concordi.

    Tutto quanto ho ricordato ha accresciuto la sua notorietà e non c’era manifestazione promossa in questi luoghi polesani, che non ambisse ad avere la sua presenza. Un suo contributo, in qualsiasi forma si fosse concretizzato, parlato o per iscritto, costituiva di per sé un suggello di qualità, accresceva il prestigio dell’iniziativa. Lui, d’altra parte, difficilmente si negava, mosso da una curiosità benevola, ancorché egli fosse un uomo esigente e un critico severo.

    La nostra amicizia, che era nata più di mezzo secolo fa, grazie alla comune passione per la musica, si nutrì ben presto di altri interessi, la letteratura, il cinema e la pittura. Sergio conosceva i pittori di questa città, Prudenziato, Chendi, D’Agostino, Frida, Forno, ma con due era davvero molto amico, Giampaolo Berto e soprattutto Gabbris Ferrari, con il quale, come ho già detto, lavorò spesso fianco a fianco. La conoscenza con Paolo Zambonin, avvenuta grazie al fotografo Sprocati, s’intensificò quando il destino volle che Zambonin installasse il suo atelier proprio sotto casa sua. Scendere dalle scale voleva dire passare per un saluto, vedere l’ultimo dipinto, magari anche solo in fase di ideazione. Questa vicinanza, questa quotidianità, ha inevitabilmente voluto dire che Sergio fosse la persona ideale per parlare della creatività di Zambonin, di cui lui poteva cogliere il continuo divenire da una posizione ideale.

    Come dicevo, proprio per questo io non presenterò questa mostra perché nessuno l’avrebbe fatto bene quanto Sergio. Paolo Zambonin ha riunito alcuni scritti che Sergio gli ha dedicato in occasioni precedenti e io sarò davvero felice di fare rivivere, attraverso la mia voce, le parole di Sergio.

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