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Archivi: Articoli d’archivio

  • La grande corte di Pettorazza

    La grande corte di Pettorazza

    Nel n. 55 di questa rivista si è parlato dell’evoluzione subita dal territorio del comune di Pettorazza Grimani e dell’origine del toponimo: Pettorazza deriverebbe dal fatto che il paese si trovava ai piedi (pe’) di una vecchia torre (torrazza), identificata nella torre del Buseno. Una torre che si trovava sulla sponda sinistra dell’Adige, prima che questo fosse rettificato e che il borgo di Pettorazza Papafava fosse aggregato al territorio polesano sotto il controllo della Repubblica Veneta (vedasi “Pettorazza Grimani e il suo territorio” in Ventaglio 90 n. 55, pag. 74-77).

    Stabilito il significato di “Pettorazza”, molto più semplice è chiarire quello di “Grimani” derivante dall’importante famiglia veneziana che possedeva un ampio terreno agricolo in zona, connotato da una grande corte: Corte Grimani su cui appuntiamo ora il nostro interesse.

    L’imponente complesso architettonico della corte, noto in paese come “Palazzon”, sorge sotto la riva dell’Adige, situato nei pressi del vecchio ingresso del paese collegato alla strada arginale. Il 2 agosto 1989 il Ministero dei Beni Culturali ed Ambientali ha sottoposto “Corte Grimani” ai vincoli di tutela monumentale ai sensi della legge 1 giugno 1939 n. 1089, grazie al riconosciuto valore storico ed artistico del grande complesso.

    È difficile risalire all’anno di costruzione dei vari edifici, anche se è possibile individuare due date legate al processo di acquisizione da parte dei Grimani di alcuni latifondi del Polesine: le cosiddette Valli d’Adria. Le due date in questione sono:

    il 24 agosto 1524 quando il Consiglio generale di Adria decise di “livellare” le Valli d’Adria ad Antonio Grimani figlio di Vincenzo alla modica cifra di 10 ducati annui, corrispondenti a 24 grammi d’oro per l’affitto annuo di almeno 3.000 Ha di valli. L’esiguità della cifra trova giustificazione nel fatto che agli abitanti di Adria doveva essere garantito il “diritto di vagantivo” su quelle terre;

    il 9 ottobre 1560, quando la famiglia Grimani affrancò il canone annuo, corrispondendo al comune di Adria 200 ducati. A questo punto, per la gestione dei terreni, i Grimani ebbero quindi la necessità di costruire un’abitazione in territorio polesano, forse proprio quella che sarebbe diventata Corte Grimani, realizzata per lo più nel corso del XVIII secolo.

    1. Il Palazzo padronale

    Il palazzo padronale (all’ingresso alla corte) è ubicato direttamente sulla strada ed è pertanto sprovvisto di un viale d’accesso, in netto contrasto con le altre realizzazioni architettoniche dell’epoca, volte ad attribuire un ruolo di rappresentanza alla villa padronale. La dimora risulta formata da un unico blocco, sviluppato su tre piani più il piano sottotetto, che è illuminato da occhi ovali piuttosto radi rispetto alle finestre sottostanti.

    La casa padronale è caratterizzata da una regolarità geometrica priva di dettagli decorativi degni di rilievo. Le uniche particolarità si trovano nella facciata interna, (che in origine doveva trattarsi di un fianco) scandita simmetricamente da due canne fumarie aggettanti che incorniciano la scala che porta al piano nobile. Su una delle canne fumarie del lato sud esistono ancora le tracce di un’antica meridiana, un altro particolare è dato inoltre dal cornicione sottotetto.

    La facciata era affrescata con disegni a motivi tzigani, visibili fino a qualche decina di anni fa, ma il rifacimento dell’intonaco ne ha cancellato le tracce. Infine una stravagante caratteristica del palazzo è data da una colonna a ridosso della porta d’accesso (datata 1820), svincolata da qualsiasi progetto artistico ed avente come unico scopo l’occultamento di un tubo di scarico.

    La terrazza e la balaustra che segnano l’ingresso mostrano caratteri posteriori a quelli dell’edificio, che emerge per la sua compattezza di volume e sembra quasi voler nascondere l’originalità e la vastità degli edifici interni.

    Non si è a conoscenza della data di edificazione dei vari edifici che connotano la corte, ma è certo che il palazzo è più antico degli altri immobili, tutti di matrice settecentesca, e una mappa conservata presso l’Archivio di Stato di Venezia datata 20 maggio 1687 lo conferma. La carta mostra un progetto di deviazione del corso del fiume che in quel tratto effettuava un’ampia ansa, rettificata a partire dal 1782, e raffigura la sola facciata del palazzo che sorgeva proprio nel punto terminale dell’ansa.

    Non è dato sapere neppure chi ha ideato l’immobile; altrettanto ignoto è il nome di chi ha progettato gli altri edifici che compongono il grandioso e monumentale complesso dei quali ora parleremo.

    2. La grande barchessa con 12 arcate

    Sul lato settentrionale si erge l’edificio più ampio della corte (m.56 x 14,20) una barchessa di imponenti dimensioni, i cui volumi sono disposti su tre piani coperti con tetto a padiglione. L’edificio è stato eretto in una data non identificata nel corso del XVIII secolo. Il piano terra è scandito ritmicamente da una serie di dodici eleganti arcate a tutto sesto, metà delle quali si presentano cieche; la facciata è inoltre segmentata verticalmente da lesene, interrotte da due fasce marcapiano orizzontali; in posizione centrale è presente lo stemma della famiglia Grimani.

    Nel seminterrato sono ospitate ampie cantine, ove sono alloggiate enormi botti di legno ed altre, più recenti, in cemento, una particolarità è data da una vasca, al centro della quale si erge un largo tubo collegato direttamente ad una falda sotterranea.

    Questo particolare sistema idraulico permetteva di sapere in anticipo quando il livello dell’Adige si alzava. Un tombino nel pavimento della cantina serviva inoltre a controllare il livello del fiume evitando che l’acqua invadesse la cantina quando l’Adige era in piena.

    Il sottotetto era adibito a granaio. A questo proposito va detto che in totale gli spazi a ciò dedicati permettevano di accogliere un volume complessivo di circa 28.000 metri cubi di grano, e ciò fa riflettere sulla produttività delle terre circostanti di proprietà dei Grimani.

    3. L’edificio con torretta

    A ovest della barchessa sorge l’edifico con torretta. Si collega architettonicamente all’immobile precedente riprendendo il caratteristico tetto a padiglione e, in facciata, il motivo a lesene con porticato ad archi.

    Un tempo il piano terreno era destinato a rustico, mentre il lato occidentale ospitava un’abitazione. La facciata è scandita da sei lesene che incorniciano altrettante arcate al piano terra, la presenza di un’arcata cieca (la seconda da sinistra) marca la suddivisione tra gli ambienti adibiti ad abitazione e quelli adibiti alle quotidiane attività della corte.

    Il piano terra è oggi destinato ad officina e conserva alcuni macchinari di inizio secolo, tra cui un antico trapano a colonna e un antico tornio a puleggia. Il piano superiore era infine adibito a granaio.

    Sul lato occidentale dell’edificio è addossata una torretta coronata da una merlatura irregolare.

    L’immobile è datato al 1805 e fu la prima sede municipale del comune a partire dal 1820. La torretta ospitava un antico orologio con ingranaggi in legno, di cui rimangono pochissimi resti. Su di essa sono ancora visibili un cartiglio in intonaco e il supporto di una campanella che serviva a richiamare la gente dai campi.

    È inoltre presente un altro stemma della famiglia Grimani, anche se alcuni lo attribuiscono alla famiglia Gattemburg, che nell’Ottocento divenne proprietaria del complesso rurale.

    4. L’essiccatoio

    Ad est rispetto alla barchessa, sono presenti quattro colonne bianche in pietra d’Istria, unica testimonianza superstite di un fabbricato non più esistente: l’essiccatoio. Le quattro colonne lo legavano organicamente all’edificio successivo detto del Paradiso e mitigavano il passaggio dagli spazi vuoti di questo agli spazi pieni dati dalle arcate cieche della barchessa.

    La presenza di elementi di grande pregio architettonico come le colonne doriche conferisce senza dubbio un aspetto aulico e classicheggiante ad una struttura di servizio come l’essiccatoio, che aveva una pianta circolare del diametro interno di 7 metri ed era provvisto di una camera di essiccamento alta 70 centimetri.

    Sul tetto due grandi fori servivano ad attrarre l’aria che poi veniva riscaldata da un fornello alimentato a carbone coke e convogliata nella camera di essiccazione da un particolare ventilatore. All’interno, la camera era provvista di una rete metallica sostenuta da appositi cavalletti. E’ stato appurato che uno strato di 25 cm. di granoturco, pari a 300 ettolitri, veniva essiccato in circa due ore. Una volta essiccate, le granaglie venivano trasportate ai mulini natanti per la macinazione.

    Verso i primi anni del ‘900 l’essiccatoio fu trasformato in un forno, a causa della progressiva perdita della centralità produttiva della corte e a causa della graduale comparsa sul territorio di piccole e medie aziende direttamente condotte da famiglie rurali.

    Dietro l’essiccatoio c’era la chiesa di S. Salvatore, demolita nel 1889 a causa di continue infiltrazioni d’acqua e per far posto ai lavori di potenziamento dell’argine, su cui fu costruito uno schermo protettivo in pietra.

    I Gattemburg-Morosini, proprietari terrieri subentrati ai Grimani, finanziarono la costruzione di una nuova chiesa tra il 1889-1890 che fu dedicata a S. Giuseppe sposo di Maria. Nella parrocchiale sono conservati tele e suppellettili che originariamente appartenevano alla Chiesa di S. Salvatore, la chiesa conserva inoltre le spoglie dei martiri S. Mustolo e S. Felicita, probabilmente portate a Pettorazza dai nobili veneziani. Infine nella Cappella dell’Addolorata, a destra dell’altare maggiore vi è una cripta nella quale sono custoditi i sarcofagi di Loredana Gattemburg-Morosini e di sua madre Elisabetta Morosini.

    5. Il “Paradiso”

    L’edificio denominato Paradiso chiude ad est il complesso architettonico della corte e si distingue da tutti gli altri immobili per l’originalità della struttura.

    Il nome gli deriva dall’appellativo con cui si definiva il granaio sito all’ultimo piano, un vero e proprio paradiso per i braccianti costretti a trasportare grosse quantità di grano fin lassù. Qui infatti essi si sgravavano dei pesantissimi sacchi pieni di grano provando una sensazione di sollievo paradisiaco. La scala, dapprima ripida e poi sempre più dolce, conduce all’enorme locale che costituisce il granaio vero e proprio, il Paradiso appunto, uno dei luoghi più suggestivi di tutto il Polesine.

    Sulle pareti del granaio permangono numerosi graffiti realizzati dai contadini nel corso del tempo, a testimonianza del duro lavoro quotidiano e della profonda religiosità di questi lavoratori.

    La peculiarità della struttura è data dallo straordinario loggiato di sedici bianchissime colonne doriche in pietra d’Istria, molto probabilmente provenienti da una demolita villa dei Morosini a Venezia e trasportate fino a Ca’ Grimani dopo essere state sezionate in vari pezzi per stivarle nelle antiche imbarcazioni dette “burchielli”. Queste risalivano la corrente dell’Adige a colpi di remi e trainate da robuste corde le “alzane”, assicurate a lunghe file di cavalli che percorrevano le strade arginali delle due sponde fluviali in senso opposto al deflusso della corrente.

    Di particolare pregio architettonico è il sistema a capriate che sostiene il tetto, “la vastità dell’area ha imposto un laborioso impegno di carpenteria: la trama del tetto a travi inclinate (puntoni) orizzontali (catene) e verticali (ometti) è perfetta”, come perfetta è la lavorazione ad incastro a coda di rondine delle lunghe travi”; particolari che dimostrano la perizia dei costruttori e che hanno garantito nel tempo l’integrità dell’immobile.

    Rilevante è inoltre l’estrema elasticità della pavimentazione che risulta facilmente percepibile al semplice calpestio.

    6. Le scuderie

    Il complesso architettonico di corte Grimani è delimitato a sud dagli edifici delle stalle alloggiate in una costruzione le cui due ali si uniscono dando vita ad una sorta di cuneo” in contrasto con l’andamento fortemente geometrico ed equilibrato degli altri edifici.

    L’edificio è a due piani: in quello superiore veniva depositato il fieno e le aperture a forma di croce servivano per far passare l’aria; in quello inferiore c’erano i cavalli. A partire dagli inizi del ‘900 l’immobile divenne rimessa per le auto dei proprietari e le arcate furono chiuse per recuperare spazio nel parco.

    7. L’aia

    Nel cortile d’ingresso si trovano due vere da pozzo in marmo: la prima sembra essere di periodo gotico ed ha una funzione ormai puramente decorativa, infatti reca scolpito uno stemma a sei fiori con le iniziali “A.L”; la seconda è relativa al pozzo rimasto efficiente fino al 1949, garantendo l’approvvigionamento idrico agli abitanti del paese.

    L’annessa aia in cui si svolge l’attività lavorativa dell’azienda agricola, costituisce un unicum organico con il corpo edificato; essa infatti costituisce il trait d’union tra i vari edifici accomunati dalla comune vocazione rurale, ma estremamente eterogenei dal punto di vista architettonico.

    Realizzata interamente in cotto, nel 1889 fu ampliata con parte della pavimentazione di marmo proveniente dalla demolita chiesa di S. Salvatore.

    Un antico arazzo in seta riproduce l’originaria struttura del complesso nel 1830: nella riproduzione compare una torre situata all’interno della vasta aia, proprio di fronte allo stabile del “paradiso”, di quest’ultima rimane soltanto una testimonianza fotografica riprodotta in una cartolina postale del 1924.

  • Con il favore degli dei

    Con il favore degli dei

    Si è aperta il 27 settembre a Palazzo Roverella, in concomitanza con la mostra “Arte e magia”, l’esposizione di una selezione dei materiali archeologici dell’Accademia dei Concordi dal titolo Con il favore degli dei. Sulle tracce di Antiche ritualità. La collezione archeologica dell’Accademia dei Concordi, che mette in risalto il legame tra testimonianze archeologiche e antichi culti pagani, sottolinea l’importanza delle pratiche rituali finalizzate a ottenere un intervento favorevole da parte degli dei in occasione di momenti critici nella vita di un individuo o di una comunità.

    Dopo il successo della mostra ‘Egitto ritrovato. La collezione Valsè Pantellini’, l’Accademia dei Concordi riapre al pubblico il suo scrigno di preziosi materiali antichi, grazie all’impegno economico e organizzativo della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo.

    Si tratta di un piccolo assaggio di una settantina di pezzi, rispetto alla collezione completa, che comprende vasellame in bronzo, ceramica, vetro, bronzetti, lucerne, laterizi e monete di epoca pre romana e romana, frutto di recuperi settecenteschi e ottocenteschi nelle proprietà fondiarie polesane e limitrofe.

    I materiali scelti per l’esposizione provengono dalla collezione formatasi nei secoli XVII e XVIII grazie alla passione per le “anticaglie” di vari esponenti della famiglia rodigina dei Silvestri. Una parte di essi andò dispersa o fu ceduta per motivi ancora oggi poco noti e agli ultimi rappresentanti della famiglia giunse in eredità un nucleo ridotto della raccolta originaria. Per preservarla da ulteriori perdite, che ne avrebbero causato la definitiva disgregazione, essa fu donata nel XIX secolo alla comunità rodigina che la suddivise tra Museo del Seminario vescovile e Accademia dei Concordi.

    Nel 1983 i due nuclei sono stati riuniti, confluendo nella raccolta archeologica dell’Accademia dei Concordi, che già conservava un gruppo di pezzi recuperati nella seconda metà del XIX secolo nei dintorni di Rovigo. Difficile definire i contesti di rinvenimento della maggior parte dei materiali, recuperati con modalità rudimentali documentando soltanto in alcuni casi e in maniera generica, le località e le date delle varie scoperte. Vengono citate come zone di provenienza dei vari materiali Borsea, Sarzano, Ponte Alto intorno a Rovigo, nel medio Polesine si ricordano Frassinelle e Val Precona tra Fiesso Umbertiano e Castelguglielmo. Molte le località ad est di Rovigo come Cambio di Villadose, Tenuta Dossi di Gavello, Selva Veneta nelle vicinanze di Fenil del Turco e Adria. Alcuni pezzi provengono da aree limitrofe al Polesine, in particolare da Cologna Ferrarese e dal territorio di Este.

    Preziosi materiali per scoprire i culti del mondo antico

    Il tema della ritualità pagana antica si ricollega alla mostra ‘Arte e magia’ per la presenza di richiami a pratiche religiose pre cristiane nelle dottrine esoteriche in voga alla fine del XIX secolo, che costituiscono l’argomento centrale del percorso espositivo della grande mostra. Il materiale archeologico permette un excursus tra vari aspetti di questa sfera del sacro che caratterizza l’antica cultura italica e latina. Un supporto fondamentale alla conoscenza di antiche pratiche religiose viene offerto dalla citazione di brani tratti dall’Eneide di Virgilio, dove ampio spazio viene riservato alla sfera rituale. La grande letteratura si snoda tra le vetrine del percorso, incrociando le testimonianze materiali e favorendo l’interpretazione funzionale dei materiali.

    Emerge in primis il ruolo dei corredi funerari, ricchi di pregevole vasellame destinato al rituale del banchetto o delle libagioni in onore del defunto. Ne abbiamo un esempio nei pezzi in bronzo pertinenti alla ‘Tomba di Borsea’, un rinvenimento avvenuto nel XVIII secolo costituito probabilmente da più corredi funebri con materiali inseribili in un ambito cronologico compreso tra il VII e il V secolo a. C. In occasione di questa esposizione si sono scelti vasi e mestoli da banchetto del VI – V secolo a.C. di ambito etrusco, che rimandano al rituale del simposio come auspicio per il defunto nell’aldilà.

    Al culto degli dei rimanda la scena di un cratere apulo a figure rosse del IV sec. a.C. scoperto ad Adria nel 1712, che raffigura Apollo mentre tiene nella mano destra una phiale, una coppa usata per le libagioni, appoggiandosi ad un alberello di alloro; di fronte a lui, una Nike alata gli offre una corona intessuta con i rami della pianta. Sul lato opposto del vaso compaiono due giovani ammantati, uno tiene in mano uno strigile, l’altro un bastone.

    Al rituale della libagione diffusa in epoca romana, rimandano coppe, bicchieri e bottiglie in vetro, assimilabili per forma e tipologia ai più famosi ed apprezzati pezzi della raccolta del Museo archeologico Nazionale di Adria. Provengono da corredi di tombe, come dimostrano anche le varie olle contenenti le ceneri combuste dei defunti. Il rituale che prevedeva l’offerta di vino e cibo in onore del defunto avveniva durante la cerimonia di sepoltura e poteva essere ripetuto in momenti successivi.

    Una spada del XIII secolo a.C., scoperta presso un antico ramo del Po a Sarzano, è invece riconducibile ad una sfera più propriamente votiva legata ad un culto delle acque, mediante deposizione di beni di prestigio, per stabilire con la divinità un’alleanza reciproca e continuativa. Del resto il pius Aeneas testimonia in prima persona l’abitudine a svolgere pratiche religiose – «Facevo sacrifici alla madre dionea ed ai numi, auspici dell'opera intrapresa» – evidenziando questo rapporto continuo con gli dei, che si concretizza in una variegata serie di atti di devozione.

    Lungo l’esposizione si possono scoprire i rappresentanti di questa sfera rituale, nella serie di bronzetti votivi di fattura veneta ed etrusca o di epoca romana, con raffigurazioni di varie divinità del pantheon greco e romano. Tra i più antichi vi sono alcuni Kouroi e una Kore databili al VI-V secolo a.C., segno della trasposizione di culti della Grecia arcaica nel mondo etrusco o forse anche veneto. Compaiono vari eroi legati a pratiche belliche, tra i quali spicca la figura di Eracle, presente in mostra nell’atteggiamento del combattente. A contesti più propriamente votivi rimandano le varie raffigurazioni di offerenti e di devoti.

    Appartengono all’epoca tardo repubblicana e alla prima età imperiale alcune divinità del pantheon romano: vi troviamo una Venere pudica, Marte a riposo, Mercurio e Giove. Dal mondo romano provengono anche alcuni oggetti con funzione apotropaica: troviamo il fascinus, qui rappresentato da tre amuleti a forma di fallo in bronzo per proteggere dal maleficio; sono inoltre presenti alcuni tintinnabula, dei sonagli che venivano esposti all’ingresso delle case per essere mossi dal vento, in modo da tenere lontano con il loro suono gli spiriti maligni. Significativa, per la documentazione di culti provenienti dall’oriente, la presenza in mostra di un monile in bronzo pertinente al culto di Sabazio, costituito da una mano destra in atteggiamento benedicente con un serpente attorcigliato e una pigna, che rappresentano questa particolare divinità generata dall’unione di Persefone con Zeus sotto forma di serpente legata ad un culto misterico della fertilità.

    Una religiosità oscura e complessa

    Si comprende dunque che la sfera della religiosità antica è caratterizzata da una oscura complessità, nella quale i materiali acquisiscono un forte valore simbolico. Preziosi vasi da simposio, oggetti d’ornamento e d’arredo, lapidi, armi, fungono da tramite con la sfera del sacro in una ritualità arcana, legata alla natura e funzionale alle diverse società del mondo antico.

    I testi classici documentano le diverse modalità di accesso alla divinità, che spaziano dalla scienza divinatoria che tanta parte ha nel mondo etrusco e poi romano, all’esecuzione di preghiere e sacrifici, per ottenere il favore degli dei, fino a giungere ai riti funebri nell’accettazione della morte come volontà del fato. Il ‘pius Aeneas’ virgiliano rappresenta questo modo di sentire e di agire, riflettendo la realtà politica e sociale della Roma augustea, contemporanea al poeta mantovano, nella quale le divinità e la mitologia servono soprattutto da modello per azioni formali. La religione che emerge dal poema rappresenta una sintesi delle varie pratiche cultuali diffuse all’inizio del I secolo d.C., epoca a cui risalgono buona parte dei materiali di epoca romana esposti in mostra. In breve tempo nuovi culti provenienti dall’oriente avrebbero messo in discussione questa religiosità, favorendo l’affermazione delle religioni monoteiste.

  • L’Allegra Compagnia di Loreo

    L’Allegra Compagnia di Loreo

    L’Allegra Compagnia di Loreo è una giovane realtà artistica teatrale formata da una quindicina di persone della cittadina bassopolesana.

    Nasce, quasi per gioco nel 2014 da un appello di Pamela Beretta che prende spunto dalle diverse rappresentazioni teatrali locali. In quel periodo, presso il teatro parrocchiale di Loreo, si svolgevano le serate di “Luriani allo sbaraglio” una sorta di “Corrida” tra gli impavidi Loredani che si proponevano al pubblico rappresentando le loro performance.

    Pamela, osservando questi “Luriani” e, conoscendoli personalmente, osserva in alcuni particolari doti canore, teatrali, cabarettistiche; seppur dilettantistiche nella forma, ma interessanti dal punto di vista teatrale amatoriale. L’ingegno femminile e la fantasia di Pamela, che di professione fa la maestra alla primaria di Loreo, la induce a scrivere una vera opera teatrale. La sua penna scrive, scrive e scrive: lo spunto di partenza è la leggendaria favola di Cenerentola che si stacca dalle versioni storiche note, ovvero quella del 1634 del napoletano Giambattista Basile che scrisse “Zezzola”; del 1650 del francese Charles Perrault con la sua “Cendrillon” e del 1812 “Aschenputtel” dei fratelli Grimm.

    La versione di Pamela sarà “Cenerentola el Miusicol”, i cui personaggi fiabeschi saranno rivisti e “cuciti” sulle figure degli amici, che, di lì a pochi mesi, diventeranno dilettanti attori alla loro prima rappresentazione teatrale. E’ così che il gruppo un’opera dal tono allegro e spumeggiante, dove le battute sono inclini verso un dialetto locale con annessi, usi e costumi. Il tutto doveva chiudersi con due serate ufficiali in teatro…

    Ma la calorosa risposta del pubblico presente in sala rafforza l’entusiasmo degli attori: sarà l’inizio della vera favola del gruppo che si identifica come “L’Allegra Compagnia” teatrale di Loreo”.

    La loro “Cenerentola” verrà richiesta in diversi teatri del Polesine e del Padovano, gli applausi si moltiplicano e con essi la voglia dei ragazzi di mettersi alla prova con una nuova opera.

    Ufficialmente, la compagnia, il cui presidente è Roberto Rizzato, si iscrive nel 2016 alla F.I.T.A. (Federazione Italiana Teatro Amatori) e mette in scena la brillante opera fiabesca “Obiancaneve” che debutta nella sua “Prima” nel dicembre del 2017.

    Frattanto, alla consolidata esperienza amatoriale, si aggiunge una nuova sperimentazione artistica: si tratta del format “Cena con delitto”, anche in questo caso, la “Prima” è stata una prova per tutti gli attori che accettano di mettersi in gioco a seguito di una proposta di Roberta Marcolongo.

    La stessa ha scritto l’opera, scegliendo come scenario il Delta del Po del 1600, quando i nobili veneziani svolgevano opere di bonifica, attenti a concludere affari connessi alle “Terre Novissime” di questi luoghi, un tempo acquitrinosi.

    Il palco non è più il teatro, ma diventa una sala di un ristorante, che per l’occorrenza si trasforma in una “locanda” d’altri tempi, dove gli ospiti, persone che prendono parte alla cena, sono gli spettatori di una storia con “delitto”.

    Anche questa performance incontra il plauso del pubblico, tanto da diventare un appuntamento molto richiesto dai ristoratori e dalla loro clientela.

    Ora L’Allegra Compagnia è impegnata nella messa in scena di una nuova rappresentazione, scritta dalla ormai collaudata penna di Pamela Beretta. L’affezionato pubblico attende con curiosità questo evento mentre a Loreo aleggia un ritrovato gusto per il teatro.

    E’ davvero un buon segnale: in questa contemporaneità, fatta di elettronica e followers digitali, è veramente apprezzabile il fatto che ancora si riesca a creare uno scenario fatto di emozioni, di risate e di genuini sorrisi… “magicamente” proposti dai ragazzi dell’Allegra Compagnia di Loreo.

  • Naby e il Museo della Giostra

    Naby e il Museo della Giostra

    In un mondo sempre più distante dalle fenomenologie della cultura tradizionale, un’Artista si riappropria di alcune di quelle forme adattandole alle aspettative dell’oggi, in una “provocazione-non provocazione” che mira a cogliere alcune sfaccettature caratterizzanti un tempo i cosiddetti Luoghi dell’Altrove (secondo una felice definizione ripresa dallo studioso Tommaso Zag hini) per proiettarli nel futuro attraverso installazioni artistiche di alta valenza, inusuali e anche per questo dense di motivi di attenzione.

    Il messaggio che Naby lancia con i suoi cavalli si presta efficacemente a considerazioni che ne scandiscono opportunità, origini e trasformazioni. I cavalli delle giostre richiamano alla memoria antichi giochi rituali, pienamente inseriti in un complesso di giochi iniziatici altrettanto arcaici.

    La giostra a cavalli galoppanti, inoltre, riflette le sue più profonde provenienze, insite nei medievali tornei cavallereschi, innegabili prove di forza, di abilità e di coraggio. Da non dimenticare inoltre che, ancor prima che divenissero gioco-divertimento infantile, le giostre erano attrazioni per adulti, antropologicamente riconducibili a remoti riti di fertilità.

    Naby, tuttavia, non si limita a scegliere artisticamente i cavalli ma, in forma simbolica, li rende “liberi” dai rigidi meccanismi delle giostre e li proietta lontani miglia e miglia dalle tradizionali fiere di borghi e paesi, in una dimensione che – paradossalmente, ma in maniera consapevole – si ritrasforma in moderni Luoghi dell’Altrove, offrendoli all’ammirazione e alla disponibilità degli appassionati d’arte del terzo millennio, un millenario ludus allegorico, quindi, che si muta e che si prospetta consono alle modalità comportamentali dei nostri giorni.

    La lucida opzione artistica di Naby si indirizza pure al mimetismo dei suoi cavalli, a dimostrazione che il “desiderio” di libertà di queste equestri attrazioni (peraltro progettate in collaborazione con aziende del settore) si estende alla volontà di renderli il più possibile anonimi e in simbiosi con la natura che li circonda.

    L’Artista cede il passo anche a metaforiche visioni oniriche, che testimoniano il suo desiderio di modernità e di futuro, scevro tuttavia da tecnicismi obsoleti o fini a se stessi. Il suo illuminato processo evolutivo ha reso inoltre possibile l’instaurazione di un rapporto culturale con una struttura museale ideata per lo studio e la documentazione dei secolari processi storici che hanno condotto ai moderni sistemi di attrazione spettacolare.

    In altri termini, Naby si erge a paladina di una nuova cultura del “gioco”.

    In quest’ottica antropologica bene si colloca, quindi, il patrocinio scientifico concesso alle installazioni dal Museo Storico della Giostra e dello Spettacolo Popolare, ubicato nella polesana Bergantino, ancora oggi luogo di viaggiatori e di costruttori di sogni.”

    Questa la lucida descrizione vergata dal Curatore, l’Etnoantropologo Prof. Gian Paolo Borghi, per raccontare l’installazione creata dall’Artista Naby Byron nel ventennale dalla nascita del Museo della Giostra di Bergantino.

    L’evento si terrà negli ambienti esterni ed interni all’Hilton Molino Stucky in Venezia dall’11 maggio 2019 al 24 novembre 2019.

    Tante le collaborazioni di rilievo che l’artista ha voluto per questo evento, tra le quali spicca quella con il Leader del gruppo musicale Subsonica, Massimiliano “Max” Casacci, ideatore della straniante componente musicale che accompagna l’esposizione dei policromi cavallini da giostra liberati, anch’essi “made in Bergantino”.

    Durante i quasi sette mesi di esposizione si alterneranno convegni tematici ed happening. La mostra si giova dei patrocini di MIBAC, Regione Veneto, Comune di Venezia, Museo della Giostra di Bergantino, MAF (Museo del Mondo Agricolo Ferrarese) e Gruppo Hilton. Collabora alla installazione il Collettivo U.F.-o Ultimi Futuristi.

    L’ingresso è libero e la parte di installazione interna all’Hotel seguirà gli orari dello stesso. Nello stesso periodo Venezia sarà invasa dalla Biennale Arte… sicuramente l’opera di Naby non passerà inosservata!

  • Il tango del burligiù

    Il tango del burligiù

    Incontriamo Angioletta Masiero reduce dalla splendida cerimonia milanese ideata per l’attribuzione dei premi letterari “Amici di Ron”, che il 27 gennaio a Palazzo Parigi l’hanno vista tra i destinatari del prestigioso riconoscimento. Un premio alla carriera che, per quanto riguarda l’autrice polesana, è stato conferito in riferimento al valore della sua ampia ed apprezzata produzione poetica.

    Ma, oltre alle poesie, Angioletta (che fra l’altro ha da poco assunto il ruolo giuda dell’associazione Autori Polesani) si è recentemente cimentata nell’ambito della prosa, dando alle stampe il romanzo “Tango del Burligiù”. Termine quest’ultimo dall’etimo incerto, e ai nostri giorni pressoché sconosciuto, ma usato un tempo, soprattutto in basso Polesine, per indicare l’emigrante di ritorno nel paese natio.

    Teatro iniziale del romanzo è il Delta della seconda metà dell’Ottocento, gravato da una povertà molto diffusa, da malattie e soprusi. La fuga verso le Americhe viene vista dai più coraggiosi come l’unica speranza per approdare ad una vita dignitosa. Ed è così che – due anni dopo il padre, emigrato in Argentina nel 1875, e del quale si sono perdute le tracce – anche Danilo, il protagonista della vicenda, si imbarcherà con la madre e una sorella alla volta dello stato sudamericano.

    Nel libro sono quindi tratteggiate le traversie del viaggio su un bastimento inadatto a contenere tanta gente e privo delle minime condizioni igieniche; poi il diffondersi di malattie come il tifo e la varicella, i decessi a bordo e le frettolose sepolture in mare, infine il disorientato arrivo nel nuovo continente.

    Tanti i “vinti” che non riusciranno a coronare il sogno dell’atteso riscatto. Ma a Danilo la sorte riserva una possibilità di emancipazione, grazie al suo organetto, uno strumento regalatogli dal padre prima della sua partenza, che il ragazzo suona con sorprendente abilità. Il provvidenziale incontro con un maestro di musica, avvierà il giovane ad un istituto musicale dove acquisirà una buona preparazione. Poi per Danilo vi sarà l’occasionale scoperta del tango e di uno strumento sconosciuto chiamato bandoneon (una sorta di fisarmonica) particolarmente idoneo ad esaltare le caratteristiche musicali del tango.

    Ben presto, oltre che musicista affermato, Danilo diverrà bandoneonista, ottenendo riconoscimenti e potendo fruire di una vita agiata, fino a quando, all’approssimarsi della vecchiaia, avvertirà forte il richiamo dei luoghi dell’infanzia ed il desiderio di tornare: “volver”.

    Come è nata l’idea di scrivere un romanzo legato al tristissimo periodo dell’Ottocento, in cui si sviluppò un imponente fenomeno migratorio dal Polesine? Chiediamo all’autrice.

    “E’ nata in modo abbastanza fortuito. Da tempo pensavo di scrivere un romanzo ispirato al flusso migratorio polesano e, nel corso di una manifestazione, ho avuto modo di conoscere il discendente di una famiglia del Basso Polesine, pronipote di un celebre musicista. Mi ha raccontato la vicenda legata alla storia familiare, e mi ha affascinato da subito la figura del prozio partito a fine ottocento per Buenos Aires e là divenuto famoso grazie al suo talento musicale.”

    Come mai non appare l’indicazione reale della famiglia polesana di origine del protagonista?

    “Come ho già detto la storia è vera. Per motivi legati alla privacy ho dovuto cambiare i nomi dei protagonisti, ma molti personaggi citati nel libro sono realmente esistiti. Paquita, ad esempio, non è un personaggio di invenzione: è stata la prima donna bandoneonista di Buenos Aires. Anche Piero Ripari è una figura reale, musicista italiano emigrato in Argentina dove fondò la Escuela de Musica de la Provincia.”

    Il tango, la musica e le movenze della danza si configurano come un balsamo per gli appartenenti alle classi sociali più umili dell’Argentina dell’epoca. Danilo, il protagonista, a sua volta ne è letteralmente catturato. Anche l’autrice del libro avverte il fascino del tango?

    “Certamente. Da alcuni anni studio tango argentino, una danza tra le più affascinanti e seducenti. Qualche tempo fa ho pubblicato un altro libro ispirato al tango, una raccolta poetica che mi ha dato molte soddisfazioni. Il tango è sicuramente un’espressione artistica che ti coinvolge a tutti i livelli. Il tango è balsamo d’anima sulle cicatrici della passione, è una coperta calda che diventa rifugio negli inverni del cuore, è un velo sugli occhi che ripara dai lampi della realtà.”

    Progetti legati al suo libro?

    “Oltre ad una serie di presentazioni già in programma, con grande soddisfazione posso annunciare che lo scrittore e regista veneziano Roberto Bianchin sta scrivendo la sceneggiatura del mio romanzo che verrà portato entro breve nei teatri.”

  • El veciu d’la croda

    El veciu d’la croda

    Giovanni, protagonista dell’ultimo romanzo di Carlo Piombo (Nuovi Sentieri Editori, 2018), mentre sta percorrendo un sentiero montano, vede improvvisamente, nel gioco delle cime rocciose, il volto di un vecchio che sembra richiamare la sua attenzione.

    Scoprirà poi che la visione del “Veciu” è molto rara: riservata a pochi alpinisti in grado di cogliere, con la disposizione d’animo giusta ed in particolari condizioni di luce, il severo volto che si configura nell’insieme delle rocce svettanti nel cielo terso. Ed il vecchio sembra addirittura affidargli un messaggio con informazioni relative alla sua vita futura. Di qui il titolo dell’appassionante romanzo: “La Profezia del vèciu d’la croda”.

    Giovanni è un personaggio piuttosto schivo, un po’ avanti negli anni, che, una volta in pensione (la sua ultima attività lo aveva impegnato a Padova come ingegnere nel ramo dell’edilizia), ha lasciato la pianura, per vivere nel borgo alpino di Padola e passare il suo tempo alternando passeggiate nei boschi alla ricerca di funghi con salite anche impegnative e soste nei rifugi dolomitici. E proprio in uno di questi rifugi avverrà l’incontro con un giovane, anch’egli alquanto solitario ed innamorato delle ascensioni montane, che gli cambierà la vita.

    Giovanni ha alle spalle un’esistenza tutt’altro che semplice, gravato in particolare da un dramma vissuto nell’età della fanciullezza, quando, il 30 aprile 1945, davanti ai sui occhi innocenti, venne ucciso il padre, accusato di essere stato un fascista. A sparare il capo della banda di partigiani rossi denominato Stalin.

    Buona parte del romanzo è basato sulla narrazione, in forma colloquiale, da parte di Giovanni della propria difficile esistenza dominata dal desiderio di vendetta, che lo porterà a scelte sofferte. E perfino ad una doppia vita, ignorata anche dalla moglie che, assistita con dedizione dal protagonista, cesserà di vivere aggredita da un tumore. Motivo anche questo che accentuerà una visione sostanzialmente pessimistica della vita da parte di Giovanni e la sua conseguente fuga tra le montagne per trovare ristoro negli spazi sconfinati e nella natura incorrotta.

    Ma nel libro non manca una storia d’amore, vissuta con consapevolezza e passione nonostante l’età non più giovanile e un riscatto con l’approdo ad una visione più serena della vita, in cui Giovanni troverà conforto e motivo di nuovo impegno grazie alla fede ritrovata, proprio nel silenzio della montagna incantata.

    Tanti i temi affrontati nell’agile volume, nella cui copertina campeggia l’immagine dell’insieme di rocce che, in particolari condizioni di luce, rivelano il volto del Veciu d’la croda.

    Un libro che innanzitutto manifesta una grande passione per la montagna, descritta con accenti da vero innamorato. Come è nato, chiediamo all’autore, questo suo legame col territorio alpino?

    “Ho avuto la fortuna di incontrare la montagna fin da bambino. A sei anni appena compiuti, ho trascorso le mie prime vacanze, se vogliamo “forzate”, nella colonia estiva organizzata dalla POA di Rovigo a Fusine in Val di Zoldo, dove, invece, scoppiò il mio amore per la montagna. Rimasi subito affascinato, infatti, dal profumo dei boschi, dalla bellezza dei tramonti, dal cambio repentino del clima, dal ticchettio armonioso e flautato della pioggia sul terreno erboso e, poi, dalla maestosità della roccia. Per non parlare della neve che in poche ore riesce a rendere il paesaggio un luogo da fiaba. Dopo quella prima indimenticabile esperienza, il rapporto con la montagna divenne costante, soprattutto da quando potei scegliere di volta in volta la destinazione, con preferenza per la Pusteria e il Comelico, dove ci sono montagne incantate.”

    Ha pensato che potrebbero nascere critiche al suo libro per il fatto che il “cattivo” è un partigiano comunista, mentre solitamente si tende a conferire soltanto alla destra fascista la paternità delle azioni malvage?

    “L’ispirazione della tragedia che ha colpito il protagonista del romanzo, mi è venuta da un fatto realmente accaduto, dopo la liberazione del 1945. L’odio c’era, eccome, verso chi direttamente o indirettamente, per aver appoggiato il regime fascista, era ritenuto responsabile di tante tragedie che avevano colpito le famiglie, soprattutto per tanti giovani mandati in guerra a morire. Lo stesso sentimento si è fatto strada in chi ha subito la vendetta dei vincitori. Ma nel romanzo ho cercato di mettere in luce il tormento dell’anima sia del giovane che avrebbe voluto vendicare la morte violenta del padre, sia del carnefice. Entrambi, alla fine, si sono ricreduti, vincendo i loro sentimenti di odio e rancore, attenuati dalla salutare medicina del trascorrere del tempo”.

    Nel volume vengono affrontate varie tematiche di tipo sociale, morale e religioso, per cui è evidente che non si tratta di un romanzo di puro intrattenimento. Come definirebbe questa sua opera?

    “Faccio fatica a dare un giudizio su un mio lavoro, perché, quando scrivo, mi sforzo di rendere reale il percorso dei miei personaggi, incardinandolo nella realtà del tempo in cui vivono, lasciando al lettore la libertà del giudizio e della critica. Forse è un’opera che, più delle altre da me composte, esalta il ruolo dell’amore su sentimenti negativi, per cui dal rancore e dall’odio, può sempre nascere una nuova vita, anche in chi pensa di essere solo, come è avvenuto per Giovanni, il protagonista del romanzo”.

  • Giovani talenti e grandi personaggi

    Giovani talenti e grandi personaggi

    Quattro grandi personalità, che hanno dato lustro al Conservatorio “Francesco Venezze” e alla stessa città di Rovigo, quattro figure di spicco che hanno coltivato e trasmesso la passione della musica, quattro nomi la cui memoria la Fondazione Banca del Monte di Rovigo intende tenere viva.

    Sono intitolate rispettivamente agli indiscussi maestri Marco Tamburini, già direttore del Dipartimento Jazz, e Paolo Ballarin, eccellente pianista e docente del Conservatorio, prematuramente scomparsi, al prof. Ennio Raimondi, già direttore del Conservatorio e artefice di tante iniziative, al prof. Sergio Garbato, poliedrica e generosa personalità del mondo musicale e culturale rodigino, che ci hanno recentemente lasciati, le quattro borse di studio che la Fondazione Banca del Monte di Rovigo, in collaborazione con l’Associazione Musicale Venezze, ha assegnato a giovani talentuosi allievi del Conservatorio rodigino segnalati dallo stesso Conservatorio.

    La cerimonia di consegna delle borse di studio si è tenuta in due distinti momenti in Accademia dei Concordi nell’ambito della 97° Stagione Concertistica dell’Associazione Musicale Venezze, sostenuta dalla stessa Fondazione.

    Domenica 10 febbraio 2019 Alessia Bruno e Francesca Pronto, giovani assegnatari della borsa di studio “Paolo Ballarin” e “Ennio Raimondi” per la musica classica, e Manuel Caliumi, borsa di studio “Marco Tamburini” per la musica jazz, sono stati protagonisti del concerto “Violoncello, Arpa e Sax” – esattamente gli strumenti con cui, rispettivamente, si sono esibiti – sulle musiche di Tournier, Saint-Saëns, Dvořák, Rodgers, Shorter e Gershwin, accompagnati al pianoforte da Dario Michelon e Alessandro Altarocca.

    Domenica 17 febbraio è stato Luca Giovannini a ricevere la borsa di studio della Fondazione, relativa alla musica classica, intitolata a Sergio Garbato, durante il concerto “Adagio e Allegro” che ha condotto con la pianista Leonora Armellini nella esecuzione di musiche di Schuman, Brahms, Shostakovich.

    La Fondazione Banca del Monte di Rovigo sostiene i giovani nel loro percorso formativo, riconosce il talento e l’impegno, li incoraggia a proseguire lo studio. In accordo con l’Associazione Musicale Venezze, che nel programma della Stagione Concertistica 2019 ha dato spazio ai migliori giovani talenti dell’istituto musicale cittadino, la Fondazione ha premiato studenti che oltre al talento innato rappresentano l’esempio del risultato perseguito grazie a dedizione, studio e anche sacrificio. Nel contempo, tramite la prestigiosa attività dell’associazione Venezze, la Fondazione offre alla città un appuntamento musicale di qualità, atteso di stagione in stagione e sempre molto partecipato che mette in risalto lo stesso Conservatorio e le professionalità musicali rodigine.

    Alessia Bruno

    Nata nel 1998 studia violoncello dall’età di sette anni. Frequenta l’ultimo anno del triennio al conservatorio F. Venezze di Rovigo nella classe del M° Luigi Puxeddu. Nell’a.a 2017/2018 ha vinto una delle borse di studio messe in palio dal conservatorio per i migliori studenti e ha avuto occasione di suonare con Christophe Coin il concerto per due violoncelli di Vivaldi. Ha preso parte a masterclass con Giovanni Sollima, Alfredo Persichilli, Massimo Polidori, Monica Leskovar, Giovanni Gnocchi, Pierpaolo Toso e Floris Mijnders. Ha duettato con pianisti di fama internazionale come Bruno Canino e Maurizio Baglini. Nel marzo 2015 ha vinto il primo premio assoluto al concorso internazionale “Un po’ di note”.

    Francesca Pronto

    Nata a Padova nel 1998, frequenta il II° anno di arpa nella classe dell prof.ssa Carlin Patrizia al Conservatorio “Francesco Venezze” di Rovigo. Ha partecipato a numerosi corsi di perfezionamento con docenti internazionali quali Francesca Tirale, Grainne Hambly e William Jackson, Dearbhail Finnegan, Gabriella Dall’Olio, Anna Loro, Elisabeth Fontan Binoche, Margherita Bassani, Tatiana Donis e Diana Grubisic. Dal 2011 partecipa a numerosi concorsi, risultandone sempre vincitrice. Inoltre, con il prof. Morassutti al Conservatorio “L. Marenzio” di Brescia, con il prof. Vivian al Conservatorio “A. Pedrollo” di Vicenza e con la prof.ssa Penitenti al Conservatorio “A. Steffani” di Castelfranco Veneto, ha avuto modo di collaborare in intense attività cameristiche. E’ stata prima arpa dell’orchestra giovanile ESYO, sotto la guida del M° Igor Coretti Kuret, dal 2016 al 2018. E’ membro di “Angry Harps” con cui ha all’attivo numerosi concerti in Veneto, Lombardia e Trentino Alto-Adige. Recentemente, ha collaborato con Altrevoci ensamble, in un produzione di musica contemporanea, “Still Requies” di Mauro Montalbetti.

    Manuel Caliumi

    Inizia la propria formazione al Conservatorio “Vecchi-Tonelli” di Carpi. Si avvicina fn da subito al jazz e prosegue gli studi laureandosi al Conservatorio “A.Boito” di Parma col massimo dei voti e la lode, parallelamente frequenta seminari come Siena Jazz, Umbria Jazz, Nuoro Jazz, Arcevia Jazz, Veneto Jazz. Si perfeziona privatamente a New York con David Binney, Melissa Aldana e Loren Stillman e al Columbia College di Chicago seguendo una masterclass con Dave Douglas con cui avrà occasione di suonare.

    Ha partecipato a diversi concorsi nazionali e internazionali tra i quali: Premio Massimo Urbani, Concorso Stefano Cerri, Premio Marco Tamburini, Premio Nazionale delle Arti, Conad Jazz Contest, Concorso Chicco Bettinardi. Ha all’attivo diverse formazioni in contesti che vanno dal jazz più tradizionale all’improvvisazione più radicale e ha collaborato con orchestre tra le quali: JAO, Orchestra Nazionale Jazz, Civica Jazz Band, Parma Frontiere Orchestra, Venezze Big Band, Area M Orchestra avendo occasione di suonare in importanti festival e rassegne in tutta Italia.

    Luca Giovannini

    Nato nel 2000, si è diplomato nel 2017 con 10 Lode e Menzione D’Onore con il M° Luca Simoncini. Numerosi sono i premi che si è aggiudicato, molti i Primi premi assoluti: “Crescendo” di Firenze nelle edizioni 2011, 2012, 2013, X° Concorso Città di Riccione, al IV° Concorso Salieri di Legnago, “Adotta un musicista” Città di Forlì; VI° edizione Città di Piove di Sacco, e della città di Giussano, dello “A. Zinetti” Sanguinetto (VR) con Menzione e medaglia della Presidenza del Senato, al Palestrina della Citta di Castel San Giovanni, alla XVI° edizione del T.I.M. Parigi, all’International Competion di Londra, al Grand Prize di Salzburgo, e al Rising Stars di Berlino,secondo all’Ibla Gran Prize con tour di concerti negli U.S.A, secondo allo Janigro in Kroazia, terzo premio Alice & Eleonora Schoenfeld International String Competition Harbin (Cina), primo con borsa di studio “Maura Giorgetti” della Filarmonica dal Teatro Alla Scala, Primo premio assoluto, 2017 alla 18° Competizione Valsesia Musica Juniores, nel 2018 Castrocaro rassegna Miglior Diplomati primo premio e al prestigioso J. Brahms Competition con premio del pubblico per entrambi i concorsi. È attualmente membro della prestigiosa “classe d’ excellence de violoncelle” del M° Gautier Capuçon. Luca suona un violoncello Ansaldo Poggi del 1927 gentilmente concesso dal M° Mario Brunello. Ha preso parte a varie master Class, con i maestri: Enrico Dindo, Giovanni Sollima, Pier Narciso Masi, Bruno Canino, Persichilli Alfredo, Massimo Polidori, Lynn Harrell, David Geringas, Danilo Rossi, Massimo Quarta, con l’Orchestra di Padova e del Veneto come solista e con l’Orchestra “I Virtuosi Italiani” come solista e con l’Orchestra dei solisti Veneti come solista. Si è esibito in prestigiose manifestazioni concertistiche, stagione “Verdi Talenti” di Busseto, Salone dei cinquecento a Firenze, alla Biblioteca National della Catalogna Spagna, Philarmonie Theatre in Berlin, Mozarteum di Salzburg, Teatro Argenta Little Rock Arkansas, Casa Italiana Zerilli Marino di New York, Carnegie Hall di New York, Harbin (Cina) Opera House, Palazzo Cavagnis di Venezia, Villa Houck Canton Ticino Svizzera, Sala Maffeiana (VR), Tempio della Beata Vergine del Soccorso “Rotonda” Rovigo, Teatro Comunale di Rovigo, Auditorium R.L. Montalcini Riccione, Villa Corsini a Castello Firenze, il Teatro Alle Grazie di Bergamo, Teatro A. Salieri di Legnago, Palazzo Roverella Rovigo, Palazzo Ragazzoni Sacile, Sale Apollinee della Fenice di Venezia, l’Ateneo Veneto Aula Magna Venezia, l’Auditorium S. Agostino di Atri (TE), la Sala degli Affreschi Milano, l’Accademia dei Concordi Rovigo, Villa Contarini Padova, Philarmonico di Berlino Teatro Bon di Pordenone è stato inoltre invitato in due trasmissioni televisive Rai1 e Rai 2 come ospite. Dicono di lui “a tredici anni, Luca Giovannini suona in maniera compiuta, come un concertista provetto, con freschezza e padronanza strumentale. È già un musicista di assoluto livello” da Il Resto del Carlino, 14 novembre 2013, Sergio Garbato.

  • Il Museo della Giostra di Bergantino

    Il Museo della Giostra di Bergantino

    Ricorre quest’anno il XX Anniversario dell’istituzione del Museo Storico della Giostra e dello Spettacolo Popolare di Bergantino. Un Museo che racconta la storia dell’uomo alla perenne ricerca della felicità, nel tempo libero, nel gioco e in quei “Luoghi dell’Altrove” che consentono di allontanarsi per qualche tempo dalla monotonia e dalla routine del quotidiano.

    La giostra, oggetto di studio del Museo, non è solo il più grosso giocattolo rotante, un semplice strumento di divertimento legato all’effimero, ma, se ci chiediamo da dove ha origine e qual è la sua funzione, scopriamo che è un fenomeno culturale di grande interesse storico-antropologico: il punto di arrivo di un lungo processo storico evolutivo, che nel suo percorso ha sfruttato tutte le invenzioni e le scoperte scientifiche del tempo.

    Le giostre del moderno Luna Park sono “macchine” gigantesche, luminose sculture tecnologiche dai più svariati e convulsi movimenti, che attraggono i giovani alla ricerca della vertigine e delle forti emozioni. Sono macchine strabilianti, ognuna delle quali non è un fenomeno frivolo, ma costituisce un importante fenomeno culturale, in quanto ogni giostra rappresenta il punto di arrivo di un lungo percorso storico e di uno straordinario processo evolutivo, che parte da un passato molto lontano, dai giochi rituali delle altalene di legno delle società agrarie del ‘700 e dell’800. E tali altalene si sono trasformate nel tempo attraverso vari passaggi tecnologici che hanno saputo utilizzare invenzioni e scoperte scientifiche, fino a diventare le giostre che conosciamo oggi.

    Le più significative macchine da Luna Park traggono, quindi, la loro origine da giochi diffusi nelle società stanziali, e particolarmente nelle culture agrarie. Giostre a seggiolini, giostre a navette sospese, ruote panoramiche, altalene oscillanti, “gabbie”, e tutti i loro derivati discendono dal gioco rituale dell’altalena. Un passatempo che, con la sua funzionalità magica di congiunzione della terra con il cielo, si è trasformato da espressione di un complesso mitico legato ai riti di fertilità e di fecondità presenti nelle società agricole e stanziali, in un gioco gestito da fieranti, e inserito nella sfera dell’urbano, del festivo e (apparentemente) del profano.

    E proprio nel ventennale dell’istituzione del Museo Storico della Giostra trova spazio a Palazzo Roverella a Rovigo una mostra interamente dedicata alla Giostra, segno di come anche la cultura ufficiale ha saputo cogliere questo messaggio e trovare nella giostra i suoi significati culturali più profondi.

    In occasione di questo Anniversario il Museo ha organizzato un “Festival dello Spettacolo Popolare” con il coinvolgimento di Artisti che rappresentano la cultura popolare nelle sue varie forme: il teatro di figura con Giorgio Gabrielli, i cantastorie con Otello Perazzoli e Federico Berti, la musica della tradizione con il gruppo folkloristico “I fioi d’la vecia ad Ca’Melo” di Porto Tolle, il teatro dei Burattini con Mattia Zecchi. Attività che proseguono tutto l’anno con tanti altri eventi in programma.

    Il Museo sta raccogliendo fotografie e filmati dei partecipanti al Concorso fotografico e per cortometraggi sul tema “Parchi e Giostre tra meraviglie, incanti, emozioni”, ancora aperto e che si concluderà con una Mostra e la premiazione finale presso l’Auditorium del Comune di Bergantino in occasione della Fiera di settembre. (Sul sito www.museodellagiostra.it è possibile scaricare il regolamento del Concorso).

    Non mancheranno altre attività rivolte alle famiglie, che saranno protagoniste al Museo, in particolare, domenica 22 settembre con il Laboratorio di costruzione dell’Ocarina condotto dal gruppo “L’ocarina del Po” di Grillara Polesine. Al termine del Laboratorio verrà offerta una dimostrazione con ocarine provenienti dal Museo di Grillara per scoprire racconti, suoni e musica della terra del Po.

    Possiamo concludere affermando che il Museo Storico della Giostra e dello Spettacolo Popolare di Bergantino rappresenta un grande valore sociale, in quanto è un Museo della gente comune e della vita quotidiana di ieri e di oggi. Ecco perché il Museo affascina tutte le persone, senza distinzione di età e di estrazione sociale o culturale.

  • Giostre. Storie, Immagini, Giochi

    Giostre. Storie, Immagini, Giochi

    La competizione corpo a corpo tra due cavalieri medievali ha subito l’evoluzione in scenografici tornei, facendo nascere un nuovo concetto di spettacolo risolto poi in colorate esibizioni.

    L’immagine ludica e il movimento entrano nella spirale della storia lasciando ai cavalli il ricordo di queste origini. Le giostre passano dalle piazze dei paesi alle fiere di città in virtù di nuove esigenze commerciali sottacendo il progesso tecnologico del vapore e quel principio dell’immagine in movimento tanto cara a fotografi, artisti e cineasti del 19 sec.

    La circolarità recupera le istanze della Ciclicità e del Tempo nel ricordo della divintà Chronos, un simbolo ricorrente di tutto ciò che ritorna, come le stagioni della Natura o le stagioni della vita che, nel divertimento, trovano un’eterna primavera. L’accompagnamento musicale di festanti caroselli accresce l’entusiasmo di bambini e famiglie intere.

    E’ una mostra davvero innovativa quella allestita a Rovigo nelle sale di Palazzo Roverella dal 23 marzo al 30 giugno 2019. L’inedita rassegna, proposta dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo insieme al Comune di Rovigo e all’Accademia dei Concordi è curata da Roberta Valtorta, con la collaborazione di Mario Finazzi per il percorso riservato alla pittura.

    Già nel titolo, “Giostre, Storie, Immagini, Giochi”, annuncia un singolare approccio alla tematica, “un mondo dove i ricordi dell’infanzia si intrecciano con il destino e la vita che gira e va avanti”.

    Le spettacolari giostre in miniatura e i bellissimi cavalli di legno raccontano della collaborazione col distretto della giostra di Bergantino, dove è nato e si è sviluppato un originalissimo Museo Storico della Giostra che affascina grandi e piccini.

    Nelle sale di Palazzo Roverella viene proposto un autentico viaggio multisensoriale con più di un centinaio di opere e prestiti che arrivano da New York, Parigi e Londra, conferendo all’esposizione un respiro internazionale.

    In mostra pregiate fotografie d’autore da tutto il mondo, opere d’arte pittorica dei grandi artisti del Novecento tra cui annoveriamo Giacomo Balla e Massimo Campigli, colorati manifesti dall’Ottocento ai primi anni del Ventesimo secolo e splendidi giocattoli antichi dai diversi materiali come latta semplice o serigrafata, metallo, stoffa, celluloide, colore a smalto, a verniciatura o a stesura manuale, piccole giostre caricate a molla o aperte in pregevoli scatole di cartone litografate.

    Un organo che animava i lunapark all’inizio del 900 cattura l’attenzione in una delle stanze di Palazzo Roverella contribuendo ad alimentare quel sogno di memoria e fanciullezza. Le decorazioni di queste giostre sono straordinariamente belle e ricche di particolari, atte a trasmettere una dimensione ludica attraverso un spirito barocco. Tuttavia il lungo viaggio nel mondo delle giostre nell’esposizione del Roverella vira verso soluzioni molto più dilatate, allargando la tematica anche a quei momenti delle piccole giostre di parchi suburbani o documentando la grande desolazione dei luna park abbandonati, o ancora presentando la curiosità irrefrenabile dei bambini che corrono a spiare le giostre ancora coperte dai teloni.

    L’obbiettivo critico dei grandi fotografi – tra i quali in particolare Henri Cartier-Bresson – raccoglie testimonianze inedite e restituisce scatti rubati di luoghi inattesi quali Cuba, India o il Gabon dell’Africa Centrale.

    Nell’articolata proposta espositiva la fotografia adotta un ruolo significativo nella molteplicità delle sue soluzioni. La saturazione cromatica di colori squillanti negli scatti di Martin Parr descrive la realtà con profonda ironia, ma cosciente senso critico.

    Non poteva mancare la presenza dell’artista rodigino Paolo Gioli col suo “Quadro del movimento di una giostra” che, attraverso la ripresa stenopeica, ci regala arditi e “nebulosi” punti di vista magicamente riconducibili al moto di una giostra o alle dinamiche della luce.

    L’esposizione del Roverella ospita poi un artista vivente contemporaneo, Stephen Wilks, con la grande e fantastica installazione dal titolo “Donkey Roundabout” (la giostra degli asini) già battuta all’asta da Sotheby’s. L’opera, concepita per essere esposta sia in ambienti chiusi sia all’esterno, si avvale di un complesso meccanismo e base rotante (circa 3 metri di diametro) dove sei simulacri di asini, accasciati sul dorso di altrettanti scheletri di legno, viaggiano in tondo a rappresentare la sofferenza dell’esilio ed il perpetuarsi dello spostamento da un luogo all’altro di intere famiglie di migranti.

    L’asino è un animale da soma itinerante, che nella poetica dell’artista adotta un vivace protagonismo. Il nuovo punto di vista (ovvero quello animale) ha permesso a Wilks di filtrare la conoscenza delle cose in senso universale. La circolarità, vanto di sosfisticati sistemi del passato, come la rotazione dei pianeti del XVIII secolo, si trasforma in amara rotazione di vite senza diritti, a cui l’Arte vuole suggerire omaggio, dignità e attenzione.

    L’artista di origini inglesi vive in Germania e riconosce l’importanza del fenomeno migratorio nel suo paese di adozione. Anche l’Italia è terra di migranti ed è per questo che l’opera di Wilks col suo movimento circolare, il suono di ingranaggi meccanici e l’essenzialità dei colori intelligentemente studiata ci induce a importanti riflessioni.

    Il programma della mostra corrisponde a un modulo ben preciso atto a sorreggere una tradizione consolidata dai curatori: sollecitare un passato culturale di Arte e Costume con un’esperienza immersiva dal carattere innovativo, e inserire a bilancio diverse forme espressive che soddisfino l’interesse dei visitatori con raffinati approfondimenti storico-critici.

    Nella particolare occasione espositiva hanno trovato terreno fertile l’intraprendenza del nostro territorio e la tradizione culturale, ovvero quel felice matrimonio di intenti che rivela l’operosità di un territorio e lo raffronta con i grandi testimoni dell’Arte a raccontare i desideri dei bambini.

    La mostra di Palazzo Roverella, come quando da piccoli si aspettava il periodo delle giostre, ha instillato in noi il senso di un’attesa… ampiamente ripagata.

  • Sospeso tra pensieri danzanti

    Sospeso tra pensieri danzanti

    MERAVIGLIA

    Afrore Delle fronde tue verso le albe rivolte… Fronteggiate Da strutture di cera eclissate Mentre rive del mare i piedi ti bagnano Il subconscio [Con le tue mani] sorreggimi. Io dalla tua assenza, lancinato, vivo Ossessiva la presenza tua Intercorre Sofferenti d’amore le rose ho spiato

    AZUL

    Il cielo multiforme. La voglia di volersi coricare fra le rocce Cullati dalle migliaia di emozioni Contrastanti. Fuori dalla casa azzurra Uno strapiombo sul Mare Liquoroso e vivo come a fine maggio.

    RECETTORI

    E ti senti Tutto Vibrare e rabbrividire Ma sei lontano anni luce dall’assiderazione È diverso È l’opposto perché sei vivo [!] E te ne stai ricordando La Vita ti sta sbattendo in faccia questa verità, Ancora una volta

    SYMBOLUM

    Inizia a delinearsi una linea All’orizzonte Ma il quotidiano macinare rimane soleggiato Evita il richiamo del cambiamento Moderno. Brontosauri si nutrono silenziosi Sfregiando indifese acacie Come se un domani non ci fosse… Mentre i Velociraptor dilaniano carcasse Ansimanti Gli ultimi Pterodattili volteggiano Errabondi e incompresi nel loro solito Strillare E quello Stegosauro… Impassibile fissa l’incanto irrequieto di quel Meteorite

    MERITEVOLE E DUBBIOSA

    I tuoi pregi sono sapori di piatti sconosciuti Sapidi e tanninici Aleggi come l’aroma del sughero di una bottiglia Profanata nel giorno festivo. Sei una goccia sulla schiena, La rugiada sugli aghi del pino silvestre. Senza temere di scattarti fotografie sfocate Rimango sospeso fra pensieri danzanti e Cullato da Leggiadre vestali di monumentale ebbrezza Sovrappensiero e Cristallizzato nell’ambra della reminescenza Prego che tutto ciò non finisca, non ora..!

    ISPIRAZIONE (…)

    Il ruscello dirigibile Diretto verso una sponda remota Il suo colore cangiò Si fece testo… Tutto il suo corpo..! Come sangue sprigionò Positività

    STUPORE E SAZIETA’

    Desidero scrivere Ardo dal desiderio di descriverti La mia schiavitù è questa! Ogni cosa …ogni cosa fa parte di un cerchio Una ripetuta intricata infinita linea immaginaria Filo di delusioni e di amori L’angoscia del futuro batte alla porta Sono le quattro del mattino di una notte insonne Al raptus inconcludente del sollecitare il vuoto… Incubi fioriscono come funghi nel sottobosco dell’ignoranza È impossibile dare forma al vago Ma della bruttezza fisica non manca visione E allora incornicio quadri di finte convinzioni…

    PALLONCINI DI VITA

    Soffici impalpabili e volatili Siete colorate bolle di sapone Temerari Alla conquista del cielo Vi vedo minuti…girini di speranza… [Dopo dieci anni] Rimango affacciato al balcone Un palloncino cade a terra Esplode rapido…stramazza senza esitazione Era l’ultimo E mi sento raggelare La mia infanzia è appassita È quel fiore inaridito del pattume cimiteriale Relegato… in preda alla disperazione Prego sconsolato in lingue sconosciute Vivo con disagio ricordi disgustosi Avvolto da lenzuola di febbrili sudori Rimango vittima di incontrollati brividi alla schiena… Dimenticando che è giorno di festa.

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