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Archivi: Articoli d’archivio

  • Pietro Frizziero (1923-2009)

    Pietro Frizziero (1923-2009)

    “Per agire intelligentemente non basta l’intelligenza”. Scriveva così Fëdor Michajlovič Dostoevskij.

    Non è un caso che siano le parole di questo grande scrittore e filosofo russo a far alzare il sipario sulla figura del professor Pietro Frizziero, eclettico e poliedrico studioso lendinarese, i cui studi si sono mossi sulle tracce di Dostoevskij e che Lendinara ha riscoperto negli ultimi dieci anni. Grazie a lui, infatti, l’Atene del Polesine e la sua Biblioteca civica hanno potuto arricchire ulteriormente il proprio patrimonio librario.

    Anche se residente nel paese del Petrarca, ad Arquà nel padovano, il cuore del professor Frizziero è rimasto saldamente ancorato a Lendinara, dove era nato e cresciuto, tanto da volerla omaggiare con un prezioso lascito testamentario composto da oltre settemila volumi. Un prezioso tesoro culturale, che la Cittadella della cultura è stata ben lieta di abbracciare. Lo ha fatto per tappe: dai primi contatti avvenuti già a partire dal 2007 alla sottoscrizione del protocollo di intesa fino poi all’arrivo dei volumi e a una loro prima selezione.

    A tratteggiare i passaggi che hanno portato, lo scorso ottobre, all’inaugurazione dello spazio dedicato alla donazione del professor Frizziero, all’interno della Biblioteca civica Baccari, è il suo coordinatore Nicola Gasparetto.

    “Nel 2015 – ci informa – sono arrivati i libri a Lendinara, in poco più di cento scatoloni, accolti nella sede provvisoria della Biblioteca presso l’ex ufficio Iat di piazza Risorgimento. Nel marzo del 2016 abbiamo svolto una prima selezione dei volumi che hanno trovato posto in due spazi: al piano terra, nella sala dei donatori, sono state collocate soprattutto le opere di carattere enciclopedico e le collane la maggior parte in lingua tedesca e inglese; al piano nobile sono stati disposti i volumi monografici, come saggi e opere illustrate. La presentazione definitiva della collocazione, che rappresenta circa un 25% dell’intera donazione ricevuta, è poi avvenuta il 14 ottobre 2017” spiega Gasparetto, ripercorrendo con la memoria le tappe che hanno visto la Biblioteca aprire le sue porte alla donazione Frizziero.

    Una raccolta di testi composita e ricercata, che trova sintesi in modo particolare in alcuni filoni argomentativi che vanno dalla storia all’arte (passando per le civiltà antiche) alla storia delle religioni (in particolare gli studi biblici), fino alla storia delle lingue.

    Nella prima selezione hanno trovato collocazione sugli scaffali anche enciclopedie generali e letterarie, dizionari e volumi di linguistica, opere di letteratura. La restante parte dei volumi ricevuti dal professor Frizziero sono in attesa di catalogazione; attività che quindi continuerà rispettando la volontà del lendinarese, per il quale i libri erano come figli.

    A campeggiare sopra gli scaffali che oggi custodiscono una selezione dei volumi donati dal professor Frizziero è una sua foto e un breve pensiero, a firma della vedova Bruna Teresa Rossini. “I volumi raccolti in questa splendida sede della Biblioteca comunale della Città di Lendinara sono stati il nutrimento culturale quotidiano del professor Pietro Frizziero (1923-2009) che in questa città è nato ed è sepolto. Era suo desiderio che la sua ricca e prestigiosa biblioteca trovasse accoglienza in questa città, consapevole che la pluralità dei contenuti, tutti di alto livello culturale ed espressi nelle lingue originali, avrebbe potuto offrire una preziosa fonte di sapere per quanti, soprattutto giovani, avessero voluto ad essa attingere”.

    Un indirizzo, questo, colto al volo dalla Biblioteca lendinarese. Il suo coordinatore Gasparetto informa, infatti, che “Si è alla ricerca di contatti con Istituti specializzati e Università, che possano incentivare l’utilizzo di questo fondo con progetti di ricerca, attraverso i quali portare studenti e ricercatori a consultarlo”.

  • Mattia Bortoloni (1696-1750)

    Mattia Bortoloni (1696-1750)

    Un particolare fatto di cronaca – di interesse nazionale e non solo – avvenuto lo scorso dicembre, ha riacceso l’attenzione su un importante pittore del ‘700, quale fu il polesano Mattia Bortoloni (1696 – 1750) autore di uno smisurato affresco nella basilica piemontese di Vicoforte.

    Il fatto di cronaca è relativo al ritorno in Italia dei resti di Vittorio Emanuele III, penultimo sovrano di Casa Savoia che regnò sulla Nazione per 46 lunghi e controversi anni.

    Il 17 dicembre 2017, a pochi giorni dal settantesimo anniversario della sua morte, avvenuta il 28 dicembre 1947 ad Alessandria d’Egitto (città nella quale l’ex sovrano aveva abitato, ospite del re Faruq, in seguito all’abdicazione al trono reale e alla proclamazione della Repubblica nella primavera del 1946) i resti mortali del sovrano sono dunque tornati in Italia, non senza polemiche, a bordo di un aereo dell’Aeronautica Militare.

    Due giorni prima, dal cimitero francese di Montpellier, dove era venuta a mancare nel 1952, erano state rimpatriate anche le spoglie della consorte, la regina Elena del Montenegro, universalmente apprezzata per il suo impegno sociale ed umanitario, che toccò l’apice nell’assistenza in occasione del terremoto di Messina del 1908 e della Grande Guerra.

    Le discussioni innescate dal rientro della salma di Vittorio Emanuele, re riformista durante l’età giolittiana, quindi «re soldato» durante la Grande Guerra, ma coinvolto in prima persona nell’ascesa e nel consolidamento del regime fascista (inclusi gli episodi più dolorosi e controversi quali la Marcia su Roma, l’omicidio del frattense Giacomo Matteotti e la promulgazione delle leggi razziali del 1938) hanno fatto dimenticare la bellezza della sede scelta dagli eredi dell’ex Casa regnante italiana quale ultima dimora dei loro antenati, ossia la Basilica di Vicoforte, alle porte di Mondovì, nel Cuneese.

    Una basilica di grande impatto visivo, il cui cantiere fu avviato nel 1596 dal Duca Carlo Emanuele I di Savoia, per onorare il trasferimento della capitale del Ducato da Chambery a Torino (avvenuto nel 1563, con annessa Sacra Sindone al seguito) e stabilirvi il mausoleo per i membri della famiglia (ruolo in seguito assolto principalmente, nel periodo dei Re di Piemonte e Sardegna, dalla torinese Basilica di Superga).

    La grande Basilica di Vicoforte si presenta con quattro campanili angolari e tre facciate, ma è nota in particolare per alcuni ambienti, tra cui la cappella di San Benedetto, sede del sacello della duchessa Margherita di Savoia, e la cappella di San Bernardo, dove ora riposa, assieme al fondatore Carlo Emanuele I, la coppia reale.

    Ma la parte di maggior effetto è rappresentata dall’imponente cupola ellittica, a detta degli storici dell’arte la più grande del mondo.

    Progettata dall’architetto Francesco Gallo (1672 – 1750), fu decorata a più riprese da vari autori – tra cui il toscano Sebastiano Galeotti (1645 – 1741), morto in fase di progettazione dell’opera, il bolognese Giuseppe Galli da Bibbiena (1696 – 1757) e il milanese Felice Biella (1702 – 1786) – ma fu la mano del polesano Mattia Bortoloni (1696 – 1750) quella che si fece più sentire negli oltre 6000 metri quadrati della vastissima cupola.

    Bortoloni, allievo del Tiepolo e capace di assorbire la lezione del Piazzetta (pittori assieme ai quali venne celebrato nella mostra che Fabrizio Malachin e Alessia Vedova gli dedicarono nel 2010 a Palazzo Roverella) diede qui prova magistrale del colorismo tipico della pittura veneta, con un virtuosismo scenografico vicino al rococò ed un gusto un po’ ammiccante nei volti e nella gestualità dei personaggi, seppure in un contesto di natura sacra.

    La Storia della Salvezza – vista attraverso la vicenda della Vergine dalla Nascita fino all’Assunzione – soggetto nel quale è preponderante la mano bortoloniana (mentre il Biella si occupò prevalentemente della quadratura) diventa così un capolavoro unico, datato tra il maggio 1745 e il dicembre 1748 ed inserito nel quadro della diffusa presenza dell’artista tra Piemonte e Lombardia.

    Il nostro autore risulta, infatti, segnalato tra il 1738 ed il 1741 accanto al Biella nel Palazzo Vescovile di Lodi, per poi essere attivo, nello stesso periodo della cupola, nella cappella reale di San Carlo nel Duomo di Mondovì, dove raffigurò (1750) l’Immacolata tra San Carlo, San Felice e San Martino, oltre ad altri luoghi del Piemonte, tra cui la chiesa di San Lorenzo a Trino Vercellese e i torinesi palazzo Barolo e chiesa di Sant’Andrea.

    A Vicoforte, oltre che nella maestosa cupola, Mattia Bortoloni è attivo, in epoca coeva, anche nel refettorio del convento dei monaci cistercensi attiguo al santuario sabaudo, dove affrescò un’importante Cena in Emmaus.

    Il cantiere di Vicoforte apriva l’ultima fase della brillante carriera e della vita del polesano Bortoloni, morto a Milano nel giugno 1750, ma nato il 31 marzo 1696 sulle rive del Tartaro – Fissero – Canalbianco, probabilmente nell’odierna Presciane di San Bellino, dove la famiglia possedeva una casa di famiglia, mentre il battesimo gli fu amministrato nella chiesa di Canda.

    Bortoloni, pittore della luce e dei cieli, oltre che delle virtù eroiche del passato, allievo in gioventù del veronese Antonio Balestra, era stato, in precedenza, autore di opere importanti tra Venezia (cupola della chiesa di S. Nicolò dei Tolentini), Piombino Dese, nel Padovano, dove affrescò con rari soggetti sacri in un contesto laico la palladiana Villa Cornaro, il Duomo di Santa Giustina a Monselice, la chiesa di San Bartolomeo a Bergamo, il Duomo di Monza.

    Di lui restano in Polesine, come noto, numerose tracce, tra cui una tela nella sacrestia della parrocchiale di Castelguglielmo, la pala del Santo (attribuitagli) nella Basilica di San Bellino, diverse opere di proprietà della Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi a Rovigo, oggi nel nuovo allestimento di Palazzo Roncale, gli affreschi monocromi della sala ottagonale di villa Morosini Vendramin Calergi a Fiesso Umbertiano, raffiguranti la Vita di Alessandro Magno (1727 circa) e due grandi tele presso la Parrocchiale di Fratta.

    Un capolavoro, quello di Vicoforte, che veglierà dall’alto sul riposo della penultima coppia reale italiana (aldilà dei giudizi storici su Vittorio Emanuele e la famiglia Savoia) e che meriterebbe, magari, un’importante iniziativa di valorizzazione del Bortoloni da parte della sua terra di origine

  • El passo sul Canalbianco

    El passo sul Canalbianco

    “Ahi del passo!” La fumara no’ fa vedar l’altra riva e par tuta ‘sta restara no’ ghe xe persona viva. “Aho del passo”. ciamo ancora, ma no’l riva. Ma chi passa in ‘sto canale zerca i sogni fati a tressa, fati ben e fati male, tuti insogni sensa pressa. Ferma el passo come fusse un funerale.

    I salgàri i pare arzento sora l’acqua quasi verde. Passa l’acqua; e ‘l sentimento va con ela e po’ se sperde. “Aho del passo”. Anca el passo qua se perde? “Mai ‘na cosa l’è passada, passadore, par ‘ste sponde come questa sconsolada?” Passadore no’ risponde. Fermo el passo: eco l’anema passada.

    Finalmente tanto straca quanto straco el passadore, omo e barca se destaca dal caligo e me vien tore. “Ecco el Passo…”. Più no ‘l dise el passadore. Po’ nei sàlesi d’arzento anca l’anema se perde, come prima el sentimento nel canale d’acqua verde. Sora l’acqua bianchi fiori e fiori zali come quei dei funerali.

    Trasportà da la corente, drio la corda, o caldo o giasso, chi mai sa, si quanta zente l’è passada per ‘sto passo? Ecco el passo: ghe son sora finalmente.

    Alla poesia qui riprodotta – tratta da “Cante d’Adese e Po / Poesie del Polesine”, opera di Gino Piva, edita nel 1931 da Aquileia editrice in Udine – l’autore fa seguire un breve commento, interessante anche dal punto di vista storico, che qui di seguito riportiamo.

    I passi vanno sostituendosi coi ponti, anch’essi. Ve ne sono, o ve ne erano, di diversi tipi, dal barchetto isolato che traghetta a remi, al passo volante costituito da una grossa barca affidata ad una fune stesa da una sponda all’altra e mossa dalla corrente che la prende di fianco o da due barche unite così da costituire una maggior platea. Il passadore è una specie di filosofo che se la intende più col fiume o col canale che con i suoi simili.

    C’era da aspettarlo il passo: ma un po’ di contemplazione non era tempo perduto, lungo i solinghi canali.

    ostacolare la ritirata. Anche la barca-traghetto fu oggetto di mitragliate, ma per fortuna non ci furono né vittime né danni.

    Nel corso degli anni, Giovanni faceva la manutenzione alla barca-traghetto, traendola in secca. Metteva la canapa tra le fessure delle tavole che componevano il fondo e le parti laterali, cospargendo il tutto con la pece liquida, sciolta precedentemente sul fuoco. Aveva anche costruito una piccola cabina attorno alla sedia che fungeva da posto di comando al centro della barca, grazie alla quale ci si poteva sommariamente riparare dal caldo in estate e dal freddo in inverno.

    Un piccolo rifugio, era costruito in legno sulla riva destra del fiume nelle vicinanze dell’approdo, dove erano collocati utensili necessari al buon funzionamento del traghetto, e dove ci si poteva riparare in caso di maltempo, rimanendo protetti, senza allontanarsi dal luogo di lavoro, in caso di chiamate per l’attraversamento del fiume.

    C’era molta familiarità con gli abitanti del luogo: si era instaurato un rapporto confidenziale con il “barcaro”, tanto che venivano fatte richieste di traghettamento anche al di fuori dell’orario di servizio, esaudite sempre con molta disponibilità.

    Il nuovo ponte

    Nel dicembre del 63, in seguito alla morte improvvisa di Giovanni, subentrò il figlio Vittorino che condusse l’attività per soli due anni, giacché nel frattempo erano stati avviati i lavori per rendere il Canalbianco navigabile e trovare soluzioni più pratiche per il passaggio da una riva all’altra.

    L’opera idraulica comportò la rettifica del corso d’acqua, lo scavo del fondale e l’allargamento dell’alveo. Un intervento di modernizzazione che però fece venir meno quell’atmosfera di familiarità e di poesia ambientale che, assieme al lento andirivieni della “barca”, conferivano una particolare identità al luogo.

    Ultimati i lavori di scavo, per attraversare il nuovo Canalbianco venne installato un ponte “Bayly”, di tipologia militare, con assi in legno nel calpestio, transitabile, oltre che a piedi o in bicicletta anche da mezzi motorizzati di piccole dimensioni, detto “el ponte de tole del Fenile”.

    Il ponte fu inaugurato il 6 giugno del 1965 e dedicato a San Gaetano patrono del paese. E fu così che la “barca”, ormai accantonata, diventò una sorta di relitto lasciato marcire presso la riva destra del Canalbianco nel punto dove per anni era avvenuto l’attracco.

    Una storia da non dimenticare

    Della “barca” e del suo ambiente ci restano alcune foto in bianco e nero ed una rara e sbiadita sequenza nel cortometraggio “L’ussaro” di Luigi Ceruti. Una storia che non va dimenticata, perché intimamente legata alla tradizione e alle vicende connesse ai fiumi del nostro Polesine.

  • Camerini e il brigantaggio

    Camerini e il brigantaggio

    Nel numero 57 del Ventaglio, con il testo “O vent’anni o la morte”, (pag.60 e successive), abbiamo trattato del modo violento e sbrigativo con cui le autorità austriache risolsero il problema del brigantaggio di metà Ottocento (particolarmente diffuso nel Veneto meridionale) per nulla interessate a capirne le vere cause, cosa che, se fosse avvenuta, avrebbe comportato soluzioni diverse rispetto al plotone d’esecuzione che fece tante vittime.

    Un fenomeno, quello del brigantaggio, che ebbe profonde radici soprattutto a Stienta, dove furono catturati oltre cento componenti di varie bande, la maggior parte dei quali subirono la condanna a morte.

    In questo numero intendiamo approfondire le circostanze che hanno portato al diffondersi del fenomeno del brigantaggio rurale, e a comprendere in particolare le motivazioni per cui un tranquillo paese rivierasco come Stienta, ebbe a configurarsi come il principale covo del brigantaggio polesano¹.

    Il brigantaggio sociale

    Fra Bonaventura da Masér, il francescano incaricato dagli austriaci di portare l’estremo conforto ai condannati a morte, autore di un interessante libretto sulle vicende del Giudizio Statario,² individuava le cause del brigantaggio in tre fattori principali: 1) l’ignoranza in fatto di religione, 2) i tristi compagni, 3) la frequenza assidua delle osterie. Cause banali, quasi ovvie, ma vere, motivo per cui il fenomeno del brigantaggio è stato a lungo ritenuto una deviazione etico-comportamentale, da punire severamente.

    Questa teoria ha retto fino a quando furono pubblicate le moderne ricerche sul brigantaggio contadino di Eric John Hobsbawn,³ che hanno dato al fenomeno una dimensione sociale più aderente alla realtà.

    In accordo con questo autore, diremo che il brigantaggio stientese s’inquadra nel contesto di quello che egli ha definito come banditismo sociale delle comunità rurali, una forma di riscatto dalle ingiustizie condotta in modo istintivo, tipica delle società egemonizzate e oppresse, che vedono nei fuorilegge degli eroi, dei vendicatori e dei combattenti per la giustizia.

    L’unica differenza è che a Stienta non è esistito un Robin Hood, o una sola banda, ma siamo in presenza di un brigantaggio diffuso, che ha coinvolto praticamente tutta la classe bracciantile (lo dimostra l’elevato numero delle vittime della repressione). Sarebbe, quindi, più corretto definirlo come una ribellione di popolo che, date le motivazioni sociali, lascia intravvedere un primo abbozzo di movimento politico, precursore del Socialismo, partito che affonda le proprie radici nelle lotte contadine e che in seguito dominerà la scena politica di Stienta per molti decenni.

    Ma veniamo alle cause vere e proprie.

    La possidenza Camerini

    Il nodo principale della questione stientese era la presenza del latifondo di Silvestro Camerini (1777-1866), esteso per circa i 3/4 delle terre comunali, 1600 ettari circa, che aveva inglobato – coi metodi che vedremo più avanti – sia la grande possidenza nobiliare, che la piccola e media proprietà contadina.

    Detto latifondo si allargava con propaggini anche nei comuni limitrofi di Gaiba, Bagnolo, Fiesso, Occhiobello, ed inoltre a Polesella (ex tenuta Loredan di Raccano), per un totale di circa 3000 ettari, riuniti sotto la direzione dell’Agenzia di Stienta, che aveva sede nella “corte” ex conti Nappi, sulla riva sinistra del Po.

    Oltre Polesella, in direzione di Guarda e Crespino, si estendevano le tenute di un altro Camerini, Cristoforo (1784-1858), fratello di Silvestro e contitolare dell’omonima impresa d’appalti nei primi decenni di attività.

    Silvestro Camerini – personaggio di cui si è occupato anche il n. 56 del Ventaglio, forse in modo troppo encomiastico – era un imprenditore abile, di grande successo, ma dalla doppia personalità: tanto generoso, caritatevole, filantropo, con le istituzioni religiose (che lo ricolmarono di titoli onorifici), quanto spregiudicato negli affari, sfruttatore di manodopera, avido di ricchezza e per di più con un carattere decisamente autoritario. Fu più volte indagato dalle autorità austriache per sospetta corruzione di funzionari dell’Amministrazione Provinciale, per turbativa d’asta negli appalti di opere pubbliche (che riusciva ad aggiudicarsi senza ribassi, grazie ad accordi sottobanco coi concorrenti), per utilizzo di materiali scadenti nei lavori effettuati, ma ne uscì sempre scagionato, a dimostrazione anche di una grande scaltrezza del personaggio.⁴

    Camerini, appaltatore, latifondista ed esattore di imposte

    La prima lucrosa attività svolta da Silvestro Camerini (in società col fratello Cristoforo), fu quella di appaltatore di lavori per conto dello Stato Pontificio prima e del regno Lombardo Veneto poi, per la costruzione di argini e strade, l’escavo di canali, la chiusura di rotte. Insomma, un’impresa, che potremo definire di movimento terra e inerti (ghiaia in particolare), eseguita all’epoca da uno stuolo di scarriolanti e birocciai sottopagati, alle sue dipendenze. La combinazione appalti a prezzo vantaggioso e manodopera a basso costo era dunque la prima fonte dei lauti guadagni dell’impresa Camerini.

    Silvestro aveva conosciuto le campagne di Stienta nel 1814, quando si era aggiudicato l’appalto per lo scavo dello Scolo di Zelo, un collegamento tra il Cavo Bentivoglio della Bonifica Superiore (o di Zelo) e quello della Bonifica Inferiore (o di Stienta) per convogliare le acque di entrambe alla chiavica di Occhiobello.

    Grazie al suo fiuto per gli affari, aveva capito che quelle campagne, fino allora improduttive e acquitrinose, sarebbero diventate fertili in seguito allo scavo di quel canale. Inoltre, buona parte di queste campagne era di fatto abbandonata dai proprietari che, essendo domiciliati a Ferrara, trovavano difficoltà burocratiche nell’attraversare il Po (serviva il passaporto), divenuto dal 1815 confine fra lo Stato Pontificio e il regno Lombardo Veneto.

    Tutto questo aveva indotto i casati ferraresi Nappi, Beccari, Maffei, Fiaschi a cedere le proprietà transpadane a Silvestro Camerini a prezzi di saldo.⁵

    Più complessa si presentava invece l’acquisizione dei fondi nelle cosiddette “Terre Vecchie” le meglio coltivate e più produttive, caratterizzate dalla presenza di aziende medio-piccole, che garantivano il sostegno economico alla maggioranza della popolazione stientese. Ma anche per queste si avvicinavano tempi difficili a causa della diminuzione del reddito (alcune patologie avevano colpito la vite e il baco da seta, settori importanti per l’economia del tempo) e il contestuale rincaro della famigerata “tassa prediale” attuato dall’insaziabile fisco austriaco.

    Nel frattempo, Silvestro Camerini aveva diversificato la sua attività, affiancando all’impresa di opere pubbliche, anche l’appalto della riscossione delle imposte: la prima esattoria assegnatagli (1818) fu quella del distretto di Occhiobello; in seguito sarà esattore per conto del Governo di tutta la provincia di Rovigo e di parte di quelle di Padova, Venezia e Treviso.

    Una posizione quella dell’esattore, che gli permetteva di confiscare e vendere all’asta i terreni di chi era in mora col pagamento delle imposte, ma anche di poterli acquistare prima dell’avvio della procedura esecutiva, col vantaggio di essere in una posizione di forza nel contrattarne il prezzo.

    E, racconta ancora la gente del luogo, se per qualche puntiglio il bene fosse finito all’asta, non potendo il Camerini partecipare alla gara, vi faceva concorrere il cognato Eugenio Tartarini (aveva sposato Giovanna Camerini, sorella di Silvestro), che risiedeva a Stienta col ruolo di agente, di modo che con una successiva vendita, l’immobile entrava comunque nel patrimonio Camerini.

    Con tale strategia, Silvestro Camerini aveva liquidato la quasi totalità dei possidenti locali, nobili o borghesi, diventando padrone incontrastato di Stienta: “Quando il Conte veniva a Stienta, il sindaco e le altre autorità andavano a riceverlo alla carrozza e lo accompagnavano in municipio. Era il padrone assoluto di tutte le terre e la banda suonava solo per lui”, ricordava nelle sue memorie l’on. Severino Bolognesi.⁶

    A quel punto gli stientesi estromessi dalle terre speravano di potervi rientrare come fittavoli o livellari, visto che al Camerini interessava la rendita e non la conduzione in proprio, ma anche questa speranza andrà delusa: le affittanze venivano infatti assegnate al miglior offerente e con un prezzo di base elevato, per cui gli aggiudicatari erano quasi sempre famiglie forestiere (in genere venete), ricche di braccia da lavoro, perciò autosufficienti (o quasi) di manodopera.

    Così scrive al riguardo uno studioso di quel periodo: “Per tutto il loro dominio i conti Camerini prosciugarono risorse da Stienta, contribuendo ad impoverire il territorio. Il frutto del loro dominio, la rendita, si realizzava spremendo sia i braccianti che i fittavoli”.⁷

    Ridotta allo stato bracciantile, con lavoro solamente avventizio o compartecipato a percentuale molto bassa, la gente di Stienta era finita in miseria e cercava di supplire all’indigenza con qualche furtarello di cose commestibili o caccia e pesca di frodo, piccoli reati di solito tollerati dalle autorità, anche se avevano raggiunto livelli preoccupanti.⁸

    Ma i successi ottenuti coi moti insurrezionali del 48, (a fine marzo gli Austriaci avevano dovuto sgomberare il Polesine e ritirarsi nelle fortezze del Quadrilatero), avevano insegnato al popolo che, agendo in forma collettiva, si poteva ottenere molto di più che singolarmente, una strategia che avrebbe potuto funzionare anche contro i padroni. E questo nonostante l’illusione della libertà fosse durata poco, poiché un reparto dell’esercito austriaco aveva occupato Stienta nell’agosto di quell’anno (pochi giorni dopo l’infausta battaglia di Custoza) per restarvi fin dopo la battaglia di Novara (23 marzo 1849), quando, repressi i moti risorgimentali e requisite le armi ai privati, farà ritorno ai propri quartieri.

    La rivalsa sociale

    Nel frattempo a Stienta erano rientrati sia i disertori che i volontari della Prima Guerra d’Indipendenza, e tra questi il patriota Alfonso Turri, figlio del farmacista (la farmacia era il covo dei cospiratori), reduce dalla disperata difesa di Venezia. Gente ricercata dalla polizia, costretta a vivere di nascosto, che covava un desiderio di rivincita contro l’oppressore austriaco e un forte disprezzo nei confronti di tutto quello che rappresentava il potere straniero.

    E chi poteva rappresentare il dominio dell’Austria meglio dell’esattore delle imposte Silvestro Camerini?

    Così a Stienta le rivendicazioni sociali contro il Camerini e i suoi fittavoli si mescolano con sentimenti patriottici, rancori personali, delinquenza comune, una miscela esplosiva sfociata inevitabilmente in una ribellione di popolo. Non sulle barricate, come quella del 48, facilmente reprimibile dagli austriaci, ma in forma di guerriglia notturna per bande più o meno numerose.

    Le prime ad essere assalite sono le isolate cascine del “tiranno” Camerini, i suoi mulini nel Po, i beni del suo agente Tartarini e dei sensali che trafficavano con lui.

    Dopo aver ripulito Stienta e dintorni, le bande stientesi allargano il loro raggio d’azione a buona parte del Medio-Alto Polesine, ovunque ci fosse qualche interesse dei Camerini o dei loro parenti da colpire (come il Cuccati di Castelguglielmo, cognato di Cristoforo), o qualche ricco possidente da derubare.

    Fu proprio allora che l’Austria scatenò la durissima repressione del “brigantaggio”, di cui si è parlato nel numero 56 del Ventaglio. Ma nemmeno l’esito tragico di questa esperienza, porrà fine allo scontro tra il popolo di Stienta e la proprietà Camerini, poiché anche nei decenni successivi all’azione repressiva si ripeteranno azioni di sabotaggio (incendi di fienili e taglio di viti), minacce di morte ai fattori, scioperi, occupazioni abusive di terre, aggressioni, ecc.

    A poco servirà anche l’invio a Stienta di carabinieri a cavallo e di un reparto di bersaglieri (ospitati nella villa sul Po). La situazione rimane tesa, al punto che ancora settant’anni dopo le vicende del brigantaggio, il conte Paolo Camerini (pronipote di Silvestro), “onde evitare più gravi tumulti”, metterà in vendita le campagne dell’Agenzia di Stienta fra il 1918 e il 1925, col sistema della locazione enfiteutica ad affranco in 15 annualità⁹, per allargare la possibilità di acquisto anche ai contadini con limitate disponibilità immediate.

    Filantropia? Generosità? Solo in apparenza, in realtà uno stratagemma per incamerare più denaro (nel rateo erano infatti conteggiati il canone enfiteutico e il recupero del capitale con gli interessi) e non deprimere i prezzi del mercato fondiario, dal momento che l’impresa Camerini in grave crisi finanziaria, era costretta ad alienare buona parte del patrimonio immobiliare.

    La fine del latifondo e i nuovi conduttori

    Il latifondo Camerini a Stienta era durato circa un secolo e finiva senza rimpianti, ma non senza conseguenze. Infatti, aveva ridotto la gente ad una tale povertà che quasi nessuno stientese sarà in grado di acquistare un lotto di quelle campagne, come avrebbe tanto desiderato.

    Ancora una volta la favorevole occasione andrà a vantaggio di famiglie contadine di provenienza esterna (fra le quali anche quella dello scrivente, proveniente da Bergantino) che, impiantatesi a Stienta, avranno ancora rapporti difficili, ma senza eccessi, con la classe bracciantile.

    La questione sociale restava irrisolta, ma, in compenso, dalla dissoluzione del latifondo Camerini si era formato un nuovo ceto medio laborioso e più sensibile ai problemi sociali, che nel tempo contribuirà al benessere e a placare gli animi della turbolenta comunità stientese.

  • Annotazioni sulla Vangadizza

    Annotazioni sulla Vangadizza

    La storia dell’Abbazia della Vangadizza è ben nota, e molte sono le pubblicazioni che la riguardano.

    Le prime tracce del complesso monastico risalgono all’anno 954 con l’istituzione della “Scola Sacerdotum” da parte di Almerico II e la moglie Franca. Il piccolo nucleo monastico si sviluppò con ulteriori donazioni da parte di Berengario ed Adalberto (961), Ugo, Marchese estense (966) e Azzo II (1097).

    Nei secoli successivi l’Abbazia incrementò la sua influenza divenendo di fatto un significativo complesso spirituale e territoriale, con un Abate che rispondeva direttamente al Papa.

    Il declino dell’Abbazia ebbe inizio con il dominio della Repubblica Veneta (1789) e la successiva vendita ai francesi nel 1797 decisa da Napoleone. I monaci vennero definitivamente cacciati nel 1810.

    Fu così che l’abbazia divenne una piccola isola di terra francese in Italia e i proprietari la sfruttarono senza preoccuparsi della conservazione del complesso storico.

    Intorno al 1840 la chiesa, bisognosa di restauri venne invece abbattuta e il materiale venduto o disperso.

    Del più significativo dei monumenti di Badia Polesine non poteva non interessarsi lo storico Eugenio Baruffaldi (1862-1944). L’insigne studioso – nel secondo volume della sua trilogia manoscritta “Note Badiesi”, recentemente donato al museo di Badia Polesine – dedica più di un intervento alla storia dell’antico complesso, di cui qui di seguito ne proponiamo due: il primo fa luce sulla cessione da parte dei proprietari francesi di una parte del complesso ormai degradato al Comune di Badia; il secondo richiama l’attenzione sull’incuria caratterizzante i resti dell’antico monastero.

    I Francesi vendono il primo pezzo di Abbazia

    Ecco il testo riportato nel manoscritto di Baruffaldi

    Preliminare di vendita dell’area dell’ex chiesa della Vangadizza e del relativo ex sagrato al Comune di Badia.

    Badia Polesine, questo giorno di venerdì 28 (ventotto) marzo 1884 (ottantaquattro) nella stanza ad uso tinello del Conte D’Espagnac, abitato dal sig. Caio Sghedoni

    Si sono riuniti i signori

    Carlo Onorato Conte D’Espagnac fu Carlo Amabile

    Migliorini Lorenzo – assessore municipale.

    Dal Fiume Ing. Arturo

    Picinali Francesco – consigliere comunale

    Rossi Cav. Giuseppe, cessato sindaco di Badia, consigliere municipale

    Migliorini Ing. GioBattista

    Tappari Avv. Cav. Francesco

    Alla presenza di tutti gli intervenuti il signor Conte Carlo Onorato D’Espagnac, divenuto già definitivo deliberatario del lotto terzo dei beni spettanti agli Eredi del fu Carlo Amabile D’Espagnac

    Dichiara

    Di cedere e trasfondere coll’immediato diritto di possesso giuridico e materiale al Comune di Badia Polesine, la vecchia Cappella della soppressa Abbazia della Vangadizza, il Campanile, con annessi e connessi, e cioè Campane e orologio. Cede inoltre il predetto Sig. Conte D’Espagnac al Comune medesimo tutto il piazzale, nonché porzione del terreno prospettante la Cappella ed il Campanile di mq 2020,13 a base della misurazione fatta dai Sig.ri Ingeneri Dal Fiume Arturo e Migliorini Giovanni Battista.

    Il Comune di Badia assumerà la conservazione dei monumenti storici e la custodia dei medesimi, nonché del pozzo che si trova nell’area ceduta. Cede parimenti il detto Sig. Conte D’Espagnac le due tombe che si trovano sotto il chiostro del monastero.

    Il prezzo della cessione fatta dal Sig. Conte D’Espagnac, dietro misurazione eseguita dai prenominati Sig. Dal Fiume e Migliorini, viene fissata e stabilita in ragione di lire una e centesimi cinquanta (1.50) al mq ed essendo mq 2020,13 il prezzo complessivo ammonta a £ 3030,19.

    Si dichiara transata la lite promossa dal Comune di Badia Polesine contro gli ederi D’Espagnac, di cui la citazione usciere Frumato.

    La somma del prezzo sarà pagata al nob. Venditore entro l’anno 1885, senza interessi.

    Letto, confermato e sottoscritto C.te Carlo Onorato D’Espagnac, Lorenzo Migliorini, Arturo dal Fiume, Giuseppe Rossi, Francesci Picinali, Francesco Tappari,. Testimonio GioBattista Migliorini,

    Al presente preliminare fu data regolare ratifica con atto stipulato dal Notaio Miotto il 9 aprile 1889.

    Prima non avendo potuto legalmente comprovare la sua eredità il Conte D’Espagnac, e per altre pratiche d’ufficio da parte del Comune.

    In questo modo il Comune di Badia divenne proprietario del primo pezzo di Abbazia (quello più disastrato) e del piazzale. Alcune curiosità si evincono dal documento di cui, forse, pochi sono a conoscenza: il campanile della Vangadizza aveva anche un orologio ed esisteva anche un pozzo nel contesto dell’area ceduta. Di ciò oggi non ve ne è più traccia.

    Il degrado dell’Abbazia

    Dalle colonne del Corriere del Polesine nel 1893 Eugenio Baruffaldi denuncia lo stato di pauroso degrado del famoso monastero camaldolese, la sparizione di reperti importanti e la sostanziale situazione di indifferenza della città e dei suoi abitanti. Ecco il testo.

    Per i ruderi della Vangadizza.

    Due parole sullo stato deplorevole in cui sono tenuti gli avanzi della Chiesa della Vangadizza, che sono dei più pregevoli che si possano trovare nel nostro Polesine. Questo monumento, che ricorda, più che gli albori, un vero periodo di grandezza del monastero e di benessere economico e morale della popolazione ad esso soggetta, è quanto resta di una chiesa preziosa per arte e per memoria, demolita circa prima del 1840 (senza che nessuno sorgesse a protestare contro quel vandalismo) da un agente dei Conti d’Espagnac, ai quali non spettava alcun diritto sulla chiesa, dovendo essa esser tenuta aperta al culto e non essendo compresa nei beni confiscati al Monastero. Purtroppo, anche allora come adesso, i miei concittadini, gente assai pratica e oltremodo industriosa, mostravano una grandissima apatia per ciò che riguarda la storia e le tradizioni della loro città, talché, invece di far convenienti restauri all’antico tempio, lasciarono che fosse demolito da chi avea fatte ben altre promesse alla Municipalità.

    […] Oltre alle fenditure, alle quali convien porre riparo, vi sono degli sconci che bisogna togliere. È indecente, anzi vituperoso, quel casotto addossato alla cappella sul quale a caratteri cubitali è scritto: Cessi Pubblici.

    Non è bello certo di veder all’interno ammassata una quantità di legname, di attrezzi e di certe pertiche lunghe che, arrivando fino all’arcata, possono assai facilmente guastare gli stucchi, non privi di pregio, sui quali intanto si forma una bella incrostazione di polvere e tra i quali un entomologo può fare lunga provvista di ragni di specie diversa, a giudicare dalla grande e varia quantità di tele dell’industriosa bestiola. E dove è ito un terzo sarcofago di marmo greco, scolpito in stile gotico che ancor non è molto tempo si vedea in un angolo dell’area dell’antica chiesa? Che sia stato utilizzato, che so io, fors’anco per abbeveratoio? Certo che ricoperto di lebbra e di musco fu assai trascurato, ma ciò non toglie che sia opportuno rimetterlo presso gli altri due. Di questa mancanza, mi accorsi in una recente visita a quelle rovine tanto a me care.

    L’articolo prosegue con una durissima disquisizione su una “porcheria” di restauro effettuata su un pinnacolo del campanile danneggiato da un fulmine, dove “un capomastro”, anziché ripristinare come gli altri tre, vi aveva posto sopra una bella palla di cemento. (Ora questo scempio non c’è più, evidentemente alla segnalazione del Baruffaldi venne posto rimedio, ma solo molto tempo dopo).

    Lo storico conclude lanciando un appello affinché si provveda ad assicurare la conservazione e il decoro del pregevole monumento, certo che, se qualcuno visiterà allora quegli avanzi, si farà un migliore concetto della popolazione, di quello che invece se lo può fare chi li avesse per avventura a visitare adesso.

    Padova 14 luglio 1893 A.E.B.

  • La Tomba della Biga

    La Tomba della Biga

    Ottant’anni fa, nel 1938, durante i lavori di scavo del nuovo Canalbianco, tra lo stupore generale, veniva alla luce ad Adria, il grande reperto archeologico, ben presto denominato “Tomba della Biga”. Un ritrovamento davvero eccezionale, sia per le dimensioni che per la particolarità, che – in una idonea collocazione presso il Museo Archeologico Nazionale di Adria – continua a destare attenzione e curiosità.

    Una ridda di ipotesi si accese fin da subito sull’inaspettato rinvenimento, attuato nel corso dei lavori volti a migliorare la navigabilità del corso d’acqua. Tra i tentativi di spiegazione più singolari e fantasiosi, va senz’altro segnalato quello legato ad una leggenda, tramandata da tempi immemorabili, che parla del mitico re Adriano (quello che avrebbe dato vita ad Adria) il quale col suo cocchio d’oro si sarebbe perduto nel pelago d’acque che circondavano la città.

    Ma, ovviamente, gli archeologi si orientarono verso ipotesi più realistiche, volgendo l’attenzione verso le antiche popolazioni dimoranti nella zona. In ogni caso, prima di giungere a stabilire un riferimento storico credibile, è stato innanzitutto evidenziato come il grande reperto si articoli in due sottoinsiemi:

    – il primo costituito dagli scheletri di due cavalli appaiati, adagiati sui fianchi in posizione contrapposta e con le zampe rannicchiate. Destrieri bardati con morsi di ferro e tre grandi anelli, nonché briglie di bronzo con anima deperibile;

    – il secondo caratterizzato dallo scheletro di un terzo cavallo, bardato con un morso di bronzo, coricato sul fianco destro con le zampe distese sopra l’assale di ferro di un carro; una “biga”, di cui si conservavano i cerchioni di ferro delle due ruote ed i relativi coprimozzi di bronzo.

    Come detto, l’eccezionale ritrovamento fu subito battezzato “Tomba della Biga” e così è tuttora identificato, anche se della tomba manca l’elemento più importante, ovvero il defunto. Una deposizione di ben tre cavalli con tanto di bardature e cocchio, presuppone un sacrificio in onore di un personaggio di alto rango, che però non si rinvenne nelle vicinanze, malgrado all’epoca della scoperta fossero state effettuate approfondite ricerche. Questo aprì una serie d’interrogativi circa il destinatario di tanti onori.

    Un personaggio celta? O un veneto antico, distintosi in battaglia o in competizioni equestri? Oppure un lucumone etrusco sepolto al tempo in cui Adria si trovava sotto l’influenza della intraprendente popolazione tirrenica? Mistero.

    Dall’esame del Giornale di Scavo, risulta che nelle vicinanze fu identificata una modesta sepoltura destinata ad un fanciullo (identificabile come tale per la presenza di conchiglie della specie glycimeris glycimeris) caratterizzata dalla presenza di un torques a nodi di doppio filo di bronzo ritorto di tradizione celtica.

    Nel corso delle indagini, dalle quali si sperava di ricavare elementi che aiutassero l'interpretazione della tomba, sono state poi recuperate poche parti della bardatura di ferro dei due cavalli accoppiati e una punta di lancia, anch'essa di ferro, di foggia celtica.

    Dobbiamo allora pensare che il destinatario di tale tomba sia stato un guerriero celtico?

    E’ probabile, anche se, per la verità, gli archeologi lasciano il giudizio sospeso, in quanto la Tomba della Biga comprende – a detta degli esperti – elementi caratteristici di due culture differenti: la sepoltura dei cavalli rimanda a quella veneta, mentre il carro a quella celtica. Ciò che è stato accertato è che le bardature, soprattutto quelle di bronzo del cavallo da sella – databili alla prima metà del III sec.a.C. – avevano in quell'epoca una vasta diffusione in Italia, specie nella zona veneta.

    L'arma rinvenuta, fatto rarissimo ad Adria, concorda con la natura del carro, che in realtà non è una biga bensì un currus, cioè un carro da guerra di modello celtico. In definitiva sembrerebbe che la sepoltura fosse destinata ad un giovanissimo guerriero di stirpe aristocratica, celtico ma inserito nella società etrusca di allora.

    Lo studio paleozoologico dei cavalli ha poi messo in luce la notevole grandezza degli animali: quelli appaiati (un giovane maschio ed una giovane femmina) erano di razza sicuramente veneta; quello disteso sul carro uno stallone di 7-8 anni di età. Quest'ultimo – probabilmente il più grande cavallo di epoca preromana finora rinvenuto nell’Europa occidentale – è di proporzioni notevoli, tali da giustificare l'ipotesi che si trattasse di uno speciale destriero direttamente importato dalla zona dell'Altaj tra Russia e Kazakhistan.

    Al tempo dell'eccezionale scoperta, al sorprendente rinvenimento furono dedicate tutte le attenzioni del caso, a partire dal problema di come provvedere al suo recupero integrale. Le precarie condizioni di conservazione della tomba sconsigliavano infatti uno smontaggio pezzo per pezzo.

    Il grande reperto fu allora diviso in due blocchi, trasportati dallo scavo al Museo Civico allora ospitato a Palazzo Cordella, dove la tomba rimase fino al 1961, quando fu trasferita nel nuovo Museo Archeologico. E qui, da alcuni anni, dopo l’ampliamento dell’edificio museale, si è proceduto al restauro e a un allestimento dell’eccezionale reperto, tale da permettere una visione complessiva dall’alto e una frontale ravvicinata al piano terra, corredato da disegni alle pareti, con scene che richiamano all’ipotesi del sacrificio in onore del giovane guerriero celta.

  • Il cammino di Sant’Antonio

    Il cammino di Sant’Antonio

    Il Polesine, grazie ai suoi piccoli centri e ai suoi fiumi, nonché in virtù della sua fitta rete di canali e corsi d’acqua minori, ha una naturale vocazione per il turismo lento e quindi per il cicloturismo. Valutate queste opportunità, il Coordinamento delle FIAB del Veneto, nell’ambito della valorizzazione di nuovi itinerari cicloturistici, domenica 7 ottobre ha scelto il nostro territorio per promuovere l’itinerario che si snoda dall’Adige al Po di Polesella; un’area che, per estensione, collegandoli, abbraccia anche i limitrofi territori della bassa padovana, da Monselice all’Adige, e del ferrarese, oltre il grande fiume.

    La ragione dell’iniziativa FIAB, intesa a richiamare il cicloturista nella terra delimitata dai due principali fiumi italiani, non è stata ideata solo in riferimento alla posizione di “cerniera” del Polesine tra le regioni del Veneto e dell’Emilia Romagna, tra due città di interesse storico come Padova e Ferrara, ma soprattutto – ed è questo che il Coordinamento Veneto ha riconosciuto come valenza primaria del Polesine – per il fatto che esiste un percorso interessante nella direttrice tra questi due poli di interesse: un importante tratto del Cammino di Sant’Antonio.

    Il Cammino – praticato da pellegrini, a piedi e in bici – segue, appunto, le tracce di Sant’Antonio, proponendo il percorso di fede dalla Basilica del Santo a Padova per arrivare fino in Toscana al Santuario de La Verna. Un tratto importante di tale itinerario interseca pertanto il Polesine.

    Si tratta di un percorso di fede che, chiaramente, può essere declinato anche in senso turistico. Un turismo lento, che può portare sviluppo ai piccoli comuni attraversati dai cicloturisti, grazie ad infrastrutture per la mobilità dolce e lunga; insomma un percorso da promuovere per il turismo in bicicletta.

    Il territorio polesano ha pertanto ospitato, domenica 7 ottobre, l’iniziativa denominata Lungo il Cammino di Sant’Antonio, inserito nella programmazione delle iniziative regionali FIAB, curata e coordinata da FIAB Amici della bici di Rovigo.

    Oltre ottanta cicloturisti provenienti da varie città del Veneto hanno aderito all’evento di carattere regionale, iniziato alle 10 in punto a Monselice in piazza Mazzini, dove le associazioni FIAB del Veneto si sono ritrovate (Rovigo, innanzitutto come coordinatrice dell’evento, poi Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Conegliano, Mestre, Mogliano, Montagnana e Legnago).

    Il corteo di colorati ciclisti, dopo i saluti da parte dell’Amministrazione Comunale di Monselice, nella figura dell’assessore Catia Mori, si è diretto verso Pozzonovo, nel padovano, per poi superare l’Adige ed arrivare a mezzogiorno a Rovigo. Qui, la città ha fatto bella mostra di sé, proponendo la visita al Tempio della “Rotonda” ed accogliendo i cicloturisti con i saluti dell’Amministrazione Comunale di Rovigo, rappresentata dall’assessore Luigi Paulon, e dell’associazione Cammino di Sant’Antonio, nella persona di Anna Padoan, che lavora alacremente per lo sviluppo e la conoscenza dello splendido itinerario.

    Dopo la pausa pranzo presso il Centro Don Bosco di Rovigo, il gruppo, sempre condotto da FIAB Rovigo, ha ripreso la pedalata verso sud, toccando Grignano, caratterizzata dalla pluricentenaria storia del Pavajon, e Arquà Polesine con il suo castello estense.

    Il gruppo di cicloturisti ha poi imboccato la strada lungo i verdi argini del Canalbianco, punteggiati da manufatti idraulici e impianti idrovori, costeggiando le sinuosità della fossa Maestra, giungendo a Polesella, sul Po, dove, tra le altre ville, spicca Villa Morosini. Qui il programmato incontro con l’amministrazione locale è mancato, forse per incomprensioni sull’orario o per altri imprevisti non noti, così come anche l’incontro con FIAB Ferrara, a causa purtroppo di un imprevisto incidente tecnico che ha fermato il giovane presidente Stefano a pochi metri da casa.

    Una breve sosta presso l’imbarcadero dei 7 Moli sulle acque del grande fiume a Polesella ha concluso, per la maggior parte dei cicloturisti, l’itinerario programmato, essendo giunta l’ora di intraprendere la via del ritorno. Alcuni hanno invece deciso di imboccare la strada del ponte, per superare il Po e spingersi fino a Ferrara, percorrendo un’altra ventina di chilometri.

    Scattata un’ultima foto, il folto gruppo ha dunque inforcato le bici seguendo, per il ritorno, una strada alternativa rispetto all’andata, costeggiando il Po fino a Guarda Veneta. Da qui si è imboccata la ciclabile verso Pontecchio, raggiungendo poi Borsea, per arrivare quindi a Rovigo. E qui l’ultima sosta per il commiato, con il saluto conclusivo in piazza Vittorio Emanuele, prima di avviarsi verso la stazione dei treni o al pullman soddisfatti della bella esperienza nella polesana terra dei fiumi.

    E’ stata una splendida giornata, anche dal punto di vista meteorologico, che ha mostrato il Polesine con alcune delle più interessanti peculiarità.

    Soddisfazione per l’ottima riuscita dell’iniziativa da parte della FIAB Rovigo, che ha coordinato l’iniziativa e che si augura che il positivo accoglimento della proposta cicloturistica possa essere da stimolo per uno sviluppo del territorio nella direzione del turismo lento e/o di fede.

  • Corte Barotto

    Corte Barotto

    Si presenta di sicuro impatto architettonico la grande corte che sorge sulla sinistra della chiesa di San Genesio di Stienta. E’ caratterizzata da tre costruzioni davanti alle quali si apre un ampio spazio verde; edifici per decenni pressoché abbandonati, nei confronti dei quali da qualche tempo è stato avviato un intervento che dovrà riportarli ad una nuova agibilità. La casa padronale, innanzitutto, discosta di solo una ventina di metri dalla storica chiesa; il grande fienile con stalla al centro; la barchessa, più isolata, che, a quanto pare, è l’edificio più antico della grande corte.

    Ad accoglierci troviamo Maurizio Barotto, il proprietario, in tenuta da lavoro, coadiuvato da un paio di operai nel lento ma ininterrotto lavoro per il ripristino del bene. Un’operazione non da poco, per la quale Maurizio – apprezzato ristoratore di sera – si sta impegnando in prima persona, dedicando non poche ore della giornata alla complessa attività di recupero.

    Come è nata l’idea di assumere un impegno tanto gravoso? Gli chiediamo subito dopo aver scambiato un cordiale saluto.

    “Qui sono nato – ci dice indicandoci la casa padronale. – E sento impellente il desiderio di non lasciare morire un bene di sicura valenza storica, quale si presenta questa vasta corte presso la chiesa di San Genesio. Un santuario, questo, molto amato, in primis dagli abitanti di Stienta e soprattutto da quelli della località Zampine dove sorge il tempio. Qui un tempo erano in particolare due le occasioni di festa: per l’Assunta, il 15 Agosto, a cui è dedicato il Santuario che conserva la sacra immagine della Madonna, e il 3 Febbraio per la ricorrenza di San Biagio, effigiato in una cappella laterale. Quest’ultima festa era detta anche “di ‘naranz”, per l’affollarsi di bancarelle con le arance, prodotto tipico commercializzato a febbraio, mentre quella ferragostana era detta “di mastei”, in quanto venivano esposti mastelli, botti e prodotti dell’artigianato in legno al tempo molto apprezzati”.

    Raggiungiamo frattanto il grande edificio detto il fienile, una costruzione davvero ragguardevole: sul retro è caratterizzata da una grande stalla con poste per una cinquantina di bovini; sul davanti si presenta aperta, connotata da cinque ampie arcate; una grande barchessa dove arrivavano e sostavano carriaggi con vari prodotti della campagna, ed in particolare il fieno (da cui l’edificio prende il nome) che poi veniva stivato sopra la stalla. Un’agricoltura praticata con sapienza e disponibilità di manodopera, che suggerisce una domanda sul passato della famiglia del proprietario.

    Quando sono giunti i Barotto a San Genesio?

    “Nei primi decenni del Novecento – sottolinea Maurizio – . Allora la forza lavoro non mancava, i componenti della famiglia Barotto erano numerosi e il nonno acquistò dei terreni nella zona, di cui la corte rappresentava il cuore. Oggi le prospettive sono radicalmente mutate. Gli attuali discendenti della famiglia di agricoltori non hanno manifestato interesse per continuare l’attività di chi li ha preceduti: i terreni sono stati venduti; resta la grande corte con i suoi storici edifici, nei cui confronti mi sono assunto l’onere del restauro”.

    Sul tappeto verde, che si apre davanti al fienile, sorge un bel pozzo di cui da poco è stato completato il lavoro di restauro. Lo raggiungiamo e scattiamo una foto avendo cura di inquadrare anche il proprietario/restauratore. Dopodiché continuiamo il nostro dialogo.

    Quale sarà la destinazione degli edifici restaurati?

    “L’idea è adibire la casa padronale a ricettività turistica. Il fienile e la barchessa resteranno aperti per il pieno godimento degli spazi, destinati a comitive o momenti di festa, come quella che annualmente interessa il corpo degli alpini. Sulla destra della chiesa gli alpini hanno utilizzato un’area verde per posizionare cippi a memoria dei caduti delle varie compagnie, ed ogni anno nel mese di giugno organizzano un importante raduno. La mia collaborazione consiste nel mettere a disposizione l’immobile del fienile per ospitare gli alpini durante il tradizionale rinfresco. Una volta completati i lavori di recupero degli immobili, conto di destinare un’area ad una piscina in modo che il luogo diventi un riferimento per gli abitanti della zona nel periodo estivo”.

    Raggiungiamo frattanto l’edificio più discosto, detto la barchessa, caratterizzato da tre arcate, davanti al quale sorge un secondo pozzo.

    E’ questo l’edificio storicamente più antico?

    “E’ così – sottolinea Maurizio -. Le pietre della costruzione ci dicono chiaramente che la storia della barchessa è più remota. E allora… rispetto massimo e nessuna manomissione nell’attività di recupero”.

    La chiesa di San Genesio era sotto la giurisdizione dei benedettini del monastero di San Benedetto in Ferrara. La proprietà di corte Barotto anticamente era di tale congregazione?

    “Non sono stati trovati documenti che comprovino ciò. Forse prossime ricerche potranno portare a qualche risultato in proposito. C’è chi tende ad escludere un rapporto diretto della corte con le proprietà dei benedettini. A me sinceramente sembra strano che il monastero ferrarese, che aveva varie proprietà terriere, non disponesse di questo bene adiacente alla chiesa. Dirò di più. Mio padre mi ha assicurato di aver occluso un passaggio sotterraneo che dalla casa padronale permetteva di raggiungere la chiesa. Un collegamento questo che poteva esserci soltanto se la proprietà era la stessa”.

    Cogliamo l’entusiasmo di Maurizio Barotto nell’accompagnarci in visita agli ambienti interessati dall’attività di ripristino. Ambienti per i quali il titolare, da provetto scultore, ha trovato anche il tempo per realizzare delle sculture lignee che si richiamano a simboli araldici, o fungeranno da indicazione, come la composizione sormontata da due leoni, in cui appare la scritta “San Znis” (San Genesio), sopra il disegno di grappoli d’uva e spighe di grano, ovvero i prodotti agricoli un tempo ammassati nella grande corte che attende di tornare a nuova vita.

  • La chiesa di San Genesio

    La chiesa di San Genesio

    Non ero mai stato a San Genesio, località stientese che prende il nome dalla chiesa che, solitaria ed appartata, si eleva nella vasta campagna, a settentrione rispetto al Po e alla trafficata strada Eridania. Ero stato invitato a partecipare all’annuale ritrovo degli alpini, legati alla chiesa e allo spiazzo verde, che si apre alla destra del tempio dove le delegazioni dei vari comuni polesani hanno posto cippi a memoria degli alpini caduti.

    La cerimonia svoltasi lo scorso giugno è stata intensa e partecipata. Una santa messa è stata celebrata nel prato che sorge presso la chiesa, la quale risulta inagibile da qualche tempo, perché necessitante di un intervento di restauro e consolidamento, anche a seguito di lesioni provocate dall’evento sismico del 2012.

    Il mio interesse non poteva non rivolgersi al tempio chiuso, manifestando amarezza per lo stato di abbandono del luogo, che viene animato soltanto in occasione della annuale riunione degli alpini e della ben più longeva festa organizzata nel giorno dedicato all’Assunzione della Vergine.

    Un Santuario oggetto di un culto che ha origini antiche, e che un tempo era molto frequentato anche da devoti provenienti da tutta l’Emilia Romagna.

    Ma quando ha avuto origine il tempio di San Genesio?

    La ricostruzione delle vicende del Santuario è stata fatta in tempi recenti da Michelangelo Caberletti¹, cultore tra i più preparati della storia della Traspadana. Alla base del fenomeno di fede ci sarebbe, come per molti santuari mariani, un evento particolare tramandato dalla tradizione orale.

    La prodigiosa apparizione della Madonna

    Il riferimento è alla miracolosa apparizione della Madonna, avvenuta in un tempo non ben definito, forse agli inizi XVI secolo, nel territorio dell’allora valle di San Genesio. Un’immagine della Madre celeste, posizionata nella zona, a ricordo delle apparizioni, si sarebbe poi prodigiosamente spostata dall’alloggio destinatole, per posarsi su una vite o un albero che sorgeva all’incrocio tra un corso d’acqua di scolo e una strada poderale, proprio dove ove ora si erge il tempio della Madonna di San Genesio.

    In seguito a questi fatti sorprendenti, e all’interesse testimoniato dall’aumentata frequentazione del luogo da parte di fedeli, si decise – a quanto pare nella seconda metà del XVI secolo – di costruire una sacra edicola, in cui un pittore locale, non sprovvisto di doti artistiche, dipinse a fresco una dolce immagine della Madonna col Bambinello in braccio. Proprio quella – si suppone – giunta fino a noi ed oggetto di venerazione.

    La prima chiesetta

    L’accresciuta presenza di fedeli e i primi ex voto “Per Grazia Ricevuta” affissi alle pareti, fecero pensare all’opportunità di erigere una vera chiesetta – censita poi in una mappa del 1609 – inglobante la sacra edicola con l’affresco della Madonna.

    A quanto pare, però, i primi decenni del ‘600 coincisero con un periodo di decadenza, probabilmente dovuto al verificarsi di varie calamità naturali (in primis alluvioni del Po) nonché al diffondersi della peste del 1630, che scoraggiò la frequenza di luoghi affollati.

    La chiesetta visse pertanto uno stato di quasi totale abbandono, con le pareti che probabilmente furono ricoperte da uno strato di calce bianca, quale disinfettante per frenare il contagio della peste. Intervento questo che dovette occultare anche l’affresco della Madonna prodigiosa.

    La riscoperta della sacra immagine

    Una svolta si ebbe però nel 1666, allorché – si tramanda – un pellegrino si recò presso il tempietto semiabbandonato e scoprì casualmente (o per indicazione celeste?) una sacra immagine della Madonna con Bambino, improvvisamente apparsa sulla bianca parete. La pietà popolare fece pensare ad un intervento soprannaturale, dato che nessuno ricordava la presenza della precedente immagine affrescata, e ben presto si riaccesero pratiche di fede da tempo assopite.

    E’ oggi convinzione condivisa che tale immagine sia la stessa realizzata a fine ‘500 (lo proverebbe anche lo stile) poi occultata dalla stesura della calce sulle pareti del tempietto.

    In ogni caso, all’epoca, la scoperta della sacra immagine fu ritenuta prodigiosa, dando vita ad un immediato riaccendersi della devozione, sostenuta dal convincimento che la Madonna di San Genesio fosse molto disponibile a concedere grazie a quanti si recassero nel tempio solitario per rivolgerle le proprie preci.

    L’intervento dei benedettini di Ferrara

    L’aumento esponenziale delle frequentazioni, con molti pellegrini provenienti da tutto il territorio estense, indussero i benedettini di Ferrara – sotto la cui giurisdizione ricadeva la chiesetta – ad ampliare l’edificio e a costruire sul retro un alloggio/osteria a beneficio dei pellegrini.

    Per tali adempimenti – ci informa Caberletti nel suo studio – fu incaricato padre Ambrogio del Monastero di San Benedetto di Ferrara, come comprova la documentazione del convento, che tra l’altro evidenzia l’impegno del frate per regolarizzare la gestione dell’osteria inizialmente affittata a conduttori rivelatisi poco onesti. Problemi anche con i fornitori, per cui fu deciso che tutti i beni alimentari proposti nell’osteria dovessero provenire dalle aziende agricole controllate dal monastero ferrarese.

    La nuova chiesa

    Un impegno ben maggiore toccò ben presto a padre Ambrogio, dopo un tremendo fortunale abbattutosi nella zona nell’agosto 1668 che lesionò gravemente la chiesetta.

    Occorreva avviare un piano di ricostruzione, per cui, nell’occasione, si provvide pure ad un ampliamento del tempio, con l’aggiunta di uno spazio nella parte anteriore dove, ai lati della navata, furono costruite anche due cappelle (tuttora presenti), mentre la nuova facciata fu caratterizzata dall’oculo che da allora la connota.

    I lavori furono completati nel 1674, e sembra che nell’occasione sia stato ritoccato l’affresco della Madonna con Bambino, con l’aggiunta dell’immagine di San Giuseppe che appare un po’ arretrata sulla destra.

    Da allora il tempio della Madonna di San Genesio ha vissuto un lungo periodo di splendore, qualificandosi come un Santuario molto amato nell’ambito ferrarese, accogliendo numerosi pellegrini specie in occasione della festa dell’Assunta.

    La decadenza e i nuovi interessi

    Il passaggio del territorio della Traspadana dall’Emilia al Veneto, decretato dal Congresso di Vienna nel 1815, ebbe come successivo effetto, nel 1818, il riordino delle Diocesi che comportò la destinazione delle parrocchie a nord del Po alla diocesi di Adria², riducendo l’importanza del Santuario stientese privato del legame con Ferrara. E’ comunque rimasto sempre vivo l’interesse locale, per cui continuano ad essere molto sentiti in particolare i festeggiamenti della Madonna per la ricorrenza dell’Assunzione.

    Ed è stato proprio in occasione degli ultimi festeggiamenti ferragostani, in onore della Madonna Assunta, che è stata diffusa la notizia di un prossimo intervento di sistemazione del tempio, ormai atteso per un rilancio della località, con la possibilità di godere di un bene che presenta non solo una valenza religiosa, ma anche storica ed in qualche modo anche artistica.

    Se lo augurano ovviamente gli abitanti di Stienta, ma anche i tanti cultori delle particolarità più apprezzabili del territorio, ed ovviamente gli alpini che ogni anno a giugno organizzano il loro raduno, con un ampio concorso di rappresentanze provenienti non solo dal Polesine, ma anche da varie parti del Veneto.

  • San Rocco di Pontecchio

    San Rocco di Pontecchio

    La storia di Pontecchio Polesine parla di sé anche attraverso le testimonianze di fede religiosa. E’ il caso dell’oratorio di San Rocco – sito in località Busi, lungo la strada che da Pontecchio conduce a Guarda Veneta – che recentemente è stato sottoposto ad un’importante opera di restauro a cura del dottor Olinto Borgato, che l’ha ricevuto in eredità dal fratello scomparso.

    Si tratta di una cappella a ottagono oblungo, di proporzioni equilibrate e di movimento veloce, che vanta una lunga storia. Fu infatti voluta dal nobile Nicolò Foscarini, che il 21 febbraio 1682 inoltrò domanda per erigere il sacro edificio, dichiarando di possedere il “Breve pontificio” per l’autorizzazione di una cappella privata presso la sua dimora, a Busi, a un miglio circa dalla parrocchiale.

    La costruzione del capitello gli fu concessa dal vescovo il 14 giugno dello stesso anno, come cappella privata del Foscarini, alle cui spalle sorgevano il palazzo e le stalle dello stesso nobiluomo. Nell’oratorio, al posto della statua di San Rocco, all’epoca, c’era una pala del santo patrono che, purtroppo, nel tempo è stata rubata, come sono state trafugate anche le ossa del notabile Foscarini.

    Deceduto nel 1738, il Foscarini fu infatti tumulato nel citato oratorio, come risulta ancora oggi, dall’iscrizione commemorativa, in latino, sulla lapide posta al centro del pavimento, che così recita: “Donec cineri uniatur Pristina forma Hoc monumentum-Sibi-pro requie paravit Nicolaus Fuscarenus Qui post Cursum 46 annorum defecit, anno DNI MDCCXXXVIII, II II Nonis 9Bris”, che, tradotto, significa “Finchè la figura precedente ritorni alla cenere, preparò per sé, per la pace eterna, questo monumento, Nicolò Foscarini, che morì a 46 anni di età, nell’anno 1738, il 4 novembre”.

    Nel 1785 come nuovo proprietario figurava l’erede Vincenzo Foscarini, il quale, in una sua lettera del 2 marzo 1799, riferiva che in quella chiesetta vigeva l’obbligo di celebrare la messa festiva, in tutte le feste dell’anno e, in modo solenne, si officiava l’anniversario del santo titolare. Si celebrava anche su richiesta, e l’oratorio serviva per amministrare il Santissimo agli infermi.

    Dalla documentazione si ricava pure che alcuni anni dopo vi celebrava un sacerdote francese, ospite dei Foscarini nel 1812, come si evince dal testo “Gli oratori della diocesi di Adria”, a cura di Pia e Gino Braggion, Tip. Regione Veneta, 1985, vol. primo.

    Nel frattempo il patronato del capitello era passato a Giacomo Angelo Foscarini, che abitava nel palazzo, ora non più esistente, attiguo all’oratorio, dove celebrava, ogni domenica, don Patrizio Lorenzetti, della parrocchia di Crespino, diocesi di Ravenna.

    I Foscarini restarono proprietari fino al 1862, anno in cui l’oratorio passò ai fratelli Casazza e nel 1884, risultava proprietario Luigi Casazza. Nel 1946, la proprietà passò ad Annibale Marcomini e qualche anno dopo alla famiglia Borgato.

    Grazie all’intervento illuminato del citato dottor Olinto Borgato, il capitello, che da tempo giaceva fatiscente e spoglio, chiuso al pubblico, è oggi tornato al suo splendore originario,

    L’oratorio è stato restaurato in modo sapiente, sia all’interno che all’esterno, caratterizzato da un maestoso portale, a doppio architrave, in stucco bianco, e serramenti in legno, di tonalità verde chiaro. La chiesetta si prestava al restauro per la bella facciata movimentata, le mirabili proporzioni, l’altare di legno, di ottima fattura e la volta interna, a forma di cupola a spicchi, che presenta un deciso slancio verso il cielo, per cui è stata dipinta di azzurro.

    L’iniziativa è stata subito accolta dagli abitanti del luogo, in particolare dai fratelli Trombon, due esperti artigiani che, con amore e passione, hanno prestato la loro opera per la muratura e le parti in legno. Per la pittura delle pareti, invece, è stato Giuseppe Zennaro a dimostrare una competenza straordinaria.

    Il restauro è stato complesso perché la costruzione era molto deteriorata, ma più complicato ancora il ripristino della statua di San Rocco, compromessa dall’umidità e dai tarli. Tuttavia l’amico e restauratore, Tommasino Gabrielli, guidato da competenza e passione, ha restituito vita all’opera, rispettando l’integrità primitiva della statua, proveniente dalla Val Gardena e che oggi troneggia sull’altare.

    Nella nicchia di sinistra, prima murata, figura una bella statua della Madonna miracolosa, in resina, dipinta a mano, mentre la nicchia di destra accoglie un crocefisso.

    Borgato. che ha inaugurato il capitello, nel luglio scorso, con benedizione del parroco del paese, don Claudio Ghirardello, e una sentita festa paesana, in loco, ha deciso il ripristino della chiesetta perché gli abitanti di Pontecchio sono sempre stati legati all’antica cappella, inoltre, la sua posizione lungo la pista ciclabile, molto frequentata, avrebbe dato la possibilità ai passanti di fare una sosta e dire una preghiera e magari leggere la storia di San Rocco.

    Attualmente, nella bella stagione, la porta del capitello, protetta da un cancello in ferro battuto, resta aperta per permettere ai passanti di sostare all’interno dell’oratorio. Durante l’inverno, invece, rimane chiusa, tranne che nei giorni in cui sono previste cerimonie religiose officiate da don Claudio Ghirardello, o da altri sacerdoti.

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