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Archivi: Articoli d’archivio

  • Adelfo e il mare

    Adelfo e il mare

    Il caldo estivo e l’afa insopportabile non davano tregua in quella stanza pur all’ombra, con la porta e le finestre spalancate per permettere lo scorrere di un qualche refolo d’aria che non arrivava. Arrivavano invece le doglie, sempre più fitte, sempre più ravvicinate, e Maria sentiva il ventre scoppiarle mentre la Madre Superiora le diceva di fare dei respiri profondi, anziché ansimare, nell’attesa della doglia successiva; e suor Doviziosa, l’infermiera del convento, le cambiava il panno umido sulla fronte con uno più fresco e la rincuorava: “Tra poco, Maria, vedrai il tuo figliolo”. Già incinta al 3° mese, tastandole la pancia attentamente, le aveva predetto che sarebbe nato un maschio… e la profezia si avverrò.

    “E’ un maschio, un maschio”, gridò alla Madre Superiora, che si era affezionata a Maria come ad una figlia da quando, 18 anni prima, l’aveva presa in braccio tirandola su dalla ruota dei bastardi del convento delle suore di San Rocco al Volto di Rosolina, un pio istituto divenuto nel corso degli anni un vero e proprio orfanotrofio che raccoglieva i figli indesiderati e inaspettati, affidandoli alla pietà di quelle suore misericordiose.

    Suor Doviziosa afferrò il neonato per i piedi con una mano, e con l’altra gli dette dei colpetti sulle spalle per costringerlo a piangere e a respirare, ma nel far ciò notò tra le spallucce del bimbo una piccola sporgenza, e la mostrò alla Madre Superiora la quale restò senza parole. Allora la suora infermiera lavò accuratamente il piccolo e, presa una fascia, lo cinse strettamente dalla testa sino ai piedi come una mummia, girando più volte intorno alla protuberanza per comprimerla, tra gli strilli e gli scalpitii della creaturina che cercava invano di svincolarsi. Era allora usanza fasciare strettamente i neonati perché così restassero ben dritti, dettata dal principio di salvaguardare la forma delle membra considerate fragili e delicate, di correggere la natura al bisogno o di rimediare ad eventuali danni prodotti durante il parto.

    “Guardate com’è bello, sembra il bambinello Gesù dipinto da Giotto agli Scrovegni”- esclamò suor Doviziosa la quale era originaria da Padova ed aveva avuto modo di ammirare il ciclo pittorico del grande maestro, dove in effetti si vede il Divin Bambino fasciato strettamente che sorride alla madre. Quindi lo consegnò a Maria e fece entrare Bepin, il padre, anch’egli trovatello e raccolto dalla ruota due anni prima di Maria, il quale baciò in fronte mamma e figlio ringraziando la suora infermiera e la Madre Superiora che si rivolse ai giovani sposi raggiante: “Lo chiameremo Adelfo, che è il Santo Vescovo protettore di questo 29 agosto e significa fratello, perché egli è nostro fratello e noi siam sue sorelle. Molti son i miracoli attribuiti a San Adelfo, tra cui quello di resuscitare i morti, e un angelo salutò la madre annunciandole il suo concepimento con queste parole: “Ave, Deo Dilecta”.

    Maria annuì sorridendo mentre Bepin teneva tra le sue forti braccia il neonato. Erano braccia abituate alla vanga e a dissodare la terra dell’orto del convento, da quando, bambino, la Madre Superiora l’aveva affidato al vecchio giardiniere Giacinto che gli insegnò tutti i segreti delle piante e delle culture, sin a prendere il suo posto quando costui non riuscì più a lavorare per l’età.

    Bepin era un giovane dalle braccia forti, ma dall’animo gentile e, augurandole buon giorno, offriva tutte le mattine fiori a Maria, che cresceva “in beltade e umiltade”, come diceva compiaciuta la Madre Superiora che pensò di maritarlo a lei, così entrambi sarebbero rimasti in convento: Bepin infaticabile giardiniere e ortolano, Maria provetta sarta e ricamatrice.

    Grazie a Bepin la mensa del convento continuò ad esser ricca di frutta e verdura e di minestre per poter sfamare i piccoli ospiti che appena in età potevano esser adottati da famiglie senza figli venute da fuori, oppure affidati ai lavori dei campi i maschietti, o ai lavori domestici le femminucce, presso le famiglie intorno.

    Finalmente venne il giorno di sciogliere le bende di Adelfo, ma la protuberanza era ancora lì e sporgeva imperterrita tra le sue spallucce, per cui la Madre Superiora si decise a chiedere il consulto del medico condotto del paese, il dottor Ballarin che, a dispetto della sua gamba zoppa, era considerato un vero pozzo di scienza.

    “Magari si tratta di una bolla di grasso e si può asportare”, pensò ad alta voce la Madre Superiora.

    Il dottore, dopo aver tastato e palpato attentamente le spalle ad Adelfo, sentenziò: “Ma quale bolla di grasso! E’ proprio una gobba!”

    “Ma si può far qualcosa?” domandò timidamente suor infermiera.

    “Ancora non hanno inventato lo scalpello per scalpellare le gobbe”- rispose brusco il medico- “Dovete tenervelo così oppure affidarlo a un circo”.

    Maria si senti morire, mentre Bepin esclamava esterrefatto: “E’ gobbo, mi è nato un figlio deforme!”.

    “Non dite così”- rispose la Superiora- “Dio vede e provvede. Chi può sapere i progetti che ha per il vostro figliolo? Sicuramente, per avergliela data, a qualcosa servirà quella gobba! L’amore di Dio per questa creaturina innocente deve diventare il vostro amore, non dovete aver paura dell’amore”.

    Maria strinse al petto Adelfo e lo coprì di baci carezzandogli la piccola gobba, mentre Bepin scappava fuori dalla stanza inveendo contro la sua cattiva sorte. Per una settimana intera rifiutò di vedere madre e figlio, poi si arrese all’evidenza: non poteva stare lontano da Maria, il primo ed unico amore della sua vita, il solo conforto alle sue fatiche, lo specchio dei suoi occhi, il sorriso della sua anima.

    Entrò nella stanza e Maria gli porse il bambino che gli si tuffò tra le braccia scalpitando e scuotendo le braccine come stesse nuotando ed emettendo squittii di gioia. Finalmente Bepin lo abbracciò tra un mare di lacrime e di singhiozzi, mentre il cuore gli batteva così forte da scoppiagli in petto, e Maria circondò con un lungo eterno abbraccio padre e figlio: l’amore aveva vinto!

    “Bisogna guardare avanti con coraggio e ottimismo e abbandonare ogni timore”, esclamò Maria. -”Non possiamo lasciare che inquietudini e paure condizionino le nostre scelte e alimentino rabbia e rifiuto! Se Dio ha voluto che il bimbo sopravvivesse vuol dire che ha un disegno per lui; chi sa che cosa ha in serbo per noi tutti!”

    Adelfo cresceva ogni giorno sempre più in forza e salute, con un buffo sorriso stampato sulle labbra socchiuse: si vedeva che era un bambino felice, e non mancava di correre e giocare con gli altri bambini, i quali lo chiamavano Delfino e sembravano non accorgersi della sua piccola imperfezione, anche perché Maria, bravissima nell’arte della sartoria, gli confezionava delle giubbe larghe e delle mantelline per nascondere la sua gobba.

    Ma invano… Perché crescendo lui, cresceva anche la sua gobba, a tal punto che non poté più nasconderla agli altri ragazzi, i quali presero a deriderlo e canzonarlo facendo il girotondo intorno a lui e gridando: Rigoletto, Rigoletto… Ma lui non capiva, gli sembrava un gioco, e continuava imperterrito con quel sorriso sornione ad emettere squittii di gioia. Sinché la mamma si precipitò a portarlo via sgridando ed allontanando quei ragazzi screanzati. “Mamma, chi è Rigoletto?” E Maria: – “E’ il protagonista di una opera lirica, devi esserne fiero!”.

    Bepin, per sottrarlo alla derisione dei compagni, lo prese con sé a vangare e coltivare l’orto del convento: tanto Delfino non faceva fatica a star curvo sulla terra, lo era già di suo…

    Le suore del Volto di Rosolina tenevano in affido un oratorio a Rosapineta, una località sul mare lì vicino, raggiungibile voltando dalla strada Romea, donde il nome Volto. Questo oratorio, dedicato a San Giorgio Cavaliere che uccide il drago e protegge dai sismi e dalle tempeste, sorgeva tra le dune di sabbia e le capanne dei pescatori a pochi metri dal mare e, d’estate, le pie suore vi ospitavano i bambini del convento, poiché il clima salso e ricco di jodio rafforzava loro i bronchi e le prime vie aeree, mentre il sole li proteggeva dal rachitismo.

    Adelfino, appena arrivato all’oratorio nei pressi del litorale, sentì un richiamo ancestrale, come se l’acqua fosse il suo elemento naturale, e corse a tuffarsi in mare. Egli non nuotava, sembrava scivolare sulle onde: la gobba gli faceva da galleggiante e bilanciere e, avendo il dorso curvo, il suo corpo offriva minor resistenza all’acqua… Era solo una questione di idrodinamica, a fare di lui un abilissimo e velocissimo nuotatore. Le onde sembravano emergere dal mare come bianchi boccioli dai mille petali, e Bepin, e prese a carezzarle: ma a differenza dei fiori, che si piegavano alle sue carezze, queste schizzavano più in alto in mille bolle di schiuma e gli facevano un piacevole solletico alle mani.

    Ben presto la sua fama e la sua bravura varcarono i confini del paese e la gente correva ad ammirarlo ed assistere alle sue impennate e ai suoi balzi tra le onde mentre egli emetteva degli squittii e sorrideva felice: sembrava proprio un delfino.

    “Ecco a cosa serve la gobba!” esclamarono Bepi e Maria.

    Ma appena usciva fuori dall’acqua, il suo difetto fisico prendeva il sopravvento sulla sua bravura e la gente si defilava esclamando: “Om tocà da Dio, tri pasi indrio”, oppure indicava con un dito la sua imperfezione deridendolo e chiamandolo Rigoletto, Rigoletto, il gobbo giullare dell’opera lirica di Verdi.

    “Questo forse sarebbe dovuto essere il mio nome”, pensò tristemente. Ma la madre lo rincuorò: “Figlio mio non ti avvilire! Essi sono solo invidiosi della tua bravura e bisogna che trovino qualcosa da ridire per sminuirti e umiliarti”. E Adelfo, fattosi forza, continuò imperterrito a tuffarsi e a nuotare…

    Intanto a Rosapineta cominciarono a sorgere i primi stabilimenti balneari (e i primi bagnini), e un giorno ad Adelfo capitò di assistere al salvataggio di un bagnante improvvido spintosi troppo in avanti tra le onde, ad opera di un bagnino soprannominato “il Moro” per via della sua carnagione scura. Allora capì che non si può sfuggire al proprio destino, e che il suo era stato determinato sin dalla nascita, quando la Madre Superiora gli aveva imposto il nome Adelfo, abbreviato poi in Delfo e Delfino. San Adelfo era capace di salvare dalla morte e il pesce delfino (in realtà un mammifero) è capace di salvare un uomo in procinto di affogare: non sono rari i racconti di naufraghi portati in salvo proprio dai delfini, ed egli aveva visto una celebre statua antica raffigurante un bambino portato sul dorso da un delfino in un vecchio libro della Madre Superiora.

    Trovò quindi naturale chiedere al Moro di essere il suo assistente bagnino, e questi gli insegnò che bisognava non solo saper nuotare, ma anche avere cuore e gli diceva: “Avere cuore significa esser generosi, forti, pronti al sacrificio e a mettere le proprie qualità a disposizione degli altri”.

    Così Adelfo, divenne un esperto bagnino, e molti furono i salvataggi che effettuò.

    Il mare non aveva più segreti per lui, e cavalcava le onde come ad un rodeo -”Per questo le chiamano cavalloni”, pensò squittendo. Per tutti era Delfino, il bagnino gobbo di Rosolina Mare.

    Ma un giorno gli capitò un salvataggio che mise a dura prova tutta la sua abilità: un bambino si era allontanato da una secca ed era stato trascinato dalle onde in alto mare tra le urla dei genitori. Egli in un battibaleno corse a salvarlo, ma il bambino si divincolava per la paura e gli sfuggiva di mano; allora se lo pose a cavalcioni sulla gobba, quindi lo depositò al sicuro sull’acqua bassa della secca.

    Delfino stava così bene in acqua, a galleggiare tra le onde, e si sentiva felice… Ringraziò la sua gobba che gli permetteva di stare a galla e di spingersi in alto mare, dove gli altri non osavano. Perché tornare sulla terra tra gli uomini cattivi che pure aveva tanto beneficato e non mancavano di deriderlo e beffeggiarlo? Decise allora di restarsene in acqua e non fu più visto ritornare.

    Si racconta che nelle notti di luna piena, quando il mare è più calmo, tra lo schiumare lieve della risacca si sente lo squittio di un delfino: è Adelfo che saluta sua mamma e par che dica: “Mamma son qui, qui, qui”…

    Qualcuno giura di averlo visto piroettare e saltare tra le onde e di aver assistito ad uno spettacolo che non ha eguali: un delfino che fa il surf sulla coda come su una tavola squittendo felice.

  • “Progetto Polesine”

    “Progetto Polesine”

    Il Polesine, considerato dal punto di vista paesaggistico e antropologico, è alla base di un interessante progetto che sta sviluppando il Presidente del Circolo Polesano degli Amici dell’Arte Giorgio Lazzarini, con la collaborazione del Direttivo, nel biennio di presidenza 2018/19. L’obiettivo è quello di offrire maggiore visibilità ad un territorio ancora poco valorizzato nonostante sia ricco di bellezze naturali, arte, cultura, tradizioni, persone e personaggi.

    Con tale intendimento lo scorso anno, in occasione dell’ottobre rodigino, è stata allestita presso la Pescheria Nuova, una mostra di fotografia e arti figurative “Il Polesine: paesaggio, monumenti, tradizioni e persone”. Una iniziativa che ha ottenuto lusinghieri apprezzamenti, e al suo interno sono stati celebrati tre grandi artisti locali di recente scomparsi: Gabbris Ferrari, Giorgio Mazzon e Sergio Garbato.

    Il “Progetto Polesine” mira inoltre a dare risalto ai giovani talenti di origine polesana, che per i loro meriti sono conosciuti in Italia e all’estero ed hanno ottenuto importanti riconoscimenti. Alcuni di essi sono stati ospiti delle conviviali culturali del Circolo. E’ il caso di Nicola Gasparetto, studioso e storico, direttore della Cittadella della cultura di Lendinara, che ha presentato il saggio “L’Anonimo del Novecento” dedicato al critico d’arte lendinarese Giuseppe Marchiori, mentre il regista Alberto Gambato ha approfondito il tema del cinema-documentario sul territorio polesano nella contemporaneità.

    Di recente è stato invitato al Circolo il rodigino Mattia Zoppellaro nato a Rovigo, affermato fotografo e ritrattista di costume, che collabora con le maggiori testate internazionali, viene di seguito raccontata alla scrivente in un’intervista.

    Chi è Mattia Zoppellaro, di “mestiere fotografo?”

    “Dopo gli studi scientifici, ho studiato fotografia all’Istituto Europeo di Design di Milano e successivamente ho compiuto esperienze lavorative presso il Dipartimento di Fotografia di Fabrica (Centro di ricerche sulla comunicazione di Benetton) e poi mi sono trasferito a Londra per 10 anni, dove ho approfondito la tecnica dello scatto. Di seguito ho iniziato a pubblicare per “Contrasto”, una delle agenzie fotografiche più famose del mondo, immagini per le più importanti testate nazionali e internazionali e per etichette musicali di successo. Dal 2015 ho iniziato a svolgere mostre personali in Italia e all’estero (ndr – “XS” presso Fabrica Features a Lisbona, “Heroes? (Ritratti di Personaggi Famosi)” a Roma, “Scratches (Ritratti di Rockstars)” a Bergamo, “Appleby” a Cortona e molte altre), accanto a reportage foto giornalistici, che appagano la mia curiosità di conoscere nuove realtà e approdare a nuove esperienze e conoscenze.”

    – Quali sono state le motivazioni che l’hanno spinto ad occuparsi di fotografia?

    “La scintilla è scoppiata dopo la visione di un vecchio film americano di Alfred Hitchcock “La finestra sul cortile”, in cui il protagonista Jeff (James Stewart) costretto temporaneamente su una sedia a rotelle, si trasforma in un voyeur che osserva e spia il mondo dalla finestra della sua casa e riesce a risolvere e consegnare alla giustizia il colpevole di un omicidio. Tali caratteristiche sono intrinseche nella mia fotografia: scatto ciò che mi incuriosisce, mi sento fotografo da voyerismo, che non crea, non fotografa per denunciare, ma per conoscere e far conoscere.”

    – E’ stato definito dalla giornalista Renata Ferri (IO Donna – magazine del Corriere della sera) un fotografo che si occupa di “gente per bene – gente per male”. Vuole specificare meglio la definizione?

    “Nei miei scatti, preferibilmente in bianco e nero, evito il fascino dell’idealizzazione stereotipata, scavo e indago gli esseri umani nascosti dietro le icone, non pretendo una posa rigida e preconfezionata, ma lascio che il personaggio si sveli come l’esito di un approccio ludico con la figura e creo un’empatia diretta tra osservatore e osservato. Quando fotografo, mi piace sovvertire i canoni di una persona, qualunque sia il suo ruolo nell’universo della politica, dello sport, dello spettacolo, la ritraggo con naturalezza, facendo emergere il lato umano che è dentro il personaggio, lontano dal rigido formalismo delle foto ufficiali.”

    – Ci vuole parlare del suo interesse per le subculture?

    “Accanto all’attività lavorativa per l’agenzia Contrasto, sviluppo progetti personali che appagano la mia passione per le sottoculture contemporanee (nel senso di culture meno conosciute), poiché in esse trovo l’ispirazione per uno studio dei volti, dei comportamenti, delle tradizioni, mettendo in luce un mondo poco conosciuto, ma ricco di fascino e di mistero. Lo scatto si trasforma in uno studio antropologico per immagini, che approfondisco con reportage sociali e di costume, di tendenze legate ad alcuni contesti di aggregazione, quali i rave parties, le feste di strada, le proteste di chi rivendica diritti, attento ad immortalare la casualità e non la posa artificiale scattata di uno studio fotografico.”

    – Di recente ha pubblicato per Contrasto un libro fotografico “Appleby”. Ce lo vuole presentare?

    “Il volume raccoglie gli scatti realizzati tra il 2012 e il 2016, in occasione dell’annuale fiera dei cavalli che si svolge tra Irlanda e Gran Bretagna. L’evento raccoglie, nella prima settimana di giugno, migliaia di irish travellers, rom e gipsy dall’Intero Regno Unito, riuniti per ritrovare amici, parenti, fare festa insieme e ritrovare la loro cultura. Mi ha incuriosito il corto circuito che si innesca tra la peculiarità di un popolo nomade e l’attaccamento alla famiglia e alle tradizioni. Sono riuscito, attraverso immagini scattate pur con qualche difficoltà, poiché questa gente è restia a farsi fotografare, a cogliere aspetti inediti e affascinanti di un mondo sconosciuto. Sottolineo che non essendo appassionato di indagini sociali, ho fotografato con distacco nel tentativo di cogliere aspetti inediti delle persone che avevo di fronte, evitando ogni cliché o pregiudizio, mi interessava invece suscitare domande in chi avrebbe guardato i miei lavori. Il volume è arricchito dalle parole del premio Nobel per la letteratura Seamus Heaney (1933-2013), con un testo tratto da “District and Circle”.”

    – Dopo l’esperienza lavorativa compiuta in Italia e all’estero, quali rapporti ha mantenuto con la sua città Rovigo?

    “Sto realizzando un Progetto in cui metto in atto la mia attitudine da improvvisatore e fotografo con il telefonino. Nei miei scatti cerco di trovare l’essenza della città, una realtà che m’incuriosisce molto e che considero “un luogo non luogo” o meglio un crocevia che si attraversa in fretta per giungere nelle città più importanti del territorio veneto o emiliano. Sto eseguendo una mappatura di Rovigo, cerco di esplorare i luoghi di ritrovo, le vie, le piazze, il mercato, il rapporto dei residenti con la religione, la loro passione per il rugby e tanto altro ancora… Adotto la tecnica dello “street photography”, con scatti rubati ai passanti nei vari contesti cittadini.

    – E per concludere, cosa farà da grande?

    “Avrò sempre nuove storie da raccontare, persone e situazioni da conoscere e nuovi obiettivi da raggiungere. Cercherò di immortalare la nuda realtà umana, depurando le apparenze e esaltando la sfaccettata, semplice unicità di ogni individuo.”

  • Dino Lanzoni (1917-1988)

    Dino Lanzoni (1917-1988)

    “Il suo entusiasmo ci ha coinvolti tanto che, finché ci raccontava le imprese dei campioni del passato, ci sembrava di viverle in prima persona. Sarebbe bello poter fare un film su questa grande storia”. Queste sono state le parole dette da alcuni alunni della Classe 3C della Scuola media Parenzo al sottoscritto, Francesco Lanzoni, in un giorno di Marzo del 2017.

    Sono un farmacista in pensione e, in quarant’anni di lavoro, mi sono vaccinato, quasi, a tutte le emozioni, ma la frase dei ragazzi della 3C mi ha davvero commosso.

    Ero andato per parlar loro del gioco del rugby, in cui la mia famiglia ha avuto un ruolo importante, invitato da un alunno, figlio di un amico, in un giro di eventi organizzato dalla scuola, ma evidentemente, sul filo dei ricordi, ho fatto capir loro il fatto che più mi premeva: la storia di una passione con la quale Rovigo si identifica.

    Il giornalista rodigino Ivan Malfatto ripete spesso, quando il discorso cade sull’argomento “rugby”, una frase che ormai gli è abituale: “Davide Dino Lanzoni sta a Rovigo come William Webb Ellis sta al rugby. Uno ha inventato il gioco, nel 1823 in Inghilterra, l’altro nel 1935 l’ha portato nella città diventata una delle più rugbystiche d’Italia”.

    Ma procediamo con ordine: chi erano William Webb Ellis e Dino Lanzoni?

    La nascita del rugby risale al 1823, grazie al pastore protestante William Webb Ellis nella città di Rugby, a nord di Londra. Pare che, durante una partita di calcio, il pastore abbia preso in mano il pallone e l’abbia deposto nella rete della squadra avversaria (incredibilmente già allora a qualcuno non piaceva il calcio!).

    L’origine della palla ovale sembra invece attribuibile ad un sarto che la cucì, mentre stava riparando un pallone, dandole la forma ovale (per errore? Forse, ma così, quando rimbalza, non si sa mai dove finirà).

    La mischia, cuore pulsante della squadra, è un raggruppamento di otto uomini, chiusi a testuggine, che devono conquistare territorio e pallone. Il pallone passa ai centri e alle ali che producono l’attacco; ogni squadra è composta da quindici uomini, è l’unico sport in cui per andare avanti devi passare la palla all’indietro: la difficoltà unita alla difficoltà è un invito alla conquista del territorio, circa quello che accade nella vita.

    Il rugby nasce in ambiente universitario, ma era uno sport duro, quindi fa presa anche sui minatori del Galles, dell’Irlanda e della Scozia. Con il colonialismo inglese si è radicato anche in altri paesi (dove è trattato quasi come una seconda “religione”) come in Sudafrica, in Nuova Zelanda (dove giocano i favolosi All Blacks, la squadra più famosa del mondo), in Australia, nelle isole dell’Oceania e in Sud America. Il rugby è lo sport più seguito al mondo dopo il calcio (solo la nostra RAI lo ignora!).

    Anche la storia di Dino Lanzoni ha un certo fascino: il diminutivo Dino deriva da Davidino, con il quale era chiamato ironicamente in famiglia, infatti era un ragazzo robusto, amante dello sport. La famiglia (tre figlie e tre figli) era originaria di Castel Bolognese, in provincia di Ravenna, trasferitasi a Lendinara dove il padre, chimico e farmacista, diresse inizialmente lo zuccherificio e poi acquistò, a Rovigo, la storica farmacia Tre Colombine.

    Nato a Lendinara il 17 settembre del 1917 da Francesco e Giuseppina Dall’Oppio, Dino era studente di medicina all’Università di Padova e fiduciario sportivo del GUF (Gruppo universitario fascista), gareggiava nelle corse campestri.

    A Padova intreccia rapporti con studenti inglesi che gli fanno conoscere uno sport nuovo: il rugby. È il periodo in cui il Fascismo, per scelta politica, programma di svilupparne la pratica in Italia, insieme ad altre discipline ritenute formative dell’uomo nuovo del regime e del futuro soldato: il combattimento (“le combat”, dicono i francesi) è una delle caratteristiche fondamentali del rugby.

    La vicenda è raccontata in tono epico nel libro “Una città in mischia” di Luciano Ravagnani.

    E’ il 22 marzo 1935, Dino arriva da Padova alla stazione dei treni, attraversa furtivamente il quartiere Commenda (i genitori lo credono all’Università), con un pacco sotto il braccio, s’incontra con dodici amici (tra cui Francesco Battaglini, Ivan Piva, Dall’Ara e Golinelli) nello spiazzo dell’ippodromo-stadio di Viale Tre Martiri, dove si sta allenando l’Italia campione del mondo di calcio prima di una partita contro l’Austria. Scarta l’involucro, tira fuori la palla ovale e la fa rotolare per la prima volta a Rovigo.

    È questo il primo germoglio di uno sport che nella città di Rovigo e in Polesine ha ben presto trovato il terreno sociale fertile per diventare un vero e proprio fattore culturale e identitario.

    Dino diventa allenatore della neonata squadra, frequenta a Roma un corso della federazione per tecnici e allenerà fino al 1939 alternandosi con il francese Brana. È giocatore nei primi campionati del dopoguerra, è dirigente, medico sociale e fondatore del servizio di medicina sportiva. È anche un uomo di cultura: riallaccia il rapporto con Castel Bolognese attraverso poeti e artisti (lo scultore Angelo Biacini e il poeta Ubaldo Galli) e con le associazioni come il Panathlon e gli Azzurri d’Italia.

    Morirà il 24 marzo 1988, per un attacco di cuore. Una tribuna dello Stadio di rugby, sulla sinistra, porta il suo nome: Tribuna Lanzoni.

    Suo fratello Alberto Mario, titolare della farmacia Tre Colombine, sarà un ottimo giocatore di rugby fino al 1951 e sua figlia Giuseppina sposerà un altro grande finanziatore del Rugby Rovigo: Luigi Costato.

    Cerchiamo ora di capire perché, per Rovigo, il gioco del rugby sia stato uno straordinario collante sociale. Il rugby nasce a Milano, Torino e Roma, città più in contatto con il mondo europeo, più vicine forse al mondo inglese e viene poi esportato nel Veneto, a Padova, Treviso e Rovigo, sotto la spinta del regime fascista.

    Si sviluppa come sport universitario (non dimentichiamo che il collegio universitario Antonianum dei Gesuiti è la sede di nascita della squadra del Petrarca Padova, club eterno rivale del Rovigo), per un’élite borghese che detiene saldamente le carriere professionali e politiche: un ceto previlegiato che può permettersi i valori del dilettantismo e del fair-play.

    Rovigo però aveva una dimensione sociale ed economica medio-piccola, costituita da imprese artigiane, familiari, da aziende agricole: prevale il senso della comunità casalinga basata sul sacrificio, la lotta alle avversità, la solidarietà. Valori su cui si fonda lo spirito del rugby, che ha nel gioco della mischia la metafora migliore per capirne l’essenza: metà squadra allacciata insieme per conquistare il pallone e determinarne l’utilizzo successivo. È vero, anche a Rovigo il rugby nasce tra gli studenti universitari (Dino era iscritto alla facoltà di medicina di Padova), ma poi diventa uno sport incredibilmente popolare: nel gruppo di ragazzi creato da Lanzoni c’era gente di ogni estrazione sociale, dagli universitari delle famiglie più conosciute ai facchini e agli spazzini, che si sfidavano apertamente e senza prevenzioni sui campi di calcio, nelle gare di atletica, nel pugilato, soprattutto presso la palestra di Viale Trieste, ora dedicata al prof. Favaro, che sempre cercava di avviarli allo sport.

    Fu così che a Rovigo nacque la popolarità del rugby, svolgendo una funzione di aggregazione sociale e diventando parte dell’identità della nostra città (come dichiara la delibera 101 del 5 maggio 2016 della Giunta di Rovigo).

    In poco tempo il quartiere di San Bortolo, chiamato “Corte delle Pignatte”, diventa il fulcro dei giocatori più importanti e la vittoria nel campionato della Gioventù Italiana del Littorio (Gil) del 1939 – giusto 80 anni fa – dà l’avvio al destino di una squadra che, tra scudetti e momenti di crisi, potrà sempre dire di non essere mai retrocessa dalla massima divisione.

    Aggiungo alcune notizie e curiosità.

    • La maglia rossoblù costituisce la divisa del Rugby Rovigo dal 1938, prima giocavano con una maglia azzurra. Si dice che Dino Lanzoni passasse le vacanze con la famiglia a Cesenatico, luogo frequentato dalla squadra di calcio del Bologna: il Rugby Rovigo aveva pochissime maglie, così Dino chiese ai giocatori di pallone di prestargli qualche maglia di riserva. Gli diedero un’intera partita di maglie rosso-blù, il colore del Bologna, che rimase il colore definitivo del rugbysti rodigini.

    • Nel 1988, durante la conquista del decimo scudetto, che si svolgeva a Roma, partirono da Rovigo, con un treno speciale, più di duemila tifosi: lo chiamarono il “Treno Rossoblù” (altro episodio per girare un bel film!).

    • Durante il terremoto dell’Aquila, i sostenitori del Rovigo allestirono una colletta, cui parteciparono molti altri rodigini che nulla sapevano del rugby, e raccolsero una somma che permise agli aquilani di costruire un campo per la squadra giovanile, sul campo una targa porta il nome del Rugby Rovigo.

    • Nel Rovigo hanno giocato grandi campioni: Mario “Maci” Battaglini( tre campionati in Francia, conosciuto come “Le Grand Batà”, poi anche allenatore del Rovigo, lo Stadio porta il suo nome), Francesco Battaglini, Giordano Campice (giocatore e allenatore), Ivan Piva, Aldo “Topa” Cecchetto, Vittorio Borsetto, Riccardo Santopadre, Romano Bettarello (20 campionati, 1046 punti segnati, sette titoli italiani conquistati), Raisi, Busson, Navarrini( ora conosciuto pittore), Milto Baratella, Angelo Visentin, Isidoro Quaglio ( altro mito del rugby, durante il servizio militare aveva fatto parte della nazionale di cannottaggio, una parte della tribuna Est porta il suo nome), Giancarlo Checchinato, Stefano Bettarello( figlio di Romano, due scudetti, il primo italiano a militare tra i Barbarians, esclusivo club internazionale di rugby), Elio De Anna( anche lui invitato tra i Barbarians), Nino Rossi, Lello Salvan, Alberto Osti, Narciso Zanella, Zuin, Ferracin, Favaretto, Reale e, più recentemente, Andrea Scannavacca( 3368 punti segnati: recordman assoluto nel campionato di rugby), Brunello, Bordon, Ravanelli. Gli “stranieri” erano altrettanto famosi: il rumeno Alex Penciu( giocatore e allenatore), i gallesi Thomas e Welch, i sudafricani Naudè, Gert Small, Tito Lupini e Naas Botha( il quale, tuttora, è considerato il più celebre rugbysta del mondo) e Stefan Basson. Ricordiamo tre leggendari allenatori: il francese Julien Saby( grande teorico del rugby), il sudafricano Nelie Smith, il gallese Carwen James( docente universitario).

    • Infine non dimentichiamoci che il Rugby Rovigo ha vinto dodici scudetti: quattro negli anni ‘50, tre negli anni ‘60, due negli anni ‘70, due tra il 1988 e il 1990 e l’ultimo, ma non per molto, nel 2016.

    Il rugby, negli ultimi vent’anni, è cambiato molto dal punto di vista pratico: il discorso rugby, negli ultimi vent’anni, è cambiato molto dal punto di vista pratico: il discorso sarebbe troppo lungo, ma possiamo dire che i cambiamenti, individuali e tecnici, l’hanno certamente migliorato avvantaggiando la squadra che agisce in modo più aggressivo. È rimasto lo stesso negli aspetti extrasportivi: nel rispetto reciproco e leale dell’avversario, celebrato nel cosiddetto “terzo tempo”, subito dopo la conclusione della gara, con un generoso pasto consumato allo stesso tavolo dell’avversario… senza evitare i consueti motti di spirito.

    Molte altre vicende si possono narrare sul rugby rodigino, su altre persone meno famose ma ugualmente importanti: spero di aver scritto solo la prima puntata.

    Per la stesura di questo testo, devo ringraziare le notizie citate nella Gazzetta dello Sport, i documenti rinvenuti presso l’Archivio di Stato di Rovigo, l’Accademia dei Concordi di Rovigo, l’Archivio della famiglia Lanzoni, le testimonianze raccolte da parenti e amici.

    Un particolare ringraziamento all’Associazione Mondovale, che ha lo scopo di raccogliere la documentazione della storia del rugby Rovigo per creare, in futuro, un museo permanente. Mondovale ha prodotto anche un documentario, intitolato “Dino”, diretto, fotografato e montato da Alberto Gambato e scritto da Ivan Malfatto, Alberto Gambato e Sarah Lanzoni. È reperibile presso l’Archivio di Stato.

  • Adalgisa Calzaverini (1896-1992)

    Adalgisa Calzaverini (1896-1992)

    Un’antica leggenda greca narra che Agesilao, uno dei più grandi re spartani, accettando di dimostrare il suo valore nell’uso delle armi in un luogo poco consono al suo rango, solennemente sentenziasse: “Dimostrerò al mondo che non è il luogo che onora gli eroi, ma sono gli eroi che onorano il luogo!”. Agesilao vi riuscì, fu grande e la fama di Sparta oltrepassò i confini della Grecia; e la sua città, riconoscente, gli tributò onori e memorie.

    Non sempre però questo succede e il detto “Nessuno è profeta in patria” non è poi tanto falso. Così si trovano persone che non sono tenute in gran conto, pur avendo onorato la loro terra e averle dato lustro con il loro lavoro. Se si tratta di spiriti eletti, tuttavia, la storia, prima o poi, renderà loro giustizia ed allora i “profeti” torneranno in patria e, con il senno di poi, tutti renderanno loro i dovuti riconoscimenti.

    E’ questo il caso della nostra Gisa che, nonostante le indubbie capacità letterarie, l’originalità, la ricchezza della scrittura poetica e l’alto valore della sua opera, non riuscì mai a trovare la strada e le opportunità che ne valorizzassero appieno i meriti e dessero giusto risalto alla sua opera.

    Da lettori e cultori di cose polesane, ci sentiamo di affermare che non si può dire di conoscere il Polesine nella sua ricchezza senza aver letto o preso contatto con l’opera di Adalgisa Calzavarini, o più semplicemente “Gisa”, come lei amava firmarsi.

    Anche Angioletta Masiero, presentando il suo libro “Al tocco della parola – Ritratti di autrici del Polesine dal Settecento ad oggi” ne ha parlato diffusamente in modo encomiabile, definendola “la penna che cantò il Polesine”, lamentandone l’ingiusto oblio che avvolge, con l’opera di Gisa, anche molta parte del nostro patrimonio letterario e culturale del secolo scorso.

    Il legame col territorio

    Nata in Polesine, a Bagnolo di Po, il 14 Novembre 1896, Gisa trascorse in questi luoghi tutta la sua vita, fino alla morte che la colse a Badia Polesine presso la casa di cura dove era ricoverata in seguito a grave malattia, il 4 agosto 1992. Ha nutrito per la sua terra un amore profondo, lo stesso che ebbero i suoi avi, e fece di tale sentimento il motivo ispiratore della sua multiforme attività di educatrice, scrittrice e pubblicista.

    Il suo mondo letterario iniziò a prendere forma agli inizi degli anni trenta: ne segnava la via il motto “Bisogna saper fiorire là dove Dio ci ha seminato” che non è solo un adagio ma quasi un manifesto poetico, un credo, una dichiarazione di intenti. E le sue descrizioni, i suoi racconti, i suoi bozzetti, piccoli affreschi a pennellate veloci, squarci di natura e di umanità, apportarono un contributo fondamentale alla conoscenza di questa terra, cogliendone i molteplici aspetti anche sociali e le trasformazioni verificatesi.

    Leggere Gisa significa immergersi nel Polesine in un lasso di tempo che va dalla fine dell’Ottocento agli anni sessanta del Novecento: una terra fatta di campi e fatiche, di acque non sempre amiche, di nebbie e tramonti unici, di povertà e umanità, di fede e rivoluzione; una terra dai mille volti plasmata da una società ora sparita e tramontata con l’avvento della civiltà industriale forse troppo velocemente sull’onda di un benessere che tutto ha travolto e smitizzato.

    Olga Visentini, grandissima scrittrice di Letteratura per l’infanzia con cui la Nostra intrattenne una grande amicizia e un fitto rapporto epistolare, nel 1949, notava che “in fondo ai suoi articoli sfavillanti di arguzia, c’è profondità di pensiero unita ad una acuta psicologia e ad una grande comprensione umana delle creature.

    Gli scritti

    Di Gisa ci rimangono due libretti agiografici dedicati a San Gottardo e San Sebastiano, rispettivamente patrono e co-patrono di Bagnolo di Po, e una moltitudine di scritti vari dispersi in tante riviste, ma soprattutto raccolti nel periodico “La Vita Scolastica” di cui curò la sezione “Cantuccio Letterario” e poi “Arcobaleno” dalla fondazione nel 1947 al 1975, anno in cui cessò la sua collaborazione continuativa con la Giunti.

    Di tutto questo grande patrimonio di scrittura ne curò lei stessa l’ordinamento, suddividendolo in cinque raccolte che costituiscono un ricco florilegio di esperienze vissute, di problemi, di personaggi, di passioni, di ricordi, di incontri, quasi un programma, un progetto letterario. A questo proposito avrebbe voluto dar vita ad una serie di pubblicazioni di cui aveva già ideato i titoli: “Bagnolo di Po, Storia e Leggenda”, “Il respiro della terra”, “Polesine, dolce terra di mesopotamia”, “Ansia di pellegrinare”, “Cronache pettegole di un paese da nulla”. Un progetto che non trovò però un editore disposto a scommettere (nonostante gli innumerevoli premi ed attestati) sulla bontà di una prosa così lirica e fascinosa da competere con pagine di autentica poesia.

    Una scrittura, la sua, che ti fa riscoprire, attraverso il magico mondo della parola, a volte ricercata, a volte letteraria – ma sempre precisa e calzante – profumi dimenticati, sapori perduti, paesaggi mitici ed unici. Un mondo prorompente, festoso ed elegiaco nel gioco eterno degli opposti, fatto di piccole e grandi cose, di miseria e di ricchezze, di tragedie, ma anche di gioie, profonda umanità e solidarietà, di fede salda e di valori incrollabili.

    La vita e l’anima di Adalgisa Calzavarini è tutta qui, interamene racchiusa nel cerchio degli affetti familiari, delle Lettere, del giornalismo e della scuola, a cui dedicò tanti anni della propria vita, nell’intento di diffondere i principi di una sana morale e nobili e generosi sentimenti. Umanità ed amore fanno di lei una scrittrice unica, sempre nuova e convincente, dalle mille sfaccettature, sempre tesa all’introspezione ed all’analisi dei propri moti interiori e alla valorizzazione dei tesori di sapienza e saggezza racchiusi nell’anima popolare, che costituiscono la ricchezza e l’unicità del nostro Polesine.

    I miei incontri con Gisa

    Credo che le mie parole ben poco possano aggiungere di nuovo ai giudizi di eccellenza che molti critici hanno espresso nei confronti della nostra conterranea e perciò vorrei parlare della nostra autrice usando un ricordo che appartiene al ristretto cerchio degli incontri e delle più vivide, interessanti e significative esperienze della mia vita.

    Gisa ha sempre fatto parte, in qualche modo, della mia vita fin da quando, giovane alunno delle elementari, mi recavo da lei per qualche ricerca. Mi era facile arrivarci, e non era da tutti: lo consentiva la vecchia amicizia familiare e il biglietto di presentazione della maestra.

    Lei mi gratificava di un thé e biscotti, qualche dolcetto, un cioccolatino. Amava parlare e ci si stava a lungo con me; la sua indole di maestra impareggiabile offriva i tesori della sua cultura, della sua sensibilità e della sua ineguagliabile capacità di raccontare e narrare storie. Non tornavo mai a casa a mani vuote e molto spesso portavo con me, dono graditissimo, un libro, uno a mia scelta fra i tanti che stavano impilati sulla sua scrivania e in ogni dove; ne avremmo parlato sicuramente la volta successiva e ciò costituiva uno stimolo non indifferente.

    Anche a lei devo, dunque, la passione per la lettura, la scrittura e la storia. A poco a poco questi incontri divennero un’abitudine e le visite si prolungarono nel tempo e continuarono, se pur a ritmi meno frequenti, anche da adulto quando, studente universitario, mi forniva dati e piste di ricerca per la mia tesi di laurea sul Polesine; o, giovane maestro, mi era preziosa consigliera di letture pedagogiche e didattiche.

    Gisa, in paese, la conoscevano tutti. Lei parlava con tutti, ma era un privilegio di pochi, essere annoverati fra i frequentatori suoi e della sua casa. Memorabili le sue feste per la nipote, cui era ammessa solo la migliore gioventù del paese e dintorni con accompagnamento di mamme e papà a sorvegliare il ballo.

    Credo avesse poco da spartire con chi le stava intorno nella “borgata pittoresca” dove risiedeva, per lo più povera gente, braccianti ed operai spesso analfabeti, se non la quotidianità. Il suo mondo era altro. Tuttavia, pur nell’eccezionalità della sua esperienza di vita, sapeva relazionarsi con tutti perché – diceva – “siamo tutti figli dell’aiuola che ci ha visti nascere” e “bisogna saper fiorire dove Dio ci ha seminato”. Andare a casa di Gisa, “la scrittrice”, la “giornalista” era, quindi, un vero e proprio evento, un “distinguo”.

    Gisa, la “signorina”, era una donna speciale. Mi affascinava con la sua dolce parlata, con l’affabilità dei modi, con la semplicità del porgere, con la modestia del suo essere, con la gentilezza, la signorilità della sua persona e l’originalità della sua personalità, con la sua grande cultura classica e letteraria. La nomea di scrittrice contribuiva poi a darle un’ulteriore aura di fascino e mistero.

    La casa – e l’anima – di Gisa

    Già il varco del portone ti prometteva qualcosa di inusuale. Ti accoglieva subito il profumo del glicine che avviluppava la facciata a mezzodì ed inghirlandava, con i suoi grappoli, un’antica madonna attorniata di angioletti.

    L’aia, a pietre rosse, tra vasi di gerani, di erbe odorose, piante grasse e alberi carichi di limoni e piccoli mandarini, era tutto un andirivieni di animali domestici. Cani, gatti, caprette, colombe, galline scorazzavano liberamente: era terra di liti furibonde tra cani e gatti, tra gatti e colombi, tra caprette e cani e gatti, tra gatti e colombi, tra caprette e cani che lei dirimeva con piglio dolce ma autoritario. Tutti avevano un nome proprio, quassi fossero della famiglia, e Gisa li amava, li coccolava, ci scherzava. I gatti – tre o quattro – erano i veri re. Si avvicendarono, secondo le sorti della vita, Pinco, Pallina, Melania, Tigre, Fufi, Petronio, Ulisse, la Portoghese, Giacomo. Era tutto un ringhio, un soffio un miagolio, uno starnazzo, e, in primavera, il tubare della colomba Uga che covava le uova si confondeva al tutuare delle tortore e i fischi dei merli.

    Di fronte alla casa, poi, il giardino dalle aiuole ben disegnate, bordate da alte erbe, ampio, folto, lussureggiante, ombroso, misterioso, fiorito di lillà, gigli, margherite, violette, iris, tulipani e giacinti, forsizie, oleandri, e ancora glicine, glicine a pergola: “Un fiore per ogni stagione”, diceva. Amava i fiori: li fotografava continuamente quasi a misurarne la crescita, a fissarne lo sviluppo. Li raccoglieva in grandi mazzi, ne riempiva le stanze. Adorava il calicantus che svettava superbo al limitare dell’aia, rivolto al sole nascente.

    Oltre l’aia, il brolo, terra di scorribande giovanili, con i suoi ciliegi, il susino, le pesche, i filari dell’uva e ancora fiori: rosai con rose di ogni mese e magnolie stellate, melagrani e fiordipesco. Lì, se il tempo era bello, amava passeggiare avvolta nel silenzio alto e profondo della campagna; le voci della terra le erano amiche e le conosceva una ad una, le rimbalzavano nel cuore facendole nascere ricordi sopiti. Ed era poi un pullulare di immagini, uno zampillare di fatti – fatti ed episodi minimi, quotidiani – che la sua penna sapeva tratteggiare abilmente con parola precisa, pregnante, poetica.

    Mi affascinava anche la sua casa, così diversa dalle altre, così particolare, così personale, così densa di memorie, così segnata di passato e presente. Sul muro della sua stanza da lavoro erano quadri, targhe, riconoscimenti. Antiche foto di familiari scomparsi, giovani fanciulli e maturi uomini barbuti, occhieggiavano dalle pareti e ti guardavano con sguardo severo, dandoti il senso di una volontà di continuità, mai tradita. E poi libri, pile di libri, giornali e riviste dappertutto, sul tavolo, sulla libreria, sulla cassapanca, sul divano, nell’angolo, per terra, in un allegro disordine che sapeva di fattiva ed continua attività.

    Gisa, infatti, fu anche donna del suo tempo, aperta alle innovazioni, curiosa delle novità, con relazioni culturali e frequentazioni di alto livello, girovaga e osservatrice acuta del mondo e degli eventi. Lo testimonia la sua opera di giornalista, di pubblicista e di opinionista. Ma il suo mondo interiore era altra cosa e il suo sforzo continuo fu quello di coniugare tradizione ed innovazione, passato e presente con una lucidità ed una fede salda nei propri valori fondamentali che erano quelli dei nostri padri: la patria, la fede, la famiglia, l’onestà, la modestia, la solidarietà. E la sua casa era simbolo visibile di un’esperienza di vita e Lei ce l’offriva così, tout court, semplicemente.

    La casa, lo capimmo con l’esperienza, era luogo fisico e dell’anima, specchio della sua vita, lo specchio su cui proiettare la vasta esperienza del mondo, riconoscerla ed interpretarla attraverso quella lente. Lì, tra quelle antiche mura, a due passi dagli antichi palazzi e dalla chiesetta della borgata, era tutto il suo mondo più vero. Un “piccolo, mondo antico”, pieno – per dirla alla Fogazzaro, anche di “piccole cose di pessimo gusto” che tuttavia avevano, per lei, una significazione e una loro ragion d’essere.

    La casa era il rifugio, il nido, un’ancora di salvezza e di stabilità, un porto sereno cui ritornare per ritrovare quiete e sicurezza e ricomporre, in un quadro armonico, l’ordito di un vivere che un mondo in veloce trasformazione sconvolgeva e trasformava sempre più fino a renderne irriconoscibile il disegno e l’esito. Nella tranquillità della sua casa poteva dar voce al suo mondo poetico e fissarne i contorni nella natura, negli affetti, nella memoria di ciò che fu e continuava ad essere dentro di lei.

    Ecco perché nel dare alle stampe un libro che raccogliesse una piccola parte della sua produzione, edito in occasione della doverosa intitolazione a lei della scuola primaria del paese, a testimonianza che prima o poi i profeti ritornano e la patria li riconosce, non potevamo che scegliere come titolo “L’ombra della casa ed altre storie bagnolesi: cronache pettegole e non di un paese da nulla”.

    Diceva un filosofo che ciò che si ha in se stessi, è l’essenziale per la felicità umana, e Gisa, lo crediamo, pur nelle alterne vicende della vita che colpiscono tutti, fu veramente felice.

  • Clemente Quaglio (1872-1948)

    Clemente Quaglio (1872-1948)

    Badia Polesine, nella frazione di Villa d’Adige, ebbe i natali Clemente Quaglio, insigne pedagogista e filosofo, emigrato in Brasile nel 1888. Un personaggio illustre di origini polesane – stranamente sconosciuto nella sua terra natale – di cui ho avuto modo di interessarmi alcuni anni fa. In particolare, grazie a questa rivista (numero 51 – luglio 2015), ho avuto l’occasione di rendere pubblico il frutto del mio lavoro di ricerca, lumeggiando alcuni interessanti aspetti della vita di questo personaggio eccellente, del quale è bene tornare a parlare.

    L’emigrazione dal Polesine

    Clemente Quaglio nasce a Villa d’Adige, (Ro) il 7 giugno 1872 da Antonio Florindo agricoltore e Paola Visentini. Secondo di 8 figli, il primo e l’ultimogenito muoiono dopo pochi giorni di vita, divenendo egli pertanto il figlio maggiore.

    E’ un periodo di grande crisi economica in Italia e nel Veneto, cosicché all’età di 16 anni, nel 1888, Clemente emigra con l’intera famiglia in Brasile sbarcando dalla nave Birmania nel porto della citta di Santos nello stato di San Paolo, stabilendosi poi nella città di Serra Negra nello stesso stato.

    Nel 1891, aderendo alla grande naturalizzazione brasiliana, il giovane rinuncia con la famiglia alla cittadinanza italiana, ma non di certo agli affetti e al cuore polesano, dimostrato da vari episodi di visita in Polesine durante i suoi viaggi in Europa nei decenni successivi.

    A differenza dei fratelli appassionati nella musica – i quali furono tra i fondatori di una corposa banda musicale municipale della città ospitante – Clemente si dedica intensamente ed autonomamente allo studio della pedagogia, la disciplina che approfondisce i processi dell’educazione e della formazione umana. Intellettuale autodidatta, e senza titoli accademici, nel 1895 Clemente, dopo aver superato brillantemente gli esami d’ingresso all’insegnamento pubblico, viene nominato insegnante primario.

    La carriera

    Subito dopo si trasferisce nella città di Amparo in San Paolo dove apre una scuola per l’infanzia di sua proprietà. Nel 1900 pubblica i suoi primi lavori: il “Piccolo compendio destinato all’infanzia” e “Compendio di ortografia pratica” destinato alle scuole primarie. Nello stesso periodo, in società con il medico André Peggion, crea la scuola italiana “Dante Alighieri” dove impartisce lezioni di istruzione gratuita ai bambini poveri senza distinzione di nazionalità.

    Essendo conoscitore della lingua inglese, subito dopo crea anche una “English School”.

    Nei primi anni del XX secolo il nome di Clemente Quaglio inizia ad emergere, soprattutto dopo che egli nel 1909 avvia ad Amparo uno dei primi uffici di Formazione Antropologica e di Psicologia sperimentale in Brasile. Nel 1914, incaricato da Oscar Thompson direttore della scuola Normale di San Paolo -nell’epoca di Maria Montessori, influenzato dall’educatore italiano Ugo Pizzoli di Crevalcore – dà inizio al primo gabinetto scientifico di psicologia infantile della città. Frattanto intensifica il suo operato promuovendo studi analitici sull’infanzia, relativamente, in particolare, alla sfera delle esperienze senso/motorie. Il Laboratorio da lui creato viene incorporato nella Facoltà di Filosofia, Scienze e Lettere dell’Università di San Paolo.

    Nel 1911 pubblica la sua opera più nota “Compendio di Pedagogia” rivolta soprattutto agli insegnanti. Un lavoro che si colloca sul confine tra quelle che saranno chiamate Pedagogia sperimentale e Psicologia dell’educazione.

    Egli rimase alla guida del gabinetto scientifico e della cattedra universitaria di Pedologia da lui fondata e diretta fino al 1930, anno del suo pensionamento, iniziando subito dopo a viaggiare per il mondo, divulgando il frutto dei suoi studi, cosicché nel campo della scienza il suo nome diviene sempre più affermato e rispettato.

    I viaggi in Europa e la fama

    Dotato di ottime doti intellettive, il pedagogo di origine badiese parlava correttamente nove lingue straniere, per cui era in grado di tenere direttamente conferenze, senza l’ausilio di un traduttore nelle varie capitali culturali straniere, sia Sudamericane che Europee, incluse Roma e Napoli, e in queste occasioni non mancò di raggiungere un paio di volte il paese natio. Era un’intellettuale singolare, poligrafo, scriveva di psicologia, pedagogia, filosofia, educazione nuova, alfabetizzazione.

    Morì il 16 maggio 1948 a San Paolo, lasciando oltre 50 pubblicazioni scientifiche, più della metà editate dall’Università Paulista-na. Dieci anni dopo la sua morte il Governatore Brasiliano dell’epoca Janio Quadros firmò il decreto di intitolazione ad una scuola statale superiore con il nome di “Escola Estadual Professor Clemente Quaglio”. Scuola a tempo pieno, nella città di San Paolo, ancor oggi pienamente attiva con oltre 1000 studenti.

    La mia visita alla scuola brasiliana intitolata al prof. Quaglio

    Grande stupore destò in me l’anno scorso l’invito da parte della preside dottoressa Magali a visitare la scuola brasiliana dedicata al prof. Quaglio. L’iniziativa, concretizzatasi nel mese di ottobre, è stata per me una forte emozione, piena di sorprese. Fu un vero evento. Era la prima volta che una concittadina di Clemente Quaglio si recava a San Paolo per seguire le sue tracce, visitando la scuola a lui dedicata.

    La preside e i coordinatori furono estremamente ospitali. Tra quanti mi accompagnavano, anche il diacono permanente dell’Arcidiocesi di San Paolo, dott. Antonio Monge e la docente universitaria di Lettere e Filosofia Maria Adelia Mauro. Era presente la stampa dell’Arcidiocesi di San Paolo e l’illustre professore Carlos Monarcha, docente universitario di San Paolo, scrittore scientifico pluripremiato, maggior conoscitore e studioso del “fenomeno” Quaglio.

    E’ stata un’esperienza forte, di scambi di notizie, informazioni, curiosità e doni, in un clima di pieno appagamento.

    Nell’atrio della scuola si trova un grande busto bronzeo raffigurante Clemente Quaglio, opera realizzata nel 1972 dall’artista brasiliano di fama nazionale Luis Morrone. In rilievo il motto del professore badiese: Intelligenza, Carattere, Lavoro.

    Accanto alla scultura, una bacheca espone una sintetica biografica del professore; ed è curioso notare – in un contesto così lontano dal Polesine – l’indicazione “… Clemente Quaglio è nato a Villa d’Adige …”. Ho pensato che ogni studente che frequenta o ha frequentato la “Escola Estadual Professor Clemente Quaglio” nei vari decenni ha “conosciuto” l’esistenza della frazione badiese senza averla mai visitata…

    La conseguente visita all’archivio della scuola, dove ho potuto consultare alcuni documenti riguardanti la storia dell’edificio, mi riservava una grossa sorpresa… Tra fascicoli e antichi e decreti, la mia attenzione si concentrò su una busta trasparente, ben custodita in un settore riservato. Con gran stupore ho notato che conteneva il volume n. 51 di Ventaglio90, che a suo tempo avevo io stessa spedito dentro una busta imbottita per un viaggio di sola andata, con destinazione la scuola di San Paolo! (vedi foto a pagina 88).

    La copia del periodico, conservata nell’archivio, è accompagnata da un documento che ne motiva la custodia tanto scrupolosa, elogiando la stessa rivista per l’opportunità di avere dato spazio e merito al “patrono” della loro scuola.

    Il premio di poesia

    A Marzo di quest’anno il Comune di Badia Polesine con il Comitato di Biblioteca G.G Bronziero ha indetto il primo Concorso Nazionale di Poesia dedicato a Clemente Quaglio.

    Frattanto, sempre a Badia, si è costituito un gruppo di studi e ricerche sulla vita e le opere di Quaglio, per potere dare il giusto e meritato rilievo al professore che, dopo 131 anni del suo viaggio di sola andata verso San Paolo, è ricordato per le sue molteplici attività come: consigliere, professore, conferenziere, scrittore, psicologo, oratore, antropologo, educatore, direttore, pedagogo, sociologo, filosofo; ed oggi anche come “patrono” della Escola Estadual Professor Clemente Quaglio.

  • Francesco Morosini (1619-1604)

    Francesco Morosini (1619-1604)

    Corre quest’anno il quattrocentesimo anniversario della nascita di Francesco Morosini, uno dei personaggi più illustri di tutta la storia della Repubblica di Venezia, il cui nome – per quanto riguarda il Polesine – è indissolubilmente legato alla bella villa di Polesella. Tenteremo con questo contributo di tratteggiare, anche con alcune note inedite, la figura di questo valoroso – e forse controverso – comandante dell’armata veneziana, salito alla massima carica dello Stato marciano nel 1688.

    Francesco Morosini nacque a Venezia il 26 febbraio 1619, terzogenito di Pietro Morosini, nobiluomo influente e dovizioso, e di Maria Morosini¹. Ad appena un anno perde la madre, annegata nelle acque della Brenta. Vi furono voci che incolparono il padre dell’accaduto, forse per il fatto che il nobiluomo, poco dopo la luttuosa perdita della moglie, si risposò con una nobildonna di casa Priuli, dalla quale peraltro ebbe due figli.

    Il fanciullo, come era tradizione per i rampolli di nobile famiglia, ricevette una severa educazione presso il prestigioso collegio San Carlo di Modena, dove dimostrò ben presto una spiccata inclinazione per l’arte militare. In seguito, infatti, percorse nell’armata veneziana un cursus honorum fin ai più alti livelli, ottenendo per ben quattro volte la massima carica di Capitano Generale da Mar, salendo infine al soglio dogale.

    L’interventismo militare

    Impossibile descrivere compiutamente le molteplici imprese militari dell’eroico soldato, portate a termine con spirito patriottico ma anche con indomite azioni e strategie originali, in alcuni casi anche in contrasto con le direttive e gli ordini senatoriali². L’abile condottiero infatti aveva elaborato sue personali tattiche di guerra che spaziavano da fulminei scontri diretti in campo aperto a spossanti azioni di disturbo che alla lunga si rivelavano esiziali per il nemico.

    Dai primi conflitti, che lo videro impegnato nel contrastare il fenomeno della pirateria, alle ben più impegnative guerre e battaglie contro l’impero ottomano, egli si distinse segnando la storia della Serenissima.

    Tuttavia la gloria personale e la visibilità che ne derivò finirono per causare negli ambienti militari invidie e non di rado, soprattutto dopo il fallimento di qualche campagna militare, sospetti e accuse anche gravi. Ombre che comunque non minarono la sua inarrestabile carriera.

    In effetti egli per natura, e forse per preparazione, era fautore quasi sempre di un netto interventismo bellico. Pertanto, quando sul campo di battaglia o nell’area degli scontri la situazione appariva incerta o una operazione militare richiedeva una immediata soluzione, non esitava ad agire di propria iniziativa senza attendere ordini o trascurando precedenti disposizioni superiori.

    Queste sue “intemperanze” causarono gli attacchi degli avversari – ufficiali dell’armata veneziana che aspiravano anch’essi alle più alte cariche militari – e pertanto l’uomo d’arme si trovò a fronteggiare anche aspri dissidi sorti lontano dai teatri di guerra, ossia nelle stanze del potere della città lagunare.

    Sarà in particolare l’esito negativo della guerra di Candia la causa scatenante del processo più grave intentato al Morosini. Infatti dopo una lunghissima serie di logoranti e sanguinosi assedi, con enormi perdite di vite umane da parte dei veneziani (ma anche degli ottomani), nel 1669 il Morosini, resosi conto che una difesa ad oltranza era obiettivamente inutile e che l’isola era ormai perduta, decise di deporre le armi. E’ così che Candia, l’ultimo avamposto e fortezza militare di Venezia nell’isola di Creta, viene conquistata definitivamente dai Turchi che tuttavia concedono ai veneziani sconfitti di allontanarsi onorevolmente dall’isola.

    Si trattava però, ancora una volta, di una autonoma decisione del Morosini, presa senza direttive dall’alto, che gli costò un famoso processo, istigato dai suoi rivali, primo fra tutti l’antagonista di sempre: Antonio Barbaro, altro prode comandante della Serenissima. Dalle carte processuali emerge di fatto un suo coinvolgimento in affari poco chiari, soprattutto nel maneggio del denaro pubblico destinato alle risorse militari. I giudici, accertando altresì che ammanchi e malversazioni erano imputabili anche ad altri ufficiali e graduati, sotto le pressioni delle molte famiglie nobili implicate, pensarono bene di mettere tutto a tacere con l’assoluzione di tutti gli imputati, compreso il Morosini che fu così completamente scagionato.

    La conquista del Peloponneso e la nomina a doge

    Successivamente, quando pareva sopita ogni forma di rivalsa nei confronti dell’impero ottomano e svanita ogni possibilità di riappropriarsi dei domini veneziani nelle acque dell’Egeo, ormai quasi tutti persi, nel 1683 la guerra della Turchia contro l’Austria riaccese lo spirito di vendetta e le speranze di riconquistare sotto il vessillo di San Marco le terre perdute.

    Venezia pertanto nel 1684 decise di entrare in guerra con l’impero ottomano, conferendo la carica di Capitano generale da Mar al Morosini, il quale, considerando troppo impegnativa una azione di offesa per riprendere Candia, volse le sue attenzioni verso la Morea, odierno Peloponneso.

    Allestita una flotta, di non molte unità navali ma con truppe scelte per le operazioni anfibie, sua specialità militare, riconquistò ben presto fortezze ritenute inespugnabili. Con tempestive operazioni espugnò ad uno ad uno gli avamposti fortificati e difesi dai turchi, tanto che quasi tutta la Morea nel 1687 passò sotto il dominio veneziano.

    Purtroppo durante l’assedio di Atene una cannonata, proveniente dalla artiglieria veneziana e pare su ordine del luogotenente del Morosini, Wilhelm conte von Konigsmarck³, oltre a provocare la morte di circa 200 persone rifugiatesi nell’acropoli, devastò irrimediabilmente parte della copertura del Partenone fin ad allora miracolosamente conservatasi⁴.

    L’eco della folgorante vittoria giunse in patria e il Morosini, ancora impegnato nei lontani scenari di guerra, venne acclamato eroe dal popolo: divenne talmente celebre per le sue imprese militari da essere soprannominato il Peloponnesiaco. Il 3 aprile 1688 venne eletto doge, concludendo con la più alta carica della Repubblica la sua gloriosa carriera.

    Dopo qualche anno l’incerta situazione nel Levante (ma c’è chi sospetta manovre di palazzo per allontanare il potente personaggio da Venezia) richiese ancora una volta l’intervento dell’eroico uomo d’arme contro i Turchi. Fu così che nel 1692, a 74 anni, Francesco Morosini, eletto per la quarta volta Capitano Generale da Mar, partì per l’ennesima spedizione militare, ma una volta arrivato nei teatri di guerra a lui ben noti, si ammalò cessando di vivere il 6 gennaio 1694 a Nauplia.

    Morosini e la villa di Polesella

    Siamo in pieno barocco, corrente artistica dirompente e anticonformista nel segno dello stupore e dell’eccentricità. Nonostante la ferrea disciplina e la durezza della vita militare, anche il più volte insignito dell’alta carica di Capitano da Mar, come del resto tutti gli ottimati del tempo, non sfuggiva al fascino di artisti eccelsi e rinomati.

    Sappiamo per certo che afferenti alla famiglia Morosini vi furono l’architetto Antonio Gaspari, lo scultore Filippo Parodi e diversi pittori che immortalarono Francesco Morosini nelle varie fasi della sua vita e carriera, ma anche post mortem⁵. E a questo proposito va ricordato che, proprio su progetto del Gaspari nel 1694, subito dopo la morte del Morosini, al fine di celebrare le sue conquiste della Morea, il senato veneziano fece edificare un arco trionfale nella sala dello Scrutinio del palazzo ducale. Opera del Parodi è invece un pregevole busto bronzeo anch’esso collocato nel palazzo ducale, nella sala del Consiglio, e riportante l’iscrizione: Francisco Mauroceno Peloponnesiaco adhuc viventi. Privilegio mai concesso ad alcun doge in vita⁶.

    E’ inoltre doveroso evidenziare che un segmento considerevole degli interessi artistici del nobiluomo era destinato ad una serie di progetti – molti dei quali rimasti sulla carta – rivolti alla città e al popolo nell’esclusivo intento di celebrare e commemorare la sua figura e le sue gesta. Non mancò neppure di far eseguire un nucleo di pregevoli schizzi sul suo monumento funebre ancora una volta dall’architetto Antonio Gaspari, non a caso spesso indicato come colui che operò rilevanti interventi di ristrutturazione della villa di Polesella.

    Veniamo dunque alla corte dominicale di Polesella.

    Francesco Morosini, celeberrimo uomo d’arme, ma altresì abile affarista, nella sua vita accumulò ingenti ricchezze, che spese anche per abbellire i palazzi di famiglia, come la sontuosa villa gentilizia di Polesella, dove sicuramente andava a rifugiarsi e rilassarsi nella quiete agreste, lontano dalle tumultuose e cruente azioni guerresche.

    Evidentemente gli onerosi impegni militari non impedivano al nobiluomo di dedicare parte del suo tempo alla cura per questa dimora di campagna, della quale, a differenza delle imprese belliche tanto decantate anche in vita, poco o nulla si sa. Tenteremo, nei limiti angusti delle scarse fonti documentarie, di lumeggiare, anche con dettagli inediti, la storia di questo pregevole manufatto.

    Non è azzardato ipotizzare che lo stesso Morosini, committente avveduto e preparato, abbia ideato e seguito di persona i lavori di ristrutturazione o abbellimento della villa, incaricando i migliori artisti, decoratori, ornatisti, pittori e soprattutto architetti.

    Sulla paternità della villa – sicuramente della seconda metà del sec. XVI e dalla pregevole architettura che richiama stilemi palladiani – le fonti tacciono. Silenzio anche sulla sopraelevazione che appare per la prima volta, in documentazione ufficiale e certa, solo nel catasto del Polesine del 1708⁷.

    Nell’osservare l’edificio balza subito agli occhi un vistoso riattamento seicentesco nel prospetto centrale, realizzato con una soluzione ardita. L’architetto anche questo purtroppo ignoto, rispettoso del nitore delle linee e della armonica scansione della parti aggettanti volutamente non elimina il preesistente timpano cuspidato ma lo sovrasta con un innalzamento in parte centinato, coagulando le due contrastanti strutture in un singolare e inconsueto amalgama stilistico.

    Se da un lato rompe la garbata pulizia delle architetture classicheggianti, da un altro ne movimenta e impreziosisce la facciata imprimendo al manufatto una nota elegante e fastosa in linea con l’effervescenza del gusto barocco. Forse era questa la traccia che lo stesso Morosini voleva lasciare su questo palazzo, una sorta di marchio della sua presenza e del suo passaggio.

    Infatti nel catasto del 1708, il primo catasto modernamente concepito e corredato di mappatura completa di tutte le proprietà, nelle rilevazioni di Polesella la villa gentilizia appare disegnata (sia pure mediante una assonometria incerta) con le quattro torrette angolari alla mura di cinta⁸, e si scorge abbozzato anche un cancello con pilastri laterali. Il cartografo non manca di riportare nel disegno la sopraelevazione al frontone centrale del palazzo con l’esatto numero delle aperture, che effettivamente risultano quelle tuttora esistenti. Interessante anche l’annotazione del giardino in genere posto nell’area della corte prospiciente alla facciata principale della villa.

    La particella catastale così recita: N.H.E. Pietro Morosini ha un pezzo di terra con Palazzo, corte, Giardino e confina a mattino suddetto Sig.r Tezza, et Stradella, à mezzodi l’Arzere del Po’, à sera detto Arzere, et strada Consort.a à Tram: strada, et scolador Malgarin

    Pietro Morosini è sicuramente il nipote del doge Francesco Morosini, figlio del fratello Lorenzo.

    Nell’ultimo catasto fatto eseguire dalla Serenissima sul territorio polesano nel 1775, il cartografo ritorna a rilevare i fabbricati, presenti nel sedime della corte, in alzato ma con un grafismo sommario e bizzarro che riprende anche le parti laterali del palazzo, tuttavia riportando con cura tutte le aperture del palazzo, porte e finestre.

    Un dettaglio rimarchevole invece è costituito dallo schizzo, appena identificabile, di una piccola croce posta sulla sommità di una torretta angolare della muratura che cinge la corte. In effetti quella torretta era stata riattata a cappella verso la seconda metà del Seicento proprio da Francesco Morosini, e dedicata a san Mauro in onore alla vittoria di santa Maura nelle acque dell’Egeo⁹.

    Risulta titolare della particella catastale il N.H.E. Francesco Morosini I del Cavalier Morosini fu di Francesco Cavalier, ossia il pronipote del doge. Con il figlio di quest’ultimo si estinse la dinastia dei Morosini, in quanto egli ebbe una figlia, Elisabetta, che convolò a nozze con il conte Gatterburg, nobile viennese.

    Successivamente la villa è passata in proprietà alla famiglia Mantovani e dal 2001 risulta nella disponibilità dell’ing. Luciano Zerbinati, già presidente dell’Istituto Ville Venete, che ne ha effettuato un completo e rigoroso restauro curato dall’arch. Gianluca Gulli.

    Nel terminare questo contributo non si poteva tralasciare una rilevante testimonianza documentaria che attesta la sicura presenza del grande condottiero e doge Francesco Morosini in questa residenza di campagna. Si tratta della petizione rivolta al Vescovo, datata 26 maggio 1676, per la consacrazione del sopra menzionato oratorio¹⁰. Riportiamo alcuni significativi stralci della missiva del nobiluomo e della risposta assertiva dell’alto prelato:

    Illustrissimo e reverendissimo Signor mio […] trovandomi qui alla Polesella con l’obbligo di fermarvimi qualche giorno et havendo nel recinto di mia casa fatta fabricare una piccola chiesola per udirvi la santa messa […] m’accade ricorrere al favore di Vostra Signoria Illustrissima e Reverendissima […] di venirl’a consacrare; onde in giornate così calde sodisfare all’obligatione di buon christiano e scansare in un tempo medesimo l’incommodo che mi risulta dal viaggiare sopra queste rive tanto esposte all’ardore del sole, com’è noto […] Di Vostra Signoria Illustrissima e Reverendissima Francesco Moresini Polesella li 26 Maggio 1676

    Risposta del Vescovo: Tommaso Retano per grazia di Dio e della Sede apostolica vescovo di Adria All’Illustrissimo ed eccellentissimo nobile signor Francesco Morosini procuratore di San Marco di Venezia […] egli per licenza del sommo Pontefice e per privilegio ha curato recentemente di erigere e costruire dalle fondamenta un oratorio senza intitolazione vicino o presso la sua casa […] in località di Polesella di questa nostra diocesi adriese […] affinchè in quello stesso luogo per comodo suo e della sua famiglia si celebrasse il sacrificio della santa messa. Ci inoltrò supplica perché concedessimo al medesimo l’autorizzazione a benedire il detto oratorio per lo scopo sopraccennato. Pertanto Noi […] concediamo de impartiamo al reverendo signor Nicolò Manzoni arciprete […] il permesso di benedire il citato oratorio secondo il formulario del rituale romano, affinchè sul posto si possa celebrare il sacrificio della messa […] e infine siano osservate tutte quelle cose che per niente vengano in pregiudizio della detta chiesa parrocchiale, secondo le disposizioni del sacro Concilio di Trento […] In fede Dato a Lendinara dal palazzo della nostra residenza il giorno 27 magio 1676 Francesco Citante cancelliere della diocesi di Adria […]

  • Zuan Marco Canozi (XV-XVI sec.)

    Zuan Marco Canozi (XV-XVI sec.)

    A Venezia, è fondamentale effettuare la pulitura dei canali e dei rii; attività che periodicamente si realizza attraverso l’escavazione e l’asporto dei fanghi.

    Tale pratica permette il ripristino delle suddette vie d’acqua, così da riportare la navigazione interna al buon funzionamento. Un’operazione questa che si esegue quasi sempre nei mesi più freddi dell’anno per non creare fastidiosi miasmi alla città, permettendo pure l’esplorazione dello stato delle fondazioni e, in caso di necessità, anche le relative riparazioni.

    I Cavacanali e le regole della Serenissima

    Si fa risalire al secolo XIII questa pratica, che al tempo si avvaleva della partecipazione di Ditte dette “Cavacanali”, attrezzate con draghe di loro invenzione, dette Edifici.

    Pertanto si potevano vedere in quegli anni, un grande numero di cantieri sparsi per la città, con un andirivieni di burchi che trasportavano la melma nelle sacche di bonifica o in mare. Anticamente esistevano molti più rii e rielli di quelli attuali; molti infatti sono stati interrati per ampliare il sistema pedonale della città.

    La Serenissima costringeva le Ditte addette agli scavi, ad un rigido rispetto delle leggi, distribuendo per la città cartelli con le seguenti scritte, (Rif. Sec. XVI): “…Riferi Theodoro, fante del officio, haver facto comandamento a tuti i Cavacanali che, soto pena di perder le burchielle et di esser frustadi, non debano andar a descargar driedro la Judecham, né in le chavane, né fuori de le chavane…” e, altre disposioni, che vietavano alle burchielle di trasportare fanghi e “rovinassi”, dopo il tramonto, per evitare lo scarico abusivo. Chi desiderava partecipare alle operazioni di scavo dei rii e canali, doveva inviare la “supplica” al Serenissimo Principe o alla Signoria.

    Le varie magistrature senator iali competenti per le escavazioni, “de supra canalibus” – i Provveditori di Comun, I Savi e il Collegio solenne delle acque – contribuivano al controllo delle operazioni con relativo parere tecnico delle proposte inviate.

    I Savi del Consiglio a loro volta, inviavano al Senato o “Pregadi”, la relativa supplica corredata dal carteggio a volte sottoposto al parere di tecnici specializzati.

    E’ importante sottolineare, come la Serenissima tenesse in considerazione le invenzioni che arrivavano in città da ogni parte dell’Italia e dall’Europa, promulgando in data 19.03.1474 lo Stato dei brevetti, la prima legge al mondo che tutelava le idee di tutti gli inventori.

    “L’andarà parte che per auctorità de questo Conseio, chadaun che farà in questa Cit à algun nuovo et ingegnoso artificio, non facto per avanti nel dominio nostro, reducto chel sarà a perfection, siche el se possi usar, et exsercitar, sia tegnudo darlo in nota al officio di nostri provveditori de Comun. Siando prohibito a chadaun altro in alguna terra e luogo nostro, far algun altro artificio, ad immagine et similitudine di quello, sensa consentimento et licentia del auctor, fino ad anni 10”.

    Una commissione apposita del Senato emetteva una “Ducale” con bollo e sigillo di piombo, conservata presso gli Uffici di Rialto. Così nasceva il primo archivio di Stato che conservava pure gli atti deliberativi del Maggior Consiglio. Tale organizzazione amministrativa permetteva di accelerare le pratiche di assegnazione dei lavori e l’immediata rintracciabilità dei documenti.

    Gli “edifici” di Zuan Marco Canoci de Lendenara

    Detto tutto ciò, ci fa piacere rendere noto che tra gli interessati a svolgere le operazioni di scavo dei canali e dei rii veneziani, troviamo un certo Zuan Marco di Canoci, “dicto de Lendenara”. Costui, nel mese di luglio dell’anno 1508, presentò una supplica al Doge di Venezia, Leonardo Loredan, precisando di essere in grado di “cavar cum prestezza de tempo li canali et lagune ammunide co do edifici dependenti uno da l’altro, uno de i quali serve a grandissimo fondo, l’altro a menor”. Tali “Edifici” saranno in grado di produrre più speditamente il lavoro di quelle invenzioni sin d’ora proposte da altre Ditte.

    Considerata la minor spesa, per i lavori su esposti, preventivata dal Canoci, il Savio alle Acque Hieronimo Duodo dichiara di aver visto ed esaminati i documenti presentati, facendo seguire il seguente positivo parere: “el qual crede, riuscirà bene”. Pertanto il 7 luglio del 1508 il Senato assegna al Canoci i lavori di scavo, per la durata di venticinque anni, obbligando il lendinarese a rendere attiva la sua invenzione entro due anni, pena la decadenza della grazia.

    A questo proposito va anche detto che il Canoci chiedeva venisse concesso a lui e ai suoi eredi, il privilegio per cinquant’anni, così pure a coloro che avevano contribuito a finanziare la costruzione delle sue attrezzature. Della possibile accettazione di questa ulteriore richiesta non abbiamo notizie.

    Vi è invece un documento, dato 2 dicembre 1546, in cui si legge che un certo Pietro Antonio Pilloni – anche questo da Lendinara – inviò una supplica al Doge Francesco Donà, per costruire un nuovo Edificio Cavafanghi. Ma a lui non fu concesso il privilegio. (A.S.Ve., Savi ed Esecutori delle Acque, filza 122, c.45. Roberto Berviglieri).

    Non sappiamo se, all’epoca della richiesta di questo secondo cavatore lendinarese, il nostro Zuan Marco Canoci esercitasse ancora l’attività di pulizia dei rii a Venezia. Quello che ci interessa approfondire è un’altra questione: Zuan Marco Canoci, era un parente dei famosi Lorenzo e Cristoforo Canozi da Lendinara, insigni artisti nell’arte delle tarsie lignee, vissuti nel secolo XV? Vediamo.

    Figlio del celebre intarsiatore Lorenzo Canozi

    Va innanzitutto ricordato che i due fratelli artisti, oltre che come Canozi, erano noti anche con vari altri appellativi: Genesini, Da Lendinara, Zanesini, Zaneselli,¹ ed in più anche con l’appellativo – e questo è importante sottolinearlo – di Canoci (o Canocci) che, spesse volte, si trova in antichi documenti o iscrizioni di identificazione dell’opera dei maestri lendinaresi. Nel Duomo di San Martino a Lucca, ad esempio, si può leggere – per quanto riguarda la realizzazione di banchi e armadi intarsiati della sacrestia – la dicitura: “Cristopharus de Canocciis de Lendenara fecit… Opus MCCCCLXXXVIII”.

    Torniamo ora al documento veneziano sopra citato, relativo alla concessione ottenuta da Zuan Marco Canoci il 7 luglio del 1508, (Senato Terra, reg. 16, cc. 15v-16r), e riproponiamo la domanda: poteva essere costui un discendente dei fratelli intarsiatori con i quali condivideva l’appellativo di “Canoci”?

    E’ molto probabile.

    Zuan Marco o Giovanmarco, è citato come figlio e collaboratore di Lorenzo Canozi da Luca Pacioli (1445-1517), erudito frate minore (contemporaneo del lendinarese) autore dell’importante testo “De Divina Proportione” ².

    Secondo quanto scrive il frate (vedi nota 2), il figliuolo di Lorenzo avrebbe svolto “l’opere sue in Roico e degno coro in nostro convento in Venegia e in la Mirandola”. In particolare, presso la Fortezza di Mirandola, Zuan Marco avrebbe esercitato un apprezzato ruolo di ingegnere idraulico e architetto progettista. Si tratta di un imponente mastio alto 48 metri, fatto costruire da Galeotto Pico conosciuto come fortezza indistruttibile, eretta nel 1499-1500. L’edificio solidissimo e isolato, era collegato, tramite un ponte levatoio, al terzo piano del vicino fabbricato del castello.

    Un personaggio non certo secondario, dunque, Zuan Marco, del quale sottolineiamo di seguito le importanti opere nelle quali si ritiene abbia espresso il suo ingegno di intarsiatore:

    • Fu allievo del padre Lorenzo, con cui si presume abbia collaborato alla realizzazione del coro di San Antonio a Padova (purtroppo distrutto da un incendio nel corso del ‘700) e forse anche delle porte intarsiate degli armadi della Sagrestia (queste ancora presenti ed ammirabili).

    • Anche a Venezia Zuan Marco avrebbe svolto una apprezzata attività di intarsiatore; il lendinarese viene infatti citato per la costruzione di stalli nel Convento di S. Francesco della Vigna (opera anche questa scomparsa nel XVI sec.), che ebbe le lodi di Francesco Sansovino nella pubblicazione del 1581, “Venetia città nobilissima et singolare”: “…e similmente cosa eccellente il coro dei frati lavorato di tarsia secondo l’antico uso de nostri passati. Et fu lavoro di Gian Marco Canozzi famoso nel tempo suo in così fatto magistero di cose…”.

    • A Rovigo, come detto, Zuan Marco si adoperò con il padre nell’allestimento del coro della Chiesa di S. Francesco, avvenuto tra il 1488 e il 1493. Anche di quest’opera lignea però non è rimasta traccia.

    Il Bartoli lo cita inoltre come pittore, ma non ci sono documenti che attestino la realtà di questo impegno.

    Molteplici dunque i riferimenti all’importante attività svolta da Zuan Marco; artista però poco fortunato per quanto riguarda la sopravvivenza delle sue opere nel succedersi dei secoli, dato che nulla di certo è pervenuto fino ai nostri giorni. Anche le date di nascita e morte dell’ingegnoso lendinarese, vissuto a cavallo tra il XV e XVI secolo, non hanno finora trovato documentazione certa.

    Una ulteriore informazione biografica ci viene però dallo studioso Michele Caffi (1814-1894)³, il quale afferma che l’artista lendinarese fissò la sua residenza a Rovigo, dove i suoi discendenti rimasero domiciliati sino alla fine del 1600.

    Abitavano presso la chiesa rodigina di San Antonio Abate, popolarmente detta di San Domenico. Sulla loro tomba (di cui allo stato attuale non vi è traccia), Caffi documenta la presenza di una epigrafe recante questa frase: “SEPVLTVRA ILLORVM DE CANOTIIS DE LENDENARI A CIVIVM ET IIABITATOR RHODJGII. AN. DNI. MDIV”.

    Un personaggio di rilievo, dunque, Zuan Marco, da ascrivere nell’ambito dei “Polesani Illustri” che vissero ed operarono nel corso del Rinascimento, epoca straordinaria in cui si ebbe una incredibile fioritura di artisti e uomini di ingegno, tra cui i Canozi lendinaresi, eccelsi intarsiatori e maestri di prospettiva.

  • “Per non mangiar polenta”

    “Per non mangiar polenta”

    Per fugare ogni equivoco con i lettori, dirò subito che la polenta citata nel titolo non allude alla crema di mais, tanto cara ai polesani, ma al vessillo dell’impero austroungarico: un drappo giallo con al centro il blasone degli Asburgo, che nel gergo dei patrioti risorgimentali era per questo detto “polenta”.

    La bella Gigogin

    La frase “per non mangiar polenta” fa parte del più popolare canto del Risorgimento: la Bella Gigogin (in piemontese Teresina). Nome in codice mazziniano attribuito all’Italia che, stanca, anzi “malada”, per colpa della “polenta” austriaca, aveva deciso d’impugnare le armi contro l’oppressore: “mi chiama la bandiera, oh che gioia, oh che contento io vado a guerreggiar”.

    E con il ritornello “daghela avanti un passo”, si vagheggiava l’esortazione al re del Piemonte a varcare il Ticino (nel 1859), quindi il Po (nel 1866), per venire in aiuto ai patrioti del Lombardo-Veneto, ormai decisi a liberarsi dalla dominazione austriaca.

    Una canzoncina al ritmo di polka, che poteva essere cantata o suonata in pubblico senza incorrere nell’arresto in “fortezza” (fino a sei mesi), come succedeva per i canti “rivoluzionari” primo fra tutti il coro del Va Pensiero. Infatti, la polizia austriaca non riusciva a comprendere il senso del brioso motivetto, né a dimostrare l’esistenza di contenuti sovversivi nel testo (in dialetto lombardo), apparentemente sconclusionato e con richiami all’erotismo (“là più in basso in quel boschetto…”); tant’è che le stesse truppe di occupazione, trovandolo allegro e piacevole, lo cantavano e ballavano senza farsi problema di sorta.

    Ma gli italiani di allora ne avevano compreso fin dalla prima esecuzione il significato allegorico, tant’è che al debutto, avvenuto al teatro Carcano di Milano il 31 dicembre 1858, il pubblico entusiasta ne chiese la replica per ben otto volte.

    Da allora la Bella Gigogin si diffuse con una rapidità incredibile, suonata e cantata da ogni banda di paese, sia per irridere gli austriaci (o meglio, “gli infami tedeschi”), che per infondere coraggio e speranza nei patrioti. “Bisogna aver pazienza” diceva ancora la canzoncina, poiché si deve prima fare un matrimonio, l’alleanza militare fra il Piemonte e la Francia (poi con la Prussia), la sola in grado di sconfiggere l’Austria e portare al riscatto italiano. Insomma, non si può parlare del nostro Risorgimento senza ricordare il suo inno più famoso (fig. 1).

    Patrioti nel Polesine ancora controllato dall’Austria

    Dopo questa premessa, veniamo ai fatti di casa nostra. La vittoriosa campagna militare del 1859, ovvero la Seconda Guerra di Indipendenza, seguita dall’impresa dei Mille e dall’annessione al Regno di Sardegna di Emilia Romagna, Toscana, Marche e Umbria, non aveva purtroppo conseguito la liberazione del Veneto a causa del ritiro anticipato di Napoleone III dall’alleanza franco-piemontese (trattato di Villafranca, 11 luglio 1859).

    Il Veneto restava perciò ancora occupato dall’Austria, ma il sentimento patriottico era ormai diffuso in tutti gli strati della popolazione, come dimostra la straordinaria partecipazione di cui avevano già dato prova i veneti nei moti del 1848-49, sfociati nella Prima Guerra di Indipendenza e la gelida accoglienza riservata alla coppia imperiale (Francesco Giuseppe con la giovane moglie Elisabetta di Baviera, detta Sissi), in visita alle province venete e lombarde nel 1856-57.

    Anche nel Polesine di Rovigo l’entusiasmo patriottico è alle stelle e la polizia austriaca, nonostante la sua capillare diffusione e il massiccio schieramento di truppe sul confine del Po, non sembra più in grado di contenere o reprimere le azioni di sudditi che non perdono occasione per manifestare la loro italianità.

    I patrioti polesani agiscono ovviamente di nascosto e, grazie al grande sostegno popolare, le loro imprese rimangono quasi sempre anonime, come a LENDINARA, quando nella notte del 14 febbraio 1861 un’ignota mano affigge alla porta di casa del capitano austriaco Joseph Schröder un volantino con la scritta: Gaeta resa W Cialdini (fig. 2). Sottinteso: i prossimi ad essere cacciati dal generale Cialdini sarete voi! Infruttuose le indagini.

    Ma più che dall’arrivo di Cialdini, gli austriaci sono preoccupati da un’eventuale presenza di Garibaldi nel ferrarese, per la sua nota capacità di coinvolgere nella lotta anche il proletariato rurale, com’era successo in Sicilia con l’impresa dei Mille.

    Negli austriaci lo smacco subito nelle 5 giornate di Milano brucia ancora, e un’eventuale sollevazione di popolo capeggiata da Garibaldi, li tiene in apprensione. Pertanto guardano con attenzione a quanto avviene oltre il Po, il particolare a Ferrara dove hanno un informatore, o se preferiamo una spia, un certo Leone Cappello, funzionario presso la locale questura, che riferisce al delegato provinciale di Rovigo De Reya Von Castelletto (un nobile austriacante di origini triestine) di stare tranquilli, poiché finora Garibaldi nel ferrarese non s’è visto. Sicuramente il Generale starà pensando ad altro (infatti, stava raccogliendo volontari per la conquista di Roma, ma sarà fermato e ferito sull’Aspromonte dal Regio Esercito il 29 agosto 1862).

    Tuttavia la gente polesana continua ad invocarlo, come accade a FICAROLO, dove un villico, tale Agostino Bassi, preso dall’entusiasmo nel vedere la dirimpettaia Stellata “in luminarie”, cioè in festa per la proclamazione del Regno d’Italia (17 marzo 1861), non riesce a trattenersi dal gridare in piazza: Viva Garibaldi! (fig. 3). Immediato il suo arresto. Se la caverà sostenendo che lui amava tutti: Vittorio Emanuele, Garibaldi e più di ogni altro Francesco Giuseppe (!!!).

    Per i gendarmi austriaci difficile il controllo del territorio

    Il problema più grande per gli austriaci è però il confine sul Po, negli ultimi tempi divenuto un colabrodo di espatri clandestini che sottraggono giovani di leva all’esercito austriaco per andare a rinforzare le file dei volontari sia del Regio Esercito che delle formazioni garibaldine.

    I punti più critici sembrano essere i distretti di Polesella e di Occhiobello.

    A POLESELLA i sospetti cadono su un sergente della gendarmeria di origini italiane, che sarebbe in combutta coi patrioti, forse intascando qualche mancia in denaro, così che, quando la barca del battellante Paltan attraversa il fiume tra Polesella e Ro col suo carico di emigranti illegali (anche 15 per notte), la pattuglia austriaca guidata dal sergente italiano si trova sempre da un’altra parte. Verrà sostituito da un caporale, anche questo, a quanto pare, poco ligio nell’espletare il suo incarico, dato che al momento dell’ispezione da parte del commissario distrettuale Locatelli, viene sorpreso non a vigilare l’argine, bensì una casa prossima alla “chiavica ferrarese” (chiavica del Poazzo), dove si teneva una festa da ballo “villereccia” con musica e tante ragazze.

    Festa a parte, sembra però che vizio di entrambi i graduati fosse quello di trattenersi fino a tarda ora presso il caffè del centro, a tirare di briscola e di buon vino. C’è motivo di ritenere che il comportamento dei due graduati fosse concordato o perlomeno suggerito dall’arciprete di Polesella, don Costante Businaro, coraggioso sacerdote e ardente patriota, già cappellano militare nella Legione del Brenta e Bacchiglione durante la guerra del 1848-49 che, anche dopo il suo incarico nella parrocchia rivierasca, non cesserà di dedicarsi alla causa italiana, in primis col favorire l’emigrazione illegale dei giovani veneti verso il Ferrarese.

    Per gli Austriaci non vanno meglio le cose nel distretto di OCCHIOBELLO, in particolare a STIENTA, dove sembra attiva un’organizzazione clandestina per favorire gli espatri politici e introdurre dalle Romagne stampa sovversiva (tramite i mugnai del Po della famiglia Bacchiega). Tra i principali referenti, il farmacista Eugenio Turri (fratello di Alfonso, il patriota più ricercato del Polesine, e di Rinaldo, medico condotto di Occhiobello, pure lui patriota, già capitano nel battaglione universitario nel 1848-49). Inoltre Luigi Valli (zio del futuro deputato e senatore del regno Eugenio Valli), agente in loco per conto di Silvestro Camerini; ed ancora un non precisato cappellano di origini modenesi, ma incardinato nella diocesi di Adria (all’epoca carente di sacerdoti), in servizio presso la parrocchia di Stienta.

    Risultato? Nel primo semestre 1861 il distretto di Occhiobello risulta essere quello col maggior numero di cittadini “illegalmente assenti” della provincia di Rovigo: ben 108, contro 90 del distretto di Rovigo (sebbene molto più numeroso di abitanti) e 71 del distretto di Badia.

    Fra gli assenti illegali di Occhiobello è doveroso ricordare i quattro fratelli Lugli: Pietro veterinario, Carlo medico, Gaetano e Luigi farmacisti, tutti entrati nelle truppe regolari italiane col grado di ufficiali.

    Ma, a questi numeri già importanti, bisogna aggiungere le migliaia di giovani renitenti alla leva austriaca (i coscritti) e i volontari, che ogni notte a piccoli gruppi arrivano dalle restanti province venete e persino dal Tirolo e dal Voralberg per attraversare il confine del Po.

    Tutti i distretti rivieraschi, (con l’eccezione di Massa, dove gli austriaci controllavano entrambe le rive del Po), da Occhiobello ad Ariano sono interessati da questo fenomeno; ovvia quindi l’esistenza di più comitati locali per assistere i giovani patrioti, nasconderli, rifocillarli e favorirne l’espatrio.

    La polizia indaga e scopre che anche Eugenio Turri è un recidivo come i suoi fratelli, in quanto fin dal 1848 aveva fatto parte della cosiddetta “legione crociata” che, sull’onda dell’entusiasmo suscitato dal “gran papa” Pio IX, si era costituita in armi contro l’esercito austriaco. Ergo, secondo la polizia, il farmacista di Stienta è “uno dei più attivi agenti di propaganda rivoluzionaria, infetto da sentimenti sovversivi, mezzano della corrispondenza fra la Romagna e le venete provincie” (le legazioni pontificie di Bologna, Ravenna, Forlì e Ferrara si erano ribellate al potere pontificio tra il 12 e il 19 giugno 1859 e avevano chiesto l’annessione al regno di Sardegna, avvenuta formalmente col plebiscito dell’anno successivo).

    Sentendosi ormai braccato, Eugenio Turri preferirà scappare oltre il Po a Pontelagoscuro, dove presiederà la commissione per l’arruolamento degli esuli nei volontari garibaldini. Altrettanto farà il fratello Rinaldo, che a Ferrara diventerà primario medico dell’ospedale S. Anna, ma anche candidato del partito liberale al parlamento italiano. Saranno raggiunti poco dopo da Alfonso (fig. 4) che, ricercato per aver cospirato contro la vita dell’imperatore in visita a Venezia, si era temporaneamente dileguato nelle campagne di Adria (città della quale diventerà sindaco nel 1871).

    Sacerdoti antiaustriaci

    Anche il clero, in precedenza così ossequiente alla cattolica Austria, appare lacerato da divisioni sulle questioni politiche. Infatti, oltre all’arciprete di Polesella e al cappellano di Stienta, fra i sorvegliati dalla polizia austriaca c’è pure il cappellano don Cristoforo Malavasi di Ceneselli, “esaltatissimo per opinioni politiche liberali” il quale non perde occasione per “lodare spassionatamente i progressi delle armi piemontesi sui suoli napoletano e pontificio”. L’arciprete di Ceneselli lo giustifica come può, ma quando l’imprudente cappellano si permette di criticare persino il santo padre Pio IX per la nuova scomunica comminata a re Vittorio Emanuele (il sovrano ne collezionerà ben tre), dicendo che quell’atto non poteva avere alcun effetto, né spirituale, né politico, come poi in effetti avverrà (il re morirà nel 1878 coi conforti religiosi da vero cattolico), la polizia chiede l’intervento del vescovo, il fidato mons. Camillo Benzon.

    Don Malavasi, ai tempi del feldmaresciallo Radetzky (defunto nel 1858), avrebbe fatto la fine dei colleghi don Enrico Tazzoli, don Bartolomeo Grazioli e don Giovanni Grioli, impiccati a Belfiore di Mantova nel 1852-53, ma la fase distensiva voluta dal nuovo viceré Massimiliano d’Asburgo garantisce al clero una certa impunità e il cappellano sovversivo di Ceneselli se la caverà solo col trasferimento ad altra diocesi.

    La festa boicottata

    Questo era il clima politico che si respirava lungo il Po in quegli anni cruciali del Risorgimento, quando la gente dei nostri paesi cantava nelle piazze e per le strade la Bella Gigogin, sognando un’Italia libera e unita.

    Non stupisce, pertanto, che quando gli ufficiali austriaci di stanza ad Occhiobello organizzano una festa da ballo in occasione del capodanno 1861, invitandovi le ragazze del paese, la festa si trasformi nell’ennesima occasione per dimostrare il disprezzo degli italiani verso lo straniero invasore.

    L’evento era stato preceduto dall’affissione di alcuni volantini inneggianti a re Vittorio Emanuele (fig. 5) sui muri delle case nel centro del paese, e tanto era bastato alla gente per capire che a quella festa nessuna ragazza italiana doveva andare. Solo le due figlie di un certo Luigi Bianchini (probabilmente un commerciante di stoffe di Occhiobello), che a parole si diceva sostenitore della causa nazionale, si presentano al ballo, ma saranno tosto adeguatamente “ringraziate” dai patrioti con una lettera anonima indirizzata al loro padre.

    Se ne riporta il testo:

    “Al sig. Bianchini Luigi negoziante in Occhiobello Pontelagoscuro, 10-1-1861 Caro Bianchini, abbiamo saputo della festa da ballo dei sigg. Ufficiali tedeschi, nessuna don[n]a in Occhiobello non sono andate a questa festa altro che le due figlie del Sig. Bianchini il quale si mostravano di essere Italiano che tutti gli affidavano e tutti esponeva il suo sentimento e si afidavano delle sue parole le quali erano parole traditrici che colla sua politicha cerca di mal mettere il paese. In quanto poi io vi dico che siete un vero spione una figura porcha che dovresti stare adietro a tua molie quella vergognosa quella donna adultera come pure le tue filie che si vanno a farsi c[i]avare in casa del Sig. Parroco i quali voi tutti asieme li fate da ruffiani, vili che siete, non degni di portare quel nome d’Italiani, al riscatto che faremo del nostro povero Veneto diver[r]emo come leoni mug[g]enti ed afeladiati (trafelati, ansimanti) dalla volia di suchiarvi il sangue che avete nelle vene, o infami stranieri, vili miseri che siete quando che sentite che viene Garibaldi andate pure che non vi sentiamo a menzognare. NN”

    La provenienza della lettera da Pontelagoscuro, il riferimento a Garibaldi e la frecciata anticlericale, non lasciano dubbi su chi può averla scritta. Infatti, proprio a Pontelagoscuro era attivo un Comitato in esilio di patrioti garibaldini (tra i quali anche Alberto Mario), la cui perfetta conoscenza del fatto di Occhiobello dimostra come le notizie arrivassero di là dal Po quasi in tempo reale, nonostante il confine presidiato e l’assenza di comunicazioni dirette. Lasciando da parte gli insulti alle tre donne, forse ingiusti (ma meritati), la frase che colpisce di più è “vili che siete, non degni di portare quel nome d’Italiani”.

    Essere degni di chiamarsi ITALIANI, la grande lezione che ci viene dal Risorgimento.

  • La Fornace Toti

    La Fornace Toti

    E’ l’unica golena del Polesine, permanentemente allagata, a monte del delta del Po. Insiste lungo una dolce ansa del corso del fiume: inizia in prossimità della frazione di Canalnovo e finisce presso il centro di Villanova Marchesana. Al suo interno si presentano disparati scenari che esaltano, nel tutto, un’unica presenza: la fornace Toti.

    La fornace Toti

    Nel “Breve profilo storico di Villanova Marchesana” di E. Sardellaro – C. Curina, si legge: “…e infatti i certosini possedevano a Villanova la loro fornace: la parrocchia ha ancora oggi dei mattoni sui quali è inciso lo stemma dei frati.”. Secondo gli autori, Villanova è nata sotto gli “auspici” dell’ordine fratense dei certosini, che avevano una certosa a Canalnovo, nei primi secoli dello scorso millennio. Fornace Toti ripropose l’antica produzione. L’argilla della golena era ottimale per la preparazione dei mattoni e all’inizio del secolo scorso, quando sorsero le fornaci lungo l’asta del Po, anche nella “nostra” golena venne costruito un complesso industriale di tutto riguardo che diede, per circa sessant’anni, benessere e sviluppo economico ai villanovesi e alle popolazioni limitrofe. Durante il periodo di massima produzione di laterizi Villanova contava 4000 abitanti, ora non raggiunge le 1000 anime.

    Tre imponenti canne fumarie

    Percorrendo la strada provinciale n. 33, in prossimità di Villanova, appaiono imponenti, oltre l’argine, le tre canne fumarie delle fornaci: svettano sicure, altere e marcano la presenza di un’archeologia industriale di evidente interesse storico, culturale e paesaggistico. Le canne sono un’immagine consueta, un’icona, le si vedono da grande distanza, sono un segno di stabilità: il persistere delle radici.

    La golena ha assunto l’attuale aspetto in funzione della fornace. Tutto era legato al ciclo produttivo, così mi raccontava nel lontano 1990 il sig. Vittorio Trombini, che, con estremo garbo, si era prestato a darmi aiuto per far conoscere la storia della golena. Il sig. Vittorio era nato nel 1904, aveva lavorato quarantasette anni nello stabilimento, ne conosceva tutti i segreti, le dinamiche, il rapporto della fabbrica con la gente e con l’economia del territorio. Era inoltre un “testimone” della nascita della fornace, il cui primo complesso fu costruito proprio nel 1904, e presenziò alla chiusura della medesima avvenuta nel 1964 perché inadeguata a sostenere la concorrenza delle moderne fornaci a Tunnel.

    Ricordo con piacere il sig. Trombini. Nel 1967 era stato insignito della medaglia d’oro dal Presidente della Repubblica e nominato “Maestro del Lavoro”. Lo ascoltavo con ammirata attenzione. Chiarì subito che la fornace aveva avuto diversi proprietari, ma colui che la portò alla massima attività produttiva fu il commendatore Emilio Toti, con il quale aveva avuto anche rapporti di scambievole fiducia; vi lavorarono fino a 200 fornaciai, ma mediamente 100.

    I due complessi industriali

    Nella golena si individuano due complessi industriali: quello a ovest, con due forni e due essiccatoi, fu costruito parte nel 1904 e parte nel 1926; quello a est nel 1912. In quest’ultimo, nel 1955, è stata tentata la costruzione di un essiccatoio a celle, capace di sfruttare i fumi caldi del forno. Il nuovo impianto però non raggiunse l’obiettivo prefissato e pertanto, come raccontò il sig. Vittorio, vennero costruiti appositamente dei nuovi generatori di calore. Durante i sessant’anni di attività il materiale da cuocere fu raccolto inizialmente attorno alla fornace del 1904 e poi via via si scavò fino a portare la golena all’attuale situazione.

    Le grandi vasche si definirono proprio con gli scavi, ed anche i curiosi isolotti, al loro interno, hanno avuto la stessa origine. Vittorio mi spiegò che quello delle isole era terreno non adatto alla fabbricazione del laterizio.

    Una golena unica, in cui la natura convive con gli storici edifici in abbandono

    La grande golena è divisa in tre parti: la prima, a est, della superficie di circa 2,5 ettari, ha subito consistenti interventi che l’hanno, da ultimo, trasformata in un luogo deputato alle gite domenicali, con spazi per la ristorazione, il gioco e lo svago in riva al fiume. Ha forma triangolare, con il vertice a levante coperto da arbusti in parte sommersi da piante rampicanti, mentre lungo il bordo laterale, insistono pioppi e salici che procurano la necessaria ombreggiatura. La base del triangolo è lo stradone d’accesso all’area che, in realtà, è il collegamento della strada arginale con la cabina di pescaggio dell’acquedotto.

    La parte centrale è di circa 32 ettari ed è quella dove effettivamente insistono le fornaci. Lo spazio è racchiuso da argini, è quindi un vasto catino quasi privo di alberature con al centro fornace “Etna”. Il forno è un “Hoffman” ed è l’unico manufatto, con la struttura interna dell’essiccatoio, ad avere un qualche valore formale. Sono complessivamente tre corpi distinti, dei quali quello a nord e quello a sud erano gli alloggi delle famiglie degli operai.

    A ponente si apre un’area vastissima che dagli anni ‘64 – ‘65, cioè dall’interruzione della produzione, non ha subito variazioni significative e dove in questi cinquant’anni la natura si è sviluppata appropriandosi “sapientemente” del luogo fino a “saldarlo” in un unicum straordinario.

    Emerge in tutta la sua possanza l’essiccatoio costruito nel ‘26, con l’alto camino situato nel centro. L’edificio, oramai cadente, consta di due corpi formanti una L con delle pregevoli linee architettoniche: la partitura della facciata e il ritmo delle finestre riprendono i caratteri formali della fornace del 1904. L’interno propone massicci pilastri in mattoni che sorreggevano gli impalcati di legno ora crollati. Come non vedervi il duro lavoro che traspare! Il sig. Vittorio rievocava come l’attività fosse incessante, frenetica, in un’atmosfera carica di polveri, fumi e fatica.

    Dietro l’essiccatoio principale, si erge la fornace più vecchia che nel tempo ha subito delle trasformazioni significative, anche questa dotata di un forno Hoffman con relativa canna fumaria. Raccontava il sig. Trombini che in cima alle ciminiere, come si trattasse di campanili, erano applicate le sirene che urlavano l’inizio e la fine delle ore lavorative agli operai sparsi per la golena. Attorno alle fornaci erano disseminate altre costruzioni destinate ad usi diversi: il “laboratorio mattoniero”, il laminatoio, i silos, i magazzini, le abitazioni e gli uffici. Di queste rimangono a sud il rudere della casa del sorvegliante e a nord gli uffici e le abitazioni dei meccanici manutentori, ora cadenti e il laminatoio con i silos, tutti molto precari.

    Dopo la dismissione, il complesso è stato in parte adibito ad allevamento di maiali e poi di polli con conseguente costruzione di annessi che l’hanno deturpato corrompendone l’originalità.

    Villa Toti

    Tra le due fornaci, nel 1930, è stata costruita una particolarissima costruzione: villa Toti, che, raccontava il sig. Vittorio, era stata ideata dalla moglie del Commendatore. L’edificio è completamente rivestito di formelle di laterizio a due colori alternati a strisce orizzontali. I caratteri formali e l’ubicazione lo rimarcano come fabbricato innovativo per quegli anni sia nell’impostazione distributiva sia per la sua centralità nell’ambito del complesso produttivo.

    Non si tratta del solito palazzo che si incontra usualmente nella campagna polesana, ma è un edificio unico, edificato dove preesisteva un’abitazione costruita agli inizi del secolo. L’edificio appare ora molto dimesso, svuotato da tantissimi anni, cadente in alcune parti, ma conserva ugualmente quel fascino che lo doveva caratterizzare allorquando fu costruito.

    Come residenza estiva della famiglia Toti, ha sancito la celebrazione dell’Imprenditore, della produzione e dello stretto legame formatosi tra la fornace ed il territorio. Ancor oggi infatti si nota come la dimensione della villa sappia confrontarsi con i corpi degli essiccatoi e come con la sua altezza riesca ad essere visibile dalla campagna, proprio come i camini dei forni. La sua parte più alta è una torretta d’osservazione, da dove i Toti potevano controllare l’intorno, fin oltre l’argine del fiume. La villa era espressione dei laterizi prodotti, un effetto voluto, la bicromia giallo-arancio e rosso delle fasce delle facciate si combinava armoniosamente con i verdi del parco. Ora resta solo uno strano oggetto, oramai muto. Le sue pessime condizioni richiederebbero un suo recupero, sicuramente improbabile; la vegetazione l’ha ormai coperta, dalla strada arginale proprio non si vede.

    Flora e Fauna

    Tornando al contesto, ci si può inoltrare tra le vasche camminando su arginelli: la scena muta, cambiano le forme e i colori; la vegetazione è tipica delle zone umide polesane, si osserva una alternanza di salici, pioppi e robinie di notevoli dimensioni, anche a cespo, assolutamente belli attorniati da essenze arbustive: un’armonia davvero gradevole.

    Verso “monte”, ha preso posizione una bassa e fitta boscaglia; oltre, l’aspetto muta ancora una volta: in questo ultimo lembo alberelli ed arbusti sono sommersi da piante rampicanti a ciclo stagionale, che si sono impossessate di ogni dove creando un fiabesco movimento ondoso dai lineamenti estremamente delicati.

    A tratti spunta il canneto con altre piante acquatiche: le tife ed il caretto. Nelle vasche trovano dimora e alimento i pesci del Po: l’alborella, la scardola, la tinca, la carpa, l’anguilla e il luccio, oltre al pescegatto, al persico sole, al persico trota, al temibile siluro d’Europa e a numerosissimi anfibi. Poi gli uccelli: la cannaiola, il cannareccione, il migliarino di palude, il tarabusino, la folaga e la gallinella d’acqua, il tarabuso ed il merlo, il cuculo ed il pendolino, la nitticora, l’airone cinerino e l’airone rosso. Stormi di passeri, di rondini e di storni svolazzano attorno ai ruderi e tra gli alberi e di notte stridono le civette. Vi vivono ancora piccoli mammiferi, rettili e roditori di varie specie una vera biodiversità da proteggere.

    Al variare della stagione la vita cambia, cambia ogni cosa, i colori passano dai toni del rosso, dell’arancione e del marrone dell’autunno, ai grigi dell’inverno, ai verdi delicati della primavera punteggiati di fioriture colorate, ai verdi intensi dell’estate, carichi di polveri.

    Questo è il Po a Villanova Marchesana.

  • L’isola di Bonelli levante

    L’isola di Bonelli levante

    Nel delta del Po, nelle zone più prossime al mare, dall’alto delle arginature possiamo ancora intravedere i ruderi di case immerse nelle lagune fra distese d’acqua e canneti. Sono le ultime testimonianze di un passato che non ritorna, quando intensa fioriva la vita: terreni coltivati, abitazioni, boschi, la gente dedita al lavoro nei campi… Un mondo scomparso.

    Le frequenti alluvioni del periodo 1951-60 e la massiccia quanto selvaggia estrazione del gas metano, causa di un notevole abbassamento del suolo, hanno determinato l’abbandono di grandi estensioni di terreni, di cui si sono impossessate le acque del mare.

    Destino questo che purtroppo ha contrassegnato anche la bella isola di Bonelli levante. Era da tutti considerata un giardino, e sono molti coloro, non solo chi vi abitava, che la ricordano con nostalgia.

    Una storia, diciamo così, che inizia nel 1924 quando tre fratelli di Milano, Angelo, Emilio e Luigi Daccò, acquistarono dall’allora proprietario Luigi Valentini, originario di Mantova, due larghe distese di terra denominate rispettivamente “Bonelli di levante” e “Bonelli di ponente”, nelle quali le acque del Po e del mare si riversavano liberamente.

    La passione per la bonifica aveva conquistato Luigi Daccò, che, estromessi dal condominio i propri fratelli, intraprese dall’anno 1929 la redenzione delle due Bonelli. E fu veramente un’opera di autentica redenzione quella che Luigi, per primo, ed i suoi figli Guglielmo e Guido in seguito, portarono a compimento.

    Bonelli Levante, situata fra il Po delle Tolle ed il ramo del Bastimento ai confini del mare, era un’ampia isola paludosa con un’estensione di 594 ettari. L’unico segno di attività umana era costituito da due casoni per la pesca. Luigi Daccò vi costruì prima di tutto adeguate arginature, subito dopo installò due potenti idrovore azionate da motopompe a vapore per il prosciugamento. Poi i terreni vennero opportunamente sistemati con l’escavo di collettori, capifossi e scoline.

    I lavori procedettero alacremente bonificando la palude. Sul terreno risanato sorse quindi il centro aziendale comprendente la casa per il fattore, il magzzino, l’aia, una serie di case per i lavoratori, stalle, porticati e fienili.

    Nel 1950 la situazione presentava 240 ettari in coltivazione che assicuravano raccolti di riso, frumento, bietole, granoturco ed erba medica. Nelle case messe a disposizione dell’azienda, tutte provviste di metano per l’illuminazione e per il riscaldamento, risiedevano 35 famiglie di contadini, con 197 componenti distribuiti in 92 vani di abitazione.

    Giunti a questo punto, la decisione della famiglia Daccò di dedicarsi solo all’azienda dell’entroterra, quel Bonelli ponente che nel frattempo, grazie alle loro opere, aveva assunto le dimensioni di un vero e proprio paese con circa 1200 abitanti.

    L’isola passava allora ad un nuovo proprietario, il Conte Oreste Torchio. “Una brava persona – ci racconta un abitante dell’epoca Giovanni Chiereghin -. Con lui, con la sua passione e competenza l’azienda è cresciuta ancora di più”.

    Verso la metà del decennio 1950 una nuova proprietà, l’Ente Tre Venezie, conduceva l’azienda fino al 1957, anno dell’ultima alluvione che determinò l’abbandono dell’isola, acquistata sucessivamente in via definitiva dalla Società Aurora. “L’economia naturalmente – osserva Giovanni – si basava solo sull’agricoltura, i residenti erano tutti occupati nei lavori dell’azienda agricola, inoltre la padronanza affidava in compartecipazione anche apezzamenti di risaia, frumento e bietole, in cui veniva coinvolta tutta la famiglia. Non ci mancava nulla, ognuno aveva poi il suo orticello, pollame, il maiale.”

    “Noi ragazzi – continua Giovanni – ci divertivamo con poco, tante le festine private trascorse in compagnia. Ricordo ancora con affetto un’amica della mia stessa età, ervamo sempre insieme, dicevano in giro che era la mia fidanzata, ma eravamo entrambi quindicenni: a quell’epoca lei era già una donna ed io ancora un ragazzino, ‘on snarociòn’, come si diceva allora; non abita più dalle nostre parti, ma ancora oggi quando ci incontriamo ci abbracciamo”.

    Per andare a scuola, all’asilo, fare la spesa, svolgere le pratiche religiose, così come per momenti di svago quali cinema e ballo, gli abitanti dovevano recarsi nell’altra sponda del Po, a Bonelli ponente. Un traghetto denominato “monsa” e un’imbarcazione più piccola “il passo”, condotta appunto dal “passatore”, assicuravano la comunicazione fra le due sponde.

    “L’isola – sottolinea Giovanni – viveva il suo momento più bello d’estate quando arrivavano numerosi i turisti a bordo di lambrette, vespe e biciclette ad affollare la bellissima spiaggia “Marina di Bonelli”, con i suoi alti monti di sabbia, i folti tamerici, il mare, dove si potevano ancora ammirare i branchi di delfini saltare a pochi metri dalla riva.”

    “Tutto finisce purtroppo – ricorda con rimpianto Giovanni – il 13 novembre 1957 quando, a causa di una violenta mareggiata, le acque del Po e del mare invasero l’isola. Da allora non è più riemersa, diventando una laguna oggi denominata “allagamento”, dove trovano il loro habitat naturale uccelli e mammiferi, testimoni di una natura ancora incontaminata, sopra la quale volteggiano falchi di palude, germani reali, cormorani e numerose specie di anatidi che variano nel corso delle stagioni, seguendo il loro istinto naturale di migratori. Innumerevoli i laghetti e gli acquitrini dove pascolano aironi, cavalieri d’Italia, beccaccini, pivieri e folaghe.”

    Oggi all’orizzonte, tra la laguna e il mare, si stagliano gli “scanni”. L’ambiente estremo si presenta solcato da lunghi cordoni sabbiosi. Spiagge, meta di numerosi turisti, sembrano quasi far da cornice a questo estremo paesaggio che è lì, immutato, col suo particolare fascino che sa offrire in ogni stagione dell’anno: dai colori delle infiorescenze primaverili, ai suggestivi tramonti infuocati dell’estate, all’aspetto quasi irreale che assume avvolto dalle nebbie autunno-invernali.

    Nel silenzio che regna intorno si odono, appena percepibili, i richiami degli uccelli, il fruscio della vegetazione palustre spinta dal vento, e quello delle onde del mare che accarezzano le spiagge. Una quiete sopraffatta solo dagli stessi elementi naturali, allorquando si abbattono i temporali, o quando soffiano i forti venti di bora e scirocco, che conferiscono al paesaggio un aspetto ancora più selvaggio e primitivo.

    Come unica testimonianza di Bonelli levante è rimasto quell’imponente magazzino che si erge solitario sopra distese d’acqua e canneti, poi… ricordi, solamente ricordi.

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