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Archivi: Articoli d’archivio

  • I 150 anni dell’Ass. Agricoltori

    I 150 anni dell’Ass. Agricoltori

    Costituita il 16 giugno del 1869, l’Associazione Agricoltori di Rovigo – oggi Confagricoltura Rovigo – ha festeggiato un secolo e mezzo di vita. L’importante traguardo è stato solennizzato a Lendinara, dove l’Associazione è nata, con un convegno e una mostra di preziosi documenti antichi che ne testimoniano la storia e l’attività sindacale.

    Nel Salone d’onore del piano nobile della biblioteca comunale, sabato 16 marzo, assieme agli associati e a presidenti e direttori delle diverse Unioni provinciali di Confagricoltura Veneto, erano presenti il vice prefetto Carmine Fruncillo, il comandante provinciale dei carabinieri Giovanni Truglio, e diversi rappresentanti politici, del governo e della Regione Veneto, tra cui l’onorevole Antonietta Giacometti, il vice presidente alla Commissione agricoltura della Regione Veneto Graziano Azzalin e l’assessore regionale al Territorio Cristiano Corazzari che hanno espresso la propria disponibilità ad essere vicini al settore primario sostenendo con impegno l’agricoltura italiana e polesana di cui Confagricoltura Rovigo è espressione sindacale.

    “Oggi non siamo qui solo per celebrare formalmente un simile anniversario” ha detto il presidente di Confagricoltura Rovigo Stefano Casalini aprendo l’incontro. “Ritrovarsi assieme a Lendinara è un modo per riconoscere nel racconto di quegli anni l’impegno e i valori che hanno portato gli agricoltori a mettersi insieme, in anni per niente facili. È un modo per rendere omaggio a personaggi illuminati e lungimiranti, che hanno potuto e saputo introdurre innovazioni determinanti per il tessuto economico e sociale del Polesine”.

    In particolare l’attenzione è stata focalizzata su Dante Marchiori e Eugenio e Giuseppe Petrobelli rappresentanti, con i Casalini, di quelle famiglie borghesi che hanno impresso uno sviluppo a tutto il territorio polesano. “Questi personaggi – ha sottolineato il presidente Casalini – offrirono le proprie conoscenze e soprattutto la propria vita imprenditoriale e politica nel promuovere iniziative di aggregazione come i Comizi agrari, la nascita della Società perfosfati, la creazione del primo zuccherificio del Polesine, di jutifici e canapifici. In quel periodo la provincia di Rovigo, soprattutto per merito loro, era di riferimento per tutt’Italia. Progresso agronomico, meccanico e agroindustriale ponevano Lendinara e Rovigo come un’eccellenza nazionale. Personalità illustri, che hanno anche voluto condividere esperienze e istituire servizi in comune, e avviare importanti impianti agroindustriali che hanno portato benessere nel nostro territorio, guardando sempre avanti, con ostinato ottimismo, al futuro”.

    Un contributo importante per evidenziare l’azione e l’impegno di tali personaggi è stato offerto nel corso del convegno da due studiosi di fama nazionale quali Luigi Contegiacomo già direttore dell’archivio di stato di Rovigo e Fabio Ortolan membro dell’Accademia dei Georgofili.

    Luigi Contegiacomo ha delineato con affascinante dovizia di particolari la storia dell’”Associazione Agricoltori”, dalla nascita, legata anche alle due famiglie lendinaresi dei Marchiori e dei Petrobelli.

    Fabio Ortolan, già presidente di Confagricoltura Rovigo (curatore della mostra documentale allestita nella biblioteca di Lendinara, ndr), ha poi illustrato i 150 anni della meccanizzazione in Polesine, corredando la sua esposizione con un’ampia rassegna di immagini a testimonianza dell’evoluzione che ha caratterizzato il settore.

    Al convegno ha portato i saluti dell’amministrazione comunale il sindaco di Lendinara Luigi Viaro, che ha sottolineato il ruolo importante svolto dall’Associazione nel passato, auspicando che anche oggi, come già ieri, il “gioco di squadra” prosegua mettendo sempre al centro l’uomo.

    Matteo Lasagna, vicepresidente nazionale di Confagricoltura, ha portato i saluti del presidente nazionale Giansanti che con molto rammarico non ha potuto essere presente. “Nonostante siano passati 150 anni il messaggio dei nostri padri è sempre attuale” ha esordito, spiegando così il parallelismo: “Oggi si parla di social, si parla di strumenti che ci aiutano a comunicare meglio: questo bisogno di comunicazione nel 2019 per potersi migliorare, per potersi fare forza è lo stesso che c’era 150 anni fa, quando le persone hanno capito che incontrarsi e discutere assieme era fondamentale per progredire; che esprimersi all’interno di una associazione era il modo giusto per confrontarsi, per trovare una soluzione ai problemi”.

    “La vendita di prossimità può attirare qualche turista – ha poi osservato Lasagna -, ma non è l’espressione della nostra produzione. I nostri associati credono nel mercato, non nei mercatini”. “Le terre polesane sono terre di cereali e, un tempo, si caratterizzavano con 55mila ettari coltivati a barbabietole, oggi siamo a 30mila ettari complessivamente in Italia”. “Dobbiamo tornare a coltivare l’Italia, in lungo e in largo, essere competitivi, ottenere prezzi equi, aumentare la produzione del made in Italy, non solo di tradizione ma anche di innovazione” ha concluso guardando al futuro: “Questa è la nostra missione, questa è la battaglia che Confagricoltura porta avanti, in Italia e a Bruxelles”.

    In chiusura dell’importante iniziativa è intervenuto il presidente Stefano Casalini per sottolineare il gesto di grande generosità compiuto dal sempre attivo associato Vincenzo Cappellini. Rivolgendosi all’avvocato, presente in sala, Casalini ha sottolineato il valore dell’intervento: “Un gesto che ha permesso di realizzare il sogno di migliorare e abbellire la nostra sede provinciale con una serie di opere inaugurate lo scorso 25 gennaio alla presenza del presidente nazionale di Confagricoltura Massimiliano Giansanti. Ringrazio di cuore il nostro affezionato associato anche per aver suggellato, con una lapide dedicata al padre Mario nel salone di Palazzo Manfredini, il suo grandissimo attaccamento e quello della sua famiglia all’Associazione Agricoltori. Un ringraziamento anche a nome di tutti i soci per la sua donazione veramente straordinaria”.

    Per le opere realizzate (la costruzione di un ascensore e di una scala di sicurezza, il rifacimento dei bagni, l’installazione di un imponente lampadario di Murano nel salone d’entrata e dell’illuminazione esterna di Palazzo Manfredini) l’avvocato Cappellini ha erogato una iniziale donazione di €211.966,70, salita in totale a fine lavori a € 245.069,70.

  • I 200 anni del Teatro Sociale

    I 200 anni del Teatro Sociale

    Un compleanno importante per Rovigo, per la sua identità, per la sua cultura. Nel 2019 il Teatro Sociale ha compiuto 200 anni e la sua città non ha perso l’occasione di celebrarlo, di valorizzarlo come un segno fondamentale della sua storia e un monito verso il futuro.

    Fiore all’occhiello della cultura polesana, inserito nella rosa dei 28 teatri di tradizione di Italia, il Sociale vanta una storia gloriosa che affonda le radici in epoca asburgica, quando l’illustre Antonio Roncale – già proprietario di un teatro omonimo costruito alla fine del ‘600 ma superato – all’inizio dell’800 si mise a capo di una società per realizzare un nuovo edificio. In un’area dove prima sorgevano la chiesa e il convento di Santa Maria dei Battuti, nel 1817 vennero iniziati i lavori su progetto di Sante Baseggio.

    Il 3 marzo 1819 ci fu un’inaugurazione provvisoria con “L’ombra di Fetonte, ossia l’omaggio della riconoscenza rodigina” di Sante Campioni, in occasione della visita a Rovigo dell’Imperatore Francesco I d’Asburgo, che soggiornò a Palazzo Angeli. In realtà all’apertura ufficiale del 3 marzo 1819 andarono solo la moglie Carolina Augusta e il fratello di Francesco I, il viceré, perché l’imperatore era raffreddato. Per compiere il viaggio, aveva lasciato gli oneri viennesi a uno dei fratelli; per qualche giorno in Polesine fece alcune udienze, emanò degli atti ufficiali e poi si diresse verso sud, raggiungendo Firenze, Roma e Napoli per trattare questioni spinose. Al suo ritorno, durante un nuovo passaggio a Rovigo, desiderando ammirare il teatro che gli era stato magnificato dalla moglie, fece aprire il “Teatro nuovo della Società”, che l’imperatore dimostrò di apprezzare, come risulta da quanto ebbe a scrivere nel suo diario personale.

    La vera inaugurazione fu realizzata però con l’opera seria in due atti “Adelaide di Borgogna”, rappresentata il 26 aprile 1819 e composta per l’occasione da Pietro Generali, che all’epoca godeva della fama di essere secondo solo a Rossini. Tra i solisti si ricordano Violante Camporesi, Claudio Bonoldi e Giuseppe Fioravanti.

    Adelaide di Borgogna si ispira alla storia della celebre donna medioevale, regina d’Italia per due volte, regina consorte dei franchi orientali, imperatrice consorte del sovrano del Sacro Romano Impero, a sua volta reggente per un breve periodo, del Regno di Germania e del Regno d’Italia e venerata come santa dalla Chiesa Cattolica. Le sue vicende ed azioni pubbliche si intrecciarono continuamente con quelle dei suoi congiunti: fu madre, moglie e nonna di tre imperatori. Donna colta, parlava quattro lingue, esercitò un grande influenza sulle politiche imperiali sia in Germania che in Italia.

    Quest’anno, domenica 14 aprile, una interessante edizione dell’”Adelaide di Borgogna” ha rappresentato l’apice dei festeggiamenti per il bicentenario del Teatro Sociale. L’opera, su libretto di Luigi Romanelli, è stata proposta nelle parti musicalmente più significative, in certe sezioni paragonabili agli stilemi di Rossini e Donizetti, e con un coordinamento scenico a cura di Elisabetta Brusa. Particolarmente suggestiva la scelta di proiettare sul palco una grande immagine del Teatro Sociale di parecchi decenni orsono, con alcuni passanti e una carrozza nel piazzale antistante.

    I ruoli principali sono stati interpretati con buona vocalità e calda accoglienza da Carolina Lippo (Adelaide), Francesco Toso (Berengario), Julija Samsonova-Khayet (nella parte en travesti di Adalberto), Francesco Marsiglia (Ottone I) e Roberto Cresca (Rambaldo). Le parti musicali sono state affidate all’Orchestra Regionale Filarmonia Veneta, arricchita dei migliori elementi del Conservatorio Venezze assieme al Coro Lirico Veneto, in una compagine maschile. Sul podio Stefano Romani ha guidato il gruppo con precisione, curando fraseggio e dinamiche con gusto e abilità. A introdurre la vicenda e integrare le sezioni drammatiche mancanti è stato Massimo Contiero, già direttore del Conservatorio e direttore artistico del Teatro Sociale.

    L’opera è stata trascritta in edizione filologica nel 2012 dal rodigino Franco Piva, compositore, musicologo e direttore d’orchestra e il 17 marzo dello stesso anno fu proposta al Sociale in forma di concerto, poi incisa su cd da Bongiovanni.

    I festeggiamenti per il bicentenario dello storico teatro sono durati dieci giorni, avviati dall’applaudito concerto della Banda Musicale della Guardia di Finanza diretta dal col. Leonardo Laserra Ingrosso. I 102 strumentisti hanno reso grande la serata non solo dal punto di vista artistico, per la bravura mostrata, ma anche per il valore storico e culturale del repertorio che hanno scelto. Particolarmente applaudite sono state la Danza delle Ore di Ponchielli, tratta da La Gioconda, l’opera che vide il debutto al Sociale di Beniamino Gigli al Sociale il 14 ottobre 1914; l’Inno del sole da Iris, che lo stesso Mascagni venne a dirigere a Rovigo nel 1902 per la riapertura del teatro dopo i lavori di ristrutturazione a seguito di un terribile incendio; la Danza Guerriera di Petrassi dal balletto La Follia di Orlando, in omaggio al suo poema epico in cui si legge l’origine del nome Rovigo. Sullo sfondo scorrevano, davanti agli sguardi commossi dei presenti, le immagini della città, del suo territorio, alcuni momenti difficili e anche le bellezze attuali del rodigino.

    Tra i festeggiamenti, apprezzata anche la mostra “200 di questi anni. Il Teatro Sociale in mostra”, allestita nell’ex Pescheria Nuova con i più bei ricordi del Teatro Sociale. C’erano materiali di scena realizzati dai laboratori rodigini e utilizzati per rappresentazioni liriche e di prosa, documenti, parti scenografiche, cimeli e testimonianze dei grandi protagonisti che hanno calcato le scene del Teatro, tra cui il costume che Gigli indossò al suo debutto in Polesine.

    Fondamentale poi la sezione “teorica” delle celebrazioni, con due convegni. Il primo, intitolato “200 di questi anni”, ha visto avvicendarsi contributi, ricerche e anche ricordi di chi ha vissuto il teatro dall’interno, lavorando per alimentare l’affascinante magia che da sempre attira e meraviglia gli spettatori. Maurizio Romanato e Lodovica Mutterle, hanno presentato il libro “Un imperatore a Rovigo”, il frutto di una ricerca sui diari inediti di Francesco I, tracciandone un ritratto preciso e mostrando il suo contatto diretto con il Polesine, in cui si è mostrato nel ruolo di “buon padre” ma anche di persecutore dei carbonari.

    Massimo Contiero ha tracciato, sulla base degli annuari, una carrellata dei nomi principali che si sono susseguiti sul palco e dietro le quinte: cantanti, registi, direttori, ballerini di primo piano. Lo scrittore Alfonso Malaguti ha approfondito alcuni aspetti della vita teatrale a Rovigo degli ultimi decenni, dall’introduzione delle prime assolute di composizioni commissionate ad alcuni autori, alle collaborazioni con il Venezze fino al contributo di Gabbris Ferrari, che ha firmato lavori di successo e originali. Franco Piva ha infine parlato di “Adelaide di Borgogna”, commissionata a Pietro Generali per l’inaugurazione del Teatro Sociale. In quell’occasione sono state scoperte le intitolazioni di due palchetti di barcaccia a due persone che hanno trascorso gran parte della loro vita a contatto con il Teatro Sociale e Rovigo: Sergio Garbato e Gabbris Ferrari.

    “L’architettura storica del Teatro Sociale” è stato il titolo del un convegno sulla parte architettonica del teatro Sociale, per completarne gli approfondimenti conoscitivi. Valeria Tomasi, con “L’architetto Sante Baseggio e il primo Teatro Sociale” ha spiegato la progettazione e la nascita dell’edificio; Guido Pietropoli, con “L’incendio e la costruzione”, ha illustrato il periodo a cavallo tra 800 e 900; Stefano Zaggia, con “Daniele Donghi: architetture teatrali e nuove tecniche costruttive”, ha raccontato le difficoltà legate alla liquidazione da parte dell’assicurazione a seguito dell’incendio: pare che tra le cause più probabili ci sia un lampadario a candele che veniva issato al soffitto e posizionato poi in un sottotetto. Sono intervenuti anche Andrea Giordano, con “Sistemi interoperabili per lo studio e la gestione del patrimonio architettonico”; Leda Bonaguro e Pierpaolo Modonesi con “L’ultimo restauro: anni 2000”: hanno spiegato i più recenti lavori realizzati per adattare il teatro alle nuove esigenze e ai nuovi sistemi di sicurezza.

    Successo oltre le aspettative anche per l’annullo filatelico: sono stati realizzati dei francobolli con le immagini Beniamino Gigli e Maria Callas ma sono stati anche usati i programmi delle stagioni di spettacolo.

  • Onde

    Onde

    SOLITUDINI

    L’anima mia rannicchiata su rami d’ombra non mi cerca ma io sono lì nello stesso buio per sedermici accanto e volare assieme le nostre solitudini.

    PICCOLO CIELO

    Ti sei steso sopra di me come un cauto amante piccolo cielo stasera adesso che lentamente mi spargo nel tuo lontano eccessivo adesso che ho smesso di contarti le stelle adesso tu piccolo cielo puoi anche fiorire.

    ZINGARI

    Inchiodato volo zingari immobili libertà schiave d’eterno silenzi d’airone imbalsamati ruggini in luccichii di gabbie ascolto frugare il vento e un ricordo a regalarmi ancora altri cieli da volare.

    VOLI SPRA LA FOCE (PO DI MAISTRA)

    Gabbiani paralleli ognuno ad un amore riemergono come filanti sorrisi. É qui dove si fa ritorno da luoghi non lontani né vicini ad asciugare ali mai sazie di canzoni: granelli di tempo emigrato in chissà quale autunno non ci resta che piovere in questo mare di mare.

    ONDE

    Un’acqua dopo l’altra incessante andirivieni non diverso mai uguale infiniti biglietti di sola andata senza un prima in cui ridiventare… l’onda è il non adesso sospeso tra quel che sei e il dopo che mai smette di accadere

    GRAFFITI

    Molte vite ho abitato (naufraghe attese) a restaurare canzoni in sorrisi appesi ai graffiti dell’anima molte vite ho abitato (per bastarmi da solo) in lunghi tramonti rumori di silenzi senza uscita echi senza scampo irresistibili sirene ad attirare rondini per ogni primavera a venire il sudore liscia i capelli e cade come artiglio che affonda nelle pieghe di un’ illusione.

    MARE BLU TANGO

    Si accavallano i danzatori di tango in cerca di note s’intrecciano e si attraversano per girotondi come inarcate schiene di giovani delfini senza un saluto si aggrappano al prossimo abbandono li hanno visti abbracciati senza sfiorarsi.

    AIRONI

    Immobili ali spalancate a rammendare l’azzurro del giorno andato a lacerare macchie di buio che si spandono imbrattando di opaco il disagio dei nostri avanzi.

  • In coppe di margherite

    In coppe di margherite

    FAVOLA D’AGOSTO

    Sono nelle notti d’estate nascosta in un cappuccio di fata e muovo gli steli verdi con un sospiro di brezza. il bambino del lago canta con la voce delle onde beviamo insieme rugiada in coppe di margherite e il paggio di luna scende a ricoprirci di luce argento.

    POESIA

    E chissà quante volte avrai sentito la corda vibrare profonda, allora poesia sale al cuore mette luce agli occhi. La parola vola sul foglio si ferma qui per me. Non scappare, resta, fa che le poche lacrime salgano al sorriso dai speranza al dolore rivela la nascosta presenza.

    COLORE DELL’ACQUA

    Colore dell’acqua vorrei svegliarmi fra mille anni Colore delle foglie e riavere un’altra vita e se ti incontrerò Colore del cielo sì, tu mi prendi la mano che sia questa o un’altra e ritorno ad essere io Colore della mia terra.

    CHIEDI ALLA VITA

    Non chiedere niente al destino chiedi alla vita le sorprese del vicino passato il silenzio d’amore incondizionato la differenza tra te e i tuoi anni chiedi alla vita se hai bisogno di parlare con qualcuno che sia come te un ramoscello sul mare.

    CON UN ALTRO SGUARDO

    Con un altro sguardo vedo la strada veloce la mattina presto. Papaveri e iris gialli nei fossi pieni aironi e colombe nei campi bagnati di alberi e bruma. Nessuno c’è che non ascolti. Una rosa antica fiorisce in un angolo dimenticato.

    IL CUORE DEL MONDO

    Nessuno sa qual è il cuore del mondo eppure cerchiamo l’umanità in fondo agli occhi. E’ la notte del cuore che ci affligge ed ostacola con le sue paure e pazzie. Sai che non diremo a nessuno cos’abbiamo trovato in cerca del cuore, navigando in mari profondi e pianeti lontani, ma come una tazza rotta ed aggiustata, diventa più preziosa di una intatta, ciò che è nascosto resterà il più evidente, dove vincono tremanti e stillanti gesti di vita, là nel cuore dell’uomo.

    DELTA DEL PO

    Sabbie basse e canneti sul Delta del Po là dove il sole sorge e non tramonta, dove aironi e garzette bianchi pescano, dove mi porti sempre a respirare. Al Delta del Po, dove l’acqua salmastra confonde con la nebbia nuvole basse. Tu dimmi la parola che inventa le nostre più profonde immagini, dammi la linea di luce tra noi e il mare argento, se tu sei insieme a me ciò che siamo laggiù e niente di più che aperta solitudine.

    AURORA (OPERA E PACE)

    Dimmi la parola che torna a farmi sognare dammi il nutrimento del tuo cuore selvaggio, come la pianura dove sussurra la voce della nebbia, come un collage di parole scritte sul muro della mente, come un lattante che scalpita e scalcia, cerchiamo parole per il presente, opera e pace. Le luci soffuse dell’aurora si confondono con le linee del paesaggio, l’aurora vestita d’antico danza incontro al sole, come un quadro del passato, come una lirica sublime di passione, come un impegno quotidiano, ma non mai tedio, mai noia, mai ira. Vapori come pensieri salgono dai campi avvolti in una nuvola d’attesa per il giorno che verrà.

  • Il mio incontro con Gino Rossi

    Il mio incontro con Gino Rossi

    Visitando una delle ultime mostre a Palazzo Roverella, tra i quadri che ammiccanti mi osservano dalle pareti, scorgo alcuni lavori di Gino Rossi. “Anche lui di Treviso come me”, penso. “Guarda un po’, tutti e due finiti a Rovigo!”

    Mentre i miei pensieri si mescolano ai dialoghi di colore delle tele, sento che si fa strada, tra i misteriosi meandri della memoria, un ricordo che mi lega, in maniera più profonda di quanto potessi immaginare, a questo pittore. Poco alla volta prende forma e, riemergendo tra le nebbie del tempo, diviene nitido…

    … Noi bambini eravamo stati lasciati a vagare nel salotto della casa di Renato De Giorgis, pittore di raffinatissima sensibilità, noto nell’ambiente trevigiano. Era un amico di famiglia che in città si poteva incontrare mentre teneva banco in qualche osteria con le sue lucide ed argute osservazioni. Quella volta il Maestro, così si era soliti chiamarlo, ci aveva invitato nella sua abitazione per concludere la serata in compagnia.

    I grandi erano di là in cucina, impegnati in accese discussioni di politica e pittura, accalorati da qualche buona “ombra” di prosecco. Noi, liberi, navigavamo con la fantasia tra pareti ricolme di quadri, cullati dal torpore di una poltrona.

    Quasi tutti conservano, tra le buone cose di pessimo gusto appese alle mura domestiche, quadri che poco alla volta diventano parte dell’arredo. Appunto… conservano in una sorta di naftalina estetica di dubbio valore. Viceversa le tele, incorniciate nella casa di un pittore, sono vive: esalano, per così dire, un vago afrore che rimanda alla ricerca di tempi perduti tra gli arnesi di bottega dell’artigiano e le vestigia riverberanti il sacro fuoco dell’atto creativo. Nell’abitazione di Renato De Giorgis pareva d’essere dentro lo studio dell’artista ma con un sentimento di ancora maggiore prossimità.

    Frattanto gli echi della discussione dei grandi giungevano dalla cucina come le grida dei Proci scannati da chissà quale Ulisse.

    “Mi sembra che nei suoi quadri ci siano echi di Mondrian… le linee, le strutture?”

    “Va remengo, ti e il to Mondrian!”

    Il primo era mio papà, il secondo era il Maestro che, colpito nel segno, reagiva in maniera colorita e, mostrando una sua opera, un’incisione di un nudo femminile, indicava una presunta diagonale formata dalla gamba della signorina e dal suo bel sedere.

    “Ara qua el to Mondrian!” esclamò soddisfatto.

    La diagonale, indiscutibilmente c’era, anche se l’occhio cadeva felice su appaganti rotondità e armoniose curve adamitiche.

    Risate, applausi, “Toh bevi, che bon sto prosecco…”

    Questa volta, però, De Giorgis aveva accusato il colpo e non era riuscito a dissimulare il suo risentimento con una battuta di spirito ben assestata.

    Forma, struttura … pittura: era stato toccato un nervo scoperto. Cosa temeva?

    Lo infastidiva il fatto che ad un suo quadro fosse associata una struttura astratta? Perché? Il ricordo di antiche battaglie perdute? Forse qualche amico lungo quel percorso si era irrimediabilmente perso?

    Nel frattempo, sprofondati nel leggero tedio che dà la libertà in un posto dove non si può far niente, la nostra attenzione era stata attratta da due piccoli quadretti. In realtà si trattava di due pezzi di carta di giornale o di qualche rivista incorniciati, sopra cui erano state tracciate delle figure, forse con una matita rossa e nera. Non erano figure complete, ma frammenti di sagome. Linee spezzate aperte ripetute più volte con qualche lieve variazione. Sembravano schizzi di qualcuno che stesse cercando la forma giusta.

    Un amico di famiglia, in libera uscita dalla sala delle discussioni, ci spiegò che quelli erano i disegni di Gino Rossi, un bravissimo pittore che aveva finito la sua vita in manicomio.

    Le nostre domande sui matti e i manicomi scrosciarono incontenibili: I matti perché? I matti per dove, i matti cattivi, i matti buoni? Un mio amico ha visto un documentario sull’elettroshock…

    Quello che mi colpì nelle risposte dell’adulto fu che in manicomio non ci finivano solo i “matti”, ma anche persone con una sensibilità particolare, e che talvolta queste persone, non trovando più la forza di affrontare il mondo esterno, si sentivano persino protette da strutture così opprimenti.

    Saranno state quelle parole, sarà stata la canzone dello Zecchino d’Oro “…in via dei matti numero zero…”, fatto sta che la parola “matto” ha sempre evocato in me un alone di risonanze positive: un lazzarone simpatico che sbeffeggia i bigotti luoghi comuni e, come Amleto, dice quello che nessun’altro ha il coraggio di dire… tranne gli eroi e i santi, si intende… anche se il matto non ambisce per sé al plauso della gloria tributatagli da una statua impomatata dai colombi o al consenso di una qualche divinità sproloquiante da estatici paradisi disumani.

    Fu questo il mio primo contatto con Gino Rossi. Un ricordo lontano e quasi ancestrale appartenente all’infanzia, conservato con la tenerezza e la devozione con cui si custodiscono i cimeli di quando si era bambini.

    Rimasi colpito dall’ingiustizia che un essere umano tanto dotato e sensibile non avesse potuto esprimere il suo talento in modo compiuto. Un sentimento che mi sono portato dentro fin da bambino e che è riemerso nella mia mente dopo la visita alla mostra allestita a palazzo Roverella.

    Così ho maturato l’idea di rendere giustizia all’artista trevigiano con il Teatro ed ecco prendere vita “Il colore della forma”, dramma da me scritto incentrato sulla figura di Gino Rossi.

    In questo testo teatrale lo sfortunato pittore consegna a Renato De Giorgis degli schizzi, gli stessi schizzi che la casa di De Giorgis ha regalato ai miei occhi e che ora io vorrei idealmente consegnare a voi lettori, in una sorta di staffetta del ricordo, per donare la memoria di un uomo, dalla straordinaria sensibilità artistica, alla cura delle vostre menti; perché non vi è nulla di più prezioso e sicuro dove poter custodire le storie degli uomini.

  • Il sapore del Grano

    Il sapore del Grano

    La strada si snodava fluida nella pianura già estiva. Pareva un lungo filo che, passando tra i paesi, li volesse catturare unendoli come perle di una immaginaria collana.

    Finalmente Liliana poteva godersi lo scorrere del paesaggio mentre viaggiava. Oggi era lei il passeggero, mentre il pullman sfrecciava veloce sulla tangenziale che tagliava in due ampie distese bionde di grano. Sotto il cielo di un insolito, limpido celeste, era adagiata la massa luminescente delle spighe mature.

    In quell’ora del primo pomeriggio pareva che il sole traboccasse sulla terra in un bagliore intenso, pieno: un vero urlo di luce.

    Qualche nuvola spumosa, d’un candore perfetto si lasciava sfilacciare dal vento mutando forma per dileguarsi in sottili brandelli fluttuanti nell’immenso vuoto di quel cielo di giugno. Ma fu il grano, così intensamente giallo, così abbagliante a condurla nel passato. Un flash back improvviso, inatteso ma profondo ed intenso venne come un desiderio inespresso che si affacciava ai bordi della memoria.

    Rivide suo padre, che mai l’aveva accarezzata, né abbracciata per una sorta di atavica tradizione contadina che imponeva di tenere nascosti gli affetti negando anche i gesti che li esprimevano. Lo rivide mentre camminava ai limiti del campo. Lei lo seguiva, bambina con due sottili treccine abbandonate sul petto. Lui sollevò un braccio e con la mano accarezzò le spighe facendole dondolare. Ripeté quel gesto come se suonasse uno strumento invisibile. Dal grano asciutto e brillante uscì un fruscio, un soffio, un respiro vitale.

    – E’ pronto! Si può tagliare! –

    Il padre strappò alcune spighe e le strinse nel pugno muovendo le dita con forza. Riaprì il pugno vi soffiò sopra lentamente… Piccole pagliuzze volarono via planando leggere nell’aria. Sulla durezza collosa della mano spalancata erano rimasti, pesanti ed immobili, alcuni chicchi giallo scuro, definito, tendente al marrone.

    – Mangia! –

    Lei si era avvicinata e con le piccole dita aveva becchettato come un passero quei grani portandoseli ubbidientemente alle labbra.

    Mentre ne avvertiva la solida consistenza e il gradevole tepore, lui s’era già avviato per entrare nel campo, tra le spighe, per continuare quel controllo che precedeva la mietitura.

    Liliana triturò i chicchi e ne gustò la dolcezza farinosa che la saliva trasformò in un boccone elastico e gommoso dal sapore di pane. Masticò ancora un po’ perché quel gusto era buono. Il padre era già lontano e lei non osò entrare tra le spighe perché erano della sua stessa altezza, e poi chissà se lui sarebbe stato contento!

    Lo vide ancora accarezzare quell’oro dondolante al sole. Risentì la musica lieve come un soffio e per un breve momento, che subito ricacciò nel profondo, desiderò che la mano di suo padre le accarezzasse i suoi capelli come aveva fatto con le spighe mature.

    Deglutì e socchiuse gli occhi mentre il paesaggio dorato aveva lasciato il posto ai tetti della città ormai vicina. Intenso sentiva nel cuore il sapore del grano, che con la dolcezza del ricordo l’avrebbe accompagnata per il resto della giornata.

  • Le “Stanze” di Alessandra Rigolin

    Le “Stanze” di Alessandra Rigolin

    Cosa avviene quando una passione esplode dando disappunto alla normalità?

    L’esperienza artistica di Alessandra Rigolin nasce nel 2009 quando acquista la macchina fotografica e conosce Davide Rossi, Fotografo e Alchimista (come ama descriversi nel sito a lui dedicato) con cui inizia un grande percorso professionale e umano.

    Alessandra scopre nella fotografia un ingrediente terapeutico contro un male spirituale da cui in quel periodo della sua vita era afflitta. L’artista risulta sguarnita di certe posizioni mentre i fantasmi interiori sollecitano il passato, ma ben presto impara ad osservare il mondo dietro all’obiettivo anzi dentro l’obiettivo cedendo il passo all’interesse. Un disegno mentale di rinascita personale avversato solo dall’incognita nel futuro, non certo nel coraggio.

    Lei, piccola donna piena di sogni e di speranze, vede nella fotografia una tecnica ignota, ma affascinate capace di liberarla dalle angosce interiori e finalmente di esprimersi senza però conoscere la meta del suo viaggio.

    La giovane rodigina nel 2012 frequenta a Padova un Master Class del fotografo Enrico Bossan che le imposta un’esperienza e le illumina il percorso. Da allora inizia in solitaria un esercizio privato: sul tavolo di casa depone la sua quotidianità e si chiede “chi è Alessandra Rigolin? Chi sono io?” Dopo un anno di numerosissime fotografie e di ricerca interiore (quasi un cortometraggio) nasce il progetto della performance, un elaborato a lunga stagionatura che ha richiesto molto impegno nel connubio tra immagine stampata ed esposizione teatrale. Questa formula ha una modalità di realizzazione sottile ed efficace dalla profonda libertà espressiva che va oltre l’osservare una fotografia e si arricchisce di ascolto, sensazioni, parole, musica…

    L’obbiettivo dell’artista è consegnare al pubblico la stessa possibilità di indagine interiore dalla quale scappiamo quotidianamente e che lei ha vissuto in prima persona.

    Le chiama “Stanze”, ovvero angoli della mente non necessariamente oscuri, ma forse scomodi, lontani nel tempo e nello spazio, in quella parte dell’Io non così dominante come pensiamo e con cui non siamo abituati a fare i conti.

    “Il nostro corpo – chiarisce Alessandra Rigolin – è un luogo fatto di molte stanze dove siamo ospiti e dove abbiamo la possibilità di aprire tutte le porte, dall’ambiente più angusto a quello più familiare e piacevole. Ma di augurio si tratta perchè la performance è concepita come un regalo a chi avrà la sensibilità di capire, la pazienza di ascoltare e il coraggio di viaggiare”.

    Gli elementi della scenografia sono volutamente essenziali in un ambiente inclusivo che avvicina pubblico e protagonista. Ogni partecipante avrà quindi la possibilità di rivivere personalmente le proprie Stanze attraverso l’esperienza guidata dell’artista, ed uscirà dallo spettacolo con occhi diversi ed un atteggiamento non giudicante nei confronti di sé stesso e del mondo.

    Il progetto inoltre si trasforma in un libro per arrivare direttamente ad un pubblico sempre più informato ed è concepito come un oggetto da custodire una volta portato nel proprio ambiente domestico come un esercizio terapeutico di ascolto interiore.

    La fotografia di oggi è sovente oggetto di patinati ritratti o paesaggi, mentre l’arte di Alessandra Rigolin è nelle intenzioni tutt’altro: un genere introspettivo, sperimentale e concettuale. La necessità di trovare la Donna dell’Oggi si perde tra le mille donne di un passato di sofferenza andando a ritroso fino a ricercare quella bambina di sei anni che ha dentro di lei e proprio quest’immagine è la prima scelta a inizio del progetto, ovvero la Stanza più sicura dove voleva giungere l’artista qui immortalata con la sua mamma. Il tenero bacio familiare che le unisce è un porto sicuro di tutti i bambini e dell’umanità intera che nella figura materna vede l’essenza della vita stessa.

    La locandina dello spettacolo “Stanze” è un’immagine scomposta, strappata che rappresenta uno dei suoi primi “soffocamenti” ovvero i suoi stati di disagio interiore da cui ha saputo riemergere proprio attraverso il gesto liberatorio dello strappo.

    Il Video Promo di “StanZe” è stato girato nell’incantevole cornice di Villa Nani Mocenigo a Canda (Ro) mentre le performance hanno preso luogo al Ridotto del Teatro Sociale di Rovigo e presso la Chiesa di San Rocco a Este.

    Per l’artista un progetto culturale significa “opera totale” che vede l’impiego di diversi media con profonda partecipazione emotiva e dialogo tra creatore e destinatario. Le immagini, sviluppate su carta Fine Art, trasformano un semplice scatto in composizione artistica, la sua fotografia è un’opera stampata su carta cotone rivisitata, strappata, ricucita e vissuta. Alessandra Rigolin è un’artista raffinata che vive la fase creativa sulla propria pelle e in un periodo di forti verticalizzazioni del gusto sceglie collaborazioni virtuose come le iniziative di “Branco Ottico” di Davide Rossi, vivace gruppo di sperimentazione fotografica.

    www.alessandrarigolin.com

  • Vinicio Ferrigato e l’acquerello

    Vinicio Ferrigato e l’acquerello

    Badiese purosangue, Vinicio Ferrigato da qualche anno si sta facendo sempre più apprezzare come valente acquarellista sviluppando, con pazienza e impegno, una propensione per il disegno e la pittura cullata nel suo intimo fin da ragazzo.

    Una passione, la sua, rimasta a lungo sopita per l’impronta tecnica degli studi di ragioneria prima e per gli impegni di lavoro poi. Ma infine il desiderio di cimentarsi nell’ambito della pittura ha avuto modo di emergere con una forza insospettabile.

    Come spesso capita a diversi artisti, la creatività innata e il desiderio di esprimere le pulsioni dell’animo si mutano in incontenibile desiderio di comunicare l’universo interiore come un canto liberatorio, un volo fuori dal quotidiano. Vinicio allora frequenta corsi di pittura con il maestro Loris Rossi a Trecenta e Rita Bazzi a Badia Polesine, apprendendo tecniche e modalità espressive capaci di dare corpo a sogni lungamente coltivati.

    Dipinge a olio su tela anche se, la sua vera passione si rivela essere l’acquerello che inizialmente affronta con timoroso rispetto, ritenendolo una tecnica difficile e poco adatta a coloro che non hanno un bagaglio di studi specifici. L’innata caparbietà e l’impegno serio gli regalano invece la certezza di riuscire a destreggiarsi tra i segreti e gli accorgimenti che questo genere pittorico richiede a chi lo intraprende.

    Inizia quindi, quasi timidamente, il percorso di Vinicio artista, partecipando alle prime collettive con gli allievi dei corsi di pittura frequentati. Successivamente propone le sue realizzazioni pittoriche “in solitaria”, mettendo in evidenza il talento espressivo che sonnecchiava tra le pieghe del suo animo. Diversi paesi del territorio polesano accolgono le sue rassegne pittoriche, tributandogli lusinghieri consensi e riconoscimenti di tutto rispetto.

    E’ tutto ciò che lo circonda ad offrirgli spunto per dipingere e creare, lasciando al colore lo spazio per dare pienezza e vita ai vuoti. La natura, che si apre nell’ampiezza dei campi e nella fluidità dei corsi d’acqua serpeggianti nelle terre polesane, è sovente “fotografata” dal felice pennello di Ferrigato che ne adagia le delicate creature sul candore della carta.

    Molto amato si rivela anche il mondo degli animali che popolano, con la loro presenza gradevole e viva, molte opere dell’artista badiese. “Zoo …di carta” è infatti il titolo di una sua personale dove i ritratti degli animali costituiscono il tema portante attraverso una forte espressività conferita ai soggetti immortalati nelle loro pose caratteristiche.

    Gatti dagli occhi sgranati, cani che offrono all’osservatore la loro garbata fedeltà, cavalli che esibiscono la sensuale plasticità con inimitabile eleganza e pettirossi messaggeri del freddo che sembrano volerci donare il guizzo di una fiamma siglata da Madre Natura sul loro minuscolo sottogola.

    Non mancano i fiori nella rassegna espressiva di questo artista dal tocco misurato e nel contempo raffinato, capace di accarezzarci il cuore con l’elegante effetto dell’acquerello. Sono i giardini ad ispirarlo con le loro creature dalle corolle fitte di petali ed esili nella forma, create per la gioia degli occhi, l’ispirazione dei poeti e la passione degli innamorati che ne fanno dono alle loro amate.

    La variegata gamma dei veli cromatici creati dall’acquerello diventano, nella pittura di Vinicio Ferrigato anche volti, espressioni, specchi di sentimenti e di sensazioni che solo la persona può manifestare e comunicare.

    E’ forse questo il più bel traguardo raggiunto dall’artista badiese, col prezioso dono dell’umiltà, che ha catturato con il pennello e l’acqua i colori dei nostri sogni.

  • “Ombre d’Arte”

    “Ombre d’Arte”

    Non importa essere artisti di professione per destare l’interesse e l’ammirazione del pubblico. Si può disegnare, dipingere, scolpire, modellare anche da “amatori” e ottenere un migliaio di visite contraddistinte da ammirazione e complimenti.

    Ne hanno avuto prova Danillo Burin, Emanuele Galuppo, Gianni Morini e Vincenzo Valsecchi nelle due settimane a inizio marzo, grazie all’esposizione “Ombre d’arte”, rassegna organizzata dal gruppo culturale spontaneo omonimo, con il patrocinio del Comune di Rovigo, del Conservatorio Francesco Venezze e la collaborazione dell’Associazione Polesana della Stampa. Nell’occasione la sala Pescheria Nuova di Corso del Popolo a Rovigo è diventata un contenitore culturale centro di una serie di iniziative che spaziavano dall’arte figurativa alla letteratura e al giornalismo, con interessanti “contaminazioni” musicali di amici ospiti nel segno di Jazz, Blues e Pop.

    Attenzione concentrata su 80 opere, 71 quadri e 9 sculture, in particolare sui lavori di quattro professionisti rodigini, Danillo Burin, Emanuele Galuppo, Gianni Morini e Vincenzo Valsecchi, che, uniti dalla comune passione per la musica, spesso tema di quadri e sculture, e vestiti i panni di pittori e scultori, hanno dato vita ad una collettiva molto stimolante. Si andava dalla visione figurativa di Burin a quella onirica di Galuppo, dalle opere in ferro, ma non solo, di Vincenzo Valsecchi, all’astrattismo di Gianni Morini. Opere intense, ricche di significato, che hanno rappresentano il sentire e l’animo degli autori accoppiandole all’indubbio talento e a una tecnica sorprendentemente avanzata per “non professionisti”. Le pareti dei due piani della sala sono state ravvivate dal colore e dalle elaborazioni artistiche, in un mix che ha accontentato i vari generi, dove ognuno ha potuto trovare ciò che più ha sentito vicino a sé. Tutte le opere hanno segnalato la freschezza delle proposte tematiche e la volontà di esprimere nell’arte il modo di sentire e vivere la vita, il pensiero, le sensazioni e le emozioni.

    Di Emanuele Galuppo ha colpito i visitatori la capacità di cambiare stili e le visioni (passando dall’olio all’acrilico) realizzando profili e ritratti con forti personalizzazioni. La sua è l’espressione di una realtà “sezionata” con forte componente onirica. Nella scelta del soggetto punta generalmente a focalizzare una figura reale e a collocarla in un ambiente spesso irreale. E’ molto ampio l’uso del colore, sempre su toni caldi, mai violenti.

    Gianni Morini, è, dei quattro, il più giovane quanto ad attività pittorica. Con tele e pennelli realizza il suo intenso desiderio di espressione come un piacere personale, un modo per rilassarsi. Il manifesto artistico è: metto in evidenza ciò che non c’era: il bianco è diventato colore. Sovrapporre i colori, secondo l’istinto, è una sovrapposizione di emozioni. Si ispira palesemente a modelli quali Pollock, Kandinsky e Mirò, facendo valere la sua abilità nel disegno geometrico. Non certo un realismo figurativo, bensì una forma di accademismo colto che nasce e si svolge mediante la ricomposizione di colori alla ricerca di nuove soluzioni cromatiche. Emergono dunque i volti dell’artista geometrico e rigoroso accanto a quelli dell’originalità e della sperimentazione. Segno e colore come due versioni della stessa anima.

    Quando Vincenzo Valsecchi, 42 anni fa, si cimentò nel suo primo lavoro artistico (dopo i ritratti degli insegnanti con i gessetti sulla lavagna) scelse la strada più originale, la scultura con martello e scalpello nello zucchero solidificato: una testa di San Pietro. Segue la strada più tradizionale con il Cieco Omero del 13 giugno 1977, quindi la pittura nel 1983. Musicista molto noto sulla scena nazionale e locale, Vincenzo Valsecchi è tornato alla ribalta con la lavorazione del filo di ferro. Piegato, tagliato, modificato, elaborato. Materiale duttile, è plasmato da Valsecchi sulla base delle sue idee e della sua creatività. Inoltre, le sue elaborazioni gli permettono di produrre con un filo accoppiato a una fonte di luce, una serie di proiezioni su fondo bianco, variabili a seconda di idee, sentimenti e creatività. Da ottimo jazzista, Valsecchi parte da un tema iniziale e lo rielabora utilizzando oltre alla materia ferrosa anche legno, argilla sintetica, marmo, sasso, supporti e armature delle varie composizioni. La proiezione diventa componente fondamentale dell’opera e, grazie ad essa, ognuno può ottenere sfaccettature personali in grado di rappresentare la realtà artistica proposta dall’autore.

    Danillo Burin si è mostrato autore dotato di tecnica artistica, un fotografo che al posto della macchina fotografica usa il pennello, un ricercatore e uno sperimentatore con evidenti influssi impressionistici. Dal professor Angelo Prudenziato a Loris Rossi, ha tratto insegnamenti così come dal disegno tecnico imparato all’Università. Non sarebbe bastato per produrre ritratti, paesaggi di sicuro impatto se non vi fosse una profondità intellettuale e una capacità espressiva evidenziata dalla contrapposizione sulla tavolozza con il suo carattere schivo e riflessivo. Quando dipinge lo fa in apnea: si estranea, inizia e finisce. Soggetti molto diversi, mai preordinati. Dipingere è quasi una sfida con sé stesso. Si chiede: sono capace di farlo? Appena quel tipo di quadro lo soddisfa cambia soggetto. E’ l’artista dei cipressi o pioppi rossi: il rosso lo caratterizza non soltanto con i gruppi musicali.

    Con i quattro di Ombre d’arte hanno esposto: Alessandro Lombardo, Stefano Pastore, Eddy Renesto, Sandra Bazzan, Antonio Carrara, Daniela Carotta, Francesca Lavezzo, Maria Grazia Piccolo, Erika Patracchini, Silvia Gazziero, Davide Rossato, Ivana Nicolodi e Viola Barin.

    A latere, oltre alla riunione del Sindacato giornalisti del Veneto alla presenza del segretario nazionale Fnsi Raffaele Lorusso, sono stati organizzati incontri letterari in collaborazione con l’Associazione Polesana della Stampa. Sono stati presentati i libri: “Ho fatto centro” di Marco d’Incà con la partecipazione di Oscar De Pellegrin, oro paraolimpico nel tiro con l’arco, presentati da Monica Andolfatto, segretaria del Sindacato giornalisti del Veneto. “Dicotomia d’amore” di Riccarda Dalbuoni, che con Nicoletta Canazza e Nicola Chiarini ha aperto un dibattito sui rapporti tra l’universo femminile e quello maschile. “La vita che mi spetta” di Andrea Priante, giornalista del Corriere del Veneto, con Gabriele Andriotto, un episodio di cronaca polesana narrato e sviscerato in tutte le sue sfaccettature.

    Un’esperienza apprezzata da ripetere.

  • Carlo Barbierato (1964-2018)

    Carlo Barbierato (1964-2018)

    Manca poco al concerto, ultima ripassata alle Trombe (l’instabile meteo primaverile, sul far della sera, regala un repentino mutamento di temperatura e di umidità) e le ance, appena accordate, eccole che si spostano di nuovo: «Se rinasco… metto su una fabbrica di macchine da cucire a Taiwan!». In questa frase, che ricordo sempre con un sorriso, si racchiude una delle battute più ricorrenti dell’Amico e Maestro Carlo Barbierato col quale ho condiviso più e più sessioni di accordatura quando ci si dava una mano nell’organizzazione dei concerti. E cosa c’entrano le macchine da cucire? Nulla, naturalmente. Ma la battuta – tra ance, grucce, piedi, cunei, tiranti, ecc. – aveva il suo perché e si sposava benissimo con quello humor tutto speciale che, chi ha conosciuto davvero Carlo, non può non ricordare.

    La notizia della sua prematura dipartita, sul finir di dicembre scorso, ha lasciato tutti sgomenti: tanto più che, dopo tante lotte e vicissitudini in conseguenza del terribile incidente stradale di settembre 2017, pareva le cose stessero infine migliorando.

    Carlo Barbierato era davvero uno degli esempi, forse rari nell’umanità odierna, nei quali si poteva riscontrare assoluta identità tra vita, passioni e lavoro. La musica organistica e l’Organo come strumento e opera d’arte ad un tempo, erano – per Carlo – tutto: rappresentavano i suoi studi, il suo lavoro, le sue ricerche, la sua attività artistica, il suo hobby, le sue collezioni e il suo lascito.

    Andiamo con ordine.

    I suoi studi

    Nel 1990 si era diplomato in organo e composizione organistica sotto la guida dei Maestri Pierluigi Comparin e Mons. Luigi Pieressa. Per essi Carlo nutriva una vera e propria venerazione. La sua attività di organista era iniziata a Polesella molti anni prima: infatti sin dal 1977 era titolare presso la Basilica di S. Maria del Rosario.

    Il suo lavoro

    A seguito di concorso nazionale aveva ottenuto la cattedra di Organo complementare e canto gregoriano presso il conservatorio “Don Lorenzo Perosi” di Campobasso: ruolo tenuto dal 2000 per diciotto anni.

    L’intensa attività concertistica, che Carlo portava avanti con deciso entusiasmo, lo ha portato ad esibirsi in centinaia e centinaia di concerti in Italia e in Europa. La sua proverbiale dedizione all’Ottocento Organistico Italiano (Padre Davide da Bergamo, Giovanni Morandi e Vincenzo Petrali avevano un posto speciale nel suo cuore) ha contribuito alla conoscenza e alla diffusione di questi autori fino a qualche tempo fa decisamente “non standard” in quanto non conosciuti, non eseguiti, fors’anche non apprezzati. Grazie a loro Carlo ha fatto accostare alla musica organistica e sacra un pubblico che, diversamente, non si sarebbe avvicinato.

    Le sue ricerche

    Il repertorio e gli strumenti: i due pilastri fondamentali dell’attività di Carlo. Strenua ricerca di spartiti, scambio di partiture fra colleghi, indagini d’archivio, pubblicazioni, smisurato amore per il patrimonio organario.

    Carlo conosceva a memoria il quadro fonico praticamente di tutti gli strumenti polesani; per anni si è dedicato al loro studio e alla loro catalogazione. Dal 2001, è stato referente della Regione Veneto per la catalogazione degli Organi Storici diocesani. Ha pubblicato composizioni organistiche e scritti di storia organologica: in particolare ha curato il capitolo del Volume “Diocesi di Adria-Rovigo” (facente parte della Collana “Storia Religiosa del Veneto”) dal titolo “Un patrimonio poco conosciuto. Organi e organari” in cui, per la prima volta, è stata pubblicata un’esauriente mappatura degli strumenti esistenti.

    Quale referente diocesano per gli organi musicali, si è adoperato per il restauro di tantissimi strumenti con una professionalità e con un rispetto filologico che ha tuttora molto da insegnarci; instancabile nell’intrattenere rapporti e nel gestire contatti fra parroci, diocesi, enti finanziatori, case organarie; il tutto sotto il faro luminoso di inscalfibile onestà culturale, procedurale e gestionale.

    La sua attività artistica

    Si è già scritto dei molti concerti tenuti da Carlo. L’attività che vogliamo ora ricordare è invece quella legata alla direzione artistica delle due rassegne principali: i Concerti d’Autunno e i Concerti di Primavera. Le rassegne erano così descritte: musiche organistiche e corali tra Settecento e Novecento per la conoscenza e la valorizzazione del patrimonio organario del territorio diocesano di Adria-Rovigo e per la diffusione della musica sacra strumentale e vocale.

    Musica, organi, territorio: il file rouge di quarantasei rassegne dirette da Carlo. La prima risale al 1992 quando, con soli quattro concerti in calendario, ebbe inizio la lunga avventura. Già nell’anno 1998 le parrocchie desiderose di aderire erano diventate così numerose da non riuscire più a gestirle all’interno di un unico ciclo; fu così che, a fianco dei Concerti d’Autunno, nacque la rassegna “gemella” dei Concerti di Primavera: un totale di 494 eventi musicali!

    Oltre a queste è poi nata la rassegna Estate Organistica a Santa Maria in Punta, tutta dedicata al meraviglioso strumento di quella chiesa. Ma i concerti organizzati sono ancora di più se si considera che, in occasioni speciali (quali ripristini o restauri di strumenti, anniversari di inaugurazione, ricorrenze particolari, ecc.) spesso venivano organizzati, fuori rassegna, cicli ad hoc di due o tre concerti.

    Preminente poi, nella sua attività, la questione relativa alla musica sacra, intesa come simbolo di cultura e bellezza nella Chiesa.

    A Carlo stavano particolarmente a cuore le parole di Papa Benedetto XVI che, già da Cardinale, aveva scritto: «Una Chiesa che si riduca solo a fare della musica “corrente” cade nell’inetto e diviene essa stessa inetta. La Chiesa ha il dovere di essere anche “Città della Gloria”, luogo dove sono raccolte e portate all’orecchio di Dio le voci più profonde dell’umanità. La Chiesa non può appagarsi del solo ordinario, del solo usuale: deve ridestare la voce del Cosmo, glorificando il Creatore e svelando al Cosmo stesso la sua magnificenza, rendendolo bello, abitabile, umano»¹. Parole che ci fanno ricordare l’amore di Carlo per la liturgia, per la musica sacra nel contesto liturgico, per il coro; anzi: per i cori che con competenza e dedizione ha seguito in tanti anni di attività.

    Il suo hobby

    Carlo, nel (poco) tempo libero, si dedicava alla cura e al restauro di vecchi pianoforti e soprattutto di harmonium (altro interessante strumento del quale propugnava l’uso e la riscoperta); era, la sua, una passione a tutto tondo. Dava una mano anche in quelle parrocchie dove, non essendo possibile organizzare un concerto organistico (per non buone condizioni dello strumento), lavorava tuttavia per renderlo almeno fruibile nell’uso liturgico. In ogni parrocchia da lui frequentata riusciva sempre a costituire un gruppetto di “amici dell’organo”, una sorta di task force di volontari che di lì in poi, conoscendo meglio lo strumento, avrebbe avuto maggiore consapevolezza e capacità nel prendersene cura.

    Le sue collezioni

    Negli anni Carlo era riuscito a mettere da parte una raccolta assai considerevole di strumenti. La collezione, iniziata quasi per gioco, è poi diventata talmente sostanziosa da far nascere in lui l’idea di dar vita ad un vero Museo. In relazione a quest’ultimo, con l’aiuto di una cerchia ristretta di autentici amici e veri appassionati, aveva già cominciato a lavorarci, a studiare tempi, modalità, ubicazione, collaborazioni di enti e di privati.

    Il materiale a disposizione è effettivamente notevole: harmonium, pianoforti, pianopedali, organi positivi, clavicembali, organi elettronici, organi Hammond, ma anche: trombe, tromboni, corni, ocarine, fisarmoniche, spartiti, dischi, libri…

    Il suo lascito

    Scriveva Sofocle: della vita di un uomo non si può dire se essa sia stata misera o felice prima che essa sia conclusa². E noi? Dopo tanti anni di amicizia e di condivisione, dopo tanta musica fatta assieme, dopo tante accordature, dopo tante cene e tanti viaggi, anche dopo tanti rimproveri (Carlo si trascurava sempre, si accollava troppi impegni e non dava mai retta ad amici e parenti che gli ordinavano di riguardarsi), che cosa possiamo dire? Che bilancio possiamo stilare? Quale bagaglio ci resta? Sapremo portare avanti le sue idee e dar compimento alle sue intuizioni? Chiunque l’abbia conosciuto e stimato sa come rispondere.

    Carlo, grazie al cielo, di Amici ne aveva molti; in tanti gli sono stati vicino soprattutto nell’ultimo difficile anno. I frangenti vagliano gli amici come il fuoco l’oro³ e Carlo ha davvero potuto toccare con mano la verità di questa sentenza. Se da un lato lo amareggiava il vedere che tante amicizie erano di facciata e finalizzate all’ottenimento di servigi musicali (molti, in un anno e tre mesi di convalescenza, non hanno trovato mezz’ora per fargli visita), dall’altro il duro periodo della sofferenza gli ha fatto riscoprire il vero significato dell’amicizia autentica, quella che nulla chiede e nulla pretende. Ci sono stati amici e colleghi che non hanno esitato a percorrere mezza Italia pur di andarlo a trovare, altri si sono dati da fare per rendere la sua convalescenza (all’ospedale e a casa) meno difficoltosa: questo lo ripagava in modo indescrivibile. Carlo, la cui modestia era antonomastica, che schivava gli applausi, che si definiva “allergico ai lati corti delle tavole” (non si metteva mai capotavola), che musicalmente si riteneva una nullità (pur avendo consacrato la vita ad Euterpe) ha visto infine – nel momento della prova – chi davvero gli era amico.

    Sicuramente abbiamo imparato molto e altrettanto siamo cresciuti insieme a lui.

    Non solo perché la cultura di Carlo era davvero vasta (gli studi liceali, gli insegnamenti della zia e del papà, la spiccata intelligenza e lo studio personale e sistematico avevano un peso), non solo perché con le rassegne concertistiche ha tracciato e indicato una strada, non solo perché con quanto da lui collezionato e raccolto in tanti anni ha gettato le basi per un futuro museo, ma soprattutto perché Carlo ha rappresentato, a tutti gli effetti, un maestro vero.

    Il mondo dei “maestri”, dopotutto, si divide in due grandi categorie: quelli che insegnano perché hanno da trasmettere qualcosa; quelli che insegnano per dimostrare la loro bravura. Si può imparare tanto dai primi quanto dai secondi; ad entrambi la mente di chi desideri apprendere può concedere ampio tributo e profonda riconoscenza; tuttavia solo ai primi è concesso albergo eterno nel cuore.

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