“Polesine” è una apprezzata lirica, che dà anche il titolo all’ultima raccolta di versi di Gigi Fossati “Polesine. Versi. Rovigo 1952”. Una poesia, pubblicata dall’autore nel lontano 1952, divenuta famosa soprattutto grazie all’armonizzazione per cori a quattro voci, ideata giusto 45 anni fa dal maestro Sergio Liberovici e da qualche anno adottata come sigla del rodigino Coro Monte Pasubio.
L’autore
Gigi Fossati (1900-1986), è stato un polesano d’adozione, originario di Lonigo, trapiantato a Rovigo all’indomani della disfatta di Caporetto. Poeta e scrittore “per divertimento”, accanto all’attività di impiegato comunale, si interessò della cronaca locale, svolgendo attività giornalistica presso La Voce del Mattino, per passare poi al Gazzettino ed approdare infine al Resto del Carlino.
Ha conosciuto la notorietà soprattutto grazie ad alcune pubblicazioni in prosa e in versi, che hanno attraversato il secolo scorso.
La passione letteraria gli ha dato il privilegio di frequentare i maggiori poeti e critici polesani, in particolare Nando Palmieri e Gastone Martini. Del fortunato sodalizio, resta traccia nella comune militanza nella storica “Abbazia degli illusi” e nella lusinghiera prefazione dell’amico Eugenio Ferdinando Palmieri, che, nelle “rime scritte all’improvviso” aveva colto genuinità e scorrevolezza (“Fossati… balza lietamente da un motivo all’altro senza preoccupazioni… un indisciplinato… un giullare, un sentimentale, uno scettico…”).
Pare il ritratto di un “poeta per caso”, sempre a caccia di immagini e occasioni letterarie. In buona parte, il ritratto è veritiero, specie se si considera che il mestiere letterario ha occupato gli spazi extralavorativi, portando dunque il segno di una vocazione sognata e profondamente idealizzata.
“Polesine”
La poesia, ispirata al paesaggio polesano, è assai lontana dalle immagini di maniera, popolate di tramonti sul fiume e migrazioni di rare specie di uccelli, contemplate nelle turistiche gite in barca. La vena lirica di Fossati punta dritta alla lotta con il fiume e le frequenti inondazioni; una vita di stenti con l’incubo di dover lasciare la terra a lungo contesa alle acque.
L’apertura è fatta di note essenziali: “aqua e tera”, un paesaggio inconfondibile, nel quale l’orizzonte si perde all’infinito, trasudando fatica e lavoro. Immagini di solitudine che sfiorano la tragicità e l’abbandono, resi nella forma pregnante della lingua materna, il dialetto (“…gnente piante, gnente ombrìa…”).
Domina il silenzio, appena interrotto dalla cena frugale a sera, prima di coricarsi e risentire la disperazione di una terra inospitale, conosciuta e sofferta per un’intera esistenza, “da putini che da grandi”. E’ una vena sanguigna quella di Fossati, che non a caso è stata interpretata nel senso della protesta sociale e quindi raccolta da artisti e cantanti, che hanno associato il testo a numerosi altri di analogo spirito popolare contadino e operaio.
L’armonizzazione di Liberovici e l’iniziativa di Giorgio Vacchi
La fortuna della lirica si deve, in particolare, all’incontro del poeta rodigino con il musicista Sergio Liberovici, torinese di nascita, artista geniale e creativo, appassionato di musica e teatro, nonché reduce da un’intensa esperienza partigiana in giovane età. Liberovici ha inserito la poesia di Fossati nella feconda raccolta di canti di protesta, proposta nei primi anni sessanta nello spettacolo teatrale “Canti per noi” e pubblicata nel n. 1 de “Il nuovo canzoniere italiano”.
Con il gruppo “Cantacronache”, animato assieme alla moglie Margot (Margherita Galante Garrone), la canzone vive la sua seconda giovinezza, con le esecuzioni di Margot e, successivamente, della cantante e musicista Daisy Lumini.
A quarant’anni di distanza, “Polesine” entra nell’album “Cantata del secolo breve” di Giovanna Marini (2001). Fin qui, la canzone è affidata ad interpreti di spiccata personalità, che la associano a una storia sociale rivissuta in chiave di protesta assieme a numerosi altri testi in antitesi alla guerra e alle ingiustizie.
Poi, con la rielaborazione per compagini corali a quattro voci virili, “Polesine” ritorna alle origini, al suo territorio, grazie all’opera di Giorgio Vacchi, bolognese di nascita, straordinario ricercatore e musicologo di fama, che ha dedicato un’intera vita alla musica popolare.
Dopo gli studi accademici, Vacchi unisce alle ricerche etnomusicali l’attività di direttore del coro bolognese “Stelutis”, con il quale diffonde, ben oltre i confini della sua terra, l’amore del canto popolare riportato in luce da un meticoloso lavoro di ricerca, condotto spesso a diretto contatto con la tradizione orale rimasta in vita. A lui si deve l’armonizzazione del canto di Gigi Fossati e Sergio Liberovici, ricostruito e diretto nei primi anni ottanta del secolo scorso e, successivamente, dedicato al coro “Soldanella” di Adria.
La versione messa a punto da Vacchi rinvigorisce l’ispirazione originale, giocando sull’alternanza solista-coro e animando l’esecuzione con il ritmo ternario di due reparti, come a suggerire il senso di una vasta solitudine e di un orizzonte, dove acqua e terra paiono sfumare in struggenti lontananze. Il racconto si dipana lentamente, seguendo le vicende quotidiane che, a tratti, si caricano di drammaticità e allora il tono si alza, spegnendosi gradualmente fino alla chiusura in basso punteggiata dal falsetto in controcanto.
Il Coro Monte Pasubio
Dall’esecuzione e la dedica al coro adriese, sono trascorsi quarantacinque anni. A fine anni ottanta, su iniziativa del maestro storico Nazzareno Fogagnolo, il canto entra a far parte del repertorio del coro “Monte Pasubio” di Rovigo e, da qualche anno a questa parte, ne costituisce la sigla, per volontà dell’attuale direttore, Pierangelo Tempesta.
Una lunga storia, dunque, quella della poesia di Gigi Fossati, assurta a canzone simbolo dell’anima polesana, un mix di tenace resistenza e malinconia, che nella musica di Liberovici e nell’adattamento armonico di Vacchi, ha rinsaldato le radici e il sentimento popolare.









