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Archivi: Articoli d’archivio

  • “Tera e aqua, aqua e tera”

    “Tera e aqua, aqua e tera”

    “Polesine” è una apprezzata lirica, che dà anche il titolo all’ultima raccolta di versi di Gigi Fossati “Polesine. Versi. Rovigo 1952”. Una poesia, pubblicata dall’autore nel lontano 1952, divenuta famosa soprattutto grazie all’armonizzazione per cori a quattro voci, ideata giusto 45 anni fa dal maestro Sergio Liberovici e da qualche anno adottata come sigla del rodigino Coro Monte Pasubio.

    L’autore

    Gigi Fossati (1900-1986), è stato un polesano d’adozione, originario di Lonigo, trapiantato a Rovigo all’indomani della disfatta di Caporetto. Poeta e scrittore “per divertimento”, accanto all’attività di impiegato comunale, si interessò della cronaca locale, svolgendo attività giornalistica presso La Voce del Mattino, per passare poi al Gazzettino ed approdare infine al Resto del Carlino.

    Ha conosciuto la notorietà soprattutto grazie ad alcune pubblicazioni in prosa e in versi, che hanno attraversato il secolo scorso.

    La passione letteraria gli ha dato il privilegio di frequentare i maggiori poeti e critici polesani, in particolare Nando Palmieri e Gastone Martini. Del fortunato sodalizio, resta traccia nella comune militanza nella storica “Abbazia degli illusi” e nella lusinghiera prefazione dell’amico Eugenio Ferdinando Palmieri, che, nelle “rime scritte all’improvviso” aveva colto genuinità e scorrevolezza (“Fossati… balza lietamente da un motivo all’altro senza preoccupazioni… un indisciplinato… un giullare, un sentimentale, uno scettico…”).

    Pare il ritratto di un “poeta per caso”, sempre a caccia di immagini e occasioni letterarie. In buona parte, il ritratto è veritiero, specie se si considera che il mestiere letterario ha occupato gli spazi extralavorativi, portando dunque il segno di una vocazione sognata e profondamente idealizzata.

    “Polesine”

    La poesia, ispirata al paesaggio polesano, è assai lontana dalle immagini di maniera, popolate di tramonti sul fiume e migrazioni di rare specie di uccelli, contemplate nelle turistiche gite in barca. La vena lirica di Fossati punta dritta alla lotta con il fiume e le frequenti inondazioni; una vita di stenti con l’incubo di dover lasciare la terra a lungo contesa alle acque.

    L’apertura è fatta di note essenziali: “aqua e tera”, un paesaggio inconfondibile, nel quale l’orizzonte si perde all’infinito, trasudando fatica e lavoro. Immagini di solitudine che sfiorano la tragicità e l’abbandono, resi nella forma pregnante della lingua materna, il dialetto (“…gnente piante, gnente ombrìa…”).

    Domina il silenzio, appena interrotto dalla cena frugale a sera, prima di coricarsi e risentire la disperazione di una terra inospitale, conosciuta e sofferta per un’intera esistenza, “da putini che da grandi”. E’ una vena sanguigna quella di Fossati, che non a caso è stata interpretata nel senso della protesta sociale e quindi raccolta da artisti e cantanti, che hanno associato il testo a numerosi altri di analogo spirito popolare contadino e operaio.

    L’armonizzazione di Liberovici e l’iniziativa di Giorgio Vacchi

    La fortuna della lirica si deve, in particolare, all’incontro del poeta rodigino con il musicista Sergio Liberovici, torinese di nascita, artista geniale e creativo, appassionato di musica e teatro, nonché reduce da un’intensa esperienza partigiana in giovane età. Liberovici ha inserito la poesia di Fossati nella feconda raccolta di canti di protesta, proposta nei primi anni sessanta nello spettacolo teatrale “Canti per noi” e pubblicata nel n. 1 de “Il nuovo canzoniere italiano”.

    Con il gruppo “Cantacronache”, animato assieme alla moglie Margot (Margherita Galante Garrone), la canzone vive la sua seconda giovinezza, con le esecuzioni di Margot e, successivamente, della cantante e musicista Daisy Lumini.

    A quarant’anni di distanza, “Polesine” entra nell’album “Cantata del secolo breve” di Giovanna Marini (2001). Fin qui, la canzone è affidata ad interpreti di spiccata personalità, che la associano a una storia sociale rivissuta in chiave di protesta assieme a numerosi altri testi in antitesi alla guerra e alle ingiustizie.

    Poi, con la rielaborazione per compagini corali a quattro voci virili, “Polesine” ritorna alle origini, al suo territorio, grazie all’opera di Giorgio Vacchi, bolognese di nascita, straordinario ricercatore e musicologo di fama, che ha dedicato un’intera vita alla musica popolare.

    Dopo gli studi accademici, Vacchi unisce alle ricerche etnomusicali l’attività di direttore del coro bolognese “Stelutis”, con il quale diffonde, ben oltre i confini della sua terra, l’amore del canto popolare riportato in luce da un meticoloso lavoro di ricerca, condotto spesso a diretto contatto con la tradizione orale rimasta in vita. A lui si deve l’armonizzazione del canto di Gigi Fossati e Sergio Liberovici, ricostruito e diretto nei primi anni ottanta del secolo scorso e, successivamente, dedicato al coro “Soldanella” di Adria.

    La versione messa a punto da Vacchi rinvigorisce l’ispirazione originale, giocando sull’alternanza solista-coro e animando l’esecuzione con il ritmo ternario di due reparti, come a suggerire il senso di una vasta solitudine e di un orizzonte, dove acqua e terra paiono sfumare in struggenti lontananze. Il racconto si dipana lentamente, seguendo le vicende quotidiane che, a tratti, si caricano di drammaticità e allora il tono si alza, spegnendosi gradualmente fino alla chiusura in basso punteggiata dal falsetto in controcanto.

    Il Coro Monte Pasubio

    Dall’esecuzione e la dedica al coro adriese, sono trascorsi quarantacinque anni. A fine anni ottanta, su iniziativa del maestro storico Nazzareno Fogagnolo, il canto entra a far parte del repertorio del coro “Monte Pasubio” di Rovigo e, da qualche anno a questa parte, ne costituisce la sigla, per volontà dell’attuale direttore, Pierangelo Tempesta.

    Una lunga storia, dunque, quella della poesia di Gigi Fossati, assurta a canzone simbolo dell’anima polesana, un mix di tenace resistenza e malinconia, che nella musica di Liberovici e nell’adattamento armonico di Vacchi, ha rinsaldato le radici e il sentimento popolare.

  • Suor Felicita Baseggio (1752-1829)

    Suor Felicita Baseggio (1752-1829)

    Difficile ai giorni nostri, quando le immagini televisive ci propongono vivaci suore inserite in contesti sociali molto aperti, pensare ad una vita di clausura. Un obiettivo questo desiderato con tutto il trasporto dell’anima da Anna Baseggio (1752-1829), poi suor M. Felicita che, appena pronunciata la propria adesione all’ordine delle francescane, si definì “la donna più felice del mondo”.

    Un mondo, il suo, fatto di interiorità e colloqui con l’Altissimo, dato che limitate furono poi le sue occasioni di rapportarsi con la vita fuori dal chiostro.

    Intervenne a Bologna per impedire un femminicidio

    Una suora, in odore di santità, che oggi, nella truce epoca dei femminicidi, dovrebbe essere invocata per scongiurare il ripetersi di tali fatti di sangue che, con incredibile frequenza, vedono donne cadere vittime della violenza maschile.

    Nel corso dell’esistenza della suora rodigina vi è infatti la testimonianza scritta di un suo intervento miracoloso, inteso a bloccare il braccio di un uomo furente in procinto di calare un’accetta sul capo della moglie.

    Episodio caratterizzato dall’ubiquità, giacché si verificò a Bologna, mentre contemporaneamente suor Felicita si trovava nel convento rodigino. Gli scritti dell’epoca non mettono in dubbio il fatto, riportando anche la notizia che il quasi uxoricida, sbalordito e commosso, volle raggiungere Rovigo per incontrare suor Felicita.

    La riconobbe immediatamente come l’artefice dell’intervento prodigioso, manifestando tutto il suo pentimento e l’adesione alla fede.

    Nel convento delle Muneghette

    L’entrata in convento della Baseggio, con il nome di Maria Felicita Fortunata (mentre quello di battesimo, ricevuto a Ferrara dove al tempo risiedeva, era Anna Clara Giovanna) avvenne presso la comunità delle Terziarie francescane, note come le Muneghette. Un piccolo monastero rodigino, a lato della chiesa della Rotonda, in cui fece ingresso nel 1783, quanto era già trentunenne; non giovanissima dunque, perché prima a lungo ostacolata nel suo proposito dal fratello Sante che fungeva da capofamiglia dopo la precoce morte del padre. Diventò novizia l’anno successivo e nel 1785 fece la solenne professione religiosa.

    Era quella dei Baseggio una famiglia di origini veneziane, con interessi di lavoro tra Ferrara e Rovigo. I vari componenti furono attivi nel campo delle arti applicate: il padre si era distinto come intagliatore di legno ed il di lui fratello, Massimino, come pittore e decoratore. E da costui la giovane apprese l’arte della doratura, che fra l’altro applicò al meglio sul baldacchino dell’altar maggiore della chiesa di Fratta Polesine, scolpito dal fratello Sante. Costui fu sicuramente il personaggio di maggior spicco della famiglia, dato che, alle riconosciute doti artistiche, aggiunse anche la preparazione di ingegnere, tanto stimato che a Rovigo gli fu affidata la progettazione del palazzo dell’Accademia dei Concordi e poi del Teatro Sociale, completato giusto due secoli fa nel 1819.

    Il desiderio di dedicare la sua vita a Dio da parte della giovane Baseggio si era manifestato già nella prima adolescenza, quando abitava ancora a Ferrara e si preparava a ricevere il sacramento dell’Eucarestia. Poi, quattordicenne, nel Duomo di Rovigo, aveva fatto il voto della castità in vista della vita da monaca. Il proposito si consolidò dopo il ritorno definitivo della famiglia a Rovigo, avvenuto nel 1876, quando, ormai ventiquattrenne, rafforzò le motivazioni della sua fede sotto la guida di mons. Giovanni Battista Lachini, per molti anni suo confessore e guida spirituale, il quale conservò molti degli scritti della religiosa.

    L’entrata in convento avvenne – come detto – nel 1783, ma già nel 1770, a 18 anni – informano i sui biografi – aveva ricevuto le stimmate a forma di croce sul petto, e aveva più volte vissuto sconvolgenti intromissioni da parte del maligno. A questo proposito è ricordato un fatto singolare: trovando rovinata la sua opera di doratura del citato baldacchino di Fratta e venendo fatta oggetto di aspri rimproveri da parte del fratello Sante, la giovane riconobbe nel misfatto un intervento diabolico contro la sua persona. Pregò durante la santa messa per un’intercessione divina che non mancò di manifestarsi, facendo trovare, a fine della funzione religiosa, l’opera dorata perfettamente integra.

    Nel silenzio del monastero delle Muneghette Maria Felicita Baseggio, dopo le ore di preghiera e quelle dedicate alle attività conventuali, trovò spesso il modo di scrivere le sue meditazioni e sensazioni; testi che consegnò ai suoi assistenti spirituali: oltre al citato mons. Lachini, a padre Luigi Ottoboni e a don Andrea Prosdocimi; tutti religiosi molto colti che, rendendosi conto della particolarità della vita della religiosa, sentirono la necessità di conservare i suoi scritti e riunire altre prove relative alla sua santità. Documentazione che fu poi raccolta da mons. Fortunato Giavarini, il quale, dopo oltre un secolo dalla morte di suor Felicita, diede alle stampe due monografie sulla religiosa – la prima pubblicata nel 1937 e la seconda nel 1955 – perorando l’avvio dell’iter per la proclamazione di suor M. Felicita Baseggio quale beata.

    Gli eventi prodigiosi e il convento della SS Trinità

    Tra gli eventi miracolosi confermati a più voci (e raccolti dal Giavarini), quello della richiesta esaudita affinché potesse rigenerarsi il grano del convento guastatosi. Dopo un’intensa preghiera di suor Felicita la stanza dove era conservato il frumento ammalorato si riempì di farfalle che tosto sparirono lasciando il cereale del tutto integro.

    Nel 1786, durante una delle situazioni di estasi, fece una profezia relativa agli anni drammatici che si stavano avvicinando: la rivoluzione francese, la cruenta fine della monarchia, i rivolgimenti sui troni d’Europa, l’ascesa di Napoleone, la fine della Repubblica di Venezia, i travagli della chiesa.

    Tante le situazioni in cui suor Felicita poté offrire il suo dolore per intercedere nei confronti di persone che chiedevano il suo aiuto. Nel 1803, a 51 anni, suor Fortunata ebbe dolori acuti, con una ripresa del sanguinamento delle ulcerazioni a forma di croce che aveva sul petto dall’età dei 18 anni. Il lino che fu steso sulle piaghe è tuttora conservato nel convento delle suore Ancelle della Santissima Trinità, che sorge nella via F. Baseggio a lei intitolata, una laterale di via don Minzoni.

    Frattanto, nel 1805, in base alle leggi napoleoniche di soppressione di vari conventi, tra cui quello delle Muneghette, suor Felicita venne accolta nel vicino monastero della Santissima Trinità gestito dalle Eremitane di S. Agostino, dove il 13 marzo 1806 fece la solenne vestizione. Fu una vita di clausura contrassegnata da preghiere, penitenze (si conserva ancora il suo cilicio) e situazioni di esclusione (dato che la suora era ritenuta una visionaria) sopportate con spirito di cristiana accoglienza delle pene e delle privazioni. Fu proprio In questo periodo che si verificò il citato episodio del suo intervento per scongiurare il femminicidio di Bologna.

    Gli ultimi anni e le pratiche per la beatificazione

    Frattanto le traversie legate ai rivolgimenti politici con la soppressione dei conventi non erano ancora terminate: nel 1810 anche il monastero della Santissima Trinità veniva chiuso e confiscato (successivamente sarà destinato al Tribunale di Rovigo).

    Suor Felicita venne allora accolta nell’abitazione del fratello Sante, per passare poi in un locale affittato di fronte al vescovado e infine in un’abitazione presso le due Torri, che condivise col nipote Giuseppe Baseggio. In ogni caso suor Felicita continuò una rigorosa vita monacale, manifestando disponibilità ad intercedere per le altrui sofferenze, e raggiungendo momenti di estasi.

    Frequenti le visite di uomini di chiesa colpiti dalle sue particolari doti nel campo della fede, che rilasciarono scritti ed attestazioni ammirate. Tra le altre un resoconto, non privo di sconcerto, redatto da mons. Luigi Ramello, personaggio di vasta cultura, arciprete del Duomo nonché presidente dell’Accademia dei Concordi, il quale testimoniò di aver visto la religiosa cadere in trance, mentre la seggiola dove era assisa si alzava da terra, né fu possibile abbassarla nonostante l’impegno operato da tre uomini.

    Suor Felicita morì 190 anni fa nell’abitazione rodigina di fronte al Castello delle due torri l’11 febbraio 1829 e fu sepolta nel cimitero comunale.

    Nel 1837, anche in relazione all’affettuoso ricordo di tanti fedeli, si pensò di togliere la bara dalla terra per porla in un loculo. Esattamente un secolo dopo, nel 1937, fu rinverdito il ricordo suo ricordo soprattutto grazie alla prima biografia curata da mons. Fortunato Giavarini, cui seguì una seconda nel 1955, quando furono organizzate solenni cerimonie dedicate alla memoria della suora. Fu allora che i resti mortali di suor Felicita, esumati dal camposanto, raggiunsero il Duomo dove sostarono due giorni per essere poi traslati nella chiesetta delle Suore Ancelle della Santissima Trinità dove tuttora riposano.

    Attualmente è attiva l’associazione intitolata a Suor M. Felicita Baseggio che, dopo la morte di mons. Giavarini, è guidata da Paolo Giuriati. Questa si è fatta promotrice di un’inchiesta diocesana per la causa di beatificazione dell’umile suora, aperta ufficialmente dal vescovo Martino Gomiero nel 1995 e chiusa nel 2007 dal vescovo Lucio Soravito de’ Franceschi con l’invio della documentazione alla romana Congregazione delle Cause dei Santi. Frattanto nella chiesa rodigina di San Domenico vengono periodicamente celebrate Sante Messe per chiedere alla Santissima Trinità la glorificazione della Serva di Dio, che appare ormai imminente.

  • Lo storico mulino Guerra

    Lo storico mulino Guerra

    I mulini natanti costruiti su barche, sono scomparsi da oltre 50 anni, ma fino all’Ottocento erano numerosissimi sul Po e sull’Adige. Erano formati da due barconi a fondo piatto, chiamati “sandoni”, affiancati e tenuti uniti e distanziati da un’opportuna travatura, in modo da costruire una struttura robusta.

    La ruota idraulica “mulinella” era montata tra i due scafi e, ruotando su se stessa per effetto della corrente dell’acqua, aveva la funzione di azionare la macina col meccanismo lubecchio-rocchetto.

    I sandoni erano orientati con la prua verso la corrente, convogliavano l’acqua aumentandone la velocità, verso la mulinella. Il mulino era “appiardato”, ovvero collegato alla riva, con passerelle mobili.

    Era sottoposto ad una rigorosa normativa imposta da un apposito Regio Decreto sia sulla collocazione che sulla produzione. Macinava prevalentemente grano e mais, il cereale, questo, arrivato in Italia dopo la scoperta dell’America e coltivato per la prima volta nel 1554 in Italia a Villabona, ora Villa D’Adige frazione di Badia Polesine.

    Nel periodo compreso tra gli anni 1950 e 1960 sulle acque dell’Adige erano ancora in funzione alcuni mulini. Uno di questi, situato in località Bovazecchino di Badia Polesine, era di proprietà della famiglia Guerra, attivo fino al 1960.

    Ci incontriamo con Giuliano Guerra, che ha vissuto direttamente l’esperienza del mulino natante ed ora gestisce un avviato mulino terragno a Giacciano con Baruchella.

    Al tempo lei era un ragazzo. Come ha vissuto l’esperienza del mulino sull’Adige?

    “Il mulino era di mio nonno Angelo – racconta -. Da ragazzo, durante le vacanze estive quasi tutti i pomeriggi andavo sul fiume al mulino del nonno. Ci si trovava in tanti giovani di Badia, si nuotava, si andava a fare un giro in barca, si pescava con la fiocina i pesci di una bontà unica “le indorade” che si nutrivano di quel muschio che nasceva ad una profondità di 50 centimetri sotto la superficie dell’acqua, sulle pareti dei sandoni.

    Al mulino si stava bene, c’era sempre movimento: le spose venivano a prendere la farina appena macinata per fare la polenta o il pane; i contadini portavano il granoturco o il frumento da macinare, e c’erano sull’argine del fiume tanti carretti trainati da robusti muli. Alcuni clienti pagavano la merce, mentre altri la scambiavano con cereali e davano un compenso per la lavorazione, così detta “màsena”. A volte si infervoravano gli animi per accordarsi sul costo della macinazione, ma di fronte ad un fiasco di vino nostrano si trovava sempre l’accordo. (Tutti i mugnai all’epoca, erano grandi bevitori, con la scusa che la farina s’incollava alla gola)”.

    Quali erano le attività quotidiane che impegnavano la gestione del mulino?

    “Va innanzitutto detto che in un luogo così non potevi mai annoiarti – riprende Giuliano -. C’era tanto da fare come portare i sacchi di cereali dalla terraferma al mulino e tutti a spalla. L’unico passaggio per salire sull’assito era rappresentato dalla “peagna” larga poco meno di un metro e sospesa sull’acqua.

    Altro importante impegno era quello di svuotare l’acqua dai sandoni per evitare il pericolo della formazione delle muffe e la conseguente decomposizione del legno. Si doveva poi fare una costante manutenzione agli ingranaggi del mulino per garantire il regolare movimento della macinazione.

    Era un impianto molitorio vero e proprio – ribadisce -, costruito interamente in legno di larice “àrese” molto resinoso, di eccezionale resistenza. Poteva macinare anche 24 ore al giorno senza mai fermarsi, bastava caricare il cereale nella tramoggia, sorvegliare la macinazione e raccogliere la farina nei sacchi.

    Gli ingranaggi del mulino, invece, erano costruiti con legno di gelso “moraro” e di robinia “rubin”, necessitavano di essere sempre unti con grasso animale. Trasmettevano il movimento rotatorio sulle macine a forma circolare in pietra sovrapposte l’una sull’altra, del peso di 5-6 quintali all’una potevano essere 2 o 4. La macina sottostante detta “dormiente” rimaneva ferma, mentre quella superiore in movimento era detta “rotante”. Il “palmento” frantumava il cereale producendo la farina. L’opificio veniva fermato solo per pulire le macine e ripristinare i solchi, mediante la rabbigliatura, operazione necessaria a migliorarne la funzione.”

    La giornata presso il mulino non si concludeva al calar del sole…

    “Verso sera andavamo a casa per lavarci e cenare, poi ritornavamo al mulino per caricare le tramogge di grano o mais e passavamo la notte sul macinatoio a fare la guardia. Per me, dormire al mulino disteso sul pagliericcio, lasciandomi dondolare dallo scorrere dell’acqua con il frastornante rumore delle macine, simile ad un treno merci di passaggio, era un momento magico”.

    Il rapporto col fiume era sempre rassicurante?

    “In Primavera e in Autunno, il fiume Adige si ingrossava molto, diventava minaccioso e faceva molta paura per cui si organizzavano i turni di sorveglianza giorno e notte per vigilare gli argini. La grande paura era dovuta all’eventuale formazione dei fontanazzi, per cui bisognava essere pronti ad intervenire nel momento in cui si formavano e circoscriverli con sacchi di sabbia”.

    Tornando all’attività del “mulinaro”, come venivano curati i rapporti con i principali clienti?

    “Una volta alla settimana si faceva il giro dei clienti, che per noi erano i contadini, col carretto ed il mulo simpaticamente chiamato Mario, per consegnare a domicilio la farina, la semola e il “cruschetto”. Al rientro, nel calar della sera, per i mugnai c’era la tappa obbligatoria alla “secela” che era un capanno tipico fatto di canne dove il contadino vendeva il suo vino ai passanti; e lì i mugnai alzavano il gomito e ci davano talmente dentro che, spesso, tornavano a casa stesi sul carretto, ma fedelmente accompagnati dal loro mulo che ormai conosceva la strada”.

    E’ evidente la sua nostalgia nei confronti di un’epoca che può rivivere solo nel ricordo…

    “Che bei tempi – sottolinea Giuliano con un sorriso misto a lacrime -. Mi sembra di risentire la voce di mio nonno quando mi diceva una delle sue massime “Poco cibo e niente affanno, sanità di corpo fanno”. Ricordo benissimo che nel 1961 il mulino era ancora in funzione e qualche anno dopo la Soprintendenza lo acquisì per farne una sorta di museo, ma non ebbe l’accortezza di conservarlo bene, così che, dopo un po’, affondò e andò perduto.

    Mia mamma mi raccontava che quando era giovane, fra Castagnaro e Badia Polesine, sulla riva destra dell’Adige, erano ancora funzionanti, almeno sino ai primi anni ‘40 del secolo scorso, ben 21 mulini. Una storia che non va dimenticata”.

    Giuliano Guerra oggi

    Oggi, la moderna tecnologia ha sostituito la tradizione, ma non ha spento la memoria che ancora alimenta l’anima del “mulinaro”. Giuliano Guerra ha infatti seguito l’evoluzione tecnologica senza dimenticare il passato, dovendo però trasferire l’attività un tempo gestita dal nonno dal fiume alla terra.

    Ha posto la sua azienda, la PANIFICATI GUERRA condotta con il figlio Matteo, in un antico e ristrutturato molino terragno a Giacciano con Baruchella. Un’azienda che ha come Logo, proprio l’antico molino sull’Adige, nel rispetto dei valori ereditati dal nonno Angelo, che ha fatto il mulinaro, dopo essere tornato dalla prima guerra mondiale, sino alla metà degli anni ‘60 del secolo scorso.

    Angelo Guerra, Cavaliere di Vittorio Veneto, era nato il 14 luglio del 1900 e si è spento il 18 aprile 1977.

  • Nuova vita per il Mercato Ittico

    Nuova vita per il Mercato Ittico

    Nell’ambito del mirato progetto di riqualificazione di edifici storici ubicati in numero considerevole sul territorio lendinarese, va segnalata, con piena soddisfazione, la conclusione dei lavori dell’ex mercato coperto sito in Piazza Vittorio Veneto.

    Per molti anni luogo di commercio alimentare e teatro di genuino folklore, testimone dei sostanziali mutamenti, o per meglio dire rivoluzioni degli usi e costumi di una comunità, la costruzione restaurata manifesta l’originario splendore anche se con differente destinazione d’uso.

    Grazie al finanziamento concesso dal Gal Polesine Adige nelle risorse del Piano Sviluppo Locale 2014/2020, con decreto del novembre 2017 del Direttore Avepa di Rovigo e all’approvazione triennale 2017-19 del Consiglio Comunale, è arrivato a conclusione l’iter avviato agli inizi del 2017, grazie al quale la città può ora pregiarsi di una struttura di aggregazione moderna e funzionale, mantenendo la sobria ma elegante fisionomia architettonica.

    L’immobile, denominato Mercato Ittico, è in realtà composto da due fabbricati contemporanei – mercato coperto ed ex pescheria – che sorgono all’interno della perimetrazione del centro storico e sono sottoposti alle disposizioni di tutela ai sensi dell’art. 12 del Dls 42/2004, stante la sussistenza dell’interesse culturale accertato con provvedimento 9 luglio 2012 della Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Veneto per le motivazioni espresse nella relazione storico-artistica a firma del Soprintendente Gianna Gaudini e del Funzionario Storico dell’arte Maristella Vecchiato.

    I due immobili, visivamente percepiti come un unicum strutturale, sono oggi di fatto accorpati grazie ad una costruzione trasparente che li unisce. Tale soluzione non compromette la fruizione separata degli edifici con conseguente autonomia nell’utilizzo.

    La storia

    I fabbricati, significativi esempi di architettura fascista di tipo commerciale, presentano una chiara analogia compositiva e hanno dimensioni differenti; la struttura è costituita da mattoni comuni con facciate a schema neoclassico ed abbellita da elementi architettonici decorativi. La costruzione venne eretta in “di fronte ad un albergo e quindi luogo di aggregazione popolare” (l’Albergo Ristorante Impero, costruzione risalente agli anni ‘20). Il progetto per la copertura del mercato coperto, predisposto dall’ingegnere comunale, fu approvato nel marzo 1931 unitamente al preventivo di spesa per la somma complessiva di £. 40.000.

    Il mercato, costituito dapprima da due semplici lastricati di pietra, oltre a rivelarsi insufficiente ai bisogni della popolazione non offriva protezione dalle intemperie a danno degli avventori e delle merci.

    Grazie alla prevista copertura, inoltre, l’Amministrazione, retta al tempo dal podestà Ing. Paolo Fasiol, poté beneficiare del mercato delle mezzene di maiale (che verrà aperto con cadenza settimanale nell’ottobre dello stesso anno, previa approvazione di relativo regolamento) con conseguente celere recupero della spesa. La delibera disponeva di procedere, con autorizzazione prefettizia, mediante licitazione privata invitando all’incanto tutti i capimastri e imprenditori di lavori del Comune.

    Il collaudo dei lavori venne eseguito l’anno successivo, nel febbraio del 1932, ad opera dell’ingegnere incaricato Petrobelli nob. Francesco e contestualmente emesso l’ultimo mandato a saldo dei lavori, effettuati dalla Ditta Bergo Umberto.

    L’antefatto

    E’ questa una storia legata al commercio di provvigioni di prima necessità, che a Lendinara iniziò a porsi fin dall’ultimo decennio dell’Ottocento. Infatti già nel maggio del 1896, in sede di Consiglio Comunale, tenutosi a seguito di delibera di Giunta, viene discussa la proposta per l’acquisto di un fabbricato da destinarsi a mercato coperto riguardante l’offerta di uno stabile sito in via Garibaldi, di proprietà del signor Zoppellaro Valente. Tale risoluzione, pur finalizzata “a togliere l’inconveniente di veder infangata la loggia del Palazzo” nei giorni piovosi di mercato, non appare proporzionata al vantaggio che si vorrebbe ottenere, “tanto più che non si potrebbe trovare un posto per la pescheria”.

    Saranno nuovamente dibattute nel Consiglio del settembre 1903 le comunicazioni della Giunta per un mercato coperto atto alla collocazione permanente dei vari banchi dei fruttivendoli e pescivendoli che ingombravano all’epoca i portici di piazza con grave incomodo per i cittadini. A tale scopo, e con una spesa relativamente modesta, viene prospettata l’acquisizione di un tratto dell’orto posto a tramontana della torre del carcere prospiciente la piazza per la costituzione di un salone coperto di oltre 700 mq. di superficie, su schizzo dell’ingegnere comunale. Il mercato settimanale del pesce, era dapprima tenuto nel vicolo Teatro “in prossimità di una fogna e di un pisciatoio, in località mancante di acqua, distante dall’Adigetto e quindi pericolosa alla pubblica igiene”.

    Per questo motivo lo spostamento sulla piazzetta, di fronte al monumento di Marchiori e in riva all’Adigetto, sopperì alle palesi carenze; fu tuttavia necessaria la costruzione di un padiglione smontabile (stante l’esosità, nonché il veto all’esecuzione di una struttura fissa in riviera del Naviglio Adigetto).

    Ma anche la nuova sistemazione apparve poco consona soprattutto nei confronti del visitatore, il quale “arrivando dalla Stazione il Venerdì mattina, dopo aver percorso la magnifica Riviera Umberto I° (oggi Riviera Mazzini) viene a trovarsi in mezzo al mercato del pesce fra odori poco desiderabili e visuali poco consone”.

    Agli inizi degli anni ‘20 saranno designate nuove località per la sistemazione dei mercati: Piazza Vittorio Emanuele (ora Risorgimento) sarà destinata ai soli mercati di stoffe, telerie, scarpe, ecc. mentre il mercato della frutta e verdura sarà trasportato nella piazzetta S. Marco.

    Il progetto e la realizzazione

    Ed arriviamo al 1923, quando, su progetto redatto dall’ ingegnere comunale Pietro Zerbini, verrà infine approvata la costruzione di due piattaforme destinate al mercato del pesce e del pollame nel piazzale ex Mario o piazzaletto Mario, zona circostante la proprietà della nobile famiglia Mario residente nell’edificio che fu sede dell’Albergo Impero, il quale, assieme a palazzo Bolognese e piazza mercato, costituiva “il largo” che dal novembre 1930 divenne l’attuale Piazza Vittorio Veneto.

    Le piattaforme originarie, tramite la successiva copertura, furono in grado di accogliere agevolmente le storiche gestioni da parte delle famiglie Pigozzo per il commercio ittico e Pasqualini per la vendita di carni, citando le più note.

    Nel 1938 la pescheria sarà dotata di tavole in marmo e nel decennio successivo di pompa d’acqua potabile; nel 1953 all’interno della struttura verrà costruito un locale di mq.12 circa per lo spaccio di frutta e verdura da parte e a onere di privati; la proprietà, da contratto, rimarrà al Comune di Lendinara in qualità di locatore.

    La fine di un’epoca e la nuova destinazione

    Negli ultimi decenni le abitudini all’acquisto dei beni alimentari sono molto cambiate. Pertanto, cessato il vivace commercio di carni animali e pollame starnazzante di ogni specie (esposto e offerto alla stregua di merce inanimata) il mercato coperto ha esaurito la sua funzione, divenendo per molti anni luogo di giovanili appuntamenti; un riparo a cielo aperto e selciato protetto per sport improvvisati.

    Individuato come luminosa vetrina della città, collocata in uno dei nodi strategici per un turismo in costante ascesa, la struttura già prima del restauro è stata più volte utilizzata per ambientarvi apprezzati eventi, a riprova della validità della scelta di destinazione. Ed ora, dopo il bell’intervento di recupero, si attende un’importante rivitalizzazione della struttura, da fruire in chiave culturale e turistica.

    Un ringraziamento all’Ingegnere Pietro Mazzocco per la cortese disponibilità alla consultazione

  • La vocazione commerciale di Badia

    La vocazione commerciale di Badia

    Si sa che la storia di Badia Polesine è antica; non stupisce pertanto trovare, nel corso dei secoli, varie citazioni che si riferiscono alla cittadina bagnata dall’Adige e dall’Adigetto. Tra le altre, ne riportiamo due tratte dal “Liber Communis”:

    (senza data) Ad Enrico merciaio di S. Basso fu tolto sulla piazza (ad forum) di Badia, distretto di Rovigo, per 150 lire fra avellane (nocellas), corna di montone (multoni) ed altro.

    (1223 o 1224?) Il Comune di Cavarzere denunzia che al tempo della fiera di Badia alcuni ferraresi derubarono, nel distretto di esso comune, certi mercanti fiorentini, i quali furono risarciti dal comune stesso con £. 400.

    Il “Liber Communis”, detto anche Plegiorum,¹, è il più antico volume ufficiale di atti pubblici della Repubblica veneta, quasi tutti relativi a rapporti di privati con lo Stato riguardanti il commercio, la navigazione, il diritto (civile, criminale o commerciale). Raccoglie gli atti degli scrivani del Minor Consiglio (di cui è l’unico registro conosciuto) e in gran parte di un certo Guglielmo da Novara ed è scritto in un latino ampiamente volgarizzato.

    Fu edito nel 1872 ad utilità degli studiosi sotto forma di regesto, da parte dell’allora archivista del Regio Archivio generale di Venezia Riccardo Predelli lasciando intatta l’organizzazione in parti e comprende un arco cronologico che va dal 1223 al 1229, seppur non rispettoso della sequenzialità degli anni.

    Gli atti più numerosi sono malleverie² che i privati prestavano allo Stato per l’adempimento dei loro obblighi verso quello. Vengono poi le annotazioni scritte per tener memoria delle decisioni, degli ordini o di altri atti di particolare interesse. Seguono i bandi o proclami, riguardanti quasi tutti prescrizioni di commercio o navigazione. Chiude la serie una lista di denunce di danni arrecati dai sudditi dei marchesi d’Este a commercianti veneziani.

    Ed è proprio in questo ambito che troviamo le due citazioni sopra riportate riferentesi a Badia.

    Le due frasi, seppur nella loro concisione, contengono in sé le peculiarità proprie di Badia già pienamente espresse agli esordi del XIII secolo, e che la caratterizzeranno anche per i secoli successivi. Caratteristiche – si badi – già evidenziate e scandagliate dalla lunga attività di ricerca del professor Camillo Corrain della quale questo piccolo contributo vuole essere una ulteriore riprova, oltre che l’occasione di continuare a pubblicare nuovi contributi sulla città che man mano affiorano dagli archivi. Ma quali sono queste peculiarità badiesi che si ricavano dalle citazioni? Vediamo.

    La presenza di un mercato e di una fiera

    Nella prima frase si evince la presenza di un emporio di merci dal fatto che i prodotti rubati (“fu tolto.”) si trovavano esposti sulla pubblica piazza, verosimilmente dove soleva svolgersi il mercato. La sua presenza in questi anni d’altronde è già ampiamente consolidata. Lo troviamo già citato in un contratto del 1216 sottoscritto tra i rappresentanti della comunità dei mercanti veronesi e il procuratore dell’abate della Vangadizza per la concessione in locazione perpetua di duecento campi a coloni veronesi, allo scopo di fondare una piazzaforte commerciale chiamata Francavilla Mercatorum. Il terreno in questione – afferma il documento – si trovava dalla parte opposta dove solitamente si svolgeva il mercato.

    Vista la conformazione di Badia, molto probabilmente questi doveva disporsi nella lingua di terra incuneata fra Adige e Adigetto chiamata Pizzon e doveva essere molto antico. Successivamente verrà trasferito nella piazza di borgo San Giovanni, dopo che i padovani nel 1298 fortificheranno il Pizzon. Documenti d’archivio databili tra la fine del ‘300 e gli inizi del ‘400 parlano già di un mercato settimanale del mercoledì che si svolgeva nella piazza dove si trovava la loggia comunale.³

    Oltre al mercato troviamo anche la fiera. Questa è citata esplicitamente nella seconda frase, alla quale – a mio avviso – possiamo dare un duplice significato:

    – di tipo spaziale il primo: i mercanti fiorentini derubati, molto probabilmente provenivano o erano diretti alla fiera di Badia. E ciò è intuibile dal fatto che Cavarzere era una tappa obbligata nel viaggio per fiume da e verso Venezia. Inoltre, non avrebbe motivo di essere citata in una denuncia per furto avvenuta nel territorio di un comune così lontano dal nostro, se non fosse che i mercanti derubati avessero a che fare in quella fiera;

    – di tipo temporale invece, il secondo significato: i rappresentanti del comune di Cavarzere, di fronte al funzionario che registra la denuncia, dichiarando che il furto è avvenuto al tempo della fiera di Badia, dando per scontato che il loro interlocutore sappia di che periodo dell’anno stanno parlando. Ciò induce a pensare che la fiera di Badia fosse molto rinomata e conosciuta da poter essere usata come indicatore cronologico.

    La notorietà del mercato e della fiera di Badia continueranno ad attrarre commercianti provenienti da lontano fino alla fine del XVIII secolo, come testimoniato nel libro di ricevute di pagamento della Confraternita dei Battuti di Masi, i quali nel 1791 pagano per della stoffa comprata “da un venturiero al mercato della Badia”, volendo dare al termine venturiero il significato di straniero, persona esterna al paese che viene a vendere la propria merce liberamente, slegato cioè dal possesso di una bottega in loco.

    Badia si presenta dunque come una cittadina importante sotto il profilo commerciale. Ulteriori annotazioni in questo senso verranno proposte nel prossimo numero di questa rivista, focalizzando l’attenzione sull’importanza degli itinerari fluviali legati all’Adige e all’Adigetto e sulle problematiche derivanti dal fatto che la cittadina era situata in una zona di confine.

  • Le soppressioni del 1810

    Le soppressioni del 1810

    Nel n. 57 del Ventaglio (cfr “Le soppressioni dei monasteri” pag. 58 e successive) abbiamo dato conto dei provvedimenti che, a partire da metà del ‘700, colpirono molti conventi, monasteri e confraternite, con iniziative volte a ridimensionare il potere di tali istituzioni religiose, incamerandone i beni al fine di sopperire alle necessità governative. Iniziative queste avviate in Veneto già dalla Serenissima e poi ampliate consistentemente in epoca napoleonica con soppressioni di Conventi e Monasteri a partire dal 1797, seguite da consistenti interventi nel 1805.

    Dopo un quinquennio da quest’ultima data, prenderà vita un nuovo capitolo di tale politica napoleonica, ispirata da un radicale laicismo ma anche dalla necessità di “far cassa”. Sarà infatti il 1810 l’anno decisivo per la chiusura della maggior parte degli Istituti religiosi della provincia, in virtù del Decreto del 25 aprile 1810, che tagliò di netto col passato, trasformando decine di complessi monastici, chiese, oratori, ospizi in semplici “case d’affitto” o in caserme militari e di polizia. Sopravvissero unicamente i Seminari vescovili, le chiese parrocchiali, il Vescovado con le sue due sedi.

    Le perizie di stima dei beni confiscati vengono affidate dalla Direzione del Demanio e Diritti uniti del Dipartimento del Basso Po con sede in Ferrara soprattutto al perito ferrarese Luigi Casoni, il più attivo in Transpadana e nel Polesine di Rovigo, insieme al perito Angelo Bocchi, attivissimo a Ferrara e in Transpadana. Questi i principali provvedimenti in riferimento a Rovigo:

    • viene messa all’incanto la chiesetta di S. Maria della Fraglia dei Battuti, sopravvissuta alla soppressione settecentesca ma non a quella del 22 maggio 1806, e subito abbattuta dopo l’acquisizione da parte di un sodalizio privato;

    • il Monastero della SS. Trinità viene demanializzato e messo all’asta (lo prenderà in affitto l’ex Badessa), mentre sopravvive sino al 1871 la chiesetta, quando verrà chiusa e abbattuta per far posto al nuovo Tribunale che prende il posto dell’intero complesso monastico agostiniano;

    • si conferma la chiusura e la vendita all’asta il 12 maggio 1810 del Convento dei Cappuccini (S. Michele Arcangelo), soppresso definitivamente con Regio Decreto 25 aprile 1810. Nel 1821 diverrà sede della nuova Casa di Ricovero, per poi tornare ad ospitare una comunità cappuccina nel 1851 grazie alla generosità di Giacomo Giro che nel 1844 aveva donato il complesso di S. Bartolomeo (acquisito nel 1810) al Comune, consentendo così lo spostamento della Casa di Ricovero nei locali dell’ex Monastero Olivetano;

    • la vendita dell’ex Monastero di S. Bartolomeo risulterà la più importante. Con atto del notaio ferrarese Luigi Bonetti, appoggiato alla meticolosa perizia di Luigi Casoni, 14 agosto 1810, il grande complesso olivetano passa in mani private con l’aggiudicazione a Salomon Luzzatti, di Moisè, acquirente per 22.859 lire, e da questi a Girolamo Giro, che vi subentrerà immediatamente, mentre il Demanio si riserva la chiesa col piazzale e la casa del custode (restano a custodia della chiesa, suffraganea della parrocchia dei SS. Francesco e Giustina, l’abate Lodovico Bonardi e pochi altri monaci) stabilendo provvisoriamente nei chiostri una caserma militare.

    Importanti quadri destinati all’Accademia

    Restano alcune notizie ufficiali relative a tesori conservati nelle strutture soppresse e ufficialmente lasciati sul posto, perché ritenuti dall’Intendente di Finanza, nel 1822, di proprietà delle rispettive fabbricerie. Si tratta di sette importanti quadri poi depositati dal 1836 presso la Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi in comunione col Comune di Rovigo, dopo il restauro eseguito a spese del Comune dal professore padovano Lorenzo Pinzoni.

    I 7 preziosi quadri sono così descritti nel 1837 – indicando la chiesa di provenienza – anno in cui figurano tutti in Pinacoteca (oggi i primi 4 sono tornati a S. Francesco).

    Dalla CHIESA DI S. FRANCESCO di Rovigo:

    1. Tavola col Battesimo di Cristo di Cima Giovan Battista da Conegliano (1° altare a destra entrando in chiesa) del 1542;

    2. Tavola con immagine della B. Vergine col Bambino in grembo, S. Pietro a dx, S. Andrea a sx del ferrarese Domenico Panetti (2° altare a dx entrando in chiesa¹). La lunetta si trovava sull’altare della cappella Casalini, commissionata da Ginevra Scavasette, vedova di Andrea Casalini, ed è del 1507-1513 ca. Col rifacimento della chiesa nel 1826 fu spostata e il 18 ottobre 1844 donata dai Fabbriceri alla Pinacoteca dei Concordi perché ne curasse il restauro;

    3. Tavola con la Venuta dello Spirito Santo del ferrarese Girolamo da Carpi (3° altare a dx entrando in chiesa);

    4. Tavola con Maria Vergine col Bambino in gloria, in mezzo S. Girolamo, ai piedi S. Francesco d’Assisi di Benvenuto Tisi detto il Garofolo (isolato, senza altare e prossimo alla Cappella di S. Antonio).

    Dalla CHIESA DI S. BARTOLOMEO APOSTOLO di Rovigo

    (nei 2 laterali del secondo altare entrando in chiesa, a sinistra, dedicato al SS. Sacramento:

    5. Pala con S. Bartolomeo e S. Benedetto del ferrarese Dosso Dossi (che presenta prima del restauro gravi danni da tarli, scrostature e molte ripitture;

    6. Pala con Sant’Agata e Santa Lucia del ferrarese Dosso Dossi (non particolarmente rovinato ma con ripitture ad olio fatte da mano sacrilega).

    Le due tele, che originariamente si trovavano nella chiesa di S. Maria dei Sabbioni, passata agli Olivetani e salvatasi dalla chiusura perché divenuta nel 1819 cappella del nuovo cimitero, erano state spostate nel 1691 nella chiesa di San Bartolomeo a causa dell’umidità e da qui nel 1836 consegnate al Comune per il restauro. Esse fanno tuttora parte della quadreria dell’Accademia (in loco restano copie su tela) e sono ora attribuite a Girolamo da Carpi, pittore ferrarese (1501-1556).

    Dalla CHIESA DEI CAPPUCCINI di Rovigo

    in sagrestia, che faceva parte prima del convento e divenuta stanza delle sedute della casa di Ricovero, il cui complesso sarà venduto dal Demanio al Comune nel 1836:

    7. Tela con S. Caterina di Palma il Vecchio (molto danneggiata, per cui la Commissione di Pubblica Beneficenza, cui compete la Casa di Ricovero, decide di affidarla alla Pinacoteca).

    I sette quadri vivranno una lunga contesa tra istituzioni. Infatti il Demanio, visto l’ingente valore delle opere, tornerà alla carica per rivendicarne la proprietà nel 1888, quando il Direttore delle Regie Gallerie del Museo Archeologico di Palazzo Ducale di Venezia, su incarico del Ministro della Pubblica Istruzione, chiede all’Accademia dei Concordi un elenco dei 7 quadri ritenuti demaniali. Ma l’iniziativa non avrà seguito e i quadri rimarranno fortunatamente nel patrimonio dell’Accademia.

    Da Rovigo segue invece strade che la portano in Lombardia un’altra opera. Si tratta dell’Adorazione dei Magi, proveniente da S. Bartolomeo di Rovigo e assegnata al Demanio. Su quest’opera – elencata tra i quadri importanti che figurano in una pubblicazione della Baracchi sulle requisizioni del 1811 – pone gli occhi il Boccolari per la Pinacoteca di Brera, per cui il dipinto finisce probabilmente a Milano.

    Nuove opere frattanto approdano all’Accademia:

    – dalla CHIESA DEI CAPPUCCINI di Rovigo:

    • un Ecce Homo, S. Chiara e S. Francesco dipinti sul rame di un prezioso Tabernacolo posto sull’altar maggiore della chiesa e attribuito a Lodovico Carracci² (del Romagnolo l’attribuzione al pittore bolognese vissuto tra il 1555 e il 1619). Il 5 marzo 1848 fu donato da Francesco Antonio Venezze, presidente dell’Accademia dei Concordi, allo stesso Istituto.

    – dal MONASTERO DELLA SS. TRINITÀ di Rovigo, giunge infine ai Concordi:

    • una Santissima Trinità di Johan Carl Loth che resta temporaneamente nella chiesa aperta al pubblico come sussidiaria di S. Francesco: si tratta del quadro ora in Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi³ che il Romagnolo attribuisce ad artista ignoto del sec. XVII, seppur prima attribuito al Loth dal Bartoli.

    Oltre ai succitati quadri, tra i beni che passano di mano per finire nella Biblioteca dell’Accademia dei Concordi troviamo – provenienti dalla ricca Biblioteca dei Cappuccini – libri che vanno dal sec. XVI al XIX. (Inventario 1867 redatto da Giacinto Mantovani).

    E ancora dai CAPPUCCINI – che vengono nuovamente soppressi nel 1867 dal nuovo Governo italiano – troviamo nel 1876 già consegnati all’Accademia dei Concordi per conto del Comune di Rovigo ben 35 quadri. Nel 1909, 30 sono nelle soffitte dell’Accademia⁴ perché di nessuna importanza, mentre 5 sono nelle sale della Pinacoteca e del Museo, in quanto ritenuti di pregio e così identificati dal bibliotecario dell’Accademia dei Concordi Domenico Strada:

    • un Angelo Gabriele ritenuto della scuola di Dosso Dossi;

    • un Martirio di S. Lorenzo di pittore veneto;

    • un Paesaggio con battesimo di Gesù⁵ attribuibile forse a Francesco Zuccarelli;

    • una Fuga in Egitto⁶, anch’essa attribuita con qualche dubbio a Francesco Zuccarelli;

    • un dipinto della Santissima Eucarestia con fiori e nel mezzo due angeli che reggono ostensorio, ritenuto opera di Elisabetta Marchioni⁷.

    Il Romagnolo riferisce che il paliotto d’altare fu donato dall’anziana pittrice ai Cappuccini che lo posero sull’altare maggiore e che ancora Francesco Antonio Venezze, presidente dell’Accademia, poi lo donò all’Accademia il 6 agosto 1848.

    Davvero un lungo percorso quello di queste preziose opere d’arte…

    Le immagini dei quadri qui pubblicate ci sono state gentilmente fornite dall’Accademia dei Concordi, a cui va il nostro ringraziamento.

  • La palazzina dell’ex zuccherificio

    La palazzina dell’ex zuccherificio

    Dell’ex zuccherificio di Bottrighe, altro non rimangono che i due grandi silos che immagazzinavano trecentomila quintali di zucchero. Un quantitativo davvero importante che, durante i mesi post campagna saccarifera, veniva progressivamente passato nell’apposito reparto per essere suddiviso in pezzature utili per la vendita. A ciò provvedevano idonei macchinari per il confezionamento dello zucchero in pacchi e scatole da 1 e 2 kilogrammi, nonché per le classiche bustine uso bar. Ma venivano pure confezionati sacconi da cinquanta kili, oppure lo zucchero passava direttamente in cisterne che proseguivano per l’impiego nell’industria dolciaria.

    A parte i due grandi silos, tutto il resto della storica fabbrica è stato abbattuto anni fa. Ed ancor prima l’antico camino che aveva lasciato posto alla centrale elettrica della società “Adria Power” di Faenza, mai entrata in funzione, che nei progetti dell’allora Ajinomoto, avrebbe dovuto fornire energia e vapore a quello stabilimento. Di tutto ciò che concerneva il glorioso zuccherificio, ai nostri giorni rimane solo il ricordo e qualche rara fotografia dell’epoca.

    Se dunque, a parte i due silos, nulla resta del grande complesso produttivo, rimane però una palazzina di interessante valore architettonico: è l’edificio stile anni venti, costruito qualche anno dopo la messa in funzione dello stabilimento con la prima campagna saccarifera dell’agosto 1914.

    La palazzina fu sede degli uffici direzionali dello zuccherificio, poi anche sede uffici della Polychimica, impianto che riciclava teli in polietilene e che tanto ha fatto discutere in tutti questi anni. L’area è tutt’oggi legata al curatore fallimentare.

    Il segno del tempo e dell’abbandono continua inesorabilmente ad infierire sullo storico edificio e sarebbe un peccato che tutto andasse perduto. “Il tetto sta cedendo” è il recente il grido di allarme di Claudio Bellini, che abita nei pressi della palazzina. “L’erosione del tempo – spiega Bellini- ha creato un foro di discrete dimensioni nel tetto, ed è un vero peccato che un edificio di pregio e valore, ormai ultimo ricordo della storica attività industriale di Bottrighe, subisca questo trattamento”.

    L’amministrazione comunale non è direttamente coinvolta, essendo una proprietà privata, ma sicuramente può farsi interprete presso l’attuale curatore fallimentare per individuare un futuro per il sito. Da tempo tiene banco la bonifica di quest’area, conclusa in parte, ed ora sta prendendo il via la fase di rimozione di tre misuratori di amianto presenti nel sito, a seguito di sondaggi effettuati in cui risultavano presenze di amianto e di idrocarburi altamente tossici. La ditta Rigato di Marghera si è aggiudicata l’appalto di bonifica per un importo di quasi novantotto mila euro.

    Una volta completate definitivamente le operazioni di bonifica e liberata da ogni vincolo, l’area potrebbe diventare appetibile ed interessare, per eventuali espansioni, anche il prospicente stabilimento della Mater-Biotech del colosso Novamont. Il comune potrebbe tentare di acquisire la palazzina e l’area circostante, cercando magari di valutare la possibilità di accedere a finanziamenti europei per il recupero di siti di archeologia industriale. Ma potrebbe anche essere percorsa la via di un eventuale accordo pubblico-privato.

    L’edificio, ristrutturato e mantenuto nel suo aspetto, potrebbe diventare un polo culturale, magari quale sede di ricerca storica o anche di un museo dell’industria saccarifera. Ricordiamo infatti che in Polesine esistevano ben dodici impianti di lavorazione delle barbabietole. Oggi in Italia rimangono solamente due zuccherifici, a Pontelongo (Padova) e Minerbio (Bologna) appartenenti a Italia zuccheri della CoproB, Cooperativa produttori bieticoli. Un eventuale recupero della palazzina potrebbe così rappresentare il centro di memoria della storia della comunità, ricordo di quello che fu l’intera area che in settantasette anni diede un lavoro e benessere a migliaia di persone.

  • Due Spade e l’Adigetto

    Due Spade e l’Adigetto

    Tra le più belle passeggiate offerte dalle cittadine del Polesine, sicuramente quella di Riviera Adigetto (Riviera Mazzini) di Lendinara rappresenta un unicum di grande gradimento e suggestione.

    Lungo la riva sinistra dello storico corso d’acqua si snoda infatti un ampio ed elegante tracciato ciclopedonale, da pochi anni rivestito in trachite. Dal corso d’acqua è diviso da un filare di alberi alternati ad una bassa siepe e a panchine per la sosta, mentre dall’altra parte è delimitato da uno spazio erboso, sul quale si ergono alcune belle piante, tra cui una magnifica magnolia che ombreggia l’importante strada dedicata al poeta e diplomatico Giovan Battista Conti (1741-1820). Via questa che a sua volta è fiancheggiata da edifici storici, primo tra tutti il cinquecentesco palazzo Malmignati – Conti – Boldrin, che accoglie la cittadella della cultura.

    La vista di chi percorre questo itinerario, partendo da ponente (nei pressi del ponte della Stazione) è davvero appagante, perché lo sguardo si protende anche oltre l’Adigetto, sulla destra dell’antico fiume-canale, dove si ergono alcune architetture di sicuro rilievo: in particolare l’elegante settecentesco palazzo Malmignati e la splendida chiesa di San Biagio caratterizzata da un pronao ispirato agli stilemi del Palladio. E lungo il tragitto – che porta verso la centrale piazza Risorgimento – non può lasciare indifferente il monumento dedicato al grande intarsiatore rinascimentale Lorenzo Canozi, su cui spicca una targa marmorea con la dedica che Giosuè Carducci volle dedicare all’illustre artista lendinarese.

    Da qui procediamo lungo la Riviera, consapevoli che più avanti raggiungeremo una bella piazzetta – una sorta di campiello veneziano – aperta sull’Adigetto, connotata dal monumento dedicato all’economista Giuseppe Marchiori e delimitata dalla ottocentesca elegante facciata del Teatro Ballarin.

    Ma, prima di raggiungere questo punto panoramico, ecco che, lungo la passeggiata – là dove questa si restringe fiancheggiata da civili ma modeste abitazioni – il nostro interesse si concentra su un palazzetto dalle dimensioni contenute ma davvero unico perché caratterizzato da un duplice bianco colonnato di ispirazione neoclassica. L’edificio è inoltre reso gradevole per la presenza di un accogliente salottino esterno: un “dehor” che sembra chiaro invito a fare ad una sosta.

    Si tratta dello storico Albergo Due Spade – oggi Ristorante Due Spade – riportato alla godibilità dopo un importante intervento di restauro avviato negli anni novanta e concluso agli albori del nuovo secolo. Un bene che da tempo sembrava aver smarrito la sua anima e giaceva in stato di abbandono. E’ ritornato a nuova vita grazie ad un pull di imprenditori, mossi non tanto da motivazioni economiche, quanto dal desiderio di salvare un “pezzo” caratteristico della nobile città che si stava perdendo. La curiosità si accende: raggiungiamo pertanto l’entrata del ristorante che si apre su via G.B. Conti.

    All’ingresso troviamo il sig. Gianni Raimondi, uno degli imprenditori che dalla fine dagli anni ottanta hanno iniziato a pensare al “dono” da fare alla città: ovvero investire denaro per un non semplice recupero del bene ormai in disfacimento.

    “Eravamo in dieci – ci dice Raimondi – siamo rimasti in 7 (i più tenaci), nella consapevolezza che l’impegno finanziario necessario non sarebbe mai stato ripagato. Abbiamo sentito una specie di imperativo categorico: salvare un bene storico, legato alla memoria della nostra infanzia, nonché a quella dei nostri genitori e nonni, che qui hanno celebrato gli appuntamenti più significativi della vita: matrimoni, cresime, anniversari importanti e così via.”

    “Alla tavola delle Due Spade – continua Raimondi – si sono spesso seduti, allegramente, componenti di varie compagnie lendinaresi che in passato hanno animato la città con iniziative culturali o di intrattenimento. Insomma il ristorante ha rappresentato per moltissimi anni un importante punto di riferimento e di accoglienza. Qui hanno apprezzato la cucina della tradizione molti attori che hanno calcato le scene del Ballarin, qui sono nate idee di animazione culturale per la città.”

    Dalle parole di Raimondi comprendiamo chiaramente la motivazione, nobilissima, che sta alla base dell’intervento di salvaguardia di un bene che, oltre ad un valore storico, ne ha uno simbolico per la città di Lendinara. E, se desideriamo trovare un lacerto storico nell’immobile riportato a nuova vita, anche questo è presente. Infatti al piano superiore, nel corso dei lavori, ha fatto la sua apparizione un bassorilievo rappresentante uno scudo seicentesco che un tempo racchiudeva un breve testo oggi divenuto illeggibile.

    Ma la nostra visita inizia ovviamente dal piano terra ove, oltre ad una linda ed attrezzatissima cucina, si trova una sala del ristorante che si apre sulla destra dell’entrata, mentre sul lato opposto che dà sull’Adigetto si trova una saletta veramente esclusiva, dove campeggia un grande tavolo rotondo per piccole raffinate compagnie che vogliono anche godere dell’immagine della bella chiesa di San Biagio oltre l’Adigetto. All’esterno del ristorante poi si apre il già citato dehor molto apprezzato nella bella stagione.

    Le sale al piano superiore sono ampie e curate, permettendo di accogliere fino ad una settantina di commensali. E qui la vista sull’Adigetto risulta particolarmente appagante. Ma ovviamente al ristorante si va soprattutto per degustare piatti curati. Ed attualmente il Due Spade si è specializzato nel proporre raffinati menù di pesce, sotto la direzione dello chef Floriano.

    Un ristorante sicuramente di primo piano, una importante realizzazione per la “nobile” Lendinara. Città che negli ultimi anni vede fiorire molteplici iniziative, con l’obiettivo di recuperare lo spirito di una tradizione gloriosa, per cui fu insignita dell’appellativo di “Atene del Polesine”.

  • Il mulino del Pizzon

    Il mulino del Pizzon

    E’ denominato Pizzon il territorio del comune di Fratta che si trova alla confluenza dello Scortico con il Canalbianco. E’ un luogo del tutto singolare per paesaggio, architettura agricola ed archeologia industriale.

    In particolare al Pizzon sono presenti due importanti manufatti:

    – il primo, censito nel Catasto Austriaco nel 1841 e costruito probabilmente nel XVIII secolo, è un grande mulino ad acqua, funzionante fino al 1962, in una terra completamente piana come è il Polesine, sfruttando il dislivello tra lo Scortico ed il Canalbianco;

    – il secondo è una conca di navigazione sostenuta da porte vinciane con finestre di cui si vede ancora traccia. Tale doppia conca è la testimonianza di una delle prime idrovie in territorio polesano, attivate nel XIX secolo per il trasporto industriale, ripercorrenti la via d’acqua usata dai nobili veneziani per raggiungere le residenze di campagna nel 1500 quali villa Badoèr e Grimani-Molin nel centro di Fratta Polesine.

    Una storia dalle antiche radici

    La storia del territorio è però più antica e rimanda a tempi remoti, con la presenza in zona di un antico corso d’acqua denominato Filistina: dall’incrocio tra questo fiume e lo Scortico, a Fratta, il territorio venne diviso in quattro zone: quella a nord-est comprende l’antica bonifica effettuata a Costa dal monastero di San Cipriano di Venezia che poi farà parte della Campagna vecchia di Santo Stefano; le altre tre parti – rimaste a lungo paludose specie dopo le rotte dell’Adige del 1438 e fino alle successive bonifiche estensi e veneziane – sono state individuate con toponimi che tuttora le contraddistinguono, ovvero la Frattesina, la Vespara-Presciane e le Valli di Lendinara.

    Lo Scortico è oggi un corso d’acqua poco conosciuto, ma un tempo di rilievo: la sua importanza per la navigazione (porto e transito di Fratta) è attestata nelle relazioni dei Rettori veneti di Rovigo del Cinquecento. La sua evoluzione comportò nel tempo un progressivo innalzamento dell’alveo, per cui si dovettero costruire due “ponti-canale” per poterlo sottopassare con le acque delle valli di Lendinara (1560) e di Vespara-Presciane (1572).

    Anche lo Scortico, come tutti i canali ed i fiumi pensili del Polesine, andò soggetto a rotte, talvolta disastrose, come quella del 1673 che allagò 18.000 campi nella Valdentro causando morbi per cui morirono 700 persone. Ma il rilevato dello Scortico altre volte ha potuto difendere dall’alluvione il territorio di Fratta formando una sorta di diga. La rotta di Angiari dell’Adige del 1882 lasciò indenne Fratta: proprio al Pizzon fu innalzata una coronella sull’argine del Canalbianco, salvando così il paese. Ma nella rotta del Po del 1951, le acque fermate dalla Fossa di Polesella, superarono gli argini del Canalbianco risalendo a Fratta e si appoggiarono, montando, all’argine dello Scortico.

    Gli importanti interventi di valorizzazione turistica

    Il Pizzon ha dunque rappresentato nella storia del Polesine un importante punto di riferimento, interessante oggi anche sotto il profilo turistico e di visitazione, grazie soprattutto ai due originali manufatti – il mulino e la conca di navigazione – di cui si è detto. Inoltre nelle adiacenze di queste due realizzazioni, ecco altre interessanti strutture: un magazzino idraulico, l’ex abitazione del guardiano della conca, una corte rurale del 1600 ed un’altra del 1700.

    L’intuizione dell’allora Presidente del Gruppo C.T.G. Rovigoti, Giuseppe Marangoni, ha portato, una quindicina di anni fa, al recupero dell’antico mulino poi elettrificato (che conserva ancora le macchine e l’attrezzatura per la macinazione), e alla realizzazione di un alloggio, caffetteria e ristorante.

    Presso la riva del Canalbianco, in concorso con altri soggetti è stato poi realizzato un pontile per l’attracco di imbarcazioni turistiche. Successivamente, con la formazione di un gruppo di voga alla veneta, si è inoltre attivato uno “squero” per la costruzione e riparazione di barche in legno, la dotazione di canoe, alcune barche e la messa in opera di un pontile galleggiante nella conca.

    La località, così attrezzata, è divenuta un punto di sicuro richiamo per occasioni di visitazione, animazione e ristoro. Ed un ruolo importante nell’ambito della valorizzazione va riconosciuto al C.T.G. che, soprattutto attraverso il Gruppo “Rovigoti”, ha unito molte persone nella condivisione di valori che vanno dall’amicizia, alla fratellanza, all’altruismo, alla cultura con la volontà di allargare le conoscenze in diversi ambiti.

    L’incendio e la volontà di recuperare e riattivare la struttura

    Una bella storia dunque, che però disgraziatamente ha subito una improvvisa gravissima ferita. Il 28 ottobre 2018 è stato un giorno davvero nero: un incendio ha distrutto una parte del mulino e del tetto causandone il crollo parziale.

    Alla iniziale disperazione è però subentrata una positiva volontà di reagire, basata sulla consapevolezza del valore storico del bene che, in mancanza di un rapido intervento rischia di andare perduto.

    Ecco che arrivano i volontari:

    • Beppe coordina i primi interventi e si alterna in diverse mansioni manuali e di responsabilità;

    • Donatella segue le varie fasi dell’opera per il recupero e poi con tatto si dedica a reperti archeologici;

    • Cristiano con la tuta blu si trasforma continuamente: ora è idraulico, ora giardiniere, ora falegname o taglialegna;

    • Gabriella e Lucia con dedizione pensano a preparare qualcosa di gradevole per i futuri ospiti ed amici;

    • Laura, Lisa e Marisa nel magazzino dello “Squero” rovistano tra tanti scatoloni per recuperare attrezzature e libri;

    • Eligio, Luca e Giuliano addetti alla potatura degli alberi (sramatura e confezionamento di fascine);

    • Stefano “..butto la pasta che ho il sugo pronto…”;

    • Stefania pone sul tavolo tovaglie lilla per il pranzo;

    • Antonella si dedica alla monda dei tre tipi di radicchio dell’orto di casa di Donatella;

    • altri ancora alle prese con carpenteria e falegnameria per il riassetto di sedie e tavoli malconci. Armonia, volontà, fatica, dedizione per rendere accogliente e bello tutto questo grande spazio a disposizione di futuri ospiti.

    Un miracolo del C.T.G.? Sentiamo le impressioni di un volontario, il sig. Giuliano Mantovani.

    Da quanto tempo conosce il C.T.G.?

    Da anni ho la tessera del C.T.G. ed ho anche potuto usufruire gradevolmente dell’ospitalità presso le Case per Ferie gestite dall’Associazione in varie località d’Italia. Ho partecipato a camminate e visite guidate organizzate dal Gruppo “Rovigoti”, apprezzando gli aspetti storici e culturali del Polesine oltre a riconoscere ed apprendere le virtù delle erbe spontanee.

    Come ha deciso di essere volontario?

    L’incontro con mia moglie è stato provvidenziale perché ho potuto realizzare questo sogno che avevo nel cassetto.

    Cosa intende essere volontario in un Gruppo C.T.G.?

    Significa condividere principi e scopi dell’Associazione e fare in modo che in gruppo si possano realizzare.

    Conosceva il Mulino al Pizzon di Fratta Polesine e che impressione ha avuto dopo l’incendio?

    Prima di far parte del Gruppo non ne conoscevo l’esistenza e la notizia dell’incendio mi ha fatto un dispiacere senza misura per il grave danno subito dalla struttura di rilevanza storica ed unica qui da noi. Ritengo di operare in futuro per dare sostegno alla rinascita dell’intero complesso sotto il profilo dell’accoglienza, del decoro e dell’animazione. Al tempo stesso, per operare in ambito culinario, ho frequentato un corso di formazione per il personale addetto alla ristorazione.

    Nella speranza che altri volontari si aggreghino e ci sostengano, dedico questa poesia di Antipatro di Tessalonica (I sec.A.C.) dedicata ad un antico mulino

    “Cessate di macinare o affaticate donne che attendete al mulino, dormite fino a tardi, fin dopo che il gallo ha annunziato l’alba. Demetra infatti ha chiamato le Ninfe a far esse il lavoro delle vostre mani, ed esse, saltando giulive contro la ruota, fanno girare l’asse che con le sue pale rotanti muove a torno le macine fatte venir d’oltremare da Nisia.”

  • San Giacomo di Boccasette

    San Giacomo di Boccasette

    Per chi si appresta con la bella stagione a visitare il Delta può essere interessante programmare una sosta presso la restaurata chiesa di Boccasette, nel comune di Porto Tolle, intitolata a San Giacomo apostolo ed appartenente all’Unità Pastorale dell’Isola di Ca’ Venier.

    La riapertura al culto – dopo un radicale restauro – è stata festeggiata nel giornata dedicata all’Immacolata Concezione.

    Insieme a sua eccellenza monsignor Adriano Tessarollo, vescovo della diocesi di Chioggia, che ha presieduto una messa solenne di ringraziamento, erano presenti al taglio del nastro anche le autorità civili, tra cui il sindaco Roberto Pizzoli e il vicesindaco Silvana Mantovani.

    L’edificio sacro è stato così restituito, nel ritrovato giusto decoro, ai fedeli i quali, in questa occasione, hanno gremito la chiesa fino all’inverosimile, con la presenza anche di persone che hanno seguito dall’esterno la Celebrazione Eucaristica per l’impossibilità di entrare.

    Iniziati il 19 febbraio del 2018, i lavori di ristrutturazione sono durati quasi 10 mesi.

    Hanno interessato il rifacimento del tetto con anche sostituzione delle grondaie, il completo risanamento della muratura interna ed esterna corrosa dal tempo, la tinteggiatura interna completa, il rifacimento dell’intera pavimentazione, la sostituzione delle vetrate laterali, il restauro della cantoria e del coro ligneo, la sistemazione della sacrestia e delle attinenze, la sostituzione di tutti i serramenti interni, il restauro delle porte d’ingresso, rifacimento e messa a norma di tutti gli impianti tecnologici, la sostituzione della croce metallica posta in cima al timpano della facciata, la realizzazione di una rampa per superamento delle barriere architettoniche in modo da consentire un più facile accesso ai disabili, il consolidamento della piccola scalinata centrale, la sistemazione del sagrato.

    Il campanile, la cui sommità era stata gravemente danneggiata nel 2013 da un forte temporale, non è stato interessato dalla ristrutturazione, perché già oggetto di interventi di riparazione e ripristino.

    Nell’occasione dell’inaugurazione del tempio restaurato, è stato anche festeggiato il ritorno del quadro al centro del soffitto raffigurante “La discesa dello Spirito Santo”. Il fumo delle candele e gli inarrestabili processi di alterazione chimica della vernice protettiva ne avevano notevolmente alterato l’aspetto cromatico e la visibilità, fino a rendere l’opera quasi incomprensibile.

    Un accurato restauro, eseguito dalla restauratrice Rossella Boalini di Ferrara in accordo con la Soprintendenza di Verona, ha restituito alla scena piena leggibilità e la luminosità tipica della pittura veneta del Seicento.

    Il dipinto, originariamente di forma rettangolare, in tempi recenti era stato assemblato con due ampliamenti semicircolari simulanti una sommaria continuità iconografica: aggiunta ideata per l’inserimento della tela nel progetto decorativo del soffitto. Completano la composizione la “Glorificazione di Maria” e la “Glorificazione di san Giacomo”, firmate A. Ravagnan 1913. Anche la grande cornice dorata che impreziosisce la nicchia dove è custodito il gruppo ligneo della Madonna addolorata, databile all’ultimo quarto dell’Ottocento, ha ritrovato il primitivo aspetto.

    La chiesa si è inoltre arricchita di nuove opere: un bel tabernacolo, inserito nella parete di fondo, dietro l’altare, e un prezioso crocifisso ligneo, probabilmente della seconda metà del XVII secolo. La corporatura e il colore che imita il bronzo lo farebbero avvicinare a certe opere della Sicilia dove, nel Seicento, è nata la tradizione del “Cristo nero”.

    Nel suo discorso, il parroco Michele Mariotto, visibilmente soddisfatto, ha espresso tutta la propria gratitudine verso la comunità di Boccasette e verso gli Enti che hanno contribuito alla realizzazione del progetto, in particolare la Curia Vescovile, la Conferenza Episcopale Italiana, la Fondazione Cariparo.

    Particolarmente toccante il commosso ricordo del geometra Luca Mancin, direttore dell’Ufficio tecnico e incaricato diocesano ai Beni culturali, che ha seguito il progetto con competenza, professionalità e passione, ma non ne ha visto il completamento perché ci ha prematuramente lasciato nel luglio del 2018. L’opera è stata portata a termine con il coordinamento di Paolo Tessarin, titolare dell’omonima impresa edile, il quale ha seguito fedelmente le direttive di Luca con lo stesso impegno.

    L’eccellente risultato finale testimonia il buon lavoro di squadra, al quale hanno collaborato tutte le realtà coinvolte, con l’obiettivo del pieno recupero funzionale e della valorizzazione dell’edificio di culto che, con i suoi 170 anni di storia, è il più antico attualmente esistente nel comune di Porto Tolle.

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