L’ultima recente personale dal titolo “Lendinara stenopeica”, allestita presso la Cittadella della Cultura della città altopolesana, ha favorito da parte dei numerosi visitatori la (ri)scoperta dell’arte fotografica di Giovanni Cappello, un professionista la cui notorietà registra cifre maggiormente significative in ambiti circoscritti, per ragioni probabilmente comprensibili, non ultima l’assenza pressoché totale di analogie nell’utilizzo delle tecniche compositive.
La contemporaneità con l’inaugurazione della complessa esposizione sulla figura di Giuseppe Marchiori quale animatore del Fronte Nuovo delle Arti nella Biennale veneziana del ‘48, sembra condensare il refolo culturale che veicola talenti nostrani verso la città lagunare e ricordare la prestigiosa esposizione di 13 opere di Cappello negli spazi del Padiglione Italia alla 54ª (2011) Biennale d’Arte di Venezia su invito di Vittorio Sgarbi e Italo Zannier. Ed è proprio del professor Zannier la definizione del sottotitolo che, in una sintesi efficace, racchiude i concetti chiave dell’attività del fotografo lendinarese.
Alla prima personale del maggio 1998, nella lendinarese sede della Biblioteca Comunale, hanno fatto seguito altre apprezzate iniziative – esposizioni, personali, collettive – presso la Provincia e l’Archivio di Stato di Rovigo, L’Istituto di Cultura “Giorgio Cini” di Ferrara, Gallerie e Musei (Lugano, Pordenone e S. Marino). Al suo attivo, inoltre, il contributo a importanti progetti tra i quali la realizzazione delle foto del catalogo delle opere presenti nello spazio permanente dedicato allo scultore Virgilio Milani di Rovigo e la realizzazione delle fotografie della mostra “Calzoni corti. I bambini nella fotografia tra ‘800 e ‘900”, provenienti dai fondi archivistici di note famiglie polesane in occasione della IX Settimana dei Beni Culturali in Polesine.
Se l’ammirazione e l’immediata comprensione del valore artistico delle immagini – molto spesso assimilabili a vere e proprie produzioni pittoriche – sono impressioni spontanee e ampiamente condivise, l’approfondimento sulla personale arte fotografica necessita dell’intervento dell’autore.
Attraverso le sue parole ricostruiamo il percorso concettuale e creativo dell’artista, iniziato poco più che ventenne nei primi anni ’80.
“Nell’epoca dell’apparenza, nella quale l’immagine si configura come forma predominante della comunicazione, la fotografia tende a esaudire finalità commerciali e di sbrigativo consenso; viene spesso sottovalutata l’importanza del mezzo il quale, al contrario, assume un’importanza fondamentale per il risultato; quest’ultimo dovrebbe infatti sublimare l’idea iniziale.
Per chi si avvicina alla fotografia con atteggiamento professionale è fondamentale conoscerne la storia e l’evoluzione, le tecniche, i suoi utilizzi dalla sua scoperta alla contemporaneità. Per quanto mi riguarda, non riuscirei a prescindere dalla padronanza della tecnica e dall’autonomia (aspetto quanto mai raro, ndr) nei passaggi, risultanti di una scelta operativa di tipo sperimentale e di una discreta manualità.”
Su quest’ultimo aspetto, che si palesa invece con caratteristiche di elevata artigianalità, l’artista non pone alcun tipo di enfasi: “non sono l’impegno e la laboriosità delle mie opere a dover emergere ma qualità e originalità sotto il profilo artistico e tecnico.”
E proprio di queste tecniche Cappello illustra i punti salienti, mostrandone le innumerevoli e incantevoli personali trasposizioni su carte di vario genere. “La tecnica del foro stenopeico, (stenos, stretto, e opaios, foro) prevede l’utilizzo della camera oscura nella quale, su una delle pareti, è presente un orifizio che permette la penetrazione della luce, realizzato con la punta di uno spillo su una lamina di metallo. Tale scatola, autorealizzata, data la possibile rilevanza dei tempi espositivi, viene posizionata su di un sostegno. L’immagine è ottenuta dai raggi riflessi dai soggetti immobili per l’intera durata dell’esposizione. Apparentemente semplice, la tecnica necessita al contrario di calcoli matematici per il controllo dell’inquadratura che in base alla profondità della scatola identifica la distanza focale e soprattutto di un approccio finalizzato alla percezione del luogo e degli elementi prescelti”.
La sperimentazione di Cappello registra notevoli successi anche nell’utilizzo della stampa alla gomma bicromatata. “Si tratta di una tecnica nella quale la stampa si ottiene per effetto dell’emulsione di gomma arabica e bicromato di potassio stesa su carta da disegno di elevata grammatura. Nelle mie produzioni” spiega Cappello, “l’evoluzione della gomma bicromatata è rappresentata dalla tricromia in presa diretta. Il primo a sperimentare il procedimento di sintesi sottrattiva tricromatrica fu il fotografo francese Louis Ducos du Hauron nella seconda metà del 1800”. Il recupero di questa tecnica, in auge tra il XIX e XX secolo, permette di “ottenere effetti che sulla carta ruvida si caricano di una matericità sconosciuta al negativo bidimensionale…il ciclo di opere aniconiche di Cappello interessa maggiormente la reazione dello spettatore rispetto a quanto espresso, la sua capacità di percepire, in queste immagini, un senso di armonia e sensualità, di intimo nascondimento, di silenzio e di attesa, secondo un processo di trasfigurazione della forma” (Alfredo Sigolo – presentazione della mostra “Trasfigurazioni sensibili” – Sala Celio, 2004). Il prodotto finale, al quale l’artista non concede indulgenze di sorta, è dato dalla personale sensibilità e meticolosità esecutiva; talento e passione sono documentati dai lavori e dagli strumenti operativi, di grande suggestione, presenti nei suoi spazi abitativi.
L’eclettica verve di Giovanni, ha permesso molte altre esplorazioni in campo fotografico arricchendo il suo bagaglio di luminose e concettuali narrazioni, scorta di un percorso costantemente in itinere.
“Il mio prossimo progetto? Una esposizione di scorci di tutto il Polesine catturati attraverso il foro stenopeico.” Che avremo sicuramente modo di ammirare, oltre gli aspetti strettamente iconografici.
Non sempre è facile e scontato per un artista contemporaneo rapportarsi con i maestri del passato, senza cadere in facili citazionismi, in modo didascalico, trovando invece una soluzione originale per non rimanere schiacciati dal peso della storia. Se poi il maestro in questione è un “Gigante Misterioso” come Leonardo da Vinci, il compito è ancora più gravoso.
A 500 anni dalla morte del Genio più amato della storia universale, a Ca’ Cornera di Porto Viro, è stato celebrato Leonardo con lo sguardo e la ricerca dell’artista polesana Maria Nella Marangon. Lei sa di vivere in un mondo completamente diverso, nella società dell’industria e della tecnologia, non più nel mondo della manualità, dove le forme prima di essere concrete sono mentali. Porta con sé i semi delle avanguardie storiche e sa che l’arte è pura progettualità, che non ha bisogno di un “lavoro” ma soltanto di un gesto demiurgo, ordinatore. In fondo, che la pittura è cosa mentale, l’aveva già scritto lo stesso Leonardo.
E’ stato molto interessante vedere nelle opere di M. N. Marangon come il rapporto tra artista e osservatore sia di fondamentale importanza. Al di là delle etichette e delle classificazioni storico-accademiche la sua ricerca segue dei binari ben precisi ed è frutto di un pensiero strutturato dove niente è lasciato al caso. A lei, infatti, non interessa, ciò che una determinata opera di Leonardo dice, ma ciò che l’arte in quanto arte può dire. Va dato merito quindi alla nostra artista di saper suscitare ancora curiosità verso il Grande Genio toscano con opere che prendono solo spunto da alcuni suoi capolavori.
Maria Nella Marangon ha guardato, analizzato, studiato e anche sezionato ciò che il Grande Maestro ci ha lasciato in eredità. Piccoli dettagli rivisitati e tradotti attraverso i materiali diversi, dalla fotografia, alla scrittura, ad assemblaggi improbabili, a noi contemporanei, non trascurando le immagini, in video, di una sua performance.
Utilizzando unicamente la voce leggendo, in lingua arcaica, il testo di alcune favole di Leonardo, ha catturato la nostra attenzione e l’interesse. Attraverso un “medium” diciamo così “intimo” l’artista si è fatta narratrice comunicando alle orecchie dell’ascoltatore le parole del Maestro. Ha comunicato significati ed emozioni senza l’espressione del viso e dei gesti del corpo, un compito certamente difficile.
Il Genio assoluto di Leonardo è riconosciuto universalmente: il suo talento eclettico trovò espressione in ogni forma d’arte e conoscenza e, forse meno noto, scrisse anche alcune favole, probabilmente intorno al 1490. Sono favole brevi, che hanno protagonista soprattutto la natura, descritta nella sua forma reale e immaginifica: animali o piante che parlano e che attraverso le sue parole scritte insegnano una morale profonda. Ricordiamo un suo monito: “Saper ascoltare significa possedere, oltre al proprio, il cervello degli altri.”
Un genio imprendibile, Leonardo, dalla sua stessa scrittura, quella scrittura con la mano sinistra, “a specchio” che capovolgeva le lettere e le parole da destra verso sinistra.
Per capire Leonardo, o almeno tentarci, Maria Nella ci ha fornito, appunto, lo strumento, uno specchio… Un compito che potrebbe risultare un po’ complicato. Ma così non è stato. Nel Genio Fiorentino, l’autrice, ha trovato una profonda affinità elettiva. Ne ha condiviso i turbamenti, la passione mai appagata per l’opera. Le rappresentazioni di “paesaggio”, che prima di Leonardo erano solo un elemento accessorio, utili come sfondo, sono diventate protagoniste.
L’esempio della Gioconda, presentata dalla Marangon, è stata illuminante. La nostra artista, con un intercambio giocoso di fotografie, ha amplificato il valore del paesaggio come allegoria della caducità del tempo ed ha esaltato così il personaggio in primo piano, in questo caso di Monna Lisa, donna virtuosa, la cui virtù trionfa sul tempo che passa.
Con le sue realizzazioni l’artista polesana desidera sensibilizzare la nostra umanità portandola, virtualmente, a stringere alberi, ricordandoci che un albero è qualcosa di vivo, di buono, che si ama perché allo stesso tempo lui ama noi. Il suo richiamo, finalizzato alla sensibilizzazione alla tutela dell’ambiente, appare forte e intimo allo stesso tempo.
A Ca’ Cornera siamo entrati in mostra pensando a Leonardo, ne siamo usciti affascinati dalle proposte di Maria Nella Marangon.
Nel cuore del capoluogo, vicino all’antica porta di San Bortolo e nell’area anticamente occupata dal Ghetto ebraico, esiste una piazza che tutti i rodigini universalmente conoscono come “piazza della fontana” o “piazza Roma”. In verità quello spazio – negli ultimi anni balzato al centro delle cronache anche per alcuni interventi urbanistici che l’hanno riguardato – è intitolato alla memoria dell’on. Umberto Merlin (1885-1964), tra i protagonisti della nascita del Partito Popolare Italiano, avvenuta in un albergo romano un secolo fa, il 18 gennaio 1919.
Nato a Rovigo il 17 febbraio 1885, un anno dopo la repressione dei moti contadini della Boje, nel cuore del periodo della “Grande Migrazione” verso le Americhe, Merlin è coetaneo del frattense Giacomo Matteotti, con cui condividerà gli studi presso il Liceo Classico “Celio”.
Divisi dalla idee, ma uniti dalla passione per il territorio polesano, i suoi problemi, la sua gente, Merlin e Matteotti iniziano precocemente la loro attività politica locale.
Nel 1900, appena quindicenne, Merlin viene eletto presidente dei giovani democratico-cristiani del circolo San Francesco di Rovigo, in un quadro complesso, in cui il movimento cattolico, nello spirito della Dottrina Sociale della Chiesa, inaugurata dalla Rerum Novarum di Leone XIII (1891) – e di cui in Polesine erano alfieri, tra gli altri, mons. Enrico Bonincontro, e, specialmente, mons. Giacomo Sichirollo (1839-1911) – doveva farsi strada in un territorio in cui lo spirito anticlericale era comune alle matrici socialiste, liberal-risorgimentali e repubblicane.
Discepolo dell’economista Giuseppe Toniolo, che lo propose quale membro laico dell’Unione Popolare a Firenze, Merlin, finiti gli studi liceali, si laureò in Legge a Padova nel 1906, nello stesso anno in cui il rigorismo dottrinale di Pio X aveva portato allo scioglimento dell’Opera dei Congressi, organizzazione di coordinamento delle varie attività del mondo cattolico.
Gli interessi sociali e politici
Tirocinante nello studio legale dell’avv. Ugo Maneo, Merlin appoggia il noto legale costituzionale, candidato alle Elezioni Politiche, celebrate il 26 ottobre e 2 novembre 1913 con il sistema del collegio uninominale a doppio turno: Maneo risulterà eletto nel Collegio di Rovigo contro il socialista Galileo Beghi ed il repubblicano Italo Pozzato, salvo poi dover cedere il seggio a Beghi l’anno seguente a causa di un riconteggio dei voti.
Consigliere comunale a Rovigo e consigliere provinciale dal 1914, giornalista per Il Popolo, testata con cui allora usciva l’organo diocesano La Settimana, Merlin, tenente al fronte della Grande Guerra, è decorato con Croce di Guerra; ma è pure in prima linea nell’assistenza, materiale e morale, ai soldati coinvolti nel conflitto e alle loro famiglie, anche come membro del Comitato di Preparazione Civile di Rovigo.
Tra queste iniziative di assistenza, va ricordato il sostegno alla colonia agricola per gli orfani di guerra, ospitata dall’ottobre 1918 presso la Villa “Ai due leoni” di Crespino, di proprietà del cav. Giuseppe Toso di Venezia. La colonia, casa di ricovero di tipo familiare, apolitica e aconfessionale, raccolse ed educò una settantina di orfani dai 5 ai 14 anni di età, avviati alla cura delle stalle dei bovini e suini, all’apicoltura e all’allevamento di conigli e polli con moderne attrezzature, con obbligo di frequenza scolare presso le scuole di Crespino, rimanendo attiva fino al 1929.
La nascita del Partito Popolare
Tra l’11 e il 12 giugno 1918 – promossa dal vescovo mons. Anselmo Rizzi, nelle stesse giornate che precedono la “Battaglia del Solstizio” tra il Grappa e il Piave – l’Azione Cattolica diocesana organizza un Convegno di Studi, sotto la presidenza di Carlo Bresciani. Intervengono il Canonico della Cattedrale don Romano Zanchetta (Identità cattolica), Don Pietro Mazzocco (Giovani, con proposta di creare una Federazione per l’educazione e la formazione dei giovani), Battista Soffiantini (Amministrazione Civile, con esaltazione dell’aspetto solidaristico espresso in guerra dai cattolici polesani), Carlo Belloni (Il Polesine) e, per l’appunto, Umberto Merlin.
A quel convegno, parlando di vita pubblica, Merlin aveva prospettato la creazione della Federazione piccoli proprietari e fittavoli, per l’istruzione ed assistenza tecnica ai contadini, la fornitura sementi ed l’assistenza fiscale. Questa relazione getterà le basi per la nascita della CIL (Confederazione Italiana del Lavoro), avvenuta a Roma il 29 settembre 1918, favorendo l’approdo dell’attivista polesano ai vertici politici del mondo cattolico nazionale.
Così, dalle colonne de “Il Popolo” Merlin racconterà la sera in cui nacque il PPI:
«… In una sera del dicembre 1918 eravamo riuniti a Roma in una trentina di amici per gettare le basi del nuovo Partito. Don Luigi Sturzo aveva finito di esporci le linee fondamentali del programma: dopo lunga discussione l’accordo erasi raggiunto. Sturzo, piangendo di commozione, ci disse che il nostro lavoro era finito, ora toccava ad altri. Il giorno dopo una commissione di fiduciari avrebbe umiliato al Santo Padre le nostre proposte: se Egli avesse creduto, i cattolici italiani avrebbero costituito il loro Partito; se fosse stato di diverso avviso, essi avrebbero desistito dal loro tentativo, continuando il lavoro nell’ambito dell’Azione Cattolica».
Merlin, assieme all’On. Avv. Giovanni Bertini, all’Avv. Giovanni Bertone, a Stefano Gavazzoni, al Rag. Achille Grandi, al Conte Giovanni Grosoli, all’On. Dr. Giovanni Longinotti, all’On. Avv. Prof. Angelo Mauri, all’On. Avv. Giulio Rodinò, al Conte Avv. Carlo Santucci è membro della Commissione Provvisoria, presieduta da don Luigi Sturzo, che sabato 18 gennaio 1919, in via dell’Umiltà 36 a Roma, licenzia l’”appello agli uomini liberi e forti”, dando vita al nuovo Partito Popolare Italiano e chiudendo così l’esilio volontario dei cattolici dalla vita politica nazionale, iniziato dopo la Breccia di Porta Pia del 1870.
«A tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini superiori della Patria, senza pregiudizi né preconcetti, facciamo appello perché uniti insieme propugnano nella loro interezza gli ideali di giustizia e libertà»: nell’appello, la difesa dei valori cattolici, in modo laico e non clericale, si fondeva alla volontà di costruire un partito interclassista, che esaltava la volontà di raggiungere il suffragio universale, il decentramento e le autonomie locali, uno sviluppo armonico tra sud e nord e significative riforme in campo agrario, tributario e fiscale.
Tornato in Polesine per organizzare il Partito (la prima riunione locale risale al 12 febbraio 1919, mentre il 16 marzo successivo viene in visita alla Casa del Popolo cattolica di via Angeli lo stesso don Sturzo), Merlin, membro delle Direzione e consigliere nazionale del PPI, viene così descritto da un rapporto della Prefettura:
«…un giovane di molto ingegno, di grande equilibrio morale e di attività tenace. Egli ha saputo iniziare una organizzazione che è bene avviata, ma sulla efficacia di essa non possono ancora avventurarsi giudizi o previsione, perché non si sono ancora avute notevoli manifestazioni collettive del Partito, ed anche perché, se pure i principi e le pratiche religiose sono ancora in vigore nel complesso della Provincia, non è dato di affermare quale influenza ciò possa avere nel campo politico…»
Merlin deputato
Alle Elezioni Politiche del 16 novembre 1919 viene eletto deputato nel Collegio di Ferrara – Rovigo con 5823 preferenze su 14217 voti di lista (gli altri candidati popolari erano Antonio Giuseppe Barbieri, Armando Calzolari, Giovanni Maria Longinotti, Attilio Mentasti, Antonio Pedinelli ed Edoardo Piva), assieme ai socialisti Galileo Beghi, Dante Gallani e Giacomo Matteotti, non mancando di adoperarsi per la terra polesana nei difficili mesi del “biennio rosso” e della conseguente ondata squadrista.
Se infatti il 31 ottobre 1920, tutte e 63 le Amministrazioni Comunali andarono in mano socialista, ben presto, tra il marzo e l’aprile 1921, tutte le Amministrazioni Comunali del territorio caddero a seguito delle incursioni squadriste.
In questo contesto i popolari (lacerati da divisioni interne, con la figura di don Sturzo isolata rispetto alle gerarchie vaticane, dopo le Politiche del 1921, nelle quali Merlin venne rieletto) votarono, nell’ottobre 1922, la fiducia al I Governo Mussolini.
In quell’esecutivo, che precede il delitto Matteotti, Merlin è componente per alcuni mesi (fino al 5 febbraio 1923), della pattuglia popolare, che comprendeva anche De Gasperi e Gronchi, quale sottosegretario al Ministero delle Terre Liberate dal Nemico.
Rieletto deputato nelle contestate elezioni del 1924, che costarono la vita al vecchio compagno di scuola Matteotti, Merlin scompare dalla scena politica attiva in seguito alla decadenza dei deputati aventiniani (9 novembre 1926).
Durante la dittatura
Dopo essere stato incarcerato due volte, durante la dittatura svolge la propria attività forense, andando a risiedere a Padova, parzialmente compromesso da una sordità sempre maggiore che ne mina l’attiva partecipazione pubblica.
Sono gli anni, questi, in cui la Curia deplora più volte, per bocca di mons. Rizzi, il grave clima di lotta civile nel Paese, che, a detta del presule, «ha sostituito la guerra con lo straniero», rinserrando la Diocesi nelle proprie istituzioni, con i parroci invitati a creare un rapporto collaborativo con il Governo, ma allo stesso tempo a tenere il legame dei fedeli con la Chiesa in maniera stretta, nell’evidente tentativo di continuare ad esercitare il primato sulla società.
L’impegno dei cattolici polesani, mai cessato durante il Regime, porterà quindi molti esponenti già popolari ad aderire alla Resistenza, tramite le fila del nuovo partito, la Democrazia Cristiana, fondato in clandestinità nel 1942. Tra i più attivi lo stesso Merlin.
Sindaco, deputato e ministro
Umberto Merlin sarà il primo sindaco di Rovigo dopo la Liberazione dell’aprile 1945, e verrà eletto all’Assemblea Costituente nel 1946 nel Collegio di Verona. Condividerà l’onere ed onore di scrivere la nostra Carta Costituzionale assieme al comunista Severino Bolognesi di Stienta, al repubblicano Arnaldo Azzi di Ceneselli, e ai socialisti (ancorché divisi in due partiti) Giancarlo Matteotti, figlio di Giacomo, e Lina Merlin.
Sono gli anni della difficile gestazione della DC polesana, per la quale Merlin si prodiga assieme all’avv. Francesco Guindani e a Carlo Cibotto, direttore della Banca Cattolica del Veneto; gestazione tanto difficile al punto che, nelle elezioni del 1946, il partito raccolse appena il 28,2 % dei consensi contro una media veneta del 49,1 %, a causa del forte radicamento della sinistra nel territorio.
Ministro delle Poste e Telecomunicazioni nel De Gasperi IV (da giugno a dicembre 1947), Merlin diventa senatore di diritto dopo il 1948, in quanto deputato in quattro legislature, assumendo la carica di Ministro dei Lavori Pubblici prima nel Governo Pella (17 agosto 1953 – 19 gennaio 1954, con Emilio Colombo sottosegretario) e poi nel Fanfani I (19 gennaio – 10 febbraio 1954, il secondo più corto della storia d’Italia).
Dal 13 dicembre 1951 al 24 giugno 1953 Merlin presiederà la Commissione speciale per gli alluvionati del Polesine, con segretaria la sua omonima Lina, in un momento di forte condivisione del tema della ricostruzione (e della crescita, in tempi di Riforma Agraria ed inizio attività di estrazione metanifera) del Delta padano, occupandosi inoltre di Affari Interni, Giustizia e Agricoltura.
Presiede il congresso della DC a Venezia nel 1949. Dal 1953 tornerà, infine, a sedere nel Consiglio Provinciale di Rovigo, dove aveva mosso i primi passi politici negli anni della Grande Guerra.
La biografia di Merlin, morto a Padova il 22 maggio 1964, corrisponde a quel mai mutato impegno dei cattolici polesani, continuato clandestinamente anche durante il periodo fascista e proseguito nella Resistenza e nella costruzione dell’Italia repubblica, che vide, spesso, una consonanza con culture e ideologie differenti, come quella liberale, quella socialista e quella comunista, in quel profondo riconoscimento delle reciproche ragioni dell’altro, in un rapporto dialettico tra avversari (e non nemici) quanto mai attuale nel suo insegnamento di fondo.
Se dai giovani d’oggi la notte, specie quella del fine settimana, è motivo di richiamo per affollare rumorose discoteche, con relative occasioni di sballo, nella civiltà contadina, viceversa, era considerata come tempo di minacce, condizione di pericolo specie per la vita delle giovinette, delle donne avventate e dei giovani vogliosi di avventure. Occorreva pertanto stare il più possibile riparati nelle proprie abitazioni.
La notte era infatti vista come il regno degli spiriti cattivi, popolata di diavoli, di anime perse o malombre che fanno preda di chiunque sia sorpreso nel buio notturno. La necessità di dovere uscire di notte, dopo la campana dell’avemaria della sera o prima della campana dell’alba, faceva tremare i polsi a chiunque.
Nella notte si muovono le streghe per i loro sabba, le fate e i folletti, per le loro malie, i diavoli accompagnati dalle malombre dei dannati che non lasciano scampo, le anime terrene che si manifestano come lumaze (di cui abbiamo riferito in un intervento pubblicato alcuni numeri fa nelle pagine di Ventaglio Novanta) e tutta una serie di esseri a volte benefici, ma molto spesso malefici, che rendono perniciosa la permanenza nella notte.
Il popolano non sa bene dove inizia o dove finisce questo mondo parallelo. Il limite è in verità molto labile e queste creature sono quasi sempre a presidio di passaggi, di guadi, di acque, di luoghi. In particolare vivono in boschi e campagne, e sono lì apposta per misurare il coraggio e la temerarietà dell’essere umano. Si immaginano sotto forma di draghi di fuoco dalle innumerevoli teste, di serpi spropositate, o di animali più comuni, come il topo, il maiale.
Si tratta spesso di piccole creature, presenti sempre, ma che nessuno è mai riuscito a catturare o ne ha visto un esemplare. Si dedicano più che altro a fare scherzi e dispetti e a rendere difficile l’esistenza. Di loro ci si accorge solo attraverso le conseguenze della loro presenza o del loro passaggio, e si chiamano l’indoraculi, il magnaputei, il picadone e picaomani, il tajavene, il masariolo, l’orco e lo smisurato, la bosgata rossa, il can brak, il marteleto, il salvanelo, il visinelo, il magnaomani, la maramàcola ed altri ancora che con nome generico sono chiamati spiriti folletti.
Per certi aspetti anche la presenza degli spiriti folletti è legata al culto dei morti, in particolare alle così dette aneme terene, cioè a quelle anime purganti dei defunti che permangono vaghe ombre inquiete, nel mondo dei vivi dai quali pretendono le preghiere e i suffragi necessari per raggiungere i luoghi della pace eterna.
Nella coscienza contadina tendono ad essere una continua fonte di paure ancestrali o di timori improvvisi. Bisogna precisare che l’antica cultura in proposito non teme la morte in sé, che è considerata solo come un semplice passaggio; teme invece molto la comunanza con i morti, che incute timore e paure, a volte profonde, soprattutto il contatto con il mondo attiguo degli spiriti.
Questo mondo parallelo è sempre esorcizzato con frasi e preghiere, con riti ed atti che riecheggiano l’antichissimo culto dei morti. Tra la nostra gente sopravvivono ancora antiche credenze e tradizioni pagane inquietanti, custodite gelosamente dagli abitanti di queste terre.
Vogliamo dire che la memoria generazionale, come la definisce Dino Coltro, registra ancora le antiche storie che cercano di dare la spiegazione di quanto risulta incomprensibile perché avvolto nel mistero. Anche se poco noti, sono ancora presenti nel mondo di oggi riti, esorcismi, processi scaramantici per evitare ogni contatto con il mondo esoterico. Proviamo a pensare quanto timore genera in ciascuno di noi semplicemente il contatto con il mondo notturno di un camposanto o con qualche parte dello scheletro, qualche osso, sopravvissuto alla dissoluzione del corpo.
Una di queste paure ci riporta al culto antico del serpente, il quale dona la vita e la morte, secondo i casi. Il serpente può uccidere con il suo veleno, ma lo stesso veleno può essere usato per salvare le vite, tanto che è il simbolo antico dell’antica medicina che è presente ancor oggi. Ricordiamo solo Esculapio, venerato come il dio della medicina, il cui simbolo è un caduceo a cui è attorcigliato un serpente, proprio a simboleggiare che il rettile può dare la morte con il suo veleno, ma con lo stesso può anche proteggere la vita.
In Polesine poi il serpente è ritenuto il simbolo del passaggio dalla vita alla morte e viceversa dalla morte alla vita, poiché muta pelle ogni anno e perciò nella credenza primitiva muore per rinascere subito.
Un antico mito ci tramanda la credenza che il Polesine sia figlio del serpente dalla cui bocca esce l’acqua che è la caratteristica di questa terra, (a volte il serpente ne rigurgita tanta da dare luogo alle alluvioni), analogamente può privare dell’acqua quando non rigurgita più. E può farlo, poiché come essere della natura è depositario della scintilla divina e può dare e togliere l’acqua come può dare e togliere la vita.
Come tutte le fiere non legate alla ricorrenza del Santo Patrono, anche la fiera d’ottobre di Trecenta trae origine da un particolare mercato che, per un giorno all’anno, era consentito in totale esenzione dalle gabelle e dai pignoramenti dei creditori (quindi, vi potevano partecipare anche i condannati per insolvenza), il cosiddetto “mercato franco”.
In tale circostanza l’economia rurale, non più limitata da dazi e vincoli giudiziari, si apriva al mondo del libero commercio e al flusso di denaro contante, dimostrando tutta la sua vitalità. Era un’occasione importante per la realtà socio-economica dei secoli passati, attesa con ansia da venditori e compratori, ma che oggi, con la libera circolazione delle merci, non ha più riscontro, per cui buona parte delle fiere-mercato che la tradizione ci consegna, sono alla ricerca o già si sono date, una nuova identità (per lo più di tipo eno-gastronomico), totalmente diversa da quella originaria. E allora vediamo di riscoprire, le radici di quella che fu una delle più importanti fiere-mercato del Polesine: la fiera d’ottobre di Trecenta.
Fino all’arrivo dei Francesi (giugno 1796), Trecenta era il paese più a Nord dello Stato Pontificio (che dal 1598 era subentrato al dominio degli Estensi) e faceva parte di un territorio detto Traspadana Ferrarese, soggetto al dominio politico e religioso della città e della diocesi di Ferrara.
Situata a due passi dal confine col territorio di Venezia – stabilito dal 1484 sul corso del fiume Castagnaro (ramo di rotta dell’Adige, oggi scolmatore delle Valli Veronesi) – Trecenta era luogo di transito obbligato nei collegamenti tra Ferrara, Verona ed Este: questa ubicazione la rendeva strategica come presidio militare e come località commerciale. Perciò era sede di un Governatore, nominato direttamente da Roma, col compito di vigilare sulla sicurezza dei confini e con ampia giurisdizione civile e penale sulla comunità.
Il mercato franco
Va innanzitutto sottolineato che la morfologia del territorio trecentano era caratterizzata da ampie depressioni dove la falda freatica molto superficiale permetteva la crescita rigogliosa di foraggi anche nei mesi estivi (prati umidi) e talora emergeva in piccole sorgive (pozze), adatte all’abbeveraggio degli animali. Era perciò un territorio particolarmente vocato all’allevamento brado di bovini ed equini¹ che, per la ricchezza dei fieni, la salubrità dell’aria e la premurosa cura di bovari e cavallari, vi crescevano particolarmente sani e vigorosi. In particolare, i cavalli allevati in questa zona godevano di ottima fama e costituivano la principale fonte di reddito per i proprietari di queste terre non idonee ai seminativi.
Nel mese di ottobre avveniva la cernida, cioè la levata di quei cavalli che erano pronti per la vendita; si realizzava così il reddito dell’allevamento e, nello stesso tempo, si riduceva il consumo di foraggi nel periodo di scarsa disponibilità, tipico dell’inverno. Il mercato trecentano nel mese d’ottobre era perciò caratterizzato dall’offerta di un gran numero di equini, che spesso non potevano trovare compratori fra gli angusti confini della Traspadana Ferrarese.
Per favorire l’economia locale, serviva un mercato aperto anche agli operatori esteri e fu così che, per interessamento del Governatore, verso la metà del Seicento (secondo il Sartorelli, ma il documento non è ancora stato reperito), il Legato di Ferrara concesse l’immunità fiscale e penale per il mercato della seconda domenica d’ottobre (cfr. Arch. Storico Comunale Fe, misc. Migliori, tomo 33, f. 2: “Fiere della Legazione di Ferrara”).
Questo giorno divenne così mercato franco, attirando gente d’affari da ogni parte, specialmente dal confinante Stato Veneto. Molti acquirenti e venditori arrivavano già il sabato e vi si trattenevano fino al successivo martedì, giorni del tradizionale mercato trecentano, trasformando il paese in un grande caravanserraglio, animato anche dalla presenza di saltimbanchi, cantastorie, cavadenti, sensali, ciarlatani e quant’altro era di corollario alle fiere dell’epoca.
Nasceva in tal modo la fiera-mercato dei cavalli di Trecenta, un appuntamento di grande richiamo, data l’importanza che il cavallo rivestiva nell’economia di quel tempo. Il cavallo, infatti, era il principale mezzo di trasporto individuale o collettivo, ma anche strumento di lavoro per il traino di carri o barche e molto richiesto anche dai reggimenti di cavalleria militare, nelle cui azioni era purtroppo soggetto ad una notevole falcidia. Non meraviglia pertanto, se anche il Doge inviava a Trecenta i suoi emissari ad acquistare cavalli per le compagnie di cappelletti impegnati nella interminabile guerra contro i Turchi.
Il Prato delle Cavalle
Ma vi sono per lo meno altri due motivi che contribuirono a rendere famosa ed apprezzata la fiera-mercato dei cavalli di Trecenta. Anzitutto, il centro del paese offriva gli spazi adatti per il mercato equino: il grande Prato delle Cavalle, un recinto contiguo alla piazza che si prestava benissimo al carosello dei cavalli; nessuno infatti avrebbe comperato un cavallo senza prima averlo provato, facendolo correre adeguatamente. Il rischio di incappare in un animale asmatico (bolso), zoppo o balzano, era in tal modo evitabile. Ottobre d’altra parte, con il suo clima mite e il terreno non ancora inzuppato di piogge, era l’ultimo mese utile per queste galoppate; più avanti c’era il rischio per cavallo e cavaliere di buscarsi una polmonite.
L’altro motivo che contribuiva alla buona fama della fiera-mercato di Trecenta era la qualità eccellente dei cavalli messi in vendita, cavalli che per lo più provenivano dagli allevamenti dei due grandi latifondisti della zona: Pepoli e Bentivoglio.
I primi si erano specializzati nella selezione di una razza elegante, veloce, briosa, detta corsiera (corsiero è tutt’ora sinonimo di cavallo), adatta alla sella e al tiro di calessi e carrozze, un cavallo ambito dalla nobiltà e dai clienti più facoltosi.
I secondi invece, incrociando le giumente con stalloni di notevole mole, offrivano sul mercato stornelli grossi (ma anche bai, leardi e melati),² cavalli robusti e docili, adatti al lavoro duro ma anche alla guerra, in quanto capaci di sopportare cavalieri con pesanti armature e bagagli (da questa razza deriverà il famoso cavallo da tiro rapido pesante ferrarese).
Vi era quindi un’offerta per tutte le esigenze e, se qualche esemplare rimaneva invenduto, la settimana successiva si portava al marti franco di Rovigo, altra famosa fiera-mercato per cavalli che si teneva alla porta orientale della città, dove venne costruito un ippodromo, con funzioni simili al trecentano Prato delle Cavalle. Verso metà Seicento, alla fiera-mercato di Trecenta un buon cavallo era quotato attorno ai 40 Scudi romani (circa € 4000), che era certamente un prezzo interessante per gli allevatori di quel periodo.
Una tradizione da rilanciare
Col declino dei due casati e la messa a seminativo di molti prati in seguito alle bonifiche, l’allevamento dei cavalli perse l’originaria importanza, ma la fiera d’ottobre si adattò alla nuova situazione diventando un grande mercato di animali di vario genere, equini, bovini e suini in particolare. I più anziani ricordano che nelle fiere degli anni Trenta, l’esposizione degli animali era talmente vasta da occupare non solo il centro del paese, ma anche le strade d’accesso, prolungandosi fin lungo gli argini del Tartaro. Particolarmente attiva in quegli anni era la compravendita di maialini per l’allevamento domestico.
Di questo mondo un po’ arruffato, ma in perfetto equilibrio ambientale, non resta più nulla. Automobili e camion che ci avvelenano l’aria (e il clima), hanno sostituito i cavalli, i verdi pascoli sono coltivati a cereali desertificatori (consumano più acqua di quanta ne disponga il terreno) e l’antico Prato delle Cavalle è stato occupato da asfalto e costruzioni. Persino la strada che l’attraversava, un tempo Strada delle Cavalle, ha cambiato nome, oggi è denominata Via De Amicis, un nome bello ma senza alcun collegamento con la storia trecentana.
È rimasta la tradizione della fiera, svuotata dei suoi contenuti originari, anche se ricca di eventi, dove però il popolo non è più protagonista, ma spettatore.
Forse è su questo che si dovrà agire nel futuro: far tornare il popolo protagonista di una grande festa di piazza, dove tra folklore e rievocazione si possa rivivere a Trecenta l’atmosfera del bel tempo passato. Sarà un’occasione per rilanciare una fiera altrimenti destinata al declino e con essa promuovere l’immagine di una comunità che sa valorizzare le sue antiche tradizioni e la sua gloriosa storia
Dopo Sant’Antonio nel 2014 e San Valentino nel 2018, ora anche San Teobaldo avrà un volto. A tal fine l’urna che contiene i resti scheletrici del Santo, collocata nella chiesa di San Giovanni Battista a Badia Polesine, è stata riaperta il 26 giugno, e i primi rilievi sono stati condotti da un gruppo di studiosi dell’università di Padova.
La ricognizione del corpo di San Teobaldo è la decima nella storia e la seconda condotta dall’ateneo di Padova, dopo quella del 1972 guidata dall’antropologo Cleto Corrain. Lo studio ora, oltre a dare una fisionomia al Santo (che probabilmente morì di lebbra nel 1066) potrebbe contribuire anche a fornire nuove informazioni sulla diffusione della malattia in Europa.
L’idea di ricostruire il volto di San Teobaldo di Provins scaturì nel 2018, nell’ambito delle Giornate di Studio Teobaldiane (XII edizione), tenutesi a Saint Thibault des Vignes, in Francia. Ogni anno si ritrovano studiosi francesi e italiani per aggiornarsi sulle continue scoperte intorno alla figura e al culto del Santo, di origine francese. Il gruppo – di cui fanno parte Alberto Cogo di Sossano e Giorgio Soffiantini di Badia Polesine che da anni promuove studi e iniziative per la valorizzazione della figura del Santo – lo scorso anno lanciò la proposta di eseguire la ricostruzione facciale di San Teobaldo e la soluzione venne trovata in Italia, a Padova. Successivamente la Parrocchia di San Giovanni Battista di Badia Polesine, nella persona del parroco don Alex Miglioli, decise di portare a compimento la realizzazione di questo progetto e a tal fine vennero contattati gli studiosi di Padova che, dopo un’analisi di fattibilità e un sopraluogo a Badia Polesine, hanno accettato con interesse.
Mercoledì 26 giugno quindi, alla presenza di una commissione canonica appositamente costituita dal Vescovo Pierantonio Pavanello, è stata aperta l’urna del Santo posta sull’altare a lui dedicato in chiesa a Badia Polesine. Riaperta la cassa che contiene le reliquie si è proceduto all’ispezione delle stesse e all’esecuzione di tutti i rilievi opportuni che saranno utilizzati per la ricostruzione facciale.
“I resti di S. Teobaldo sono molto interessanti dal punto di vista scientifico, perché sono associabili a una corposa serie di notizie storiche sulla vita e sulle vicende delle sue spoglie – ha sottolineato Alberto Zanatta che fa parte del gruppo di lavoro con Nicola Carrara, Cinzia Scaggion, Monica Panetto, Gilberto Artioli dell’Università di Padova e Luca Bezzi di Arc-team s.r.l. . Questa situazione è eccezionale, dato che molto spesso si lavora con resti umani privi di questo corredo di notizie.
Dal punto di vista antropologico le ossa sono preziose, perché le cronache non menzionano mai la sepoltura e quindi esse non dovrebbero essere andate incontro ai processi degenerativi che avvengono naturalmente durante la deposizione a terra. Gli studiosi infatti ritengono di poter lavorare su ossa in ottimo stato di conservazione e ben leggibili. “È proprio questo elemento – ha aggiunto Nicola Carrara, coordinatore del gruppo – a permetterci di essere ottimisti anche sulla qualità del Dna che andremo a estrarre: esso ci aiuterà a inquadrare l’area di provenienza del Santo e a verificare la presenza o assenza genetica del Mycobacterium leprae, agente della lebbra. Le cronache riportano infatti che San Teobaldo morì a causa di questa malattia: se così fosse, avremo un dato scientifico che mostrerebbe la presenza in Europa di questa infezione almeno 100-150 anni prima della grande epidemia di Peste Nera che colpì il continente nel XIV secolo”.
Durante le indagini del 26 giugno gli studiosi hanno prelevato dai resti scheletrici di San Teobaldo micro-campioni di polvere d’osso per l’analisi genetica ed hanno condotto uno studio antropologico preliminare dei resti dal quale hanno potuto già determinare che si tratta di ossa appartenenti ad uno stesso individuo, di sesso maschile, altezza m. 1.70-1.75 e di età compresa tra i 30 e 35 anni. Quest’ultima informazione conferma l’attendibilità dell’età attribuita a san Teobaldo dalla maggior parte degli storici: 33 anni.
Ora gli studi continueranno a Padova: è previsto lo studio del DNA per definire il colore dei capelli, degli occhi, il tipo etnico e la presenza di eventuali agenti patogeni. Seguirà la ricostruzione facciale forense con tecniche digitali e la preparazione di un video 3D del viso ricostruito.
Lo studio è stato fortemente voluto dalla comunità ecclesiastica e locale: le indagini sono finanziate da Lions Club Badia Adige Po, CRAB-Circolo Ricreativo Anziani Badia, Società Operaia, Associazione Inter Club, Associazione Arma Aeronautica, Associazione Amici di San Teobaldo, Proloco, Centro Turistico Giovanile di Badia e dalla comunità di Sossano.
Al termine dei rilievi effettuati dagli studiosi, le reliquie sono state poste in un’urna di cristallo appositamente predisposta per la conservazione definitiva delle stesse. L’urna è stata così esposta per 2 giorni in chiesa per tutti i fedeli. Successivamente la cassa è stata riposta nell’urna di marmo, richiusa con una lastra di vetro antisfondamento, in modo da renderla visibile al culto.
Novembre: un mese, a mio giudizio, speciale fin dal suo debutto. Un tempo nono mese, ora è l’undicesimo, ma tradisce, ancor oggi, la sua origine nell’annunciarsi e nel proferire il suo nome. In tempi di rivoluzione fu detto anche “brumaio” a segnare le sue nebbioline, le brume mattutine e serali e quella vaga aria di tristezza e malinconia che prende, inspiegabilmente, l’animo umano all’appressarsi della brutta stagione. Tempo di trapasso, di crisantemi e di pietosi riti.
La dimensione religiosa della vita
Forse sarà per questo che, all’aprirsi del mese, tutti gli anni, al tocco dell’Angelus serale, non posso fare a meno di ricordare un’antica consuetudine che fu mantenuta in vita fin circa alla metà degli anni sessanta, finché non si spense l’ultimo vero campanaro di Bagnolo di Po: il buon Gustavo Allegri. Altri continuarono, poi, nell’ufficio di sacrestano anche se non più a tempo pieno. Il rito, perciò, si perpetuò ancora per poco e, alla fine, non si compì più: una modernità cieca e smemorata avanzava prepotentemente travolgendo e trasformando abitudini, modi di essere, di pensare, di agire, di esprimersi.
Le campane furono elettrificate e, dunque, non ci fu più bisogno né di campanari né di suonatori. Parlo dell’antico rito e tradizione delle campane dei Morti che accompagnavano l’ultima recita dell’Ottavario dei Morti. Esso si compiva, puntualmente, tutti gli anni, la sera di Ognissanti e da tutti noi ragazzi era atteso con grande gioia e trepidazione.
Allora la dimensione religiosa, con i suoi riti, le sue consuetudini, i suoi gesti e simbologie – di cui spesso si era dimenticato o non si conosceva il significato profondo – permeava tutta la vita quotidiana che si sostanziava in una fede spesso ingenua, abitudinaria, ma tuttavia ineliminabile e necessaria.
Nella nostra cultura, di origine contadina, da sempre, la vita e la morte costituivano i due poli estremi dell’esistenza, eventi importanti di un intervallo temporale che occorreva vivere cristianamente sulla base di un assioma non discutibile: si nasceva per volontà e bontà divina e si moriva per ritornare al Padre ed affrontare il suo giusto ed inappellabile giudizio; tutta la vita era una preparazione a questo incontro e questo l’uomo non doveva mai dimenticarlo.
Il monito era continuo. Il nostro parroco di allora, il buon don Giuseppe Melandri, ce lo ricordava ad ogni piè sospinto dall’altare, ai riti dei fioretti, nelle prediche quaresimali e, non ultimo, anche con il suono delle campane. Sì, anche le campane servivano a questo: a ricordare all’umanità che siamo polvere e che in polvere ritorneremo. E l’appello incalzante, martellante, quasi ossessivo al “Memento homine” trovava la sua apoteosi la vigilia della festa dei defunti.
Quella sera, dall’Ave fino a mezzanotte, ad intervalli regolari, la squilla delle campane risuonava da tutti i campanili per omaggiare tutti i defunti e per ricordare, nel contempo, la nostra fragilità di esseri umani: la gente diceva che erano le campane che svegliavano i Morti e che la mattina seguente, come da consuetudine, bisognava alzarsi presto per lasciare i letti vuoti, liberi per il riposo dei defunti: “tornano i morti in silenzio, nei letti usati / tornano a riposare e a salutare i vivi”, dice il poeta.
Se questo era l’intento, ben diversa era la percezione che ne avevamo noi ragazzi: sicuramente non vivevamo quel momento, secondo le intenzioni della dottrina o della credulità popolare. Le gioie della vita, un futuro pieno di speranze e promesse e un passato troppo corto perché l’esperienza potesse guastare questo impeto giovanile ci rendevano immuni da questi tristi pensieri. Per noi quella sera, era un’occasione speciale di divertimento a buon mercato. Ma costituiva anche una specie di rito di passaggio, di riconoscimento sociale, di attestazione dell’“essere divenuti grandi”. Per questo la competizione era dura e non era facile essere ammessi nel gruppo.
La conquista della campana
Dunque quella sera, verso le otto, noi ragazzi di piazza, circa una decina, ci si ritrovava davanti al campanile insieme con i più grandi, di solito chierichetti esperti e di lungo corso. Vi erano anche i piccoli ai quali però, non era concesso di fare niente. Si attendeva l’arrivo di Gustavo, il vecchio campanaro, un tipo particolare, che puntualmente arrivava a cavallo della sua bicicletta con l’eterno mozzicone ai lati della bocca e che, in omaggio al suo ruolo di servitore di Dio, come diceva lui, parlava sempre in italiano e vestiva sempre elegante in giacca e cravatta.
Noi, i prescelti, entravamo baldanzosi e trepidanti nel piccolo cubicolo del campanile e prendevamo posto sulle panchine e gli occhi, subito, correvano a guardare speranzosi le grosse funi che penzolavano dal soffitto, quattro grossi canapi che, nel nostro immaginario erano come le liane di Tarzan. Cominciava così la discussione per la conquista della campana.
Tutti aspiravano al “campanon” di San Gottardo, riservato ai ragazzi più grandi e forti perché, essendo pesante, richiedeva non poca forza per farlo partecipare al concerto. Riuscire a farlo suonare era segno di virilità, di vigore e ti faceva avere il rispetto e la considerazione di adulti e coetanei. A seguire era molto ricercata anche la campana di San Sebastiano, la mezzana, e la campana dei Caduti. La campana di Maria Bambina, detta anche la campanella, era snobbata dai grandi e veniva lasciata, ai più giovani.
A mettere a posto le cose, a spegnere discussioni e baruffe, interveniva Gustavo che assegnava i turni. I piccoli assistevano alla cosa. Speranzosi della crescita futura, attendevano con ansia il momento in cui anche loro avrebbero potuto partecipare e stringere in mano quella fune. Già però si sentivano privilegiati essendo partecipi di un rituale a cui, solo pochi erano ammessi in virtù di conoscenza, amicizia, vincoli di parentela o frequenza alle pratiche devozionali. Gustavo gestiva la cosa e ne era il supremo arbitro.
Stabilito l’avvicendamento, al via si dava mano alle corde e, dopo gli sforzi iniziali per dare l’abbrivio, il bellissimo concerto riempiva la notte, accompagnando le preghiere e il salmodiare della teoria di donne, che contemporaneamente, dalla chiesa procedeva fin davanti al cancello del cimitero, e lì, nel buio ovattato, rischiarato solo dalla moltitudine delle fiammelle dei ceri e dei lumini, si celebrava il pietoso rito del rosario per defunti. La sonata durava tre /quattro minuti e i suonatori attendevano con impazienza l’ordine perentorio: “Fermate !”.
Era quello il momento più atteso. Per fermare le campane ci si attaccava alle corde che, ondeggiando, salivano e scendevano ritmicamente facendoti provare l’ebbrezza del volo verso l’alto e dell’improvviso precipitare verso terra. Verso Dio e verso la terra. Naturalmente, più la campana era pesante, più in alto si saliva e più a lungo durava il saliscendi che era il motivo per cui tutti cercavano la San Gottardo. Gustavo, in quel momento tremava per paura che ci facessimo male. A volte capitava, in virtù di un fratello di turno alla corda grossa, che ti venisse concesso, non senza insistenti preghiere, di attaccarti alla corda per provare il salto.
A poco a poco, lentamente il rintocco cessava e tornava il silenzio, ma non nel campanile perché il sacrestano cominciava a tirar fuori la ricompensa per i suonatori. Magicamente comparivano i sacchetti di “bagigie”, la “fava luina”, le “brustoline” e qualche volta era comparsa anche la “gnocca” della Ida, una specie di castagnaccio di cui solo lei conosceva la ricetta che custodiva gelosamente.
Si mangiava, si rideva, si scherzava; nell’intervallo si giocava a carte o a “s-ciafeta” e, ai più grandi, era concesso anche un assaggio di clinto o di clìnton, un vino rosso che Gustavo Allegri versava con molta attenzione, attento a non sprecarne e a non eccedere, quando si trattava del bicchiere degli altri; sì, perché il suo era sempre pieno, e non solo nell’intervallo, rendendolo a fine serata allegro di nome e di fatto!!!
Ma il padrone era lui e non c’era tanto da discutere. E così la serata trascorreva chiudendosi verso le undici. Felici per aver provato la campana grossa per la prima volta o promettendosi di provarla l’anno successivo.
Contenti, per il momento, di esser stati promossi alla mezzana, si ritornava a casa in allegria. L’anno dopo i defunti ci avrebbero atteso ancora per il dovuto omaggio. Purtroppo l’attesa, ad un tratto divenne inutile e qualcuno, con suo grande dispiacere, sta aspettando ancora di provare “el campanon”.
All’interno del Polesine la posizione di Badia è sempre risultata strategica, facendo sì che un tempo il mercato trovasse la sua originaria collocazione nell’area – oggi scomparsa – del Pizzòn, la lingua di terra incuneata fra Adige ed Adigetto.
In un periodo in cui uomini e merci viaggiavano principalmente per vie d’acqua, era questo un obbligato punto di passaggio per i traffici che si svolgevano in direzione Venezia-Verona nell’odierno corso principale (Adige), oppure verso il Polesine e il Ferrarese tramite l’attuale ramo minore (Adigetto).
Badia rappresentava dunque un’importante snodo commerciale in una zona dove si incrociavano non solo interessi commerciali, ma anche politici, di forze spesso in lotta fra di loro, quali veronesi, padovane ed estensi. Conflittualità a cui poi si cercava di porre rimedio con accordi che però spesso risultavano effimeri.
Il XII secolo è il secolo degli accordi fra veneziani e veronesi per garantire la sicurezza della via dell’Adige per terra e per acqua da Verona fino a Cavarzere, estremo lembo meridionale del dominio veneziano a ridosso delle rive della laguna. Da lì al mare governava Venezia. Non è un caso infatti che i mercanti fiorentini (di cui si è parlato nel numero 59 del Ventaglio, cfr La vocazione commerciale di Badia, pag. 56 e successive) si trovassero proprio a Cavarzere quando furono derubati. Qui, si trovava il “passo” usato per imbarcarsi verso la laguna sud in direzione Chioggia e da lì verso Venezia.
In direzione opposta invece, si sceglieva di proseguire attraversando il Polesine lungo la direttrice Rovigo-Fratta-Lendinara-Badia, oppure di procedere nella direttrice più a nord verso Verona. Verosimilmente, possiamo immaginare che i citati mercanti fiorentini si trovassero a Cavarzere per imbarcarsi o verso Badia o verso Chioggia.
Quasi quattrocento anni dopo, nel 1605, lo stesso itinerario è ancora usato da un funzionario padovano per recarsi in città a dirimere una questione sorta su dei lavori da farsi alla bocca della Badia.
Nel suo diario¹, racconta in sintesi le tappe che lo portarono a destinazione, non dissimili da quelle duecentesche (il racconto è stato accorciato per necessità di sintesi): 14 dicembre: “partissimo da Venecia et andassimo a Chioza”. 16 dicembre: “partissimo da Chioza a bona hora et giungessimo a Cavarzere a hore 23”. 17 dicembre: “il sabato si partissimo da Cavarzere per andar a Rovigo, et traversammo il Ponte Canal della Barbariga da Scolo de valle de Santa Giustina restaurato”. 18 dicembre: “la domenica dopo messa partissimo da Rovigo ma non potessimo il detto giorno arrivar alla Badia, et convenissimo dormir la notte in barca perché giunti tardi et per non trovar albergo”. 19 dicembre: “il luni partissimo da Lendenara et andassimo alla Badia”
Badia, situandosi in una zona di confine, non era quindi solo crocevia di merci, ma anche di persone e di interessi politici fra potenze confinanti, che qui spesso si esprimevano. L’interesse principale era ovviamente rivolto al traffico fluviale.
Nel 1107 Verona e Venezia si occupano di redigere i termini relativi a convenzioni in materia di commercio e di tutela della strada dell’Adige. Sino a Rovigo la tutela del suo corso è affidata ai veronesi, più in là avrebbero provveduto i veneziani. In questo atto non si tiene conto di Alberto- Azzo I signore d’Este che aveva ottenuto il Polesine da Ottone I e che pure aveva sposato la figlia del doge Pietro Candiano e che avrebbe avuto ben ragione di partecipare alle trattative, estendendosi i suoi domini anche a ridosso dell’Adige. Vicenda che sembra essere confermata nel secondo trattato del 1175. Probabilmente si era trovato un accordo con Ferrara che del resto in questo periodo non era ancora abbastanza forte da competere con le maggiori città interessate a quegli scambi.
A questi due trattati primigeni se ne aggiunge un terzo del 1192. I veronesi ora s’impegnano a controllare l’Adige fino a Cavarzere, più oltre competeva a Venezia, mentre nel delta del Po gli Stati Estensi, dal XIII secolo abbastanza consolidati, erano sempre pronti ad opporre una strenua resistenza alla penetrazione veneziana, tentando di spingersi oltre il controllo del Po verso l’Adige.
Il predominio veronese
Nel 1216 Verona rafforza la sua presenza ottenendo in locazione perpetua dai monaci della Vangadizza duecento campi di terra al di là dell’Adigetto, di fronte al Pizzon, un’area che sarà denominata “Francavilla Mercatorum”, sui cui sorgerà un nuovo centro abitato: un luogo di rilevante importanza come scalo merci, centro di passaggio e scambio, punto d’incontro di vie di comunicazione fluviale.
Per la Vangadizza sono gli anni della riforma camaldolese (1213) e del rafforzamento dei legami con gli estensi che avevano sostenuto Papa Innocenzo III nella sua volontà di riforma, e più che mai interessati al controllo di un centro come Badia, vitale per le comunicazioni fluviali con Ferrara. E’ in questo contesto che vanno inserite le denunce di furto. Anche la situazione sociale doveva riflettere le tensioni politiche in corso. Non a caso il Liber Plegiorum riporta notizia di un accordo del 1226 fra veneziani e ferraresi in merito al giudizio sulle querele presentate dai veneziani per danni arrecati dai ferraresi e viceversa², mentre la più antica raccolta di leggi statutarie del comune di Verona del 1228 si occupa – da parte sua – di regolare il medesimo rapporto fra mercanti veronesi e veneziani.
La dominazione padovana
Dobbiamo aspettare invece la seconda metà del duecento per vedere l’affacciarsi di Padova in maniera prepotente sulle sponde atesine.
Sorretta da Venezia in funzione anti veronese, Padova divenne una potenza commerciale e il suo carpire la via d’Adige doveva servire per allontanare anche gli estensi da questi luoghi. Le controversie con questi ultimi si erano fatte sempre più frequenti. La guerra contro gli Estensi nel 1293-1294 si risolse con la distruzione delle fortezze estensi nel padovano, l’annessione dei territori vangadiciensi e l’assoggettamento di Lendinara.
Nel 1294-1295 per la prima volta furono inviati podestà padovani a Badia e Lendinara. Fu necessario un ulteriore accordo fra Verona e Venezia per la composizione di rappresaglie subite dai mercanti in Polesine, che dovevano acu irsi a seconda delle pressioni politiche che di volta in volta premevano sul territorio³. In questo contesto nel 1298 l’abate Guido stipulò un nuovo atto di sottomissione al comune di Padova, perdendo i diritti di giurisdizione su Badia e le terre soggette.
Da qui alla fortificazione del Pizzon alla costruzione del castello di Castelbaldo, il passo è breve… In attesa della dominazione veneziana.
Siamo ormai prossimi alla 10° edizione dei “Luoghi del Cuore”, campagna nazionale del FAI Fondo Ambiente Italiano a cadenza biennale, dove viene lanciato un censimento dedicato al patrimonio artistico, culturale e paesaggistico italiano della durata di sette mesi, da maggio a novembre. Chiunque può votare e far votare i luoghi che ama e che vorrebbe proteggere, valorizzare e far conoscere ad altri. Ognuno può partecipare al censimento esprimendo il proprio voto, quanti più voti si raccoglieranno tanto più il FAI riuscirà a far sentire la voce dei cittadini e a portare all’attenzione locale e nazionale i beni votati. Oltre all’azione singola, è possibile costituire un comitato aggregando persone ed associazioni intorno ad un luogo ritenuto importante per il proprio territorio.
L’iniziativa è dunque importante per far risaltare (e quindi apprezzare) chicche del patrimonio artistico e naturalistico italiano che abbisognano di interventi di salvaguardia. Ma c’è anche un risvolto pratico dell’iniziativa che premia economicamente i beni più selezionati. Infatti a conclusione di ogni edizione, il FAI ed Intesa San Paolo promuovono interventi concreti a favore di alcuni dei luoghi più votati, tramite un fondo di circa 400.000 euro che viene destinato in parte ai primi 3 classificati ed in parte assegnato tramite un bando a cui possono partecipare i luoghi che superano i 2000 voti.
È possibile inoltre portare avanti l’attività a favore del proprio luogo del cuore anche dopo il censimento, valorizzando il bene attraverso aperture straordinarie, convegni e visite guidate che potranno ricevere visibilità attraverso la sezione “eventi” del sito internet del FAI.
Nell’edizione 2018 sono stati oltre 2milioni e 200 mila i voti raccolti e più di 37200 i luoghi segnalati che vanno a formare una mappatura spontanea di luoghi tanto diversi tra loro quanto amati. Si tratta di ville, botteghe, palazzi, paesaggi, chiese, castelli, fiumi, giardini e sentieri che rendono visibile il sentimento profondo che lega le persone ai territori dove vivono o dove hanno vissuto esperienze importanti della loro vita. I primi 3 classificati della scorsa edizione sono stati: 1° Monte Pisano – Calci e Vicopisano (PI), 114.670 voti; 2° Fiume Oreto – Palermo (PA), 83.138 voti; 3° Antico Stabilimento Termale – Porretta Terme (BO), 75.740 voti
Per quanto riguarda il Polesine, nelle scorse edizioni non ci sono state grosse concentrazioni di voti ma per la prossima edizione, secondo noi, iniziano già con una buona base di sostegno tre beni:
Casa Rosetta Pampanini. Situata nel centro di Corbola a pochi passi dalla Chiesa parrocchiale, ci colpisce percorrendo la strada con il suo stile veneziano ed il suo rosso acceso. Era la casa di Rosetta Pampanini, uno dei più grandi soprano della lirica italiana (1896-1973), sempre legata al suo paese nonostante le lunghe assenze dovute al lavoro che la portava spesso ad esibirsi nei più famosi teatri d’Italia ed all’estero. In questo luogo è già attivo un gruppo di volontari, gli “Amici di Rosetta” che quest’estate si sono rimboccati le maniche, e con l’autorizzazione del nipote, hanno ripulito il giardino dell’abitazione togliendo piante ed erbacce che ormai quasi nascondevano il fabbricato con l’obiettivo di smuovere le coscienze e provare a valorizzare quel luogo che, col tempo, si vorrebbe dedicare alla memoria di Rosetta Pampanini, magari rendendolo fruibile dal pubblico.
Oratorio di San Genesio, secolare chiesa-santuario nel territorio di Stienta, risalente ai primi anni del 600, ora in fase di restauro post sisma. In loco si è creato il Comitato per San Genesio, appositamente per raccogliere fondi per completare il restauro. Dunque già di per sé un luogo del cuore che va sostenuto e valorizzato che ha già un buon gruppo di seguaci che può farlo conoscere per richiedere di votarlo nei prossimi mesi.
Ex O.P.P. (Manicomio di Granzette), importante struttura abbandonata a seguito dell’introduzione della legge Basaglia che da qualche tempo è salita all’attenzione grazie ad alcune associazioni di volontariato che stanno mettendo in campo le forze per valorizzare il luogo.
Molti altri possono essere i luoghi da votare, il nostro bel Polesine ne è pieno, Villa Nani Mocenigo a Canda, il Palazzon o il Castello di Sariano a Trecenta, la cappella dei conti Camerini nel cimitero di Rovigo, il Vescovado o il museo della Cattedrale di Adria, il giardino botanico litoraneo di Porto Caleri solo per citarne alcuni.
I luoghi e le iniziative dunque non mancano e molte sono le cose da fare. Mettendo insieme le forze, magari si ottiene quella visibilità utile a raggiungere una buona posizione in classifica con qualcuno dei nostri luoghi. Per maggiori informazioni, per scorrere la classifica e vedere gli altri luoghi votati e quelli oggetto di restauro potete trovare il tutto al seguente link https://www.iluoghidelcuore.it
Per altre informazioni o per segnalare alla Delegazione FAI di Rovigo particolari luoghi di interesse o di gruppi che vogliono sostenere un loro luogo potete scrivere all’indirizzo mail rovigo@delegazionefai.fondoambiente.it
La storia di Villa Pisani Bolognesi Scalabrin, gentilizia dimora di Vescovana, comincia nel lontano 1468 quando la famiglia veneziana Pisani acquista migliaia di campi a sud dei colli Euganei e, sul sito di un castello di difesa Estense, il Cardinale Francesco Pisani, Vescovo di Padova, fa costruire una prima villa con netta impostazione palladiana.
All’inizio del 1600 l’edificio è già conosciuto come “il bel palazzo di Vescovana, villa di Vincenzo Pisani Nobile Venetiano”. A metà del 1800 il catasto austriaco attribuisce alla Villa un semplice giardino, costituito da un brolo come asse centrale e da un piccolo giardino formale. Il perimetro è delimitato da filari di alberi.
Nel 1852 il destino di questa proprietà muta drasticamente. Evelina von Millingen, nata a Costantinopoli 21 anni prima da un famoso medico inglese e da madre francese, sposa Almorò III Pisani e, insieme, decidono di stabilirsi proprio nella Villa di Vescovana.
Comincia così la favola di questa dimora che, 167 anni dopo, continua a ricoprire un ruolo di primo piano nella cultura del territorio veneto e, in generale, tiene alto il prestigio dei giardini dell’intero territorio nazionale.
Il “bagno di foresta”
In un’altra parte del mondo, in Giappone per la precisione, nel 1982 il direttore della Japanese Forestry Agency inventa per la prima volta la parola shinrin-yoku. Letteralmente può essere tradotta come «bagno di foresta». Consiste, in pratica, nell’immergersi nell’atmosfera della foresta e connettersi ad essa attraverso tutti e 5 i sensi. Non è dunque una passeggiata naturalistica e non è nemmeno un pretesto per fare attività fisica.
Il bagno di foresta nasce, inizialmente, come campagna pubblicitaria per portare i giapponesi a trascorrere del tempo nelle bellissime foreste che popolano il loro paese.
Solo qualche anno più tardi alcuni medici e scienziati giapponesi si accorgono degli effetti psicologici e fisiologici che l’ambiente naturale esercita sull’uomo. Nel marzo del 1900 iniziano così i primi esperimenti per verificare l’influenza dello shinrin-yoku sulla salute umana.
Ad oggi, in Giappone, esistono oltre 60 percorsi ufficiali per la pratica dello shinrin-yoku studiati dalla Forest Therapy Society per fare della vera e propria terapia forestale. Inoltre, sempre più medici, vengono annualmente abilitati per l’esercizio della medicina forestale.
Quali sono, dunque, i benefici dello stare in natura e perché, proprio il giardino di Villa Pisani Bolognesi Scalabrin, possiede le qualità per essere un luogo ideale dove svolgere la terapia forestale? Procediamo con ordine.
Sebbene una camminata nella foresta, piuttosto che una passeggiata in un bel giardino, non sembrino qualcosa di straordinario, i benefici che le persone provano durante una sessione di terapia forestale lo sono realmente.
Di seguito sono riportati i principali benefici riconosciuti dalla comunità scientifica internazionale relativamente ad un’immersione nella natura (per il momento non facciamo differenze fra la foresta e il giardino): • riduzione della pressione sanguigna; • miglioramento della salute cardiovascolare; • riduzione dello stress; • potenziamento del sistema immunitario; • aumento dell’energia a disposizione.
Immergersi nella natura non consente solamente di staccare la spina e di rallentare il ritmo di vita. Come indicano i tanti risultati scientifici lo stare in natura aiuta anche il sistema nervoso a ristabilire un salutare equilibrio e, di conseguenza, a ridurre il livello di stress promuovendo il rilassamento e il recupero. L’aumento delle proteine antitumorali e l’incremento delle «cellule killer naturali, NK» consentono, invece, un rinvigorimento del sistema immunitario a vantaggio della sua completa efficienza.
Ecco quindi che l’immersione nella natura può essere usata come medicina preventiva per migliorare, complessivamente, lo stato di benessere di tutti gli individui. È una medicina naturale, non invasiva, e sfrutta una qualità che il nostro corpo già possiede: trarre beneficio dal contatto con la natura.
In che modo, però, la natura agisce sull’uomo consentendo di ottenere i benefici prima indicati?
Certamente in modo diretto. Gli ioni negativi presenti nell’ecosistema foresta, i monoterpeni prodotti da molti tipi di piante e l’energia positiva che gli alberi diffondono sono fattori molto importanti nel miglioramento della nostra salute. Però non sono tutto. Anzi.
Molto importante è l’opportunità di svolgere nella foresta, piuttosto che nel giardino, delle attività per sviluppare e rafforzare la mente-consapevolezza a discapito della mente-ego. Le sensazioni di pace, serenità e conforto che ci derivano dallo stare nel nostro ambiente naturale vengono decodificate dal cervello, a livello conscio o subconscio, e restituite sotto forma di benefici tangibili, sia fisici che mentali. Nella natura le persone possono quindi lavorare su se stesse, mettendo in azione meccanismi attivati o mediati dal cervello, in grado di rallentare l’attività della mente scimmia, di rafforzare la consapevolezza e di ridurre l’ansia e lo stress.
In una foresta l’opportunità di respirare sostanze utili, piuttosto che di beneficiare di energie positive donate dagli alberi, è dunque molto importante. Come detto, però, non è tutto. La possibilità di svolgere delle attività in grado di aiutarci ad abbandonare lo stato mentale per condurci in una dimensione sensoriale fatta di presenza, appartenenza, gioco e stupore infantile fa il resto. Ecco perché i giardini, pur non potendo competere con le foreste relativamente alla quantità di monoterpeni o di ioni negativi prodotti, possono ugualmente essere utili alla causa della terapia forestale. Un bel giardino, ricco di piante e di vita, può mettere a disposizione una quantità infinita di inviti per svolgere al meglio le attività in grado di prendere distanza dalla mente scimmia e di rafforzare la consapevolezza.
Eccoci dunque tornare a Vescovana nel giardino di Villa Pisani Bolognesi Scalabrin.
Nel giardino della Villa
Un giardino atipico. Ben progettato da Evelina von Millingen affinché potesse svelare agli amici il suo animo, i suoi sentimenti e la sua formazione. Ben restaurato (negli anni ’70 del secolo scorso) e ben conservato dalla proprietaria attuale, la Dott.ssa Mariella Bolognesi Scalabrin. Un giardino formale, dal vago sapore orientale, sorge proprio di fronte alla Villa. Un simpatico giardino all’inglese, ricchissimo di forme, colori, canti e fragranze, ne prende le consegne per poi abbandonarsi in un grandissimo prato naturale tempestato da oltre centomila bulbi di nobili tulipani. Tutto intorno il giardino è protetto dal rassicurante abbraccio di alberi secolari, alcuni considerati monumentali e, come tali, censiti e catalogati dalla Regione Veneto. L’inganno del bosco custodisce dunque la magia di fiori e di erbe colorate, la seducente mestizia di rovine consumate dal tempo e la favola di un giardino dove la bellezza e le preziosità botaniche intrecciano il loro impareggiabile fascino.
Questo giardino possiede anche tutte le caratteristiche necessarie per effettuare un’efficace attività di terapia forestale. Il bosco, i verdi corridoi di tigli e magnolie, invitano a lente camminate dove disconnettersi, gradualmente, con il mondo circostante.
Un boschetto di noci, con la complicità di un sottobosco denso e vivo, funge da teatro ideale dove risvegliare tutti e 5 i sensi: vista, olfatto, udito, tatto e gusto. Piaceri di presenza ed esperienze sensuali (sensazioni interiori) si possono sperimentare anche all’ombra di querce e frassini in compagnia di variegate aucube e aromatici allori. Un boschetto di pioppi offre l’occasione di rallentare ulteriormente permettendo di abbandonarsi al ritmo della natura.
Il giardino all’inglese offre, invece, una quantità infinita di inviti per connettersi alla natura. Luoghi tranquilli dove assaporare pace e bellezza, aceri colorati dove giacere in attesa che le forme di vita lentamente si rivelino, tamerici, paulonie e un grande faggio per entrare in sintonia con gli alberi. Agrifogli, ginepri, alberi da frutto, magnolie, calicanti e una spalliera infinita di glicine per giocare ancora con i sensi, magari bendati e sorvegliati da un angelo custode. Uno spazio ampio, aperto, dal disegno semplice dove immergersi completamente per assaporare suggestioni e sensazioni forse credute perse ma, fortunatamente, ritrovate.
Ultimo, ma non ultimo, un platano secolare all’ombra del quale incorporare l’esperienza vissuta. Una semplice cerimonia per ricordarsi che alla natura non possiamo solamente chiedere ma dobbiamo principalmente dare. Magari un pensiero d’amore, un abbraccio a un albero, un semplice oggetto prima raccolto e ora restituito, una tazza di tè condivisa con chi ha fornito l’essenza della bevanda.
Esperienze di immersione nella natura secondo i principi della terapia forestale sono state eseguite in questo giardino durante lo scorso periodo estivo e autunnale guidate da un istruttore EFTI (European Forest Therapy Institute).
Tutto questo non in Giappone. A Vescovana. In un luogo di delizia che fu di Evelina Pisani e che ora, la proprietaria Mariella, mette a disposizione di chiunque abbia voglia di affidarsi alla natura per prevenire ansia, stress e depressione o, semplicemente, per allietare la propria anima.