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Archivi: Articoli d’archivio

  • I Paladini e il Delta

    I Paladini e il Delta

    Amo molto parlare in dialetto, anche se ormai è difficile trovare chi lo usa abitualmente. Nel nostro mondo globalizzato il dialetto sta divenendo un prodotto “di nicchia”, in cui i giovani d’oggi si riconoscono sempre meno. Ma per me, anziana signora, è un mondo ancora vivo, attuale, da far conoscere e tramandare perché racchiude la storia delle nostre origini e, nel caso mio, anche la storia del mio paese: Contarina, i suoi abitanti e più in generale il Basso Polesine.

    Ed è da questo presupposto che inizia una mia ricerca partita in sordina, per caso, ma che mi ha fatto scoprire, in modo profondo, quanta storia ci portiamo addosso, o – per essere più chiari – quanto c’è scritto nel nostro DNA. Gratificata da queste scoperte, ho deciso di condividerle soprattutto con i giovani: quasi un testamento, un’eredità per non perdere il nostro passato.

    I modi di dire

    Da dove ho cominciato? Dal nostro modo di parlare, di pronunciare, inconsciamente, frasi e modi di dire del passato ma che rivivono ancor oggi.

    Il primo Modo di dire affacciatosi alla mia mente, mi è stato suggerito da “un cassetto del comò” dove tengo le foto di famiglia. La prima foto che ho visto è stata quella di nonno paterno Rinaldo chiamato Rinaldon dei Mori e per tutti un Paladin d’omo, essendo alto un metro e novanta centimetri, un’altezza eccezionale per quei tempi (a fine ‘800).

    È superfluo dire che mi sono commossa, ma ciò che mi ha attratto, incuriosito è la parola “paladin”. Ma cosa c’entriamo noi del Basso Polesine, o meglio di Contarina, paese mio, del nonno e della nostra famiglia da generazioni, con i Paladini di Francia?

    I paladini erano le guardie d’onore di Carlo Magno Imperatore del Sacro Romano Impero, quindi abbastanza lontani dal nostro mondo. Però, doveva esserci un nesso col territorio del delta polesano se la parola paladin era entrata nei nostri modi di dire. Una parola che mamma usava spesso incrociando o vedendo un bell’uomo, alto e ben fatto. La stessa motivazione per cui, come detto, il nonno era definito un Paladin d’omo.

    Ma non è tutto, infatti nel gergo dialettale bassopolesano si usa la parola paladin anche per definire un discorso che rivanga una storia passata, lontana, ripetendo cose già dette, ripetute con insistenza, magari dimenticate: Oh, per carità, t’va a tirar fora i ossi d’Paladin!

    L’ho sentito dire recentemente da un mio vicino di casa, rivolto alla moglie che continuava a contraddirlo. Tirar fora i ossi d’paladin: rispolverare le ossa dei paladini di Francia, cioè incominciare il racconto da molto lontano.

    Ero e sono affascinata da queste frasi e mi chiedo perché ancora oggi si dica così. Cosa c’entrano col territorio del Delta i Paladini di Francia? A trovare la risposta mi hanno aiutato i libri, le tante scartoffie che conservo, studiosi e scrittori locali.

    I Paladini di Carlo Magno

    Va detto innanzitutto che il Paladino era – secondo il ciclo letterario conosciuto come Ciclo Carolingio o Chansons de Geste – il cavaliere più importante alla Corte di Carlo Magno. Infatti la parola deriva dal latino palatium (governo), cioè palazzo, ovvero Conte di Palazzo, temine col quale si designavano i cavalieri più fidati della corte imperiale di Carlo Magno.

    I Paladini erano dodici cavalieri di alta nobiltà e valore che vivevano alla corte di Carlo Magno e lo accompagnavano in guerra.

    Nella lingua italiana la parola paladino ha il significato di difensore della legalità contro la sopraffazione e la prepotenza. Per me è soprattutto iniziare un viaggio attraverso la storia. Infatti “I Paladini di Francia” era il titolo di uno dei tanti romanzi che si leggevano o si raccontavano nei filò.

    Questa storia mi riporta a nonno Rinaldo.

    Rinaldo il paladino e le tradizioni di famiglia

    Il nonno, oltre ad avere un fisico da paladino, ne portava anche il nome. Rinaldo, infatti, era un paladino di Francia, uno dei dodici cavalieri di Carlo Magno.

    Ma non è finita qui, perché il soprannome del nonno – che veniva chiamato Rinaldon dei Mori – rimanda storicamente al paladino Rinaldo e ai Mori. I Mori, ovvero i Saraceni, avevano stabilito il loro campo di battaglia a Poitièrs, presso Parigi, e Rinaldo riuscì a metterli in fuga costringendoli a riparare ad Arles.

    Tornando alle tradizioni di famiglia, va detto anche che mamma chiamò mio fratello Rinaldo – allora si usava spesso chiamare i figli col nome di nonni o bisnonni – e scherzosamente diceva Rinaldo di Montalbano, forse ignara che era il nome del principato che Carlo Magno donò proprio al paladino Rinaldo per le sue imprese di grande cavaliere. Secondo i Poemi Cavallereschi Rinaldo e il cugino Orlando si contesero l’amore di Angelica, ma lei, sposando Medoro, fece impazzire Orlando.

    Questa dei paladini è una storia magica, fantastica, affascinante, narrata da Matteo Maria Boiardo ne l’Orlando Innamorato e da Ludovico Ariosto ne l’Orlando Furioso, sul cui sfondo si proietta la guerra fra pagani e cristiani.

    I Paladini e San Basilio

    Ma torniamo alla domanda iniziale: come mai nel Delta sopravvivono modi di dire che fanno riferimento ai Paladini? Forse i Paladini sono giunti anche in Polesine?

    Ebbene, sì: i Paladini sarebbero arrivati nella zona del Delta a seguito del figlio di Carlo Magno e Ildegarda, Pipino (773-810) giunto in Veneto per combattere i Bizantini. Ho trovato l’informazione in uno scritto del prof. Francesco Passarella pubblicato sul giornale La Piazza nel 1997.

    Il re franco pose il suo quartier generale sulle dune intorno a San Basilio e intrecciò furiosi combattimenti nelle acque della laguna di Venezia. In uno scontro fu ferito a morte (anno 810). I soldati della guardia reale – i paladini appunto – lo riportarono nell’accampamento di San Basilio e qui eressero un “pantheon” in onore del loro re. Ecco perché si dice che la pieve di San Basilio è stata costruita dai Paladini.

    Episodi lontani, spesso alimentati dalla fantasia di narratori che nei secoli hanno tenuto vive tradizioni tramandate oralmente, da cui sono derivati i modi di dire che ancora oggi vengono usati nel territorio del Delta polesano¹.

  • I Sansepolcristi Polesani

    I Sansepolcristi Polesani

    Cento anni fa in Polesine si costituivano i primi Fasci di combattimento trovando un terreno fertile di diffusione nel periodo del cosiddetto «Bienno rosso» connotato da uno scontro violento tra il conservatorismo degli agrari e la visione socialista delle rivendicazioni sindacali, nella delusione maturata nei reduci e combattenti al ritorno della Grande Guerra, in un contesto storico di grave crisi economica. Situazione problematica, connotata da una crescita vertiginosa dei prezzi dei generi di prima necessità e, a livello nazionale, dal maturarsi nell’opinione pubblica del mito della «Vittoria Mutilata» dopo la pace di Versailles in cui l’Italia, paese vincitore, aveva ottenuto il Trentino, l’Alto Adige, la Venezia Giulia, Trieste e l’Istria ma non Fiume e la Dalmazia come era nelle aspettative.

    Solo un anno prima il 23 marzo 1919 Mussolini aveva fondato a Milano in piazza San Sepolcro in una sala riunioni di proprietà del Circolo per gli interessi industriali i Fasci italiani di combattimento. L’adunata proposta dalle pagine de Il Popolo d’Italia. Quotidiano dei combattenti e produttori¹, giornale di cui egli era fondatore e proprietario, coagulò l’interesse di persone dall’impegno politico e ideologico diversificato, per la maggior parte di matrice di sinistra, poi Arditi e Futuristi e una minima componente nazionalista.

    All’appello di questo antipartito con un approccio paramilitare, aderirono circa duecento persone, per lo più al di sotto dei quarant’anni, che, da piazza San Sepolcro, dove era avvenuta la prima riunione, furono denominati “Sansepolcristi”. Tra questi alcuni avevano origini polesane, come emerge da un recente studio dello storico Mimmo Franzinelli² che, consultando le schede personali ancora inedite conservate nell’Archivio Centrale dello Stato, ha stilato il loro profilo biografico. Se era già ben nota la presenza dell’adriese Giovanni Marinelli³, personaggio di rilevanza nazionale, del tutto sconosciuta era invece l’attività di tre persone di origine polesana, della cui adesione al Fascio di Milano, fino ad oggi, non si era trovata traccia. Questo il loro profilo:

    Umberto Bianchi
    (nato a Rovigo nel 1885)

    Commerciante e piccolo industriale⁴. Residente a Milano, s’iscrive ai fasci interventisti nel 1914. Capitano dei Bersaglieri nella grande Guerra, riceve un encomio solenne dal Comando d’Armata e la Croce di Guerra. Squadrista, partecipa alla Marcia su Roma. Riveste varie cariche, tra le quali: presidente dell’istituto ospedaliero per la cura della tubercolosi (1930-1932), delegato per l’estero della Fiera campionaria di Milano, addetto alla presidenza della federazione nazionale fascista dei commercianti di ferro, metalli e macchine. Segretario federale di Treviso (1941-42). Aderisce alla repubblica sociale Italiana. Non si hanno ulteriori notizie e pertanto non è nota la data della morte.

    Sileno Fabbri
    (Ficarolo, 1873 – Milano 1956)

    Avvocato⁵, inizia la sua carriera politica come propagandista liberal-monarchico in Emila Romagna. Interventista, combatte nella grande guerra come ufficiale dei bersaglieri. Il 15 aprile 1919 partecipa all’assalto dell’Avanti. Alle elezioni del 1919 si presenta come “avvocato di grido, scrittore notevole di materie giuridico-sociali” ma è il meno votato dei 19 candidati fascisti. Negli anni Trenta è docente all’Istituto fascista di cultura e dirige molti enti pubblici tra i quali è presidente della Provincia di Milano. (1923-2) e poi dell’Unione delle province d’Italia; organizzatore sindacale degli avvocati ed ella Confederazione dei Lavoratori intellettuali; membro della Consulta Sansepolcrista e della Commissione ministeriale per la redazione del Codice penale Rocco; presidente dell’Opera Nazionale Maternità ed Infanzia (1931-1936) e autore di monografie della collana “Panorami di vita fascista” componente del consiglio superiore della Sanità, delegato italiano della Società delle Nazioni e amministratore delle Ferrovie dello stato (1933-1938) Il suo ultimo incarico conosciuto risale al 1943 in qualità di commissario prefettizio a Milano.

    Alfredo Giorgio Marzolla
    (Polesella 1867-)

    Avvocato, titolare a Milano di uno studio legale. Nell’anteguerra aderisce a sodalizi radical-democratici, interventista. Ottiene la qualifica di squadrista. Nell’aprile del 1924 è oratore fascista nei comizi di Milano per l’elezione politiche generali. Rettore della provincia di Milano, membro del Direttorio del Sindacato fascista degli avvocati e procuratori. Presidente del regio collegio di Guastalla (con sede a San Fruttuoso di Monza) e componente della Commissione provinciale per le imposte dirette. Il suo nome compare nell’elenco dei sansepolcristi fino al 1942.

    Ma tra i “Sansepolcristi” c’è anche Aldo Fabbrini (Comacchio 1876 – Salò 1939) su cui, rispetto alla scheda biografica proposta da Franzinelli⁶, si può aggiungere qualche ulteriore notizia, grazie al ritrovamento di documenti rinvenuti casualmente nel magazzino degli attrezzi del Comune di Fratta Polesine. Qui, incredibilmente, era riposto un fascicolo o meglio una serie di carte ammucchiate in modo indistinto che lo stradino Paolo Ingegneri – rendendosi conto del possibile valore documentario – ha consegnato al vicesindaco e assessore alla cultura Alessandro Baldo. Il quale mi ha affidato tutto il materiale rinvenuto proponendomi di leggerlo per capire di che si trattasse. E, come capita spesso, nei documenti che ci parlano di storie e di persone, le sorprese non sono mancate. In questo caso si tratta di alcune carte scritte direttamente da Aldo Fabbrini che ci aprono una finestra sulla sua storia personale e politica.

    Aldo Fabbrini (Comacchio 1876 – Salò 1939) di Giuseppe Antonio, impiegato comunale e di Patrignani Serafina benestante; si sposa nel 1902 con Celeste Brugnoli da cui ha tre figli⁷. Dal 1904 al 1905 è assunto come direttore tecnico dalla ditta a Bonaiuto Vitali &C, che aveva ottenuto in affitto le valli di Comacchio.

    È stato un importante un produttore di marinati e salati a Comacchio e direttore e presidente delle cooperative pescatori di Comacchio (1914). In precedenza la sua attività industriale di anguille marinate con aceto puro di Vasto (Abruzzo) aveva avuto stabilimenti propri a Comacchio e Goro (Mesola) ed aveva ottenuto diversi riconoscimenti: medaglia d’oro a Napoli 1886 all’Eposizione partenopea; nel 1904 medaglie d’argento all’Esposizione regionale di Ravenna e della Camera di Commercio di Rovigo e nel 1906 all’Esposizione internazionale Milano. Qualche anno dopo nel 1909 riceve la croce al merito al Grand Prix e la medaglia d’oro all’Esposizione temporanea permanente di Milano e nel 1910 il diploma e medaglia bronzo all’Esposizione Industriale di Ferrara⁸.

    Ma la Grande Guerra cambiò drasticamente la sua vita. Fu arruolato come fante nell’esercito durante la prima guerra mondiale avendo come compagni Cesare Battisti e Bissolati. Combattè tra luglio-agosto 1915 e il 16 maggio 1916 a Vallarsa Passo Buso; dal luglio 1916 a Posina, Passo Corbola, Monte Mario, Pasubio; nel 1917 ad Arsier, cima Cengio⁹. Il suo ritorno dalla guerra è drammatico: mutilato, decorato con medaglia d’argento al valor militare non riesce ad inserirsi nuovamente nel mondo del lavoro. Testimonianza di questo sono le diverse lettere scritte dal 1920 al 1930 anche a personalità importanti in cui, in nome dei suoi meriti di fascista, mutilato e patriota fa esplicita richiesta di lavoro.

    Il suo percorso di vita e politico può essere esemplificativo delle difficoltà dei reduci e combattenti nell’Italia di quegli anni, che devono vivere con la pensione dello stato. Egli stesso afferma che la pensione di mutilato di guerra (lire 188) e quella di medaglia argento al valore (lire 19) sono insufficienti per mantenere la famiglia. Mussolini riesce ad intercettare le loro necessità. Prova di questo si ha nell’adesione di Fabbrini all’adunata di San Sepolcro¹⁰ riconoscendosi in alcuni punti programmatici:

    “Col cuore ancora gonfio di amarezze, dovute alla maledetta burocrazia, negazione di ogni verità e di ogni principio di giustizia ed onestà, ancora pieno di volontà, pieno di quella volontà che ebbi fin dal 24 maggio 1915 quando salivo al fronte con il non mai abbastanza compianto Cesare Battisti, Larker, Piscel, Finzi, mi è di dovere e vanto annunciarvi che io sarò a Milano con diversi miei compagni feriti, feriti nei diversi combattimenti come me, per portare noi, con noi, la rappresentanza dei nostri compagni caduti per la santa causa: grandezza, rivendicazione dei diritti d’Italia nostra”.

    Il suo percorso di adesione all’ideologia fascista si manifesta anche nel settembre del 1919 quando è tra i mille volontari che seguono d’Annunzio nella presa di Fiume e questo viene confermato da due lettere scritte in epoche successive allo stesso Vate¹¹:

    “Ferrara, anniversario della Marcia di Roma [s.d.] Come dal vostro impenitente combattente, compagno di Cesare Battisti e onoratissimo suo aiutante di battaglia, Aldo Fabbrini, parte un poderoso Alalà all’indirizzo del Comandante, così mentre auspichiamo il binomio Mussolini D’Annunzio, i legionari e militi d’Italia conoscenti dell’amico Fabbrini porgono un riconoscente omaggio. L’aiutante fedelissimo Aldo Fabbrini e [altri]”

    In un’altra lettera, scritta da Porto Viro 20 settembre 1935, scrive:

    “Amatissimo Signor Comandante come suo vecchio aiutante di Battaglia, Legionario della Compagnia d’onore di Lei, comandante “a Disperata “ Porto Barros” accasermata mi permetto inviarle la presente per chiederle sue nuove e prevenirle nell’ultimo tempo che io ho vivo desiderio venire a riverirla in sua sede, al Vittoriale, perché attendo di momento in momento ordine di partire con la “Tevere” avendo da mesi inoltrata domanda di arruolamento alla Associazione Nazionale Invalidi di Guerra, alla Combattenti, al Nastro Azzurro cui appartengo, così all’Associazione Volontari Guerra. Io ho assunto un delicato impegno verso un mio ottimo figlioccio studente di Ingegneria e prossimo a laurearsi, che è già pilota, è allievo della scuola di Torino, ed ha soli 25 anni. E’ poi entusiasta di lei, Comandante e desidera vivamente che io lo conduca meco a Gardone per vedere il Sacrario del Vittoriale e se possibile avere il bene e l’onore di conoscerla de visu. È un buono e bravo figliuolo ed io non desidero che accontentarlo. La già lusinga di venire per egli, m. A.O., pur egli a dare il suo contributo per la patria è da lodare! Ho letto molte opere sue comandante dal Notturno che io ebbi dalle sue mani con dedica nel 1922 a Gardone e le altre opere Sue, che io conservo gelosamente, desidera questo figliolo avere il ultimo suo libro dal titolo [non viene scritto] ma che io non ho. Io sono dunque a pregarla signor Comandante, concedermi il bene, e l’alto onore di venirla a riverire, dato anche che da anni non ho avuto modo di condurmi a Gardone. Non ho mai però dimenticato di chiedere Sue nuove a tutti quelli che vengono a Gardone e con i pochi legionari nostri oggi con il colonnello oggi generale signor Repetto, al tenente Frassetto residenti a Ferrara, quando la buona stella mi dà modo di incontrarli, si parla di tanto cuore di Lei. Avrei dovuto trovarmi a Trento alla inaugurazione del monumento al mio compagno l’immortale Cesare Battisti, ma una maligna broncopolmonite mi tenne a letto né ho potuto ora essere presente a quello della “Paganella” testè inaugurato. Venendo a Gardone mi porterò a Trento dopo avere avuto il bene di averla vista e salutata, mio Comandante. Ho racimolato come da suo desiderio cose di Spina Pelasga e di Rivà Polesine che porterò meco per Lei. Attendo quindi suoi ordini. Le bacio le mani devotissimo suo Aldo Fabbrini”

    Lo spirito patriottico, i ricordi e le attese di nuovi eventi, possono aver dato motivi di speranza ad Aldo Fabbrini, ma i problemi della vita quotidiana divengono sempre più pressanti. Pertanto, non trovando riscontri e risposte alla sua impellente necessità di lavoro, arriva a gesti estremi. Infatti nel 1930 è arrestato dopo aver avvicinato il re a Venezia, viene dichiarato infermo di mente, con forme di megalomania.

    Triste il suo epilogo: muore all’’ospedale di Salò (Brescia) dopo una lunga malattia.

    Rimane, comunque aperta la questione di come diversi suoi documenti autografi siano giunti a Fratta Polesine, conservati (malamente) nel magazzino comunale degli attrezzi.

    L’ipotesi che mi sento di sostenere è che Fabbrini abbia cercato in Polesine, come in precedenza altrove, di riallacciare i rapporti con una rete di persone che nella sua esperienza di decorato, mutilato e fascista aveva conosciuto. Mi riferisco ai Finzi (Aldo e/o Gino) personaggi di spicco a livello locale e nazionale o qualche volontario fiumano oppure a conoscenti della sezione locale dell’Associazione dei Mutilati ed Invalidi di guerra o del Nastro Azzurro, nella disperata richiesta e necessità di una occupazione.

    Comunque le carte Fabbrini descrivono la parabola umana e politica di un ex combattente segnato dall’esperienza della Grande Guerra e ci permettono di leggere in filigrana il periodo del primo dopoguerra segnato dalla difficile situazione economico e sociale.

  • Il diniego dell’imperatore

    Il diniego dell’imperatore

    Avrebbe dovuto replicarsi ad Adria l’atmosfera di festa registrata nel 1819 a Rovigo per la visita dell’imperatore d’Austria Francesco I (cfr Un imperatore a Rovigo in Ventaglio n. 60 pag. 32 e successive).

    C’era infatti attesa nella città che diede il nome all’Adriatico per l’arrivo dell’augusto personaggio ipotizzato durante una delle giornate previste per il soggiorno rodigino, ovvero tra l’1 e il 4 Marzo 1819.

    Il clima di fervida attesa, ad Adria, è documentato da Benvenuto Bocchi (1779-1856) nelle prime pagine degli appunti che egli vergò all’epoca: una sequenza iniziata nel 1818 ed interrotta dopo trent’anni nel 1848. (Si tratta di annotazioni che fanno parte di una ampia raccolta stesa a più mani, per oltre un secolo, dal 1745 al 1848. Un manoscritto che è stato pubblicato nel 2010 da Apogeo Editore, col titolo “Gli Annali Guarnieri – Bocchi (1745-1848) Un secolo di Cronaca e storia adriese”. Opera che ha visto la luce grazie all’accurato lavoro di trascrizione e approfondimento con apposite note svolto dal prof. Giuseppe Pastega).

    Benvenuto Bocchi, personaggio importante della famosa famiglia di Adria, era subentrato allo zio Stefano (1756-1818) morto da un anno, nella stesura degli appunti di cronaca, utilizzando quello che si presenta come il terzo fascicolo degli Annali¹.

    Vediamo dunque come si espresse nell’occasione.

    La “fausta notizia” e i preparativi per l’accoglienza del monarca nel febbraio 1819

    Innanzitutto Benvenuto dà la “fausta notizia” della imminente visita dell’imperatore:

    “21 Febbraro 1819 giorno di domenica Venne in Adria appositamente S.r Vice Delegato Willerstof per annunciare la fausta notizia, che sua Maestà l’Augusto Nostro Monarca F. I si sarebbe degnata di portarsi in questa Città il giorno 2 marzo prossimo venturo”.²

    L’annuncio accende gli entusiasmi, cosicché già il giorno successivo ad Adria ci si attiva per non farsi trovare impreparati allo straordinario evento.

    Pertanto il 22 febbraio Benvenuto Bocchi annota:

    “La Deputazione Comunale convocò i Cittadini Adriesi ed annunciò loro la consolante novella: passò poscia a far conoscere ai medesimi che sarebbero occorse necessariamente moltissime spese per dimostrare l’universale nostra esultanza ad un tanto monarca e che la Comune era priva di qualunque mezzo per supplire a quanto istantaneamente sarebbe occorso a tal’uopo. Scossi gli adriesi per sì fortunatissima circostanza si offrirono spontaneamente, ed esborsarono una summa vistosa per si fatto avvenimento vistoso per questa Città.”

    Gli sforzi per accogliere al meglio l’imperatore ed avviare gli attesi festeggiamenti danno dunque immediati positivi risultati. Ed il notista mette in evidenza la disponibilità di privati cittadini a fronteggiare le necessarie spese, essendo il Comune (la Comune si legge) privo di mezzi… (problemi questi, a quanto pare, sempre di attualità!)

    In data 28 febbraio, pertanto, Benvenuto Bocchi può sottolineare, con soddisfazione, che sono già stati attivati interventi di abbellimento della città: addobbati i principali palazzi, tra cui il Palazzo Comunale; sistemate varie strade; attuato lo scoprimento dei “Pavimenti Mosaici che tutt’ora esistono sottoterra nei campi di S.r Domenico Giulianati”; fatti inoltre “de’ scavi di antichità, quali riuscirono anco felicissimi per varj ritrovati di pezzi Etruschi”; si costruì anche “uno cospicuo arco Trionfale all’intrare in Città”. Pronta anche la Banda, predisposto il rinfresco, disposte carrozze per lo spettacolo serale…

    Insomma tutta Adria è in festa, parata al meglio per accogliere l’augusto sovrano. E Benvenuto Bocchi annota inoltre con orgoglio: “Anco il Domestico mio Museo sarebbe stato onorato da Sua Maestà l’Imperatore, giacché le antichità erano uno dei primi moventi che conducevano il venerato Monarca”.

    La cocente delusione

    La nota successiva è del 2 marzo… ed è intonata ad una profonda mestizia, iniziando col dar credito ad una notizia diffusasi il giorno precedente: “Ieri si vociferava che sua maestà non potesse più fare la sua gita per Adria, atteso un forte raffreddore che gli sopraggiunse (ciò che avrà dato l’adito alla malignità Rovighese per tenerlo possibilmente lontano)…

    Purtroppo le voci trovano poi riscontro, con grande delusione collettiva e Benvenuto nei suoi appunti esclama: “Poveri Adriesi! Dopo tanta esultanza, dopo tante spese fatte tanto volentieri, per sì felice avvenimento”.

    Il Bocchi sottolinea dunque il clima di sconforto collettivo per lo sfumare del “felice avvenimento”, grazie al quale gli Adriesi si erano preparati per accogliere al meglio “l’amatissimo loro padre”. Il quale – ci informa infine il Bocchi concludendo l’annotazione – promise ai maggiorenti adriesi andati a riverirlo a Rovigo, che sarebbe venuto “in altro momento, qui in Adria”.

    Il Museo Domestico e la visita del viceré Ranieri nel 1827

    Francesco I d’Austria non ebbe più motivo di raggiungere Adria, ma Benvenuto Bocchi ebbe l’occasione di ospitare per ben due volte il fratello dell’imperatore: Ranieri (1783-1853), viceré responsabile del Lombardo Veneto. Ecco l’annotazione relativa alla seconda visita:

    “Oggi, 27 Aprile 1827, giorno di Venerdì. Questa mattina, alle ore una circa pomeridiane arrivò per la seconda volta in Adria S. M. Imp. Il Principe Raniero Vice Rè. Non fu dissimile l’esultanza degli Adriesi da quella esternata il 17 luglio 1825, quando Sua Altezza l’Arciduca Francesco Carlo, unitamente alla sua sposa, l’Arciduchessa Soffia vennero in Adria appositamente onorare di loro presenza il domestico mio Museo.

    Tale onore lo ebbi anco in questo giorno da S. A. (…). Gli feci osservare la marmorea iscrizione fattagli per la prima volta, e l’altra che feci erigere per la venuta dell’arciduca nipote coll’arciduchessa sua sposa.

    Entrato nella Camera del Museo ed esaminando partitamente i pezzi più pregevoli di Antichità, dette segni di compiacenza, applaudendo ancora il mio genio…”.

    – vergate (a volte con vistose interruzioni) da quattro autori, interessati a fermare sulla carta episodi ritenuti interessanti. Si tratta di quattro fascicoli conservati in una busta dell’Archivio Comunale Antico di Adria.

    Il primo notista fu Giuseppe Lorenzo Guarnieri (1703-1769), notaio e cancelliere del Capitolo della Cattedrale, che compilò la prima parte del primo fascicolo dal 1745 al 1754. A lui si deve anche il secondo fascicolo, che si può definire monografico in quanto è incentrato totalmente sulle attività legate al Giubileo celebrato ad Adria nel 1751.

    Seguono le annotazioni di Francesco Girolamo Bocchi (1748-1810) che continuò a scrivere sul primo fascicolo e poi sul terzo. Anch’egli fu notaio e cancelliere della Cattedrale. Personaggio di spicco della famiglia Bocchi letterato ed appassionato di archeologia, consolidò in modo determinante la raccolta di reperti avviata dai suoi predecessori, dando vita ad un Museo privato incrementato poi dagli eredi e successivamente, all’inizio del ‘900, ceduto alla città di Adria. Fu ospitato dal 1934 al 1961 a Palazzo Cordella come Museo Civico, per passare poi nel nuovo edificio e divenire di pertinenza dello Stato nel 1972, fregiandosi del titolo di Museo Archeologico Nazionale.

    Negli “Annali” seguì come notista Stefano Bocchi (1756-1818), fratello di Francesco Girolamo che scrisse sul terzo fascicolo dal 1810 alla morte 1818. Fu Canonico della Cattedrale ed incrementò la raccolta museale, seguendo anche attività di scavo.

    Fu poi la volta di Benvenuto Bocchi (1779-1856) che scrisse sul terzo e quarto fascicolo dal 1818 al 1845. Anch’egli notaio e cancelliere della Cattedrale, ampliò il “Museo Domestico”, trasmettendo la passione al figlio Francesco Antonio.

  • Materiali edili nell’antichità

    Materiali edili nell’antichità

    Grazie alle ricerche e agli scavi archeologici condotti soprattutto dalla fine del XIX secolo, e agli adeguati studi sulla documentazione prodotta, si è potuto approfondire e ricostruire parte della storia del Polesine antico.

    Per comprendere il passato non è solo fondamentale lo studio delle fonti letterarie ed epigrafiche, ma è anche necessaria l’analisi scientifica e l’elaborazione dei dati forniti dalle testimonianze ‘riportate alla luce’ dal sottosuolo. Le indagini archeologiche, infatti, permettono di capire lo sviluppo antropico e cogliere i cambiamenti topografici e urbanistici che l’uomo ha apportato nel territorio durante i secoli, spiegando contemporaneamente evoluzioni culturali, sociali e commerciali: si deve alle accurate indagini condotte e alla scrupolosa osservazione degli archeologi la comprensione di come, nel mondo antico, l’uomo costruiva le strutture, di quali materiali usufruiva e quali tecniche adoperava per erigere ed approntare gli edifici e le strutture utilitarie che servivano alla sua sopravvivenza, migliorandone la qualità della vita e le comodità.

    Variazione dei materiali da costruzione nel corso dei secoli

    Sin dall’età preromana, nel Polesine antico il legno risulta abbondantemente impiegato per la costruzione: lo dimostrano, ad esempio, le testimonianze degli scavi condotti da Francesco Antonio Bocchi ad Adria, nell’area del pubblico Giardino e nel cortile Ornati (area compresa tra la Basilica Santa Maria Assunta della Tomba, il Museo Archeologico Nazionale e l’Ospedale Civile, nella zona sud della città, dove sorse l’abitato arcaico) tra il 1878 e il 1879 e descritti nel suo resoconto pubblicato nelle “Notizie degli Scavi di Antichità”.

    Sempre ad Adria l’impiego del legno è attestato, nelle indagini condotte in via San Francesco, nelle fasi di costruzione di edifici in un contesto datato dal VI-V secolo a.C. Anche nell’abitato arcaico di San Basilio (Ariano Polesine, scavi tenuta Forzello) datato dal VI sec. a.C. alla prima metà del V secolo a.C., il legno è presente.

    Il legname, in genere, viene utilizzato per la costruzione di edifici a carattere abitativo-artigianale (abitazioni lignee e palafitte), per strutture utilitarie, come materiale da bonifica e per il contenimento delle canalizzazioni. Questo materiale era impiegato negli edifici per i più svariati usi: per fondazioni, alzati, strutture portanti, per la pavimentazione e la copertura.

    Nel Polesine antico, come riscontrato negli scavi, l’ambiente geomorfologico di paesaggio lagunare e fluviale offriva molte specie arboree da impiegare per la costruzione, tra le quali il salice, il pioppo, il rovere, ma è anche attestato il ritrovamento e l’utilizzo di piante non autoctone quali l’abete e larice; quest’ultima è una particolarità poco nota, che conferma l’esistenza del commercio del legno nel territorio del delta del Po già da età arcaica. Il larice probabilmente veniva utilizzato per la sua alta resistenza in ambienti ad alto tasso di umidità; pianta di conifera ad alto fusto, essa cresce nelle zone temperato-fredde (catene montuose alpi ed appennino settentrionale) in una fascia estesa in senso altitudinale tra i 1000 m. ai 2300 m. di altezza. Il suo ritrovamento in un contesto di età arcaica ad Adria (scavi Bocchi) è motivo di interesse.

    Le specie arboree citate venivano tutte utilizzate sotto forma di elementi delle più svariate dimensioni e forme, quali grosse tavole, tronchi, pali appuntiti, paletti, travi, assi, ramaglia e canne.

    In epoca romana, da segnalare sono particolari opere di arginatura in legno ritrovate ad Adria in località Retratto: queste strutture di contenimento servivano a limitare l’azione delle acque che lambivano l’abitato e a rendere il suolo stabile e asciutto in un’area che venne bonificata per consentire l’espansione dei quartieri residenziali della città. La struttura rinvenuta era formata da una serie ben connessa di assi poste di taglio fermate da due grossi tronchi a sezione quadrangolare terminanti a punta e confitti nelle sabbie del fondo per una profondità di m. 4,60.

    Sempre in età romana l’impiego del legno è riscontrato nell’insediamento di Corte Cavanella (Mansio Fossis – Loreo), datato dall’età augustea sino al IV secolo d.C., nelle ville rustiche romane di San Basilio e di Villadose (località Cà Motte), la prima datata dalla fine del I secolo a.C. sino alla metà del V secolo d.C., la seconda datata dalla fine del I secolo a.C. sino ad età tardo antica.

    In questi contesti il legno, oltre ad essere utilizzato per gli usi già descritti nelle epoche precedenti, è attestato anche per la costruzione di svariate strutture utilitarie, come complesse opere di arginatura, sistemazioni spondali ed idrauliche (fondamentali per la vita in ambiente deltizio e fluviale), una darsena, gradinate, divisioni interne agli edifici, un loggiato ligneo antistante una sala absidata, costruzione di imbarcazioni per la navigazione fluviale ed endolagunare. L’abbondante impiego del legno è sempre da ricollegare alla grande reperibilità, oltre che alla sua lavorabilità per molteplici usi.

    Un altro materiale costruttivo riscontrato nel Polesine antico è la pietra. Questa, in epoca preromana, è stata utilizzata a San Cassiano (Crespino), in un insediamento etrusco datato dal VI secolo a.C. sino al IV a.C., impiegata sotto forma di alti zoccoli per la costruzione di fondazioni e alzati di strutture a carattere abitativo-artigianale; e, ancora, nell’abitato arcaico di San Basilio per strutture utilitarie quali focolari. In contesti riconducibili all’età romana, la pietra è stata ritrovata ad Adria dal Bocchi sotto forma di blocchi, utilizzata per la costruzione di pavimentazione stradale. In via San Francesco l’utilizzo della pietra è stato riscontrato per pavimentazione stradale e fondazione sotto forma di plinti di un edificio monumentale in un contesto datato alla fine del II secolo a.C.

    La pietra è utilizzata in edifici a carattere abitativo e utilitario per il consolidamento e la costruzione delle strutture. A Corte Cavanella è impiegata per la costruzione di elementi cavi presenti nella struttura interna di un muro: questi sarebbero stati interpretati come incastri per supporto a pali lignei che dovevano caratterizzare una sala absidata con un loggiato ligneo prospiciente ad essa. A Corte Cavanella come a San Basilio la trachite è utilizzata generalmente per la costruzione di murature, nelle pavimentazioni degli ambienti e anche in numerose strutture utilitarie.

    A San Basilio, nella villa rustica, la pietra è stata impiegata come copertura di una canaletta di scarico e anche sotto forma di basoli di trachite per la pavimentazione stradale; nello stesso sito il ritrovamento di grandi blocchi di pietra rosa di Domegliara vicino a fasciame da imbarcazione ha fatto supporre l’esistenza di un commercio di questo materiale. I blocchi di pietra di dimensioni considerevoli, risultarono squadrati con misure rispettivamente di m.3x2x0,50 e m. 2,80×1,80×0,45. In essi vi era traccia di lavorazione non portata a termine: si era infatti iniziato ad approfondire mediante scalpella­tura un riquadro interno con attorno una cornice levigata.

    I blocchi di pietra sarebbero stati trasportati per via fluviale, per questo a San Basilio si può pensare ad un commercio di pietra su rotte endolagunari, che potevano collegare centri come Altino e Ravenna. Oltre al commercio della pietra di Domegliara, è probabile il commercio di altri tipi di pietra, come la trachite euganea e la pietra di Vicenza. La pietra a Villadose risulta sotto forma di blocchi nella costruzione di strutture murarie.

    Ad Adria, nell’area dell’Ospedale Civile, blocchi di trachite sono stati utilizzati per la costruzione di due fornaci da calce, datate ad un momento successivo del pieno sviluppo di Adria romana, il periodo cioè di sistematica spoliazione e saccheggio dell’area monumentale della città tra tardo antico e alto medioevo (V e il X sec. d.C.): esse, infatti, sono state costruite con materiale di demolizione, probabilmente di recinti e monumenti funerari della vicina necropoli romana ed utilizzate per la produzione di calce, come è testimoniato dal materiale lapideo e decorazioni marmoree ritrovati nell’apertura della camera di combustione.

    In epoca romana il marmo è stato impiegato in maggiore quantità rispetto alle epoche precedenti. Il Bocchi, negli scavi condotti ad Adria attesta l’utilizzo di esso attraverso il ritrovamento di frammenti marmorei di decorazioni architettoniche come fregi, rosoni, listelli, scanalature e lastre di marmo finissime: materiale, questo, attribuito ad edifici di rilevanza, a carattere pubblico o privato. Elementi marmorei sono utilizzati anche per la costruzione di pavimentazioni, come il caso delle crustae marmoreae inserite in una pavimentazione in opus signinum di Corte Cavanella. A San Basilio l’utilizzo del marmo è stato riscontrato per il rivestimento di muri e per la pavimentazione.

    Altra tipologia di materiale diffuso nel Polesine antico sono i laterizi, la cui presenza è ampiamente documentata in numerosi siti e svariati utilizzi. Il loro impiego in epoca preromana è accertato nello scavo del sito di San Cassiano, nel contesto strutturale di copertura del citato edificio dalla funzione abitativo-artigianale. In epoca romana, gli scavi del Bocchi ad Adria hanno messo in luce un piano per lo scolo delle acque ai margini di una pavimentazione stradale formato da tegole e mattoni frammentati. Cubetti di cotto formavano la pavimentazione di un ambiente; un condotto, interpretato come parte di acquedotto o cloaca, risultava costituito da mattoni.

    Generalmente nel periodo romano l’impiego di laterizi è attestato sotto forma di mattoni, tegole, cubetti, elementi cavi: questi vengono impiegati per costruzioni murarie, pavimentazioni, alzati e coperture delle più svariate strutture.

    A Corte Cavanella i laterizi furono utilizzati per la costruzione di ambienti abitativi, per strutture utilitarie come canalette, vasche e pozzi e anche una darsena. A San Basilio i laterizi risultano in ambienti con funzione abitativa e utilitaria, come nel caso di una fornace, di un portico, di un cortile e di focolari. Anche a Villadose i laterizi sono utilizzati per i più svariati usi, come nel caso di un essiccatoio per prodotti agricoli, struttura appartenente alla villa rustica romana. Da rilevare, infine, numerosi rinvenimenti sparsi segnalati e recensiti (ricerche e studi di don Bernardino Merlo e Rolando Rigobello), come quelli dell’alto e medio Polesine che attestano esemplari di mattoni e tegole bollate (Lendinara, Canda, Melara, San Bellino, Fratta Polesine, Arquà Polesine, Villanova del Ghebbo).

  • Adria e l’Adriatico

    Adria e l’Adriatico

    C’è una lapide ad Adria, in Piazza “Luigi Groto” – risultato di un accurato studio di ricerca e di lavoro da parte della professoressa Fiammetta Zen e dell’artista Lino Berti – che raccoglie le incisioni di alcuni brani di Plinio il Vecchio, di Giustino e di Plutarco, frasi che fanno riferimento alla città antica. Una lapide che certamente tutti gli Adriesi hanno visto più di una volta durante le passeggiate per Corso Vittorio Emanuele II, e che desta la curiosità dei visitatori della città etrusca, in quanto i brevi testi incisi costituiscono una importante testimonianza del legame indissolubile tra Adria e il Mare Adriatico.

    La lastra marmorea è collocata leggermente a sinistra del monumento dedicato al ben noto famoso poeta e drammaturgo di epoca barocca Luigi Groto, conosciuto come il “Cieco d’Adria”; è posizionata tra le insegne di una frequentata e storica tabaccheria, quasi sottostante al monumento dei caduti delle “patrie battaglie dal 1848 al 1896”, a ridosso del palazzo del celebre Nob. Dott. Carlo Bocchi, illustre adriese vissuto a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, il cui nome è legato sia alla Fondazione Scolastica (di cui il citato palazzo è sede) sia al Ginnasio-Liceo locale.

    Gli Adriesi sono da sempre ben orgogliosi di sentirsi custodi ed eredi degli antichi abitanti della città etrusca, divenuta successivamente municipium romano che – secondo le antiche testimonianze di storici e geografi greci e latini – ha avuto il vanto di trasmettere il proprio nome al Mare Adriatico.

    Lo stesso nomen di Adria sembrerebbe derivare dell’etrusco *atrium, ovvero “luce, giorno” o più precisamente “est”, in riferimento al fatto che la sua posizione situata ad oriente avrebbe favorito l’insediamento delle popolazioni etrusche della civiltà post-villanoviana conosciuti come Atriates Tusci.

    I Greci che successivamente si insediarono ad Adria dopo i mutamenti geopolitici nel bacino del Mar Mediterraneo tra IV e III secolo a. C. avrebbero indicato la parte superiore del pelago con Άdr…aj kÒlpoj (Adrías kólpos), ovvero “golfo di Adria”, denominazione poi estesa a tutto il resto del Mar Adriatico.

    Va detto che, nel corso dei secoli, i detriti portati dai fiumi hanno ampliato il territorio dell’antico delta per cui Adria a poco a poco perdette il suo rapporto diretto col mare. Pertanto, già in età romana tra il I secolo a. C. e I secolo d. C. – quando il municipium di Hadria visse una spiccata vitalità economica e culturale – era necessario percorrere un canale artificiale per raggiungere l’Adriatico. Seguì una precoce decadenza di Adria che gradatamente smarrì il ruolo di centro commerciale e politico, caratterizzandosi poi come feudo episcopale indipendente da Ravenna a partire dal V secolo d. C.

    Ma torniamo alle frasi incise sulla lastra di Piazza Groto, che ci parlano dell’antico rapporto della città col mare. Si tratta di antiche documentazioni che identificano Adria come città portuale indissolubilmente legata al Mare Adriatico.

    La prima testimonianza ci giunge da Plinio il Vecchio, naturalista e governatore provinciale romano vissuto nel I secolo d. C. (la cui morte è direttamente collegata alla nota e drammatica eruzione del Vesuvio nel 79 d. C.), autore di una vasta enciclopedia riguardante una summa del sapere antico come medicina, antropologia, zoologia, botanica, geografia, mineralogia, storia dell’arte. Il naturalista romano sottolineò proprio l’origine del nome del Mare Adriatico derivante dalla città di Adria:

    “… TVSCI EGESTO AMNIS IMPETV PER TRANSVERSVM IN ATRIANORVM PALVDES QVAE SEPTEM MARIA APPELLANTVR, NOBILI PORTV OPPIDI TVSCORVM ATRIAE A QVO ATRIATICVM MARE ANTE APPELLABATVR QVOD NVNC HADRIATICVM”. (Naturalis Historia III, 16. 120 – 121)

    Traduzione: “… Gli Etruschi deviarono il corso del fiume in senso trasversale entro le lagune adriane dette sette mari (per collegarlo) al celebre porto di Adria, città degli Etruschi, da cui il mare prima era chiamato Atriaticum ora Hadriaticum”.

    Nel II secolo d. C., poi, Giustino, storico vissuto all’epoca degli imperatori Antonini e autore di un compendio delle Historiae Philipphicae di Pompeo Trogo, descrisse il contesto geografico della Regio X Venetia. Egli si riferì ad Adria come la patria che diede il nome al Mare Illirico:

    “ADRIA QVOQVE ILLYRICO MARI PROXIMA QVAE ET ADRIATICO MARI NOMEN DEDIT…”. (Hist. Ph. XX 1, 9)

    Traduzione: “Adria, vicina al Mare Illirico, che diede il nome anche al Mare Adriatico…”.

    Sempre tra il I e il II secolo d. C. lo storico greco Plutarco – autore delle Vitae, in cui unì in coppia le vite di uomini illustri greci e romani e di un corpus di circa ottanta opuscoli di carattere vario raggruppati sotto la generica definizione di Moralia – ribadì la stessa precisazione secondo la quale l’etrusca Adria sarebbe stata la città madre del Mare Adriatico:

    “Q£lattan Άdr…an k£lousin ¢pÕ turrhnik»j pÒlewj Άdr…aj”. (Cam. XVI)

    Traduzione: “Chiamano Adriatico il mare da Adria, città etrusca.”

    Questi dati, seppur contestualizzati oggi in un mutato scenario storico e politico, lasciano come eredità invisibile ma perpetua lo stretto intreccio tra il mondo antico e il mare affacciato tra Oriente e Occidente del mondo romano che ebbe la propria genesi nel nomen di Adria.

  • La quercia di Dante

    La quercia di Dante

    L’attesa è finita! Finalmente anche Rovigo si prepara ai grandi festeggiamenti, in onore del sommo poeta, che a più riprese interesseranno tutta l’Italia.

    Già il 7 settembre dello scorso mese, nella splendida cornice della Sala Consiliare della Provincia di Rovigo, il prof. Antonio Lodo ha intrattenuto gli ospiti nell’Evento “Dante 700” attraverso letture della Divina Commedia, racconti, citazioni e raffinate argomentazioni, sottolineando l’importanza della lingua a partire dai neologismi. L’Evento organizzato da Arci e dall’Associazione Dante Alighieri è uno dei tanti che preparano la nostra città ai grandi festeggiamenti dell’anno a venire.

    Così Palazzo Roncale, uno dei palazzi rinascimentali più belli di Rovigo, dialoga in questo senso, restituendo alla cittadinanza una mostra inedita e suggestiva con l’intento di trasmettere al visitatore l’importanza di abitare nel nostro territorio. L’impegno curatoriale si contraddistingue infatti dall’intenzione racchiusa nel titolo “La quercia di Dante” ricordando il passaggio dell’autorevole viaggiatore in Polesine, testimoniato appunto dalla grande quercia.

    Suggestiva è la sala adiacente l’entrata in tal senso e, a soddisfare la curiosità del visitatore, un proseguimento espositivo di grande interesse. Da notare che la mostra chiuderà il 17 gennaio proprio come quella organizzata nell’adiacente museo Roverella e dedicata a uno degli artisti più stimolanti del ‘900 Marc Chagall. La volontà di far correre le due situazioni artistiche sullo stesso binario temporale testimonia un preciso intento che va oltre la precisa organizzazione curatoriale. La Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo sempre più sta vedendo nella città di Rovigo una realtà importante da promuovere e valorizzare.

    Da alcuni anni ormai la nostra piccola provincia è impegnata, con orgoglio, nel distinguersi, e con le belle mostre di Palazzo Roverella inserirsi nel novero delle grandi mostre italiane. Impegno questo sicuramente raggiunto con le ultime proposte che hanno garantito il plauso di un altissimo numero di turisti. Far coincidere due appuntamenti tanto importanti in due location così vicine è sicuramente produttivo: “un doppio motivo per venire o tornare a Rovigo”, ha sottolineato il presidente della Fondazione Gilberto Muraro.

    Nelle sale superiori di palazzo Roncale si apre uno sguardo sugli artisti che di Dante hanno fatto un’icona nella memoria del passato e in tempi recenti. Imparare a leggere gli altissimi scritti del sommo poeta equivale anche a comprendere quanto si sia sforzato di utilizzare un linguaggio universale e l’estensione della sua ricerca ha in sé un sentimento nazionale. E’ nel solco di queste considerazioni che va ricercata la sua fama nel tempo che attira da sempre l’attenzione degli artisti nelle varie discipline che l’Arte suggerisce o impone: tele dipinte, incisioni, litografie, disegno… ma il viaggio più curioso comincia nel momento in cui anche “il resto” (inteso con un’estensione sensibile) inizia a interessarsi di lui.

    Se proviamo per un attimo a uscire dal seminato del nostro immaginario e lontano dalle sulfureee ambientazioni a cui il nostro pensiero va ogni volta che cerchiamo l’Alighieri, comprenderemo come audaci artisti dell’oggi abbiano sentito l’esigenza di utilizzare perfino la tecnica del fumetto per ricordare l’orgoglio nazionale e sdrammatizzare un ricordo scolastico, a favore di una vicinanza quanto mai necessaria. In mostra quindi anche un “Topolino” dantesco e un Pippo virgiliano.

    Ma, a parte questa parentesi ludica, la mostra, intitolata Visioni dell’Inferno si incentra sulla produzione di tre importanti artisti di livello internazionale: il francese Gustave Dorè (1832-1883), lo statunitense Robert Rauschenberg (1925-2008) e la tedesca, a noi contemporanea Brigitte Brand. Accanto alle loro opere anche testi storici con le raffigurazioni che immediatamente rimandano alla scansione dettagliata della Divina Commedia.

    Ed è soprattutto il tratto di Dorè che si presenta straordinariamente suggestivo nell’attirare l’occhio dell’osservatore dentro un immaginario contorto, complesso e intriso di pathos. Le presenze di Dante e Virgilio, che ingabbiati e seminascosti nei loro copricapi osservano attoniti schiere interminabili di dannati, lascia sgomenti anche noi. E ancora ambientazioni surreali e voli notturni e tutte le sensazioni citate nella I Cantica dantesca. Ogni particolare è trattato con incredibile minuzia tanto da sperimentare quasi l’odore dei vapori che escono dal sottosuolo, la movenza delle gambe dei dannati sepolti a testa in giù e la curiosità dei due illustri viaggiatori nell’osservarli. Trovarsi davanti a opere d’arte di questo calibro è il modo migliore per salutare un anno importante che sta per arrivare e che ci riempie di orgoglio e sano senso di appartenenza.

    Il nostro bel territorio apre pertanto le porte tanto al turista lontano quanto ai figli di casa sua: “Il Territorio della Grande Quercia: da Rovigo ad Ariano nel Polesine; un itinerario tra meraviglie naturali e testimonianze storiche, alla scoperta di quello che fu uno dei più importanti porti del Mediterraneo”.

    Un viaggio che sicuramente vale la pena di percorrere.

  • La Parrocchiale di Bottrighe

    La Parrocchiale di Bottrighe

    Un’importante ricorrenza ha caratterizzato l’antica storia di Bottrighe sul finire dello scorso anno, ovvero il 170° dalla posa della prima pietra per la costruzione dell’attuale chiesa parrocchiale.

    Dal documento del processo verbale del 16 dicembre 1849, recuperato dallo storico locale Nerino Albieri, si legge che sul finire del 1846 viene demolita, per vetustà, l’antica chiesa parrocchiale. Mancando alla fabbricceria e agli abitanti i mezzi per ricostruirla, il consiglio comunale di Bottrighe con delibera 15 novembre del successivo anno 1847 ne ammise la spesa a carico del comune.

    L’ingegnere Antonio Lupati di Adria fu incaricato di redigere il progetto e fu autorizzata l’esecuzione della prima parte dei lavori della ricostruzione, ovvero le opere fondamentali. Con decreto 28 ottobre 1849, il vescovo di Adria monsignor Bernardo Antonio Squarcina, conferì al parroco di Bottrighe don Antonio Campana l’autorizzazione di procedere alla benedizione della prima pietra. Fu una solenne celebrazione con la partecipazione numerosissima delle autorità di allora e di tutta la popolazione.

    Aspetti artistici

    La nuova chiesa fu dedicata ai santi Francesco d’Assisi e Francesco di Paola. All’interno della stessa, l’opera a d’arte di maggiore valore è senza dubbio il pulpito in legno pregiato acquistato su ordinazione dell’allora parroco don Antonio Zanchetta. Il pulpito intagliato è posto tra gli altari del Sacro Cuore e della Beata Vergine del Carmelo ed è un’importante realizzazione dell’artista veneziano Bazarel, lo stesso che creò i due confessionali giunti sempre da Venezia nel 1868. L’opera, iscritta alla Sovrintendenza ai Monumenti, fu fatta giungere da Venezia nel mese di Luglio del 1862 e precisamente nel periodo della sagra annuale.

    Altro lavoro ritenuto di notevole valore artistico, che continua a suscitare interesse di molti visitatori, è l’angelo ligneo del campanile esposto in mostra permanente all’interno del tempio. Era stato tolto dalla sommità il 24 aprile 2008, a seguito dei lavori di restauro della torre campanaria, al culmine della quale è stato sostituito da una copia identica di quella in legno, realizzata in bronzo dalla Maff di Milano, grazie all’interessamento della famiglia dell’industriale concittadino commendator Gino Navicella.

    Quattro anni sono serviti allo studio dello scultore padovano Roberto Mainardi, per riportare alla lucentezza del passato l’angelo originario, opera risalente al XIX secolo, che secondo i pareri degli esperti potrebbe essere stato realizzato da un artista che richiama le metodologie della scuola veneta collegata al grande Andrea Brustolon, denominato il “Michelangelo del legno”.

    L’intelaitura, dell’estremità della cupola riprodotta, è stata realizzata dalla Gi.Bo. torniture di Bottrighe, grazie alla generosità del suo titolare Giuliano Girotto. La copertura in rame, invece, perfetta anche nelle saldature, con materiale offerto dalla ditta Trevisan di Lendinara, è stata infine realizzata ed offerta, dopo lunghe ore di paziente lavoro, dagli artigiani Walter Sambin e Mario Bertaglia della Ital Grondaie di Bottrighe. Le stesse ditte artigiane che hanno donato, per la benedizione, anche le colonnine che delimitano la protezione dell’angelo. Il restaurato angelo ligneo è stato inaugurato e benedetto dall’allora parroco di Bottrighe, monsignor Antonio Cappato, nell’aprile del 2013.

  • Palazzo Malmignati a Lendinara

    Palazzo Malmignati a Lendinara

    Nei pressi del centro storico di Lendinara, affacciato sulla riva destra del fiume Adigetto, sorge, elegante e maestoso, Palazzo Malmignati. Il gentilizio edificio eterna il nome della nobiliare famiglia Malmignati, di origine Ferrarese, trasferitasi a Lendinara intorno alla metà del ‘400, dopo aver acquistato numerose terre della zona.

    La famiglia, oltre ad esercitare potere politico a Lendinara, mantenne anche stretti legami con la nobiltà ferrarese, in particolare con gli Estensi, Signori della città. Questo rapporto inizio però a sgretolarsi lungo il corso del XVI secolo, quando i Malmignati offrirono sostegno ai Veneziani, nemici degli Estensi. Il potere della famiglia Malmignati a Lendinara andò però rafforzandosi, giacchè il paese passò definitivamente sotto la nuova amministrazione veneziana.

    La storia della famiglia, ormai a tutti gli effetti lendinarese, si intrecciò nel ‘600 con quella della famiglia Brenzoni di Verona, e fu proprio in seguito a questa unione che i Malmignati ebbero ingenti risorse economiche le quali portarono alla decisione, all’inizio del 1700, di erigere il palazzo lungo riviera San Biagio.

    Il primitivo corpo di fabbrica, datato 1528 e progettato da Lorenzo Malmignati, pare sia stato realizzato sui ruderi di un antico castello: Castel Cattaneo. Ma il maestoso edificio – tuttora ammirabile presso il centro di Lendinara – venne innalzato circa due secoli dopo, nei primi anni del XVIII secolo, quando si decise di riattare il fabbricato precedente, visibilmente danneggiato dal terremoto del 1694.

    Il cantiere per la realizzazione della nuova fabbrica venne allestito nel 1711, e i lavori si prolungarono fino al 1714. La Famiglia Malmignati richiese, per la realizzazione dello stabile, i servigi di Vincenzo Santini (1665-1742), uno degli architetti ferraresi più rinomati in quegli anni. L’architetto Santini seguì ogni lavoro portato a termine nel cantiere, occupandosi anche dei rapporti con i fornitori, con i lavoratori e curando i subappalti.

    Va detto per inciso che la realizzazione della dimora Malmignati segnò l’inizio di un rapporto duraturo tra la famiglia Santini e Lendinara: i due figli di Vincenzo, Francesco e Angelo Santini, infatti, si integrarono perfettamente all’interno della comunità lendinarese, sposando due sorelle del luogo.

    L’innalzamento dei muri del complesso venne affidato a Mastro Agostino Brunello, il quale lavorava affiancato dall’impresa di famiglia; vennero invece chiamati per la lavorazione del legname i mastri Zuane Padoan, Lorenzo Zerbinato e Mattio Scardona, e per la lavorazione lapidea venne richiesta la presenza del tagliapietra Primo Giacomo Scarmolin.

    Il palazzo ad oggi si presenta nella forma fedele al progetto del ‘700: il corpo di fabbrica risulta composto da una sorta di cubo affiancato ad ovest da un corpo rettangolare; la struttura principale del complesso è divisa in altezza da quattro livelli: pianterreno, primo piano, piano nobile e sottotetto.

    I punti di forza della struttura sono le sue due facciate: la facciata a nord, rivolta verso riviera San Biagio, è preceduta da una scalinata che porta direttamente al piano rialzato, in origine l’entrata da dove i Malmignati accoglievano gli ospiti. L’ampio salone centrale è diviso in due spazi da alte colonne. Superate le colonne ci si trova di fronte due monumentali scaloni laterali che portano al piano nobile, connotato da un ampio salone che riceve luce da grandi finestre con portali ad arco a tutto sesto.

    La facciata meridionale, troneggia sull’ampio giardino privato e si specchia nelle acque del bacino artificiale un tempo utilizzato come vasca per i pesci. Non è dissimile dalla facciata principale: manca la scalinata centrale che porta al piano rialzato: l’entrata da questo lato dell’edificio dà direttamente accesso al pianterreno, mentre una scala interna porta al piano rialzato.

    Nel complesso le due facciate risultano equilibrate nella disposizione delle forature, ed eleganti grazie alle ampie vetrate ad arco del piano nobile.

    Nel ‘900 la villa venne ceduta a privati, i quali decisero di ricavare al piano terra del palazzo delle piscine termali, ancora oggi presenti. Il progetto di realizzare una sorta di Spa venne però presto abbandonato.

    Ad oggi Palazzo Malmignati è proprietà della famiglia Travaglini, che, dopo aver portato a compimento consistenti lavori di pulizia e sanificazione dell’immobile e del giardino, ha permesso la riapertura dello storico edificio tramite un’apprezzata iniziativa dei volontari del gruppo FAI (Fondo Ambiente Italiano) giovani di Rovigo, che hanno fatto conoscere la villa e la sua storia a centinaia di visitatori.

    Nell’occasione, in tanti hanno manifestato stupore per la bellezza dello storico edificio, auspicando l’intensificarsi di iniziative di valorizzazione del bene lendinarese.

  • Lungo il “fiume di mezzo”

    Lungo il “fiume di mezzo”

    Nel singolare territorio verso cui convergono i due grandi fiumi d’Italia, scorre una terza via d’acqua, seppur secondaria ma di particolare rilievo per la storia del Polesine, che richiede di essere meglio conosciuta e valorizzata.

    Va innanzitutto ricordato che fu nelle prime fasi dell’epoca medievale che il Po e l’Adige configurarono i limiti naturali del paesaggio della nostra Mesopotamia italiana, attraversata anche dal “fiume di mezzo”, di cui ci accingiamo a parlare, e che le fonti antiche chiamarono Tartaro. Un corso d’acqua che, oltre Trecenta – a seguito di interventi di canalizzazione – prese il nome di Castagnaro, e più a valle di Canalbianco. Quest’ultimo idronimo potrebbe essere in relazione alla sua funzione di collettore delle acque bianche delle campagne circostanti, ma anche dal fatto che in corrispondenza di Canda, si immettevano, attraverso antichi canali di rotta, le acque limacciose, chiare, dell’Adige nei periodi di piena.

    L’idrografia del Canalbianco e le escursioni nautiche

    Il Tartaro nasce a Povegliano, presso Villafranca Veronese e prende gradualmente forma dalle acque di risorgiva dei rilievi morenici del lago di Garda. Si snoda, esile e limpido, attraverso la bassa veronese, passando per Isola della Scala e Nogara. Dal luogo di affluenza delle acque del Tione, altro fiume di risorgiva, il suo corso fa da confine tra Veneto e Lombardia fino a Bastione San Michele; da qui segna il limite tra le province di Verona e Rovigo per le terre di Melara e Giacciano con Baruchella.

    Inizia ad attraversare il Polesine a Zelo, dirigendosi verso Trecenta e Castelguglielmo, prendendo la denominazione di Canalbianco. Attraversata Adria, dopo aver percorso 147 km, si porta al mare cambiando ancora il nome in Po di Levante, in quanto riprende, tra Loreo e Donada, il corso padano, deviato con il taglio di Porto Viro del 1604.

    Il Tartaro-Canalbianco fu interessato, soprattutto negli anni Sessanta del secolo scorso, da radicali interventi, al fine di renderlo navigabile a scopo commerciale fino al Mantovano, attraverso il collegamento con il Fissero, canale che trae origine dal Mincio. Ne consegue che questa via commerciale ben si presta anche per la navigazione turistica su percorsi che in genere collegano la Laguna di Venezia con Mantova e con altri centri rivieraschi del Po.

    Ma il Polesine, attraverso questo suo “fiume di mezzo”, si configura come territorio di passaggio, poco valorizzato dalle escursioni nautiche che magari effettuano una sosta all’Interporto di Rovigo per accompagnare i partecipanti in visita a Ferrara. Per il resto del tragitto il sommesso borbottare del natante accompagna le meditazioni nella tranquilla cornice del canale; i cui argini risultano per buon tratto coperti dall’avvolgente vegetazione di salici fino a lambire l’acqua, contornata spesso da cannucce e, a tratti, d’estate, ravvivata dai colori delle ninfee e dei nannuferi. Dice Gino Piva: … I salgàri i pare arzento/ sora l’acqua quasi verde. / Passa l’acqua; e ‘l sentimento / va con ela e po’ se perde. /… Sora l’acqua / bianchi fiori e fiori zali come quei dei funerali.

    L’ambiente è dunque suggestivo, ma poco conosciuto e valorizzato. C’è però una novità che apre ad interessanti prospettive. Recentemente il particolare impegno di Alba Rosito, presidente della neonata sezione locale di Assonautica Territoriale per le Acque interne del Veneto e dell’Emilia, ha portato a dar vita ad un progetto con l’obiettivo di rendere stabile la navigazione turistica in Polesine lungo il Tartaro-Canalbianco.

    E’ previsto che il percorso maestro della via d’acqua venga integrato con specifici itinerari ciclabili per consentire una consona fruizione e valorizzazione dei siti di interesse culturale e paesaggistico limitrofi. Qui di seguito proponiamo alcuni basilari riferimenti storici e geografici relativi al progetto, che abbiamo sperimentato durante due escursioni svoltesi nelle domeniche 18 agosto e 8 settembre 2019.

    La prima iniziativa – di cui ci accingiamo a parlare – vide la partenza alle ore 8 dal Porticciolo dell’Interporto di Rovigo su motonave Delta Patavium della Delta Tur, al completo di oltre sessanta partecipanti, con destinazione Albarella.

    Navigando verso Adria

    Dopo il saluto e la presentazione del progetto, il lento percorso è stato accompagnato dai racconti di storie del fiume e del limitrofo territorio attraversato. Sono storie che ricalcano le vicende principali del Polesine, confermate dalle ricerche archeologiche, da fonti letterarie e documenti, dalle stesse testimonianze della nostra identità, diffuse nelle campagne e nei centri abitati.

    Come in un salotto, in un clima cordiale e familiare, le trame dei racconti si sono alternate a letture di testi e poesie, ad intermezzi musicali del valente chitarrista Cristiano Gallian, all’equilibrato servizio di caffetteria e degustazione, lasciando anche spazio ai dialoghi, alle osservazioni, alle riflessioni personali. L’inusuale esperienza di conoscere e scoprire il territorio, seguendo l’andar lento del corso d’acqua, ebbe a suo favore le felici condizioni metereologiche della giornata.

    Lasciato l’interporto di Rovigo, subito il passaggio per Sant’Apollinare e Fenil del Turco portò ad esaminare il particolare ruolo assunto da queste terre a partire da epoche anteriori al X secolo con la presenza dell’abbazia benedettina di San Pietro in Maone, alle dipendenze dell’Arcivescovado di Ravenna; da questi luoghi il centro monastico estendeva i suoi beni verso Pontecchio Polesine, confinando verso oriente con l’altra abbazia di Santa Maria di Gavello, dove visse e trovò sepoltura nell’anno 883 il monaco Beda, figura di forte spiritualità e santità, velata da vicende leggendarie.

    Di queste abbazie (a differenza della Vangadizza di Badia Polesine, la terza documentata in quei tempi nel Polesine) non rimangono tracce archeologiche; le vicende idrografiche legate alla formazione del corso attuale del Po concorsero al loro declino e conseguente abbandono.

    Nel tempo in cui le due abbazie furono in auge, la presenza benedettina contribuì sensibilmente al miglioramento della vita sociale a allo sviluppo di molti aspetti delle comunità locali. Furono, infatti, i centri monastici ad attivare la popolazione verso un consono sfruttamento delle risorse ambientali, dando sviluppo a un diffuso popolamento della campagna.

    Nella metà del XII secolo l’Esarcato di Ravenna concesse in enfiteusi al conte Guido de Turco di Ferrara e ai suoi discendenti un vasto territorio tra Crespino e il Tartaro, consentendo ulteriori razionali interventi di bonifica con la nascita, rispetto al principale centro di Crespino, di alcune borgate periferiche, tra cui Fenil del Turco, che nel nome richiama sia il nobile ferrarese sia la specifica funzione della campagna.

    Percorrendo il tratto di fiume tra Lama di Ceregnano ed Adria, attraverso le terre di Gavello, si sono esaminati significativi aspetti legati all’archeologia del territorio attraversato. Davvero interessanti le testimonianze conservate nel Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo e nel Museo Archeologico Nazionale di Adria.

    Il rilevante ruolo assunto da Adria in passato fu determinato dall’imprescindibile legame, oltre che con il suo mare (l’Adriatico), con il suo fiume, tanto da essere stato chiamato Atriano o Atri; corso d’acqua che ancor oggi, attraversandola con uno dei primitivi tratti di corso, ne perpetua l’identità di città d’acqua e di antico porto fluviale.

    E’ certo che lo splendore raggiunto da Adria tra VI e V secolo a.C. fu determinato prevalentemente dalla gestione della città da parte degli Etruschi, che nel suo territorio individuarono la più settentrionale espansione colonizzatrice, lungo un indefinito confine di zona franca con la regione dei Veneti, segnato tra l’antico corso del Tartaro e le diramazioni dell’Adige.

    Per quanto le campagne a sud del Canalbianco confermino un altrettanto felice quadro di organizzata gestione del territorio, in epoca romana sono le terre a settentrione del nostro fiume ad essere state interessate dall’estesa centuriazione dell’agro di Atria. La grande opera agraria fu realizzata quando la città divenne Municipium, intorno alla metà del primo secolo a.C. e andò a completare una serie di interventi territoriali, avviati già cento anni prima, che fecero convergere verso Adria importanti strade consolari attraverso fertili campagne.

    Durante l’età medioevale Adria, nel VII secolo, divenne sede di diocesi; ma in seguito, sia per la crisi dell’Esarcato di Ravenna, sia per problematiche ambientali, il centro di potere si spostò a Gavello e nel maggio del 920 – giusto 1100 anni fa – il Vescovo di Adria costruì un castello in loco qui vocatur Rodige (nel luogo detto Rovigo).

    Nel nostro percorso fluviale non si è fatta sosta ad Adria in considerazione del lungo tragitto di navigazione (quattro ore e mezza da Rovigo ad Albarella): solo un attracco per l’imbarco di alcuni partecipanti con la loro bicicletta. Il progetto che si vorrebbe realizzare prevede necessariamente una delle principali tappe per la visita della città, con particolare riferimento almeno al Museo e alla Cattedrale.

    Tornando a tratteggiare a grandi linee la storia del territorio, va detto che, dopo i problemi ambientali di epoca medievale, il Rinascimento fu rappresentato in Polesine prevalentemente dalla svolta nell’economia agraria. Nella seconda metà del Quattrocento per opera degli Estensi si realizzarono importanti bonifiche a sud del Castagnaro, mentre nel secolo successivo sotto il dominio di Venezia si operò nell’area delimitata dall’Adige, dando vita ai primi Consorzi tra cui quello di Santa Giustina. Si sviluppò nel contempo un sensibile incremento di popolazione rurale con l’edificazione di rustici, case padronali, ville, non poche di particolare valenza architettonica.

    Fu poi nell’Ottocento, con la comparsa nelle nostre campagne delle ciminiere delle idrovore a vapore, che si giunse a riportare a cultura le estese “Valli di Adria, Cavarzere e Loreo” e in seguito ad incrementare la bonifica di vaste aree del Delta.

    Due itinerari verso il Delta

    Proseguendo nel nostro percorso lungo il “fiume di mezzo”, eccoci raggiungere l’attracco di Loreo, in prossimità del luogo che fu sede di importante porto fluviale nei pressi dell’antica linea costiera. La località fu poi centro di eccellenza, per il Delta, della Serenissima, essendo stato parte del Dogado fin dalle prime fasi di nascita della gloriosa Repubblica Marinara.

    A Loreo i partecipanti che avevano trasportato sulla motonave la loro bicicletta – associati alla FIAB e sotto la guida del presidente Denis Maragno – scesero per raggiungere Albarella attraverso tranquilli itinerari costeggiando il Canale di Loreo fino a Tornova. Poi lungo l’Adige verso Rosolina Mare, prima di portarsi negli scenari anfibi di valli e specchi d’acqua del più giovane territorio d’Italia, se non d’Europa, che offre, però, la possibilità di rivivere ancora il paesaggio antico delle mitiche Isole Elettridi, dei Septem Maria e di quanto tramandato dalle fonti classiche.

    L’imbarcazione riprese subito la navigazione solcando le acque del Po di Levante, quel ramo padano di mezzo ancora mantenuto attivo, e che prima del Taglio di Porto Viro (1604), assieme al ramo di Tramontana e di Scirocco, caratterizzava una prominenza deltizia, che con il suo avanzamento minacciava l’insabbiamento della bocca meridionale della Laguna di Venezia. Il pensiero è quindi andato ad un’epoca ben più remota facendo rivivere le parole di Flavio Cassiodoro che, nel VI secolo d.C., consigliò ai marinai, diretti da Aquileia a Ravenna, di seguire percorsi endolagunari, tranquilli e sicuri in caso di sfavorevoli condizioni:” … Quando per l’infuriare dei venti, sia preclusa la navigazione per mare, a voi si schiude il ridente paesaggio dei fiumi. Le vostre imbarcazioni non temono la violenza dei venti; raggiungono la terra senza alcun danno e non conoscono naufragio, perché spesso toccano i fondali. Viste da lontano, si direbbe quasi che esse si muovono attraversi i prati, perché accade che non si scorga l’alveo del loro fiume… Qui le variazioni della marea, con l’alternarsi del flusso e riflusso, ora coprono ora scoprono la visione dei campi. Qui voi avete la dimora alla maniera degli uccelli acquatici…”

    Abbiamo frattanto raggiunto Albarella, accolti da un raffinato buffet a base di ricette della tradizione locale presso l’Hotel Capo Nord. Dopo una breve sosta in spiaggia, gratificati dalla bella esperienza, si è ripresa la via di ritorno, in attesa di incontrare il gruppo dei ciclisti, che attraversato il Po di Levante con il tragetto, si erano portati a Loreo, secondo un altro itinerario, fino alle dune fossili di antichi litorali etrusco-romani e medievali sui quali si svilupparono le sequenze della via Romea.

    Lungo l’itinerario del ritorno, dopo che si fu ricostituito il gruppo originario, ripresero le spiegazioni sulla motonave, limitate ad alcune integrazioni di quanto narrato nell’andata, con richiami al ruolo dei fiumi nel segnare i confini durante le dominazioni succedutesi in Polesine, dagli Estensi allo Stato della Chiesa, dai Veneziani, al periodo napoleonico ed austriaco, senza trascurare storie locali e il contribuirono di nobili famiglie alla bonifica agraria dei loro latifondi. Hanno avuto, pertanto, più continuità gli intermezzi del chitarrista.

    In questa particolare atmosfera, la sera che cominciava ad avanzare favoriva le riflessioni sull’esperienza di una giornata dedicata ad esplorare la quotidianità del paesaggio che ci circonda, seguendo un percorso diverso, inusuale e per diversi partecipanti mai sperimentato.

    Ed ecco che il tramonto, coincidente con la fase ultima del viaggio, nel ravvivare di tonalità calde il cielo e di riflesso il fiume, tra le quinte di avvolgenti salici lasciava intravedere le Eliadi e le Naiadi d’Esperia, facendoci vivere miti cari agli antichi, e non solo.

    Per completare la descrizione del progetto di navigazione turistica lungo il “fiume di mezzo”, va detto che una seconda escursione si è svolta domenica 8 settembre risalendo il Canalbianco fino al Pizzon di Fratta Polesine. Quanto ci offriva il percorso integrava, con ulteriori significativi tasselli, momenti della storia polesana, giungendo, inoltre, a caratterizzare l’identità di particolari aree. Anche in questo caso il programma prevedeva la possibilità di alternare la navigazione con percorsi ciclabili, per portarsi nei centri di Fratta Polesine ed Arquà Polesine, ma per le incerte previsioni metereologiche si ricorse ad un bus navetta. Per questa occasione è stata utilizzata un’imbarcazione della Ditta Marino Cacciatori, al completo di 25 partecipanti.

  • Il Castello di Rovigo e le immagini di Lucianetti

    Il Castello di Rovigo e le immagini di Lucianetti

    Slitteranno per lo più al 2021 le manifestazioni pensate per i 1100 anni dalla fondazione di Rovigo. Fu nel 920 che il minuscolo villaggio, al tempo nominato Rodige, grazie all’iniziativa dell’allora vescovo di Adria e al determinante placet pontificio, poté vedere la realizzazione di un “castello”, ovvero di un fortilizio utile per controllare il territorio. Una costruzione per la verità inizialmente non di grande mole, forse pensata “in progress” per dare successivamente vita ad un vero baluardo di difesa nei confronti di possibili nemici, ed utile per allontanare le temute scorribande di barbari invasori; insomma un presidio in grado di infondere fiducia agli abitanti del contado che nel castello rodigino potevano avvertire un senso di protezione. Fu così che, dalla prima costruzione prevalentemente in legno, si passò in breve ad una in mattoni ben più robusta e significativa: un nucleo difensivo attorno al quale si iniziarono a costruire le prime mura, delineando così, a poco a poco, la fisionomia urbana di Rovigo città murata.

    Tutto ebbe dunque inizio dalla bolla pontificia del 920: una data fondamentale per la storia di Rovigo, un anniversario da celebrare con idonee iniziative di commemorazione. E, a questo proposito, tra i collaboratori del Ventaglio, l’arch. Francesco Lucianetti, valente disegnatore, manifestò immediatamente la sua disponibilità a realizzare una interessante testimonianza grafica, iniziando a produrre i primi schizzi per le tavole di un fumetto dedicato alle vicende della costruzione del castello di Rovigo.

    Purtroppo una malattia fulminante, ad agosto, ha posto fine alla sua vita e a nuovi entusiasmi, privando della sua amicizia e delle sue originali rappresentazioni grafiche quanti lo apprezzavano. Da sempre estimatore del territorio “anfibio” tra Adige e Po, l’architetto padovano si era particolarmente legato al Polesine una ventina di anni fa, quando aveva collaborato al progetto Fetonte, realizzando le coinvolgenti immagini del fumetto dedicato alla narrazione del suggestivo mito che vede il figlio del Sole, colpito da un fulmine di Giove, precipitare dal cielo e lasciare la sua vita sulla riva polesana del Po.

    Da allora il rapporto di Lucianetti con il Polesine si è intensificato anche grazie a questa rivista, che con piacere ha accolto i suoi originali contributi grafici: dalle stupende tavole dedicate ai Canozi di Lendinara (Ventaglio n. 52 pag. 118 e successive) fino alla accurata ricostruzione (n. 60 pag. 98 e seguenti) della vicenda del polesano Vittorio Brognara “liberatore di Trento” a conclusione della prima guerra mondiale.

    Un duplice differente ricordo dunque in queste righe: quello storico, da festeggiare, rievocando la fondazione di Rovigo nel X secolo, e quello doloroso ai nostri giorni della perdita di un amico, di un collaboratore appassionato che, dopo le tavole del fumetto per il castello di Rovigo, già aveva annunciato l’intenzione di realizzare una storia per immagini dedicata ai reperti della collezione egizia dell’Accademia dei Concordi.

    Tra le carte di Lucianetti, ad oggi, non sono state rintracciate alcune tavole concernenti il castello di Rovigo, ma solo degli schizzi; disegni schematici ma vigorosi, alcuni dei quali riproduciamo in queste pagine, intendendo in questo modo legare il ricordo del nostro impareggiabile collaboratore alla rievocazione dei 1100 anni della nascita di Rovigo.

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