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Archivi: Articoli d’archivio

  • “Frontiere”

    “Frontiere”

    L’ormai tradizionale appuntamento delle “Domeniche ai Concordi” – ideato, con l’obiettivo di valorizzare il patrimonio culturale ed i talenti locali, dall’Accademia dei Concordi di Rovigo in collaborazione con il Conservatorio Musicale “F. Venezze” e con il contributo della Fondazione della Banca del Monte di Rovigo -, edizione 2020, si è ispirato al tema “Frontiere”. Nulla di più attuale in questi difficili tempi e soprattutto nell’anno che ha aperto il secondo decennio del 2000, funestato dall’emergenza pandemica, come hanno spiegato gli organizzatori: “In quest’epoca si ergono frontiere sanitarie, per lottare contro la diffusione del Covid-19, ma anche ideologiche, con l’emergere di nazionalismi che, incuranti dei mali già causati in passato, dimenticano che la Terra, grazie alle nuove tecnologie, è diventata molto più piccola e globale”.

    La storia umana è progredita superando costantemente sempre nuove barriere: a partire dal “limes” umano (che contrapponeva la “civiltà” ai “barbari”) e divino (prefigurato nelle “Colonne d’Ercole” superate dall’Ulisse dantesco) degli antichi ed i “fines” romani, come territorio di conquista; dagli epici viaggi dell’antico Occidente alle americane frontiere del Far West e di nuovo alle esplorazioni coloniali europee; fino all’ultima avventura della conquista dello spazio.

    Illuminante, a questo proposito l’excursus letterario-cinematografico dell’accademica Natalia Periotto, la quale, nella presentazione dell’iniziativa, contemplando varie figure di frontiera (agricoltori e poeti, cavalieri erranti, esploratori e cercatori, scienziati) nella letteratura di ogni tempo (da Omero a Virgilio, da Verne ad Asimov, dal Faust di Goethe ad Hans Castorp ne La montagna incantata di Thomas Mann, per giungere infine a Dino Campana e a Guido Piovene, non senza l’obbligata citazione del profetico film di Kubrick 2001: odissea nello spazio”), ha evidenziato “la dimensione della frontiera come categoria dello spirito umano, in cui si concentra la tensione al limite delle possibilità sia fisiche sia soprattutto conoscitive dell’uomo, espressa attraverso gli eroi della letteratura, classica e attuale”.

    Scelta tematica, dunque, fortunata per l’evento che già da anni si esplicita, secondo un format di successo, nelle sue due anime, ormai confluenti, dei connubi “musica-poesia” e “musica-pittura”, unendo idealmente le varie espressioni artistiche di musica, poesia e pittura in un unico corpus, che fonde le due fortunate rassegne nate indipendenti di “Musica e Pittura” (alla XIX edizione) con “Musica e Poesia” (VI edizione): esecuzione di brani musicali, cui si alternano conversazioni letterarie e descrizione di opere pittoriche (quest’anno la scelta è ricaduta sul cospicuo patrimonio cartografico dell’istituto accademico rodigino). Tre arti che, non solo veicolano la conoscenza e la passione per la cultura oltre qualsiasi limite o confine fisico-geografico, ideologico o di pregiudizio, ma che esse stesse, nella loro evoluzione storica, hanno dovuto molto spesso “rompere le rispettive barriere” superando stilemi affermati per fare strada a coraggiose soluzioni innovative, che hanno contribuito alla crescita dello spirito umano.

    Alla conferenza-stampa di presentazione, che si è tenuta in Sala Oliva dell’Accademia dei Concordi mercoledì mattina 23 settembre, sono intervenuti, in rappresentanza dei tre enti promotori, il presidente dell’Accademia Giovanni Boniolo, il presidente del Conservatorio di Rovigo Fiorenzo Scaranello, il presidente della Fondazione Banca del Monte di Rovigo Luigi Costato e l’assessore alla cultura Roberto Tovo per il comune di Rovigo. “Confini, enfatizzati e pericolosi, ci sono sempre stati – ha introdotto il professor Boniolo -, ma coviamo la speranza di trovare la capacità di varcare il confine per rispettare l’altro”. “L’arte ha sempre saputo superare i suoi confini e limiti”, ha ricordato il professor Costato sottolineando l’importanza di “questa manifestazione, che mantiene la tradizione, in tempi in cui si tende a gettare le tradizioni e a innovare continuamente”. Nello stesso tempo, però, consapevoli che “il periodo che stiamo vivendo – ha aggiunto l’assessore alla cultura del Comune di Rovigo Roberto Tovo – ci ha imposto nuove sfide per gli equilibri cambiati, perciò dobbiamo ricostruire un nuovo vivere sociale, ripensando i modi di sentire a partire dalle espressioni dell’arte”.

    Su tutto, in questa originale intersezione di espressioni artistiche diverse, proprio la musica diventa un meraviglioso collante. “Esistono barriere geografiche, economiche, politiche che determinano conflitti o tentativi di conservazione o apertura – ha concluso Scaranello –, ma vi sono anche limiti più spirituali, là dove si vive in bilico tra odio-amore, impegno-disimpegno, responsabilità e inadeguatezza e c’è oggi una frontiera ambientale, per cui determinati livelli di inquinamento non sono più sopportabili. La musica fa sì che si vada avanti, con un messaggio che si fonda sui tre valori fondamentali del mondo: giustizia, bellezza, bontà”.

    Una nota a parte merita proprio la preziosa brochure, minuziosamente curata nella grafica e nelle informazioni sui concerti; impreziosita dagli interventi culturali della professoressa Natalia Periotto e dello studioso Pier Luigi Bagatin, entrambi accademici, oltre che da una oculata scelta di immagini. Tra tutte le due di copertina e retrocopertina: rispettivamente una foto in bianco e nero del maestro Mstilav Rostropovich, mentre suona davanti al muro di Berlino il 9 novembre 1989 – divenuto ormai emblema dell’abbattimento di ogni frontiera e limite – ed un suggestivo scatto a colori dell’antico Cimitero ebraico di Rovigo, immagine, a sua volta, pregna di svariati significati, immanenti e trascendenti, che hanno ispirato diversi artisti presenti nella rassegna; non trascurando che anche la morte può essere letta nel contempo come un limite e/o un varco, l’immagine è anche un’allusione alle partiture dei musicisti ebrei stranieri internati nei campi voluti dal Mussolini in Italia, ai quali è stato dedicato l’ultimo incontro, che ha chiuso la manifestazione il 29 novembre.

    La rassegna “Musica e Poesia” si è aperta domenica 27 settembre 2020 con il “bucolico” concerto “Colazioni sull’erba”: un omaggio a Ludwig van Beethoven nel 250° anniversario della nascita, attraverso un impegnativo trio per strumenti a fiato, assieme alla musica parigina tra fine Ottocento e primo Novecento di Hahn, Debussy, Ravel, Camille Saint-Saëns . Un elegante purpuree dagli ultimi anni del Settecento agli inizi del secolo scorso, molto vicino alla “Recherche” proustiana sul filo della memoria, brillantemente eseguito da Marta Zese (oboe), Fabiana Sommariva (oboe) e Arianna De Mori (oboe e corno inglese), accompagnate al pianoforte dal direttore del Conservatorio Venezze Giuseppe Fagnocchi.

    È quindi proseguita domenica 4 ottobre, continuando l’omaggio a Beethoven, nell’incontro dal titolo “Simboli della frontiera”, con un’inedita particolarità: l’esecuzione di due celebri capolavori beethoveniani – il Quartetto per archi op. 132 e il Sestetto in mi bemolle maggiore op. 71 -, affidata a Sax-VenezzeQuartet & Sextet, due ensemble di sassofoni, strumenti “post-beethoveniani” (furono brevettati alcuni decenni dopo da Adolphe Sax). “In viaggio: incroci di culture” è stato il tema di domenica 11 ottobre, che ha visto protagoniste le musiche di Antonín Leopold Dvorák, proposte dal Quartetto Agorà delle classi di musica d’insieme del Conservatorio Venezze: il topico tema del viaggio oltre ogni barriera, lungamente percorso in letteratura e arte, è stato il pretesto per una contaminazione di espressioni musicali di varia provenienza geografica (il classico-romantico mitteleuropeo, gli spirituals afroamericani, la tradizione boema della terra d’origine del compositore). Una concreta sfida alle “frontiere” del momento, la lezione di rispetto per la Natura, è stata al centro dell’ultimo incontro di domenica 18 ottobre: “And the Earth Shall Bear Again…”, in cui si sono avvicendate le composizioni di vari autori (Mario Lavista, John Cage, Bruno Maderna, Christian Wolff), in un arco temporale dal 1940 al 2005, eseguite dal VenezzeALTERensemble, mediante l’insolito accostamento fra strumenti “altri” – ottenuti da elementi della Natura o oggetti della vita quotidiana -, e strumenti musicali, abbattendo forse l’ultima frontiera: quella suono-rumore.

    L’appuntamento “Marcel Proust: la petite phrase et le violoncelle “, ha inaugurato domenica 8 novembre la rassegna “Musica e Pittura”, dedicato a un tema caro a Proust, ovvero l’indagine nella memoria, valore fondamentale dell’umanità alla ricerca della propria identità, mediante il recupero delle radici e dei valori essenziali. Grande protagonista il violoncello nelle musiche di Couperin, Chopin, Ravel ed altri, eseguiti dagli allievi del conservatorio con il docente Giuseppe Fagnocchi. Domenica 15 novembre spazio allo “Stupore degli affetti”, che ha proposto un accostamento tra i repertori vocali barocchi di Claudio Monteverdi e la musica strumentale di Tarquinio Merula (“La Ciaccona”, Venezia, 1637) e Biagio Marini (1594-1663) nel concerto del Collegium Musicum Venezze, ensemble di musica antica del Conservatorio. Il terzo incontro di “Musica e Pittura”, domenica 22 novembre, “Tartiniane” è stato principalmente dedicato alla figura di Giuseppe Tartini (1692-1670), nel 250° anniversario dalla scomparsa, ed ai suoi virtuosistici effetti polifonici barocchi, nell’interpretazione della violinista Elisa Spremulli e del pianista Francesco De Poli.

    La “Musica nei campi del Duce” ha concluso simbolicamente la duplice rassegna, domenica 29 novembre, offrendo una carrellata di composizioni degli internati stranieri nei campi italiani durante le persecuzioni antisemite (il viennese Franz Schmidt, i suoi studenti Kurt Sonnenfeld e Leon Levitch, Isak Thaler e Mario Castelnuovo-Tedesco). Sulla “musica internata”, il Conservatorio Venezze ha condotto diversi filoni di ricerca ed attivato importanti collaborazioni, in particolare con la Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano e United States Holocaust Memorial Museum (USHMM) di Washington, che ha inviato per l’occasione gli spartiti di Levitch. L’esecuzione musicale è stata a cura del BarackenmusikEnsemble Venezze, dal termine Barackenorchester (orchestra delle baracche), con il quale si definivano le attività musicali degli ebrei internati, grazie alle quali i prigionieri poterono salvaguardare la propria identità e nello stesso tempo costruire una forma di socialità, al di là di ogni barriera.

  • L’Accademia si rinnova

    L’Accademia si rinnova

    Le finestre “d’oro” dell’Accademia dei Concordi hanno attratto l’attenzione stupita di chi – polesano o turista – nei mesi scorsi è giunto a Rovigo in Piazza Vittorio Emanuele. Un aspetto inconsueto, che ha suscitato meraviglia e curiosità verso lo storico palazzo ideato a fine Settecento dall’architetto Sante Baseggio ed eretto sulla “Piazza Grande” nei primi anni del secolo successivo.

    Le finestre, per decenni ermeticamente e malinconicamente chiuse – quasi a rimarcare la distanza tra il silenzio aristocratico e atemporale degli antichi testi e l’animazione quotidiana della sottostante piazza – da qualche tempo si presentano aperte con le imposte dorate. Un simbolo evidente di un rinnovamento, la volontà di un cambio di passo per la storica istituzione che dal 1580 a Rovigo è sinonimo di cultura.

    Per saperne di più su quello che ci appare come un “nuovo corso” imboccato dall’Accademia ci incontriamo col presidente prof. Giovanni Boniolo.

    Presidente Boniolo, nella recente riunione dei soci lei ha sottolineato, con soddisfazione, vari ambiti positivi che stanno interessando la vita dell’Accademia. Cominciamo dall’aspetto economico che negli ultimi anni ha travagliato non poco l’istituzione. Tutto risolto?

    “La situazione si presenta notevolmente migliorata, ma in realtà non tutto è risolto, permangono alcune lacune che speriamo di poter colmare. Il grosso “buco” fortunatamente è stato in buona parte colmato, grazie ad un lascito testamentario di una gentilissima signora rodigina. Poi è giunto un importante sostegno da parte della ditta FEMI-CZ del comm. Francesco Zambelli, nonché elargizioni da parte dei soci. Insomma si è imboccata la via del risanamento economico, e il socio dott. Riccardo Bergamo si sta occupando di ristrutturare nel modo migliore il residuo debito con le banche. Molto buono, infine, anche sul piano economico (ma non solo) è il rapporto di comproprietà con la Giunta del Comune di Rovigo, nonostante “qualche” farraginosità dovuta al dirigente del settore. In definitiva la situazione si presenta ben diversa rispetto ad un anno fa e ci permette di guardare con motivato ottimismo al futuro”.

    Le iniziative culturali dell’Accademia sono apprezzate a livello nazionale e non solo. Quali gli impegni più significativi attualmente in essere?

    “Il covid purtroppo ha bloccato tante iniziative, ma l’Accademia è riuscita ugualmente, pur con le limitazioni del caso, a far fronte a importanti eventi, ad esempio fungendo da sede prestigiosa di alcuni concerti di “Cello City” e della rassegna domenicale “Musica e Poesia – Musica e Pittura”, ospitando e promuovendo inoltre varie manifestazioni. Tra le cose più significative, che si sono realizzate vi è la conferenza su Chagall e la cultura ebraica, tenuta dall’Ing. Riccardo Calimani (ora disponibile sul nostro canale YouTube) e la pianificazione di una serie di video di divulgazione scientifica, di introduzione alla storia del melodramma e all’opera musicale di L. van Beethoven. I contenuti di questi video saranno a cura di soci accademici, utilizzando così la grande competenza e qualità dei nostri membri. Spero che nel 2021 si possa ripartire con le conferenze dal vivo.

    Vorrei ricordare l’iniziativa Libri da Asporto. Visto che si è dichiarata la chiusura delle biblioteche, abbiamo attivato un servizio di prenotazione e asporto libri. Ossia gli utenti, fino a chiusura delle biblioteche, possono prenotare i libri che vogliono via mail (reference@concordi.it) e poi ritirarli in un giorno e orario preciso presso il giardino di Palazzo Nagliati (sede della Sezione Ragazzi della Biblioteca dell’Accademia, piazza Garibaldi, 31). Vi è comunque la possibilità di scaricare e-book attraverso la Media Library OnLine (MLOL) attraverso il sito dell’Accademia: un’iniziativa questa che sta riscuotendo un grande ed inaspettato successo.

    Da ultimo, sta per partire il qualificante progetto di ristrutturazione funzionale e muraria dell’Accademia dei Concordi, grazie ad un consistente finanziamento di due milioni e mezzo di euro da parte della Fondazione CaRiPaRo. La mia speranza è che, completati gli adempimenti burocratici, il cantiere possa partire nei primi mesi del 2021”.

    Le finestre dell’Accademia aperte sulla pubblica piazza e le imposte dorate sono il simbolo di un rinnovamento non solo di facciata. Si percepisce un certo fermento e voglia di collaborazione. A tal proposito lei si è definito “un uomo fortunato”. Su che cosa o su chi fa particolare affidamento?

    “Le finestre aperte e le coperture dorate delle imposte – idea dell’arch. Guido Pietropoli – stanno a significare da un lato l’apertura verso la città, ma dall’altro il segnale che dentro l’Accademia ci sono dei tesori incredibili, molte volte poco conosciuti. Per quanto riguarda l’espressione “uomo fortunato” l’ho usata perché in questo periodo molteplici sono le attenzioni e le proposte di collaborazione nei confronti dell’Accademia. Recentissima la nascita dell’Associazione “Amici dell’Accademia” che conta un’ottantina di soci e intende operare a supporto dei progetti in essere. Poi mi sento fortunato per i finanziamenti pervenuti a favore della ristrutturazione edilizia; ed ancora mi sento fortunato per la disponibilità dei soci a dare il proprio apporto in consigli, ma anche nell’espletamento di cose pratiche; ed infine anche per l’interesse che normali cittadini in questo periodo manifestano nei confronti dell’Accademia. Insomma, sento di poter fare affidamento su persone disponibili e preparate, e questo sicuramente gratifica il mio ruolo di presidente, per cui a tutti va il mio più sincero ringraziamento”.

  • Se i sogni volano

    Se i sogni volano

    STAZIONI

    Le stazioni sono porti metropolitani. Nelle stazioni si tengono e si lasciano, le mani. Le stazioni sono luoghi di ritrovamento, alle stazioni: lacrime, amore, struggimento.

    Stazione è sinonimo di attesa di qualcosa; alla stazione un senzatetto certamente riposa.

    Tra un binario che aspetta e una rotaia che parte -“Scusi.. il prossimo treno per Marte?”- Alla stazione forse tu, non lo sai ma alcune persone serene vedrai.

    Sono i pendolari, nei loro abiti quotidiani .. fumano impavidi sulla banchina di fronte ai binari, calcano la linea gialla come si fa lungo una passerella e portano con sé l’ombrello, se la giornata proprio non è bella.

    Alla stazione una cosa può finire, o può iniziare.

    Ma adesso prendi il treno tu, e non ci pensare.

    IL FOGLIO BIANCO

    Alcuni la chiamano “sindrome del foglio bianco”. È quella strana paura che ti frena che viene quando hai un nuovo quaderno, quando stai per iniziare un disegno. Vorresti fare tutto partire con la mano ben spedita ma hai paura di sbagliare e ti tremano le dita.

    A volte succede nell’interrogazione: sai tutto, hai capito bene la lezione poi.. in un attimo, il vuoto nella mente, il foglio bianco e non ricordi niente.

    La sindrome del foglio bianco è un dono d’intelletto, non è un difetto ma un pregio maledetto! Quando ti prende, e vorresti dire tutto: <Ciao, come stai? Perché non hai più scritto?> Invece poi, non dici proprio niente, il foglio bianco, la voce inesistente.

    IL GAMBERO

    Per quanto tempo si è sempre pensato che il gambero fosse, un crostaceo scellerato.

    Per questo suo modo strano, di camminare a ritroso e all’indietro andare.

    Invece no! Il gambero è tenace perché lui va sì avanti, ma di schiena.

    Certo.. non fa una vita proprio serena. Porta il peso dei suoi problemi sulle spalle grosse e guarda la strada che ha percorso pensando a quanto dura fosse.

    RIFLESSIONE

    Davanti a cosa non mi fermerò? Se sono fermo davanti a questo muro, ho eretto una barriera al mio futuro, davanti a cosa non mi fermerò?

    Se i sogni volano e tu gli spari addosso, un tiratore scelto sei.. Da bambino mi divertivo a camminare lungo il fosso.

    L’equilibrio era un gioco da ragazzi.. adesso, camminiamo come pazzi, in fretta e furia di giorno fino a sera.

    A volte mi domando cosa aspetto, che arrivi la bufera?

    Non c’è salvezza né equilibrio adesso, quando ci credo poi mi dico, fesso!

  • Come foglia

    Come foglia

    IL FUNAMBOLO

    In equilibrio sul filo, non posso sognare.

    Traballo, non mollo. Mi aggrappo, barcollo. Ci provo, di nuovo. Amaro indietreggio.

    In equilibrio sul filo, non posso sognare.

    Avanzo, inciampo. Tentenno, mi fermo. Oscillo, proseguo. Penzolo appeso.

    In equilibrio sul filo, non posso sognare.

    Funambolo moderno per altrui volontà.

    Opera vincitrice del primo premio – sezione Giovani del Premio La poesia del lavoro di Milano, quarta edizione, 2017

    COME FOGLIA

    Di brina mi vesto, gelidi raggi d’ambra mi accarezzano. Spicco il volo, leggera mi abbandono. Dondolo libera in un etereo istante, braccia di terra m’accolgano, accartocciata come foglia.

    Poesia premiata nel 2019 nell’ambito del Concorso nazionale di poesie Scriviamola sui muri di Lercara Friddi (PA)

    LA MIA TERRA

    Terra d’altri tempi in regal solitudine. I due silenti alfieri ne veglian il sonno, correndo lenti verso il blu. Nebbie ne intarsiano il profilo, nel ricordo aureo dell’estate che verrà.

    GRANELLI D’UOMO

    Il piede nel campo, il viso scritto dal gelo, le labbra arse dal caldo.

    Nuova alba si leva, epifania di un finale annunciato.

    Mani d’ebano operano, braccia forti picchiano, lingue di fuoco feriscono.

    Si alza il vento. Solo silenzio.

    Granelli d’uomo tra le zolle di terra nera.

    Opera vincitrice del primo premio – sezione Giovani del Premio La poesia del lavoro di Milano, sesta edizione, 2019

    NULLA È DIVERSO, NESSUNO È IL DIVERSO

    Nulla è diverso, nessuno è il diverso.

    Guardo le tue mani e vedo le mie. Guardo i tuoi occhi e vedo i miei. Guardo il tuo sorriso e vedo il mio.

    Nulla è diverso, nessuno è il diverso.

    Ieri, oggi, domani diversi per definizione, uguali nel contenuto. Io, tu, lui diversi per definizione, uguali nel contenuto.

    Nulla è diverso, nessuno è il diverso.

    Frazione, città, metropoli diverse per dimensione, uguali nella sostanza. Bianco, nero, giallo diversi per colore, uguali nella sostanza.

    Nulla è diverso, nessuno è il diverso.

    Noi, specchi delle anime altrui nella diversità apparente trovo la ricchezza che ci accomuna.

    Nulla è diverso, nessuno è il diverso.

    Poesia vincitrice nel 2010 nell’ambito del Premio letterario e scientifico nazionale “loSCRITTOio” promosso dalla Fondazione Roma Sapienza

    È GIORNO

    Silente scruti l’orizzonte, velata d’argenteo manto. In lontananza voci di natura rimbalzano nell’aria.

    Poi eccolo, si svela.

    Impallidisci mesta, l’alba regale si leva. L’eterno pallore di luce si ammutolisce.

    È giorno.

    POLVERE DI SOGNI

    Come l’Osyris alba si fa forza su una terra arsa di sole e assetata di vita, così scugnizz’ mia rialzerai la testa. Volgerai il fiero sguardo all’orizzonte e lì, il domani, polvere di sogni e lacrime di speranza, sarà finalmente realtà.

    Opera vincitrice nel 2011 nell’ambito del Premio letterario internazionale “2033 Progetto Sud” di Montelepre (PA)

  • Sentieri

    Sentieri

    SFIDA

    M’aspettavo molto da te, vita, Non che al primo chiaror dell’alba tu mi dicessi: è già finita! Hai scelto me per accanirti non m’hai voluto egoista diviso mille volte il mio mantello ripetuto come un mantra non questo, non quello. Non mi so difendere con burle e beffe non so far celia di me stessa, ma non leverò il pugno al cielo, non sfigurerò il viso in grugno, cercherò fra le nebbie il tuo tallone perché son fiera, tosta e bella, avrò un raggio dalle stelle e al rintoccar di quell’agognata ora t’affronterò, ruffiana, senza paura.

    LACRIME DI NOSTALGIA

    Un sole ancora caldo e luminoso lentamente si avvia al tramonto. Il riflesso quasi accecante sulle acque trasparenti ferisce i miei occhi, motivando a quelli altrui le lacrime che silenziose ed improvvise il volto mi rigano. Un altro giorno sta per finire e va a unirsi a quelli a lungo attesi e troppo in fretta passati. Ed oggi, nostalgicamente, è già ieri.

    (Omisalj 12 agosto 2018)

    SENTIERO

    Quel sentiero che nel bosco si addentra, occultando tra rami e arbusti furtivi incontri e passioni dirompenti, ripercorrerlo con te io vorrei! Perché di nuovo una folle ebrezza e intensi attimi di felicità mi regalasse!

    SERA SULLA BAIA

    Calano le ombre della sera sulla piccola baia abbracciata dal mare. Si accendono i lampioni lungo la via che costeggia il mare e le luci, riflettendosi nelle acque increspate dal vento, par che giochino a ricamare arazzi di fili d’oro intessuti. Luci fioche e lontane di case aggrappate al pendìo filtrano attraverso gli alberi del taciturno bosco nella stanza, dove una fanciulla impaziente aspetta che il cielo si illumini di stelle a far da guida al sospirato amore.

    DI FRONTE AL MARE

    Di fronte a te seduta, azzurro mare, contemplo la tua bellezza quest’oggi come un tempo ormai lontano. Acque calme, lucenti e trasparenti ridonano quiete a questo cuore. E qui vorrei restare con amore, trascorrere il mio tempo costruendo sulla spiaggia casette con la sabbia e con i ciottoli bianchi, lisci, dall’onda levigati.

    E costruirei nell’anima altri sogni non più di età bambina. A tarda sera mi addormenterei al suono di gioiose voci confuse, al chiaro della luna che tesse fili d’oro sulle acque increspate, sulle onde argentate.

    (Kostrena, 6 luglio 2017)

    LA FELICITÀ

    La felicità … una carezza rubata un abbraccio cercato un sorriso sincero un bacio appassionato un fiore regalato un sogno realizzato un incontro inaspettato una luce nel buio una follia lieve una primavera nell’animo. Ma è di breve durata e ha sapore amaro questa felicità.

    ONDE DELL’ADRIATICO

    Onde dell’Adriatico che alla fine di un lungo cammino in dolce abbraccio dalle liburniche sponde a stringere giungete le rive sabbiose del salmastro Delta, guidate dalle stelle e sospinte dai venti di Bòrea ora impetuosi ora carezzevoli, con voi portate nell’infinito moto echi di miti e di racconti di eroi e di santi di antiche fratellanze di ritrovata pace che né uomini né vorticose correnti né il tempo cancellare potranno.

    (Gennaio 2018)

    LA NOTTE DI SAN LORENZO

    Che desiderio esprimere, mi chiedo, a una stella cadente in questa notte di trepida attesa? Che tu fossi con me? Che mi giurassi l’amore eterno? Che mi stringessi forte in un abbraccio senza mai fine?

    Ma, pur scrutando e penetrando il cielo con occhi spalancati, nel buio della notte io non ti vedo, stella mia cadente! Forse hai deciso di cambiare rotta di esaudire i desideri d’altri visto che pure a te i miei sembrano irrealizzabili? Per questo allora tu furtivamente ti celi dietro una nuvola scura apparsa all’improvviso e saldamente ti aggrappi al diamantìno mantello della notte?

    Ma io continuerò ad attendere, a sperare e invocare il tuo luminoso abbraccio. Se non stanotte, sarà in un’altra che verrà.

    (10 agosto 2017)

    ALLA CITTÀ DI FIUME

    Dall’altra sponda del comune mare ti guardo, Fiume, luccichi nel tuo golfo sinuoso. E’ sera.

    Agli occhi miei tu appari signora ammaliatrice di perle adorna.

    Ti rivedo di giorno: inondata di luce e di colori, amorevole abbracci il mare blu solcato senza soste da navi mercantili e barche a vela.

    Accogli generosa nel tuo porto stranieri d’ogni terra. Hai accolto anche me con caldo abbraccio come mi accoglie la città natale che in te rivedo.

  • Il santino di San Valentino

    Il santino di San Valentino

    Oggi è San Valentino. Nel passato qui, a Occhiobello, era festa grande e per me era godermi i nonni e due tavolate di parenti della mamma. Personaggi allegri e tanto diversi dai parenti di papà, anch’essi agricoltori, ma più seri e composti.

    Non tutti sanno che solo in tempi recentissimi a San Valentino si attribuisce la protezione degli innamorati; da sempre invece il Santo è il riferimento per gli ammalati di mille mali strani, tra cui l’epilessia.

    Nel giorno di San Valentino a me piace andare col pensiero alla piazza del paese com’era nel passato e come si vivacizzava nell’occasione della festa del Protettore. Ancora prima dell’alba carri e carretti giungevano da ogni dove, animando gli argini del Po ancora infreddolito, perché una volta la primavera era molto più lontana.

    Chi veniva dal mantovano e chi dall’altra sponda; alcuni dai colli, altri dal mare e, accaparrata con il pagamento di un balzello una piccola porzione della piazza, ecco che si aprivano banconi improvvisati di legno annerito dal tempo, o lunghi teli di juta sui quali si stendeva la mercanzia di ogni tipo: piccoli attrezzi da lavoro, abiti e calzature da festa, ottoni e cose ramate, cesti, gramole, reti e… arance, tante arance.

    Ma non mancavano mai i palloncini colorati, né infilate di baracche così simili – ma pur diverse – con lo zucchero filato, i croccanti, le carrube, le castagne secche e… la liquerizia, con lunghe trecce di pasta dolce dai mille colori, odorosa ed attaccaticcia… il tutto condito da un vociare, animato dall’odore acre dei fritti, le urla di gioia e il cigolio delle giostrine, quella con i cavallucci ed il trenino per i piccoli, e poi la famigerata “calcinculo” per i più spericolati…

    C’era anche il fotografo, con la grande macchina sul treppiede, il cappellone e le pistole finte, pronto a fare di ogni bambino un cow-boy, sulla sella del cavallo bianco di legno, con una vecchia pelle di mucca sullo sfondo!

    Nella golena, invece, legate ai pali in divisorie di corda, le bestie del mercato, anch’esse giunte da ogni dove, e spesso a piedi, con camminate che erano durate gran parte della notte. Erano manze e giovenche bianchissime, poi mucche mantovane e tori di razza, e ancora cavalli di ogni taglia e per ogni uso… e galline, colombi, conigli e perfino cani da caccia. In disparte: semi, piante da frutto e viti da trapianto.

    Per tutto il giorno le campane suonavano, e le messe si susseguivano nel luccichio delle candele e nel profumo dell’incenso, fino alla messa cantata delle 11. Poi fervorose prediche e benedizione agli ammalati (del cui aspetto fisico io da bambino avevo spesso paura).

    A mezzogiorno la gente del luogo e dei paesi limitrofi tornava a casa, cosicché la piazza si spopolava, mentre gli ospiti si riunivano a gruppi sull’argine per mangiare le strane cose che s’erano portati, a cui aggiungevano le arance piccole e sanguigne, dolcissime ed acquistate a buon mercato nel corso della mattinata…

    Il pomeriggio era un andirivieni tra le bancarelle e un contrattare le varie mercanzie, fino alla sera quando un’imponente processione – carabinieri in alta uniforme e bandiere delle varie associazioni – chiudeva la festa solenne con la benedizione delle reliquie del Santo… E poi ancora tutti in piazza con la Banda…

    Qualche volta, tempo permettendo, c’era anche la cuccagna… e spesso qualcuno appariva, affacciandosi dai pergolati delle case di piazza per guardare giù, ma senza avere più la voglia di scendere…

    Poi… i fuochi di artificio, che ogni anno aumentavano di spettacolarità e di numero; sempre più simili a quelli del cinema ed ancora più belli, ma impaurivano le bestie. Erano bombe pacifiche, gradite alla gente, contenta di dimenticare la guerra…

    A notte fatta, ognuno riprendeva la strada del ritorno e le vie si ridisegnavano nel buio. Le lanterne ondeggiavano sotto i carri e per molti era il tempo dei bilanci: chi si ritrovava qualche soldo di più in tasca, e nel cuore la gioia della vendita sperata; chi aveva sul cassone una nuova bestia da aggiungere alla stalla, o nuovi finimenti, o un puledro contento d’aver cambiato padrone; qualche bambino sonnecchiando, appoggiato alla mamma, stringeva forte un nuovo giocattolo, mentre qualche adulto riportava alla sofferenza di ogni giorno il suo male, con la consolazione di aver pregato il Santo, la certezza di una fiammella sulla candelina offerta e la speranza di chissà quale augurio…

    E così sono passati gli anni… tanti…

    Ad Occhiobello c’è ancora il 14 febbraio. Il paese è cambiato, ma c’è ancora la stessa statua del Santo, lo stesso odore di incenso. Ci sono ancora le bancarelle, soltanto più moderne, c’è la giostra… ma c’è altra gente…

    Ecco, in mezzo alla festa e al vociare odierno nessuno si è accorto che un palloncino è scappato dalla manina pasciuta di un bambino viziato e sazio di tutto; un palloncino verde che vola in cielo col suo filo, al quale riesco appena, col pensiero, a legare la mia speranza perché la porti lontano…

    Sorrido, sforzandomi di respirare l’essenza delle cose… e in tasca incontro un foglietto di carta: cosa sarà? Ah, sì… è il santino di San Valentino.

  • Una promettente cena polesana

    Una promettente cena polesana

    Mi allontanai di qualche passo per ammirare il mio capolavoro: la tavola apparecchiata era davvero perfetta. La tovaglia di fiandra color burro e senza una piega, i tovaglioli rigorosamente allineati a sinistra, il servizio di piatti acquistato per l’occasione: splendide ceramiche con i bordi delicatamente decorati ad aragostelle, spicchi di limone, un paio di cozze e un’ostrica, il tutto in rilievo e dipinto con mano sapiente. Belle anche le posate da pesce che la luce delle lampade in sospensione risaltava tra i bagliori azzurrini degli eleganti e modernissimi bicchieri di cristallo perfettamente disposti per le bevande: un prosecco da aperitivo, un Lugana da pasto, l’acqua e il vino da dolce a seguire. Mi ero ben informata e sapevo di aver fatto le scelte giuste per gli abbinamenti della serata.

    Come decoro a centrotavola, una composizione bassa e non pretenziosa, addolcita da mimose selvatiche e rametti di indaco bastardo che incorniciavano tre candele al cedro. Poco scostato, un vassoio trasparente che raccoglieva un letto di ghiaccio finemente triturato, su cui poggiavano languidi, tra barchette di limone, 20 grossi fasolari dischiusi. Sembravano tante piccole bocche semiaperte, voluttuose ed invitanti.

    Sorrisi, ricordavo bene la mia prima sorprendente degustazione di fasolari che, come avevo poi imparato, si chiamano anche noci di mare o coppa chione o venere chione. Venivo dai monti del bellunese e il pesce che conoscevo era per lo più del grasso e robusto pescato d’acqua dolce, il mio palato, non abituato al molle, succulento e sensuale sapore dei crostacei, ne restò incantato.

    Controllai il risotto alle vongole e spensi il fuoco. Qualche minuto senza fiamma e la cottura al dente sarebbe stata portata a termine nel suo stesso calore. Il Carnaroli polesano è davvero ottimo per la preparazione dei risotti.

    Le grosse vongole veraci che definivo “cicciose”, acquistate già filtrate, come tutto il pesce, da un fidatissimo pescatore di Porto Levante, le avevo saltate in padella con aglio, olio, prezzemolo, una punta di peperoncino e un’allegra spruzzata di vino bianco e fermo. Fortunatamente non parevano contenere un granello di sabbia ed erano squisitissime. Quella era la prima cena che preparavo a base di pesce e qualche imperfezione da neofita ci poteva di certo stare, ma volevo che tutto fosse perfetto, si trattava di una serata troppo importante, c’era molto in ballo… forse il mio futuro.

    Asciugai amorevolmente le foglioline di prezzemolo che avrebbero decorato e profumato il risotto alle vongole, poi diedi un veloce e ulteriore controllo alle 6 trigliette dentro il forno ormai spento ricontandole ossessivamente, quasi potessero ammutinarsi o tentare la fuga dalla teglia, solo per crearmi imbarazzo! La profumata salsina di scalogno, pezzetti di datterino, alloro e una spruzzata di vino bianco, coperta a fine cottura da un velo di zafferano e che avevo fatto addensare sulle trigliette, emanava un aroma da svenimento. O ero io che quella sera risultavo facile candidata all’eccesso di emozioni? Desideravo ardentemente che anche questa portata fosse all’altezza delle aspettative che avrebbe creato e che non andavano assolutamente deluse.

    Mentre accendevo le tre candele del centrotavola, pensai che avevo preparato un pasto saporito e sostanzialmente semplice, a base di genuini e gustosi prodotti polesani. Una terra, il Polesine, che avevo imparato ad apprezzare, abituandomi alle distese di campagne piatte e ben coltivate, emozionandomi alla vista dei pioppeti snelli ed eleganti quanto silenziosi e misteriosi, facendo faticosamente amicizia con la nebbia che ovatta traffico e pensieri ma è davvero tanto romantica per gli innamorati. Questo Polesine dove il padre di tutti i fiumi scorre e si concede con signorile e tranquilla magnificenza, ma mostra a tratti anche il suo impeto violento e può rimangiarsi, di botto, terre, alberi, golene e promesse e sogni… era una terra che mi ospitava ormai da un paio d’anni con generosità, che mi aveva offerto un buon lavoro, che mi aveva – miracolo! – anche fatto conoscere e innamorare dello Chef di un rinomato ristorante del Delta.

    Avevo avuto l’incarico di organizzare una cena aziendale a base di pesce e, dopo varie consultazioni e ricerche, avevo optato per un locale del Delta. volevo verificare che le stelle attribuitegli fossero effettivamente un giusto riconoscimento alla buona cucina e mi ci ero recata da sola, per poter decidere il menù, assaggiando più portate possibili, per fare quella bella figura che il mio capo si aspettava. Al sesto piatto, il cuoco incuriosito aveva fatto il suo ingresso in sala per conoscere chi poteva ordinare tanto e poi assaggiare tanto poco.

    Sì, i colpi di fulmine esistono e noi ne siamo stati l’esempio vivente.

    A fine serata, conosciuto il motivo della mia visita e forse volendo accattivarsi la mia scelta, ma non solo… la cena mi fu offerta e il mio numero di cellulare era nella rubrica dello Chef, dichiaratosi disponibile a comunicarmi tempestivamente quale pesce avrebbe potuto consigliarmi per la sera della cena aziendale e poter concordare un menù da favola! Quella stessa serata il mio telefono aveva preso a squillare e non per discutere di pesce…

    Non sono mai stata una cuoca predestinata, ma in fondo ero già riuscita ad incuriosirlo, il mio Chef, con una prima cena di piatti bellunesi, che pareva avere di seguito sempre più apprezzato, ma sarei riuscita stasera a non deluderlo proponendogli il “so pesse”?

    La mia era una muta dichiarazione d’amore, ma forte e chiara. Una sorta di proposta, espressa con la semplicità e la concretezza dell’agire. Non gli lanciavo di certo una sfida e con i suoi piatti d’ordinanza poi! Anzi, la cena di quella sera era un segnale di totale resa: avrebbe capito il mio messaggio o rischiavo di non esprimere appieno quei profondi sentimenti che non sapevo come concretamente esternargli?

    Il pensiero volò rapido ai miei monti, per trarne consolazione e forza. Mi mancavano. Avevo spesso nostalgia dell’odore familiare degli alberi e del loro raccontarsi nel vento, desideravo masticare boccate d’aria tersa e cristallina, avevo malinconia di quel fremito dolce che s’avverte nell’aria prima d’una nevicata. Mi mancava, a tratti, anche il freddo pungente che tiene le famiglie incollate davanti a camini scoppiettanti di cippi belli secchi, di pensieri che se ne volano fantasiosi su per le cappe oscure e vorrebbero raggiungere il cielo, mentre il sonno sopraggiunge improvviso, magari sostenuto da qualche buon bicchierino di grappa. E mi mancava persino il parlare, sempre quello, della legnaia da tenere sotto controllo, delle bestie da accudire e dei figli che crescono e lasciano i monti e scendono a valle per crearsi una vita meno faticosa, o almeno così si vorrebbe. Ad ogni impeto insostenibile di nostalgia, facevo una volata fino ai miei monti, alla mia gente che mi accoglieva con sorrisi e abbracci, senza troppo parlare. Tra noi non servivano mai tante chiacchiere, ci capivamo con lo sguardo, ci sorridevamo e poi un’alzata di spalle che voleva dire “dai, va tutto bene”.

    Avevo pudicamente accennato alla famiglia delle mie intenzioni e avevo persino preannunciato questa serata per me tanto particolare e decisiva. Avevano sorriso con la consueta alzata di spalle, scuotendo la testa e guardando ostinatamente il prato, lanciandomi tuttavia una domanda silenziosa a cui avrei presto dovuto dare rispettosa risposta.

    Lo squillo del campanello interruppe i pensieri volati tanto lontano e mi trovò prontissima.

    Lui entrò, bello come può esserlo un uomo tanto amato e sorridente nello scorgermi, bello come può esserlo solo un uomo innamorato. Sapevo di essere bellissima e sorridente pure io, esattamente per gli stessi motivi.

    Incrociai indice e medio della mano sinistra, quella del cuore, dietro la schiena poi lo abbracciai di slancio mentre lui, incuriosito, già osservava la mia elegante tavola, imbandita con tutto l’amore e l’estro che una montanara può aver inscenato per un uomo di pianura. Da bravo Chef, rimescolò ed annusò il risotto, curiosò nel forno e, mentre portava alla bocca il primo fasolaro, sussurrò estasiato “Se xè tutto bon, come ca se presenta… a te marido subito!”.

    Aveva anticipato, tra la dolcezza del fasolaro e quella della parlata polesana, la mia progettata e forse azzardata, certamente più diretta e senza “se”… proposta di vivere insieme!

    Il dessert, una delicatissima e ondeggiante mousse al limone, l’aveva portato lui, per fortuna. Fu un’ottima, promettente, dolcissima, cena polesana.

    Molte altre ne seguirono, preparate a quattro mani.

  • La nebbia di San Rocco

    La nebbia di San Rocco

    Quella sera nell’ostello-rifugio del Delta ci eravamo trovati in un gruppetto di amici dei vecchi tempi. Una specie di rimpatriata autunnale, rimandata per anni, che finalmente qualcuno aveva deciso di concretizzare, fissando un appuntamento al quale quasi tutti gli invitati avevano aderito.

    La cena era risultata delle migliori. L’apice era stato raggiunto dall’anguilla alla brace, procurata e cucinata direttamente da Michele, l’”uomo del delta”, come lo avevamo ormai soprannominato, dopo che un articolo, uscito su una rivista naturalistica, lo aveva così definito. Per noi era divenuto un pretesto per qualche battuta scherzosa, tipo se aveva provveduto a farsi stampigliare la nuova etichetta sul bigliettino da visita, o se era sempre alla ricerca della vera “donna del delta”, o altro ancora.

    Lui si schermiva, chiamandoci “uomini senza fede”, “imboscati-traditori”, sapendo in cuor suo quanto in verità lo rispettassimo, e come fossimo consapevoli che a nessuno più che a lui calzava quella definizione. Il delta, fin dall’infanzia, lo aveva infatti vissuto veramente dal di dentro, sia conoscendo le privazioni di un tempo, ormai considerato lontanissimo, in cui ci si accontentava dei limitati proventi di una pesca tradizionale – quando ancora esistevano i casoni di canna – sia assaporando i momenti di fiaba della natura, gli attimi di intenso stupore di albe indimenticabili al ridestarsi di mille voci, o la magìa dei tramonti infuocati, quando acqua e cielo si tingono di porpora in un’atmosfera senza tempo.

    Dopo cena ci eravamo accostati al caminetto, dove la fiamma era stata ravvivata con legna ben stagionata, e, centellinando un bicchierino di buona grappa, ci eravamo trovati a fare una specie di filò, scavando nella memoria per raccontare vecchie storie, più volte ascoltate nelle lontane sere dell’infanzia dalla suadente voce dei nonni, o sollecitando la fantasia ad inventarne di nuove. Alla fine di ogni racconto, un punteggio segnava il gradimento della narrazione. Vinse Michele, e non fu una sorpresa, dato che i suoi racconti erano sempre i più coinvolgenti. Era una storia ambientata in una golena del grande fiume.

    Tutto successe in un giorno di autunno…

    …Improvvisamente il sole si oscurò, e la nebbia scese fittissima, umida e fredda, gravando immobile ed ostile su tutta l’ampia golena.

    Antonio avvertì una sensazione di sconcerto; mai aveva visto un cambiamento climatico tanto repentino e privo di preannuncio. Provò uno sgradito senso di vertigine, per cui scese rapidamente dalla scala appoggiata al pioppo che era intento a potare. Un brivido gli percorse la schiena e si sentì improvvisamente stanco e smarrito.

    Il cane, che era solito girovagare tutt’intorno alla ricerca di tane di roditori, spuntò dalla grigia coltre di freddo vapore. Lo guardò con occhi interrogativi, emettendo un flebile guaito.

    – Che ci succede Tobia? – disse Antonio rivolgendosi all’animale. – Stiamo diventando vecchi? Non dirai mica che ci facciamo spaventare da un po’ di nebbia! – Parole in realtà pronunciate per se stesso, perché non si sentiva per niente tranquillo: un senso di malessere e di nausea lo aveva preso, assieme ad una sconosciuta stanchezza. Faticava a concentrarsi e a seguire nella boscaglia il sentiero del ritorno. Il paese gli sembrava lontanissimo, irraggiungibile.

    – Sai che facciamo Tobia? – disse cercando di dominare un leggero tremito che avvertì nella propria voce. – Ci fermiamo per un paio d’ore nella baracca e accendiamo un fuocherello.-

    Deviò a sinistra, asciugandosi la fronte madida e fredda. Era sudore o l’effetto dell’umida nebbia? Provò una sensazione di sollievo entrando nella baracca. Nell’angolo, un focolare rustico era già pronto con ramaglia minuta, adatta per avviare celermente il fuoco che in un attimo guizzò crepitando allegro.

    – Così va meglio, vero Tobia? – si rivolse al cane, che sembrò approvare scodinzolando. Si ricordò della bottiglia di grappa che da anni giaceva nello stipetto. Togliendo il tappo annusò la robusta ed acre fragranza. Un sorso prolungato gli comunicò subito un senso di calore e benessere. – Va meglio, va meglio! – sussurrò ravvivando il fuoco sul quale pose nuova legna e un bel ceppo.

    – Ah, brigante, ti sei già addormentato! – esclamò poi rivolgendosi al cane che, muso tra le zampe anteriori, si era acquattato di fronte al camino. – E bravo!, un sonnellino è proprio quello che ci vuole. – osservò aprendosi una vecchia branda. – Qui c’è proprio tutto quello che serve. – disse infine stendendo una coperta sotto cui si infilò lesto.

    Si svegliò che il cane si agitava presso l’uscio. Fuori era chiaro, il cielo limpido con qualche nube isolata. Mentre apriva la porta a Tobia, che aveva urgenza di uscire, guardò incredulo l’orologio che segnava le otto. Non potevano essere le venti. Come mai aveva dormito per tante ore? Possibile? Antonio era un po’ allarmato, ma poi, con soddisfazione constatò che si sentiva proprio bene e del tutto ristabilito.

    – Chissà! – pensò riferendosi al malessere che lo aveva preso il giorno prima, – forse negli ultimi tempi avrò lavorato troppo.- Ma non aveva nulla da rimproverarsi. Doveva infatti riempire con l’attività quei giorni di solitudine, dopo la scomparsa della moglie e la lontananza delle figlie, accasatesi in città.

    Era proprio mattina, e si preannunciava una bella giornata tiepida di novembre, di quelle che fanno pensare all’estate di San Martino. Giocherellò un po’ con Tobia, invitandolo a prendere al volo un pezzo di legno che gli tirava, fin tanto che il cane, dopo alcuni lanci, si rifiutò di collaborare, facendogli capire che aveva fame.

    – Hai ragione, torniamo a casa! – osservò Antonio, che però volle prima risistemare ogni cosa nella baracca, ripiegando la branda e riponendo nell’armadietto la provvidenziale coperta.

    C’era una strana animazione nelle vie del paese. Diverse persone, riunite in crocchi, erano intente a confabulare. Antonio si avvicinò ad uno dei capannelli più animati: si parlava della nebbia, della stranissima nebbia che il giorno prima era scesa improvvisa e tenebrosa sulla zona. E non pochi avevano avvertito una sensazione di vertigine o di prostrazione.

    Antonio ascoltava senza intervenire, interessato ai vari pareri: c’era chi parlava di una nube tossica; chi negava, osservando che nessuno aveva avvertito alcun odore sgradevole; c’era chi notava che, quanti si erano sentiti stanchi ed affaticati, in realtà in quella giornata avevano lavorato troppo; e non mancò chi giunse ad ipotizzare un segnale divino, un invito ad una sorta di esame di coscienza collettivo, una specie di campanello di allarme per quanti, in numero crescente negli ultimi tempi avevano abbandonato le pratiche religiose. Poi intervenne Giovanni, il fruttivendolo. Premise di essere stato fino ad allora zitto nella speranza che qualcuno dicesse quello che lui, per pochi secondi, aveva avuto modo di osservare. Temeva di non essere creduto.

    – Ebbene? – lo sollecitarono in coro i presenti, spingendolo a rompere gli indugi.

    – Il sole stava quasi tramontando – esordì Giovanni – quando improvvisamente vidi apparire, giusto sopra il paese, un Ufo: uno strano oggetto a forma di sombrero messicano, che subito divenne luminoso per circondarsi rapidamente di fitta nebbia, che in breve scese dal cielo e coprì ogni cosa. E tutto avvenne in un tempo brevissimo. Al massimo cinque secondi. Certamente non oltre.

    Negli ultimi tempi più volte i telegiornali avevano dato notizia di apparizioni inspiegabili in varie parti del mondo, che avevano fatto parlare di Ufo. Pertanto la testimonianza di Giovanni non mancò di fare un certo effetto, dato che in definitiva si prestava ad offrire una spiegazione accettabile al fenomeno. Ma ben presto qualcuno ricordò varie burle architettate anni prima dal fruttivendolo, cosicché la credibilità del racconto – nonostante le proteste di Giovanni pronto a garantire la veridicità con un solenne giuramento – scese rapidamente. Mancando concrete alternative, la discussione si affievolì, tanto che ben presto il capannello si sciolse.

    Passarono frattanto alcuni giorni senza che il clamore suscitato dal fenomeno della nebbia anomala si spegnesse del tutto. La domenica anzi il fatto tornò di grande attualità, sia perché la gente, libera dagli impegni quotidiani, aveva tempo per dissertare sull’argomento, sia perché don Luciano si sentì in dovere di farvi riferimento nell’omelia, utilizzando il fenomeno per una similitudine di come si presenti troppo spesso la vita dell’uomo, avvolta da una nebbia che fa perdere le tracce della retta via. Occorreva dunque meditare e prepararsi col dovuto raccoglimento.

    Fu così che l’ipotesi di un segno celeste, già da qualcuno avanzata, non mancò, nella giornata domenicale, di trovare dei proseliti. Anche i sostenitori di questa ipotesi si rendevano però conto che era veramente eccessivo, per un fenomeno tutto sommato limitato nello spazio e nel tempo, scomodare il Padre Eterno. Tutt’al più si era inclini a pensare all’intervento di qualche santo.

    San Martino? L’ipotesi stava prendendo quota, visto che mancavano pochi giorni alla festa del santo, quando Arturo, orologiaio di professione, ma non digiuno di filosofia, osservò che il “principio di non contraddizione” portava ad escluderlo. San Martino si rivelava infatti col tepore del sole, non col freddo umido della nebbia. La ricerca andava indirizzata verso un altro santo, ad esempio San Rocco, protettore della parrocchia. La sua festa cadeva il 16 agosto, ma forse il Santo intendeva dare un segno al paesello smarrito, in quei giorni di novembre.

    Antonio ascoltava tutto ciò con un certo scetticismo. Per natura non sentiva un gran trasporto verso le cerimonie liturgiche. Frequentare la chiesa nei giorni prestabiliti era per lui più che altro una consuetudine, come prendere un buon bagno al sabato ed indossare gli indumenti migliori alla domenica, ma non provava quel coinvolgimento che altri dimostravano. E quando il sacerdote, a conclusione della sacra funzione, pronunciava la fatidica frase “la messa è finita, andate in pace”, assaporava una sensazione di autentica liberazione.

    Se avesse dovuto schierarsi non avrebbe però avuto dubbi sull’opportunità di manifestare la preferenza per San Rocco, ma la tematica sinceramente lo sconcertava, gli comunicava una certa inquietudine che desiderava allontanare. Evitò pertanto di intromettersi nel dibattito che animava il paese, preferendo l’ambiente a lui più confacente, quello della golena, ove di buon grado riprese le consuete attività stagionali.

    Antonio amava quell’ambiente, per il quale anche Tobia mostrava una vera predilezione. Tutto ciò univa ancora più saldamente l’uomo al cane. E proprio lì, in golena, Antonio aveva provato momenti di dolce intensità che lo avevano portato a rivolgere un commosso pensiero al Creatore.

    – Questo è il nostro paradiso – diceva allora, rivolgendosi a Tobia. – Se ne esiste un altro, dopo la morte, speriamo che ci prendano tutti e due. – aggiungeva poi, senza però provare un vero trasporto verso la dimensione astratta del mondo ultraterreno. Perché lui si sentiva intimamente legato alla terra, alle attività che svolgeva con attenzione e competenza, che gli davano soddisfazione e lo facevano sentire in pace con se stesso e con il mondo.

    Frattanto nel paesello l’ipotesi “San Rocco” cominciava ad avere un crescente seguito, tanto che ben presto si costituì un Comitato per studiare il da farsi: prese corpo l’idea di costruire un capitello votivo, nella biforcazione della strada verso la golena, là dove varie testimonianze assicuravano che il fenomeno della nebbia era apparso con una intensità inimmaginabile.

    Proprio mentre cresceva l’assenso verso l’iniziativa e iniziavano a moltiplicarsi i contributi ad essa finalizzati, ecco scaturire, dalle polverose carte custodite nella biblioteca comunale, la notizia che, nel corso del XVIII secolo, più volte il paese era stato avvolto da una nebbia incredibilmente fitta, battezzata da un diligente cronista del tempo come “calìgo de la golena”.

    Il bibliotecario, soddisfatto per il ritrovamento del quaderno settecentesco, la cui esistenza era nota, ma del quale da alcuni decenni si erano perdute le tracce, aveva distribuito alcune fotocopie delle pagine dedicate alla descrizione del fenomeno meteorologico. Vi aveva aggiunto una sorta di supplica scritta di suo pugno, per sollecitare un intervento economico al fine di poter pubblicare l’antica cronaca che abbracciava sei lustri.

    Alla soddisfazione del bibliotecario non corrispose un analogo sentimento dei compaesani, specie dei membri del Comitato, che avvertirono nel documento un’insidia nei confronti dei progetti avviati con tanto entusiasmo. Ma lo sconcerto ebbe breve durata, ed anzi l’imprevisto ostacolo ebbe l’effetto di moltiplicare gli sforzi per raggiungere quanto prima l’obiettivo dell’edificazione del capitello. E, prima ancora di avere un progetto concreto, il presidente del Comitato volle annunciare la data dell’inaugurazione: il 16 Agosto dell’anno successivo, giorno dedicato al Santo.

    Come sarebbe stato il tempietto? Mentre cresceva la curiosità, iniziarono a serpeggiare anche alcune critiche indirizzate all’operato del Comitato che, con una mossa a sorpresa, riuscì però a portare dalla sua la maggior parte dei paesani. A Tiziana, maestra della scuola elementare con spiccate doti artistiche, fu infatti affidato il compito di realizzare un disegno che rappresentasse il capitello inserito nell’ambiente. E Tiziana predispose tre bellissime tavole che suscitarono unanimi consensi.

    Anche Antonio trovò i disegni stupendi. Il tempietto appariva in tre diversi momenti: in estate, circondato dall’esplosione verdeggiante della vegetazione della golena, in autunno, con il prevalere delle tinte dorate, ed infine in una situazione di grande piena del fiume, con le acque che giungevano quasi a lambire il monumento sacro, mentre le cime degli alberi emergevano irreali dalla liquida superficie, formando una specie di mistica corona.

    Questa volta Antonio non volle rimanere in disparte. Non si trattava ora di parlare di aspetti mistici, che gli comunicavano disagio ed inquietudine, ma di fare qualcosa di bello ed innovativo: il capitello della golena. L’opera avrebbe valorizzato quel luogo a lui tanto caro, avrebbe portato i passanti a fermarsi per una preghiera a San Rocco ed uno sguardo alla natura. Ed anch’egli avrebbe guardato l’immagine del Santo con benevolenza e speranza ogni qual volta avesse percorso il tragitto verso il bosco fluviale.

    La festa ferragostana con l’inaugurazione del tempietto votivo fu davvero memorabile, e da allora il capitello divenne meta di fedeli e di quanti, sempre più numerosi e documentati, iniziarono ad interessarsi alle caratteristiche naturali dell’ambiente anfibio della golena. E molti erano soliti porre un fiore davanti all’edicola di San Rocco, presso la quale si fortificava quel desiderio di pace ed armonia che non manca, nei più suggestivi ambienti naturali, di permeare l’animo umano.

    A novembre la nebbia riapparve, fredda e fittissima. Ma questa volta nessuno se ne meravigliò, perché a tutti fu chiaro che quello era l’atteso segno di assenso di San Rocco.

  • Il Cristo della Sacca

    Il Cristo della Sacca

    Le cavane, allineate sul bordo della laguna, erano silenziosi guardiani, custodi dello specchio d’acqua che si preparava alle carezze del tramonto imminente.

    Marino parcheggiò con la consueta destrezza la sua Ape nella piazzola erbosa che precedeva l’argine della sacca. Saltò giù e, con agilità, s’avviò verso il breve ponticello in legno che conduceva alla “villa al mare”… Così l’anziano pescatore chiamava la sua cavana.

    – Sto meglio lì che a casa! – ripeteva spesso.

    Aprì la porta entrando in quell’unica stanza che odorava di miscugli speciali, dai quali sapeva riconoscere l’acre pregnanza della salsedine e delle alghe che s’erano ormai aggregate alle maglie delle reti e delle nasse.

    Uscì sulla breve terrazza che dava al mare e salì sulla barca. Il sole pendeva sull’orizzonte come un’enorme goccia di miele pronta a fare “PLUF” dietro il fitto ammasso delle tamerici dell’oasi di Ca’ Mello.

    Con un secco strattone avviò il motore, dirigendo l’imbarcazione verso la riva opposta. Alla sua sinistra si stagliava il breve promontorio di “Marina 70”. Ne distingueva il giardino ingentilito dalle chiome dei pini marittimi e la collinetta che sorreggeva un’àncora eretta per non dimenticare la catastrofica alluvione del ‘66.

    Ricordava quella furia con lucidità, rabbrividendo al pensiero di quando le acque avevano soverchiato argini e sradicato alberi, infrangendosi contro la barriera delle boscaglie intrise di salsedine primordiale. Pareva che in poche ore si fossero radunate qui le Ere dalle quali s’era differenziata la terra dall’acqua. Il caos più turbinante e disordinato era la voce di quell’alluvione divenuta storica.

    Virò lentamente di fianco agli impianti d’allevamento delle cozze che pendevano come trame d’un tessuto etereo. Spense il motore lasciando che la barca percorresse l’ultimo tratto seguendo l’inerzia.

    Il Cristo della Sacca ora gli volgeva le spalle. Quell’immagine immobile ed essenziale lo indusse al silenzio di ogni pensiero, ad un sentimento strano che lui avvertiva come il materializzarsi della devozione o forse della fede. Posto al confine tra la sacca di Scardovari e l’oasi di Ca’ Mello quella sorta di capitello era un limite oltre il quale la terra, consistente e dura, evaporava nella trasparenza dell’aria diventando cielo infinito.

    Marino saltò giù dalla barca salendo poi lungo la scarpata di massi accatastati a rinforzo dell’argine di terra. Percorse il dislivello che lo separava dal Cristo per portarsi sul muretto che bordava la strada. Da quell’altezza fu nella stessa posizione del Crocifisso. Recitò una delle sue brevissime preghiere che in realtà erano solo un paio di parole: – Signore aiutame! –

    La sera, oltre il limite della laguna, radunava le creature con variazioni di luce e, man mano che questa si trasformava in buio, c’era tra le chiome degli alberi, un raccoglimento che poteva sembrare uno speciale concerto, un susseguirsi ininterrotto di suoni, fruscii, gorgoglii, grida di creature invisibili. Durante il giorno s’erano nutrite di luce e d’aria salmastra e ora si nascondevano nell’alcova dei nidi a chiudere il ciclo ideato secondo un ordine ancestrale.

    Il Cristo, con le sue braccia aperte sulla croce, non gli dava l’impressione della sofferenza bensì d’una liberazione, come un richiamo imperativo alla vita che si rinnovava. Il fondale del cielo era già diluito in un’unica tonalità dalle sfumature rosate: nulla più esisteva dell’accecante aggressività solare che, durante il giorno, aveva pizzicato il mare.

    Marino ripassò con lo sguardo l’estesa vegetazione dell’oasi: una pastosa aggregazione di verde dalle infinite tonalità cangianti al variare della luce che ormai era ombra crepuscolare. Respirò il profumo che a quell’ora esalava dal mare e dalle piante, fuso in fragranze aspre e dolci nel contempo. Ora gli giungevano più nitidi i richiami degli uccelli. Riconobbe lo stridere metallico ed intermittente dei fagiani che rincorreva quello più vibrante e gradevole delle quaglie intercalato alle grida brevi delle garzette venute dalle acque dolci del Grande Fiume.

    Scese dal muretto e si portò di fronte al Cristo. Gli parve un uomo come lui che a sera trovava la pace. Nessun grido, nessun dolore. Nemmeno quella corona di spine sembrava più una tortura. Era lì, posta sulla sua testa a ricordare un tormento che s’era acquietato e trasformato in sonno sazio di ogni bellezza e vuoto di ogni male.

    Gli toccò i piedi accavallati e uniti dalla ferrea atrocità dei chiodi. Si segnò mentre il buio avanzava, cancellando le fisionomie delle cose e trasformandole in ombre.

    Marino ripercorse l’ammasso dei sassi arginali raggiungendo la barca. Vi entrò come in una stanza di casa. Le tavole dello scafo scricchiolarono e l’imbarcazione dondolò.

    La laguna era piatta, in pace col cielo: una sorta di abbraccio, di fusione nella quale sembrava ricomporsi l’Infinito. Sulla riva opposta le cavane custodivano segreti di pescatori impigliati tra le maglie delle reti intrise di sale, e su tutto dominava la silenziosa magia del buio addolcita dall’apparire della luna. Come un’enorme moneta veniva a restituire la luce di un giorno finito, mentre al vento salmastro planava l’ultimo gabbiano.

  • Maurizia Braga, in arte Regezia

    Maurizia Braga, in arte Regezia

    E’ da molto che conosco Maurizia Braga, ma soltanto da poco tempo sono venuto a sapere che è un’artista, che si distingue con il suo estro personale nel mondo della creatività.

    Dopo gli studi classici si è laureata in matematica, dedicandosi poi all’attività di insegnante, conclusa nel 2003 ed aprendo una nuova stagione della sua vita. La passione per il colore delle pietre naturali e il piacere di “trasformare” l’ha condotta a intraprendere un nuovo cammino. Nelle sue mani materiali, forme, colori si fondono trasformandosi in creazioni originali uniche e preziose, dando vita a gioielli davvero particolari.

    La fotografia, altra passione, nel tempo è diventata ricerca e strumento per “fermare” linee, dettagli, inquadrature improvvisamente e casualmente individuati in vari ambienti.

    Gli appunti pittorici – come lei chiama la pittura, altra forma artistica con cui si confronta – sono la materializzazione attraverso il colore di sensazioni sfuggenti. Lo sguardo ruba dal reale, e la sua ispirazione creativa elabora ed arricchisce i dati sensibili che la mano di getto ferma sulla tela.

    Accanto all’arte visiva, sua principale compagna di viaggio, Maurizia ama anche la musica, grazie alla quale esprime la ricchezza del suo mondo interiore. E poi c’è la poesia: nel 2018 ha pubblicato una raccolta di composizioni poetiche, “Dell’Anima”, arricchita con sue fotografie scattate a dei materiali plastici casualmente individuati e sapientemente inquadrati, in modo da cogliere delle forme astratte ed inusuali, come fossero un’opera pittorica.

    L’ho incontrata nella sua casa di Salara (Rovigo) dove vive e lavora con determinazione ed entusiasmo, valorizzando la bellezza dell'amicizia e della vita di cui è innamorata. Lei, che da diciotto anni sta combattendo a più riprese una lotta continua, pur nella normalità, contro il cancro che, dopo essere stato temporaneamente vinto si è ripresentato come non volesse lasciare la presa.

    Ho apprezzato i suoi molti lavori appesi alle pareti e raccolti in cartelle, e ho avuto modo di rivolgerle alcune domande.

    – Quando hai iniziato a creare arte? Hai cominciato prima con i gioielli o con la pittura?

    “Ho iniziato nel 2003 con i gioielli per dare vita a collane vecchie, oramai prive di attrattiva – come a voler ricominciare una nuova vita – e ricevendo subito molti inaspettati consensi. La fotografia mi accompagna fin dal 1975 e la pittura dal 2012, sbocciata così per caso senza avere strumenti ma solo colori. La prima spatola è stata una palettina per i dolci, che ha portato alla Primavera, quadro che fa parte ora di una collezione privata a Padova”.

    – Quando ti metti davanti alla tela sai già dove vuoi arrivare? Hai cioè in mente ciò che vuoi realizzare?

    “Sì, è il colore che predomina ma l’idea è già concretizzata”.

    – Per creare un gioiello sei ispirata dal materiale che ti viene tra le mani, o cerchi il materiale a seconda di quello che vuoi realizzare?

    “Materiale ne ho sempre, ma se trovo per caso una conchiglia, un pezzo di legno, qualche vecchio gioiello rotto o altra cosa, mi si attiva la parte creativa. Mi piace la trasformazione: da vecchie collane che hanno le persone riorganizzo il tutto. Con bottoni per esempio. Ma da giovane ho fatto maglioni, vestiti, berretti, borse. Non sono mai stata ferma”.

    – Perché il nome Regizia?

    “La mia editrice, che ha pubblicato tutto di me, diceva che ogni cosa che toccavo, come Re Mida, diventava oro, cioè bella. Regina Maurizia era insignificante: le è uscita una sintesi Regizia. Mi pare bellissimo, antico, ancestrale quasi”.

    Numerose sono le mostre a cui l’artista di Salara ha partecipato, in palazzi storici importanti quali ad esempio Palazzo Albrizzi Cappello a Venezia, nelle Ville Venete; al Circolo ufficiali di Padova, ad Arte Padova, come pure in residenze estensi a Ferrara, in gallerie come a Lecce, Bari, Mantova, Lucca, Olbia. Numerosi pure i riconoscimenti ricevuti, non ultimo il premio Perugino, Firenze 2008. Da segnalare anche una lunga collaborazione con l’Accademia Italia in arte nel mondo di Brindisi, di cui Roberto Chiavarini è il direttore artistico.

    Una sua collezione di 40 opere tra quadri e fotografie l’ha donata al reparto di oncologia dell’ospedale civile di Rovigo che lei ha frequentato come paziente. Questo dono vuole essere la testimonianza di una vita che va vissuta con amore ed entusiasmo in qualsiasi condizione essa si svolge. Inoltre è un monito a vivere l’arte come una forma di terapia contro la malattia.

    Voglio concludere proponendo una sua composizione poetica che, con la semplicità unita all’autenticità del suo essere donna ed artista, traccia un segno in questo mondo, testimoniando la bellezza della vita ricevuta, e che in qualche modo si sente chiamata a donare al prossimo.

    Se ancora immagino albe rosate e tramonti di fuoco,… Se ancora sogno un mondo di pace… Se ancora spero, nonostante la realtà, che questo desiderio si avveri…, I colori sono i testimoni delle mie emozioni!!!

    Come la musica svela i segreti dell'Anima che, come ninfee, sbocciano nel nostro mare profondo, così i Colori sono il linguaggio del nostro sentire,… l’espressione di Noi,… quel “Noi” che le parole non possono tradurre! Testimoni del nostro passaggio… della nostra Unicità.

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