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Archivi: Articoli d’archivio

  • Bembo e la Divina Commedia

    Bembo e la Divina Commedia

    Sabato 26 luglio 1502 nella accogliente dimora di Tito Vespasiano Strozzi a Raccano, antico centro abitato a poca distanza dal sostegno di Fossa Polesella, il veneziano Pietro Bembo (1470-1547) concluse la trascrizione della Commedia di Dante ed inviò l’ultimo fascicolo del lavoro a Venezia, ove lo stampatore Aldo Manuzio aveva già avviato la stampa dell’opera che sarebbe uscita il mese successivo col titolo, scelto dal Bembo stesso e mai più utilizzato in seguito, Le terze rime di Dante.

    L’impegno di Pietro Bembo era iniziato da poco più di un anno, il 20 luglio 1501, come rileviamo dalla data autografa posta sotto il titolo nel Codice vaticano latino 3197 della Biblioteca vaticana, mentre la nota nella pagina conclusiva offre altre interessanti informazioni: Finitus in Recano rure Herculis Strozze mei. Sept. Kl. Aug. MDII (Concluso a Raccano nella dimora del mio amico Ercole Strozzi il 26 luglio 1502)¹.

    Da alcuni anni il Bembo alternava il soggiorno a Venezia con quello a Ferrara ove il padre, Bernardo Bembo, aveva ricoperto negli ultimi anni del Quattrocento la carica di Vicedomino, cioè rappresentante della Serenissima. Il giovane Bembo, inseritosi rapidamente e brillantemente nei circoli letterari estensi, era legato per interessi culturali a diversi esponenti ferraresi, in particolare ad Ercole Strozzi e al padre di questi, Tito Vespasiano.

    Tito Vespasiano Strozzi, allievo di Guarino Guarini e cognato di Matteo Maria Boiardo, aveva ricoperto incarichi di rilievo nell’amministrazione estense; era stato, tra l’altro, Visconte a Rovigo negli anni ‘70 del Quattrocento; nel 1497 era stato nominato Giudice dei Savi a Ferrara ed era proprietario di vaste estensioni di terra nel Ferrarese e nel Polesine.

    Amante della tranquillità e della vita agreste Tito Vespasiano aveva scelto come residenza Raccano, a poca distanza dal corso principale del Po – in posizione favorevole per rapidi contatti con Ferrara e con la corte estense – per trascorrervi gli ultimi anni della sua vita. Lo affiancava, per l’amministrazione dei beni e negli impegni civili, oltre che per la passione per i classici e la poesia, il figlio Ercole.

    A Raccano gli Strozzi nel corso del Quattrocento avevano realizzato, nell’ampia golena del Poazzo, una piccola corte con varie residenze padronali, edifici per i dipendenti, stalle, orti, giardini, peschiere, ed un piccolo oratorio con altare volto ad oriente secondo la prassi medioevale.

    Nel palazzo degli Strozzi di Raccano tra il 1501 e il 1502 il Bembo, aderendo alle sollecitazioni di Tito Vespasiano, ed ancor di più a quelle dell’amico Ercole, si soffermò a più riprese, gradito ospite, per stendere – dopo accurato confronto tra codici e lezioni diverse – il testo definitivo della Commedia. Allo scopo egli raccolse e consultò diversi testi manoscritti e opere a stampa che riportavano il poema dantesco, di proprietà sua o di suo padre. Proveniva, infatti, dalla raccolta libraria di Bernardo un codice che alcuni ritenevano “scritto di mano del Boccaccio e appartenuto al Petrarca”², identificabile con il cod. Vaticano Latino 3199 della Biblioteca vaticana e, con molta probabilità, una Commedia con commento di Cristoforo Landino.

    Ai libri della raccolta di famiglia, Pietro poteva affiancare manoscritti e opere dantesche che certamente non mancavano nella biblioteca di Tito Vespasiano e di Ercole Strozzi. Da Raccano, utilizzando le vie d’acqua, il Bembo spediva i fogli della Commedia a Venezia ove Aldo Manuzio riuscì a concludere la stampa de Le terze rime di Dante nell’agosto 1502, offrendo al pubblico un volume nuovo ed agile, con carattere corsivo e formato tascabile.

    Il testo della Commedia steso dal Bembo conobbe nei decenni successivi numerose edizioni e prevalse nettamente sulle altre redazioni dell’opera dantesca, per l’eleganza della stampa, per la coerenza metodologica in tutte le parti del lavoro oltre che per “il successo che nei decenni successivi ebbe la riforma letteraria e linguistica imposta alla cultura italiana dallo stesso Bembo³”. Carlo Witte, attento studioso tedesco delle edizioni della Commedia, affermava nel 1862 che l’Aldina del 1502 costituiva” il fondamento di tutte le stampe del libro di Dante, che nel corso di tre secoli e mezzo, e sino al giorno d’oggi furono fatte in Italia e fuori”⁴.

    Il rapporto tra Pietro Bembo e gli Strozzi continuò negli anni successivi al 1502, connotati dalla minor fortuna politica ed economica di Tito Vespasiano dopo l’insediamento del nuovo duca Alfonso I, succeduto nel gennaio 1505 ad Ercole I d’Este. Dopo aver partecipato alle cerimonie per la presa di possesso del duca Alfonso, il vecchio Tito Vespasiano si ritirò definitivamente a Raccano ove morì il 30 agosto dello stesso anno.

    Il figlio Ercole, che da tempo aveva preso le redini della famiglia, mantenne con il Bembo una grande amicizia accresciutasi proprio nei primi anni del Cinquecento grazie alle attività letterarie della corte estense animate dalla duchessa Lucrezia Borgia giunta a Ferrara nel 1501. Ercole continuò a coltivare l’interesse e la passione per le composizioni latine e per questo venne inserito dal Bembo nell’ideale confronto tra letterati riportato nelle Prose della volgar lingua, opera fondamentale dello scrittore veneziano data alle stampe nel 1525, diversi anni dopo la tragica, misteriosa scomparsa dello Strozzi avvenuta a Ferrara nella primavera del 1508.

    Una edizione aldina del 1513 riporta le poesie latine di Ercole Strozzi, assieme a quelle del padre Tito Vespasiano, nelle quali emergono personaggi della corte estense e letterati del tempo, e tra questi Pietro Bembo destinatario di numerose composizioni, tra le quali un piacevole distico Ad Bembum che ben riflette la sensibilità rinascimentale: Tecum habita, ut vivas. Alibi quicumque moratur/non vivit: vita est vivere Bembe sibi.

  • Scano Boa, dannazione

    Scano Boa, dannazione

    Facendo riferimento al titolo del film del 1961 del regista Renato Dall’Ara, tratto dal libro di Antonio Cibotto, domenica 23 febbraio 2020 un gruppo di 38 persone di varia provenienza sono partite all’ alba, sfidando il freddo, dal porticciolo di Pila, nel comune di Porto Tolle, per raggiungere Scano Boa, con l’obiettivo di effettuare la pulizia della spiaggia.

    L’evento di sanificazione è stato patrocinato dal Comune di Porto Tolle, dal Parco Regionale Veneto del Delta del Po, WWF provinciale Rovigo, Sagittaria, Ecoambiente, Plasticfree, Delta Po Experience e dalla società di navigazione Marino Cacciatori che ha messo a disposizione le imbarcazioni per il trasporto.

    Perché proprio Scano Boa?

    Perché ricorreva, purtroppo, il sesto anniversario di una spregevole azione di vandalismo, ovvero l’incendio che ha bruciato i casoni, ultima testimonianza storica del modo di vivere sugli scanni del Delta. Inoltre, nonostante l’isola tuttora mantenga un aspetto naturale e selvaggio, appaiono ben evidenti i segni deleteri della civiltà distratta che popola il fiume e le rive del Mediterraneo.

    Essendo posto alla foce del Po la cui sorgente dista 652 chilometri, lo scanno riceve dal grande fiume e dal mare non solo i provvidenziali depositi di sabbia, ma purtroppo anche tutto il materiale deleterio disperso dall’incuria umana lungo le rive.

    Tra gli aspetti interessanti, i volontari hanno trovato tronchi tipici delle golene del Po che, accumulandosi sulla spiaggia, formano la prima protezione per la battigia contro le onde del mare. Questo aspetto positivo per il mantenimento dell’isola purtroppo si accompagna all’arrivo di rifiuti di varia natura: plastica di ogni forma e grandezza (bottiglie, bastoncini per le orecchie, flaconi detersivo, giocattoli, sacchetti, parti non degradabili degli assorbenti, sedie, etc), vetro, reti per la pesca, copertoni, boe (attirate forse dal nome dello scanno) da quella da ormeggio fino a quelle di segnalazione per le navi, corde e giubbetti salvagente, confezioni di medicinali (alcuni ancora validi), addirittura un frigorifero.

    Tanto lavoro ma, grande soddisfazione dopo la pulizia, nel constatare che la spiaggia ha ripreso il suo aspetto affascinante dato da lunghe distese di sabbia che si confondono con il mare, da ombrose tamerici, dalle dune e dal passaggio di chiassosi gabbiani e di vari limicoli. Anche il timido totano moro sembra non temere l’uomo. I casoni sullo sfondo vigilano su un mondo antico ma proiettato nel futuro, integrandosi perfettamente con l’ambiente.

    Quale futuro?

    L’apporto di sedimenti è fondamentale per il mantenimento e la crescita di Scano Boa e di tutto il litorale; il minor asporto di sabbia dal letto del fiume, dopo gli anni del boom edilizio, fa ben sperare per il ripascimento delle spiagge del Delta, ma l’innalzamento del mare (a causa dello scioglimento delle calotte polari) e la maggior frequenza di mareggiate dovute alle variazioni climatiche giocano purtroppo in senso contrario. Le dune che anni fa si alzavano per metri di altezza ormai in alcuni tratti sono scavalcate dalle ondate, permettendo all’acqua salata di arrivare nelle lagune retrostanti lo scanno e distruggere i canneti già ridotti in estensione; anche i ciuffi della gramigna delle spiagge che intrappolano i granelli di sabbia portati dal vento sono diminuiti pregiudicando la crescita delle stesse.

    Per quanto riguarda l’apporto di rifiuti in mare e sulle spiagge, si spera che questo grave fenomeno di inciviltà – grazie alla raccolta differenziata, al maggior uso di materiale biodegradabile e alla maggior sensibilità di tutti noi – veda un drastico calo.

    Dannazione quindi?

    Sicuramente no, Scano Boa è un posto da vivere e proteggere. E a questo proposito il WWF è al fianco di quanti promuovono azioni per fermarne il degrado, nella consapevolezza che l’abbandono dello scanno rappresenta non solo una perdita turistica e storica, ma anche una minaccia alla sicurezza idraulica di un territorio fragile come il delta del Po.

  • La Via Matris

    La Via Matris

    Praticamente in tutte le chiese è presente una “Via Crucis”, ovvero la rappresentazione delle 14 “stazioni” del tragitto doloroso di Cristo, culminato con la crocifissione sul monte Calvario. La rappresentazione nelle chiese cattoliche della Via Dolorosa di Cristo si affermò soltanto nel XVIII secolo. Inizialmente il percorso della Via Crucis veniva fatto solamente come pellegrinaggio in Terra Santa, sostando nei luoghi dove Gesù aveva sofferto ed era stato messo a morte.

    Poi si ebbero delle rappresentazioni anche in luoghi al di fuori della terra Santa, soprattutto per iniziativa dei frati francescani, che successivamente iniziarono a proporre i quadri delle 14 “stazioni” raffigurati in alcune chiese. Si giunse così al 1731 quando papa Clemente XII ampliò la facoltà di rappresentare la Via Crucis anche nelle altre chiese, mantenendo però il privilegio della sua realizzazione al solo ordine francescano. Poi, a poco a poco, la consuetudine di proporre la via Crucis è stata estesa a tutte le chiese, e non sono mancati artisti famosi che hanno dato il loro contributo nelle rappresentazioni.

    Se questa è in sintesi la storia della Via Crucis, meno nota è quella della “Via Matris dolorosae”, ovvero della rappresentazione del dolore della Madonna. E’ presente soltanto in alcune chiese e viene rappresentata in 7 stazioni.

    La storia della Via Matris non è molto nota. Per avere informazioni ci siamo rivolti allo scultore Paolo Giuriati, autore della Via Matris realizzata nei primi anni del nuovo secolo per la Casa Circondariale di Rovigo.

    “La Via Matris dolorosae, – ci dice Giuriati – è la rappresentazione della Via della Madre addolorata, della Madre innamorata del suo Dio che si è fatto suo Figlio e che lei ha seguito annientando se stessa. Le sue origini sono oscure: è sorta per un processo imitativo della Via Crucis, pio esercizio formatosi in un clima di pietà verso il mistero della passione di Cristo. Ma il cammino percorso da Gesù, il figlio, dal tribunale di Pilato al Monte Calvario, lo percorre anche Maria, la Madre e alcune stazioni dei due pii esercizi sono coincidenti. Fu con il “breve” Deiparae Perdolentis di papa Leone XIII che, nel 1883, che la Via Matris divenne espressione specifica della pietà mariana dell’Ordine dei Servi di Maria, per la sua consonanza con la loro spiritualità.

    Intuizione fondamentale della Via Matris è quella di considerare l’intera vita della Vergine, dall’annuncio di Gabriele e dal vaticinio di Simeone, fino alla morte e alla sepoltura del Figlio come un cammino di fede e di dolore. Nella Via Matris questo cammino è articolato in sette Stazioni o episodi in cui si individuano i sette principali dolori della Madre del Signore.

    Nella città di Rovigo sono tre i luoghi nei quali si trova una Via Matris, che viene proposta su formelle di terracotta di varie dimensioni e finitura. La creta è materiale morbido, malleabile che ben si presta a tradurre in realtà l’idea, la sensibilità, le emozioni che l’autore elabora interiormente. Il soggetto è lo stesso, visto sotto diversi aspetti.”

    Nella Casa di Cura

    La Via Matris che si trova nella “Casa di Cura Città di Rovigo”, come pure la Via Crucis ivi presente, si ritiene sia opera dello scultore Virgilio Milani. E’ quella più “antica” fra le tre considerate e dovrebbe essere databile intorno alla metà del novecento. Le sette formelle-stazioni in terracotta, sono colorate con colori chiari, luminosi (azzurri verdi, rosa, gialli, viola) e invetriate così che, piccole come sono, diventano dei preziosi, delicati quadretti. Sembrano di zucchero.

    La prima formella raffigura la presentazione al tempio e mostra figure colorate agili, ma ben piantate a terra, voluminose e con un morbido movimento. Così la seconda, la fuga in Egitto, sottolinea i leggeri movimenti dei fuggitivi. Nella terza formella, il ritrovamento di Gesù, le poche figure sono racchiuse nello spazio ben delineato del tempio.

    Nella quarta stazione Maria incontra Gesù presenta un disegno, quasi infantile e tra lo scuro del cielo e il bianco della terra esprime la drammaticità del momento. Nella formella della crocifissione risalta la morbida rotondità delle figure. Nella deposizione dalla croce il corpo abbandonato di Gesù è circondato da figure premurose, dolorose. Infine nella deposizione nel sepolcro l’abbandono e la pesantezza del corpo richiamano la deposizione di Raffaello.

    Presso la Casa Madre Dolores

    La Via Matris delle Suore Servite è opera dello scultore polesano Ermes Simili. Sulle formelle le figure si allargano a tutta la superficie, la riempiono e coinvolgono l’osservatore nella scena. Sono figure slanciate, delimitate anche da semplici segni tracciati con sicurezza. Come rilevato da Toni Romagnolo (La Settimana, 10 settembre 2000) Simili dà minimo rilievo alle figure su un fondo indistinto, favorendo il senso di evocazione dell’episodio, e si pensa che eviti di mostrare il viso della Madonna ritenendo impossibile mostrare il dolore della Madre.

    Guardiamo i bassorilievi. Nel 1° (Presentazione di Gesù al tempio) sul fondo si vedono il tempio, il sacerdote e delle persone, in primo piano è Simeone inginocchiato tende le braccia al Bambino che Maria gli offre. Nel 2° è notte, c’è la luna e San Giuseppe conduce il veloce asinello sul quale è una raccolta Maria, curva sul Bimbo che stringe al grembo. Il 3° è ancora una scena tutta piena: di spalle i dottori seduti in cerchio ascoltano Gesù che parla.

    Nel 4° si vede il dramma di Maria che accarezza Gesù e lo sguardo intenso di questi alla madre. Nel 5° la figura di Gesù crocifisso domina la scena, Maria, è senza volto e Giovanni stravolto. 6° bassorilievo: bello è il corpo Gesù stretto amorevolmente da Maria, dalla cui figura affiora una mano che accarezza, abbraccia, mentre il viso è sintetizzato da un buco, la bocca, che grida il dolore di Madre. 7° Nella dolorosa processione che accompagna il corpo di Gesù al sepolcro sono ben evidenziati i movimenti del gruppo.

    Nella cappella del Carcere

    La terza serie di formelle – collocate nella Cappella del Carcere cittadino – risale ai primi anni duemila, è opera dello scultore Paolo Giuriati di Rovigo. I bassorilievi, incentrati sulla sensibilità di Maria, sono di terracotta rossa con rilievi nitidi, morbidi nel trattamento delle superfici e un disegno deciso ed espressivo; mostrano originalità di invenzione iconografica ed efficace capacità di sintesi (L. Traniello).

    Nel primo episodio Maria e Giuseppe affidano con gioia il Figlio, la cosa più cara che hanno, e ascoltano le parole di Simeone. Nella seconda stazione, fuga in Egitto il dramma non scalfisce la dolcezza, la tenerezza e l’unità della Santa Famiglia. Nel ritrovamento di Gesù nel Tempio, mentre questi parla ai dottori si vede, dopo l’angoscia, il muto colloquio amoroso tra padre e madre. Quando poi la Madre incontra il Figlio, Maria appoggia la sua fronte su quella di Gesù, provata da tutte le cattiverie che il Figlio ha subito. Le superfici del bassorilievo sono morbide, chiare pur senza avere grande spessore di materia.

    La formella con Gesù Crocifisso è l’espressione massima di dolore, del distacco estremo espresso nella mano alzata della Madre che vede il Figlio allontanarsi. Il sesto bassorilievo, la deposizione dalla croce, vuole esprimere la dolcezza di Maria nell’accogliere tra le braccia, il corpo martoriato del Figlio che per mesi ha tenuto nel grembo. Nella deposizione nel sepolcro la Madre, desolata, prende coscienza del distacco dal Figlio amato.

  • Riaperta la chiesa di San Genesio

    Riaperta la chiesa di San Genesio

    E’ destinata a rimanere negli annali storici e nel cuore di molti stientesi la data del 3 febbraio 2020, giornata che, dopo anni di attese e rimandi, ha visto la riapertura della chiesa della Madonna di San Genesio. Una folla composta e devota, a malapena contenuta nell’ampia navata, ha partecipato alla sentita cerimonia. Una prova davvero bella dell’amore che ancora lega la popolazione rivierasca del Po a questo santuario mariano, nonostante la sua disagevole ubicazione nel mezzo della campagna. L’avvenimento era atteso con trepidazione dal momento che voci di intoppi burocratici insormontabili e una certa inerzia da parte della parrocchia, avevano fatto temere il definitivo abbandono di questo edificio, gravemente lesionato dal sisma del 2012, ma tanto caro alla devozione popolare.

    La proprietà dei Camerini e il contratto di comodato

    Il problema principale per avviare i lavori di restauro era legato alla possibilità di poter ottenere i necessari sostegni pubblici stanziati per i luoghi di culto resi inagibili dal terremoto. E ciò in quanto la chiesa della Madonna di San Genesio risulta tuttora di proprietà della famiglia Camerini, ultimo residuo del grande latifondo messo insieme nel corso dell’Ottocento dall’avo Silvestro (denominato Agenzia di Stienta), e proprio la presenza di questa titolarità privata precludeva l’accesso ai fondi pubblici.

    Dopo anni di tentennamenti, l’ostacolo è stato superato grazie ad una sinergia di forze tra l’Amministrazione Comunale di Stienta e la Diocesi, che hanno ottenuto dagli eredi Camerini, contessa Diana Lorena e duca Paolo Fulgeri, un contratto di comodato d’uso gratuito di durata trentennale in favore della parrocchia (in pratica un riconoscimento formale della situazione esistente).¹ Ciò ha permesso di sbloccare l’erogazione dei fondi pubblici e di poter accedere al contributo della Fondazione Cariparo per la quota scoperta della spesa preventivata.

    Nel frattempo a Stienta si è costituito un comitato di cittadini, presieduto dal prof. Roberto Rovigatti, che ha promosso una sottoscrizione per far fronte sia alle spese impreviste, che ai lavori non contemplati dall’aiuto regionale, quali il restauro dei serramenti, la tinteggiatura della facciata, l’aggiornamento degli impianti, ecc. Secondo quanto ha riferito il presidente al termine della cerimonia, sono stati donati finora oltre 16 mila Euro e la raccolta non è ancora conclusa, manifestando palese soddisfazione per la generosità con la quale hanno risposto tanto i cittadini, quanto le aziende del luogo.

    Una volta risolti i problemi burocratici e finanziari, i lavori di restauro e messa in sicurezza sono stati affidati nel luglio dello scorso anno all’impresa Milan Luigi di Giacciano con Barucchella, che ha provveduto con solerzia e competenza alla loro esecuzione, sotto la direzione dell’architetto Massimiliano Furini.

    La cerimonia

    Per la cerimonia di riapertura si è scelta non a caso la ricorrenza di San Biagio (3 febbraio), in quanto nella chiesa di San Genesio vi è un altare dedicato al santo vescovo di Sebaste, oggetto di particolare devozione. La Santa Messa è stata celebrata dal vescovo mons. Pierantonio Pavanello, che nell’omelia ha ripercorso le tappe che hanno portato a questo risultato. Una vicenda, dobbiamo ricordare, sbloccata proprio dal vescovo (all’indomani del suo ingresso nella diocesi di Adria-Rovigo) al quale si erano rivolti sia direttamente che tramite appelli sulla stampa, diversi cittadini di Stienta, preoccupati dalla situazione di stallo cui sembrava destinato il restauro dell’edificio sacro.

    Giustamente il vescovo nell’omelia ha rimarcato l’importanza di mantenere vive le radici religiose di comunità, che in questa chiesa hanno sempre trovato modo di esprimere la loro fede e ottenere così conforto nelle angustie materiali e spirituali. Perché è la fede che salva, che guarisce, come ebbe più volte a dire Gesù: “Và, la tua fede ti ha salvato!”.

    L’immagine miracolosa

    Si deve qui ricordare che nella chiesa di San Genesio si venera da secoli un’immagine miracolosa della Madonna, originariamente collocata in un piccolo oratorio di proprietà dei monaci benedettini pomposiani. Per far fronte al crescente numero di pellegrini che provenivano dai territori soggetti al ducato e alla diocesi di Ferrara, verso metà Seicento i monaci vi aggiunsero un’ampia navata, trasformando l’oratorio in un santuario mariano vero e proprio, con tanto di alloggio per chi aveva bisogno di sostarvi.

    Le vicende politiche avvenute all’inizio dell’Ottocento, quali l’esproprio dei beni monastici attuato dai francesi (da cui è derivata la proprietà Camerini) e il distacco dal contesto ferrarese voluto dagli austriaci, gli hanno impedito di fare quel salto di qualità com’era avvenuto per santuari analoghi (vedi La Comuna di Ostiglia o il Pilastrello di Lendinara). Per questo è rimasto come fermo nel tempo; tuttavia non sono venuti meno la devozione popolare e il fascino misterioso di questo luogo, non a caso scelto dall’Associazione Nazionale Alpini, sezione di Padova e Rovigo, per erigervi il monumento ai caduti e dispersi nelle guerre e tenere qui il suo raduno annuale. L’ANA di Rovigo era infatti, presente alla cerimonia con un nutrito numero di soci, accompagnati dal capogruppo Edgardo Sauro Massari.

    Al termine della cerimonia religiosa sono intervenuti per un breve saluto il sindaco di Stienta dr. Enrico Ferrarese, l’assessore regionale Cristiano Corazzari, la contessa Diana Lorena Camerini che ha rivolto un saluto anche a nome del fratello Paolo Fulgeri, l’architetto Massimiliano Furini, il vicesindaco Riccardo Malavasi e il prof. Rovigatti, che ha riferito i risultati ottenuti e i futuri progetti del Comitato per i restauri. Fra il pubblico alcuni sindaci dei comuni vicini, il sindaco dei ragazzi, il rappresentante della Fondazione Cariparo, il comandante della stazione carabinieri e diverse autorità provinciali che con la loro presenza hanno voluto testimoniare l’importanza dell’avvenimento. Al termine della cerimonia religiosa è seguito un incontro conviviale presso la struttura polivalente di Zampine, denominata “Quattro Lamiere”, il cui utile è stato devoluto al Comitato per i restauri.

    Ora la chiesa “dlà Madona” come la chiamano affettuosamente gli stientesi, può continuare il suo percorso nella storia, auspicando, secondo il desiderio espresso da molti, un suo maggiore utilizzo sia per cerimonie religiose che come luogo di visitazione negli itinerari del turismo lento e sostenibile (slow or green tourism), di chi ama e rispetta la natura.

  • Le Ville di San Bellino

    Le Ville di San Bellino

    Dall’inizio del XV secolo si ebbe un cambio di tendenza da parte dei ricchi mercanti veneziani che preferirono investire i loro favolosi guadagni nell’acquisto di ampi appezzamenti di terreno un po’ in tutte le province venete. Il progressivo ridursi degli scambi commerciali con i territori del Mediterraneo orientale, divenuti infidi per la bellicosità dell’impero turco, sempre più determinato ad estendere il proprio potere, e l’intraprendenza di nuove potenze marinare come la Spagna, il Portogallo, l’Olanda, l’Inghilterra, pronte a sfruttare le nuove rotte commerciali dopo la scoperta dell’America, portarono infatti le ricche famiglie della Serenissima ad effettuare consistenti investimenti fondiari.

    Anche in Polesine fu possibile reperire vaste aree da destinare all’agricoltura, a volte dopo consistenti lavori di bonifica in terre da secoli soggette a ripetute alluvioni. Erano investimenti meno proficui, ma certamente più sicuri rispetto ai rischi del mare. E, con questi possedimenti terrieri, ecco la necessità di costruire fabbricati utili alle nuove attività agricole e dimore adeguate per la direzione e la sorveglianza dei lavori.

    Dimore degne della grandezza ed importanza delle nobili famiglie proprietarie, edifici da destinare anche a luogo per la villeggiatura e per gli svaghi, ma anche residenze più stabili. Sorsero così, anche qui in Polesine, molte ville e case padronali, progettate spesso da quegli architetti che già avevano mostrato il loro genio nella costruzione dei grandi palazzi veneziani.

    In più occasioni questa rivista ha avuto modo di ricordare ed illustrare le principali ville storiche e i più noti palazzi che ancora oggi abbelliscono le nostre città e i paesi.

    Questa volta proponiamo un itinerario meno noto, che ci porta a scoprire edifici di rilievo tuttora presenti ed ammirabili nel territorio del Comune di San Bellino.

    A ridosso della riva sinistra del Canalbianco, lontana dal centro abitato, troviamo Villa Moro, certamente la costruzione più eminente della zona.

    E’ un palazzo seicentesco che si sviluppa su tre piani. Nella facciata presenta nel corpo centrale un pronao a doppio ordine con piccole lesene sulla superficie, concluso dal timpano..

    Una doppia scala accentua la scenografia, consentendo l’accesso al piano nobile. Al piano terra troviamo un salone centrale con accesso alle quattro stanze laterali un tempo adibite a cucine e servizi. Nei saloni e nelle stanze dei due piani superiori, che presentano le stesse disposizioni del piano terra, sono stati conservati i pavimenti in terrazzo veneziano ed i soffitti con travature in legno. In qualche stanza si possono notare delle tracce di decorazioni a stucco.

    La villa è circondata da un alto muro che racchiude il giardino, un imponente rustico neoclassico e le abitazioni dei contadini. A ridosso di questo muro è stata costruita, adiacente alla strada arginale sul Canalbianco, la chiesetta padronale con una porta esterna per l’accesso anche alla popolazione della tenuta, menzionata già in una visita pastorale del 1604. La famiglia veneziana dei Moro appare già nei registri parrocchiali del 1602.

    Un altro grande edificio, esistente in prossimità del centro abitato del paese, è Villa Guarini. Risale al cinquecento. Forse a causa di un incendio, che nel 1919 la distrusse, subì nel 1925 una radicale ristrutturazione che purtroppo le fece perdere la primitiva fisionomia. Sulla sua facciata, ora priva di elementi architettonici, rimane soltanto una scala a due rampe laterali di accesso al piano nobile. Nel giardino antistante sono presenti i resti di una vera da pozzo in marmo bianco.

    Il palazzo è ricordato soprattutto per l’importanza dei membri della famiglia Guarini che giunsero a San Bellino nel 1476 con Battista. Per i suoi meriti di ambasciatore in Francia, fu gratificato dal Duca di Ferrara Borso con la cessione in feudo di un esteso territorio, poi bonificato e denominato “Presa Guarina”.

    Su questo terreno Battista costruì una sontuosa villa, quella che ancora esiste seppur molto modificata. Questa dimora fu abitata anche dall’umanista Giovan Battista Guarini che nacque nel 1538. Dal Duca Alfonso II di Ferrara ebbe importanti incarichi per missioni diplomatiche, e fu apprezzato come docente insegnando nelle Università di Ferrara e Padova.

    Interessante per la storia del Comune polesano la sua determinata presa di posizione, grazie alla quale nel 1609 fu bloccata la rimozione dell’arca di San Bellino dalla chiesa del paese. All’epoca il santo fu scelto quale patrono del capoluogo polesano, e pertanto si era deciso di trasportare l’arca di San Bellino nel duomo di Rovigo. L’iniziativa del Guarini, che ha impedito tale trasferimento, ha pertanto preservato un bene di grande rilievo – sia sul piano religioso che storico e culturale -per il comune che porta il nome del Santo Vescovo padovano di cui conserva le spoglie mortali.

    I Guarini vengono inoltre menzionati più volte nei registri parrocchiali. Nel 1647 viene citata la nobildonna Giulia Guarini Ariosti. Essa sostenne le spese per l’abbellimento della cappella maggiore della chiesa e la costruzione della nuova arca di San Bellino, come risulta da una scritta riapparsa recentemente.

    In località Presciane si trova Villa Nani Mocenigo dalle linee architettoniche molto semplici, di probabile origine tardo-settecentesca. Si sviluppa su tre piani. Sembra che questa villa sia stata edificata al posto di una precedente costruzione di Presciano Presciani, amministratore del Duca di Ferrara, già indicata nelle mappe del 1527. Un lungo viale alberato collega, ancora oggi, il palazzo direttamente alla chiesa parrocchiale di Presciane, un tempo di proprietà della villa stessa.

    Quasi di fronte alla predetta villa Nani Mocenigo sorge un altro palazzo di origine settecentesca. E’ Villa Vallerini che si sviluppa su due piani con un corpo centrale e due brevi ali laterali, forse aggiunte in epoca successiva (una delle due è stata recentemente demolita). La sua facciata, molto semplice ed equilibrata, è solcata da due canne fumarie ed è arricchita dalle sei finestre del granaio sovrastante e da un balcone del piano nobile sormontato da una breve cornice.

    Tra le varie case padronali, che sorgono sul territorio di San Bellino, ricordiamo Casa Barbarigo (Corte Rosine), un interessante edificio che richiama la composizione della tipica architettura rurale della zona.

    La sua costruzione risale al 1583. Si sviluppa su due piani ed ha una facciata con due eleganti camini laterali. Sotto il tetto spicca una cornice dentellata e al centro una breve gradinata che porta all’ingresso principale e presenta, sul pianerottolo, due panchine di marmo.

    In periodi successivi è stata aggiunta da un lato un’ala di un solo piano con due finestre che richiamano quelle del fabbricato principale; dall’altro lato è stato annesso un lungo fabbricato ad un piano, quale rustico per le attività della corte.

    Un cenno meritano altri edifici non privi di interesse, tra cui Villa Altieri e Villa Zambonin, mentre è inutile cercare il palazzo che la tradizione ha a lungo indicato come la casa in cui nel 1696 venne alla luce il pittore Mattia Bortoloni. Il fabbricato, ubicato tra San Bellino e Presciane, fu rifatto completamente anni fa e pertanto non più riconoscibile. Anche se in realtà in tempi recenti è stata documentata la nascita di Bortoloni a Canda, è molto probabile che la sua famiglia si sia spostata in questa località. Qui il giovane pittore cominciò a dipingere, realizzando, all’età di 23 anni, la sua prima pala d’altare per la chiesa di San Nicola di Castelguglielmo, di cui ci ripromettiamo di parlare in un prossimo numero del Ventaglio.

  • Pagaiando lungo il Po

    Pagaiando lungo il Po

    Le attività sportive all’aperto, alimentano un profondo legame tra l’uomo, il suo benessere ed il paesaggio. A volte, se l’attività è di gruppo, si accende anche un’atmosfera condivisa del piacere dello stare assieme, scoprendo, quasi per magia, che tutto ciò che ti circonda è “ossigeno” per la mente, per il corpo e per l’anima. Queste sensazioni, e molte altre, sono state percepite e vissute da un gruppo di canoisti che hanno aderito al progetto “Dove Eridano incontra il mare 2020” nel week end tra il 18 ed il 20 settembre.

    L’iniziativa è giunta alla sua sesta edizione ed è stata proposta e curata da Ivan Pericoli dell’associazione “Open canoe open mind”; si è realizzata lungo un percorso itinerante tra Corbola e la foce al mare del grande fiume Po. Hanno partecipato una cinquantina di canoisti provenienti da diverse parti d’Italia.

    Sono stati tre giorni intensi di appuntamenti, di pagaiate, di sorrisi e di scoperta del territorio. Il punto di incontro con i partecipanti e di partenza dell’evento, è stato nel Comune di Corbola, dove il Sindaco Michele Domeneghetti, ringraziando l’organizzazione, ha sottolineato che si è concretizzato un progetto turistico di valorizzazione territoriale e di scoperta dell’identità locale. I partecipanti, pagaiando con le canoe canadesi, oltre all’attività sportiva, hanno vissuto un’esperienza di scoperta del territorio fluviale con particolare intensità.

    Il 18 settembre è stato il giorno di arrivo dei partecipanti, i quali, dopo aver preso consapevolezza dei programmi, hanno iniziato a pagaiare, scoprendo coinvolgenti storie legate al fiume Po. La serata, presso il palazzetto dello sport a Corbola, è stata “condita” dalla sapiente presentazione di Vainer Tugnolo (amante ed esperto di cinema) di alcuni tratti di film neorealistici girati nel territorio deltizio. Lo scenario di questi film diventerà il teatro di visitazione vallivo-fluviale, il giorno 20 settembre, per la squadra di canoisti.

    La mattina del 19 settembre, partendo dall’incile di Santa Maria in Punta, proprio dove inizia il delta del Po Moderno, i canoisti hanno visitato l’isola del Balutin, la quale, seppur oggi, modificata geomorfologicamente, è intrisa di storia legata alla “Tamisiana Repubblica di Bosgattia” dove il noto docente Slav ista Luigi Salvini, nell’immediato dopoguerra, per ben 10 anni organizzò una sorta di campeggio estivo fluviale, inventandosi addirittura una sua Repubblica con passaporto, moneta, usi e costumi consoni ad una vera organizzazione civica, con il fine di vivere in spensieratezza un’estate tra amici.

    Dopo le pagaiate tra le tranquille acque del Po, adagiate le canoe a riva, i partecipanti hanno visitato l’oasi del WWF di Panarella, proseguendo poi fino a Corte Milana (Papozze) per visitare il Museo della Repubblica di Bosgattia e l’azienda agricola con i suoi verdi spazi, tra giardini, pergole e filari campestri.

    L’ultimo giorno, i canoisti si sono trasferiti alla foce del Po di Pila, per intraprendere un’escursione, con pagaiate tra le basse acque delle lagune, proprio dove si erano svolte le scene dei film raccontati da Vainer. Un mondo surreale ha accolto gli increduli turisti: tra le calme acque della valle, si ergono ruderi di case abbandonate con gli annessi rurali, proprio qui, un tempo si espandevano ampi campi di risaie. Purtroppo il suolo ha risentito del fenomeno della subsidenza, portandosi addirittura sotto il livello del mare, permettendo, così, un inesorabile allagamento di questi luoghi.

    I commenti e le riflessioni dei partecipanti hanno evidenziato una particolare soddisfazione. Tra di loro, c’è stato anche chi si è prodigato a scrivere un vero “diario di bordo” con “pennellate” descrittive che hanno rivelato quest’appassionante avventura turistica fluviale.

    E proprio così dovrebbe essere vissuto il nostro amato delta da chi lo visita: un’intensa esperienza a misura d’uomo, immerso nella natura, osservando i ritmi calmi di una silenziosa pagaiata… perché il nostro delta si manifesta proprio negli immensi e calmi orizzonti fatti di acqua e di emozioni.

  • Parco Langer

    Parco Langer

    Mi sono sentito dire che Rovigo non è una bella città. Mi è stato facile controbattere che non è vero: ha infatti due piazze straordinarie, monumenti e architetture interessanti, strade con scorci gradevoli, vestigia importanti come i resti delle antiche mura e le torri del castello. Mi sono sentito dire che Rovigo è una città priva di verde. Mi è stato più difficile controbattere: è vero. Ci sono pochi alberi attorno all’antico castello; una stretta corona di verde sopra l’alveo tombinato dell’Adigetto; il parco IRAS della casa di riposo, in quartiere San Bortolo; due bei viali alberati con platani che conducono alla stazione ferroviaria; poi, ancora, quel che resta di parco Curiel e qualche alberello lungo le strade del centro.

    Sì, a Rovigo il “verde” è proprio poco, ma i più non sanno che la città nasconde un bosco, è il Parco A. Langer.

    Il bosco nascosto

    Il parco occupa una striscia di terreno lunga oltre 500 metri e larga circa 120, con una superficie di sei ettari e mezzo che, per una buona metà, è coperta da un fitto intrico di alberi, e per la rimanente è un ameno prato in piccola parte occupato da un orto sociale: l’Orto delle Farfalle.

    Il parco è stato intitolato ad Alexander Langer, ambientalista, figura di altissimo profilo sociale, portatore di valori straordinari. Forse mai, come in questo caso, la scelta è stata più appropriata.

    E’ un ambiente semi-naturale, uno spazio in cui la natura ha saputo rigenerarsi velocemente quasi avendo coscienza che un ritardo avrebbe comportato la propria fine. Così si è preservato, anche grazie alle tante battaglie che hanno visto contrapposte, per anni, le Associazioni ambientaliste e le Istituzioni: perché nel parco era previsto un attraversamento con un asse viario e recentemente di un gasdotto.

    Pericoli a quanto pare scongiurati per la grande “macchia verde”, che si è formata negli anni, occupando il luogo un tempo deputato al “Tiro a Segno”: vi insisteva un’infrastruttura opportunamente organizzata per svolgere in condizioni di sicurezza il tiro a segno con armi da fuoco.

    Le esercitazioni di tiro già non si facevano più quando, nel 1968, entrai per la prima volta in questo luogo. Ero studente della prima classe delle superiori, fui selezionato a partecipare ad una gara campestre e, per la competizione, mi portarono proprio in quest’area. Mi ricordo che si entrava da Viale Porta Adige: superato il cancello, si percorreva un bel viale di tigli e, in fondo, si trovava un edificio dall’architettura gradevole, ora un rudere, che era il centro servizi dell’impianto. In questo edificio ci cambiammo e ci preparammo alla corsa. Il tragitto comportava il passaggio sopra l’argine del canale per un lungo tratto e poi il ritorno tra le paratie murarie della struttura. Non vinsi, ma mi rimase impresso il luogo, allora quasi privo di alberi, e lo sforzo profuso nella corsa.

    L’area è rimasta abbandonata per lunghissimo tempo, in realtà tutt’ora lo è. Per un paio d’anni, forse alla metà degli anni ‘80, ci andavo settimanalmente per disputare la solita partitella di calcio tra amici. Il campo di gioco era attestato lungo Viale Porta Adige, a destra del viale di tigli sopra menzionato. Già allora tra i resti murari dell’impianto di tiro a segno si era sviluppata una copiosa vegetazione arbustiva ed arborea.

    A distanza di tanti anni, quale associato di Italia Nostra, sono stato coinvolto nella questione della salvaguardia del sito e ho, in qualche modo, contribuito alla “lotta” per impedire lo sfregio di quello che è diventato un bosco a ridosso della città. Assieme ad Italia Nostra si sono schierate altre associazioni tra le quali il WWF, Legambiente, la Lipu, il FAI e anche Comitati di Cittadini e il Gruppo Ortisti dell’”Orto delle Farfalle”. Tante persone che operano per mantenere il luogo pulito e gradevole. Annualmente, nel mese di settembre, viene organizzata una festa per promuovere questa realtà oramai consolidata nel territorio.

    Con decreto del Ministero Dei Beni e Delle Attività Culturali e del Turismo del 21 gennaio 2014, Parco Langer è stato dichiarato di interesse culturale ai sensi del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42.

    Per la precisione le motivazioni del vincolo sono supportate dalla presenza dei resti dell’ex Tiro a Segno; tuttavia protegge il parco anche il vincolo paesaggistico presente, in quanto area rientrante entro la fascia di 150 metri dal canale Ceresolo.

    Si percepisce Parco Langer percorrendo Viale Porta Adige da nord: si staglia ben definito oltre gli argini del canale Ceresolo, poi la strada disegna un’ampia rotatoria e il bosco scompare. A sud “Casa Serena”, assieme ad altri caseggiati, ne occulta la vista: il bosco in effetti è nascosto nella città. E’ negato ai più dagli insediamenti urbani e infrastrutturali che lo circondano: a est infatti sorgono gli edifici residenziali e il palazzetto dello sport e poi il più grande bacino scolastico di Rovigo, con quasi tutti gli istituti delle Scuole Medie Superiori. A ovest il traffico della rotatoria di viale Porta Adige è la barriera più eloquente; tutta la complessità delle intersezioni viarie e tecnologiche non consentono un minimo segnale di tanta insolita bellezza.

    Ci si arriva infatti da un sentiero appena abbozzato nel terreno che si insinua tra la casa di riposo e due edifici quasi gemelli che con essa sono confinanti. Un sentiero lungo sessanta metri che d’un tratto si apre sul grande prato, poi ancora cinquanta metri e sulla sinistra l’Orto delle Farfalle annuncia la grande macchia verde. Ancora un ponticello da attraversare…

    La suggestione del bosco

    Superato il ponticello si entra nel bosco e si esce dalla città. Tutto cambia: sentieri tortuosi aggirano i tronchi degli alberi, la boscaglia mostra la continua lotta delle piante tese a raggiungere la luce del sole che vicendevolmente si negano. Lungo i sentieri, piccole cataste di legname, rami e tronchi caduti mostrano uno scenario fantastico, un incanto; la stessa aria non è più quella della vicinissima città, la vegetazione la trattiene, la inumidisce, la rende odorosa: una meraviglia.

    Al suo interno si elevano alberi notevoli, sono i pioppi e, con dimensioni minore, i salici, gli aceri, gli ontani, i tigli e gli olmi ecc, e il sottobosco vario, molto ricco. Molta importanza e risonanza ha avuto poi il ritrovamento, nel parco, della “rana rossa”, la rara Rana di Lataste “Un ritrovamento importantissimo perchè l’anfibio, a rischio estinzione, è una specie di prioritario interesse comunitario e rientra nella Lista Rossa IUCN dedicata allo stato di conservazione delle specie animali e vegetali del pianeta.”

    da www.wwfrovigo.it.

    Mi pare che dare compimento al parco voglia dire farlo emergere in quanto elemento interattivo per eccellenza proprio per i poli scolastici e sportivi, per la vicina casa di riposo e per il contesto residenziale: mancano gli elementi in grado di unire che sono i percorsi, i piccoli manufatti aggreganti, i giochi per bambini, ecc., in fondo poca cosa.

    Parco Langer in definitiva vale bene una passeggiata, un incontro con coloro che si dedicano al suo mantenimento, alle colture di un orto che aggrega persone avvicinandole alla terra.

    Mi sento di ringraziare i tanti che hanno fatto sì che questo bosco sopravvivesse alle trasformazioni cittadine, menzionando, per tutti, Diego Foresti, sempre presente nelle lotte, nella organizzazione di eventi, ma anche nella coltivazione di ortaggi e nella pulizia del tutto.

  • Marc Chagall al Roverella

    Marc Chagall al Roverella

    Sta registrando un consistente successo di critica e pubblico la mostra “Marc Chagall, anche la mia Russia mi amerà” allestita dallo scorso settembre a Palazzo Roverella ed attiva fino al 19 gennaio 2021.

    C’è innanzitutto un antefatto che pochi conoscono e che intendiamo svelare. La mostra in origine era nata all’interno di un audace progetto di ricerca del Museo delle Culture nel centro di Lugano per analizzare il ruolo dei grandi artisti rapportati a culture diverse (es. Kandinsky e la cultura shamanica, Chagall e la Russia ecc….). Il destino ha voluto che questo progetto non abbia trovato realizzazione nella città elvetica e che la mostra sia stata richiesta dalla città di Rovigo nella quale ora si trova esposta davanti a un pubblico sempre più numeroso.

    Il solido impianto museale riporta Palazzo Roverella a una scelta monografica che non veniva seguita da anni e che ritrova nell’esposizione di autentici capolavori nuova linfa di indagine. La Galleria Tret’jakov di Mosca, il Museo di Stato Russo di San Pietroburgo, il Pompidou di Parigi e il Thyssen-Bornemisza di Madrid sono solo alcune tra le eccellenze museali da cui provengono le opere stimate in una settantina di elementi tra cui annoveriamo anche prestiti provenienti dagli eredi dell’artista.

    La rassegna internazionale ospitata a Palazzo Roverella intende proprio indagare la correlazione tra l’opera dell’artista e la cultura popolare del Paese che gli ha dato i natali: la Russia. Questo legame profondo, di natura quasi ancestrale, è un tratto distintivo che sembra raccontare la storia dell’umanità piuttosto che di un singolo individuo e le sue vicende umane.

    Il messaggio è così universale da rendere le opere di Chagall un’interessante esperienza d’indagine in cui appassionati e non cercano risposte tra il fascino di magiche ambientazioni. In realtà, un altro elemento di fortissimo impatto, a corredo dell’indagine, è la cultura ebraica, vinta e sofferta, di cui fanno parte Chagall e la sua famiglia. E’ il caso quindi di parlare piuttosto di Moishe Segal (questo il nome originale prima della trascrizione francese presso l’anagrafe parigina), un ragazzo di tradizione ebraica chassidica; e proprio nel Chassidismo vanno ricercate certe sfumature. Il movimento, sorto nel XVIII secolo, si sviluppa con l’intenzione di rinnovare spiritualmente l’ebraismo ortodosso, a partire dalle comunità meno in vista, isolate e illetterate armonizzando ogni aspetto della vita quotidiana con Dio e il suo messaggio di pace in un sincero dialogo interiore.

    Il Panteismo che mette in opera l’artista negli anni della sua produzione risente di un complesso di vicende, di sensazioni e di formazioni in cui trova un posto d’onore la sua profonda spiritualità. Eppure il destino lo pone da subito in una strada solcata da ostacoli. Il giorno della sua nascita è segnato da una vicenda che assume i tratti del presagio di eventi futuri che segnano la storia. Nella sua Vitebsk, una cittadina della Bielorussia, la sinagoga viene incendiata dai cosacchi durante un progrom (il termine russo significa “devastazione” e riflette compiutamente tutta la feroce intolleranza dell’estremismo antisemita in atto nella Russia zarista di quei tempi).

    Dagli anni dei Progrom di una Russia antisemita, all’esilio parigino, dall’America e di nuovo alla Francia. La lunga vita di Chagall nella mostra rodigina è narrata lungo un percorso espositivo impegnato. Questi lavori ci restituiscono tutto l’immaginario della più intima cultura ebraica per la quale l’artista sceglie un approccio fiabesco, gentile, meditativo e sincero, costellato di piaceri e amori, passioni, ma anche dolori. E, anche quando gli accenti si fanno più forti ed il messaggio è più crudo, non vi è ferocia, ma sospensione del giudizio in un’immagine che è reale nella sua irrealtà. Chagall non ferisce perché è stato ferito, non odia perchè conosce la persecuzione e l’orrore… ed il limbo verso il quale ci accompagna è duro e forte, non per l’odio, ma profondo come le pieghe della mani di un contadino chino sul suo lavoro da una vita di sacrifici…

    La vita dei contadini appunto, l’immaginario campestre e l’affetto per la sua terra producono un’altra identità: quella di Mark Zacharovič Šagal un ragazzo russo nelle cui vene scorre tutta la potenza e l’orgoglio di queste radici. Ma è una Russia povera, difficile, in cui non manca niente nella misura in cui manca tutto. L’appiattimento del superfluo abbina nelle sue opere l’esaltazione del semplice.

    Tutto è magia! Tutto è tradizione! dal violino, al gallo, dall’asino, alla capra, dal sole alla luna che immancabile si lascia ingiallire e moltiplicare dentro un cielo nerissimo. La tradizione contadina è innevata di bianchi, di rossi e di blu, e i suoi personaggi danzano scene dai toni quasi circensi.

    L’atteggiamento di Chagall è da leggersi nell’ambito di una più vasta analisi sulla questione che include l’interesse di molti altri artisti russi nei confronti dell’universo popolare e delle sue tradizioni. Non sono mancati né i viaggi nelle aree rurali della Russia a reclutamento di lontane tradizioni né il passaggio inverso, ovvero il cosiddetto “popolare urbano” frutto di quelle importanti migrazioni dalle campagne verso le grandi città russe, all’inizio del secolo scorso, portando con sé il meglio della poetica rurale.

    Inscindibile a tal riguardo sarà il rapporto con le nascenti arti ingenue, naif, che anche grazie a questi passaggi iniziano a dialogare con l’arte moderna e le Avanguardie.

    La proposta di Palazzo Roverella è promettente anche in relazione al confronto fra tele dipinte, icone e Lubki, le bellissime stampe popolari russe dal forte impianto didascalico destinate alla popolazione meno colta che nelle sue vignette raccoglieva il meglio del racconto. E tutto questo ha una grande valenza curatoriale e storica: dimostrare che l’importanza della trasposizione artistica dell’universo popolare russo con tutte le sue tradizioni e consuetudini ha saputo inserirsi con dignità nei veloci cambiamenti dell’arte moderna cercando di lasciare la sua impronta di folclore e bellezza.

    Immancabile è il tema dei sentimenti privati per la moglie Bella Rosenfeld, l’Amore della sua vita, spentasi troppo presto, tanto da lasciare per molto tempo uno Chagall inattivo. La donna è presente in alcune delle più famose immagini dell’artista e si rivela in tutta la sua candida bellezza che brilla sia nella sua individuale rappresentazione e ancor di più accanto al suo amato.

    A Palazzo Roverella troviamo dei capolavori: l’artista racconta le verità, ma antepone la riservatezza dei gesti, le tradizioni dei personaggi e un mondo capovolto, a tratti quasi metafisico. I colori di Chagall sanno essere forti e corposi, ma nel complesso conferiscono una sensazione di “rurale” armonia allo sguardo anche in virtù di una costante lucentezza che l’artista riesce a ricreare, a partire dai suoi blu rasserenanti e dai sofisticati accostamenti cromatici.

    Lo stile fanciullesco e le oniriche atmosfere possono apparire di semplice e immediata codifica, ma al di là dei riferimenti alla sua terra, ai suoi affetti e alle sue radici, la lettura è assai profonda. La poetica è complessa e risente di un tratto moderno anche se legato alla tradizione, ma l’armonia dei colori, gli audaci accostamenti e la sofisticata scomposizione di forme volumi ne impedisce l’inquadramento in una sola corrente.

    La mostra è stupenda e lo sforzo corale della curatrice Claudia Zevi, della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, del Comune di Rovigo e dell’Accademia dei Concordi ha reso possibile un’altra sensibile esperienza artistica nella nostra bella città che da anni ormai si inserisce con dignità nell’ambito delle grandi mostre italiane.

  • Vedere la Musica

    Vedere la Musica

    Musikè la chiamavano gli antichi! Era l'arte delle muse, ovvero la capacità di produrre suoni attraverso la voce o appositi strumenti. Se già l'antica Grecia ragionava su come organizzare rumori e pause, percussioni e silenzi, è altrettanto comprensibile come la musica abbia saputo evolversi con la stessa armonia di cui è composta.

    Poi nei secoli una logica evoluzione conferisce protagonismo a musicisti e compositori. Ma cosa avviene quando tutti i sensi vengono invocati? Può una sensazione uditiva corrispondere a un colore? Può una percezione visiva conquistare l'olfatto?

    "Les parfums, les couleurs et les sons se répondent.", recitava Baudelaire in Correspondances. Ma questa magnifica sinestesia arriverà per gradi.

    La nuova mostra di Palazzo Roverella si svela in tutta la sua meraviglia già dal titolo… che appare un invito a… Vedere la Musica.

    Eppure esaminare i sensi disgiuntamente, capire come hanno origine, comprendere come interagiscono tra loro è stato impegno dell'età dei Lumi che ha mutato profondamente lo studio del suono elevandolo al rango di Arte in grado di muovere sentimenti profondissimi.

    L'approccio non è stato tecnico, non è stato riservato ai trattati, ma si è mosso dalle numerose suggestioni seguite all'ascolto di musiche straordinarie; e quando le ricche considerazioni prodotte sono uscite dal circuito chiuso dei salotti, hanno trovato dignità di pubblicazione. Il passo successivo è stato l'educazione all'ascolto e al bello e una nuova utenza che andava progressivamente ingentilita nello sfondo della Francia del '700. Oltre il semplice ascolto viene creandosi quindi l'Esperienza compiuta che trova il suo maggior godimento nella condivisione di una nuova classe sociale.

    A definire ulteriormente questi passaggi arriva il professor Giovanni Boniolo, Presidente dell’Accademia dei Concordi che durante la presentazione della mostra offre ancora una volta spunti di riflessione e nozioni culturali di altissimo rilievo. La lettura suggerita parte da tre grandi filoni storici:

    1) Le teorie che nei secoli hanno sviluppato la filosofia della percezione. A tal proposito cita il filosofo Étienne Bonnot de Condillac che nel suo "Trattato sulle Sensazioni" (1754) fa un esperimento mentale di una statua che inizia ad acquisire i sensi e progressivamente comincia a rappresentare il mondo. Qui troviamo una meravigliosa correlazione tra i sensi della vista e dell'udito, oggetto d'interesse tra l'altro anche della mostra rodigina.

    2) La semanticità della musica ovvero la capacità della musica di rappresenta qualcosa, citando il violinista settecentesco de Chabanon e la nascita di un'estetica musicale

    3) L'Opera d'arte totale (coniato in ambito germanico col termine Gesamtkunstwerk) teorizzata dal filosofo tedesco K. F. E. Trahndorff e poi utilizzato anche dal compositore Richard Wagner e al Wagnerismo la mostra dedica un ampio approfondimento.

    Il teatro appunto è un'opera d'arte totale perché soddisfa un godimento completo di un'esperienza estetica, se pensiamo alle arti visive nelle scenografie, alla coreutica, alla musica, alla recitazione.

    Percorrere le stanze di Palazzo Roverella in questa mostra sontuosa conclude il professor Boniolo non è soltanto avere la possibilità di vedere splendide opere, ma intraprendere una serie di percorsi culturali che hanno attraversato l'intera storia del pensiero occidentale.

    Per il curatore della mostra, Paolo Bolpagni "riuscire a mostrare visivamente ciò che si dispiega peculiarmente nel tempo più che nello spazio – ovvero la musica – è già di per sè una sfida concettuale molto affascinante".

    Il virtuoso percorso di studio copre un arco di tempo che va dal 1880 al 1940 circa perchè questo "è un periodo nodale in cui, prima è stata fortemente recepita, nell'ambito del Simbolismo e delle sue varie propaggini, l'ambizione di creare un'opera d'arte totale, sulla base del retaggio wagneriano e non solo (quindi diffondere le varie espressioni artistiche, le arti visive e la musica) e poi perchè con le Avanguardie storiche all'inizio del XX secolo si è prodotta un'autentica rivoluzione che ancora oggi incide sugli sviluppi artistici. E all'interno di questa rivoluzione molto spesso l'ASPIRAZIONE ALL’IMMATERIALITA' DELLA MUSICA è stata ciò che ha fatto scattare una scintilla (per es. La nascita dell'Astrattismo, Kandinskij, Klee ecc.) e alla base c'era il riferimento al linguaggio musicale, quindi non si trattava semplicemente di un'ispirazione sentimentale, quanto piuttosto la volontà di recepire alcuni dei meccanismi compositivi della musica per farli propri nella creazione di UN NUOVO LINGUAGGIO VISIVO. Una relazione quella delle arti visive e della musica, strettissima come mai era stata ed è stata nel corso della storia delle arti."

    Il sindaco prof. Edoardo Gaffeo ha sottolineato quanto la mostra si inserisca nell'alveo della straordinaria qualità delle proposte della Fondazione Cariparo e quanto il progetto sia coraggioso nel suo significato d ripresa e rinascita. Nell'obbiettivo di "unire tra loro i sensi diversi che consentono alle persone di intercettare il messaggio di natura artistica, vista e udito" la mostra racconta di esperienze teatrali, di musica e di arti visive restituendo un forte messaggio di attenzione e speranza a quei settori della cultura che hanno molto sofferto.

    Gilberto Muraro, Presidente della Fondazione Cariparo, ricorda come "il significato della Cultura sia fonte di identità collettiva e creatività, particolarmente utile in questi tempi in cui abbiamo bisogno di un rilancio che venga dall'interno … il curatore ha posto una grande sfida, la musica è un programma ambizioso sul piano culturale, significa affrontare un terreno che è stato poco dissodato in passato, una visione così organica del rapporto tra musica e arte pittorica non c'era e la presenza di grandi artisti da Kokoschka a Paul Klee, a Kandinskij assicura che vi sarà l'apprezzamento di critici e pubblico."

    Questa è la 23' mostra della Fondazione Cariparo che da 15 anni opera su una precisa linea curatoriale che analizza un periodo che va dalla seconda metà dell'800 alla prima metà del '900, ma di questo grande puzzle ogni anno continua a inserire preziose tessere con bellissime mostre offerte alla fruizione del visitatore unendo una ricca attività di ricerca e di rigore raggiunti finora attraverso importanti contributi.

    Vedere la Musica vi aspetta a Palazzo Roverella fino al 4 luglio 2021.

  • Il turismo in Polesine

    Il turismo in Polesine

    Ventaglio 90 si apre ad una nuova rubrica, una rubrica dedicata a personaggi femminili del nostro territorio che si sono adoperati per far emergere le bellezze e le peculiarità che ci caratterizzano. E dove poter dare testimonianza dei risultati raggiunti con impegno e passione, se non su una rivista che si occupa da trent’anni del territorio polesano nei suoi vari aspetti culturali?

    Presentazione

    Oggi incontriamo una cara amica, Donatella Girotto, che ho avuto il piacere di conoscere grazie ad un corso per operatori museali al Museo della Giostra e dello Spettacolo Popolare, organizzato da Turismo&Cultura con il Comune di Bergantino nel 2011. Da questa esperienza è nata una grande amicizia che si protrae ancor oggi e che mi ha permesso una crescita personale e professionale che non immaginavo. Sono quindi felice con questa intervista di presentarvi una donna davvero importante per la mia carriera e che mi auguro possa essere d’esempio per altre donne che vogliano intraprendere la via dell’imprenditorialità o comunque vogliano realizzarsi oltre che privatamente anche professionalmente!

    – Com’è nata la tua storia di imprenditrice nel territorio polesano?

    Entro negli anni Sessanta a far parte di un’associazione nata da poco a Rovigo, scoperta frequentando la FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana) al Centro giovanile San Giovanni Bosco. L’associazione è il CTG, gruppo 2Torri, fondato dal direttore del centro Don Giacomo Prandini, che con il suo entusiasmo mi coinvolge in una partecipazione attiva. Affascinanti le scoperte dei valori dell’associazione: il volontariato, il rapporto uomo-natura, il turismo come fonte di cultura, la crescita personale nel fare insieme (gruppo) e la conoscenza della storia locale nella formazione del cittadino. Mi butto con curiosità nell’ambiente CTG. Conosco persone interessanti, tra cui Beppe Marangoni, diventato presto mio marito. Qui inizia la mia vita di donna, madre di tre figli, ma sempre collegata al mondo del CTG che diventa missione di coppia.

    – Qual è stata la chiave di volta, se così possiamo dire?

    È proprio nel CTG che nasce l’interesse per la nostra terra: il Polesine. I primi corsi per conoscere il territorio, già dal 1978 e la scoperta di una provincia ricca di storia, caratterizzata dalla presenza dei due più grandi fiumi d’Italia: il Po con il suo delta e l’Adige con il suo estuario. Da qui l’esigenza chiara e insopprimibile di condividere le scoperte cresce sempre di più non solo in me, ma anche in altri dirigenti del gruppo CTG. La svolta da gruppo di volontariato a cooperativa senza scopo di lucro – a mutualità prevalente si realizza a partire dalla presa di coscienza dell’impreparazione del Polesine rispetto a un turismo culturale e ambientale organizzato. Nasce così Turismo&Cultura, cooperativa fondata da alcuni dirigenti di vari gruppi CTG, personaggi di varie provenienze sia dal punto di vista geografico sia dal punto di vista professionale. Tra questi ricordo il presidente del Gruppo CTG Folklore Delta di Taglio di Po, Dott. Antonio Rossin che fu il primo presidente della Cooperativa.

    – Quali sono state le priorità nel momento iniziale di avvio, le urgenze che hai dovuto affrontare?

    Fin dall’inizio, il mio ruolo è ben definito e poliedrico: studiare itinerari storico-artistico-ambientali, formare il personale (guide di turismo sociale, animatori culturali e ambientali, accompagnatori) e coordinare le attività e gli operatori promuovendo le nostre proposte con l’impegno di sensibilizzare enti e amministratori a valorizzare il patrimonio. Infatti, le urgenze appaiono fin da subito innumerevoli, a partire dalla necessità di agire sull’assenza quasi totale dell’organizzazione e della gestione di luoghi deputati alla cultura e dall’esigenza di poggiare su basi solide l’offerta che si stava proponendo. C’era la necessità che i volontari diventassero professionisti di un lavoro che in Polesine non esisteva: che ci fossero monumenti, palazzi e musei aperti. Inoltre, la didattica è sempre al primo posto: nascono i primi laboratori di arte, musica, teatro e archeologia. Sottolineo la grande novità costituita dalla Bottega della Musica, dalle proposte sulle danze popolari e sulle tradizioni, tutto un settore molto innovativo accolto con grande successo, di qualità e quantità, proposto e portato avanti da Laura Marangoni.

    – Quali tipi di relazioni sono nate con professionalità, dirigenti e istituzioni? Immagino non sia stato un percorso facile!

    Sono nate importanti relazioni con Enti e Istituzioni Pubbliche e private, attraverso l’attivazione di contatti costruttivi e concreti che sfociano in convenzioni, rapporti di lavoro continuativi, con la Provincia e il Comune di Rovigo, la ProLoco di Porto Tolle, i musei, gli istituti scolastici, le soprintendenze, l’Archivio di Stato e l’adesione di 35 comuni alla rete CeDi. Il percorso non è stato facile, ma devo riconoscere che ovunque andavo trovavo attenzione e interesse per le proposte di Turismo&Cultura, ottimo punto di partenza per avviare una nuova stagione per il Polesine. E’ in quel periodo la mia nomina a Cavaliere del Lavoro e l’incarico di coordinatrice regionale degli Animatori Culturali e Ambientali del CTG Veneto, presenti in tutte le province con vari gruppi.

    – Come definiresti il tuo ruolo di imprenditrice e quali sono stati i momenti più importanti nella tua carriera lavorativa?

    In realtà, non sono stata solamente imprenditrice di me stessa, ma di un gruppo sempre più ampio di soci della cooperativa Turismo&Cultura. A guidarmi in questo ruolo sono stati i valori del CTG, di cui sono sempre stata socia e dirigente attiva a livello locale e regionale, e la condivisione con mio marito di obiettivi comuni. In particolare, ricordo come pietra miliare, la realizzazione del primo libro “Polesine e Delta del Po – guida alla terra dei Grandi Fiumi” a cura di Beppe Marangoni, che ha rinunciato ai diritti d’autore per finanziare la cooperativa editrice del testo. Tale azione mi stimola a rafforzare il mio impegno ad andare avanti, fino ad arrivare a ricoprire il ruolo di Presidente.

    Tanti sono stati i momenti importanti nella mia carriera lavorativa. In particolare, ricordo: l’inaugurazione del Museo dei Grandi Fiumi a Rovigo, dove Turismo&Cultura con una convenzione con il Comune di Rovigo gestisce l’attività didattica non soltanto per il Museo, ma anche per tutto il Polesine, diventando centro di informazione e prenotazione per itinerari storico-artistico-ambientali, che coprono tutto il Polesine. Inoltre, si attiva una convenzione con la Provincia di Rovigo (Assessorato alla pubblica istruzione e Assessorato al Turismo) che garantisce a coloro che ne fanno richiesta (scuole e turisti) il servizio gratuito dell’animatore culturale ambientale CTG (ACA) – prima convenzione di tale tipo nella Regione Veneto.

    Un altro momento fondamentale è l’apertura del Palazzo Roverella con le grandi mostre. Finalmente Rovigo si pone nel panorama nazionale per l’arte e la proposta culturale che ne deriva.

    Il Comune allarga la convenzione dal Museo dei Grandi Fiumi a Palazzo Roverella. In questo percorso, il mio ruolo di imprenditrice si è realizzato anche grazie alla mia scelta di investire nella formazione di giovani operatori culturali del territorio (la maggior parte donne), diventati una ricchezza per la città. Infatti, la fiorente realtà di T&C mi diede la forza di fare in modo che l’incarico organizzativo/didattico non fosse dato a strutture esterne: i nostri operatori, affiancati da altri giovani della nostra provincia, opportunamente formati, poterono disporre di esperienze e opportunità uniche e ai massimi livelli. Ed è in questo periodo che sono nominata membro attivo nel Comitato per l’Imprenditoria Femminile della Camera di Commercio di Rovigo.

    – Com’era vista la figura della donna imprenditrice quando hai cominciato e come si è evoluta nel tempo? E quanto ha inciso la tua vita privata nel tuo lavoro?

    Devo riconoscere che, nonostante le donne non fossero integrate nel mondo del lavoro come oggi, nell’ambito in cui ho operato, non ho trovato particolari difficoltà nell’essere riconosciuta. Il mondo della cultura, secondo la mia esperienza, deve sempre più avvalersi di figure femminili che anche nella storia hanno determinato grandi svolte. Oggi, nel mio settore, sono moltissime le donne che ricoprono ruoli nel settore imprenditoriale.

    La mia vita privata è sempre stata pervasa dalla mia passione e dal mio impegno volontario – lavorativo. Secondo me, un imprenditore – imprenditrice non vede confini tra la vita di lavoro e quella familiare. Tanto più se condivide ideali e sogni comuni in famiglia. D’altra parte, è vero anche che la famiglia richiede sacrifici e scelte. Io ho deciso di lasciare la Scuola per accudire i miei figli fino all’età scolare. Poi, mi sono presa i miei spazi dedicandomi anche a realizzare un percorso lavorativo, che mi sono creata.

    – Di cosa ti stai occupando in questo momento?

    Oggi, sono ancora imprenditrice e ancora una volta integro professionalità e volontariato! Seguo la realizzazione dell’EcoMuseo Mulino Al Pizzon di Fratta Polesine, rilanciando un’idea complessa di gestione di museo-locanda-ristorante a misura d’uomo. Ospitalità, calore nell’accoglienza, divulgazione della conoscenza, esperienze sul campo: all’incrocio del canale Scortico con il Canalbianco si macina cultura… e si sta bene! Qui, sto anche coltivando una mia antica passione: la gastronomia. Mi diletto a sperimentare sempre nuove proposte: dalla tradizione all’innovazione, con un occhio sempre attento al mio territorio e alla cucina mediterranea.

    – Quali suggerimenti daresti a donne che vogliono seguire la strada dell’imprenditoria femminile?

    I suggerimenti potrebbero essere tanti, ma mi sento di consigliare questi: studiare con curiosità, ascoltare con attenzione, avere un sogno, volerlo realizzare con passione, caparbietà, continuità, flessibilità e coraggio.

    E, se ti è possibile, condividerlo con le persone che ami!

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