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  • La misericordia

    La misericordia

    Feisal guardava il mare che, con ondate incessanti, colpiva i fianchi della barca. Qualche anno prima aveva fatto il marinaio, su un peschereccio di un comandante che abitava a Sabratha, a caccia di pesci nelle acque del canale di Sicilia. Il mare lo conosceva bene: quei cavalloni spumeggianti, così frequenti, non erano un buon segno, preludevano a una sfuriata del tempo. Nuvole pesanti già si scorgevano a nord, onde continue coprivano la prora, la inondavano di schiuma, come un puledro che sbruffa. Feisal era al timone di un vecchio peschereccio, una barca tozza e robusta, mentre il comandante e l’altro uomo, Omar, scrutavano da poppa i due giganteschi gommoni che stavano trascinando. Erano colmi degli avanzi di uomini infiacchiti, di donne incinte e di bambini dagli occhi sgranati, visi e corpi con ferite aperte, guance gonfiate dalle percosse, teste fasciate a caso. Gli facevano schifo: non voleva guardarli e preferiva condurre la barca… che ci pensassero gli altri a controllarli.

    Facevano schifo, ma erano preziosi: pagavano bene. Aveva visto di persona i due scafisti che rispondevano alla telefonata della ONG: avevano chiamato col “satellitare” e li aspettavano al largo di Tripoli, a quindici miglia. Dovevano portare le duecento persone, incollate come sardine sui gommoni, presso il bordo della nave e aiutarli a fare il trasbordo. Gli sventurati pagavano caro, in contanti, con soldi racimolati dopo lavori estenuanti sotto il sole del deserto, vendendo le loro povere case, gli oggetti cui si erano affezionati e, agli aguzzini più avidi, anche le mogli. I quattrini riempivano le tasche ai guardiani che sovegliavano i campi, agli scafisti, come lui, e ai comandanti di imbarcazioni che navigavano, a bella posta, lungo le coste della Libia.

    Giungevano dal Sudan, dalla Nigeria, dall’Eritrea, dalla Tunisia e, arrivati a Tripoli, venivano infilati tutti, uomini, donne e bambini, in buie celle sotterranee o in campi ardenti di sole circondati da fili spinati. E lì rimanevano, aspettavano per giorni interminabili, con cibo e acqua appena sufficienti, senza latrine. Oppure morivano.

    Ogni tanto, uomini armati li trasportavano a gruppi su spiagge deserte e li caricavano su gommoni sgonfi, scadenti, fabbricati in Cina e propagandati come inaffondabili da Alibaba; costavano cinquecento euro e si potevano abbandonare dopo due o tre viaggi.

    Feisal cercava di tenere la barca dritta sulle onde che sempre più s’ingrossavano. Il comandante e Omar urlavano verso i disperati stipati nel gommone: “State fermi, maledetti, il mare è agitato!”, “Chi sa nuotare tra di voi? Annegherete tutti: muovetevi, muovetevi e cadrete in mare!”.

    Il cielo s’incupiva, pioveva, s’era levato un vento sferzante. Gli occupanti del gommone afferravano terrorizzati i bordi di gomma, come fosse un mastice che li incollava ai fianchi. Una bambina pianse disperata, un uomo tentò di scavalcare la paratia della barca e, respinto da Omar, precipitò tra i flutti. Si era diffuso il panico: alcuni, spinti l’uno dall’altro, piombarono in mare, una donna, abbracciata a un bambino, scivolò tra le onde.

    Feisal, sommerso dall’acqua, aveva perso l’orientamento, quando udì gracidare la radio di bordo: “Attenzione, attenzione, qui Guardiamarina Carretti! Abbiamo rilevato la vostra posizione, il nostro computer attesta che siete circa a cinquecento metri da noi. Stiamo venendo in vostro soccorso!”. Feisal riuscì a bloccare il timone. Destreggiandosi tra violenti colpi di mare, si sporse dalla ringhiera attorno al ponte di comando e, a piena voce, gridò a Omar: “C’è un Guardiamarina italiano, è vicino, sta venendo a salvarci!”.

    Omar, mentre cercava di impedire agli occupanti del gommone di saltare sulla barca, si rivolse al comandante: “C’è un Guardiamarina, hanno detto che vengono a salvarci, scopriranno tutti questi pezzi di merda!”. Il comandante stava chiedendosi se ce l’avrebbero fatta in quel casino di mare, ma alle parole di Omar rispose subito con affanno: “Staccali, staccali adesso! Stacca i gommoni, lasciali in mare, se arrivano i guardiamarina ci arrestano di sicuro, finiremo in prigione!”.

    A Feisal non gliene fregava niente di quei luridi pitocchi, erano bestie. Bestie! Così di solito li chiamava Saleh, che, come lui, aveva fatto il pescatore: erano bestie, le donne puttane e i bambini servivano solo a impietosirti. Puzzavano come pesce marcio, rinchiusi in vecchie celle o nell’arida spianata sotto il sole. Puzzavano, facevano casino, si ribellavano. Per mantenere la calma, dovevi colpirli con bastoni o con il calcio dei fucili: tutti, uomini, donne, bambini. Anche lui l’aveva fatto, imitando Saleh che li percuoteva rabbioso. Feisal era convinto che il suo amico avesse ragione: se volevi andartene da quel posto schifoso, dalla Libia, la compassione era proibita. “Gli scafisti sono pagati molto, molto bene e noi ce ne andremo, ma non come dei poveracci: ce ne andremo pieni di soldi! E i soldi aprono tutte le porte!”, così gli aveva detto Saleh.

    Ora, con l’acqua che correva sul ponte, aveva udito le parole del comandante: “Staccali, staccali adesso, stacca i gommoni! Se li trovano, ci arrestano di sicuro!”. D’accordo, che gliene fregava a lui di quei miserabili. Intanto uno dei gommoni si era quasi sgonfiato, le onde entravano, la gente scorreva sui bordi e precipitava in mare, l’acqua gli riempiva la bocca prima che gridassero il loro terrore.

    Feisal si ricordò di suo padre, a volte muratore a volte marinaio, che, con grandi sacrifici, l’aveva fatto studiare: per anni aveva frequentato una madrassa. Non era ignorante come gli altri due scafisti! Alla scuola gli avevano insegnato che Allah era misericordioso: era il Provvidente, il Compassionevole che ai musulmani, a coloro che adempivano la sua legge, inviava il dono della sua clemenza, della compassione, mentre, per coloro che non credono, per gli atei, gli ebrei e i cristiani, terribile sarebbe stato il giorno del Giudizio, tutti sarebbero diventati ospiti della Gheenna.

    “Affogano… Affoghino pure, non me ne importa nulla!” ripensò Feisal. Eppure quei disperati, coi polmoni che si riempivano d’acqua, erano quasi tutti musulmani. Forse, lui e gli scafisti, si erano dimenticati di essere musulmani, che la misericordia di Allah era un atto di bontà e di benevolenza rivolto agli uomini credenti.

    La violenza del mare e degli uomini lo confondeva, di molte cose aveva perso il ricordo. Come il ricordo di un peschereccio di Mazara del Vallo, che avevano incrociato durante una burrasca: era in avaria, il motore non funzionava, stava affondando. Tre marinai italiani indossarono i giubbotti salvagente e si gettarono in mare, il quarto era un ragazzino di dodici anni che si lanciò tra le onde senza salvagente. Il comandante libico capì che sarebbe annegato e urlò a Feisal di soccorrerlo. Feisal afferrò un mezzomarinaio e, con non poca fatica, riuscì tirarlo a bordo. Il ragazzino era spaventato, ma, tra vento e bufera, sorrise al suo salvatore. Feisal gli diede due manate sulle spalle e lo abbracciò felice. Erano tutti cristiani, erano miscredenti quei marinai di Mazara: a Feisal venne in mente che forse i cristiani, testimoniando la misericordia, seminano misericordia e che il dolore si può alleviare soltanto prendendosi cura di quello altrui. In balìa di onde, che ti sovrastano di due o tre metri, non ti senti musulmano e neppure cristiano: ti comporti da uomo, devi solo salvare chi annega.

    Tra ondate violente, Feisal si sporse sulla ringhiera della plancia e iniziò a gridare verso Omar, che già aveva cominciato a slegare i gommoni: “Non staccarli, Omar! Non possiamo farlo, dobbiamo salvare tutti quelli che possiamo! Non staccarli!”. Omar lo scrutò, incazzato, e gli fece vedere dieci persone che aveva aiutato a salire sulla barca, distesi sul ponte: “Quelli bastano per i guardiamarina! Gli facciamo vedere che qualcuno abbiamo salvato, così non ci denunciano: gli altri possono andarsene in fondo al mare! Ma tu, con chi stai, testa di cazzo?”. Il comandante alzò la voce: “Vieni giù anche tu, dacci una mano! Fra poco sarà qui il Guardiamarina, vuoi farci arrestare? Vieni giù, stronzo! Dobbiamo staccarli, dobbiamo staccarli…”.

    “Staccarli… no, dobbiamo salvarli, dobbiamo salvarli tutti!” esclamò Feisal, con quanto fiato aveva in gola. Con un balzo, scese lungo gli scalini bagnati del ponte di comando, si presentò di fronte a Omar e, scosso dai movimenti della barca, gli ordinò: “Riattacca i gommoni, subito!”. “Ammazzalo, Omar! Ammazzalo, questo ci farà arrestare!” urlò inferocito il comandante.

    Omar era abituato all’inferno che ribolliva nei quartieri bassi di Tripoli ed era sempre armato di un lungo coltello a serramanico, lo estrasse all’improvviso e, con un fendente, mirò al viso di Feisal, il quale, per ripararsi, sollevò il braccio destro. La lama penetrò nel braccio, a fondo, il sangue schizzò abbondante sui visi dei due avversari.

    Feisal non pensò al coltello che era rimasto infilato tra i suoi muscoli e, per istinto, con rabbia, afferrò il collo di Omar. Lottarono in mezzo all’acqua che inondava il ponte. Feisal era infuriato, riuscì a spingere l’altro sul bordo della barca; nonostante la ferita riuscì a sollevarlo e a gettarlo in mare: Omar cadde in silenzio tra i flutti. Solo allora Feisal estrasse il coltello, non gridò, ma il dolore era fitto. Non si era, però, dimenticato del comandante: lo vide, di sottecchi, con il gancio del mezzomarinaio sollevato sopra la sua testa, pronto a colpirlo. Si spinse a terra, evitò il colpo, afferrò la sua camicia e nel cuore gli infilò il coltello che ancora aveva in mano. Il comandante, a bocca spalancata, incredulo, lasciò il mezzomarinaio, circondò Feisal con entrambe le mani e, trattenendolo, precipitò in mare.

    Il comandante fu sommerso dalle onde, mentre Feisal riuscì ad aggrapparsi ad una corda che pendeva dal bordo, ma la corda era sottile, bagnata, doveva usare una mano perché l’altro braccio era ferito: non ce l’avrebbe fatta. Per un attimo, ricordò il comandante del peschereccio libico che gli aveva detto di salvare il ragazzino cristiano. Pensò che aveva appena ucciso due musulmani per compassione verso quattro disgraziati. Che compassione era la sua? Era un buon musulmano? Che gli stava accadendo?

    Dal bordo della barca, si affacciò il viso nero di un ragazzo, poteva avere dodici anni. A Feisal, che stava lasciando la corda, sembrò di sognare: era un angelo. L’angelo si chinò fuori dal bordo, si abbarbicò alla sua maglietta e, strapazzato dalle onde, superando le sue stesse forze, lo trascinò sul ponte.

    Il ragazzino gli sfilò la maglia, in qualche modo la fece a pezzi e glieli strinse sopra la ferita. Feisal riuscì a dirgli: “Dobbiamo salvare anche gli altri, quelli sul gommone”. Il ragazzo, che si era allontanato dal gruppo di persone salvate da Omar, assentì abbassando la testa.

    I flutti cadevano rumorosi sul ponte, eppure riuscirono a lanciare cavi di canapa e qualche scala di corda a chi occupava il gommone. Qualcuno cominciò a risalire incerto sulla barca, mentre altri, bambini, anziani e alcune donne, furono spazzati via dai flutti in burrasca. Feisal perdeva sangue, ma non si fermò finché tutti, quasi tutti, furono all’interno della barca. Perse le forze e cadde sul ponte con gli occhi ancora aperti.

    Sentì un movimento vicino a lui, sentì delle voci che forse lo chiamavano. Scosse la testa, guardò meglio. Vide il viso di un guardiamarina italiano che lo esortava a rimanere sveglio: “Forza, coraggio! Siete stati bravi, ce l’avete fatta, avete salvato quasi tutti! Il ragazzino mi ha detto che è stato merito tuo: li hai salvati e hai fatto fuori da solo i due scafisti. Bravo, amico, bravissimo!”.

    Il mare era calmo, ondeggiava tranquillo. La ferita gli bruciava appena. Forse erano diretti a Lampedusa, ma non lo sapeva con sicurezza, in qualche modo sperava che l’avrebbero accolto. Aveva cominciato come scafista e finiva tra quelli che cercavano patria. Chissà, forse era meglio così: per la prima volta, aveva sentito il significato della sua esistenza.

    Hamed, l’angelo che lo aveva salvato, era con la testa all’aria, guardava il mare, sfiorato dal vento. Si volse verso di lui, lo guardò dubbioso, parlò in inglese, che Feisal riusciva a capire: “Sai, ti devo dire una cosa. Io sono nigeriano: in Nigeria metà della popolazione è musulmana e l’altra metà è cristiana, però i musulmani fanno strage di cristiani. Non so se dirtelo, ma a io vengo dal sud: sono cristiano. Ti dispiace se ti ha salvato un cristiano?”.

    Feisal gli stampò in faccia il sorriso più bello. Lui aveva salvato un ragazzino cristiano e un ragazzino cristiano aveva salvato lui, musulmano. Allah era grande… Dio era grande… ma era musulmano o era cristiano? Pensava al dolore di quelli che soffrono: era quella la Misericordia?

  • Sere d’estate

    Sere d’estate

    Il giorno, caldo e afoso – un giorno come tanti di una qualsiasi estate polesana – cede il passo lentamente, quasi controvoglia, alla sera imminente.

    Gli ultimi bagliori del crepuscolo illuminano il cielo di sprazzi rosso-violacei: un “braccio di ferro” con le ombre della sera che, dominatrici e baldanzose, avanzano prepotentemente, sicure della vittoria.

    Una leggera brezza, a tratti, mitiga l’aria e rende sopportabile, se non piacevole, lo stare seduti sull’uscio in attesa della cena. Silenzio, tranquillità: la piazza è vuota, sparite le luci dei negozi e delle botteghe. La voce gracchiante di qualche radio e della TV esce dalle finestre spalancate a catturare, a fatica, una bava di vento che zanzariere abbassate ostacolano. Silenzio, quasi assordante: anche le rane, un tempo colonna sonora della campagna, hanno smesso il loro monotono gracidio.

    Una bicicletta. È un amico che passa – “Ehilà! A ne gh’è ponsar ca straca! Vero!!?” – è la battuta, cui segue una pronta risposta altrettanto arguta, forse nemmeno sentita nella foga del pedalare.

    “Altri tempi, altri mondi, altra vita” – penso.

    Ed eccomi, io ragazzo adolescente, seduto sull’uscio, al crepuscolo, di una serata di luglio di un’estate polesana che sembra ormai lontana un secolo. Via vai di biciclette: erano donne che a gruppi più o meno numerosi – a seconda della grandezza del fondo cui erano a “opara” – all’imbrunire tornavano dal lavoro e che non perdevano l’occasione di un saluto, di una battuta, di una chiacchiera veloce; non c’era molto tempo perché bisognava correre a casa per fare il resto: la famiglia aspettava. Ma erano anche braccianti con l’eterno mozzicone di sigaretta in bocca, la faccia stravolta dalla fatica e l’immancabile sporta con il bere appesa al manubrio: “vin piccolo”, a calmare l’arsura sotto il sole ardente del pomeriggio.

    Si era mietuto o tagliato il fieno. Piano piano, lento lento, dondolando, ecco apparire alla svolta della chiesa un placido tiro di buoi: “Ohh ! Vai Mora!! Vai Italia” – nomi comuni tra i buoi da lavoro. Avanzavano dolcemente, aggiogati, trascinando il carro sul quale stava seduto, come in trono, uno dei tanti mezzadri o affittuari che lavoravano le terre della Canaletta, della Fabbrica, della Sbarretta o di San Giuliano. Li incitava, stanco e desideroso di giungere al più presto a casa, alla stalla, al meritato pasto serale. L’odore buono del fieno e delle erbe odorose si mescolava a quello del caprifoglio proveniente da chissà dove.

    Dalla mia postazione osservavo lo spettacolo serotino: agli occhi di un bambino tutto appariva magico, misterioso, insondabile e permanente. Era quello uno dei momenti che amavo di più: c’era pace, tranquillità, attesa. Le certezze e le speranze nel futuro erano salde e granitiche, l’ombra del dubbio non ci sfiorava: eravamo sicuri che avremmo raggiunto i nostri obiettivi e potevamo goderci il presente in santa pace, attimo dopo attimo.

    La strada – allora Via Roma in omaggio ad un decreto del Ventennio che voleva in ogni contrada una via così denominata – si snodava dal Municipio fino a Canda. Priva d’asfalto, era un nastro sterrato e polveroso. Per evitare che la polvere sottile s’insinuasse in ogni fessura e penetrasse in ogni dove depositandosi su pavimenti e mobili, il buon Rino Veronese, lo stradino comunale, combatteva ogni giorno la sua inutile battaglia passando e ripassando con l’innaffiatrice. Dopo poco, la terra riarsa, bruciata dalla canicola pomeridiana, era di nuovo asciutta; né andava meglio se l’operazione veniva compiuta nel tardo pomeriggio.

    L’asfalto era un miraggio, buono per le città, ma nessuno ne sentiva la mancanza. Dalla terra bagnata si alzava un leggero calorino misto ad umidità e la fata Morgana era di stanza perenne tra noi.

    Al suono dell’Ave, ad una ad una, si accendevano le luci nelle case, e dalle finestre aperte uscivano i profumi più vari frammisti a risate di bimbi, a voci di mamme che chiamavano o rimproveravano alternate a quelle più gravi dei padri, più autoritarie e decise.

    Le luci delle case seguivano, quasi a comando quelle dei lampioni della via che, con tutta la loro buona volontà, non riuscivano a fugare l’oscurità che per qualche metro. Appesi ad un filo, a cavallo della strada, dondolandosi tra due pali che li sostenevano, le piccole luminarie di vetro bianche, spesso bersaglio di fionde galeotte, oscillavano ad ogni soffio di vento e si sforzavano inutilmente di fare il loro onesto mestiere sparando una debole luce giallognola presso cui svolazzavano nugoli di falene e zanzare che frotte di pipistrelli, in un continuo volo radente, come a banchetto nuziale, spazzavano via allegramente in una luculliana gozzoviglia.

    Ma era dopo cena che l’estate si compiva nei suoi riti più veri: ogni età aveva il suo!

    Il bar centrale, il più grande e frequentato, l’unico con il televisore, rigurgitava allora di nuvole di fumo. Non era da meno quello di Stellin e anche l’osteria della Teresa, tutti nel breve giro di pochi metri. L’aroma dei toscani si mescolava al greve delle Alfa e delle Nazionali che Azzolini, il droghiere-tabaccaio, ti vendeva dentro a piccoli sacchettini di carta trasparente, anche sfuse. Il caffè era ancora un lusso, ma il vino scorreva a fiumi tra una partita di briscola, un tressette col trionfo, una scopa. Non mancava chi, per sbaglio o per volontà, alzava un po’ il gomito. “In vino veritas”, recita un antico adagio e l’ubriaco di turno, sotto la protezione di Bacco, poteva liberamente esternare tutte le sue verità spaziando a trecentosessanta gradi, dalla politica alla religione, dal personale al privato, proprio o del vicino con cui magari si aveva avuto una lite o un diverbio. Ogni assioma era seguito da una sequela di risa ed incitamenti da approfondire e chiarire.

    Si venivano così a sapere vicende familiari, affari privati, retroscena, anche piccanti: nascevano da lì le notizie di piazza che, proprio perché dette in piazza, assurgevano a verità incontrovertibili!!. Si sa: una chiacchiera tira l’altra, e le confidenze e i segreti passavano sottovoce dall’uno all’altro diffondendosi come un tam tam.

    Non mancavano le liti e le discussioni politiche: opinioni divergenti ed opposte si scontravano con tutta l’animosità derivante da profondi convincimenti a difesa della propria identità o appartenenza: storia politica che si confondeva con la storia familiare di cui si raccontavano aneddoti e situazioni a sostegno della bontà della propria tesi.

    Paese rosso da sempre, terra di Badaloni, Dante Gallani, Matteotti: molti i comunisti, e i socialisti; altrettanto numerosi però i democristiani e i liberali. I Monarchici? Pochi! Non si dichiaravano e si esponevano solo in qualche rara occasione ostentando, dal poggiolo del palazzo, la bandiera savoiarda il 2 di giugno.

    Se si era in campagna elettorale il clima diventava rovente e il comizio della domenica precedente (offuscata e disturbata l’Internazionale Socialista dal suono delle campane per la messa o le funzioni) era il tema dominante della discussione alla Don Camillo e Peppone!!

    Bella palestra di formazione politica: era lì e nelle sezioni che apprendevamo i rudimenti e fortificavamo le nostre identità. All’osteria le classi si mescolavano: non c’era un bar dei Signori e il bar dei poveri come in altri paesi.

    All’animazione serale concorrevamo anche noi, bambini, ragazzi e ragazze. Trangugiata in fretta la cena, ecco farsi il capannello: la televisione era agli inizi e nessuno l’aveva. C’eravamo sempre tutti, maschi e femmine, piccoli e grandi, i primi agli ordini dei secondi, maestri e guide che nessuno metteva mai in discussione.

    Ci ritrovavamo tutti quanti davanti all’Ufficio Postale, allora sistemato nel palazzo municipale. Fatta una conta veloce, iniziava il gioco che poteva durare anche tutta la sera. Erano giochi semplici in cui si sfogava tutta la vitalità dell’infanzia e della gioventù. Spesso erano delle monellerie, qualcuna anche pesante, al limite del lecito, ma più spesso roba di poco conto: ragazzate che lasciavano il tempo che trovavano e che si esaurivano in una risata o nella sgridata di un minuto, senza conseguenze.

    Era il nascondino nel grande vigneto di villa Morellini, erano i quattro cantoni sulla pesa pubblica, erano le belle statuine, i morti, mussa, gnào, stazioni, il musichiere; erano anche racconti di storie paurose, di morti viventi, di sepolti vivi, raccontate dai grandi ai piccoli, di morti che si aggiravano per le chiesa, memori le lapidi scolpite sul pavimento della navata centrale, raccontate, a bella posta, seduti in circolo sul sagrato, da esperti af-fabulatori.

    Loretta, la figlia della levatrice, ne era la massima esponente. Comandava a bacchetta i fratellini e anche tutti noi che pendevamo dalle sue labbra, lei più grande di 5/ 6 anni: voleva diventare maestra e si allenava a ricoprire quel ruolo con autorità.

    Una volta, era quasi sera, lo ricordo con nostalgia, decise di giocare a “stazioni”. Lei, naturalmente era la capostazione. Armata di bicicletta, ci caricava sul sellino e, dopo averci chiesto per dove volevamo partire, ci portava a destinazione: Bologna era il monumento, Firenze, “el pradin”, Roma da Francescetti, Napoli, “El penelo”. Per Milano si andava al cimitero.

    Quella volta , io e Vincenzo, avevamo optato per Napoli e lei, ben felice di poter scorazzare per le strade libere e tranquille, ci portò alla meta con la raccomandazione di restare lì che sarebbe poi venuta a riprenderci una volta fatto il giro d’Italia con gli altri. Se non che, tornata in piazza, trovò altro da fare, dimenticandosi di noi, poveri turisti abbandonati in quel di Napoli.

    E così il tempo passò: mai il nostro treno era stato così in ritardo, e l’imbrunire avanzava. Qualche timore cominciava a far capolino nelle nostre anime, subito sopito da una nuova situazione. Nugoli di lucciole ammiccavano fra l’erba del fosso e l’impresa di catturarne qualcuna da tenere racchiusa nella mano in attesa di vederla accendersi, ci faceva dimenticare l’abbandono. Richiesta dalla madre dove fosse il fratellino, all’improvviso si ricordò di noi e arrivò trafelata a rilevarci. Naturalmente nessuno seppe nulla dell’accaduto, ma nemmeno noi eravamo coscienti che fosse successo qualcosa di particolarmente grave: a Napoli, tutto sommato, ci eravamo molto divertiti.

    “Anche quella Napoli” – penso – “ è sparita!”, come sono spariti il vigneto di Morellini, teatro di epiche scorribande e mitiche avventure notturne, il viale del cimitero, “el semaforo”, un semplice palo di ferro al centro del crocicchio che indicava le quattro direzioni, le botteghe artigiane, i bar della piazza, le voci dei bimbi, le vecchiette e le famiglie che, come personaggi leopardiani, si sedevano davanti alla porta di casa a “ciacolare” o a sferruzzare.

    E allora una profonda, ma dolce ed affettuosa malinconia per ciò che è stato e non è più mi prende nell’animo, ma la ragione vince sui turbamenti del cuore e mi riconsegna al presente e ai quotidiani riti serali della cena e della tv!

  • L’oratorio di San Felice

    L’oratorio di San Felice

    Oltre il ponte di Badia Polesine, nel padovano, a Masi, e più precisamente nella frazione Colombare, è tuttora presente lo storico complesso di San Felice; una grande azienda agricola con annesse pertinenze e oratorio, punto di riferimento primario nel paesaggio fra due corsi d’acqua: l’Adige e il Fratta.

    Si tratta di una grande corte agricola, realizzata nel XVI secolo in seguito all’acquisto di terreni utili per l’agricoltura di pertinenza della Repubblica di Venezia. Nel 1570, infatti, una “cordata” di nobili veneziani con a capo la potente famiglia Grimani, acquista dalla Serenissima Repubblica i campi posti “in territorio Villa Mansorum districti Castribaldi”.

    Nel panorama del 1570 però la chiesetta di San Felice – che doveva dare il suo nome anche alla grande corte – ancora non c’era. I Grimani la faranno costruire al termine del secolo successivo (nel 1694 secondo lo storico ottocentesco padovano Andrea Gloria) per sopperire alle necessità spirituali di tutte quelle persone a cui la loro campagna aveva iniziato a dare lavoro.

    Sempre Andrea Gloria afferma infatti che, grazie alla presenza dei Grimani, Masi conosce un forte incremento demografico durante tutto il XVII secolo.¹ La forte concentrazione di famiglie, che era andata costituendosi, diede vita ad un vero e proprio paese, lontano circa tre chilometri dal centro abitato di Masi e dalla sua parrocchia.

    La chiesa dedicata a San Felice

    Per le famiglie stabilitesi nel nuovo insediamento rurale non era agevole raggiungere la chiesa di San Bartolomeo di Masi per assistere alle funzioni. Fu così che, alla fine del XVII secolo, Pietro Grimani fece costruire una piccola chiesa ad uso del popolo, intitolata al Beato Felice da Cantalice cappuccino e alla Vergine Maria.

    Nel 1702 chiese poi che la chiesetta fosse istituita parrocchiale proprio adducendo l’argomento della lontananza e delle pessime condizioni delle strade, ma non ottenne il permesso. Il nobile Grimani però non desistette dal suo obiettivo, raggiunto in buona parte successivamente, cosicché nel 1708 un suo incaricato gli comunica di essere riuscito ad ottenere una parziale concessione dal vicario foraneo: “che per quest’anno non s’opponga alla celebrazione della Santa Pasqua nel privato oratorio di Vostra Eccellenza, quando vi sia l’accennato pericolo, che la distanza dalla parrocchiale e le male strade presenti possino impedire gl’abitanti di quel vicinato dall’adempimento del precetto d’ascoltarla”² …”.

    Nello stesso scritto viene però precisato che è negato un uso più esteso dell’oratorio: veniva infatti esclusa la possibilità di esecuzione delle funzioni più importanti, che dovevano essere svolte nella chiesa principale del paese. Tuttavia, proprio riconoscendo l’importante funzione sociale che l’oratorio svolgeva, viene lasciata al Grimani la possibilità di gestire, in accordo col parroco di San Bartolomeo lo svolgimento delle funzioni secondarie della liturgia cristiana e, con decreto del Senato della repubblica del 1720, anche la libertà di istituire delle rendite per il mantenimento in perpetuo della chiesetta e del sacerdote (o sacerdoti) che vi officeranno le funzioni religiose.

    In un punto del testamento di Pietro Grimani è inoltre esplicitata l’attività religiosa svolta: “…ho fatto celebrare ogni giorno la s. messa e due nelli giorni festivij per commodo maggiore di quel popolo; pubblicar con l’assenso del parroco le feste e vigilie che cadono fra la settimana, insegnar doppo pranzo la dottrina cristiana, recitar una parte di rosario con le litanie et il venerdi la corona del signore in quell’ora che il cappellano ha creduta più comoda per il maggior concorso del popolo e desiderando che quest’opera abbi a continuare in perpetuo ho supplicato et ho ottenuto dal Ecc.mo Senato con decreto 10 agosto 1720 la permissione di poter assegnar ducati centodieci d’entrata de fondi da me acquistati soggetti alla fattoria di detto luoco della quale assegnazione ne ho fatto pur il giorno 16 maggio 1721 in atti del signor Tomaso Parisato notaro di Castelbaldo pubblico instromento e ne farò il traslato alli X Savii dal mio nome a quello di mansionaria di san Felice in villa de Masi”³.

    Le rendite a sostegno della chiesa

    Nel 1720 viene dunque istituita la “mansioneria” di San Felice, strumento giuridico contabile che assicura le entrate necessarie per il mantenimento in buono stato della chiesa, il pagamento delle funzioni, il sostentamento del parroco, nonché il pagamento delle tasse alla Serenissima.

    Ma quali furono le zone scelte per svolgere questo compito di assicurare le fondamentali rendite? Dai documenti dell’epoca apprendiamo che si tratta di aree situate in un raggio abbastanza ampio comprese fra Masi, Badia Polesine fino a Salvaterra, dove ruotavano gli interessi dello stesso Pietro Grimani:

    1) Campi quattro posti nel luogo de Masi in contrà della Pezza

    2) Porzione di casa e terreno posto in detto luoco in contrà del Borgo della Chiesa,

    3) Campi due e mezzo in detto luoco in contrà del Polesine

    4) Una casa nel detto luogo de Masi nel Borgo di mezzo del Pilastro

    5) Casa e terreno posto in Salvaterra in contrà delle Giare

    6) Campi dieci e mezzo in contrada dette Le Abriane posti nel territorio della Badia in contrà della Schiasara dà quali si ricavano in contanti L195 più formento…⁴

    Il sostegno alle necessità della chiesa di San Felice si configurava dunque come un’iniziativa importante sotto il profilo della fede, a favore della collettività rurale insediatasi in loco. Qualche vantaggio (sempre di tipo spirituale) se lo assicura però anche il Grimani: un beneficio non immediato ma post mortem. La mansioneria, infatti prevedeva l’obbligo di una messa giornaliera in perpetuo per l’anima del defunto proprietario e a protezione della sua famiglia. Obbligo che doveva espletare il sacerdote incaricato.

    Il sacerdote, sempre secondo le volontà di Pietro Grimani, sarebbe stato designato non dall’autorità ecclesiastica, ma dagli stessi Grimani, i quali potevano nominarne anche più di uno se lo avessero ritenuto necessario, come pure potevano decidere della sua sostituzione in vita e designarne il successore dopo la morte, così in perpetuo. Il sacerdote era pure il responsabile della riscossione delle rendite assegnate all’oratorio alle scadenze stabilite dai contratti.

    Così esprime chiaramente Pietro Grimani nel suo testamento: “Per la quale assegnazione resterà il sacerdote in perpetuo obbligato di supplire alle cose sudette e di pagare le pubbliche gravezze […] e di far vedere di anno in anno a miei eredi le partite de pagamenti e di conservar in acconcio le case[…].⁵”

    La decadenza dell’istituzione

    La mansioneria resterà attiva per almeno un secolo, fino ai primi decenni dell’ottocento. Poi, alcuni appunti sparsi inseriti alla fine della busta che ho consultato, suggeriscono un decadimento delle attività dell’oratorio dovuto a diverse cause, che andrebbero approfondite con ulteriori indagini, almeno due delle quali sembrano darci alcuni suggerimenti: innanzitutto si parla di una defalcazione dei beni di Masi a causa di assegnazione di dote avvenuta nel 1813 e poi la vendita dei (residui?) beni di Masi alla famiglia Splendori con atto del 21 gennaio 1818.

    Così facendo l’oratorio perdeva le basi del proprio sostentamento, non avendo i nuovi proprietari lo stesso interesse al mantenimento in vita delle antiche tradizioni volute dal fondatore.

    Con l’allontanamento degli interessi dei Grimani da Masi, quindi, San Felice perde la sua importanza, ma non la sua storia, ed ancora oggi sta lì ad affascinare chi vi si accosta: un singolare complesso rurale, per il quale sarebbe opportuno individuare qualche forma di valorizzazione e recupero, specie delle parti più soggette a degrado.

  • 1849 Assalto a Palazzo Vacca

    1849 Assalto a Palazzo Vacca

    Fra le imprese dei briganti polesani di metà Ottocento ve n'é una particolarmente ardita, seppure poco nota, organizzata dagli stessi capibanda che due mesi prima, con gli stessi metodi, avevano realizzato il celebre assalto alla casa dell’orefice-possidente Migliorini di Fiesso (Ventaglio 57 pag.64). Si tratta della “presa” di palazzo Vacca, situato a Bagnolo di Po, nella borgata Capo di Sopra (sulla strada in direzione di Trecenta), avvenuta nella notte fra il 5 e il 6 agosto 1849, anno in cui le bande “della trave” seminavano il terrore fra gli “agrari” del Medio e Alto Polesine, la zona più turbolenta della provincia di Rovigo.

    La repressione di questo fenomeno fu attuata dagli austriaci con l’applicazione di norme d’emergenza (il Giudizio Statario, cioè veloce) e con l’istituzione di un tribunale speciale itinerante (la Commissione Militare di Este), che sono già stati oggetto di trattazione nei numeri 57 e 58 di questa rivista. Qui ci si limiterà alla descrizione del fatto e a qualche riflessione di contorno.

    Gli aggrediti, gli aggressori, gli arresti e le condanne

    Iniziamo con lo scoprire chi erano gli aggrediti: si tratta dei fratelli Francesco ed Antonio Vacca, nati a Bagnolo rispettivamente nel 1818 e nel 1825, figli di Petronio e Rosa Lombardi¹. (Sulle origini della famiglia vedi scheda a pag.80). I due erano proprietari di un vasto compendio di terreni agricoli (oltre 100 ettari) e risiedevano in località Capo di Sopra in un palazzone a due piani con sovrastante granaio, senza rifiniture di pregio, tutt’ora noto come Palazzo Vacca, sebbene da molti decenni sia stato frazionato e ceduto a diversi inquilini.

    Quando esercitavo la professione medica in questo comune, ho avuto più volte occasione di entrare nell’ormai ex palazzo Vacca per eseguire visite domiciliari. Ricordo che ad ogni visita un assistito, tale Ferlin Foscari ivi residente, mi raccontava in modo concitato alcuni particolari dell’assalto da parte dei briganti. Notizie evidentemente apprese dai suoi genitori relative al fatto criminoso che nella borgata Capo di Sopra aveva suscitato notevole impressione, tanto da essere tramandato da una generazione all’altra. “Vedelo dottore, questa l’é la stanza dove el conte Vacca s’è salvà, scondendose sora l’armaron”. E ancora: “Qua de sora al granaro ghe g’era la campanela par sonare a martelo, ma i briganti co na sciopetà i g’à troncà la corda e cussì el conte no g’à podù dare l’alarme”; “I g’à sfondà la porta co na trave e po i je entrà in casa, i g’era in tanti” e via di questo passo. Erano storie simili a quelle che avevo sentito raccontare dai miei genitori quando abitavo a Stienta, perciò le ascoltavo con attenzione, nonostante i famigliari del Ferlin dimostrassero incredulità.

    Non immaginavo che a distanza di anni avrei avuto la conferma di quei fatti, grazie al reperimento della notificazione di condanna dei responsabili dell’assalto, emessa dalla Commissione Militare di Este, nella quale viene riportata anche la sintesi del crimine, che si trascrive integralmente:

    “Verso le ore 11 pomeridiane del 5 agosto 1849, mentre Francesco Vacca possidente di Bagnolo, Distretto di Badia, provincia del Polesine, stava per ritirarsi a letto, intese latrare il suo cane; affacciatosi ad una finestra della stanza vide irrompere nel suo giardino posto dirimpetto la casa, una quantità di gente la massima parte armata. Si ritirò dal balcone, ma in buon punto, perché subito fu esplosa contro di lui un’archibugiata e sentì intimarsi con minacce e bestemmie di aprire la porta e di loro consegnare 400 scudi [circa 50 mila Euro]. Rispondeva di non averne e insistendo coloro che erano al di fuori che li ricercasse, soggiunse alquanto alterato e gridando che non avrebbe ceduto corse ad una vicina stanza, si diede a suonare una campana sovrapposta alla casa, ma fatalmente nel tirare la fune si ruppe [in quanto, secondo il Ferlin, lesionata dalle schioppettate dei briganti].

    Pietro Pasqualini, cursore comunale di Bagnolo, appena intese le archibugiate si appressò alla finestra, ma dovette ritirarsi per qualche archibugiata che anche contro di lui fu esplosa. Non si perdette però di coraggio, ma preso il suo palosso [calesse?] corse alla casa Vacca e, giunto nel giardino, fu assalito da 10 o 12 malfattori i quali lo percossero qua e là pel corpo a furia di calci e colle canne dei loro archibugi cagionandogli varie contusioni. Corse in casa Vacca e gridò a Francesco Vacca che avesse coraggio e non aprisse, ma circondato da sei o sette malandrini, dovette ritirarsi nel cortile, dove anche là ne trovò degli altri che fecero contro di lui delle archibugiate, però senza colpirlo, sicché dovette fuggire e si diresse verso Bagnolo con intenzione di far ivi sonare a storno, ma si sentì venir meno per le ricevute percosse e ferite sicché dovette sdrajarsi sull’erba.

    Pensò allora Francesco Vacca di gettare a qué malfattori del denaro mentre suo fratello Antonio li pregava di desistere dalla loro impresa per non spaventare sua moglie e quella del fratello [entrambe incinte] e gettò anche egli abbasso dell’altro denaro, ma dovette ritirarsi perché contro Antonio venne esplosa una archibugiata. I malandrini non contenti del denaro loro gettato, ripetevano di voler l’oro, di voler entrare in casa e tagliarli a fette. Per acquetarli vennero loro gettate abbasso le posate d’argento, ma inutilmente perché a forza di colpi resero aperta la porta ed entrarono in casa. Nella stanza ad uso di tinello ruppero i serramenti delle mobilie, forzarono il rastrello della scala, facendo uso di una pianta [trave] a modo di ariete. Alla sommità della scala ruppero con una mannaia la porta e la ridussero a schegge. Intanto Francesco Vacca tentò di salire nel granajo ma trovatane chiusa la porta, sentendo che gli aggressori si avvicinavano nel timore che effettuassero le già espresse minacce si nascose sopra un alto armadio nella camera attigua alla sua da letto, ove rimase inosservato.

    La moglie di Francesco Vacca [Roveroni Maria, figlia di possidenti locali] quando vide entrare in casa gli assassini si presentò loro con un lume acceso in mano e circondata da essi le approntarono al petto delle pistole e degli stili e chiesero dove fosse il padrone, al che rispose che era partito per Rovigo, indi non essendo pronta a passare loro le chiavi dell’armadio esistente nella sua stanza, ne ruppero il coperchio a colpi di mannaia e da di là le tolsero del denaro; passati indi ad un altro armadio da questo levarono degli effetti preziosi che poi le restituirono a sua ricerca.

    Alla moglie di Antonio Vacca [Lucia Pelà di Castelguglielmo] che era rimasta a letto, si presentarono cinque o sei malfattori tra i quali uno armato con fucile a bajonetta in canna e le tolsero vari effetti d’oro e della biancheria.

    Stettero per più di un’ora in casa Vacca gli assassini che erano in numero di 36, quasi tutti armati e dopo aver girato per ogni stanza violentando le varie mobilie e facendo a pezzi quelle ove speravano trovar denaro, si allontanarono dopo di aver cagionato un danno complessivo di austriache Lire 1187,07.

    Tradotti nei giorni 21 e 22 marzo ultimo decorso [1851] dinanzi all’Imperial Regio Giudizio Statario Militare riunitosi a Badia provincia del Polesine e chiamati a discolpa:

    Benedetto Carnevale, campagnolo, di anni 27, domiciliato a Stienta, confesso di un’altra rapina e imputato di altre 3;

    Antonio Nicoletti, campagnolo, cattolico, di anni 22, domiciliato a Stienta imputato di un’altra rapina.

    Tradotti nel giorno 26 marzo [1851] dinanzi all’I. R. Giudizio Statario Militare riunitosi a Massa Superiore e chiamati a discolpa:

    Angelo Tamascelli, campagnolo di anni 23, domiciliato a Stienta, celibe di cattiva fama, confesso di altre 3 rapine e incolpato di due furti;

    Antonio Bonatti detto Tugnon, campagnolo celibe di anni 21, domiciliato a Stienta, imputato di un’altra rapina;

    Pietro Montagnana, sarto, d’anni 35 ammogliato con tre figli, domiciliato a Stienta, ebbe una condanna per contravvenzione al precetto politico, una sentenza dubitativa per delitto di furto, confesso di un’altra rapina e imputato di altre tre, una con omicidio;

    Alfonso Bolognesi detto Fazenda, campagnolo d’anni 23, domiciliato a Stienta, celibe, confesso di un’altra rapina e imputato di altre sei;

    Giuseppe Ghiraldini, detto Sulfanin, campagnolo d’anni 36, domiciliato a Stienta, ammogliato con 4 figli, di fama pregiudicata e dedito ai delitti ebbe una sentenza dubitativa per delitto di grave ferimento, confesso di un’altra rapina e imputato di altre due.

    Confessarono di aver commesso il fatto in danno di Francesco e Antonio Vacca e vennero a voti unanimi dichiarati colpevoli del delitto di rapina con possesso di armi proibite e condannati alla pena di morte da eseguirsi colla forca e a pagare in solidariamente a Francesco Vacca Austriache Lire 580,42 ad Antonio Vacca austriache Lire 580, a Patrizio Vacca centesimi 15, …a Carolina Vacca austriache Lire 12, finalmente ad Eleonora Zamberlini austriache Lire 3”².

    La pena di morte fu commutata in 20 anni di carcere duro a Benedetto Carnevale, 12 anni ad Antonio Nicoletti e 15 ad Antonio Bonatti; non conosciamo la loro sorte, probabilmente la stessa di gran parte dei condannati al carcere di rigore in Padova: la morte entro alcuni anni per stenti e malattie.

    Per i rimanenti 4 imputati la sentenza capitale fu eseguita con “polvere e piombo” (in assenza dell’apparato per l’impiccagione), nel giorno 26 marzo 1851 a Castelmassa.

    Sociologia degli aggressori

    Dunque, il nucleo centrale della banda (il gruppo di fuoco), era formato da 7 elementi di Stienta, ma gli altri componenti ad arrivare al numero di 36 chi erano? I documenti non ce lo dicono, perciò tornano rivelatrici le parole del Ferlin: “I g’era i operai ca lavorava dai siori Vacca”. Non a caso il cursore comunale li riconosce, scende in mezzo a loro e li esorta a desistere, ma inutilmente. Come pure la moglie di Francesco Vacca che li affronta in vestaglia da notte col lume in mano, tratta con loro e ottiene la restituzione dei gioielli più cari. E chi, se non gli operai dell’azienda, poteva sapere che i Vacca avevano appena venduto il grano di nuova produzione e incassato una somma considerevole: 400 scudi? (la valuta pontificia era rimasta in uso nelle comunità ex ferraresi per il solo pagamento delle derrate o dei canoni di locazione). E anche Francesco Vacca dall’alto dell’armadio dove si era nascosto, secondo la narrazione del Ferlin, ne avrebbe riconosciuti diversi.

    Ma a questo punto sorge un’altra domanda: cosa spinge dei braccianti agricoli a trasformarsi in briganti per aggredire il loro datore di lavoro? Non abbiamo una risposta sicura, però sappiamo che uno dei principali motivi di attrito fra i possidenti e i braccianti era la quota di mietitura (detta anche meanda o mdadura), che veniva corrisposta a compenso del lavoro prestato. Questa si aggirava sul 15% del grano crivellato in mucchio sull’aia, ma i lavoratori chiedevano che fosse innalzata almeno al 20% (negli scorsi Anni Cinquanta sarà portata al 33% nonostante il lavoro manuale fosse ridotto dall’impiego di falciatrici e trebbiatrici meccaniche) e di fronte alla resistenza dei padroni, anni dopo, nel giugno 1884, scoppiarono i primi scioperi nelle campagne, noti come “la Boje”. Ma nel 1849 la situazione era ancor peggiore, perché alcuni possidenti (non tutti) avevano trovato il modo di far pagare ai lavoratori le addizionali di guerra imposte dagli austriaci, riducendo la loro quota di meanda al 10-12% e questa potrebbe essere stata la discriminante per la scelta delle fattorie da assalire.

    La classe bracciantile, priva di tutele sindacali e afflitta da un cronico esubero di manodopera (non ancora assorbito dall’emigrazione nelle Americhe), aveva dovuto piegare la testa, finendo nella miseria più nera. Ovvio quindi che nelle campagne regnasse il malcontento o meglio l’odio verso il padrone affamatore, ben espresso con la minaccia di volerlo “tagliare a fette” equivalente del “morte ai siori!” gridato dagli scioperanti del 1884.

    Vista l’insensibilità ai problemi sociali dimostrata dalle autorità austriache ed eccitati dal clima rivoluzionario del “48”, alcuni decisero di passare alle vie di fatto, per risolvere a modo loro l’ingiustizia e lo sfruttamento, approfittando del vuoto politico determinato dalla Prima Guerra d’Indipendenza. Così i braccianti dei Vacca ricorrono all’aiuto dei briganti stientesi, meglio armati ed esperti in assalti notturni, presentandosi compatti al palazzo del padrone per reclamare quello che ritenevano spettasse loro, non a caso l’importo della mietitura. E non avendolo trovato, è stato quasi ovvio lo sfogare la rabbia col saccheggio del palazzo.

    Infine, resta un altro aspetto da chiarire in questa vicenda: perché furono catturati e condannati solo i briganti di Stienta, mentre nessun soggetto di Bagnolo compare fra gli imputati? Eppure i banditi locali erano stati riconosciuti sia dal cursore comunale che dagli stessi aggrediti. A questo punto, torna ancora una volta preziosa la narrazione del Ferlin, secondo la quale furono i fratelli Vacca a non voler denunciare alla polizia i nomi dei loro operai (e la cosa trova riscontro oggettivo).

    Fu per timore di vendette o per compassione nei confronti di quei poveracci? Forse l’una e l’altra cosa. Non si può nemmeno escludere un intervento pacificatore dell’arciprete don Flaminio Morellini, nativo del luogo e buon conoscitore della situazione bracciantile.³ Di certo, il silenzio dei Vacca evitò alla comunità di Bagnolo un bagno di sangue (e una pericolosa ferita sociale) e così a pagare con la vita furono solo gli stientesi.

    Almeno per il momento, perché il fatto ebbe uno strascico giudiziario a distanza di quattro anni.

    Due ulteriori condanne a morte

    La Commissione Militare Inquirente infatti, nel corso delle sue indagini, aveva riconosciuto in Pietro Liboni,⁴ detto Bendolo, di anni 31, residente a Bagnolo nella frazione di Corà, già arrestato per diserzione dall’esercito austriaco, un altro degli assalitori di palazzo Vacca. E la stessa accusa era stata rivolta anche a Montagnana Domenico residente alle Zampine di Stienta, pure lui catturato e in arresto per diserzione, compagno del Liboni in molte scorribande. Tipi pericolosi i disertori, perché avevano le armi d’ordinanza e perché costretti a vivere da latitanti, procurandosi il necessario con furti e rapine.

    Il Tribunale Militare decise allora che una dimostrazione di severità doveva essere data anche alla popolazione di Bagnolo, mediante il macabro rituale di eseguire il giudizio e la pena capitale (fucilazione), sul posto ov’era stato commesso il crimine.

    Riunitosi il 18 giugno 1853 presso corte Casellata (così si tramanda), a due passi da palazzo Vacca, il tribunale giudicò il povero Pietro Liboni colpevole di questo e altri crimini e lo condannò a morte, pena eseguita con “polvere e piombo” poco dopo emessa la sentenza (la lettura del tristemente noto befér), davanti al muro di recinzione della fattoria. Stessa sorte toccò a Montagnana Domenico, ultimo di tre fratelli a finire davanti al plotone d’esecuzione per reati di brigantaggio.

    Come da prassi, la gente del luogo fu costretta ad assistere alla crudele esecuzione, riportandone forte sgomento, tant’è che la memoria di quel fatto qui ancora si tramanda.

    Nella stessa sessione furono condannati a pene detentive due altri soggetti: Poggetti Giuseppe detto Favarin, carrettiere di Occhiobello (5 anni) e Putomatti Alfonso detto Canatin, villico di Stienta (8 anni).

    Si trattò tutto sommato di una sessione “leggera” ben diversa da quelle tenute due anni prima a Massa Superiore (Castelmassa) o a Stienta, dove vi fu una vera e propria mattanza di popolo, perché ormai sull’implacabile Commissione Militare di Este piovevano critiche da tutte le parti.

    Lo sdegno per tanto sangue versato, le proteste per la severità delle pene detentive inflitte e le conseguenze sociali per le numerose vedove e orfani in stato miserevole, avevano indotto le autorità di governo ad istituire dal primo ottobre 1853 una Commissione Civile, che giudicasse in modo più umano di quella Militare, rimasta operativa solo per il disbrigo dei processi in corso e definitivamente sciolta il 30 aprile 1854, in coincidenza con la fine dello stato d’assedio nel Lombardo Veneto.

    Quella di Bagnolo sarà perciò l’ultima trasferta in Polesine di questo temutissimo tribunale militare e, con l’esecuzione dei giovani disertori (ma patrioti secondo l’ottica risorgimentale), Pietro “Bendolo” Liboni e Domenico Montagnana, si chiudeva uno dei periodi più tragici e meno noti della nostra storia. E anche controversi, dal momento che la rivisitazione di certi fatti criminosi, come quello descritto, fa sorgere molti dubbi sulla effettiva natura delinquenziale del fenomeno brigantaggio.

  • Luigi Groto e Alfonso II d’Este

    Luigi Groto e Alfonso II d’Este

    Ad Adria si è conclusa di recente la mostra dedicata alla figura e all’opera di Luigi Groto (1541-1585), artista letterato e commediografo tra i più noti del Rinascimento Italiano ed Europeo. La mostra, intitolata “Lo sguardo del buio, Il cieco d’Adria e il Tintoretto” (Adria 5 Sett. 2020 – 6 Genn. 2021 – Museo Archeologico Nazionale), era imperniata sul ritratto del Cieco attribuito al Tintoretto, attestato dalla lettera di ringraziamento del poeta stesso al pittore datata 1582.

    Luigi Groto e Alfonso II d’Este

    Due anni prima, il Cieco indirizza al duca di Ferrara, Modena e Reggio, Alfonso II d’Este, la dedica dell’opera “La Calisto, nova favola pastorale” come scrive nel proemio: “il dì 1° di settembre 1580… ho proposto meco medesimo di sacrare il tutto non a una deità vana ma all’Altezza Vostra, in cotesto suo serenissimo Stato… e si come io Le dedico la Calisto, che diventò poi Tramontana, così degnisi Vostra Altezza di diventar Tramontana a me, il che facendo diventerò calamita a Lei”.

    Certamente strana appare questa dedica, dato che sin dal 1511 Adria e il Polesine di Rovigo non facevano più parte dei possedimenti estensi ed erano passati sotto il dominio incontrastato di Venezia. Va anche detto che il Groto, famosissimo ai suoi tempi, non aveva sicuramente bisogno di un principe protettore che desse lustro al suo nome come un cortigiano qualsiasi. Infatti la sua fama, attraversati i confini nazionali, era giunta sino in Inghilterra, come attesta il commediografo Benjamin Jonson, figura di primo piano del Teatro Elisabettiano tra la seconda metà del 1500 e la prima del 1600, autore di “Volpone or the fox”, in cui fa dire a lady Politick: “Quali poeti? Petrarca? Tasso? Dante? Guarini? Ariosto? Aretino” Il cieco di Adria? – Li conosco tutti”.

    Sorge allora il dubbio che l’Adriese si sia rivolto all’Estense a causa dell’indifferenza del Senato e del Doge della Serenissima alla sua orazione pronunciata il 7/11/1569, intesa a perorare, per conto della comunità di Adria, il taglio di Porto Viro (i cui lavori inizieranno 30 anni dopo!). Forse il Groto fu attratto dall’intenzione degli Estensi di effettuare loro un taglio sopra Papozze a Santa Maria in Punta ed immettere le acque nel Po di Ariano. O forse per “spingere” la Serenissima ad anticipare i tempi: la repubblica era perfettamente a conoscenza di ogni libro impresso nelle fiorenti tipografie veneziane, e “La Callisto” fu stampata nel 1583 a Venezia nella tipografia dei fratelli Zoppini.

    In effetti i Ferraresi iniziarono i lavori del “taglio” quasi in gara con i Veneziani, ma dovettero sospendere l’esecuzione del progetto per mancanza di fondi in quanto, alla morte senza eredi del duca Alfonso II, Ferrara era tornata sotto la giurisdizione papale, ed il Papa era a corto di denari.

    Alla morte di Alfonso II, avvenuta il 27 ottobre 1597, il Cieco di Adria era già scomparso da 17 anni, avendo lasciato questa vita il 13 dicembre 1585. Ma noi riprendiamo il discorso tornando alla dedica della Callisto al duca d’Este fatta nel 1580.

    Va sottolineato come Luigi Groto consacri alle tre mogli di Alfonso II d’Este, morte senza figli, dei versi leggiadri ed eterni nel 3° Atto- verso 230 etc. – della “Calisto”, opera dedicata al duca – verso 230 Atto 3°: Prencipe degno a cui l’altera e bella/ Fiorenza mandi il suo più grato fiore/. Prencipe degno a cui dia la sorella/ in matrimonio il Sacro Imperatore/. Prencipe degno a cui l’alta donzella/ sua mandi il Minzio sol per farli onore, onde quel fiume allor tal lega avvolga/ teco, o Po, che mai più non si disciolga/… (versione di Luisella Giachino- ed Dell’Orso 2018)

    Va anche ricordato che Alfonso II neanche dalle donne frequentate fuori dei tre matrimoni riuscì ad avere figli… (Chissà come si sarà voltato e rivoltato nella tomba il suo trisavolo Niccolò III di cui si cantava avesse più di trecento figli al di qua e al di là del Po!).

    Le collezioni d’arte dopo la morte di Alfonso II

    Con la morte di Alfonso II fu la fine del ducato di Ferrara che, in quanto vassallo feudatario del papa, ritornò sotto la diretta giurisdizione dello Stato Pontificio, che non volle riconoscere come successore di Alfonso nel ducato di Ferrara il cugino Cesare d’Este-Modena (Devoluzione di Ferrara).

    La città fu da allora amministrata da Cardinali Legati di nomina papale e il casato d’Este, da quel momento, mantenne solo il Ducato di Modena e Reggio tramite Cesare d’Este, la cui moglie era Virginia de Medici, figlia del duca Cosimo I.

    Con il forzato spostamento della corte a Modena l’importante, ricchissimo ed invidiato patrimonio delle collezioni d’arte degli Estensi – rappresentato dalla quadreria, dalla biblioteca, dalla cappella musicale, dagli arazzi, i marmi, le statue, gli stucchi e le decorazioni dorate, i reperti archeologici e persino gli alabastri dei “camerini” della duchessa Lucrezia Borgia – fu smembrato, approdando in parte alla galleria ducale di Modena con l’intenzione di ricreare nella corte di quella città l’atmosfera artistica che aveva caratterizzato in precedenza Ferrara. Ma molte opere andarono “disperse”, altre furono donate al cardinale Borghese e all’imperatore d'Austria.

    Alcune furono inoltre vendute per centomila zecchini d’oro ad Augusto III di Polonia: partirono così nel luglio del 1746 per Dresda opere di Andrea del Sarto, Diego Velázquez, Holbein, Rubens, Paolo Veronese, Tiziano, Parmigianino, Correggio, Guercino, Guido Reni, dei Carracci etc. etc. Quelle opere sono tutt’ora ammirabili presso la Gemäldegalerie di Dresda, permettendo quell'elevato livello artistico che oggi vanta. Per non parlare delle espoliazioni napoleoniche, statali ed angloamericane andate ad arricchire musei e collezioni di tutto il mondo.

    Oltre ai dipinti, gli Este-Modena collezionarono statue, bronzi, bronzetti, ceramiche, cammei, medaglie e monete, manoscritti, incunaboli, e non esitarono ad appropriarsi di quadri, arredi sacri, paramenti, messali, etc. dalle chiese e monasteri del ducato.

    Oggi quel che resta della ricchissima collezione modenese, nonostante le sottrazioni, è ospitato nel "Palazzo dei Musei", dove convive con il Museo lapidario, il Museo Civico, l'Archivio civico e la Biblioteca Estense, colma di codici antichi, spartiti musicali, di carte geografiche antiche e di preziosi libri miniati fra i quali la “Bibbia di Borso d'Este”.

    La collezione d’armi e il castello del Catajo

    Un’altra storia incredibile è quella occorsa alla collezione d’armi dei duchi di Ferrara, splendida per opere e numero di pezzi: essa in un primo tempo fu traslata a Modena e, dopo un paio di secoli, subì un ampliamento alla morte di Tommaso Obizzi (agli Obizzi si deve l’invenzione degli obici, artiglieria funzionante sia con il tiro diretto come i cannoni, che a parabola come i mortai).

    Tommaso, morendo nel 1803 senza figli, lasciò il castello del Catajo (Montegrotto-Padova) e le sue straordinarie raccolte al duca di Modena Ercole III d’Este, la cui figlia Maria Beatrice sposando il terzogenito di Maria Teresa d'Austria, Ferdinando, diede origine alla dinastia Asburgo-Este, sino a 1875 quando l’ultimo duca di Modena Francesco V d’Austria-Este designò suo erede il cugino arciduca Francesco Ferdinando d’Austria-Este, nipote dell’imperatore Francesco Giuseppe.

    Così le armi degli Estensi finirono incorporate con quelle degli Obizzi nel castello di Konopiste nei pressi di Praga residenza principale di Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este, arciduca e successore al trono austro-ungarico, che morirà assassinato a Sarajevo nel 1914, scatenando la prima guerra mondiale.

    E’ singolare che l’arciduca, prima del suo funesto viaggio a Sarajevo, trascorse alcuni giorni sereni nel castello del Catajo, impegnato in una partita di caccia ai daini…

    Le armi degli Estensi torneranno da Konopiste nel castello di Ferrara, ma solo per un breve periodo, dal 20 settembre 1986 al 30 gennaio 1987, grazie ad una mostra il cui ricco catalogo contiene la prefazione dell’On. Giulio Andreotti.

  • Loreo, le Loredane e il 1° Loredano

    Loreo, le Loredane e il 1° Loredano

    Come è noto sono chiamati Loredani gli abitanti di Loreo. Ma è il termine “loredano” a derivare da Loreo, o è il toponimo Loreo che deriva da un Loredano? O c’è una terza ipotesi? Vediamo

    La prima Loredana

    Iniziamo la nostra ricerca al femminile, indagando sul nome Loredana.

    Nel patriziato veneziano era diffuso mettere il nome del casato alle figlie: è così che ha origine, nella famiglia patrizia Loredan, la prima Loredana. (Analogo procedimento per altre famiglie, pertanto, oltre a Loredana Loredan, troviamo Foscarina Foscarini, Contarina Contarini, Donata Donà, Morosina Morosini).

    La ricerca della prima Loredana Loredan è stata effettuata presso l’Archivio di Sato di Venezia, nella raccolta “Matrimoni patrizi per nome di donna” (86 ter/1) ubicazione Gran Matrimoni. Nell’elenco della famiglia Loredano, compaiono ben 14 Loredana, tra queste la prima volta che appare il nome Loredana Loredan, del fu Francesco, è con la data del 1429, quando la stessa va sposa a Marcello Pietro di Giovanni. Le altre 13 Loredana Loredan si sposano nel 1441, 1447, 1481, 1489, 1492, 1502, 1507, 1510, 1523, 1543, 1565, 1593, l’ultima nel 1641.

    Per i secoli XV – XIX il nome Loredana appartiene sempre a nobildonne, in prevalenza della nobile famiglia veneziana Loredan, ma non solo, troviamo infatti anche altre Loredane nell’elenco dei matrimoni patrizi: Loredana Marcello che sposa il doge di Mocenigo Alvise I nel 1533. L’unica Loredana della famiglia Foscarini, che si sposò nel 1593 con Marcello Antonio, corrisponde al periodo della presenza Foscarini a Loreo nel 1553.

    L’ultima nobildonna Loredana

    Due nobili Loredane saranno destinate a chiudere gli alberi genealogici di due importanti famiglie patrizie veneziane, giunte ad estinzione con la loro morte: i Grimani e i Morosini. Si tratta di Loredana Maria Grimani (1752 – 1828) e Loredana Gatterburg Morosini (1806-1884). Vediamo.

    1. Nel 1726 Antonio Grimani sposa Loredana Duodo, hanno un figlio e una figlia. Il maschio, Giovanni Grimani, nato nel 1728, sposa nel 1750 Caterina Contarini, da cui avrà un’unica figlia: Loredana Maria Grimani. Costei nel 1772 andrà in sposa a Francesco Morosini. Dal loro matrimonio, non coronato da un erede di sesso maschile, nascerà Elisabetta Morosini (1779-1836), per cui nel 1828, alla morte di Loredana Maria Grimani, si avrà l’estinzione il ramo del casato Grimani dei Servi.

    2. Elisabetta Morosini nel 1799 andrà in sposa al conte austriaco Paolo Antonio Gatterburg. Dalla loro unione nascono tre figli: due femmine ed un maschio. Nel 1806 nasce Loredana Gatterburg che alla morte della madre chiederà a Sua Maestà Imperiale Re Ferdinando I° d’Austria di insignirsi del doppio cognome; la concessione è ottenuta nel 1848.

    La contessa Loredana Gatterburg Morosini muore senza eredi nel 1884, rappresentando l’ultima nobildonna del ramo della famiglia Morosini di Francesco il Peloponnesiaco, che con lei si estinse.

    Le spoglie di Loredana Maria Grimani, della figlia Elisabetta e della nipote la Contessa Loredana Gatterburg-Morosini, riposano nella cappella della Madonna del Sassoferrato nella chiesa di S. Giuseppe sposo di Maria Santissima a Pettorazza Grimani, paese che prese il nome dalla nobile famiglia veneziana che qui edificò una grande corte rurale (Vedasi riquadro “Da Martellago a Pettorazza a pag.56).

    La chiesa di San Giuseppe, dopo la demolizione della vecchia costruzione, fu fatta riedificare dalla contessa Loredana Gatterburg-Morosini nel 1882 (due anni prima della morte). Sul pavimento nella cappella dell’Addolorata, una lapide in marmo grigio, collocata dai conti Gatterburg, riporta con caratteri in piombo una scritta latina, in parte consunta, di cui proponiamo la traduzione:

    Ultima della famiglia Peloponnesiaco dei Morosini/ Donna insigne per pietà e modestia/ stimolata dalla gloria dei suoi antenati e dalle sue grandi ricchezze a spendere i suoi averi unicamente per i poveri/ qui presso le ceneri della madre Elisabetta e della nonna Loredana/ volle che le sue riposassero/ i nobilissimi cugini e coeredi/ Gatterburg Rosenfeld Esterhazy posero/ nell’anno del Signore 1894.

    Il primo Loredan

    Il nome Loredan Loredano vuol dire "abitante/proveniente da Loreo", il cui toponimo medievale Loredo o Lauredo, solitamente si fa derivare dal latino lauretum, che stava ad indicare un luogo con bosco di lauri (alloro). Il toponimo non deriverebbe dunque dai Loredan patrizi veneziani.

    Lauretum faceva parte del Dogado dal 700 circa e compare nell’elenco degli “habitatores” che compongono il “popolus venetianum” nel patto di Lotario dell’840 come Laureti.

    Lauriton o Lauridon compare anche nell’elenco dei territori appartenenti ai Veneti, nel trattato “De Administrando Imperio” scritto dall’imperatore bizantino Costantino VII e datato al 950. Loredo è il toponimo riportato nella carta di P. Coppo del 1520 e nella documentazione scritta fino al XIX sec.; nella cartografia storica invece già nel secolo XVII risultava Loreo.

    La ricerca storica riprende per arrivare al capostipite della nobile famiglia veneziana Loredan, ammessa al Maggior Consiglio sotto il dogado di Ranieri Zeno (1253-1268).

    Le fonti storiche del 1500 e 1600, riportano che la nobile famiglia Loredan deriva da un cambio di nome avvenuto nel 1177. La trattazione più corposa su tale argomento è opera di M. Barbaro, che fa riferimento a quanto visto nei documenti della Cancelleria Segreta e Ducale della Serenissima Repubblica.

    L’antefatto che conduce a questo prodigioso cambio merita di essere ricordato.

    Nel 1160 o 1161 Cavarzere e Loreo sono attaccate militarmente da Adriesi e Ferraresi uniti da Federico Barbarossa imperatore. La risposta di Venezia da parte del doge Michele Vitale è del 1163, con la distruzione di Adria e di Ariano ad opera di una flotta veneta e dei popoli di quella parte del Dogado capeggiati da un Mainardi loredano.

    Alcuni anni dopo, nel 1177 il papa Alessandro III si trova a Venezia, ospite del doge Sebastiano Ziani per incontrarsi alla fine di luglio con l’imperatore Federico Barbarossa (Pace di Venezia). La permanenza del papa a Venezia dura circa 3 mesi, ed in una non precisata occasione chiede di conoscere il “loredano che si è distinto nella battaglia di Adria” e lo nomina cavaliere. Tale loredano è un Mainardi e il papa decide di cambiargli il nome e l’arma: lo stemma dei Mainardi con le 3 mani passa a quello dei Loredan con 3 rose azzurre e 3 rose d’oro.

    Stando a questa ricostruzione è ben evidente che il toponimo Loreo non deriva dalla famiglia veneziana dei Loredan, ma, viceversa, sarebbe stato il cavaliere Mainardi – abitante di Loreo e pertanto indicato come Loredano – ad assumere per sé e i suoi discendenti il cognome di Loredano, Loredan.

    Ma una c’è un’altra versione che sembrerebbe smentire questa ricostruzione storica.

    Infatti nel “Campidoglio Veneto” di Cappellari Vivaro Girolamo Alessandro presso la Biblioteca Nazionale Marciana Venezia – Vicenza 1664, l’albero genealogico proposto mette come capostipite della famiglia Loredano un Marco Loredano che visse negli “anni 1080”. Un secolo circa separa Marco Loredano capostipite da Marco Loredano cavaliere. Per giustificare lo sfasamento temporale si può azzardare una successiva correzione del nome Mainardi a ritroso, una volta ottenuto il titolo nobiliare di cavaliere.

    Il cambio di nome da Mainardi a Loredan ha anche altre due ipotesi: una dice che il cambio deriva dal riconoscimento delle glorie e corone conseguite in battaglia, quindi diventano laureati e lauretani. Un’altra motivazione della variazione ha carattere strategico, in quanto una volta giunti a Loreo, i Mainardi non volevano essere riconosciuti dai nemici.

    Altre curiosità sul nome Loredana

    Secondo alcune fonti presenti nel web, il nome Loredana sarebbe stato coniato dallo scrittore Luciano Zuccoli nel 1908, mentre altri riferimenti ritengono che il nome derivi dalla Madonna di Loreto.

    Il nome Loredana è presente su tutto il territorio italiano, ma prevale al Centro-Nord con oltre 40.000 unità. Negli anni settanta del secolo scorso erano registrate in Emilia-Romagna, alcune centinaia di persone di nome "Oredana" e "Oredano", forme originatesi attraverso l'elisione della "L" iniziale, erroneamente percepita come un articolo (”l’Oredana").

    Loredana è un nome adespota, in quanto non esistono sante cristiane che lo portano. L’attribuzione onomastica è legata all'assonanza con “Loretana”, appellativo della Madonna di Loreto che viene festeggiata il giorno 10 dicembre, nel quale si celebra la Traslazione della Santa Casa.

    In ogni caso il nome Loredana deriva da Loreo e pertanto va detto che tutte le Loredane portano ovunque in Italia e nel mondo il nome di Loreo, un tempo la capitale del delta del Po. L’attuale Amministrazione comunale si sta attivando per individuare un giorno in cui potrebbe iniziare IL PRIMO RADUNO ANNUALE DELLE LOREDANE” a Loreo.

    BIBLIOGRAFIA

    • Amaducci Paolo “Tre grandi famiglie di origine bertinorese” in Per le nozze di A. Campana e R. Fabi, Faenza, tip. Lega, 1933, pp 41 – 49 (Mainardi, Loredani, Pagani).

    • Archivio di Stato di Venezia Fondo 86 ter/1: Matrimoni patrizi per nome di donna.

    • Barbaro Marco (1511-1570) “Origine e discendenza delle famiglie patrizie veneziane” 4 volumi, biblioteca Correr – Venezia.

    • Barbaro Marco “Genealogie delle famiglie patrizie venete”, ms. dell’ASV vol. IV c. 313.

    • Biblioteca Museo Correr – Venezia, fondo Cicogna 3432.

    • Cappellari Vivaro Girolamo Alessandro “Campidoglio veneto” Biblioteca Nazionale Marciana Venezia – 1664.

    • Filiasi Jacopo “Memorie storiche de’ Veneti primi e secondi” tomo III (1809) e tomo VI (1812).

    • “Famiglie venete con le loro armi”, dal sito www: bibliotecaestense.beniculturali.it.

    • Pollini Carlo Lucio “Botti Barbarighe – cenni storici”, dal sito www:cavarzereinfiera.it

  • La Collezione Balzan

    La Collezione Balzan

    C’è un luogo a Badia Polesine avvolto da un’aura di interesse su scala internazionale: la Collezione Balzan. E’ una raccolta di 49 opere, sguardi di un'arte italiana, nelle diverse scuole regionali, divisa tra due secoli: l'Ottocento e il Novecento.

    In concessione dal 2014 al Comune di Badia Polesine, da allora si trova esposta come permanente nel Ridotto del suggestivo Teatro Sociale. E sin dalla sua inaugurazione nel contesto polesano, la collezione ha saputo dimostrare la sua grande potenzialità nell'essere un bene di valenza non solo locale, non solo nazionale, ma anche internazionale.

    D'altronde l'internazionalità di questo patrimonio viene confermata anche dagli stessi attuali proprietari della collezione, ovvero la Fondazione Internazionale Balzan, istituita nel 1956 da Angela Lina, figlia di Eugenio Balzan (1874-1953) e unica erede del suo patrimonio. La Fondazione nasce con lo scopo non solo di gestire e amministrare la cospicua eredità Balzan (compresa la Collezione), ma anche di sostenere, senza distinzioni di nazionalità e provenienza, la cultura, le scienze e le più meritevoli iniziative umanitarie che ogni anno vengono portate avanti da emerite personalità.

    Questi lodevoli impegni vengono premiati ancora oggi, a cadenza annuale, con l'assegnazione di premi prestigiosi: i Premi Balzan.

    In un contesto di tale prestigio, anche la Collezione Balzan si è dimostrata attrattiva non solo per visite nell’attuale sede, ma anche per richieste di opere in rappresentanza, attraverso la pratica sempre più diffusa nel mondo dell'arte del prestito temporaneo di opere. E a questo proposito va detto che ai giorni d'oggi i prestiti d'arte hanno assunto una dimensione importante e fondamentale per l'organizzazione di mostre ed eventi artistici.

    Prestare un’opera della propria collezione ad un museo ha molti aspetti positivi. Il prestito rappresenta, infatti, un ottimo modo per valorizzare l'opera prestata, rendendola un bene di interesse condiviso. Aiuta anche il museo a potenziare la propria rete di contatti con altri luoghi dell'arte. Si tratta di un momento incredibilmente delicato che va gestito con cura in ogni suo dettaglio, per questo occorre anche un ingente lavoro di pianificazione dei prestiti e di approvazione degli stessi.

    Anche la Collezione Balzan ha avuto e ha tutt'ora modo di inserirsi in questa dinamica, rendendosi spesso disponibile a collaborazioni con altri musei, o mostre temporanee, e partecipando ad eventi d’arte attraverso il prestito di parte del suo prezioso tesoro. A questo proposito va detto che fin dalla sua nascita la collezione è stata soggetta a viaggi, o a prestiti di dipinti specifici in importanti esposizioni. Il primo trasferimento avvenne già nel 1944: all’epoca Eugenio Balzan era ancora in vita e concesse le sue opere per una mostra curata dal prof. Giuseppe De Logu a Zurigo.

    Opere in viaggio

    Ma ora è bene focalizzare l'attenzione sui recenti prestiti che hanno coinvolto questa collezione, in particolare durante gli anni di permanenza a Badia Polesine.

    Il più recente è avvenuto nel corso della primavera del 2019, quando venne attuato un importante scambio di opere tra la Collezione Balzan e il Drents Museum sito ad Assen (NL). Partirono da Badia Polesine con destinazione Paesi Bassi ben quattro opere della Collezione Balzan: Fanciulla sulla roccia a Sorrento di Filippo Palizzi, Un incontro e Balcone del Palazzo Ducale di Giacomo Favretto e Bagno pompeiano di Domenico Morelli. Opere che, nel museo di Assen, sono state inserite nel contesto di una mostra temporanea intitolata: Sprezzatura. Vijftig jaar italiaanse schilderkunst (1860-1910).

    Dal comunicato stampa olandese, la Collezione Balzan viene inserita nell'elenco delle collaborazioni museali insieme alle Gallerie degli Uffizi e a Palazzo Pitti di Firenze, alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea di Roma, alla GAM di Milano e di Torino e alla Galleria Ca’ Pesaro di Venezia. Di certo un vero vanto per ogni polesano vedere la collezione ricevere un tale lustro. Oltretutto proprio l'opera Fanciulla sulla roccia a Sorrento ha occupato in quella occasione un ruolo di rilievo, diventando l'icona e l'immagine promozionale della mostra.

    Questo particolare prestito si è dimostrato ulteriormente positivo perché arrivarono a Badia Polesine, a colmare il vuoto temporaneo lasciato dalle opere in uscita, quattro dipinti di proprietà dello stesso Drents Museum firmati da importanti artisti olandesi: Ritratto di Freya o La corona di compleanno (1917) di Georg Rueter, Ritratto di Eufemia (1895) di Theodore Molkenboer, Ritratto di Lies con il libro di Tarzan (1938) di Jan Sluijters e sempre di quest'ultimo il Ritratto di Tonia Stieltjes (1919). Lo scambio si dimostrò fruttuoso proprio per l'arricchimento culturale reso a Badia Polesine.

    Prima ancora, altre furono le importanti collaborazioni durante le quali furono concessi i capolavori della collezione in prestito. Nell'autunno del 2018 fu inviata alla GAM di Torino un'opera molto ricercata della quadreria: Bagno Pompeiano di Domenico Morelli. L’opera venne allestita nell'esposizione temporanea intitolata I macchiaioli. Arte italiana verso la modernità. Lo stesso dipinto fu richiesto sul finire del 2017, accompagnato dall'opera Le educande al coro di Gioacchino Toma, dalle Gallerie D'Italia per la sede napoletana in Palazzo Zevallos Stigliano per la mostra Da De Nittis a Gemito.

    I napoletani a Parigi negli anni dell'impressionismo. Anche in questo caso vi fu un accordo di scambio e giunsero negli spazi della collezione due opere d'arte contemporanea: Metrica industrializzata (1970) di Mimmo Rotella e AI I EOOE I LGHRBTT (1975) di Alighiero Boetti.

    Ancora, un'altra arricchente occasione fu quella dell'estate del 2015 quando, sempre in “cambio” del Bagno Pompeiano, prestato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli per la mostra Pompei e l'Europa. 1748-1943, la collezione, e con essa Badia, ricevette per un lungo periodo Narciso con amorino, un inestimabile affresco pompeiano sopravvissuto alla storica tragedia dell'eruzione del Vesuvio e perfettamente conservato.

    Infine, seguendo una linea temporale a ritroso, si ricorda il prestito sempre del 2015 al MAR di Ravenna, per il quale fu prestata temporaneamente una grande rappresentanza della Collezione: Ritratto muliebre di Achille Beltrame; l'opera Le educande al coro, opera già citata di Gioacchino Toma; Balcone di Palazzo Ducale di Giacomo Favretto; La presentazione del neonato di Gaetano Previati; La mia rossa, suggestiva opera di Ettore Tito; infine La fanciulla sulla roccia a Sorrento che, anche in questa occasione divenne l'immagine scelta come effigie della mostra.

    Con una storia del genere possiamo comprendere come la Collezione Balzan sia destinata a prospettive nuove e arricchenti. Solo per citare il futuro prossimo si sono già calendarizzate nuove collaborazioni di prestito previste proprio quest'anno tra la primavera e l'estate: la prima prevede la partenza dell'opera Fanciulla sulla roccia a Sorrento per una mostra, che si terrà al Museo Casa Giorgione di Castelfranco Veneto (TV), dedicata alla figura dell'artista Noè Bordignon (1841-1920) e alla ricerca artistica tra il realismo e il simbolismo; la seconda invece vedrà partire l'opera Sultana che rientra dal bagno di Domenico Morelli verso una destinazione molto suggestiva, ovvero l'Alhambra di Granada (ES), celebre patrimonio Unesco andaluso.

    Molte furono (e altre saranno) le mostre per le quali viene richiesto il prestito di opere della collezione; si parla di scambi ma anche di storie che ci raccontano quanto sia importante il patrimonio che il nostro Polesine ha l'onere e l'onore di conservare e promuovere. Dimostra anche il vero ruolo di un museo, che è quello di non occuparsi esclusivamente della conservazione dell'arte e della storia, ma anche di trasformarsi in un luogo di vita diffusa, una realtà ricca di esperienze conoscitive e di scambio reciproco con realtà anche lontane.

  • Occhiobello e il Po

    Occhiobello e il Po

    La suggestione dell’incontro col grande fiume si rinnova ogni volta che, risalito l’erto pendio del possente argine, si raggiunge la sommità della scarpata.

    Senza limiti di barriere, lo sguardo corre avido sulla liquida superficie in movimento verso il mare, bramoso di cogliere la misteriosa anima della natura: un incanto mutevole, che varia nel succedersi delle ore della giornata. E non a caso i nostri padri hanno scelto il suggestivo toponimo di Occhiobello per sottolineare l’appagamento che gode la vista (un bel colpo d’occhio) quando si spinge sulle acque del Po.

    Suggestivi racconti mitologici ed echi di antichi episodi storici

    E’ questa una terra dalle origini remote, creata dal primo fiume d’Italia, che gli antichi battezzarono col mitico nome Eridano, trovando nelle sue pescose acque importanti opportunità di vita; o facendo affidamento sulla forza della corrente in grado di muovere le macine dei mulini; o ancora contando sulla possibilità spostarsi agevolmente sulla piana superficie fluida con imbarcazioni approntate per il trasporto di derrate alimentari e manufatti vari, aprendo così interessanti rotte commerciali.

    E non a caso la leggendaria narrazione di Fetonte e delle Eliadi stillanti lacrime d’ambra si lega proprio a quest’ultimo aspetto, essendo assodato che, lungo le rive dello storico fiume, in area polesana sorsero villaggi in cui si lavorava l’ambra: preziosa resina fossile proveniente dalle zone del mar Baltico, che, trattata dalle mani di sapienti artigiani dei villaggi rivieraschi, si trasformava in monili commercializzati con gli antichi greci che raggiungevano questi luoghi padani, risalendo dall’Adriatico la corrente del Po.

    Ed è poi storia provata quella dell’occupazione stabile del territorio tra Po e Adige attuata dai Romani che – sconfitti prima i Galli ed alfine i Cimbri e i Tutoni – trovarono forme di collaborazione con gli antichi Veneti, attuando bonifiche e creando gli agri centuriati, in modo da offrire occasioni di prosperità agli abitanti della fertile pianura.

    Un maestoso corso d’acqua, il Po, in grado di incutere rispetto anche alle popolazioni barbare, che in più occasioni violarono i confini dell’impero romano raggiungendo il grande fiume con l’obiettivo di stanziarsi nella pianura padana. E non a caso, poco lontano da Occhiobello, trovò estrema dimora una dignitaria ostrogota, come testimonia l’importante rinvenimento archeologico della antica sepoltura, detta della “dama di Chiunsano”, caratterizzata da un ricco corredo funebre, oggi conservato presso il Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo.

    Oltre mille anni dopo fece molto parlare di sé un’altra nobildonna, la regina Cristina di Svezia, giunta sul Po nel novembre del 1655 nel suo viaggio con destinazione definitiva Roma dove, in pompa magna, sarebbe stata consacrata la sua adesione al cattolicesimo. Ebbene, proprio ad Occhiobello fu organizzata l’accoglienza alla augusta sovrana che aveva passato la notte a Ficarolo presso Villa Schiatti. E per agevolare il transito della regina e del suo seguito oltre il grande fiume, in questa zona dirimpettaia a Ferrara fu appositamente allestito uno speciale ponte di barche, all’epoca definito “meraviglioso”.

    Più vicina al nostro tempo è l’epopea dei mulini del Po, immortalata magistralmente da Riccardo Bacchelli nel suo romanzo. Una storia di uomini e mestieri intimamente legati al grande fiume. Del quale per secoli si è sfruttata la forza della corrente, per azionare le macine dei mulini, mentre lungo le sue rive erano attivi abili artigiani impegnati nella realizzazione di natanti dalle molteplici fogge. Botteghe di vario genere erano in grado di offrire i necessari servizi alla gente del fiume e agli abili pescatori, particolarmente interessati alla pesca dello storione.

    Tutto ciò mentre, nella piana sotto l’argine del fiume, la popolazione era dedita all’agricoltura, lavorando in vaste tenute, proprietà di nobili o di vari ordini religiosi. Terreni resi fertili dalla linfa ottenuta dal Po, utilizzato non solo come fiume a cui attingere l’acqua per irrigare i campi, ma anche quale ricettore delle acque stagnanti di ampie aree della pianura.

    Tra Rovigo e Ferrara, bonifiche e alluvioni

    Ciclopica a tal proposito l’opera di bonifica portata a compimento nei primi decenni del XVII secolo da Enzo Bentivoglio, con la realizzazione di un reticolo di scoli afferenti ad un “cavo” principale – tuttora contrassegnato dal nome dell’illuminato bonificatore – che concludeva il suo corso sfociando nel Po presso Occhiobello. Lavori incessanti, finalizzati a “bonum facere” il territorio, svolti con tenacia dalle genti del Po, facendo affidamento per secoli sulla forza delle braccia e su semplici arnesi, come tratteggia nei suoi versi il poeta Gino Piva (1873-1946), mirabile cantore del Polesine: “Vanghe, gomieri, e machine e anemai, sugàre, arare, semenar, colmare, stendare dighe e non molarghe mai: eco el portento tra i do fiumi e ‘l mare”.

    Fu così che, lungo le rive del maestoso fiume, nel corso dei secoli, si consolidarono vari insediamenti, sempre difesi con determinazione dalle genti del Po. Tutto ciò, pur permanendo la consapevolezza che l’amico fiume poteva all’improvviso rivelarsi ostile, come tramanda il detto popolare – ben noto ad Occhiobello e dintorni – “l’acqua del Po tanto rende, quanto prende”.

    Parole che hanno manifestato la loro cruda verità anche nel secolo scorso, nei drammatici giorni dell’alluvione del novembre 1951, quando il Po proprio ad Occhiobello aprì tremendi squarci negli argini, portando distruzione e morte. Una situazione drammatica, da cui il Polesine è riuscito a riprendersi in tempi molto più veloci di quanto preconizzato da esperti internazionali. E ciò grazie al lavoro spasmodico di ricostruzione delle arginature (oggi davvero possenti) e alla successiva bonifica del territorio invaso dalle acque limacciose e da sterili depositi di sabbie.

    E proprio da questo evento così disastroso, superato con tanta determinazione, si è rafforzata la consapevolezza del forte legame dei paesi del Po con il resto del territorio polesano.

    Se da una parte le relazioni con Rovigo e il resto del Polesine, si sono via via fatte più intense, specie dopo la tragica alluvione, va però anche detto che per le popolazioni rivierasche non è mai venuto meno il riferimento con Ferrara, particolarmente importante per gli abitanti di S. Maria Maddalena ed Occhiobello, dirimpettai alla antica città, con la quale tuttora esiste non solo un legame di vicinanza ma anche di storia e tradizioni.

    E’ infatti ben noto che il capoluogo emiliano – prima con Casa d’Este e poi con lo Stato Pontificio – è stato sede del governo di un vasto territorio comprendente per secoli anche l’area a nord del Po.

    Gli scontri armati

    Un territorio quello tra Adige e Po su cui si appuntò, a partire dal XV secolo, l’interesse della Serenissima, che prese pretesto dal mancato pagamento della tassa sul sale da parte di Ferrara per dare luogo ad un conflitto armato, denominato appunto La Guerra del Sale (1482-1484), che vide il prevalere delle armi veneziane. Si giunse pertanto ad un compromesso, penalizzante per il ducato di Ferrara che dovette rinunciare alla striscia settentrionale del Polesine (a nord del Canalbianco), mantenendo però la fascia meridionale da allora denominata Transpadana ferrarese, ovvero territorio di pertinenza di Ferrara oltre il Po.

    Una pace mal tollerata dagli Estensi, desiderosi di rifarsi, per cui aderirono di buon grado nel 1508 alla Lega di Cambrai. E fu allora che, nel corso di varie battaglie, le armi ferraresi riportarono diversi successi: celebre fra tutti la “battaglia di Polesella” disputatesi il 22 dicembre 1509, allorché gli Estensi riuscirono ad infliggere una umiliante sconfitta alla Repubblica di San Marco, distruggendo una flottiglia fluviale veneziana ormeggiata a Polesella (unico lembo territoriale sul Po nelle mani della Serenissima) grazie all’artiglieria forgiata dallo stesso duca Alfonso I. Ma, nonostante questa schiacciante vittoria delle armi estensi, la pace che seguì si concluse con la sostanziale approvazione dei confini precedentemente stabiliti.

    I rapporti tra Venezia e Ferrara tornarono a farsi incandescenti all’inizio del secolo successivo per questioni riguardanti il delta del grande fiume, a seguito della deviazione del corso principale attuata dalla Repubblica di San Marco: impresa idraulica davvero grandiosa per il tempo, nota come “il taglio di Porto Viro” (1600-1604), che cambiò i connotati del territorio del delta a favore di Venezia. E ciò diede vita a vari confronti armati (mai però sfociati in una guerra dalle vaste proporzioni) che videro impegnate le opposte gendarmerie, ovvero quella della Serenissima e quella dello Stato Pontificio, subentrato agli estensi nel controllo di Ferrara nel 1598, dopo la morte di Alfonso II d’Este senza eredi.

    Alcuni decenni dopo, nuovo confronto armato, davvero arduo, conosciuto come “Guerra di Castro” (1642-44), sconvolse tutto il territorio della Traspadana Ferrarese con cruente battaglie anche nella zona di Occhiobello – ed in particolare dove oggi si estende il paese di S. Maria Maddalena caratterizzato allora dal forte di San Pietro – finché si giunse alla pace che, sottoscritta il 31 marzo 1644, di fatto ratificava la situazione antecedente, ponendo definitivamente fine ai contrasti tra i due stati.

    Gli aspetti architettonici e le attese di una riqualificazione urbana

    E con la pace ben presto nella Transpadana tornarono gli investimenti fondiari e costruttivi. Fu allora che venne eretta la chiesa parrocchiale di Occhiobello, dedicata a San Lorenzo, opera dell’illustre architetto ferrarese Angelo Santini. Tra le realizzazioni civili del passato va ricordato l’imponente Palazzo Pepoli, purtroppo irrimediabilmente perduto nel corso seconda guerra mondiale perché destinato a deposito tedesco di munizioni e poi fatto saltare in aria dalle truppe del Reich prima della ritirata.

    Un altro bene architettonico di rilievo, questo tuttora esistente ed attualmente adibito ad albergo, è Villa Savonarola, appartenente all’antica famiglia ferrarese infeudata nella zona di Occhiobello da Leonello d’Este. Famiglia nota soprattutto per l’intransigente frate Girolamo Savonarola fustigatore del lusso e dei potenti, condannato al rogo a Firenze nel 1498. Il quale, a quanto pare, durante i suoi soggiorni ferraresi ebbe modo di dimorare in più occasioni nella villa di Occhiobello, ricostruita quasi sicuramente nel corso del XVII secolo. E sembra certo che l’edificio sia stato successivamente utilizzato da un ordine religioso femminile, tanto da essere conosciuto anche col nome di “Fondo suore”. Tuttora l’aspetto religioso è rappresentato dall’oratorio barocco di San Gaetano, parte integrante del complesso edilizio che si affaccia sulla strada Eridania.

    Un brusco cambiamento della situazione politica si ebbe nel 1796 con l’arrivo dell’esercito francese di Napoleone Bonaparte, seguito da repentine alternanze dei dominatori francesi ed austriaci finché, nel 1815, con gli esiti del Congresso di Vienna, la Transpadana con Occhiobello passò al Veneto sotto il controllo asburgico, assieme alla Lombardia.

    E proprio in questo stesso anno (1815), giusto in questa area rivierasca, gli Austriaci difesero con determinazione i confini del Lombardo-Veneto dal tentativo di Gioacchino Murat (nominato nel 1808 re di Napoli da Napoleone) di realizzare uno stato italiano, invadendo prima lo Stato pontificio e cercando poi col suo esercito di passare il Po, dopo aver lanciato il famoso proclama di Rimini. Ne nacque la sanguinosa “battaglia di Occhiobello”, nel corso della quale le difese approntate dagli austriaci ebbero la meglio, con un contrattacco che determinò il dissolversi del sogno coltivato dal Murat, il quale fu definitivamente sconfitto a Tolentino nelle Marche.

    In questo periodo di ripetuta conflittualità tra Francesi e filofrancesi da una parte, e Austriaci e fautori dell’Austria dall’altra, si metteva in luce un particolare imprenditore di Occhiobello, Carlo Cavriani, proprietario di ben 12 mulini sul Po, che era divenuto padrone di varie possessioni nella zona rivierasca, dopo la soppressione attuata dai Francesi degli ordini religiosi, seguita dalla vendita dei terreni confiscati.

    Un atteggiamento filofrancese, quello del Cavriani, legato alle radicate idee giacobine manifestate fin dalla giovinezza e successivamente sfociato nell’adesione alla Carboneria. Di qui il suo arresto nel 1819 nel corso della retata organizzata dagli Austriaci che portò nelle carceri veneziane una quarantina di carbonari, 13 dei quali ebbero condanne esemplari da scontare allo Spielberg (dove Oroboni e Villa trovarono la morte) e a Lubiana.

    Cavriani se la cavò con qualche mese di carcere a Venezia, tornando al paese di origine politicamente demotivato, limitandosi a rivolgere il suo interesse alla gestione delle sue proprietà nella zona di Occhiobello. Tra queste la Colombara, divenuta ai giorni nostri – dopo un significativo intervento di recupero – un interessante riferimento nell’ambito della ricezione turistica e della valorizzazione del tempo libero.

    E proprio qui si conclude il nostro itinerario nel territorio di Occhiobello, con una passeggiata nell’ampia corte, riconvertita per ospitare iniziative di tipo ricreativo e culinario. Ci accoglie l’architetto Gianni Trevisan, autore del piano di recupero della Colombara, personaggio talentuoso e combattivo, pronto a narrarci storie nuove e antiche, e a presentarci le sue recenti realizzazioni pittoriche, nonché alcuni progetti ideati per uno sviluppo armonico del contesto urbano di Occhiobello. Prospetti significativi, in attesa di tempi migliori, quando saranno finalmente avviati interventi di rilievo per valorizzare la zona rivierasca del grande fiume…

  • Villa Pellegrini Lorenzoni

    Villa Pellegrini Lorenzoni

    Per molti appassionati di arte e cultura è stata una vera gradita sorpresa “scoprire” nel paese di Salvaterra (frazione di Badia Polesine) una importante villa eretta nell’ultimo scorcio del XVII, sconosciuta ai più e da tempo purtroppo in condizione di quasi totale abbandono.

    L’importante occasione è stata resa possibile grazie alle Giornate FAI, organizzate lo scorso autunno dalla Delegazione Fai e il Fai Giovani di Rovigo, un attivo gruppo di volontari che ha provveduto ad una pulizia degli ambienti prima di accogliere le centinaia di persone interessate alla conoscenza del patrimonio storico-architettonico del Polesine.

    Affacciata sulla piazza principale di Salvaterra, Villa Pellegrini-Lorenzoni fu costruita agli inizi degli anni '90 del '600, ed inaugurata il 16 aprile 1693, data annotata nel progetto dell'architetto Vincenzo Santini, riprodotto dal nipote Antonio Santini in una raccolta di disegni.

    Numerosi sono lavori realizzati dall’architetto ferrarese non solo nel territorio emiliano ma anche in Polesine. Una particolarità che si riscontra relativamente a Villa Lorenzoni è rappresentata dagli scostamenti rispetto al progetto iniziale. Tre le varie modifiche notiamo la costruzione delle due ali laterali con le 9 arcate superiori, non previste nel progetto, e che probabilmente sono state volute in corso d’opera dal committente. Le arcate della loggia di destra successivamente sono state murate, ma la traccia è ancora visibile nella facciata.

    Tre le varie modifiche notiamo la costruzione delle due ali laterali con le 9 arcate superiori, non previste nel progetto, e che probabilmente sono state volute in corso d’opera dal committente. Le arcate della loggia di destra successivamente sono state murate, ma la traccia è ancora visibile nella facciata.

    La villa appartenne alla famiglia bergamasca dei Lorenzoni fino alla metà del 1800 quando, alla morte prematura dell’ultimo erede, l’avvocato Antonio Lorenzoni, la villa passò al ramo Pellegrini di Bergamo. Ad oggi i signori Lunardi e De Venzi sono i proprietari di un'ala mentre il resto del complesso è di proprietà della Curia.

    Dopo un periodo di splendore, la villa ha purtroppo avuto anni di trascuratezza e utilizzi non conformi alla sua progettazione. Ad esempio, durante la prima guerra mondiale, venne usata come ospedale militare e, dopo la seconda guerra mondiale, come rifugio per le famiglie sfollate, uso a cui venne riadibita dopo l’alluvione del 1951.

    Attualmente la villa si presenta disabitata, manifestando ambiti di degrado dovuto alla trascuratezza e alla mancanza di interventi di risanamento. Ciononostante l’immobile manifesta tuttora un aspetto interessante e meritevole di essere apprezzato, come ha dimostrato il successo dell’iniziativa di apertura straordinaria attuata dal FAI.

    L'intero complesso ricalca la tipica villa veneta, con un salone centrale e numerose stanze laterali ed è impreziosita da decorazioni a stucco ed affreschi realizzati da Andrea Urbani dal 1773 al 1776.

    Nel salone centrale al pianoterra troviamo paesaggi notturni e scene di caccia, inseriti in elementi finto-architettonici e ad imitazione marmorea su cui troviamo divinità o allegorie. Nelle altre sale, decorate con stucchi o riquadrate con cornici, troviamo raffigurate anche la piazza e la villa di Salvaterra. La decorazione al piano nobile è invece più sontuosa, con dipinti a tempera di fiori, ghirlande e piccoli paesaggi.

    Oggi purtroppo lo stato delle pitture della villa è pessimo, molte sono cancellate o quasi illeggibili, probabilmente perché realizzate a tempera e quindi meno resistenti. Nonostante gli aspetti di degrado nel suo complesso la villa trasmette però tuttora i valori della sua studiata architettura; e nel corso dell’apertura autunnale molti visitatori, sorpresi dalla presenza a Salvaterra di un bene tanto apprezzabile, hanno chiesto ai volontari FAI informazioni sul futuro dello storico immobile.

    “Ciò che possiamo dire – ha osservato il capo delegazione Daniel Fusaro – è che le Giornate Fai, oltre ad essere fonte di sostentamento principale per il Fondo Ambiente Italiano grazie ai contributi ed alle iscrizioni raccolte, sono nate proprio per far accendere i riflettori su luoghi sconosciuti, poco visibili o normalmente chiusi, per dare la possibilità al maggior numero di persone di conoscerli ed apprezzarli. La speranza è l’ultima a morire, quindi, visto l’ottimismo mosso da questi eventi, si spera sempre in un loro recupero futuro. Per portare a termine un restauro su un immobile del genere, le forze da mettere in campo sono molte: devono trovare un punto d’incontro, e tutto deve stare all’interno di un progetto concreto di utilizzo futuro. Il restauro fine a sé stesso, come questo immobile ci dimostra dopo l’importante intervento degli anni 90, non ha senso senza un progetto concreto da mettere in campo. Il nostro territorio ha molti immobili di prestigio lasciati all’incuria: erano immobili di nobili, case di campagna, centri dirigenziali per le aziende agricole, ora potrebbero tornare ad essere fulcro di un sistema di turismo lento, utile ad implementare la visitazione della nostra provincia spingendo l’attrattività del Delta del Po fino all’Alto Polesine”.

  • Il Giardino Botanico Litoraneo

    Il Giardino Botanico Litoraneo

    Un sentiero di terra battura accoglie i passi rilassati dei visitatori. Lasciato il parcheggio alle spalle e varcato l’ingresso protetto da una sbarra, si viene subito catturati ed abbracciati da una fitta vegetazione spontanea. Il silenzio, interrotto solo dal vociferare delle persone, assieme ad una leggera umidità generata dalla vegetazione circostante, accoglie adulti e bambini che, incuriositi, sono giunti qui per una passeggiata all’insegna della scoperta di un luogo, quasi fantastico, per la sua originalità paesaggistica: è il Giardino Botanico di Caleri.

    Sull’estremo lembo meridionale del lido di Rosolina Mare, tra l’Adriatico a levante e le lagune a occidente, a ridosso della bocca a mare della laguna di Caleri, si trova un ambiente litoraneo di estrema bellezza naturalistica e di particolare interesse morfologico, floristico ed ecosistemico.

    Istituito nel 1991 dal Servizio Forestale Regionale, il Giardino Botanico Litoraneo del Veneto è un’area naturalistica protetta che ricopre una superficie di 44 ettari con un habitat di particolare interesse scientifico. In esso si trovano, in modo sequenziale – dalla battigia alle depressioni intradunali – tutti gli aspetti morfologici e vegetazionali che originano il paesaggio litoraneo.

    Il visitatore può inoltrarsi nel giardino, esclusivamente, seguendo un itinerario delimitato e protetto: l’integrità dell’ambiente deve essere preservato e tutelato. I quattro chilometri di percorso lo accompagnano attraverso un sentiero che si snoda dal bosco alle depressioni umide intradunali; dalle dune consolidate alle dune mobili, fino alla battigia ed al mare; per fare ritorno poi, lungo la laguna salmastra, dove un percorso pensile attraversa parte della laguna. Una sosta nella palafitta permette di ammirare lo specchio d’acqua circostante, con aironi e garzette, oltre che vivere la magia degli infuocati tramonti sulla laguna.

    Passo dopo passo, si viene rapiti dai profumi e dagli odori della vegetazione, in relazione anche dell’orario della giornata che si sceglie per visitare questo luogo. L’elicriso, il pino mugo, i licheni ed il ginepro, sono solo alcune interessanti esempi di specie vegetazionali dai profumi inebrianti.

    Ci si accorge, che a tratti il suolo tende a salire di quota per poi declinare in una depressione… ed ancora torniamo a salire per poi adagiarci su un pianoro: sono le sequenze areali del litorale – composte da cordoni dunosi formatisi grazie al moto ondoso e alla forza eolica – consolidatesi grazie alla presenza della vegetazione.

    L’aspetto sequenziale dalle dune consolidate nelle depressioni interne del giardino, fino alle dune mobili sulla spiaggia, ha originato diversi habitat ecosistemici. E’ interessante capire, così, come la vegetazione si adatta alle diverse zone sabbiose, seppur vicine: troviamo infatti una flora mutevole, rappresentata da diverse piante che manifestano aspetti di adattamento molto differenti tra loro.

    • Sull’arenile si insedia la pioniera “Cakile marittima” assieme alla nota calcatreppola, ossia “Xanthium italicum”: piante dalle note forme pungenti, il cui scopo è quello di trattenere l’umidità sul margine fogliare per meglio adattarsi nell’ambiente arido come lo è quello della spiaggia.

    • Sulla sommità della dune cresce l’“Ammophila littoralis” un cespuglio di sparto pungente, la cui chioma si pone come barriera al vento ricco di granelli di sabbia, contribuendo così alla formazione della duna.

    • Nelle depressioni dunali, dove il suolo è ben stabilizzato e protetto, si sviluppano le specie aromatiche e gli arbusti: l’Olivello spinoso, il Caprifoglio ed il Ginepro.

    Proseguendo, l’ambiente lascia spazio al bosco termofilo consolidato, incontrando il Leccio il Pino domestico ed il Pino Marittimo. Nel sottobosco, fioriscono fiori di particolare bellezza, tra cui le rare specie di orchidee selvatiche. L’eccezionalità di questo bosco è che presenta anche i caratteri della macchia mediterranea con la presenza di numerose specie vegetazionali.

    Oltre all’aspetto floristico, di particolare interesse risulta essere anche la componente faunistica. Insetti, rettili, anfibi, rapaci e uccelli dai sgargianti colori popolano questi ambienti. Insomma, il Giardino Botanico di Caleri è uno scrigno di ricchezza ambientale e paesaggistica, che merita di essere visitato anche diverse volte in un anno per osservare la diversa fioritura della vegetazione che segue la stagionalità a partire dalla fioritura delle orchidee a primavera fino all’intensa colorazione rossastra della laguna con la Salicornia a settembre.

    L’integrità di questo habitat e la sua diversità per l’enorme quantità di specie presenti, sta attirando la curiosità di molti studiosi, oltre che di turisti e amanti della natura. Ma non solo! Tant’è che l’esclusiva realtà ecologica del Giardino Botanico di Caleri ha avvicinato a sé anche l’attenzione del progetto di valorizzazione di bene naturale del mondo vivente, i cui principi si ritrovano nell’enciclica di Papa Francesco del 2015 “Laudato sì”, dove si pone l’attenzione ai più poveri del mondo e alle condizioni ambientali e climatiche in serie difficoltà.

    I luoghi naturalistici di particolare interesse, vanno preservati, tutelati e resi fruibili: un’azione sostenibile ambientale che guarda alle generazioni future al fine di preservare, per loro, un mondo migliore.

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