Feisal guardava il mare che, con ondate incessanti, colpiva i fianchi della barca. Qualche anno prima aveva fatto il marinaio, su un peschereccio di un comandante che abitava a Sabratha, a caccia di pesci nelle acque del canale di Sicilia. Il mare lo conosceva bene: quei cavalloni spumeggianti, così frequenti, non erano un buon segno, preludevano a una sfuriata del tempo. Nuvole pesanti già si scorgevano a nord, onde continue coprivano la prora, la inondavano di schiuma, come un puledro che sbruffa. Feisal era al timone di un vecchio peschereccio, una barca tozza e robusta, mentre il comandante e l’altro uomo, Omar, scrutavano da poppa i due giganteschi gommoni che stavano trascinando. Erano colmi degli avanzi di uomini infiacchiti, di donne incinte e di bambini dagli occhi sgranati, visi e corpi con ferite aperte, guance gonfiate dalle percosse, teste fasciate a caso. Gli facevano schifo: non voleva guardarli e preferiva condurre la barca… che ci pensassero gli altri a controllarli.
Facevano schifo, ma erano preziosi: pagavano bene. Aveva visto di persona i due scafisti che rispondevano alla telefonata della ONG: avevano chiamato col “satellitare” e li aspettavano al largo di Tripoli, a quindici miglia. Dovevano portare le duecento persone, incollate come sardine sui gommoni, presso il bordo della nave e aiutarli a fare il trasbordo. Gli sventurati pagavano caro, in contanti, con soldi racimolati dopo lavori estenuanti sotto il sole del deserto, vendendo le loro povere case, gli oggetti cui si erano affezionati e, agli aguzzini più avidi, anche le mogli. I quattrini riempivano le tasche ai guardiani che sovegliavano i campi, agli scafisti, come lui, e ai comandanti di imbarcazioni che navigavano, a bella posta, lungo le coste della Libia.
Giungevano dal Sudan, dalla Nigeria, dall’Eritrea, dalla Tunisia e, arrivati a Tripoli, venivano infilati tutti, uomini, donne e bambini, in buie celle sotterranee o in campi ardenti di sole circondati da fili spinati. E lì rimanevano, aspettavano per giorni interminabili, con cibo e acqua appena sufficienti, senza latrine. Oppure morivano.
Ogni tanto, uomini armati li trasportavano a gruppi su spiagge deserte e li caricavano su gommoni sgonfi, scadenti, fabbricati in Cina e propagandati come inaffondabili da Alibaba; costavano cinquecento euro e si potevano abbandonare dopo due o tre viaggi.
Feisal cercava di tenere la barca dritta sulle onde che sempre più s’ingrossavano. Il comandante e Omar urlavano verso i disperati stipati nel gommone: “State fermi, maledetti, il mare è agitato!”, “Chi sa nuotare tra di voi? Annegherete tutti: muovetevi, muovetevi e cadrete in mare!”.
Il cielo s’incupiva, pioveva, s’era levato un vento sferzante. Gli occupanti del gommone afferravano terrorizzati i bordi di gomma, come fosse un mastice che li incollava ai fianchi. Una bambina pianse disperata, un uomo tentò di scavalcare la paratia della barca e, respinto da Omar, precipitò tra i flutti. Si era diffuso il panico: alcuni, spinti l’uno dall’altro, piombarono in mare, una donna, abbracciata a un bambino, scivolò tra le onde.
Feisal, sommerso dall’acqua, aveva perso l’orientamento, quando udì gracidare la radio di bordo: “Attenzione, attenzione, qui Guardiamarina Carretti! Abbiamo rilevato la vostra posizione, il nostro computer attesta che siete circa a cinquecento metri da noi. Stiamo venendo in vostro soccorso!”. Feisal riuscì a bloccare il timone. Destreggiandosi tra violenti colpi di mare, si sporse dalla ringhiera attorno al ponte di comando e, a piena voce, gridò a Omar: “C’è un Guardiamarina italiano, è vicino, sta venendo a salvarci!”.
Omar, mentre cercava di impedire agli occupanti del gommone di saltare sulla barca, si rivolse al comandante: “C’è un Guardiamarina, hanno detto che vengono a salvarci, scopriranno tutti questi pezzi di merda!”. Il comandante stava chiedendosi se ce l’avrebbero fatta in quel casino di mare, ma alle parole di Omar rispose subito con affanno: “Staccali, staccali adesso! Stacca i gommoni, lasciali in mare, se arrivano i guardiamarina ci arrestano di sicuro, finiremo in prigione!”.
A Feisal non gliene fregava niente di quei luridi pitocchi, erano bestie. Bestie! Così di solito li chiamava Saleh, che, come lui, aveva fatto il pescatore: erano bestie, le donne puttane e i bambini servivano solo a impietosirti. Puzzavano come pesce marcio, rinchiusi in vecchie celle o nell’arida spianata sotto il sole. Puzzavano, facevano casino, si ribellavano. Per mantenere la calma, dovevi colpirli con bastoni o con il calcio dei fucili: tutti, uomini, donne, bambini. Anche lui l’aveva fatto, imitando Saleh che li percuoteva rabbioso. Feisal era convinto che il suo amico avesse ragione: se volevi andartene da quel posto schifoso, dalla Libia, la compassione era proibita. “Gli scafisti sono pagati molto, molto bene e noi ce ne andremo, ma non come dei poveracci: ce ne andremo pieni di soldi! E i soldi aprono tutte le porte!”, così gli aveva detto Saleh.
Ora, con l’acqua che correva sul ponte, aveva udito le parole del comandante: “Staccali, staccali adesso, stacca i gommoni! Se li trovano, ci arrestano di sicuro!”. D’accordo, che gliene fregava a lui di quei miserabili. Intanto uno dei gommoni si era quasi sgonfiato, le onde entravano, la gente scorreva sui bordi e precipitava in mare, l’acqua gli riempiva la bocca prima che gridassero il loro terrore.
Feisal si ricordò di suo padre, a volte muratore a volte marinaio, che, con grandi sacrifici, l’aveva fatto studiare: per anni aveva frequentato una madrassa. Non era ignorante come gli altri due scafisti! Alla scuola gli avevano insegnato che Allah era misericordioso: era il Provvidente, il Compassionevole che ai musulmani, a coloro che adempivano la sua legge, inviava il dono della sua clemenza, della compassione, mentre, per coloro che non credono, per gli atei, gli ebrei e i cristiani, terribile sarebbe stato il giorno del Giudizio, tutti sarebbero diventati ospiti della Gheenna.
“Affogano… Affoghino pure, non me ne importa nulla!” ripensò Feisal. Eppure quei disperati, coi polmoni che si riempivano d’acqua, erano quasi tutti musulmani. Forse, lui e gli scafisti, si erano dimenticati di essere musulmani, che la misericordia di Allah era un atto di bontà e di benevolenza rivolto agli uomini credenti.
La violenza del mare e degli uomini lo confondeva, di molte cose aveva perso il ricordo. Come il ricordo di un peschereccio di Mazara del Vallo, che avevano incrociato durante una burrasca: era in avaria, il motore non funzionava, stava affondando. Tre marinai italiani indossarono i giubbotti salvagente e si gettarono in mare, il quarto era un ragazzino di dodici anni che si lanciò tra le onde senza salvagente. Il comandante libico capì che sarebbe annegato e urlò a Feisal di soccorrerlo. Feisal afferrò un mezzomarinaio e, con non poca fatica, riuscì tirarlo a bordo. Il ragazzino era spaventato, ma, tra vento e bufera, sorrise al suo salvatore. Feisal gli diede due manate sulle spalle e lo abbracciò felice. Erano tutti cristiani, erano miscredenti quei marinai di Mazara: a Feisal venne in mente che forse i cristiani, testimoniando la misericordia, seminano misericordia e che il dolore si può alleviare soltanto prendendosi cura di quello altrui. In balìa di onde, che ti sovrastano di due o tre metri, non ti senti musulmano e neppure cristiano: ti comporti da uomo, devi solo salvare chi annega.
Tra ondate violente, Feisal si sporse sulla ringhiera della plancia e iniziò a gridare verso Omar, che già aveva cominciato a slegare i gommoni: “Non staccarli, Omar! Non possiamo farlo, dobbiamo salvare tutti quelli che possiamo! Non staccarli!”. Omar lo scrutò, incazzato, e gli fece vedere dieci persone che aveva aiutato a salire sulla barca, distesi sul ponte: “Quelli bastano per i guardiamarina! Gli facciamo vedere che qualcuno abbiamo salvato, così non ci denunciano: gli altri possono andarsene in fondo al mare! Ma tu, con chi stai, testa di cazzo?”. Il comandante alzò la voce: “Vieni giù anche tu, dacci una mano! Fra poco sarà qui il Guardiamarina, vuoi farci arrestare? Vieni giù, stronzo! Dobbiamo staccarli, dobbiamo staccarli…”.
“Staccarli… no, dobbiamo salvarli, dobbiamo salvarli tutti!” esclamò Feisal, con quanto fiato aveva in gola. Con un balzo, scese lungo gli scalini bagnati del ponte di comando, si presentò di fronte a Omar e, scosso dai movimenti della barca, gli ordinò: “Riattacca i gommoni, subito!”. “Ammazzalo, Omar! Ammazzalo, questo ci farà arrestare!” urlò inferocito il comandante.
Omar era abituato all’inferno che ribolliva nei quartieri bassi di Tripoli ed era sempre armato di un lungo coltello a serramanico, lo estrasse all’improvviso e, con un fendente, mirò al viso di Feisal, il quale, per ripararsi, sollevò il braccio destro. La lama penetrò nel braccio, a fondo, il sangue schizzò abbondante sui visi dei due avversari.
Feisal non pensò al coltello che era rimasto infilato tra i suoi muscoli e, per istinto, con rabbia, afferrò il collo di Omar. Lottarono in mezzo all’acqua che inondava il ponte. Feisal era infuriato, riuscì a spingere l’altro sul bordo della barca; nonostante la ferita riuscì a sollevarlo e a gettarlo in mare: Omar cadde in silenzio tra i flutti. Solo allora Feisal estrasse il coltello, non gridò, ma il dolore era fitto. Non si era, però, dimenticato del comandante: lo vide, di sottecchi, con il gancio del mezzomarinaio sollevato sopra la sua testa, pronto a colpirlo. Si spinse a terra, evitò il colpo, afferrò la sua camicia e nel cuore gli infilò il coltello che ancora aveva in mano. Il comandante, a bocca spalancata, incredulo, lasciò il mezzomarinaio, circondò Feisal con entrambe le mani e, trattenendolo, precipitò in mare.
Il comandante fu sommerso dalle onde, mentre Feisal riuscì ad aggrapparsi ad una corda che pendeva dal bordo, ma la corda era sottile, bagnata, doveva usare una mano perché l’altro braccio era ferito: non ce l’avrebbe fatta. Per un attimo, ricordò il comandante del peschereccio libico che gli aveva detto di salvare il ragazzino cristiano. Pensò che aveva appena ucciso due musulmani per compassione verso quattro disgraziati. Che compassione era la sua? Era un buon musulmano? Che gli stava accadendo?
Dal bordo della barca, si affacciò il viso nero di un ragazzo, poteva avere dodici anni. A Feisal, che stava lasciando la corda, sembrò di sognare: era un angelo. L’angelo si chinò fuori dal bordo, si abbarbicò alla sua maglietta e, strapazzato dalle onde, superando le sue stesse forze, lo trascinò sul ponte.
Il ragazzino gli sfilò la maglia, in qualche modo la fece a pezzi e glieli strinse sopra la ferita. Feisal riuscì a dirgli: “Dobbiamo salvare anche gli altri, quelli sul gommone”. Il ragazzo, che si era allontanato dal gruppo di persone salvate da Omar, assentì abbassando la testa.
I flutti cadevano rumorosi sul ponte, eppure riuscirono a lanciare cavi di canapa e qualche scala di corda a chi occupava il gommone. Qualcuno cominciò a risalire incerto sulla barca, mentre altri, bambini, anziani e alcune donne, furono spazzati via dai flutti in burrasca. Feisal perdeva sangue, ma non si fermò finché tutti, quasi tutti, furono all’interno della barca. Perse le forze e cadde sul ponte con gli occhi ancora aperti.
Sentì un movimento vicino a lui, sentì delle voci che forse lo chiamavano. Scosse la testa, guardò meglio. Vide il viso di un guardiamarina italiano che lo esortava a rimanere sveglio: “Forza, coraggio! Siete stati bravi, ce l’avete fatta, avete salvato quasi tutti! Il ragazzino mi ha detto che è stato merito tuo: li hai salvati e hai fatto fuori da solo i due scafisti. Bravo, amico, bravissimo!”.
Il mare era calmo, ondeggiava tranquillo. La ferita gli bruciava appena. Forse erano diretti a Lampedusa, ma non lo sapeva con sicurezza, in qualche modo sperava che l’avrebbero accolto. Aveva cominciato come scafista e finiva tra quelli che cercavano patria. Chissà, forse era meglio così: per la prima volta, aveva sentito il significato della sua esistenza.
Hamed, l’angelo che lo aveva salvato, era con la testa all’aria, guardava il mare, sfiorato dal vento. Si volse verso di lui, lo guardò dubbioso, parlò in inglese, che Feisal riusciva a capire: “Sai, ti devo dire una cosa. Io sono nigeriano: in Nigeria metà della popolazione è musulmana e l’altra metà è cristiana, però i musulmani fanno strage di cristiani. Non so se dirtelo, ma a io vengo dal sud: sono cristiano. Ti dispiace se ti ha salvato un cristiano?”.
Feisal gli stampò in faccia il sorriso più bello. Lui aveva salvato un ragazzino cristiano e un ragazzino cristiano aveva salvato lui, musulmano. Allah era grande… Dio era grande… ma era musulmano o era cristiano? Pensava al dolore di quelli che soffrono: era quella la Misericordia?









