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Archivi: Articoli d’archivio

  • Il Museo dei Grandi Fiumi

    Il Museo dei Grandi Fiumi

    Nel n. 61 di questa rivista ci siamo intrattenuti col dott. Raffaele Peretto a delineare la storia del Museo di Rovigo. In particolare ci siamo soffermati a parlare del Museo Civico delle Civiltà in Polesine (antecedente del Museo dei Grandi Fiumi), attivato nel 1980 presso l’ex convento degli Olivetani. Struttura che, dopo la soppressione napoleonica, era stata utilizzata dal 1844 al 1978, per oltre un secolo, come Casa di Riposo per Anziani.

    Negli anni ’80 del secolo scorso venivano frattanto avviati studi e progetti per valorizzare al meglio il museo rodigino. Si giungeva così a mettere a punto un significativo progetto di restauro: dal 1990 al 2004, venivano attuati i lavori finalizzati alla restituzione filologica del complesso, in vista di una funzionale destinazione museale.

    Nasceva pertanto il progetto del Museo dei Grandi Fiumi, della cui genesi e sviluppo ci parla il dott. Raffaele Peretto, ex direttore dell’istituzione e in seguito, fino all’anno scorso presidente del CPSSAE.

    – Dott. Peretto, come ha avuto origine l’innovativo progetto del nuovo Museo?

    “La disponibilità della rinnovata sede museale con oltre 6000 metri di superficie – sottolinea Peretto – si apriva verso l’organizzazione di un moderno museo rivolto all’Europa. Questa è stata l’idea vincente di Gabbris Ferrari che, al tempo Assessore alla Cultura, portò il Comune di Rovigo ad istituire nell’ottobre 1997 il Museo dei Grandi Fiumi, facendolo subentrare al precedente Museo Civico delle Civiltà in Polesine.

    Il nuovo museo doveva ribaltare l’immagine di un antico Polesine inospitale, valorizzando quanto le ricerche avevano portato alla luce. Con questo spirito, nella sua futura sede fu svolto l’articolato Simposio Internazionale Verso il Museo dei Grandi Fiumi dal 5 al 6 marzo 1998, conclusosi con la sottoscrizione dell’accordo di programma Partnership dei grandi fiumi d’Europa, rivolto a promuovere una costruttiva collaborazione per favorire lo sviluppo culturale ed economico di bacini fluviali europei. In breve vennero definite le prime idee progettuali che sostanzialmente costituivano l’articolazione del percorso espositivo museale, rivolto alla presentazione delle tappe fondamentali della storia naturale ed antropica del territorio, inserita e vista in un ampio raggio, confrontandola con aree del Mediterraneo e dell’Europa”.

    – Un progetto pensato in grande…

    “Il progetto di allestimento del Museo dei Grandi Fiumi era sicuramente ambizioso e di rilevante valenza: una forte volontà politica ha fatto sì che sia il Comune di Rovigo sia la Regione del Veneto affrontassero i notevoli impegni economici per le prime fasi di realizzazione. Un valido gruppo di lavoro si stabilì direttamente negli spazi del complesso architettonico da poco restaurato. Si realizzarono attrezzati studi per la progettazione dei vari settori espositivi, per la ricerca e la realizzazione di testi e supporti informatici; si attivò un laboratorio per il vaglio, l’assemblaggio e il restauro dei materiali archeologici. Il tutto sotto la guida della direzione scientifica dello stesso museo e del particolare spirito innovativo di Gabbris Ferrari che con disinteressato impegno e passione espresse la sua qualificata professionalità di scenografo e regista teatrale nell’elaborare una nutrita serie di schizzi e disegni rivolti a predisporre installazioni, diorami, ambientazioni. Il tutto in piena sintonia con i profondi cambiamenti che, anche in Italia, seppur in ritardo rispetto ad altri paesi europei, si andava delineando nell’uso di linguaggi divulgativi museali, per restituire al pubblico, in forme comprensibili e coinvolgenti, la memoria relativa alla storia di un determinato territorio o di specifici luoghi e siti.”

    – Quali furono le prime sezioni realizzate?

    “Nell’avviare il progetto si decise di anticipare, rispetto all’ordine dato alle tematiche dello sviluppo museale, la realizzare delle sezioni dedicate all’archeologia polesana con l’allestimento dei primi tre nuclei espositivi dall’Età del Bronzo, del Ferro e Romana, inaugurate rispettivamente nel 2001, nel 2002 e nel 2004. Ne nacque un Museo per quel tempo piuttosto innovativo, proponendosi pure come laboratorio di sperimentazione didattica nelle differenti espressioni scenografiche usate nell’allestimento delle sezioni espositive. Alla semplice sequenza di vetrine ed oggetti esposti si affiancano tecnologie avanzate e scenografie, dando vita ad un percorso che trasporta il visitatore a rivivere il passato, rendendolo attivamente partecipe della realtà che lo circonda (Foto C).”

    – Una attenzione nei confronti dell’ambiente, dunque.

    “Sicuramente. Lungo il percorso espositivo, spesso viene richiamato l’antico rapporto tra uomo ed ambiente, con particolare riferimento all’elemento acqua che ne diventa anche il filo conduttore.

    Personalmente cessai il servizio al Museo dei Grandi Fiumi nell’agosto 2007. Negli anni successivi, con uno staff ridimensionato rispetto a quello precedente, si curarono gli allestimenti delle sezioni dedicate al Medioevo e al Rinascimento, inaugurate rispettivamente nel 2013 e nel 2014. Il Comune di Rovigo affidò l’incarico di curatore scientifico dell’allestimento a Sandra Bedetti per il Medioevo; quello per il Rinascimento mi fu affidato dalla Provincia di Rovigo, nell’ambito del progetto comunitario.

    – Un impegno assiduo, dunque. A suo avviso sarebbe oggi opportuno intervenire con qualche modifica?

    “Direi che il Museo dei Grandi Fiumi continua a destare interesse anche se mostra qualche sintomo di sofferenza in quanto le necessarie continue manutenzioni non sempre rispondono alle esigenze. Ho avuto nel tempo apprezzamenti da parte di molti visitatori, in particolare studiosi e docenti universitari che ancor oggi mi interpellano per lezioni e seminari accademici o per accompagnare i corsisti in visita alle sezioni espositive. Sono inoltre i giudizi espressi dal pubblico nell’apposito registro a lasciare evidente testimonianza di quanto questa istituzione sia sempre particolarmente apprezzata. Riporto un commento che mi è rimasto impresso “Sono molto vecchia e ho visitato molti musei. Questo è il più sbalorditivo ed entusiasmante. Complimenti e auguri perché tanti studiosi ne possano godere.”

    – Il progetto di un collegamento con realtà museali legate ai fiumi (in particolare dei tributari del Mediterraneo con foce a delta) è stato del tutto abbandonato o pensa sia ancora realizzabile?

    “Purtroppo quanto con fatica ed impegno era stato raggiunto attraverso la sottoscrizione dell’accordo di programma Partnership dei grandi fiumi d’Europa non ebbe un seguito. Riprenderlo implicherebbe disporre di una organizzata struttura tecnico-politica e di un lavoro non indifferente con il coinvolgimento di più istituzioni, mirando anche alla disponibilità di risorse comunitarie. Più fattibile potrebbe essere la realizzazione almeno di alcune delle sezioni previste nel progetto iniziale di allestimento, pubblicato in un opuscolo nel 2001 e ripreso più dettagliatamente nel recente ed eccezionale volume Un Museo per i Fiumi, curato da Claudia Biasissi, che raccoglie molti dei disegni progettuali di Gabbris Ferrari per l’allestimento dei settori espositivi del nostro museo.”

  • Il Progetto MUSST#2

    Il Progetto MUSST#2

    Gli effetti della pandemia che ha colpito indistintamente tutto il mondo nell'ultimo anno hanno ridotto drasticamente i viaggi, restringendo il raggio di tutti i nostri spostamenti, obbligandoci a scoprire le piccole bellezze nascoste, che si trovano dietro all'angolo di casa e che, proprio per questo motivo, non hanno in passato assunto particolare valore attrattivo.

    Eppure il Polesine vanta un'offerta ricchissima con ben due musei archeologici nazionali, un originale allestimento presso il Museo dei Grandi Fiumi, un viaggio nel magnifico mondo dei luna park, con il colorato Museo della giostra di Bergantino, l'innovativo Museo virtuale di Garofalo, per poi perdersi nei vari musei etnografici, che raccontano la nostra storia fatta di attività rurali, pesca, navigazione, senza dimenticare la grande impresa della bonifica narrata nel Museo di Ca’ Vendramin.

    Il variegato mondo del collezionismo ci ha lasciato lo scrigno della Pinacoteca dell'Accademia dei Concordi con le collezioni egizia ed archeologica, la piccola ma preziosa raccolta della Collezione Balzan a Badia Polesine, ma anche la collezione di ocarine di Grillara. E ancora, a memoria della storia e dell'impegno civile, restano il Museo del Risorgimento di Lendinara e la Casa Museo Matteotti di Fratta Polesine, che vanta il titolo di monumento nazionale.

    Quest'ampia offerta è rappresentata da 26 sedi museali, dislocate in tutta la provincia, riunite nel Sistema Museale Polesine, che ha ricevuto impulso grazie a un progetto del Ministero per i beni e le attività culturali denominato MUSST#2, coordinato dalla dott.ssa Alberta Facchi della Direzione regionale musei, nonché direttrice del Museo archeologico nazionale di Adria e sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova Rovigo.

    Le finalità del progetto sono quelle di potenziare la rete dei musei polesani, puntando soprattutto sulla promozione e sulla comunicazione in un'ottica di omogeneità e di coordinamento tra le varie strutture museali.

    Il progetto Wikipedia

    Una delle azioni di punta del progetto MUSST#2, è stata individuata nella promozione dei musei tramite l’enciclopedia libera ‘Wikipedia’, che vanta un’ampia fruizione ed è utile per informazioni di base, ma che, non essendo vincolata da interventi di tipo istituzionale, presenta in alcuni casi carenze d’informazioni o fonti di notizie non sempre corrette e aggiornate. Per migliorare i contenuti e dare risalto ai musei del Polesine il CPSSAE (Centro Polesano di Studi Storici Archeologici ed Etnografici), ha sottoscritto una convenzione con la Direzione Regionale Musei del Veneto, con la quale si è impegnato a modificare e implementare le voci relative ai musei polesani già esistenti in Wikipedia e a predisporne di nuove per quelli mancanti.

    In prima battuta si è proceduto con l’analisi della situazione esistente che ha portato ad individuare nei due musei nazionali gli unici a disporre di una voce enciclopedica abbastanza esaustiva; altri 7 musei pur avendo una voce apposita, non risulta completa nelle informazioni; i restanti musei, in totale 17, non dispongono di una voce specifica.

    L’attività, in fase ormai avanzata, ha comportato un’azione preliminare di ricerca di testi, di guide turistiche e di notizie sul web, con lo scopo di elaborare una bibliografia di base relativa a ciascuna struttura espositiva, corredata da eventuali pubblicazioni sul territorio polesano, con particolare riguardo ai comuni che ospitano le sedi museali. Già da questa prima ricognizione sono emerse alcune criticità, derivanti da una ridotta o scarsa produzione di testi specifici e di brochure, utili a far comprendere i contenuti dei vari musei.

    Mancano nella maggior parte dei casi guide turistiche o pubblicazioni di vario tipo, che illustrino gli spazi museali, dando risalto al percorso espositivo e alle diverse collezioni. Questo ha reso l’avvio del progetto abbastanza complesso, in quanto uno dei “pilastri” sui quali si regge Wikipedia, è proprio quello della citazione delle fonti d’informazione, e in mancanza di testi editi ci si è dovuto rivolgere al web, constatando la ripetizione delle medesime informazioni in siti diversi.

    Una fonte utile per reperire una documentazione aggiornata relativa ad alcuni musei è stata individuata nelle riviste a carattere locale, in particolare «Ventaglio 90» e «REM», soprattutto per la presenza di notizie relative ad aperture di nuove sezioni o di nuove sedi espositive. Qualora le informazioni raccolte non fossero risultate sufficientemente esaustive oppure non aggiornate, ci si è rivolti direttamente agli operatori dei musei per ulteriori chiarimenti.

    La successiva stesura delle schede ha previsto in fase d’avvio la definizione di linee guida condivise tra le componenti del gruppo di lavoro, previa analisi delle modalità di comunicazione proposte da Wikipedia, che predilige l’esposizione chiara, sintetica delle varie notizie con una predisposizione dei contenuti sostanzialmente omogenea. Si sono presi come termini di confronto i musei che già dispongono di una voce esaustiva, spaziando anche in musei di particolare rilevanza nazionale, per avere un termine di paragone, sul livello di approfondimento nella descrizione dei diversi percorsi espositivi. Sono stati inoltre previsti dei collegamenti ad aree tematiche più ampie mediante “wikilink”, per approfondire voci o collegare la scheda museo ad ambiti disciplinari affini. Il lavoro è stato svolto in autonomia da parte di ogni componente del gruppo, confrontandosi mediante briefing a cadenza settimanale sui risultati raggiunti.

    Gruppo di lavoro

    Hanno partecipato ai lavori di stesura: Alessandra Papuzzi, Giada Rinolfi e Sara Veggian su coordinamento di Sandra Bedetti e con il supporto e la consulenza scientifica di Paolo Bellintani e di Raffaele Peretto.

    Nella individuazione dei collaboratori per il progetto sono state scelte tre giovani polesane, con formazione specifica nel campo dei beni culturali, in un’ottica di sviluppo imprenditoriale, allo scopo di creare nuove figure professionali nell’ambito della cultura, particolarmente sensibili ai temi dell’innovazione tecnologica e della comunicazione mediante l’uso dei social.

    Il CPSSAE, che già dallo scorso anno opera nella stesura e implementazione di schede in Wikipedia, per le aree tematiche di propria pertinenza, in particolare archeologia e protostoria in Polesine, prevede di continuare questo tipo di attività utile a promuovere il territorio polesano con le sue sedi museali e auspica che vi possa essere un’ampia adesione alla campagna annuale di “wiki loves monuments”, il concorso fotografico appositamente creato da Wikipedia per far conoscere i beni culturali nel mondo.

  • Nasce il “Bosco di Dante”

    Nasce il “Bosco di Dante”

    Si è svolta lo scorso 6 marzo 2021, ad Ariano nel Polesine, una iniziativa di ampio respiro culturale legata a settimo centenario della morte di Dante, il nostro più grande Poeta, il più studiato al mondo.

    E’ noto il vincolo indissolubile che lega l’artista fiorentino alla nostra terra, il Delta del Po. Dante, in particolare, avrebbe fatto sosta a San Basilio – presso l’hospitium gestito dai monaci benedettini dell’Abbazia di Pomposa (che qui si erano insediati nel VI-VII secolo) – durante il viaggio di ritorno da una ambasceria a Venezia per conto di Guido Novello da Polenta, Podestà di Ravenna.

    L’Amministrazione Comunale di Ariano nel Polesine ha pertanto inteso celebrare questa ricorrenza attraverso la “piantumazione di sette farnie”, alcune delle quali, “figlie” della secolare Quercia di San Basilio, collassata il 25 giugno del 2013.

    L’idea è nata dall’unione di due volontà. Da una parte, la Fondazione Cariparo, che ha messo a dimora la “sua” Quercia a conclusione della mostra “La Quercia di Dante” allestita a Palazzo Roverella di Rovigo, segno tangibile dell’attività celebrativa realizzata da questa Istituzione, che negli anni ha dimostrato di avere nei suoi forzieri tanti progetti per la nostra Provincia. Dall’altra la progettualità dell’Amministrazione Comunale, presentata lo scorso anno a Poste Italiane nella sede del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo, alla presenza del Ministro. Un’iniziativa che avrebbe dovuto concretizzarsi con la creazione di un bosco con settecento querce.

    Purtroppo la pandemia, ancora in corso, ha bloccato qualsiasi tipo di progettazione e sostegno da parte di Poste Italiane, ed ha indotto l’Amministrazione Comunale a soprassedere all’idea di dar vita alla ideata “foresta planiziale”. Un progetto questo – legato ricordo del Sommo Poeta – che avrebbe dovuto concretizzarsi con un importante miglioramento del paesaggio e della natura del Delta del Po, nell’ottica della sostenibilità ambientale e della biodiversità, tematiche che stanno in particolar modo a cuore del giovani generazioni

    Ridimensionato pertanto il progetto iniziale, si è passati dalla ipotizzata piantumazione di settecento querce, (che avrebbero rappresentato gli anni dalla morte di Dante) alla reale messa a dimora di sette piante, che invece rappresentano i secoli trascorsi. In questo modo il primo passo per la costruzione del “Bosco di Dante”, è stato compiuto dall’Amministrazione Comunale di Ariano nel Polesine, attribuendo alle sette querce un importante valore culturale, poetico e ambientale.

    Si è poi proseguito nell’iniziativa, facendo adottare ognuna delle sette piante a sette importanti Enti che operano nel territorio, e che hanno un interesse specifico per l’area di San Basilio. Precisamente: il Comune di Ariano nel Polesine, la Provincia di Rovigo, l’Ente Parco Regionale Veneto del Delta del Po, il Consorzio di Bonifica, Veneto Agricoltura, la Diocesi di Adria Rovigo e l’Istituto Comprensivo di Ariano nel Polesine e Corbola.

    Questi Enti saranno pertanto i “custodi” del nostro territorio “adottando una piccola Quercia”, come se fosse un bambino bisognoso di cure e attenzioni. Depositari quindi della memoria, sia di Dante che in queste terre ci passava spesso, sia di tutti noi che in Dante riconosciamo colui che ha “costruito” la lingua italiana, cioè il “tessuto” sul quale gli italiani gestiscono tutti i loro rapporti e le loro relazioni.

  • Angeli Musicanti

    Angeli Musicanti

    L’Ecomuseo Mulino al Pizzon di Fratta Polesine continua a macinare cultura e tutela, non solo per le quotidiane manutenzioni degli ottocenteschi macchinari, la settimanale pulizia del fiume e l’instancabile cura per il verde che lo circonda, ma anche per il suo impegno nella divulgazione della conoscenza del passato con un occhio attento alle energie rinnovabili.

    La sua cucina coniuga tradizione, innovazione e creatività, ricercando nei prodotti della meravigliosa storia della cucina mediterranea una identità polesana ancora da scoprire del tutto e da rafforzare mescolando prodotti del territorio in nuove proposte.

    Inoltre, il gruppo dei volontari CTG propone sempre nuovi incontri ed occasioni culturali che sanno attrarre persone e cittadini rinnovando interessi e temi.

    Ecco allora la proposta della bella mostra “Angeli Musicanti” di Gianni Veronese per il Natale 2020 e il capodanno 2021, che è stata apprezzata da molti appassionati nonostante le ristrettezze della pandemia.

    Nella nicchia del salone dei grani del Mulino al Pizzon, gli Angeli musicanti scendono dalle antiche travi per richiamarci ad un natale di bellezza e di bontà, commentati ogni domenica da vari esperti e appassionati.

    Angeli anticonformisti, dai volti abbozzati, quasi umani, con abiti svolazzanti e variopinti, quasi un tutt’uno con le ali, esibiscono invece i loro strumenti terreni disegnati dall'artista in maniera precisa e perfetta.

    Questi angeli torneranno sicuramente in altri luoghi e contesti perché incantevoli e affascinanti, non solo dal punto di vista artistico, ma anche dal punto di vista storico-sociale-religioso, come emerso dalle varie presentazioni.

    Numerosi sono gli appuntamenti programmati all'Ecomuseo Mulino al Pizzon, luogo che merita più di una sosta, per le innumerevoli novità che ne arricchiscono la vita e l'essenza in ogni stagione.

    Introduzione alla Mostra

    La rappresentazione degli angeli nell’iconografia religiosa – ci dice l’arch. Gianni Veronese – è molto diffusa. In tutti i periodi storici.

    Tutta l’arte e in particolare la pittura è ricca di esempi di questo tipo. Molti artisti hanno dipinto questo soggetto, da Giotto, a Guariento di Arpo nella Padova del 300, ad Arnolfo di Cambio, alla pittura senese con Duccio di Boninsegna e Simone Martini e fiorentina del medioevo, alla scuola romana con Pietro Cavallini, Iacopo Torriti fino a Beato Angelico che apre il periodo del Rinascimento con Francesco Botticini, Piero della Francesca, Giovanni Bellini, Benvenuto da Garofolo, Cima da Conegliano e molti altri.

    Per molti anni l’arte è rivolta a rappresentare quasi esclusivamente il sacro e tutti i pittori dipingono immagini religiose commissionate dagli ordini ecclesiastici e collocate nei luoghi di culto. Credo che una delle prime opere laiche, cioè di soggetto non religioso, se non la prima, sia la serie di affreschi di Ambrogio Lorenzetti riguardanti l’allegoria del buono e del cattivo governo che si trovano a Siena nella Sala dei Nove nel Palazzo pubblico

    Nel 500 e nei secoli successivi la diffusione dell’arte del sacro ebbe uno sviluppo ancora molto consistente con la produzione di grandi e immortali capolavori, Leonardo, Michelangelo, Raffaello.

    Per arrivare ai giorni nostri dove il panorama artistico è più variegato, ma ancora abbastanza importante. È il caso degli angeli imperfetti di Paul Klee, in cui le figure non sono né divine né belle ma rappresentate come viste da un bambino o da un folle o del simbolismo di Ferdinand Hodler o delle visioni bibliche degli angeli di fuoco di Marc Chagall.

    Vi sono anche esempi curiosi nel panorama artistico moderno

    E’ il caso di Marck Art (Marco Urso) siciliano, scoperto da Sgarbi, che risvegliatosi da una apnea cerebrale di 25 minuti ha cominciato a dipingere angeli “ero morto ora dipingo angeli”.

    Il tema su cui mi sono avventurato – sottolinea l’arch. Veronese – è quindi abbastanza impegnativo. Perché quindi questo mio lavoro?

    Uno dei motivi riguarda la mia passione per il disegno che mi ha portato a cimentarmi su temi diversi e insoliti, ad es. La raffigurazione architettonica e ambientale di Rovigo e del Polesine, oggetto di recenti mostre, e di molte città e paesi del Veneto, di paesaggi, animali, ritratti, composizioni floreali, nonché proposte progettuali e altro ancora.

    Un altro motivo può essere dovuto alla ricerca di figure protettive delle quali in questo periodo si può sentire la necessità in modo più forte rispetto ad altri momenti, e la conseguente ricerca di renderle più gioiose e vicine al cuore della gente attraverso una delle arti più espressive.

    La prima vera ispirazione è però maturata da un disegno di Gabbris Ferrari riportato sul poster di una iniziativa degli “Amici del cuore” che mi ha colpito per la bellezza dei colori, per l’espressione intensa e serena.

    Il motivo più importante che mi ha portato a realizzare questa galleria di angeli musicanti è stato quindi quello di rendere omaggio al genio artistico di Gabbris Ferrari polesano di fama internazionale e contestualmente di alleggerire gli affanni quotidiani con figure celestiali che ben si adattano a questo periodo natalizio.

  • Come piccole galassie

    Come piccole galassie

    LEGAMI

    Nuclèici, vaghiamo sospesi a certezze di compiuto. come l’intermittenza del tempo che concede di esplorare mondi, galassie lontane, per sfamare con piccole briciole d’infinito la nostra voglia d’eterno. Acceso, spento, luce, buio, amore, odio, stelle. Costellazioni spezzate da un “La” in controcanto, geometrie d’immortalità, ridisegnate da chi saprà donare. Speranza, sorriso, cuore. Pane della vita, sapore di salvezza.

    SIAMO

    Siamo come piccole galassie nello spazio che si espande nel tempo, lasciando ogni volta un qualcosa di noi nell’universo.

    VOLTARSI INDIETRO

    E mi volto indietro, immerso in un tempo passato che sa di presente, e mi vergogno, sì, mi vergogno di questo mondo folle, distorto, rovesciato. Riemergo dai ricordi, lo stato di amarezza mi pervade, non s’appiana il senso d’impunità che m’imprigiona in un mare di parole, frenetico vociare che inganna il tempo. Allora affondo ampie bracciate in questo mare, ed entro, oltre il confine dell’umano o almeno quel che penso, mi sento soffocare da ipocriti pensieri, scruto abissi di avidità, valli d’incoerenza tra promesse e azioni, indifferenza, e poi… respiro. Sì, è un profondo respiro di salvezza che mi desta dall’odio che divora il cuore, ci disgrega, avrei voluto non essere più umano, spogliato da logiche terrene, ma lo sono, e mi ritrovo ancora in questo spazio, vuoto, con il coraggio di gridare ancora che è giunta l’ora di tendere la mano a chi difende la vita e vuole amare.

    Tra le fioche luci delle stelle, io cerco verità e volgo altrove il mio peregrinare.

    Può una lacrima ribaltare il mondo ?

    IL SOFFIO DELL’ANIMA

    Filantropi dai nomi buffi fanno bolle di umanità, per far danzare tra corsie di ospedali i sorrisi dei bambini ad allietare con la gioia un’emozione. Protagonisti di storie senza tempo i nasi rossi fanno poco rumore ma sanno trasformare con il cuore ogni comune giorno in un momento speciale. L’allegria la puoi vedere negli occhi, che brillano sul palco della vita, loro non chiedono plausi quando finisce la scena, sono fatti così i nasi rossi tra quelle bolle di sapone e il loro respiro l’umana passione di chi sa colorare la vita.

    LUCIA, UNA STORIA VERA

    (Dedicata a Lucia Annibali vittima della violenza contro le donne)

    Ho sentito parlare del tuo nome che significa “splendente”, come lo sono i raggi del sole nel mattino mentre guardano, nel tremore della terra risvegliata, il tuo volto, tra parole che si chiedono il perché.

    Allo specchio tuo, fedele, hai raccontato l’inquietudine, gli istanti di quel giorno, per molte di una vita, quando sul viso ormai sfregiato, dimorava a tratti quel disprezzo, e con fatica il coraggio ti chiedeva di spezzare l’incantesimo funesto e di voltare le spalle alla paura.

    Una bella e una bestia il tuo cuore ha riscritto nuova e moderna fiaba, con dignità descritto la speranza per soffiare via lontano quella nebbia che offuscava le menti, dove l’anima ha il diritto di volare tra squarci blu del nostro cielo, dove il tempo s’inchina fino a danzare nell’abbraccio etereo e umano di una voce, come molte, liberate dal silenzio.

  • Nell’attesa di uno sguardo

    Nell’attesa di uno sguardo

    FORMICHE

    Piccolo mondo piccola vita. Formiche nell’ingranaggio del tempo. Luce intensa di anime appassionate stordite da indifferenza e noia. Siamo granelli preziosi di realtà spicchi di sole alla deriva nel vento delle passioni.

    Siamo l’unica luce di verità in un mondo di carta energia pura che trasforma con la magia di un sorriso la vuota e fragile realtà di cartone in un cielo trapunto di stelle…

    SPLENDIDA QUIETE

    Tutto si è spento. Tutto si è rotto. Ci avrei scommesso ma non lo volevo dire a voce alta complice un’anima vigliacca sempre a caccia di idee luminose e sogni irrealizzabili per stordirsi i pensieri e continuare a sorridere a camminare. Una strana calma aleggia nell’aria. Nessuna ribellione. Nessun risentimento. Soltanto quiete. Apparente distacco dal mondo. Quando per troppo tempo non vedi una via d’uscita smetti di cercare la luce. Indossi la tua maschera accavalli le gambe e ti accomodi inerte sulla poltrona dell’abitudine lasciandoti accarezzare soltanto dalla fredda mano del buio.

    GLI OCCHI NON DIMENTICANO

    Gli occhi non dimenticano il pulsare della vita in un battito di ciglia. la scia lasciata da un pensiero felice che dipinge lo sguardo d'azzurro. Gli occhi corrono lontano ma quando si chiudono proiettano nel buio immagini di ieri. Tutte le ombre e le luci della vita danzano insieme farfalle e falene. Non è mai notte quando vedi lontano.

    BATTITO DI CIGLIA

    Nascosta nelle mie paure non mi faccio trovare. Mi sento piccola quasi non respiro per confondermi nel niente e lasciarmi cullare dall’onda infinita del tempo. Ho paura di gridare che esisto perché l’ombra del traguardo potrebbe sorprendermi abbracciarmi e all’improvviso portarmi via. Resto assopita nella noia mi accontento di ciò che non ho non scalfisco la voce silenziosa della vita. Per non spezzare la magia fatta di un istante il valore unico di un respiro l’ennesimo e mai banale battito di ciglia.

    IO SONO

    Sono quella della mattina presto che percorre strade vuote con ancora il buio addosso a solleticare un sogno. Sono quella che ascolta il silenzio cullandosi nella quiete di una casa piena di assenze ma traboccante di idee. Mi specchio nello sbavo di rossetto posato sul bordo della tazzina di un caffè veloce a colazione. Sono io che lascio il segno nelle pieghe di un sorriso regalato a un volto sconosciuto mentre tutto attorno scorre veloce. Sono quella che non rinnega mai un istante una preziosa profonda voglia di vivere.

    TORNERÀ

    Tornerà l'estate l'oro dei girasoli l'argento di specchi di nuvole. Tornerà quel vento caldo che accarezza la pelle e gli occhi persi nel gettar lo sguardo su un mare scarlatto di ammiccanti papaveri. Tornerà quel respiro di gioia quel battito del cuore come nessuno quel silenzio traboccante di attese quello sguardo festoso posato sull'anima che canta un rinnovato inno alla vita. Tornerà ne sento già il profumo… Tornerà perché mai se n'è andata del tutto quella flebile ma immensa luce…. …la speranza…

    DI NOTTE

    Cerco nelle tasche un’altra occasione l’ennesima alba per ricominciare. Allontano i ricordi che sporcano il presente con voci pungenti di verità perdute. Non riesco a vedere lontano al di là del sottile equilibrio tra realtà e illusione. Non voglio riaccendere la luce della speranza umile fiammella soffocata e dispersa nella notte di infranti desideri.

    L’AMULETO

    Catene di sguardi parole non dette. L’anima delle cose riaffiora radiosa e si dissolve in un esile batter di ciglia. Resta la traccia di un sentimento sincero conosciuto e mai svelato rinchiuso gelosamente in un pensiero felice amuleto segreto che porta il tuo nome.

    VA TUTTO BENE

    Si spezzano le ali del tempo pensieri stagnanti non volano più. Polvere di ricordi ricopre l'anima anemia di colori svuota lo sguardo di idee. Due passi per strada per incrociare un sorriso. Un respiro nuovo per affrontare la vita. Riflessa in una vetrina sovrappongo la mia figura all'immagine di un sogno spezzato. Scende una lacrima calda, improvvisa, solitaria, mi sorprende e mi travolge. Mi spalanca di fronte un futuro di niente che devo affrontare rincorrendo i dettagli inutili di qualche alibi passeggero alchimia di temporanei sorsi di felicità. Il mondo mi osserva mi chiede risposte …va tutto bene…

  • La colonia di Boccavecchia

    La colonia di Boccavecchia

    Rosolina Mare, in località San Giorgio – più nota a noi polesani come “zona Moro” – recentemente è sorta una moderna struttura di accoglienza turistica, che tutti ovviamente si augurano possa contribuire al meglio alla promozione del bel lido del nostro delta.

    L’importante iniziativa mi ha riportato alla memoria un’altra struttura di accoglienza – ubicata proprio dove attualmente è sorto il nuovo complesso – nella quale ho trascorso un indimenticabile periodo di soggiorno negli anni della mia infanzia: la colonia di Boccavecchia.

    Giornate ormai lontane che sono restate ben impresse nella mia mente, e che voglio sinteticamente raccontare, sperando che la mia testimonianza possa trovare spazio in Ventaglio Novanta, rivista che tanto apprezzo.

    Tutto iniziò in un mese d’estate (non ricordo se in agosto o settembre) del 1958, all’età di sette anni, quando fui prelevato dalla residenza della mia famiglia a Canda in via Scardovara, n.64 e portato a Rovigo, davanti ad un edificio con le colonne quadrate di via della Pace (vicino al Centro Medico, per dare un’idea). Qui, assieme ad altri bambini, fui fatto salire su uno dei due o tre pullman che ci attendevano.

    Non conoscevo nessuno ed il viaggio mi risultò alquanto triste. Dopo più di un’ora di corriera, siamo stati informati che stavamo per arrivare alla Colonia di Boccavecchia di Rosolina Mare.

    Da questo momento ho prestato più attenzione al tragitto: mi sono accorto che stavamo percorrendo una stradina lunga e dritta, tutta polverosa, evidentemente non era asfaltata. Guardando dietro si vedeva sollevarsi un polverone che occludeva la vista di ogni cosa che superavamo. Parte a parte di questa stradina c’erano soltanto rovi, “morantane” come le chiamavamo noi alla Busa, località dove abitavo: una vegetazione spontanea che però risultava più alta e più folta di quella a me nota. C’erano pochi alberi, alcuni pini marittimi, radi e nemmeno tanto alti (forse erano stati piantati da poco).

    All’improvviso una azzurra distesa di acqua (mai vista prima) mi è apparsa davanti agli occhi nella sua grande maestosità. Ero senza fiato dallo stupore!

    Ci siamo fermati davanti ad un edificio che assomigliava ad una scuola, ma molto più grande di quella che frequentavo a Canda. Era dunque questa la colonia. Ad attenderci c’erano alcune suore ed un ometto piccolo di statura ma piuttosto robusto e tozzo.

    Tutte le formalità dell’accoglienza non le ricordo e non credo siano importanti ai fini di questo racconto. Ricordo però che per i primi cinque giorni ho continuato a piangere, perché sentivo tanto la mancanza di mia madre. Poi le “signorine vigilatrici accompagnatrici” ci hanno consigliato di scrivere delle cartoline a casa per dire come stavamo e per salutare i parenti; così pian piano ho preso confidenza con il posto e con le persone che mi stavano attorno ed ho smesso di piangere.

    Poi ho avuto una piacevole gratificazione. Una sera la madre superiora chiese se c’era qualcuno a cui piacesse cantare per allietare l’ora di cena. Mi sono offerto, mi son messo sopra un tavolo ed ho cantato una canzone di Claudio Villa, mentre gli altri ragazzi, abbastanza silenziosi, consumavano il pasto.

    Dopo quella sera mi hanno invitato a cantare quasi sempre. Cantavo anche quando pioveva e, non potendo andare in spiaggia, rimanevamo nel grande atrio. Il mio repertorio comprendeva: “Romagna mia, Mamma, Non ti scordar di me, Granada e Giamaica – quella che cantava Luciano Tajoli. Quando qualche bambino di altre squadre, incontrandomi, mi voleva salutare, mi diceva “ciao Claudio Villa”.

    Tra i miei ricordi di quel soggiorno ho ben chiaro l’episodio della fuga di due bambini con l’idea di tornare dalla propria mamma. Allora l’ometto, che doveva essere un tutto fare della colonia, salito sul suo camioncino con cui provvedeva ai rifornimenti di verdura ed altre vettovaglie, si mise alla ricerca dei fuggitivi. I due bambini furono trovati sul far delle prime ore della sera. I rovi, entro cui si accucciavano ogni qualvolta passava qualcuno sulla strada, avevano lasciato visibili segni sui loro visi, braccia e gambe gracili. Ma il nostro ometto li ha scorti e, trionfante, li ha portati dalla madre superiora.

    Per punizione e “monito” sono stati fatti sfilare davanti a tutta la Colonia, affinché prendessimo tutti esempio a che cosa saremmo andati incontro se avessimo tentato la fuga… con un’aggiunta di pena inflitta dall’ometto, il quale ad ognuno dei due fuggiaschi comminò un “pirosecco” sulla testa. Dicesi “pirosecco” il gesto di appoggiare sulla testa il dito pollice della mano destra per poi di colpo toglierlo e abbassare velocemente la mano chiusa a pugno, battendo l’osso cranico con le nocche. Senti una piccola scarica elettrica (in dialetto “sçiantizo”), che ti fa vedere le stelle. Io non ho mai assunto comportamenti che potessero giustificare simile punizione.

    Un evento che ricordo bene è stato l’arrivo di un prete con tanti altri sacerdoti, giunti con un’auto grande e con altre macchine al seguito. Le suore ci hanno messi in riga e così, noi bambini che venivamo dal contado, abbiamo conosciuto e salutato il Vescovo di Adria.

    Poi ci fu l’attesa visita dei parenti. Quando sono venuti i miei a trovarmi, penso a metà del periodo di permanenza, un nostro conoscente, che li accompagnava ha detto a mia madre “el se lo parta a casa, non vedela come l’è magro”. Invece io ho rassicurato tutti che ora stavo bene e che non sarei tornato a casa per nulla al mondo.

    Tutto bene? In realtà ci fu un episodio increscioso verificatosi proprio l’indomani della visita dei miei. Mentre eravamo in spiaggia un ragazzotto, molto più alto e più forte di me, nel fare la lotta, mi ha rivoltato come un calzino e, dopo avermi messo con il viso sulla sabbia, mi ha riempito la bocca di polvere. Io ho sputato per un bel po’, ma il sapore della sabbia mi pare di sentirlo ancora.

    Un momento nel corso della giornata che ricordo bene era il ritorno dalla spiaggia, che avveniva dalle cinque alle sei del pomeriggio superando delle dune altissime: sembrava di essere nel deserto del Sahara, anche se allora nemmeno sapevo che esistesse il deserto. C’era intorno un che di selvaggio, che mi affascinava e mi faceva sognare di essere un esploratore.

    L’entusiasmo per l’ambiente esotico si spegneva però ben presto: ci portavano alla realtà le zanzare che, più grosse di quelle che conoscevo, non davano tregua fino a quando non si entrava nel refettorio. Per cercare di neutralizzare i fastidiosi insetti era tutto un battere con le mani sulle braccia e sulle gambe scoperte.

    Un altro ricordo si riferisce al penultimo giorno, quando un fotografo a turno ci scattò la foto ricordo che mia madre ha conservato nella sua raccolta e che forse un giorno ritroverò.

    La colonia da decenni non c’è più. Ancora prima della realizzazione della moderna struttura sorta recentemente sembrava sparita. Per anni, tornando a Rosolina, l’ho cercata senza successo. Dal Moro, ristorante da Ivonne, ci sono stato tante volte ed ho sempre mangiato bene, non tralasciando di informarmi di dove si trovasse la vecchia colonia. Mi è stato detto che era lì, di fronte al Moro. Ma io per anni ho visto solo una grande buca tutta recintata. Se facevo domande più dettagliate, le risposte erano evasive, avevo l’impressione che non fosse il caso di insistere.

    Eppure credo che anche la colonia di Boccavecchia abbia contribuito a far conoscere la meravigliosa spiaggia di Rosolina, dove io, da ragazzino, ho vissuto un periodo che vorrei definire “fenomenale”. Per “fenomenale” intendo dire che se non ci fossero state le colonie, bambini come me non sarebbero usciti dal perimetro del proprio comune di residenza per diversi anni; avrebbero dovuto aspettare le superiori per conoscere il capoluogo della propria provincia e avrebbero dovuto aspettare la naia, per conoscere qualcosa più in là.

    Oggi è tutto diverso, ma alcune cose non cambiano. È sempre una suggestione appagante la vista dell’immensa distesa azzurra del mare; e la spiaggia di Rosolina, con la sua sabbia bianca e la presenza di alcune storiche dune è davvero unica.

  • Gigion, la Parata e le altre

    Gigion, la Parata e le altre

    Florindo (il protagonista del racconto pubblicato nel n. 60, pag. 118 e successive) trascorse l'adolescenza tra Polesine Camerini, Scano Boa e la borgata di Pila. Allora quel paese era formato da fatiscenti edifici costruiti vicino all’argine del Po. In seguito, subito dopo la guerra, fu edificato un blocco di case popolari, ma di nuovo sotto l’unghia arginale, per cui, con le frequenti piene del Po, i fontanazzi zampillavano nei cortili delle abitazioni come delle fontanelle.

    A quei tempi vivevano in paese un tale chiamato “Gigion” e una donna dai facili costumi sopranominata “la Parata”. Erano entrambi sposati ma si trovavano spesso nel Cason sullo Scanno ad amoreggiare di nascosto. La donna giustificava quei suoi frequenti trasferimenti sullo scanno, dicendo che andava a "tartufle" nelle golene dei rami del Po. Col termine "tartufle" venivano indicati i tuberi del topinambur, molto simili nell'aspetto alle patate, quasi insapori, ma che avevano il pregio di riempire la pancia, togliendo così i crampi della fame.

    Quando decidevano d’incontrarsi, “la Parata” si portava a metà tragitto con una barca a remi, poi saliva su quella del "Gigion" e insieme, vogando energicamente, si portavano verso il capanno. L’uomo era alto, muscoloso e longilineo, dicevano che assomigliasse a Rik Battaglia l’attore di Corbola che, assieme a Sofia Loren, interpretò il film di Mario Soldati "La Donna del fiume".

    Lei era una bella donna, non molto alta, bionda, con le labbra sempre rosse di belletto. A quei tempi vedere in giro una donna sposata, sempre in ghingheri che, camminando per l’unica via del paese, ancheggiava e sculettava provocatoriamente era cosa insolita. È stato questo il motivo per cui la chiamavano “la Parata”, che in gergo voleva significare una donna incline a sfilare per attirare su di sé particolari attenzioni.

    Lui era uno che, oltre ad essere ammirato dalle giovanette e dalle spose per la sua prestanza, era molto sveglio e smaliziato. Per queste doti si era creato la fama di donnaiolo e si era guadagnato l’appellativo di “Gigion”. In paese giustificavano quei suoi comportamenti e i tradimenti nei confronti della moglie, perché lei non era bella, un po’ grassoccia e “gnoranta”, ossia poco furba.

    Non c’era argomento che non stimolasse “Gigion” ad intervenire, e quando all’osteria intavolava una discussione, difficilmente trovava chi osasse tenergli testa: aveva sempre ragione lui, gli altri non lo contraddicevano mai perché, se alzava la voce, grande e grosso com’era, incuteva timore. Quindi nessuno azzardava dargli torto. Era anche un po’ sbruffone e si vantava spesso delle sue avventure amorose sullo scanno. Spesso invitava il marito della “Parata” a giocare a carte con lui, con le conseguenti risate dei compari pescatori alle spalle.

    La Parata non era la sola che “Gigion” frequentasse. Si diceva che se la facesse anche con sua cognata, la sorella della moglie. Anche in quel caso i paesani sostenevano che faceva bene a cornificare il cognato, perché era un uomo di scarso carattere che soffriva di depressione, e sembra che quella malattia gli facesse dei brutti scherzi anche a letto con la moglie.

    Gigion, a parte i “vizietti”, era un tipo che si dava molto da fare nel lavoro. L’energia e la forza fisica non gli mancavano: le braccia erano robuste e, quando calava le reti nella laguna del Basson, non c’era giorno che non portasse a casa qualche mastello pieno di anguille, orate e ombrine. La sua specialità però era quella di saper calare particolari reti destinate alla cattura delle passere. Allora in paese dicevano che egli era un “esperto” di quel tipo di pesce piatto e di forma triangolare che abbondava nelle acque salmastre del Delta, e che lui era predisposto e attratto da quella particolare forma. Raccontavano che era un fissato perché, quando la sera andava al bar, diceva sempre, in modo ironico e gasato, di essere un artista nell’attirare e catturare le passere, anche quelle delle mogli di suo compare e del cognato.

    Gigion era uno che aveva anche delle idee innovative, una marcia in più rispetto ai suoi compaesani: oltre che fare il pescatore, si era messo in testa di allestire un capanno sullo scanno per ospitare i “siuri” che venivano da Padova, Bologna e Ferrara per cacciare nel Delta. Dopo averli fatti dormire a casa sua, di mattino prima del sorgere del sole, con la barca conduceva i facoltosi ospiti nella coegia in Basson che aveva costruito con le canne palustri.

    Terminata l’indiscriminata mattanza di uccelli, verso mezzogiorno portava i cacciatori nel cason e offriva loro il pranzo a base di risotto alla folaga e anguille arrostite sulla brace.

    Qualche volta invitava anche la Rosina del “capo” e l’Angelina della “maga” per tenere compagnia alla gaudente combriccola a conclusione della giornata. Rosina era la nipote del capo risaro, Angelina era la figlia di Gigia, una che si diceva praticasse la magia. Pare che facesse le fatture bruciando nel camino dei pupazzetti di stoffa trafitti da uno spillo, per togliere le disgrazie agli sfigati del luogo.

    Verso le tre, prima che scendesse la nebbia, che nel Delta quando cala è sempre molto fitta, "Gigion" accompagnava gli ospiti al paese e si faceva dare qualche migliaio di lire che, a quei tempi, erano dei bei soldi. Essi se ne andavano beati e soddisfatti, anche per le moine di Rosina e Angelina.

    Una sera, dopo una giornata di caccia con gente che veniva da Ferrara, mentre erano nel bel mezzo del “Basson”, scese all'improvviso un nebbione che li costrinse a rientrare velocemente, però, anziché indirizzarsi nel paradello che portava a Pila, s’infilarono in quello opposto e finirono nella laguna del Canarin. Disorientati com’erano, finirono nel Po delle Tolle e tornarono a casa che era quasi mattina. In paese avevano pensato che fosse successa una disgrazia. All'arrivo trovarono ad aspettarli, nello sgangherato porticciolo, i familiari e gran parte dei paesani singhiozzanti.

    La sera quando andò al bar dalla “Blandina” per la solita partitella a carte, nessuno ebbe il coraggio di chiedergli informazioni sull’incidente, accaduto proprio a lui che spesso si vantava di conoscere le lagune come le sue tasche. Fu lo stesso Gigion ad anticipare i risvolti dello sgradevole episodio per evitare che qualcuno glielo chiedesse.

    Raccontò che di solito capiva e “annusava” quando sarebbe giunta la nebbia: quando sentiva spirare l’aria da nord-ovest, ovvero il venticello di “Garbin”, sapeva che sicuramente sarebbe calata la nebbia, e lui allora era pronto ad imboccare la via del ritorno. Disse che quel giorno si era però distratto a causa delle moine e delle esibizioni fatte dalla “Parata”, che assieme alla Rosina del “Capo” e l’Angelina della “maga” l’aveva raggiunto al casone… e perciò non aveva avuto tempo di annusare il “Garbin” che in breve fece calare la fitta nebbia ingannatrice.

  • Lo zuccherificio di Bottrighe

    Lo zuccherificio di Bottrighe

    Sono già trascorsi trent’anni dalla chiusura dello zuccherificio di Bottrighe, avvenuta esattamente il 29 ottobre 1991, ma sembra ieri.

    Un interessante filmato-documentario, girato nel 1990 da Luigino Zanforlin, allora dipendente di una cooperativa che lavorava all’interno della fabbrica, ci permette di tornare al clima operoso dell’epoca. Davvero significative le immagini esterne ed interne dello stabilimento in funzione durante la penultima campagna saccarifera.

    Dopo che il filmato è stato postato sul gruppo facebook de “I Butrigan iè in ogni canton”, è stato tutto un susseguirsi di commenti nostalgici nel ricordo del glorioso impianto. Questa fabbrica, tra agosto e ottobre, diventava infatti da sola una città dentro il paese, creando un movimento indescrivibile di mezzi e persone. Senza contare le luci, i fumi, i rumori e gli odori della lavorazione. Altresì le lunghe file di camion, trattori (tra questi il gran rumore del mitico Landini testa calda) tutti in attesa di scaricare le barbabietole.

    Ed ancora le donne in bicicletta con la sporta delle cibarie nei pentolini, da portare ai loro mariti durante i turni di lavoro. Volti, sorrisi, parole e movimenti che rimangono indelebili nella mente di chi ha vissuto a fianco e a contatto con la storica fabbrica dello zucchero.

    Lo zuccherificio, costruito nel 1912 da una società Belga, su terreno offerto in donazione da una signora del luogo – allo scopo che la fabbrica nascesse proprio in paese anziché nei comuni limitrofi – avviò la sua prima campagna saccarifera nell’agosto 1914.

    Tra i più importanti d’Italia, lo zuccherificio di Bottrighe, gioiello dell’impero Montesi, causa la crisi societaria, passò in seguito nelle mani di Eridania-Ferruzzi che però dopo pochi anni ne dovette decretarne la chiusura. Dopo Bottrighe, seguì la stessa sorte lo zuccherificio di Contarina a Porto Viro, l’ultimo dei tredici zuccherifici polesani, un tempo fiorenti capisaldi dell’industria agroalimentare.

    La fine della bieticoltura italiana si verificò a partire dagli anni novanta in poi, con il benestare dell’allora ministero dell’agricoltura, che accolse le direttive europee.

    Oggi in Italia si contano purtroppo solo due zuccherifici, a Pontelongo nel padovano e a Minerbio nel bolognese, della stessa Co-ProB, cooperativa produttori bieticoli. Il prodotto viene commercializzato con il marchio Italia Zuccheri, oggi l’unico zucchero prodotto da barbabietole italiane.

    A Bottrighe rimane il commovente ricordo dello zuccherificio, diventato un binomio inscindibile col paese. In estate, di prima mattina, attraverso le correnti d’aria, l’odore acre che esce dalla lavorazione dello zuccherificio di Pontelongo, arriva spesso anche nelle nostre zone. Sono infatti gli stessi inconfondibili odori che continuano a riportare alla memoria i ricordi di chi ha vissuto a contatto con lo zuccherificio di Bottrighe, che dai primi giorni di agosto, dopo la messa in moto dell’impianto, si spargevano nel territorio circostante.

    Uno stabilimento, quello di Bottrighe, di cui i paesani sono sempre andati fieri: per settantasette ininterrotti anni offrì lavoro a migliaia di persone del territorio, tra dipendenti fissi, stagionali, avventizi, studenti; e tra loro anche tanti disoccupati, che in quei pochi mesi all’anno, attraverso questa opportunità, potevano economicamente risollevarsi.

    Sarebbe un dovere ricordare i lavoratori che si sono alternati in questo lungo arco di storia, dedicando a loro, una via o un piazzale di Bottrighe. Ed è questo, da tempo, un desiderio di tanti bottrighesi, affinché rimanga, alle generazioni future, la memoria di una presenza che ha significato molto in termini di sviluppo, socialità e trasformazione di questo lembo di terra polesana.

  • Raul Casadei e il Po

    Raul Casadei e il Po

    Un filo rosso congiunge il Polesine a Raul Casadei, mitico direttore ed apprezzato animatore della famosa Orchestra romagnola, scomparso lo scorso marzo.

    In questo 2021, in cui l’amato protagonista della canzone folkloristica italiana ci ha lasciato, torna infatti a riannodarsi il filo, che – con le parole della sua canzone “Polesine” – ci riportano a settanta anni fa: al 1951, alle tragiche giornate dell’alluvione, ai problemi vissuti dalle genti polesane in quei drammatici giorni e negli anni successivi.

    Nella sua canzone – il cui testo integrale presentiamo nella pagina successiva – Raul Casadei dipinge innanzitutto il dramma dell’alluvione e la necessità dell’allontanamento da un territorio divenuto drammaticamente inospitale… “fuggi che qui si muore”. E’ necessario emigrare, “per le strade di tutto il mondo”. Andare lontano, “senza sentire la nostalgia” nei confronti di un territorio improvvisamente divenuto ostile.

    Nasce un sentimento di odio verso la terra natia, sentita come perfida matrigna da dimenticare. Ma poi, ecco emergere un richiamo ancestrale (“in mezzo all’odio c’era l’amore?”) e pian piano tornare l’eco delle voci conosciute ed indimenticabili di un paesaggio amato. Un paesaggio unico, in cui si coglie “il grido del trampoliere/ che insegue il remo del pescatore”. E nel petto dell’emigrante, dopo anni di avversione, “scoppia l’amore/ per questa terra che ho tanto odiato”.

    Una riconciliazione dunque… ma solo parziale, perché la canzone di Raul Casadei non si conclude – come forse ci saremmo aspettati – con un riabbraccio fiducioso tra l’emigrante e la terra natìa: “Ricominciare è troppo tardi!/ Il tempo passa per me è finita”, sono le amare parole che pronuncia il protagonista della canzone. Ma non manca un lume di speranza, che si accende e concretizza guardando alla generazione che sta muovendo i suoi primi passi, simbolicamente individuata nella figura di “un bimbo dagli occhi grandi” che “corre nel vento pieno di vita”.

    E’ davvero interessante notare come Raul Casadei col suo testo ci ricrei l’atmosfera delle drammatiche giornate dell’alluvione e i sentimenti delle persone che hanno vissuto direttamente i giorni della tragedia e quelli che ne sono seguiti. Aggiungiamo alcune parole di commento e ampliamento dei concetti espressi nella significativa canzone.

    Nella strofa n.1, il Polesine, nei sentimenti del protagonista, si presenta, con l’ambivalenza di odio e amore. Terra di confine, da sempre amata dai suoi abitanti, quanto sfruttata e trascurata da interessi politici o economici, senza considerare il fattore umano.

    Il Polesine, da sempre bersagliato dalle avversità, dopo la seconda guerra mondiale e la ricostruzione lenta, subisce il tragico evento dell’alluvione che annienta tutto (strofa n.2) portando disperazione e profonda povertà. Non ci sono alternative: o si emigra o si muore.

    Nella strofa n.3 viene immortalato il momento dell’addio alla famiglia, senza niente da portare con sè, se non la voglia di lavorare e la caparbietà di una popolazione abituata a cadere e a rialzarsi. La vecchia madre accarezza il figlio che forse non rivedrà più, perché il giovane cercherà lavoro in un altro Paese. Il protagonista si fa emigrante: oltre al dolore per la partenza, avverte la paura di non trovare un lavoro confacente e di dover tornare sconfitto.

    Emigrati Polesani sono in tutto il mondo, partirono in massa per cercare lavoro, subendo angherie di ogni tipo nei Paesi che li accolsero, però sempre con l’orgoglio di riuscire ad imporsi come lavoratori, senza avvertire – come è sottolineato nella strofa n.4 – per molto tempo la voglia di tornare nei paesi dove hanno avuto origine.

    Intanto gli anni passano e comincia a farsi sentire la nostalgia nei confronti della propria terra. Il desiderio di riscoprire le proprie radici dopo una vita passata lontani a lavorare per trovare una soluzione alla propria esistenza.

    Non solo odio, dunque, per la terra matrigna in cui si è nati, (è il tema della strofa n.5); l’amore per il Polesine è sempre rimasto nel profondo del cuore, pronto ad emergere al momento opportuno. Il richiamo del Po e dei suoi paesaggi è grande!

    L’ambiente polesano del Delta è stupendo come viene descritto nella strofa n.6: dove l’acqua del mare tocca quella dolce del Po, lì si origina uno stupendo ecosistema ideale per uccelli, pesci e mammiferi. Un ambiente davvero unico dove l’uomo, in particolare il pescatore, vive in piena simbiosi con la natura.

    Il tempo sembra essersi fermato (strofa n.7). E’ giunto il momento di tornare in Polesine, lasciando da parte l’odio per la terra che ha presentato condizioni inaccettabili, costringendo molti ad emigrare per cercare fortuna. Adesso si torna a casa.

    Ricominciare è tardi (strofa n.8), però la voglia di tornare è arrivata; gli anni sono passati e ormai la vecchiaia è arrivata per il protagonista della canzone. Però ci sono i sorrisi dei bambini che con la loro gioia ridanno la vita in ogni cosa. Con i loro giochi, le loro grida e la loro voglia di vivere si accenderà la speranza in un futuro migliore.

    La canzone di Raul Casadei si chiude (strofa n.9) con l’immagine del fiume Po che sembra partecipare alle ansie, alle attese e ai dolori delle genti polesane, piangendo nei momenti di dolore e cantando sotto la luna per condividere nuove speranze.

    Raul Casadei e il Polesine

    Raoul Casadei nasce il 15 agosto 1937 a Gatteo Mare, si appassiona alla musica folkloristica seguendo le orme dello zio Secondo Casadei, diventando il naturale erede della più famosa orchestra di liscio Romagnolo italiana.

    Nel 1970 prende in mano le redini dell’orchestra, ringiovanendola, non disdegnando contaminazioni con altri generi musicali, pur non abbandonando la radice folkloristica iniziale. Poi nel 1980 si ritira dalle scene dedicandosi completamente all’organizzazione artistica della sua band. Ha collaborato anche con grandi interpreti della canzone internazionale, ad esempio Tito Puente e Gloria Gaynor. In oltre 75 anni di carriera artistica, l'Orchestra Casadei ha pubblicato oltre 35 album, con milioni di copie vendute in tutta Europa.

    Raul Casadei cessa di vivere il 13 marzo 2021, lasciando un enorme vuoto in tutta la musica italiana. Indimenticabile la canzone “ROMAGNA MIA”, interpretata dalla sua orchestra, riconosciuta come simbolo dell’allegria Italiana.

    La canzone POLESINE di Raoul Casadei si posiziona in un contesto storico in cui il famosissimo cantante e leader della più famosa orchestra di liscio italiana è alla ricerca di sonorità innovative, ma è anche interessato a riscoprire la tradizione della musica popolare italiana.

    Siamo negli anni ’70 e questa canzone fa parte di un LP “ JA JA ALLEGRIA” DEL 1978.

    La tragedia dell’alluvione è superata, ma non dimenticata, e l’autore con la sua canzone mette in risalto la catastrofe subita dalla gente polesana. Data memorabile e tragica quel dolorosissimo 14 novembre 1951 quando il Po ruppe gli argini con tre squarci tra Occhiobello e Canaro, allagando migliaia di ettari di terra e portando fame, distruzione, alcuni morti e un’ondata migratoria imponente. Centomila persone dopo l’emigrazione post-alluvionale non hanno più fatto ritorno ai loro paesi, ed il Polesine ha visto la popolazione ridursi da 350.000 persone a 250.000.

    Si tratta pertanto di una canzone che rispecchia perfettamente la situazione e lo stato d’animo delle genti polesane, scritta da Raoul Casadei stesso con la collaborazione di Enrico Muccioli, cantata dagli storici interpreti dell’orchestra, Mauro Ferrara e Rita Baldoni.

    Il 70.mo anniversario dell’alluvione è dunque coinciso con l’anno della morte di Raul Casadei, riannodando il filo rosso che ha unito l’amato cantante con il Po: il grande fiume, con le sue tragedie, in primis la disastrosa alluvione, ma anche con la sua benefica presenza che – come conclude la canzone – “canta sotto la luna”.

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