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Archivi: Articoli d’archivio

  • Armando Salati (1940-2020)

    Armando Salati (1940-2020)

    Ognuno di noi lascia impronte significative del suo breve passaggio terreno, talvolta lievi o altre, spesso inconsapevolmente, più incisive e tali da evidenziare l’assenza del viaggiatore per sopraggiunta destinazione.

    Di strada, nell’accezione non solo letterale del termine, il dottor Armando Salati – al quale sono dedicate queste righe in occasione del primo anniversario dalla scomparsa avvenuta il 25 febbraio 2020 – ne ha percorsa parecchia. Da Gioi Cilento, comune salernitano dove nasce nel 1940, segue i trasferimenti del padre, segretario comunale in diverse località del Cilento, professione che egli stesso svolgerà per l’intero arco lavorativo, a seguito del conseguimento della laurea in giurisprudenza nel ’63 e del successivo diploma presso la prestigiosa LUISS Guido Carli di Roma un anno dopo. Nel nativo Cilento inizierà la carriera di funzionario dello Stato, procedendo poi verso altre sedi comunali – Cappella Maggiore, Borso del Grappa, Pieve di Soligo, Lendinara, Adria e Roseto degli Abruzzi e svolgerà attività di magistratura onoraria di nuovo ad Adria e a Brescia.

    Ed è proprio nell’esercizio di funzioni apparentemente relegate alla sfera delle burocratiche formalità che nasce, come per sua stessa ammissione, l’esigenza di “comprendere le persone provando a scandagliarne l’animo…radice comune di tutti gli individui… di tenere buoni rapporti con gli amministratori… con gli impiegati… e con la popolazione”. La palese attitudine all’approfondimento, apprezzata dall’empatico interlocutore nel corso di occasionali chiacchierate lungo le vie cittadine, intensificava un proficuo scambio di vedute e riflessioni, caratterizzate dalla franchezza di Armando – l’invito all’utilizzo del solo nome di battesimo era rivolto a chiunque – e alla scarsa indulgenza verso il compromesso.

    La figura del dottor Salati, persona molto conosciuta in città assieme alla moglie Silvana Totaro e ai figli Francesco e Roberta, è stata ricordata dai sindaci dei comuni polesani presso i quali svolse il suo mandato come “persona competente dotata di una grande cultura giuridica e con un profondo senso delle istituzioni… intelligentemente sagace ed ironica” e ancora “attento alla bellezza della città che si era scelto, Lendinara, dove era venuto ad abitare con la famiglia” e dai numerosi cittadini anche attraverso i profili social con affettuosi commenti e aneddoti. Fervido sostenitore della legge sul biotestamento, di recente introduzione nel nostro stato, ha provveduto in prima persona all’informazione circa le procedure più agevoli, finalizzate al rispetto delle volontà individuali nel doloroso momento del trapasso rendendo pubblico e disponibile un modulo da egli stesso redatto, da presentare presso gli uffici dell’anagrafe del proprio comune.

    La molteplicità di esperienze e la ricchezza di un mondo interiore dove rigore e coerenza fanno da sfondo a sentimenti di profonda umanità, sono racchiuse nella produzione letteraria di Armando Salati, a disposizione sul sito internet personale, https://www.armandosalati.it/, ulteriore motivo di menzione in queste pagine. Si tratta di racconti (molti dei quali sono stati pubblicati in quotidiani nazionali) suddivisi in tre raccolte secondo cronologia e tematiche: “Racconti cilentani”, “I racconti del Segretario” e “Altri racconti”. Sono presenti anche i commenti dei lettori, in molti casi splendide e autorevoli recensioni.

    La puntuale ricostruzione storica, il gusto del dettaglio e l’efficacia espressiva nel delineare il lato ironico – a tratti sagace – delle situazioni e dei personaggi, rendono piacevole e spassosa la lettura di una prosa nella quale la partecipazione emotiva, forse abbastanza celata in generale ma ovunque percepibile, è testimone di forti radici con gli affetti più importanti e la terra di origine. Davvero capita di intravvedere “il notaio della intramontabile canzone Signorinella” non solo nel racconto “I goliardi” intessuto di spensierati ricordi giovanili ma, più in generale, in quella predisposizione d’animo che sa cogliere la poesia del tempo passato con saggezza ed eleganza.

    Una personalità ben definita, uno “scrittore senza editore”, così amava definirsi, che è riuscito a farsi ricordare attraverso vari aspetti con insospettabile forza anche negli ultimi momenti di vita, forse in fedele ossequio al monito paterno “Crepa ma nun mollà!” – che sarà il titolo di uno dei più commossi racconti cilentani – allorché si apprestava a partire, scortato dalla catenina d’oro di Sant’Antonio che la madre gli mise al collo, “per andare a lavorare al nord, nel Veneto…”. Sembra a tutt’oggi di rivederlo durante le lunghe passeggiate kantiane negli orari canonici, solitario nell’aspetto ma straordinariamente socievole nell’intimo.

  • Ermes Simili (1923-2014)

    Ermes Simili (1923-2014)

    E’ stato sicuramente un protagonista dell’arte del ‘900, con profonde radici polesane, il “massese” Ermes Simili, che vogliamo qui ricordare partendo dalla testimonianza di Vittorio Spampinato, curatore artistico che ha seguito ed apprezzato il suo lungo percorso nell’ambito pittorico.

    “Un artista attento e sensibile Ermes Simili, uno di quei rari artisti silenziosi e profondi che con l’occhio attento all’estetica del mondo è riuscito – del mondo stesso che lo ha così coinvolto – ad astrarne la bellezza della realtà.

    Figure di animali agresti miste o isolate da figure umane, paesaggi della memoria, momenti di vita e di affetti, ma soprattutto di intimità e calore, che esprimono, grazie ad un’intensità cromatica espressionista il desiderio di dare fondo e visibilità alla propria carica passionale verso l’azione e la plasticità delle sue visioni. Viaggi reali, con una precisione nel tratto che qualifica Ermes Simili, artista certamente dotato di una tecnica studiata e applicata con maestria e rigore, nel disegno, sugli oli, nell’arte incisoria, nella tridimensione della scultura, negli acquerelli, tutte tecniche ed esibizioni estetiche di vigorosità artistica e narrazione poetica. (…)

    Un artista che non si discosta mai dai classici e dalla storia e che, in una condotta coerente e costante per tutta la sua carriera, racconta le sue visioni, i suoi pensieri, le sue attenzioni con momenti di sintesi artistica chiara e profonda, narratore e spesso cantore di un amore vero, vissuto e sincero per la natura e per l’arte”.

    Ma come si è svolta la parabola della sua intensa vita?

    Figlio di Silvano e Santina Veronesi, venne alla luce a Castelmassa (Ro) nel 1923. Compì gli studi all’Istituto d’Arte di Castelmassa, diplomandosi poi nel 1944, quale Maestro d’Arte al Regio Istituto d’Arte di Venezia nella sezione Arti Grafiche.

    Nello stesso anno e nello stesso Istituto viene ammesso al corso di Magistero ottenendo nel 1946 la promozione alla sezione Decorazione del Libro. Si iscrive, in seguito, all’Istituto d’Arte di Firenze conseguendo nel 1947 il Diploma di Licenza del Corso di Magistero, sezione Arti Grafiche e nel 1948 quello della sezione Pittura decorativa murale, entrambi con valore di Abilitazione all’insegnamento negli Istituti Superiori. Dall’anno scolastico 1944 inizia la carriera di docente all’Istituto d’Arte di Castelmassa, ove occupa la Cattedra di Decorazione pittorica fino al 1984.

    Intensa, rilevante, articolata e operosa fu la sua vita d’artista. Singolare, riconoscibile e di forte valenza espressiva è il suo linguaggio artistico. Nelle opere manifesta tutto il suo vissuto, e sin dagli esordi esprimeva una naturale inclinazione verso la grafica. Matite, chine, carboncini, cere e pastelli sono i suoi primi strumenti di lavoro, impiegati sul disegno dal vero con la completa acquisizione delle forme. Si dedica all’arte incisoria realizzando prevalentemente xilografie, in cui evidenzia una notevole abilità artistica.

    “Modellava la creta e fin da bambino giocava con la cera delle candele – racconta la figlia Federica che conserva i ricordi familiari – che gli permetteva di divertirsi con le forme e i volumi”. Formelle e soggetti tutto tondo, gli saranno commissionati anche per chiese e cappelle.

    Negli anni ’50 si dedica alla pittura con acquerelli e tempere e dagli anni sessanta, nella piena maturità artistica, sceglierà la tavolozza policromatica dei colori a olio. Dipingerà su qualsiasi supporto, sperimentando temi, prospettive, composizioni e sfumature, mosso dalla fantasia creativa e dal desiderio incessante di narrare utilizzando il suo singolare linguaggio artistico. I suoi dipinti a olio, dai colori pregnanti di forza espressiva, dalle figure plastiche e dai volumi ben delineati, rappresentano scene di vita quotidiana, socialità, animali e natura. Il contesto è sempre il suo territorio: la campagna, gli scorci agresti e il Fiume.

    Ermes Simili aderisce nel 1945 al “Sindacato artisti del Polesine” già attivo dal ’33 a Rovigo, grazie al quale partecipa a mostre soprattutto collettive che il Sindacato allestisce per promuovere gli artisti del territorio.

    “La critica lo nota e parla di lui – testimonia Federica – cogliendo le valenze in divenire del giovane artista”. La fama lo stimola a partecipare a numerosi concorsi nazionali di qualità e ad allestire mostre personali anche nelle città più importanti d’Italia superando selezioni severissime. Citiamo la Galleria nazionale d’arte moderna a Roma, a Livorno e alla Galleria d’Arte moderna a Milano.

    Il 1956 segna una svolta importante nella sua carriera di incisore; si associa all’Associazione I.D.I.T. incisori d’Italia, fondata da L. Servolini e da C. Carrà e partecipa al I Salone degli Incisori d’Italia a Milano e ad altre considerevoli mostre nelle più importanti città d’Italia. Nel ’58 l’artista espone al XI Premio Suzzara, nel ’62 alla 3° Mostra Internazionale del 10X15 a Ferrara.

    Il suo talento viene apprezzato con numerosi riconoscimenti, recensioni e articoli sulle riviste d’arte, sui quotidiani nazionali e provinciali Nel corso della sua esperienza artistica ottiene numerosi premi tra cui il Premio d’incoraggiamento del Ministero della Pubblica Istruzione, quello del Piccolo Teatro Città di Milano all’interno del IV Premio nazionale di disegno Diomira, promosso dalla Direzione dei Civici musei di Milano.

    Quale autore di arte sacra, nel ’68 gli viene commissionata la decorazione di sei capitelli, ovvero l’esecuzione di 24 formelle in terracotta per la Chiesa di Orti di Legnago. Nel ’72 dipinge due pale per la chiesa di Granzette di Rovigo. Nel ’74 modella alcuni bassorilievi per il Santuario della Corba a Massafiscaglia nel ferrarese.

    Nel ’79 viene nominato Accademico Effettivo nell’Accademia delle Arti e dell’Incisione con la registrazione all’Albo d’Oro dell’Accademia e partecipa alla VI Biennale di Milano, Mostra Omaggio dell’Arte Italiana al dolore innocente. Una lettera firmata Roger Card. Etchegaray, Presidente Pontificium Consilium de Iustitia et Pace, datata Roma 18 ottobre 1995, gli comunica che i ritratti dei quattro evangelisti da lui dipinti, sono esposti nella Cappella di quel Dicastero, in Vaticano. Per l’occasione riceverà in ricordo la medaglia del XVII di pontificato di Papa Giovanni Paolo II.

    La “Via Matris dolorosae” è un ciclo di sette formelle che illustrano i sette dolori della Madonna, eseguite dall’artista per il Centro Mariano dell’Ordine delle Serve di Maria Riparatrice di Rovigo. E ancora, quattro sono i bassorilievi esposti nella Chiesa del Frati Cappuccini della città.

    Nel 2003 la Provincia di Rovigo fece dono di una scultura dell’artista castelmassese alla Sig.ra Franca Ciampi, moglie dell’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.

    Dopo una vita operosa dedicata all’impegno civile e all’arte, Ermes Simili, si è spento a Castelmassa il 25 febbraio del 2014.

  • Sulle tracce di Leo Catozzo

    Sulle tracce di Leo Catozzo

    Le limitazioni determinatesi con la diffusione del Coronavirus hanno creato una situazione mai vissuta prima. È come se il mondo, in corsa ad alta velocità, abbia dovuto improvvisamente rallentare e poi fermarsi del tutto. Le biblioteche, gli archivi e i musei sono stati momentaneamente chiusi e di conseguenza tutte le attività culturali sono state colpite duramente, tanto da far annullare o rinviare quasi tutte le mostre 'in presenza'.

    L'emergenza ha indotto però un balzo in avanti forzato e ci ha dato il modo di riflettere su modi alternativi di fare cultura e di ripensare agli strumenti che solitamente utilizziamo tutti i giorni, come per esempio la tecnologia digitale, per portare a conoscenza del pubblico contenuti e informazioni altrimenti poco fruibili o addirittura inaccessibili.

    Nel mio piccolo anch'io sono stata obbligata a ripensare ad una mostra che da tempo andavo costruendo nella mente, un evento legato al centenario della nascita di Federico Fellini (1920-1993) che si è celebrato nel 2020, un po' in sordina a causa del Covid ed esteso per questo a tutto il 2021. Evento che mi ha dato modo e l'occasione di ricordare e celebrare uno dei suoi montatori più affezionati: l'adriese Leo Catozzo (1912-1997) che con il Maestro riminese, oltre ad un rapporto di intenso lavoro, ebbe anche una grande affinità culturale e un legame di amicizia veramente unico. Si pensi che il montaggio dei più importanti film di Fellini tra cui La dolce vita, Otto e mezzo, La strada, sono stati montati da Catozzo e sono frutto della loro collaborazione.

    Dalla ricerca d’archivio al libro-catalogo

    Il tutto è cominciato quando ben due anni fa, proprio per dare seguito all’idea di realizzare una mostra, mi sono recata a Santa Severa nei pressi di Roma, dove nel 1963 Leo andò a vivere con la sua famiglia e dove dal nulla mise in piedi una fabbrica in cui ancora oggi si produce la mitica Pressa 'incollatrice-giuntatrice' CIR, da Catozzo inventata alla fine degli anni '50, proprio montando il film di Fellini, Le notti di Cabiria.

    Da allora la Pressa è entrata nella storia del cinema, rivoluzionando per sempre il montaggio dei film e nel 1990 valse a Leo Catozzo un Oscar per il contributo allo sviluppo dell'industria cinematografica.

    A Santa Severa ho avuto il piacere di conoscere il figlio di Leo, Alberto che con grande disponibilità mi ha aperto le porte del suo incredibile archivio, creato in gran parte da suo padre che, oltre ad essere uno dei più grandi montatori del cinema, è stato aiuto regista, sceneggiatore di innumerevoli film e anche musicista e pittore.

    Mi è parso subito strano che una personalità di una simile levatura, così importante per la storia del cinema, non abbia avuto nel paese di nascita pressoché alcun riconoscimento. Per sopperire a questo deficit di memoria, per cercare di riscoprire e riportare la sua figura nella memoria collettiva del territorio polesano e non solo, ho pensato dunque ad un progetto che mettesse in luce e valorizzasse la sua persona in un percorso che, partendo dalla grande amicizia con Federico Fellini, raccontasse la sua vita densa di successi.

    Esaminando i documenti del suo archivio personale, mi sono subito resa conto che si trattava di un materiale prezioso e soprattutto in gran parte inedito. Da questo ritrovamento, in seguito, i documenti sono stati selezionati, fotografati e studiati. In un secondo momento ho messo insieme il progetto che per ora ha visto la stesura e la pubblicazione in un libro-catalogo dedicato a Catozzo e a Fellini, ai loro film, alla loro storia.

    Fellini è stato esplorato nelle occasioni più disparate. Di Fellini si sa quasi tutto, ma dagli archivi privati possono uscire delle cose assolutamente sorprendenti. E proprio così è stato, anzi la ricerca si è estesa anche ad altre persone della famiglia di Leo. A cominciare da sua moglie, la bella Armida Bonocore attrice e pittrice naif, molto apprezzata da Federico Fellini, che in diverse occasioni promosse e presentò personalmente varie sue esposizioni. Fino ad allargare poi lo sguardo alla figura del padre, il noto compositore e musicista Nino Cattozzo.

    Il lavoro è stato complesso, e a volte demoralizzante, in quanto fino all'ultimo momento, ha predominato l'incertezza, infatti inizialmente si era esplorata la possibilità di fare una mostra all'aperto, una mostra ibrida: in parte all'aperto con materiali in copia e in parte al chiuso presso le Fondazioni Bocchi e Franceschetti Di Cola di Adria. Poi ad un certo punto, quando anche queste strade si sono chiuse, si è pensato che bisognava comunque fare qualcosa, e il libro su supporto cartaceo e informatico sembrava la soluzione più giusta e adatta, in attesa di concretizzare l’idea della mostra, con tutte le precauzioni del caso, Coronavirus permettendo.

    Il libro-catalogo, frattanto si è potuto realizzare grazie all'apporto e al paziente lavoro di digitalizzazione di Alberto Catozzo che mi ha fornito, in un formato idoneo per la stampa, le immagini in base alle richieste precise dei singoli documenti da me fotografati in bassa definizione, al momento della mia visita a Santa Severa. Un lavoro si può dire dunque, realizzato a distanza grazie alla tecnologia digitale. Tutto ciò a cui ho fatto riferimento e descritto, è supportato da dati, testimonianze, in modo da escludere ogni divagazione, anche se letterariamente suggestiva.

    La pubblicazione si è arricchita grazie al contributo di importanti personalità: Alberto Barbera, direttore artistico della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia che ha gentilmente scritto una presentazione al volume, Goffredo Fofi, giornalista-scrittore, storico e critico del cinema, conoscitore e amico di Fellini ha scritto e raccolto i suoi ricordi in un articolo; Gianfranco Angelucci, collaboratore e sceneggiatore di Fellini, ha redatto la postfazione e Aldo Rondina, studioso e storico adriese, ha steso un breve saggio su Nino Cattozzo.

    Il lavoro ha ottenuto il Patrocinio rilasciato dal Comitato Fellini 100 – Direzione Generale Cinema e Audiovisivo, Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo.

    Federico e Leo

    L’Archivio Catozzo contiene documenti davvero straordinari e il legame d'amicizia e la confidenza che c’era tra Federico e Leo, trova riscontro soprattutto nelle lettere e nelle numerose caricature realizzate da Fellini, a volte molto audaci ed osé, disegnate persino sui tovaglioli e sulle tovaglie dei ristoranti che frequentavano. Interessante poi, per comprendere il metodo di lavoro usato, è la corrispondenza tra i due: quaderni manoscritti originali di soggetti e sceneggiature con le possibili varianti apportate in corso di lavorazione. Federico e Leo hanno condiviso 'intere stagioni di vita' e poco ci sarebbe da aggiungere alla lettera che Fellini scrisse a Catozzo nel momento in cui si interruppe il loro rapporto di lavoro, quando Leo abbandonò il montaggio del film per dedicarsi alla produzione industriale della sua invenzione.

    In ogni parola del regista si avverte la profonda sintonia che li legava e la nostalgia del tempo passato insieme alla moviola; quello strumento, un tavolo ‘operatorio’ dove regista e montatore si trovano gomito a gomito per molto tempo in una stanza al buio e instaurano una relazione familiare. Catozzo è definito da Fellini come il collaboratore più intimo, più prezioso, quello che nel buio della moviola assiste alla nascita definitiva dei film e ne assicura il respiro vitale.

    Tra i documenti vi è poi una bellissima foto scattata sul set de La Dolce vita con una dedica autografa di Fellini. Nella foto (che pubblichiamo a pag.102), si vede il regista che dà indicazioni a Mastroianni, prima di girare l'ultima scena del film in cui si vedono Valeria Ciangottini e Mastroianni sulla spiaggia che parlano a gesti. Una scena molto toccante, che molti critici hanno definito la scena più bella di tutto il film. Fellini aveva messo questa scena all’inizio, per poi spiegare quello che era successo dopo. Per lui questo doveva essere il filo conduttore della storia. Catozzo invece non era d’accordo e diceva che il momento più importante del film è il finale e quello doveva essere il punto di maggior piacere dello spettatore. Quindi secondo lui, la scena doveva esser messa alla fine. Una volta viste le due versioni del montaggio, Fellini scelse quella suggeritagli da Leo.

    Fu proprio Catozzo quindi a proporre la scena come finale di uno dei film più importanti e famosi della storia del cinema: La Dolce vita e la dedica sulla foto ricorda ciò che era avvenuto in sede di montaggio. Fellini infatti scrive: “del tuo finale”.

    Preparando la mostra

    Nella mostra che spero quanto prima di realizzare, saranno esposti materiali rari ed inediti che ripercorrono gli anni dell'infanzia adriese di Leo, dagli esordi nel cinema come aiuto regista, sino agli ultimi giorni della sua vita a Santa Severa. Documenti manoscritti e dattiloscritti, fotografie e disegni che ripercorrono la carriera del più universale tra i montatori, gettando nuova luce sulla sua carriera, sulla sua vita, ma soprattutto sul suo metodo di lavoro creativo e innovativo.

    I materiali documentano tutte le fasi della lavorazione e dello sviluppo di un film. Dalle foto scattate da Catozzo sul set durante le riprese del film, ai disegni, ai contratti, alle lettere, alle caricature, fino alla moviola dove sono nati tanti capolavori. Oltre ai materiali dell'Archivio Catozzo, saranno esposti anche alcuni dei manifesti originali d'epoca dedicati ai film da lui montati provenienti dalla mia collezione 'L'Immagine in movimento' di Adria.

    Complessivamente l'intera raccolta ammonta ad oltre 25.000 pezzi tra manifesti e locandine originali del cinema e vede la presenza di un fondo considerevole di materiali filmici riguardanti il territorio del Polesine e in particolare del Delta del Po. Una copia digitale dell'Archivio Catozzo, scrupolosamente conservato negli anni da Alberto Catozzo, avrà un posto d'onore in questa sezione locale della raccolta, in quanto Leo è un illustre Polesano che merita sicuramente di essere studiato, riscoperto e rivalutato.

  • Pietro Paleocapa (1788-1869)

    Pietro Paleocapa (1788-1869)

    Il nome di Petro Paleocapa è tenuto desto in Polesine dall’intitolazione del Liceo Scientifico e da un importante manufatto, noto come Botte Paleocapa, presente in località Bresparola, opera idraulica fondamentale del Collettore Padano, indispensabile per assicurare il deflusso delle acque verso il mare da una vasta area centrale del territorio della provincia.

    Pietro Paleocapa (1788-1869) fu una figura emblematica dell’idraulica italiana dell’Ottocento: può essere riconosciuto come “il primo degli ingegneri moderni” o, com’è scritto su un monumento, “dei moderni idraulici principe” e, su una lapide, “vincitore della Natura”; entrambe iscrizioni presenti a Venezia, dove espresse con acume buona parte della sua attività.

    Prima dell’Ottocento la scienza delle acque non aveva avuto in Italia particolari sviluppi, tranne alcune eccezioni illustri (Leonardo da Vinci e Benedetto Castelli), mentre un importante impulso in quest’ambito si ebbe grazie a Pietro Paleocapa, Elia Lombardini e Vittorio Fossombroni, che, con i loro studi su base scientifica, giungeranno a conoscenze applicate non solo sul territorio italiano, ma anche in ambito internazionale.

    Ed il nome del primo resta legato indissolubilmente al Polesine per gli importanti interventi progettati.

    Paleocapa e il Polesine

    Nel 1818 – mentre si trovava a Venezia per seguire le operazioni della realizzazione del porto di Malamocco, nell’ambito del riassetto della laguna veneta – ebbe modo di interessarsi del Polesine progettando un nuovo argine tra Po Grande, Po di Goro e Po della Donzella e la costruzione di un’opera idraulica alla Polesella (Rampa Gussona), poi lasciata perché destinato ad altro incarico, quale ingegnere perito nella Commissione per il censo, che l’avrebbe portato in trasferta a Vienna. Nel frattempo, però, progettò un ponte sospeso sull’Adige, tra Boara Polesine e Boara Pisani, sull’esempio di manufatti inglesi e americani, ma il progetto non venne realizzato, a causa dei ritardi dello stesso Paleocapa trattenuto nella missione viennese, e dei dubbi dell’amministrazione.

    Gli interventi di regolamentazione dei corsi del Castagnaro, Brenta, Bacchiglione e Adige, Tartaro-Canalbianco, le cui esondazioni arrivarono a colpire più volte anche il Polesine (disastrosa a questo proposito la rotta del Castagnaro nel 1432 e della Malopera ‘malvagia opera’ nel 1438) con devastazioni e impaludamenti, culminarono con la chiusura dei canali di Castagnaro e della Malopera nel 1838, in base ai progetti del Paleocapa.

    Una delle più grandi botti idrauliche del Veneto (manufatti caratteristici utilizzati nei secoli scorsi per il drenaggio dei nostri territori), e del Polesine in particolare, è la Botte Paleocapa, nota anche come la “Bota”, nella località Bresparola tra Bosaro e Polesella: prende il nome dall’illustre ingegnere, che la ideò, anche se fu realizzata dopo la sua morte dall’ingegner Filippo Lanciani tra il 1885 e il 1901. Si tratta di una botte a sifone in un unico corpo murale, a tre canne, lunghe circa 50 metri; ha la funzione di sottopassare le acque dell’idrovora Fossa di Polesella (ora interrata), che metteva in comunicazione il Canalbianco col Po e di scaricare le acque di bonifica nel Collettore Padano Polesano.

    La vita

    Di nobile famiglia di funzionari veneziani, originaria dell’isola greca di Candia e poi migrata a Venezia per sfuggire all’avanzata ottomana del 1669, Pietro venne alla luce l’11 novembre 1788 a Nese, nel Bergamasco, dove il padre era cancelliere della Repubblica Veneta. Molto scarse sono le notizie relative all’infanzia, attendibili solo a partire dal 1797. Di quegli anni poco si sa, tranne che, quando Bergamo venne investita dall’ondata rivoluzionaria francese e le forze militari del generale Le Faivre occuparono la città, la famiglia Paleocapa, fedele a Venezia, fu di nuovo costretta a fuggire. E, durante il viaggio verso la città lagunare, si colloca uno dei pochi episodi relativi alla fanciullezza di Pietro: cadendo dalla carrozza si procurò una ferita alla fronte, di cui porterà la cicatrice per tutta la vita.

    Dopo gli studi di Legge e Matematica all’Università di Padova, entrò nella Scuola Militare “pel Genio e l’Artiglieria” di Modena (1808-1812), da dove uscì tenente nel Corpo del Genio. L’anno successivo, sulla scia dell’entusiasmo napoleonico, partecipò alla campagna in Russia, cadendo prigioniero in Pomerania, ma riuscì a tornare libero in Italia a seguito della battaglia di Lipsia.

    Caduto Napoleone, ed in seguito al suo netto rifiuto all’invito del governo austriaco di entrare nell’esercito imperiale, trovò impiego nel Corpo degli ingegneri di acque e strade a Venezia fino al 1820, quando l’amministrazione asburgica lo volle nel Collegio degli Ingegneri di Milano come addetto alla Giunta del Censimento, dove si distinse proponendo una riforma dei sistemi per i rilievi catastali.

    Disturbato però dalle inutili lungaggini burocratiche, abbandonò i lavori per tornare a Venezia, dove fu ingegnere capo dell’Ufficio provinciale delle pubbliche costruzioni (1830) e direttore generale delle pubbliche costruzioni (dal 1840).

    Fu proprio in questo periodo che realizzò alcune delle sue più grandi opere idrauliche, tali da far uscire oltre confine la sua fama, a cominciare dalla sistemazione della laguna e dei relativi territori circumlagunari con la costruzione di una diga e del porto di Malamocco, la porta della città, cui seguì la realizzazione del ponte ferroviario translagunare (1841-1846), che violò per la prima volta l’insularità di Venezia. Provvidenziali anche i nuovi assetti fluviali in terraferma della complessa rete idrografica, costituita dai fiumi Sile, Brenta e Bacchiglione e Adige, i cui corsi, nel tempo deviati malamente da erronei interventi, rappresentavano una continua minaccia, da una parte per le esondazioni, dall’altra per l’insabbiamento della laguna con i loro detriti.

    È di questi anni la proficua collaborazione con l’idraulico toscano Vittorio Fossombroni, che porterà al “Piano Fossombroni-Paleocapa” per la “sistemazione idraulica dei Paesi Veneti”, un progetto di lunga attuazione (1835-1896). Molti gli scritti con cui il Paleocapa informava il Fossombroni (che non si spostò da Firenze), che documentano i suoi studi sui cambiamenti della portata dei fiumi, in base alle piene e ai periodi di siccità, e memorabili le sue intuizioni sulle correlazioni di questi fenomeni con i disboscamenti a monte ed il dissodamento delle pendici a causa di interventi antropici indiscriminati.

    Tali studi e relative applicazioni furono per Paleocapa un proficuo banco di prova che gli permetteranno di affrontare negli anni successivi anche altri ambienti, in Italia e all’estero, dove ormai era giunta la sua fama: dal porto di Ravenna al Delta del Danubio e il fiume Tibisco in Ungheria o la bonifica delle pianure in Transilvania, sempre segnalandosi per i risultati risolutori. Purtroppo, durante la sua permanenza nei territori paludosi, fu colpito da una malattia reumatica agli occhi che l’avrebbe portato alla cecità.

    Intanto i moti liberali del 1848 rovesciarono la dominazione austriaca insediando a Venezia il governo provvisorio di Daniele Manin. Paleocapa, già sessantenne, ritornò all’attività di patriota, divenendo Ministro dell’Interno e delle Comunicazioni e, in tale carica, fu mandato a Torino a chiedere aiuto a Carlo Alberto di Savoia; ma la sua posizione discordava da quella di Manin: mentre l’avvocato, animatore dell’insurrezione, voleva l’autonomia di Venezia dal Piemonte, Paleocapa, che preconizzava un’Italia unita, convinse l’assemblea a votare l’annessione al Piemonte (3 luglio 1848).

    Non sarebbe più tornato a Venezia: cominciò così l’ultima fase della prolifica vita dell’ingegnere che, nella sede strategica di Torino, si dedicò a progettare interventi idrici e stradali aprendo il Piemonte all’Europa.

    Ministro dei Lavori Pubblici nei governi La Marmora e D’Azeglio sostenne la costruzione di linee ferroviarie e del traforo del Moncenisio-Fréjus, impresa titanica che, di fatto, infrangeva la barriera delle Alpi, favorendo le comunicazioni dell’Italia con la Francia.

    Senatore nel 1854, l’anno seguente chiese di ritirarsi a vita privata, a causa della sopraggiunta cecità, ma su unanimi insistenze fu ancora Ministro senza portafoglio (1857-’59) nel governo di Cavour, che lo definì “ricco di accortezza e malizia ellenica”.

    Ma il suo capolavoro doveva ancora compiersi. Nonostante l’infermità fisica, proprio in quegli anni, partecipò ad una delle più grandi imprese del secolo e, forse, di tutti i tempi: il taglio dell’istmo di Suez, coordinando un’équipe di lavori internazionale ed opponendosi con tenacia all’ostruzionismo inglese.

    Insignito di numerose prestigiose onorificenze dal Regno Sabaudo, nel 1867, alla venerabile età di 79 anni, il re lo chiamò ancora alla politica conferendogli l’incarico di formare un nuovo ministero, che Paleocapa declinò con una lettera di rinuncia. Si sarebbe spento due anni dopo, il 13 febbraio 1869, a Torino, senza poter vedere conclusi i suoi due progetti più ambiziosi: il traforo del Fréjus e il taglio del Canale di Suez.

    Il sovrano lo volle sepolto con i massimi onori nella Certosa di Collegno, e la città di Torino gli ha poi dedicato un monumento, ad opera dello scultore Odoardo Tabacchi, che campeggia nella piazza a lui intestata, vicino alla stazione ferroviaria di Porta Nuova, dove è stato posto un suo busto, sempre di Tabacchi (per altro, “sparito” durante i lavori di ripristino nel 2016).

    Anche la città di Venezia, riconoscente, lo ha omaggiato con una statua in bella mostra nei Giardini di Papadopoli; mentre a Padova, l’anno dopo la morte, fu eretto in suo onore un complesso monumentale, a cura di Luigi Ceccon, con le statue dei fiumi Brenta e Bacchiglione sovrastate dal busto di Paleocapa. Il monumento, originariamente collocato nel Salone del Palazzo della Ragione a Padova, fu poi rimosso, in occasione dei lavori di ristrutturazione nel 1936, e trasferito dividendo le statue, quelle dei due fiumi, prima nel Museo Civico di Padova e quindi nel vestibolo del liceo classico patavino “Tito Livio”, mentre il busto dell’ingegnere nel vestibolo della Facoltà di ingegneria dell’Università di Padova.

    In Ismailia, la città più importante sull’istmo di Suez, venne a lui dedicata un’importante piazza. A Rovigo il Liceo Scientifico Statale, istituito con Regio Decreto n. 1915 del 9 settembre 1923, con provvedimento comunale del 9 marzo 1924, fu intitolato a Pietro Paleocapa.

    Pietro Paleocapa è dunque ricordato come personaggio di grande talento ed impegno. Stupefacente e prodigiosa l’attività che caratterizzò la sua esistenza: un tracciato degno d’esempio non solo nell’ambito specialistico, ma come una straordinaria personalità, patriota convinto e politico liberale moderato, sempre coerente nelle sue idee.

    Antesignano di un mondo senza barriere naturali, Pietro Paleocapa fu dotato di un’intelligenza multiforme ed un’ampiezza e modernità di vedute tali da renderlo ancora attuale e modello valido per le giovani generazioni, oltre che monito ai contemporanei per la sua quasi profetica consapevolezza dei processi di degrado territoriali, dovuti ad illogici interventi umani sul territorio e, quindi, una sorta di precursore dei temi di tutela ambientale.

  • Adolfo Rossi (1857-1921)

    Adolfo Rossi (1857-1921)

    Cento anni fa, il 28 luglio 1921, all’età di 64 anni, cessava di vivere Adolfo Rossi (1857-1921), personaggio di grande talento, giornalista di fama, che dedicò gli ultimi due decenni della sua vita ad attuare forme di sostegno a favore degli emigrati italiani approdati nelle Americhe. E ciò anche grazie ai ruoli di prestigio ricoperti nell’ambito del corpo diplomatico, come console prima, per raggiungere, a fine carriera, la nomina di Ministro plenipotenziario in Argentina, a Buenos Aires, dove ebbe a concludersi la sua vita.

    Destinazione New York

    Nella tomba, che la città di Lendinara ha dedicato al suo illustre concittadino (era nato nella frazione di Valdentro il 30 settembre 1857), spicca la dedica dettata da Olindo Malagodi, incisa nella lapide riprodotta qui a lato. Due righe in particolare sintetizzano la vita operosa dell’illustre polesano: “…partito pioniere fanciullo tra emigranti/ per poi diventarne guida e custode…”.

    Se non proprio fanciullo, Adolfo Rossi era un ragazzo non ancora ventiduenne, quando nell’agosto del 1879 decise di farsi emigrante, di lasciare il paese natìo per cercare in America un’occasione di vita più confacente alla sue aspirazioni.

    Un’emigrazione – va detto – alquanto particolare la sua, non originata dalle miserrime condizioni vissute in patria, come fu per la stragrande maggioranza degli emigrati (oltre 65.000 nell’ultimo quarto di secolo dell’Ottocento lasciarono definitivamente il Polesine), ma dettata dall’insopprimibile desiderio di conoscenza e dall’obiettivo di trovare sbocco in una professione confacente alle sue aspirazioni.

    La precoce morte del padre aveva fatto venir meno la possibilità di accedere all’università, ma la sua non era una famiglia indigente, ed il giovane lendinarese aveva anche ottenuto un posto di impiegato postale dopo aver superato l’apposito concorso. I suoi interessi e le sue letture gli avevano però aperto promettenti orizzonti, focalizzando la sua attenzione in particolare su New York. E fu così che in una notte dell’estate del 1879 – come ci racconta nel suo libro autobiografico Un Italiano in America¹ – prese “senz’altro un’audace risoluzione: No, io non continuerò a vegetare qui… Il mondo è grande, c’è l’America e New York è una vasta metropoli…”.

    Detto fatto. Una rapida pianificazione del tragitto più confacente ai propri risparmi, quindi in treno fino a Parigi e a Le Havre, poi il passaggio in Inghilterra per l’imbarco su un piroscafo diretto nella metropoli americana.

    Nelle prime pagine del suo racconto autobiografico Adolfo Rossi ci fa partecipi del suo entusiasmo per il viaggio, della suggestione dei panorami goduti durante il trasferimento in treno, per passare poi a sottolineare le prime avversità della vita da emigrante: dai piccoli raggiri orchestrati da persone che avrebbero dovuto agevolarne il transito, al furto dei suoi risparmi durante la navigazione oceanica, fino alla necessità di ricorrere, appena sbarcato a New York, ad un banco di pegni, cedendo il proprio orologio.

    Non poche le traversie vissute nei primi tempi, affrontate comunque con una buona dose di ottimismo, anche quando, dopo giorni di forzato digiuno decise con un amico di fare a pezzi una sedia per alimentare il fuoco della stufa e cucinare una piatto di pasta insipida, al fine di riempire in qualche modo lo stomaco. Lavori molto umili quelli svolti dal giovane polesano – da venditore di ventagli in una spiaggia, ad aiuto in una pasticceria (con la possibilità in questo caso di saziarsi abbondantemente con i resti delle lavorazioni) – fino all’opportunità da sempre sperata: accedere all’attività giornalistica.

    Rossi giornalista in America

    Un coincidenza davvero fortunata quella che gli si presentò nel dicembre del 1880, dovuta alla sua intraprendenza e all’essersi fatto notare nell’ambiente dell’emigrazione italiana per la sua cultura. Qualcuno lo segnalò ad un imprenditore, Carlo Barsotti, operante nel campo dell’edilizia ma deciso a dar vita a un giornale da diffondere tra gli italiani di New York. Un rotocalco che facesse concorrenza all’Eco d’Italia, già presente da qualche tempo nella metropoli statunitense, nei confronti del quale l’imprenditore nutriva motivi di rivalsa.

    Tutt’altro che facile trovare tra gli emigranti italiani (la maggior parte analfabeti) una persona con una preparazione sufficiente per gestire un giornale. E Adolfo Rossi, che fra l’altro aveva direttamente sperimentato il giornalismo a Lendinara, dove aveva dato alle stampe il periodico Il grillo del focolare, dopo un breve colloquio fu subito assunto. Al nuovo giornale, intitolato Il Progresso Italo-Americano, il giovane polesano dedicò anima e corpo, svolgendo un po’ tutte le mansioni, da compilatore degli articoli, a correttore di bozze ed impaginatore, assumendo in pratica il ruolo di capo redattore.

    Un’attività frenetica la sua, che assicurò in breve il successo del magazine, dando al Rossi l’opportunità di conoscere a fondo la realtà statunitense con inchieste, relazioni ed interviste ad importanti personaggi del mondo della politica, dell’economia e della cultura.

    Dopo alcuni mesi, desideroso di sperimentare anche realtà diverse, essendo nel frattempo sorto un diverbio in redazione, nel luglio del 1881 con una decisione improvvisa lasciò il giornale accettando la proposta di trasferirsi all’Ovest, in Colorado nelle Montagne Rocciose, con un gruppo di minatori assunti per la costruzione di un tratto ferroviario. Giunto in loco, gli furono ben presto riconosciute doti organizzative e dirigenziali, venendo assunto come agente della compagnia ferroviaria.

    Davvero interessante anche questa parentesi di vita, a cui Adolfo Rossi dedica la seconda parte del suo libro. Ma, dopo alcuni mesi, fattasi pressante la richiesta del Progresso Italo Americano di riaverlo alla direzione del giornale, Rossi decise di tornare a New York dove svolse l’attività giornalistica per altri tre anni. Fino a quando – egli annota a conclusione del suo scritto autobiografico – “la nostalgia e le lettere di una madre che non vedevo da cinque anni, mi richiamarono in patria”.

    Le inchieste di Adolfo Rossi in Italia e all’estero

    L’esperienza del quinquennio vissuto a New York lo aveva maturato moltissimo: partito ragazzo dal Polesine, Adolfo Rossi tornava in Italia con una vasta esperienza del mondo ed un bagaglio professionale utile per un immediato inserimento nel mondo del giornalismo; nel quale portò l’innovazione dell’inchiesta diretta, pronto a raggiungere anche luoghi lontani per indagare su fatti e problemi di rilievo.

    Ovviamente non poteva tralasciare il Polesine e le problematiche sociali che stavano alimentando a dismisura il fenomeno migratorio. Interessantissima a questo proposito l’inchiesta, pubblicata nel 1889 sulla “Tribuna” di Roma, compiuta partendo dal paese di Villanova del Ghebbo, attiguo alla frazione Valdentro dove aveva vissuto negli anni della sua infanzia.

    Rossi per quasi un ventennio collaborò con varie testate, accreditandosi come un giornalista davvero eccezionale, instancabile nella ricerca di testimonianze di prima mano, anche in situazioni potenzialmente molto pericolose, come quando nel 1884 raggiunse Napoli per un reportage sul colera. Poi fu a Terni per far luce sulle misere condizioni di lavoro e le vessazioni subite dagli operai nelle acciaierie, e in Francia per indagare sulle vicende del generale Boulanger.

    Quindi nel 1892 fu la volta di Amburgo per riferire dei metodi adottati per sconfiggere il colera. Eccolo poi in Maremma per un’inchiesta sul brigantaggio, riuscendo ad intervistare il temutissimo brigante Domenico Tiburzi; quindi in Sicilia nel 1893 per indagare sullo sfruttamento della manodopera, in particolare giovanile, e la repressione governativa dei fasci siciliani.

    Alla fine del 1894 raggiunse la Calabria colpita da un terremoto, dove fra l’altro fu incaricato di distribuire ai comuni più colpiti i sostegni economici raccolti a Milano. All’inizio dello stesso anno (gennaio del 1894) lo troviamo quale inviato della Tribuna in Eritrea, per un reportage sulla politica coloniale italiana, che gli diede modo di esprimere alcune riserve sulla opportunità dell’impegno italiano in una regione negletta dalle altre potenze europee. Opinione che rimarcherà nei due successivi viaggi nel corso del 1895, quando, dalle colonne del Corriere della Sera, a cui nel frattempo era approdato, esprimerà una valutazione del tutto negativa sulla missione italiana, non adeguatamente ponderata, sottolineando tra l’altro la disparità di uomini ed armamenti tra il nostro esercito e quello abissino.

    Accusato di disfattismo, Rossi fu forzatamente rimpatriato con provvedimento urgente del generale Barattieri, mentre la storia doveva dargli pienamente ragione, dato che dopo alcuni mesi (febbraio 1896) l’esercito italiano ebbe a subire la disfatta di Adua.

    Un altro conflitto lo richiamava in Grecia nel 1897, per seguire le vicende della Guerra Greco-Turca, e poi a Costantinopoli da dove inviò servizi sulle prime stragi degli Armeni. Ed ancora a Madrid, nel 1898 per il conflitto fra la Spagna e gli Stati Uniti.

    Rossi fu un giornalista davvero di primo piano, aperto anche all’innovazione, e primo assoluto in Italia anche nell’inviare alla redazione i suoi articoli utilizzando il telegrafo, assicurandosi così il primato di diffusione delle notizie rispetto alla concorrenza.

    Da Commissario per l’emigrazione a Ministro plenipotenziario

    Mai dimentico del problema dell’emigrazione, più volte affrontò l’argomento nei suoi articoli, fino a quando il governo italiano decise di istituire, nell’ambito del Ministero degli Esteri, il Commissariato per l’Emigrazione, finalizzato ad attuare provvedimenti a tutela degli emigranti italiani.

    Chiamato a far parte di questo organismo, Adolfo Rossi ne ricoprì un ruolo importante ed innovativo, portando fra l’altro nell’istituzione il suo piglio giornalistico. Fu così che, per saggiare concretamente la situazione del collocamento degli emigranti italiani in Brasile, una volta nominato “ispettore viaggiante” dal Ministro degli Esteri Prinetti, si travestì da contadino, assoggettandosi a tutta la trafila, dalla prima accoglienza fino alla destinazione finale, verificando come nei vari passaggi gli emigranti italiani fossero privi di ogni forma di tutela.

    L’inchiesta di Adolfo Rossi fu ampia e dettagliata, dimostrando il mancato controllo da parte dello stato brasiliano del fenomeno migratorio, che in pratica veniva per lo più gestito da faccendieri ed organizzazioni finalizzate al massimo sfruttamento degli emigrati. La relazione che egli fece – pubblicata nel “Bollettino dell’Emigrazione” del Ministero degli Esteri³ – destò grande impressione in Italia e indusse il Governo a vietare – col decreto del 22 marzo 1902, a firma del Ministro degli esteri Giulio Prinetti – il trasferimento degli emigranti oltre oceano con biglietto gratuito pagato dallo stato brasiliano o dai latifondisti locali.

    Frattanto Adolfo Rossi nel giugno del 1902 veniva ufficialmente nominato Commissario Viaggiante (carica prevista all’interno del Commissariato per l’Emigrazione) e nel 1903 compì una inchiesta nella Colonia del Capo in Sud Africa, mettendo in luce anche in questo caso la mancanza di tutele degli emigranti italiani.

    Con lo stesso incarico nel 1904 visitò i centri dell’emigrazione italiana negli Stati Uniti, da New York a San Francisco. Nel 1905 fu a Buenos Aires, poi a Rio de Janeiro e quindi nuovamente negli Stati Uniti per organizzare forme di assistenza legale a favore dei nostri emigrati.

    Nel 1906 fu nominato Commissario dell’Emigrazione con unanimità di voti, e poi nel 1908 si registrò l’entrata di Adolfo Rossi nei ruoli diplomatici, con la nomina di Console Generale di Prima Classe e l’incarico di reggere il consolato di Denver in Colorado, cittadina che aveva conosciuto nel 1881 durante la parentesi della sua vita in cui era stato agente delle ferrovie. Negli anni successivi fu console a Santa Fe di Rosario in Argentina, e poi ad Assuncion in Paraguay.

    Nel 1919 veniva inviato a Buenos Aires in qualità di Ministro Plenipotenziario (in pratica ambasciatore con ampie deleghe), impegnandosi nel migliorare le tutele dei nostri emigrati e nello snellire gli adempimenti burocratici tra lo stato argentino e italiano.

    Adolfo Rossi aveva manifestato da poco la sua soddisfazione per il raggiungimento di alcuni risultati favorevoli e stava programmando altre iniziative, quando il 28 luglio 1921 improvvisamente cessava di vivere, forse in seguito al logorio dell’impegno senza pausa a cui si era assoggettato, con lunghi incessanti viaggi e mille problemi da risolvere.

    Vasta fu l’eco della sua scomparsa, e subito fu attivata l’iniziativa utile a riportare il suo corpo in patria, a Lendinara⁴, nel cui camposanto tuttora riposa vicino alla tomba di Alberto Mario, altro lendinarese illustre, che a suo tempo aveva incoraggiato il giovanissimo Adolfo Rossi nelle prime prove di giornalismo attuate nella città natale.

  • Benvenuto Tisi detto il Garofalo

    Benvenuto Tisi detto il Garofalo

    Tra tutti i pittori del Cinquecento estense spicca, assieme al nome di Dosso Dossi, quello di Benvenuto Tisi detto il Garofalo (1476 ca. o 1481 – 1559). Ancora oggi le due sponde – veneta ed emiliana – del fiume Po si contendono la paternità di questo artista, non del tutto adeguatamente conosciuto dal grande pubblico. La critica ha infatti spesso dibattuto sul reale luogo di nascita: se riconoscerlo nell’attuale borgo di Garofolo, all’interno del Comune di Canaro – dove sorge la cosiddetta casa natale sede del MuViG Museo Virtuale del Garofalo -, o se preferire a questo Ferrara, all’epoca capitale dello Stato estense.

    Anche per l’anno di nascita vi sono ipotesi differenziate. Giorgio Vasari indicò il 1481, ma le testimonianze archivistiche hanno permesso di anticipare tale data, proponendo un periodo tra il 1476 e il 1477.

    L’apprendistato e la prima opera importante

    Quello che è certo è che il Garofalo svolse il proprio apprendistato presso il pittore Boccaccio Boccaccino (ante 1466-1525 ca.), nativo di Cremona, molto rilevante per la scena artistica ferrarese tra fine Quattrocento e inizio Cinquecento. La storiografia tradizionale aveva sempre ignorato questo periodo di apprendistato, riferendosi esclusivamente a quello presso Domenico Panetti, riportato anche dal Vasari, considerato quindi il maestro canonico del Garofalo.

    Il Panetti (1460/70 ca.-1512 ca.) a quanto pare non lasciò mai Ferrara, dipingendo soprattutto per chiese e congregazioni religiose. Non mancò però un’importante commissione ducale, eseguendo per Lucrezia Borgia, moglie di Alfonso I d’Este, la decorazione di alcune stanze presso il Castello Estense. Purtroppo nulla ci è giunto di questa impresa, a cui parteciparono anche Ludovico Mazzolino, Michele Coltellini e lo stesso Garofolo. Numerosi sono però i dipinti del Panetti pervenutici; molti conservati oggi a Ferrara, presso la Pinacoteca Nazionale e il Museo della Cattedrale, mentre una importante pala d’altare, raffigurante la Madonna in trono con i Santi Pietro ed Andrea, è presente a Rovigo nella Chiesa di San Francesco.

    Sicuramente Benvenuto Tisi, in età ancora giovanile dovette aver frequentato (o almeno strettamente conosciuto) la bottega e le realizzazioni del Panetti, visto l’importante influsso stilistico riflesso dalle sue opere. Il suo insegnamento, e quello del Boccaccino, si ritrovano idealmente nella prima importante opera del Garofalo: la Madonna col Bambino della Galleria Giorgio Franchetti alla Ca’ d’Oro di Venezia.

    Il primo periodo ferrarese

    A Ferrara, insieme ai più importanti pittori di inizio Cinquecento il Garofalo prese parte alla decorazione ad affresco dell’Oratorio della Concezione in San Francesco. Diverse sono le porzioni sopravvissute di questo ciclo, esposte presso la Pinacoteca Nazionale di Ferrara – che può contare la collezione più cospicua al mondo di sue opere- compreso un tondo a lui attribuibile con una Presentazione di Gesù al Tempio.

    Tra i molti pittori che lavorarono presso l’Oratorio vi fu anche Michele Coltellini (1480 ca. – post 1545), un interessante ma poco conosciuto artista la cui produzione è esclusivamente formata da opere appartenenti a contesti religioso-devozionali, caratterizzate spesso da un forte pietismo. Di questo artista, particolarmente studiata dagli storici dell’arte è la Morte della Vergine della Pinacoteca Nazionale di Bologna, un’opera che riflette il fenomeno, sicuramente proficuo per la Ferrara di quegli anni, della ripresa di elementi e composizioni dalle incisioni che arrivavano dal Nord Europa. E a questo proposito va sottolineato come il Garofalo nelle sue opere giovanili abbia a più riprese copiato alcuni particolari dalle stampe di Albrecht Dürer, usandoli per arricchire gli sfondi dei dipinti o per inserire alcuni spunti naturalistici.

    Roma, Mantova e Venezia

    Nella lunga biografia del Garofalo scritta dal Vasari si riportano due importanti soggiorni del pittore al principio del Cinquecento, che paiono però stridere con i più recenti studi e le testimonianze archivistiche. Si sarebbe infatti recato nel 1500 a Roma frequentando per circa quindici mesi una bottega fiorentina, per poi far ritorno al Nord, fermandosi brevemente a Mantova, per rientrare solo successivamente a Ferrara.

    Nella città dei Gonzaga avrebbe fatto una sosta nel 1506 e qui dovette aver ammirato l’opera maestra di Andrea Mantegna, la Camera picta. Una realizzazione che tanto lo colpì da rifarsi ad essa nell’eseguire la decorazione del soffitto della Camera del tesoro all’interno di Palazzo Costabili, detto “di Ludovico il Moro”, ora sede del Museo Archeologico Nazionale di Ferrara.

    Non del tutto chiaro, ma fondamentale nella ricostruzione della carriera artistica del Garofalo, è il contatto che lo legò al veneto Giorgione. A questo proposito Vasari, a conclusione delle biografia del pittore, riporta che «Fu amico di Giorgione da Castelfranco, di Tiziano da Cador e di Giulio Romano […]». Garofalo avrebbe avuto modo di conoscere l’artista veneto durante un soggiorno a Venezia attorno al 1508 assorbendone alcuni tratti stilistici, quali l’importanza dell’integrazione tra figure, sfondo naturale e composizione complessiva.

    Oltre ai grandi maestri della pittura ferrarese di inizio Cinquecento che abbiamo già citato, è doveroso fare almeno un cenno ad altre due personalità, attive all’incirca negli stessi anni del nostro pittore: Giovanni Benvenuti detto l’Ortolano (1487 ca.-post 1527) e Ludovico Mazzolino (1480 ca.-1528). Nell’Ortolano si ritrovano forme monumentali ma allo stesso tempo dotate di straordinario naturalismo, come evidenzia la pala con i Santi Sebastiano, Rocco e Demetrio della National Gallery di Londra, in origine nella chiesa di Santa Maria a Bondeno. Il Mazzolino è stato sicuramente uno dei pittori più fecondi del Cinquecento ferrarese, elaborando uno stile autonomo, che, seppur legato alla maniera locale, arrivò ad esprimersi nella piena maturità in opere sensazionali; tra tutte si segnala il Passaggio del Mar Rosso alla National Gallery of Ireland di Dublino.

    L’anno 1512 segna uno spartiacque nella produzione pittorica di Benvenuto Tisi. Se prima di tale data l’artista era ancora legato profondamente all’ambiente ferrarese e ai suoi maestri, con il soggiorno romano di quell’anno si assiste ad un grande cambiamento con l’utilizzo di un nuovo linguaggio classicista.

    Il ritorno a Ferrara

    Tornato in patria, Garofalo ricevette importanti commissioni, con pale d’altare destinate alle più importanti chiese cittadine, e gli furono richiesti alcuni dipinti a soggetto mitologico, atti probabilmente ad adornare gli appartamenti del Duca, tra cui Minerva e Nettuno oggi ammirabile presso la Gemäldgalerie di Dresda. L’opera giunse in Germania nel Settecento, quando il duca Francesco III d’Este vendette cento dei più importanti quadri dell’antica raccolta principesca all’Elettore di Sassonia Augusto III.

    Il soggiorno romano e la permanenza ferrarese e veneto-giorgionesca ebbero una importante ripercussione nella Pala Suxena della Pinacoteca Nazionale di Ferrara. Quest’opera, in particolare, datata 1514, rappresenta un debito figurativo nei confronti della Madonna di Foligno di Raffaello, oggi ai Musei Vaticani, ed è presente nel catalogo di Garofalo sin dalla biografia del Vasari. Ecco perché il Garofolo è conosciuto con l’appellativo di “Raffaello ferrarese”. Egli continuò proficuamente per molti decenni la sua attività artistica all’interno della città estense e nei territori circostanti, sino al 6 settembre 1559, giorno della morte, venendo poi sepolto presso la basilica di Santa Maria in Vado.

    A Garofolo di Canaro da alcuni anni è presente il MuViG, ovvero il Museo Virtuale dedicato al grande artista, allestito all’interno di quella che la tradizione indica come la casa natale del Garofalo.

  • Giugno: feste e tradizioni

    Giugno: feste e tradizioni

    Cantavano i mietitori, e a loro rispondevano sciami di donne intente alla spigolatura sotto l’occhio vigile del fattore che, dal bordo del campo osservava che qualcuno non si appropriasse indebitamente del dono di Cerere; niente doveva andar perduto. E poi era festa grande sull’aia dopo la trebbiatura con il vapore, quando il prezioso frumento, in granaio, era messo al sicuro dalle mattane di Giove pluvio. Allora diventava piacevole e doveroso abbandonarsi alle danze, ai canti e alla bisboccia nella frescura della sera. E fra sciami di lucciole ammiccanti – fan maturare i cereali, dice la tradizione – profumi di fieni e fiori, anche Venere ci metteva lo zampino con Cupido al seguito… Immagini e scene del tempo che fu. Altri tempi, altri costumi, altre mentalità, altri desideri.

    Ora c’è la mietitrebbia che fa tutto; alta, grande, gigantesca, con l’occhio ammiccante, quasi una regina, passa per le strade preceduta da una staffetta imbandierata che segnala il suo arrivo, quasi in missione diplomatica. Mastodontica, mostruosa, ma indispensabile, la gigantesca macchina solleva gli uomini da una fatica massacrante. E con il suo arrivo si è persa anche la tradizione di ornare le case con un mazzetto di spighe novelle in segno di prosperità futura.

    Altre antiche usanze costellavano il mese di Giugno

    Per San Giovanni, il 24 di Giugno, era tradizione mettere tra la biancheria il profumatissimo spigo di lavanda. Notte magica, quella del Battista: era la sera in cui ci si attardava fuori a prender la guazza per la bellezza della pelle. Antiche credenze che la moderna medicina ha sfatato.

    Allora la credenza era forte: la rugiada di San Giovanni veniva raccolta al mattino presto con un cucchiaio e veniva somministrata subito ai bambini: aveva il potere di renderli più intelligenti.

    Conservata in bottiglia per tutto l’anno, veniva usata come farmaco contro tutti i più svariati malanni dei fanciulli: tosse, mal di pancia, disturbi della vista…. Se, al sopraggiungere della nuova ricorrenza, ne era rimasta un po’ nella sacra bottiglia, guai a buttarla via! L’acqua di San Giovanni era preziosa: ciò che restava veniva messo nel “levà” del pane che, per l’occasione sarebbe diventato ottimo.

    Ma questo giorno era propizio alla raccolta anche di altre erbe e piante medicinali: al mattino bisognava raccogliere l’aglio da usarsi come antidoto per i vermi e la malva da conservarsi in mazzetti. Era tempo anche di raccogliere una certa erba di San Giovanni le cui foglie, grasse e rugiadose si utilizzavano come rimedio contro i foruncoli, ecchimosi e le ferite in generale.

    Giugno, però, è mese di altri grandi Santi. Il 13 è dedicato a Sant’Antonio, il taumaturgo per eccellenza. Il 26 è destinato alla celebrazione dei Santissimi Giovanni e Paolo. Il 29 ricorre la festa di San Pietro Apostolo.

    Anche per questa ricorrenza, nella notte che precede, era in uso una tradizione “meteorologica”: l’uovo in bottiglia. Se vuoi trarre gli auspici sul tempo di luglio, devi rompere un uovo e versare, delicatamente, il solo albume dentro ad una bottiglia piena di acqua. Il recipiente va poi deposto, su un prato, tra l’erba o i cespugli, per l’intera nottata.

    Al mattino troverai la sorpresa: se “San Piero l’è a cavalo” (cioè se l’albume si è depositato sul fondo della bottiglia) non pioverà per 40 giorni. Se invece “San Piero l’è in barca” (ovvero se l’albume si è disposto a formare dei sottilissimi fili così da sembrare un sistema di vele e corde) si prevede pioggia imminente, di solito molto attesa in questo scorcio di fine mese. Come ciò accada ha certamente una spiegazione scientifica: umidità, temperatura, pressione atmosferica, esposizione ne sono certamente i fattori.

    Ma, seguendo una inveterata tradizione, è opportuno pensare che sia il principe degli Apostoli a metterci la sua opera e a volerci dare un segno della sua benevolenza. In ogni caso persiste il mistero e… ancora una volta… proviamoci! Al massimo avremo sprecato un uovo.

  • I dipinti di Sebastiano Santi

    I dipinti di Sebastiano Santi

    Come la maggior parte delle chiese italiane, anche quelle del nostro Polesine racchiudono importanti opere d’arte, solitamente riguardanti vari secoli. Fa eccezione la Rotonda di Rovigo, le cui tele sono tutte del ‘600 e la Cattedrale di Adria, i cui dipinti sono per lo più relativi all’epoca della costruzione della grande chiesa, portata a termine nel corso dell’ ‘800.

    Ma, per quanto riguarda la Cattedrale adriese va sottolineata un’altra particolarità: molti dipinti sono stati realizzati dallo stesso autore, il veneziano Sebastiano Santi (Murano 1789 – Venezia 1866), artista apprezzatissimo all’epoca, che espresse il suo talento in molti edifici sacri o di uso civile del Veneto.

    Un particolare estimatore del pittore fu l’abate Vincenzo Zanetti, che all’artista dedicò un libro intitolato Delle opere e della vita del pittore Sebastiano Santi edito a Venezia nel 1871, informandoci della sua vasta produzione e quindi anche di tutte le opere che egli eseguì per la Cattedrale adriese.

    Si tratta di ben n. 8 affreschi e 12 tele, opere di varia misura – commissionategli da Camillo Benzon (vescovo dal 1858 al 1866) -, che l’artista realizzò in età alquanto avanzata.

    Il primo lavoro fu infatti portato a termine nel 1861, quando il pittore aveva la ragguardevole età di 72 anni: è il colossale affresco dipinto nel presbiterio con al centro la Madonna in gloria con coro d’angeli e i Santi Pietro e Paolo. A destra di questo affresco il Santi realizzò poi il Martirio di San Bellino (1865) e contemporaneamente a sinistra la ricognizione del corpo di San Bellino.

    Lo stesso artista dipinse successivamente gli affreschi del catino absidale della volta Il Padre Eterno con coro d’angeli (1865), le cinque grandi tele con le virtù Teologali e Cardinali (1864), e sopra le cantorie quattro tele con gli Evangelisti (1864-65).

    Una produzione ampia dunque, che gratificò il pittore veneziano, il quale volle dimostrare la sua riconoscenza al vescovo, dedicandogli la tela (1863) posta sopra il primo altare di destra, raffigurante i Santi Giuseppe, Antonio, Lucia, Teresa e Camillo de Lellis.

    Nel 1863 eseguì inoltre quattro lunette nel soffitto con Gli angeli che portano gli emblemi della chiesa e del sacerdozio, realizzò poi la tela raffigurante San Bellino fra i Santi Valentino e Apollonia nel secondo altare a destra, e la tela collocata nell’altare di fronte con S. Apollinare fra S. Maria Maddalena e S. Luigi Gonzaga.

    Nel suo libro Vincenzo Zanetti scrive:

    […lavorò settantenne per la cattedrale di Adria. Io tengo, o Signori, sotto gli occhi il modello del fresco colossale che colorì nel 1861 nell’abside della tribuna di quel tempio. Gli era stato ordinato di effigiare i divi proteggitori della città or nominata, non più che tre figure, ma il nostro pittore seppe così sviluppare, ingrandire ed arricchire il concetto da eseguirne veramente una pala magnifica, per cui se gli commetteva la decorazione di tutto il tempio in altri sedici dipinti che compiva un anno prima della sua morte]¹.

    Le raffigurazioni di San Bellino nella Cattedrale di Adria

    La tela sopra il secondo altare a destra della navata, come sopra accennato, rappresenta San Bellino (con i Santi Valentino e Apollonia) seduto su di un alto trono, il cui basamento è coperto da un paramento rosso su cui spicca lo stemma di Adria (d’azzurro al castello d’oro), inciso anche sulla predella di marmo dell’altare. Il santo indossa gli abiti vescovili e la mitria, regge con la mano sinistra il pastorale mentre, con la mano destra alzata, essendo nominato Patrono, benedice le due città principali della diocesi, ovvero Adria e Rovigo, quest’ultima appena accennata dalle architetture sullo sfondo.

    Nel dipinto si notano i simboli distintivi del Santo: il cagnolino con in bocca le chiavi (della chiesa), che venivano usate arroventate per cauterizzare le ferite causate dai morsi dei cani idrofobi. Il piccolo cane si presenta accucciato qui fra i Santi Valentino e Apollonia. Il bozzetto di questo dipinto si trova al Museo Correr di Venezia.

    Nella tela di fronte, nella navata opposta, appare la tela citata dedicata a Sant’Apollinare (con S. M. Maddalena e S. Luigi Gonzaga), compatrono con San Bellino. A S. Apollinare, vescovo di Ravenna e patrono dell’Emilia Romagna, è attribuita l’evangelizzazione del Polesine di Adria, che nel VI secolo entra a far parte dell’esarcato di Ravenna². Anche nella predella di questo altare è inciso lo stemma della città di Adria.

    L’affresco a destra dell’abside, il citato Martirio di San Bellino, rappresenta l’agguato teso al vescovo Bellino nella selva di Fratta. Il bozzetto del dipinto si trova al Museo Correr di Venezia.

    A sinistra, La ricognizione del corpo di San Bellino, dove appare il vescovo di Adria Camillo Benzon circondato da chierici e fedeli, tutti intenti ad osservare il corpo di San Bellino che, racchiuso in una elegante arca, compare in buono stato di conservazione per la gioia dei credenti.

    Il Santo osserva con interesse la scena dall’alto, ritto in piedi sopra una nuvola, attorniato da angeli e angioletti che tengono nelle mani il pastorale e la palma del martirio³. Per volere del vescovo Benzon, che ordinò la ricognizione del corpo del Santo il 14 aprile 1863, il pittore Santi celebrò l’accadimento nell’affresco qualche anno dopo, nel 1865⁴.

    Secondo testimonianze storiche, Bellino morì quasi certamente a Padova il 26 novembre 1147, come si legge nel necrologio in Santa Maria delle Carceri, dov’egli amava sostare durante i suoi viaggi. Fra questi, Monselice e Baone, ospite del conte Uguccione suo vassallo, al Monastero della Vangadizza di Badia Polesine dove si tratteneva volentieri con l’abate per discutere della cura delle anime.

    La tradizione fa invece riferimento alla sua uccisione nella zona di Fratta Polesine, nella località che poi in suo onore è stata denominata San Bellino, nella cui chiesa si trova l’arca contenente le spoglie attribuite al Santo (oggetto della ricognizione illustrata nell’affresco). Mandante dell’omicidio fu un signorotto padovano, la cui famiglia dei Capodivacca, come racconta il Foraboschi si sarebbe estinta alla quarta generazione.

    Altre opere d’arte dedicate a San Bellino nel Polesine e nel padovano

    La devozione verso San Bellino – nominato protettore della diocesi di Adria-Rovigo dall’anno 1489 – è molto sentita in Polesine, e nella chiesa di San Francesco a Rovigo, vi è una statua dello scultore Tullio Lombardo, realizzata nel 1520. La scultura raffigura il Santo molto giovane e con le gote completamente glabre; mancano in questo caso gli elementi simbolici distintivi per l’identificazione di Bellino vescovo, come il cane e le chiavi. È probabile che questa scultura sia la più antica raffigurazione di san Bellino conservata in diocesi.

    Ad Adria è presente un’altra statua (sec. XVIII) in Santa Maria Assunta, prima Cattedrale di Adria. In questo caso Bellino è raffigurato più maturo, con la barba, indice di maturità e saggezza.

    Un'altra raffigurazione scultorea è presente a Rovigo: si tratta di un bassorilievo un tempo incastonato su un pilastro del Ponte del Sale, ora sulla parete di Palazzo Roverella che dà sul Corso del Popolo.

    Troviamo poi un altro riferimento pittorico a San Bellino all’interno del duomo di Rovigo nella pala dedicata al Cristo Risorto (opera di Palma il Giovane datata 1620-1628), in cui ai piedi del Cristo sono effigiati i santi Bellino e Stefano.

    Fuori provincia, ad Este, nel Duomo di Santa Tecla è presente un affresco in cui, fra i diversi Santi protagonisti si nota il primo vescovo di Padova, San Prosdocimo, raffigurato assieme al vescovo San Biagio (martire del IV secolo) e al vescovo San Bellino. Durante le lotte tra Papato e Impero, l’allora arciprete Bellino si rifugiò con il suo affezionato vescovo di Padova, Sinibaldo a Este nel Duomo di Santa Tecla, trovando la protezione del Marchese Folco, che per l’occasione di questa loro permanenza fece abbellire il Duomo. Morto Sinibaldo, Bellino fu nominato vescovo a Padova sul finire dell’anno 1127 ca. (Tilatti, p.8 nota 62) e governò la diocesi per vent’anni, fino al tragico epilogo del suo assassinio.

  • Leonardo da Vinci e il Polesine

    Leonardo da Vinci e il Polesine

    Il recente anniversario della morte di Leonardo da Vinci, deceduto in Francia ad Amboise il 2 maggio 1519, ha aperto nuove e significative piste di ricerca sul Genio per antonomasia del Rinascimento, personaggio portatore di grandi novità, data la dimensione poliedrica ed i molteplici campi del sapere nei quali si applicò durante la sua vita.

    Tra queste piste di ricerca, una appare per noi particolarmente interessante, giacché potrebbe aprire una pagina suggestiva su una presenza polesana dell’artista, legata alla sua attività di «inzeniero» militare. Proprio questa sua qualifica di ingegnere militare potrebbe essere stata utilizzata nel corso della famosa Guerra del Sale (1482-1484), combattuta in terra polesana.

    L’antefatto

    Leonardo, reduce da Firenze (vedi scheda a pag.63), nel 1482 raggiunge Milano accolto da Ludovico il Moro, reggente del Ducato meneghino dal 1480, in affiancamento al nipote Gian Galeazzo Maria Sforza (convivenza problematica che sarà tra le cause scatenanti, nel 1494, le Guerre d’Italia tra francesi e spagnoli)¹. Si presenta con una Lettera autografa (vedi scheda a pag.65) una sorta di “curriculum vitae” ante litteram, conservata in una minuta, non autografa, nel Codice Atlantico².

    In questa Lettera, forse mediata da un ambasciatore milanese a Firenze, Leonardo indugia molto sulle sue competenze non tanto in ambito artistico, ma sottolineando specialmente il suo profilo di ingegnere militare.

    Siamo nel 1482, nel pieno della ripresa delle ostilità tra il Ducato estense e la Serenissima Repubblica di Venezia per il controllo del Polesine. Il conflitto si scatenò per il diniego da parte ferrarese a pagare ai Veneziani la tassa sul sale prodotto nel territorio estense; imposta che la Serenissima, tramite il visdomino presente in città, pretendeva come contributo per il mantenimento della flotta adriatica. La causa del contendere riguardava anche, secondo altre cronache, l’arresto per debiti di un sacerdote ferrarese da parte dello stesso visdomino, ultimo di una serie di ingerenze da parte di Venezia nel territorio estense.

    La Guerra di Ferrara, meglio nota come “Guerra del sale”, scoppiò infine il 30 aprile 1482, quando Papa Sisto IV (Francesco della Rovere, 1414 – 1484), decise di attribuire il Polesine a Venezia in cambio dell’aiuto contro il re di Napoli.

    La Guerra del Sale (1482-1484)

    All’alleanza veneto – pontificia, alla quale avevano aderito Genova, Siena, i Malatesta di Rimini, il marchese Guglielmo di Monferrato, Girolamo Riario, signore d’Imola e Forlì e Pier Maria de’ Rossi, conte di S. Secondo Parmense, si contrapponeva la coalizione formata da Ercole I d’Este, Ferdinando I re di Napoli, Ludovico il Moro, i marchesi Gonzaga, Giovanni Bentivoglio di Bologna e la casa Colonna, antagonista del Papa.

    La guerra, di fatto, coinvolse tutta la Penisola, con teatri del conflitto, oltre al Polesine, il Bresciano, il Bergamasco, Verona, Parma, Mantova, il Montefeltro e, al sud, il Lazio, l’Abruzzo e la costa adriatica³.

    Il 1 maggio 1482, Roberto di Sanseverino, condottiero della Repubblica Serenissima, scendendo dalle Valli Veronesi con 30.000 soldati, si impadroniva già della rocca di Melara, quindi, nelle settimane successive, di Bergantino, Massa, Castelnovo, infine Ficarolo, caduta il 29 giugno. Nel frattempo, Sigismondo d’Este fece tagliare l’argine del Po all’altezza di Polesella per sommergere i veneziani, che per rappresaglia fecero saltare gli argini a Francolino.

    Non potendo condurre alcun assedio a Ferrara, a causa dell’apparato difensivo predisposto dal duca e della presenza della peste, il Sanseverino continuò la propria avanzata, che portò in poche settimane tutto il Polesine a cadere in mano veneziana. Rovigo apre le porte della città il 14 agosto, Lendinara il 17 e Badia, per ultima, il primo settembre.

    L’avanzata veneta, che arriverà a stringere d’assedio Ferrara nel novembre 1482, dopo la morte, per malaria di Federico da Montefeltro, comandante dell’esercito ferrarese, fu quindi parzialmente arrestata dalla pace separata stipulata il 12 dicembre 1482, dal Papa con il re di Napoli.

    Il conflitto terminò, grazie anche al tradimento degli alleati dei ferraresi, nel maggio 1484, con la conquista della piazzaforte pugliese di Gallipoli da parte della flotta veneziana, e l’inizio delle trattative di pace.

    I Capitolati di Pace, firmati a Bagnolo Mella (Brescia) il 7 agosto 1484, sancirono la vittoria della Serenissima, che, approfittando dei contrasti di interesse tra gli alleati, si impossessò di quasi tutto il Polesine (eccezion fatta per Ariano, Corbola, Adria, Melara, Castelnuovo e Ficarolo), tacitando Milano con denaro e restituendo a Ferrante di Napoli Gallipoli ed altre piazzeforti pugliesi.

    Leonardo ingegnere militare al tempo della Guerra del Sale

    In questo complesso quadro bellico e diplomatico, una figura come quella di Leonardo poteva rivelarsi molto interessante: gli studi tecnico – scientifici del Genio di Vinci ben si adattavano ad una guerra in cui, tra le altre cose, poteva studiare in maniera dettagliata il movimento delle truppe nelle paludi e lungo le rive del Po, occupandosi anche di rinforzi militari, risolvendo in questo modo un problema che il Moro doveva affrontare in quei mesi, ossia sostituire l’ingegnere militare di corte, Bartolomeo Gadio (Cremona, 1414 – Milano, settembre 1484)⁴.

    Numerosi sono i passaggi, nella citata Lettera, dedicati a decantare, più che quelle in ambito artistico, le sue reali competenze in tema di battaglie, armi e fortificazioni e relativi impieghi pratici; elementi che Leonardo riprenderà, tra il 1484-1485, all’interno della riforma urbanistica di Milano in seguito alla peste, che mieté 50.000 vittime⁵.

    Questa Lettera si accompagna ad un inventario di studi e di oggetti portati presumibilmente da Firenze a Milano, in cui Leonardo, tra gli altri, cita «cierti strumenti per navili» e «d’acqua», che confermano questi suoi interessi di ingegneria idraulica⁵.

    Fuggito da Milano dopo l’invasione francese del Ducato e la deposizione del Moro (1499), Leonardo viaggerà ancora molto in area padana, tra Mantova e Venezia. Poi nel 1502, in qualità di ingegnere militare e architetto, entrerà al servizio di Cesare Borgia, che seguirà in Romagna e in Umbria, elaborando una mappatura strategico – militare e rinforzando le fortificazioni della zona, mettendo a punto un nuovo tipo di polvere da sparo, formata da una miscela di zolfo, carbone e salnitro, studiando macchine volanti e strumenti per la guerra sottomarina: la Lettera Patente del Duca Valentino (18 agosto 1502) recita «Messer Lionardo deve vedere, mesurare, et bene extimare… li Lochi et Forteze e li Stati Nostri, Ad ciò che secundo la loro exigentia ed suo iudico possiamo provederli».

    Materia, quella idraulica e militare, che continuerà ad essere centrale durante tutto il resto della vita di Leonardo, ristabilitosi dapprima a Firenze, quindi nuovamente (1506) a Milano, accettando infine l’invito francese a trasferirsi nel castello di Amboise sulle rive della Loira, dove morirà. Un interesse sicuramente già presente nel giovane Leonardo, ma sviluppato al servizio di Ludovico il Moro durante l’esperienza della Guerra del Sale, tra gli argini, le paludi ed i gorghi nelle nostre terre, presumibilmente in Transpadana, al confine tra Ferrarese, Veneziano, Mantovano e Milanese.

  • Tecniche edilizie nell’antichità

    Tecniche edilizie nell’antichità

    Nello scorso numero, con la pubblicazione dell’articolo Materiali edili nell’antichità (Ventaglio Novanta n. 61 pagg. 52-55) è iniziata una breve trattazione panoramica riguardo il tema materiali da costruzione e tecniche edilizie nel Polesine antico.

    In accordo con il direttore della rivista prof. Lino Segantin, al quale vanno i miei ringraziamenti per il prezioso lavoro svolto nel curare le edizioni della presente rivista, questo contributo si focalizza sulla seconda parte dell’argomento, le tecniche edilizie.

    Sulla base dei dati disponibili pubblicati e quindi consultabili, di seguito verrà approfondito come i materiali indicati nel precedente articolo venissero impiegati nella costruzione di strutture (edifici e manufatti utilitari). Durante il lavoro di ricerca sono state prese in esame numerose indagini archeologiche, assieme alle relative documentazioni, effettuate in siti riferibili ad un arco cronologico che parte dal periodo preromano.

    Variazione delle tecniche edilizie nel corso dei secoli

    Le fondazioni, nell’età preromana del Polesine antico, risultano costruite in prevalenza con fasciame e con elementi lignei di vari tipi e dimensioni: essi avevano una funzione strutturale per il sostegno e il rinforzo delle pareti. In quest’epoca le fondazioni lignee sono in prevalenza riconducibili a palafitte. Diversamente da tutti gli altri esempi riscontrati, solo nello scavo di San Cassiano si sono ritrovate fondazioni litiche di edifici.

    Per l’epoca romana, ad Adria si può citare l’edificio riscontrato in una delle fasi dello scavo di via San Francesco, questa costruzione monumentale è risultata con fondazioni a plinti, porticata sul lato lungo e con una grande aula.

    Presso Corte Cavanella si sono ritrovate due principali tipologie di fondazioni: la prima datata alla prima fase dell’insediamento, risultava caratterizzata da blocchi squadrati di trachite euganea legati da malta senza nucleo cementizio, mentre la seconda, più tarda è costruita, in materiale laterizio. Alcune fondazioni erano a platea lignea.

    Nello scavo della villa rustica di San Basilio, si sono riscontrate fondazioni in tegole e frammenti laterizi, fondazioni in sesquipedali e a vespaio.

    A Villadose la tecnica di fondazione che risulta prevalente è in laterizio, cioè in mattoni sesquipedali e tegoloni ridotti in frammenti, come riscontrato anche nei casi di Corte Cavanella e San Basilio.

    Le pavimentazioni riferibili all’età preromana riscontrate da Francesco Antonio Bocchi nell’area del pubblico Giardino tra il 1878 e il 1879 risultavano costituite prevalentemente da sostanze vegetali quali stecchi e canne: queste, per il Bocchi, formavano “fascinate e graticci” per una pavimentazione praticata su un terreno “fangoso e acquoso”. Nel caso del cortile Ornati ad Adria, Bocchi riscontrò un pavimento in tavolato di rovere ed un piano in cotto.

    In via San Francesco, sempre ad Adria, un tipo di pavimentazione era costituita da una preparazione limo-sabbiosa contenente materiali di risulta. A San Basilio si sono rinvenuti resti di pavimentazione in argilla e battuto: queste pavimentazioni sono tutte riconducibili ad ambienti abitativi. Per il periodo romano è da ricordare il rinvenimento, durante gli scavi del Bocchi presso il pubblico Giardino ad Adria, di una pavimentazione stradale formata da lastre e blocchi marmorei. Particolare la pavimentazione rinvenuta nello scavo di località Retratto: qui un piano di calpestio di una riva risulta preparato con intonaco bianco. Sempre ad Adria in via San Francesco nello scavo dell’edificio romano si rinvenne una pavimentazione in cocciopesto.

    Un mosaico di pregio venne scoperto ad Adria nel 1755, da D. Giuseppe Bocchi canonico della cattedrale di Treviso, nel luogo allora denominato “Confortin” situato nei pressi del convento dei SS. Padri Riformati (nucleo storico dell’odierno Ospedale Civile). Su richiesta dello scopritore, il mosaico composto da tessere di marmo bianco e nero venne disegnato dal sig. pubblico perito Niccola Campanella. La stessa decorazione musiva successivamente rinterrata, rispuntò nel 1936 durante gli scavi per la realizzazione del padiglione di Ostetricia, Ginecologia e Pediatria, che portarono alla luce parte di un quartiere della città romana con abitazioni e varie fasi di ristrutturazione. Allora si accertò anche che il mosaico scoperto da D. Giuseppe Bocchi insisteva su un precedente pavimento a signino (cocciopesto con inserzione di pietre colorate) databile tra il I sec. a.C. ed il I sec. d.C.

    Sempre rimanendo in tema di pavimentazioni di rilevanza, è da ricordare come ad Adria, nell’area ospedaliera, durante gli scavi effettuati tra il 2010 e il 2011 per la costruzione delle nuova palazzina dei servizi, sono venuti alla luce dei mosaici riferibili ad una grande domus sviluppatasi nel corso dell’età romana imperiale (I-III secc. d.C.) dotata di ambienti mosaicati in tessellato bianco e nero, due con motivi geometrici ed uno con un motivo di carattere vegetale. Questi, con tessere grandi ed irregolari, sarebbero da ricondurre dalla metà del II d.C. in poi. Significativi tipi di pavimentazione sono risultati anche presso Corte Cavanella, come nel caso di pavimento formato da cubetti di cotto, uno in opus signinum con inserzione di crustae marmoreae bianche, una pavimentazione in cocciopesto a grossa tessitura. A San Basilio, con i ritrovamenti effettuati da fine ‘800 al 1930, si sono riscontrate ma non documentate pavimentazioni musive di grandi dimensioni e notevole bellezza, poi gli scavi più recenti hanno accertato pavimenti in mattoni sesquipedali e due loro misure sottomultiple, in battuto, in lastre di pietra, in cubetti di cotto infissi in una gettata di cocciopesto. In opus spicatum era formato un pavimento funzionale ad un vano absidato databile alla fase più antica (dalla fine del I a.C. a tutto il I d.C.), parte di un impianto termale. Significativo anche il pavimento con tessere in mosaico bianche e nere su una preparazione in cocciopesto in un settore abitativo della villa rustica di Villadose.

    Gli alzati degli edifici in età preromana hanno caratteristiche che delineano un’architettura in legno, paglia, canne palustri e argilla, come è attestato negli scavi del Bocchi ad Adria. Una particolarità da rilevare è che le strutture di alzato erano formate anche da pali infissi nei fossi laterali alle costruzioni; questi costituivano lo scheletro delle pareti perimetrali, come accertato nello scavo degli edifici in via San Francesco ad Adria.

    Un esempio di alzato diverso in età preromana è quello dell’edificio di San Cassiano, il quale era eretto su alti zoccoli di trachite euganea. Per l’età romana vi sono vari esempi di strutture d’alzato. A Corte Cavanella gli scavi hanno accertato due tecniche di costruzione delle strutture murarie: si passa da quella di prima fase in blocchi di trachite legati da malta senza nucleo cementizio (età augustea – I secolo d.C.) a quella che risulta in laterizio (seconda metà del I secolo d.C. al III-IV d.C.).

    Nel complesso della villa rustica di San Basilio, la tecnica di costruzione degli alzati risulta in prevalenza con muri in laterizio legati con calce. Anche per la villa rustica di Villadose, la tecnica edilizia utilizzata è in prevalenza di laterizio in mattoni sesquipedali e tegoloni. Negli scavi condotti presso l’Ospedale Civile ad Adria si è riscontrato che le strutture delle fornaci da calce erano costruite con mattoni e blocchi di trachite.

    Le coperture in età preromana sono principalmente realizzate in paglia e canne palustri; l’unico esempio di copertura in laterizio risulta quello dell’edificio di San Cassiano. Per l’età romana esempi di copertura di edifici sono documentati negli scavi di Corte Cavanella e della villa rustica di Villadose. La copertura ritrovata a Corte Cavanella consiste in una tettoia a doppio spiovente in tegole fittili e coppi, impostata su una intelaiatura lignea a capriate da ricondurre ad una darsena. A Villadose le coperture e le tettoie negli spazi della villa rustica sono in prevalenza di materiale fittile.

    Per quanto riguarda le strutture idrauliche, negli scavi presso il cortile Ornati ad Adria, il Bocchi ritrovò un condotto, che interpretò come parte di un acquedotto o cloaca di cotto, questo risultava costruito in mattoni ed attribuito all’età romana. Presso Villadose (località Cambio – podere A. Pugina) nel 1966 si rinvenne una cisterna per la raccolta dell’acqua: il pozzo, del diametro di circa un metro, aveva pareti costruite a corsi ben connessi di pietre squadrate alte 15-16 cm.

    Altre testimonianze di strutture idrauliche in età romana risultano a Corte Cavanella e presso la villa rustica di San Basilio. A Corte Cavanella si ritrovò una canaletta in sesquipedali connessa con un piccolo vano dotato di una vasca di mattoni; questa è stata rinvenuta nei pressi di una sala adibita forse ad uso termale e dotata di un’abside circolare con contrafforti esterni in trachite. Fu rinvenuta anche una seconda vasca in mattoni, di pianta rettangolare; a questa si congiungeva una struttura lignea interpretata come uno strumento di captazione idrica, formata da pali disposti a zatterone in orizzontale fissati da laterizi; di grande interesse anche una struttura in legno per lo scorrimento idrico, costituita da due palizzate infisse con lieve obliquità su due sponde nel terreno. Si ritrovarono anche pozzi costruiti in trachite euganea e frammenti di laterizi legati da malta e strutture in legno affondate nel sottosuolo per l’utilizzo di acqua di falda, caratterizzate da una semplice struttura con cerchiature lignee. Presso la villa rustica di San Basilio, nei pressi di una fornace per laterizi, si rinvenne una vasca rettangolare in mattoni, collegata ad un sistema di canalette di scarico, costruite a cassetta con sesquipedali per base, parete e copertura e per la parte iniziale in trachite dei Colli Euganei con la faccia superiore concava. Un’altra canaletta risultava costruita con spezzoni di mattoni infissi verticalmente e paletti di legno e mattoni a forma di parallelepipedo.

    In conclusione, l’analisi e lo studio delle pubblicazioni su numerosi scavi effettuati in Polesine, assieme ad alcuni disegni ed immagini che completano le documentazioni, ci aiutano a ricostruire un quadro sull’utilizzo dei materiali da costruzione e le tecniche edilizie tra l’età arcaica e il tardo antico, con particolare attenzione all’area del delta del fiume Po. In futuro l’argomento sarà sicuramente definito ed aggiornato, grazie a nuovi dati risultati dalle indagini condotte recentemente. Tali risultati consentiranno di arricchire con altri interessanti particolari la materia e con il passare del tempo giungere sempre più ad una definitiva sintesi.

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