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Archivi: Articoli d’archivio

  • L’Urban Digital Center di Rovigo

    L’Urban Digital Center di Rovigo

    Incontro Luisa Cattozzo, assessore all’Innovazione e Urbanistica del Comune di Rovigo presso l’Urban Digital Center Innovation Lab.

    Già sede dello storico Liceo Classico dedicato a Ludovico Ricchieri, detto Celio Rodigino, frequentato a suo tempo da studenti divenuti poi personaggi importanti (tra cui mi fa piacere ricordare in particolare Giacomo Matteotti), l’edificio è stato destinato ad accogliere l’innovativo progetto. Via Badaloni, una delle storiche vie del centro cittadino, acquista così un punto di riferimento per la cultura digitale in città. E di ciò intendiamo parlare con l’assessore Cattozzo.

    L’approccio è da subito cordiale e vivace, ed io entro in argomento.

    – Complimenti, assessore, per l’iniziativa attuata in due tempi: prima di tutto trasferendo coraggiosamente l’Istituto Scolastico in una sede moderna, più adeguata, rafforzando così il già esistente polo scolastico nel quartiere Commenda; poi per aver dato nuova dignità al palazzo, creando una destinazione d’uso identitaria, frutto di una progettazione finalizzata, e finanziata dalla Regione Veneto. Ci può dunque raccontare il progetto dell’Urban Digital Center di Rovigo?

    “Io e la Giunta abbiamo solo il merito di aver recuperato il più recente vuoto urbano nel pieno centro della città; non è stato di nostra competenza, invece, lo spostamento del liceo presso l’attuale sede in Commenda. Quando ci siamo insediati, abbiamo colto subito l’occasione di un bando POR-FESR 2014-20 in scadenza che mirava alla costituzione di poli regionali decentrati dedicati all’innovazione basata sui dati, attraverso percorsi di crescita studiati per il mondo della Pubblica Amministrazione, delle imprese e dei cittadini più genericamente: il risultato è il connubio tra un Open innovation hub – luogo preposto all’acculturamento puramente digitale – e uno Urban Center – luogo preposto a dar vita a processi di buone pratiche dal basso per la costruzione di proposte politiche urbane – che ha dato origine al primo progetto sperimentale in Italia di uno URBAN DIGITAL CENTER, luogo nel quale utenti di genere, classe di età e competenza professionale differenti possono trovare occasione di accrescere la propria cultura digitale in spazi studiati per favorire la crescita di nuove comunità attorno a temi condivisi in modalità partecipata, il cui contributo possa entrare nelle scelte di sviluppo della città di Rovigo”.

    – Quali sono gli obbiettivi che l’hanno spinta, in accordo con l’Amministrazione Comunale, a promuovere questo centro, che mi appare ben strutturato, moderno e funzionale ad una partecipazione di giovani, collegato con altre realtà?

    “L’idea di base è stata di realizzare uno spazio di condivisione di utenti attraverso processi condivisi, in cui ognuno potesse sentirsi libero di partecipare imparando contestualmente qualcosa di innovativo grazie alla disponibilità delle nuove tecnologie, che a mio avviso vanno viste come un fattore abilitante e non quindi come un obiettivo fine a se stesso. La mia formazione, poi, dedicata allo studio analitico e alla costruzione di progettualità che guardano al futuro di un territorio, ha contribuito ad allargare l’orizzonte spaziale dell’intervento, sperimentano quindi un modello di crescita in aggregazione con i Comuni di Villadose e Adria, rompendo di conseguenza qui concetti spesso limitati entro la definizione di un limite amministrativo”.

    – Visitando il Centro ho avuto modo di leggere i pannelli esplicativi che arricchiscono le sale del Centro. Tra questi mi hanno colpito positivamente i temi basilari del progetto: Abitare, Innovare, Partecipare, Visitare e Vivere. Come intende sviluppare e divulgare queste tematiche? Quali sono i rapporti con il tessuto sociale e le associazioni culturali della città?

    “I temi portanti del progetto sono stati individuati proprio da un esercizio di ricerca di una forte identità del progetto: ognuno di essi, infatti, è riconoscibile nella vita di tutti noi. Ecco quindi che ci si può accorgere facilmente di come le tecnologie abbiano assunto un ruolo determinante nelle nostre abitudini quotidiane, dagli spazi che abitiamo, a quelli che visitiamo – spesso anche inconsapevolmente, come ad esempio i luoghi che attraversiamo abitualmente senza percepirli con uno sguardo da osservatore; ma anche le occasioni di socializzazione contemporanea che ci spingono a vivere una dimensione nuova, in cui le regole di partecipazione cambiano continuamente… tutti fattori che richiedono di rapportarsi con stimoli innovativi continui, per non rimanere a guardare come territori, spesso anche solo vicino a noi, trovino la forza di crescere ma per far parte del processo di cambiamento e non subirlo.

    Il progetto ha creato per la prima volta occasioni di partenariato nuove, che vedono il coinvolgimento di soggetti preposti alla formazione, come Università di Ferrara e IUAV di Venzia, ITS e istituti superiori del territorio, ma anche realtà economiche, sociali e culturali che hanno modo di sperimentare nuovi modelli di crescita in uno spazio condiviso, che favorisce la contaminazione e l’occasione di sviluppare nuove sinergie e progetti.

    – In questo ambito, quale ruolo svolgono le Palestre Digitali… E cosa sono in concreto?

    “Il progetto nasce, anche in risposta ai requisiti di bando, con l’obiettivo di essere inclusivo rispetto a cittadini e luoghi dei Comuni coinvolti: questo ha portato alla nascita di cosiddette “Palestre Digitali-Centri P3@” distribuite anche nei territori delle frazioni, per favorire l’accesso ai servizi erogati da Urban Digital Center – InnovationLab anche in luoghi marginali. In particolare, queste sedi – 11 in totale nei tre Comuni – stanno svolgendo un’azione di animazione sullo sviluppo sostenibile in collaborazione con Università IUAV di Venezia, che vede impegnati i cittadini in attività partecipate volte a comunicare i valori che sottendono ai 17 obiettivi generali definiti dall’ONU nell’Agenda 2030 e a raccogliere percezioni sugli stessi, utili a migliorare la qualità della vita con l’intervento dell’azione amministrativa, da un lato, e di presa di consapevolezza del singolo nell’importanza delle proprie azioni quotidiane a scala locale nel contribuire al loro raggiungimento a scala globale. Non solo, il Comune di Rovigo sta pianificando l’utilizzo delle Palestre Digitali per la realizzazione di sportelli decentrati, dove erogare servizi ai cittadini, con particolare attenzione alle persone più fragili, anche sotto il profilo dell’accessibilità ai servizi digitali, ormai diventato un obbligo per la pubblica amministrazione, tramite SPID o Carte d’Identità Elettronica (CIE)”.

    – Il suo assessorato è promotore, inoltre, del progetto: RO-REGeneration – il Festival di arti urbane rigenerative, che ha visto il fiorire di murales che decorano alcuni palazzi della città. Come si colloca tale azione che tende a rivalutare e promuovere una frequentazione della città, abbellendone gli spazi urbani attraverso l’arte e il coinvolgimento di studenti e giovani del territorio nel panorama del suo progetto?

    “Il progetto, che nel 2020 nasceva come un format di semplice Street Art Festival, esperienza che accomuna ormai moltissime realtà in tutta Italia e non solo, nel corso del 2021 ha subito un’evoluzione allargando il concetto all’arte urbana in chiave rigenerativa, ovvero da una azione di recupero più estetica a una più inclusiva, dove giovani, e più genericamente cittadini, abbiano occasione di riappropriarsi di spazi pubblici, in cui sperimentare anche nuove modalità di socializzazione. Quel che ne è uscito è un festival che, sperimentando forme di urbanismo tattico, ha recuperato luoghi in cui l’espressione dell’arte urbana ha stimolato percezioni nuove anche nel modo di vivere la città. La partecipazione dei cittadini in questa edizione è stata davvero sorprendente, grazie anche alla collaborazione con altre realtà, quali il Conservatorio e Run It, che ha reso possibile la prima camminata non competitiva attraverso i luoghi dell’arte urbana, con attraversamento di parchi urbani, in cui musicisti hanno animato l’iniziativa con diversi accompagnamenti musicali: un’esperienza davvero unica!”

    – Nella sua storia di esperta in Sistemi Informativi Territoriali e Telerilevamento, come vive questa esperienza politica di Assessore all’Innovazione e Urbanistica del Comune di Rovigo?

    “Devo ammettere che, malgrado la mia esperienza pluriennale dentro il mondo della Pubblica Amministrazione come tecnico esperto di tecnologie e territorio, mi ha favorito soprattutto la capacità di intercettare importanti risorse per la città in cui vivo, una scala su cui confesso di non avere avuto ancora occasione di cimentarmi, nella quale inevitabilmente l’approccio empatico gioca un ruolo determinante. Questa è la mia prima esperienza di rivestire un ruolo politico ma che vivo con un approccio di tecnico, consapevole di saper fare bene il proprio mestiere, prestato temporaneamente alla politica, pertanto le mie azioni sono guidate da una motivazione volta a risolvere problemi con osservazione critica della realtà che ci troviamo a gestire, con una forte spinta innovativa che fatica ancora un po’ a essere recepita, ma che sono convinta che porterà a risultati positivi nel tempo: occorre lanciare il cuore oltre l’ostacolo, come asserisce spesso anche il Sindaco Gaffeo”.

    Grazie Assessore per la disponibilità, inoltre, mi complimento per l’impegno qualificato che sta dedicando alla nostra città e invito tutti a seguire le iniziative proposte e in continua evoluzione sotto la sezione “calendario’ e di inviare eventuali richieste a : info@urbancenterrovigo.it

  • Le tortorelle “separate”

    Le tortorelle “separate”

    Seduta sul dondolo della terrazza, all’ombra del glicine, che coi suoi rami contorti si era impadronito di due lati della casa, osservavo il volo incessante delle rondini appena tornate. Era piacevole e rilassante vedere come il verde, piano piano, riprendeva possesso del quartiere.

    La zona pedonale non era più solo un via vai di biciclette cariche di borse con la spesa. Ora c’erano ragazzi e ragazze che facevano footing, bambini che sfrecciavano sugli skateboard e persone, più o meno anziane, che semplicemente camminavano godendosi le prime giornate di sole.

    Seduta, osservavo tutto questo e aspettavo altri ritorni.

    Sapevo che prima o poi sarebbero arrivate e, come ogni anno, si sarebbero fermate circa tre mesi. Le conoscevo bene, erano inconfondibili per il loro colore particolare. Lei, agile e snella, aveva lo stesso colore di un cappuccino cremoso. Lui era un po’ più grosso e un po’ più scuro, ma non tanto. Ecco, un cappuccino con una spolverata di cacao sopra.

    Fu una mattina presto, aprendo la persiana, che lo vidi fermo sulla ringhiera della terrazza. Aveva un fuscello nel becco lungo quasi il doppio del suo corpo.

    Alzai gli occhi verso il glicine ed, esattamente dove l’anno prima avevano fatto il nido, c’era lei, la tortorella.

    Corsi a prendere il cellulare e per circa un’ora restai alla finestra per riprendere quella scena veramente spettacolare. Era un via vai incessante. Lui allungava i ramoscelli alla compagna che li sistemava tra i rami e ripartiva subito tornandosene poco dopo con un altro rametto nel becco.

    Felice di quello che avevo ripreso e che avrei inviato ai miei figli, che da tempo non abitavano più con me, andai in cucina a fare colazione. Non uscii subito in terrazza, non volevo farmi vedere temendo di spaventare i due volatili concordemente attivi nel loro lavoro.

    Uscii verso mezzogiorno e quello che apparve ai miei occhi mi lasciò impietrita.

    Tutti i ramoscelli che lui aveva portato ora si trovavano sparpagliati sul pavimento della terrazza. Di loro nessuna traccia.

    Cosa era successo? Avevano cambiato idea sul luogo scelto o avevano litigato e non volevano più stare insieme?

    No, no, non è possibile! Loro no, almeno loro no!!!

    Si sa che tra gli umani le unioni hanno una durata breve e al primo intoppo la coppia si divide… ma non loro. Per carità! Se anche le tortore, simbolo di amore e fedeltà si separano, cosa altro ci resta?

    Amareggiata e delusa, ripresi il cellulare e fotografai tutti i ramoscelli sparpagliati. Avrei inviato tutto ai figli perché ero certa che se avessi raccontato loro l’episodio, considerando la mia età, e conoscendo la facilità di rivolgermi critiche, non mi avrebbero creduta.

    “Non preoccuparti mamma, vedrai che fra qualche giorno tornano.” Mi rispose il figlio più giovane. Lui era esperto in litigi amorosi.

    In effetti dopo tre giorni, aprendo la finestra, vidi la tortorella fra i rami del glicine, esattamente nello stesso luogo di prima. Era sola. “Sarà andato in cerca di ramoscelli” ho pensato, e mi sono nascosta ad osservare cosa stava succedendo. Quello che ho visto mi ha lasciato alquanto perplessa.

    Era lei che andava a prendere i fuscelli per poi disporli fra i rami. Di lui nessuna traccia. Notai che i ramoscelli che lei utilizzava erano assai diversi da quelli che aveva portato lui. Erano più leggeri e soprattutto più flessibili.

    Dopo aver preparato la base, utilizzando il palo orizzontale che sosteneva il glicine, appoggiò i rametti in verticale tra le foglie e col becco “intrecciò” a cerchi orizzontali i fuscelli più flessibili.

    Incredibile! Mi sembrava di assistere alla costruzione di un cestino, come avevo visto fare ad una fiera paesana.

    Alla fine la tortorella si adagiò al centro e lì rimase fino alla schiusa delle uova. Non l’ho mai vista abbandonare il nido. Forse volava via al mattino presto, doveva pur nutrirsi.

    “Una madre single,” ho pensato.

    Ma una mattina, aprendo la finestra, l’ho visto sul nido. Lei non c’era. Sono rimasta ferma ad osservare e ho notato che col becco dava dei colpetti dentro al nido.

    “Non vorrà mica ucciderli?” Ho pensato preoccupata. Coi tempi che corrono non si sa mai! Sono uscita in terrazza e mi sono avvicinata piano piano per controllare cosa stava succedendo, e ad un tratto ho visto una testolina bagnata sporgersi dal nido. No, non li stava uccidendo, li aiutava ad uscire dal guscio. Erano due. Due testoline bagnate.

    Quando tornò la tortorella lui volò via e non l’ho più rivisto. Si sentiva solo in lontananza il suo richiamo inconfondibile, “rober-to, rober-to, rober-to.” Forse voleva dirle che lui c’era. C’era anche se si erano lasciati, c’era per i figli.

    Ora la tortorella li proteggeva col suo corpo. Due o tre volte al giorno volava via e, quando tornava, li imbeccava. Era uno spettacolo commovente. Loro sempre col becco aperto per l’imbeccata.

    Solo a giugno iniziarono le prime prove di volo. Battiti di ali, ma zampette fisse nel nido. Una delle due tortorelle imparò presto a volare e cominciò a lasciare il nido per poi tornare poco dopo, l’altra sembrava proprio che non volesse saperne. La mamma si spostava sul filo della luce poco distante dal nido e la chiamava. Lei batteva freneticamente le ali, ma non lasciava il nido. Si spostava di qualche rametto saltellando, ma era ancora la mamma a portarle il cibo.

    Una mattina ho visto il nido vuoto. Sapevo che prima o poi sarebbe successo, ma mi dispiaceva non averle salutate. Mentre, un po’ triste, facevo colazione ad un tratto ho sentito tubare. Uscita di corsa ho visto la mamma che accompagnava le tortorelle al nido. Non ho fatto in tempo a riprenderle col cellulare perché sono volate via subito, ma mi ha fatto piacere vederle insieme.

    Ora il nido è vuoto, ma tornerà la primavera e con la primavera torneranno le tortorelle. Avevo bisogno di loro. Le aspettavo ed ero certa che le avrei riviste.

  • Il ballo

    Il ballo

    Dopo un fine settimana di abbondanti nevicate, la giornata si aprì fin dal mattino con un sole splendente. La vallata era tutta illuminata e le montagne intorno rilucevano di colori smaglianti. Era la prima domenica di gennaio e, da un po’ di anni, questo giorno era dedicato ad una gita al passo Giau, sulle dolomiti ampezzane. Una giornata così splendida era pertanto più che invitante per percorrere in auto il ripido versante della vallata, ricoperto da una bianca e abbondante coltre di neve.

    La comitiva, che si era preparata di buon’ora per la partenza, era formata da una ventina di amici, genitori e figli che alloggiavano in una casa per ferie a Crignes, a Cortina; persone provenienti da diverse province del Veneto che qui trascorrevano le vacanze natalizie. Anch’io, mia moglie Loredana e mia figlia Laura eravamo della compagnia.

    Con le strade, prontamente liberate dalla neve, fu abbastanza facile raggiungere il passo dolomitico percorrendo i 36 ripidi e ristretti tornanti della montagna. Lo scenario che il Giau offriva, dall’alto dei suoi 2236 metri, era di una bellezza unica con il sole smagliante, il cielo blu intenso e il contorno delle cime ampezzane più prestigiose e famose. Per quante volte lo si fosse ammirato, anche negli anni precedenti, si rimaneva estasiati e incantati davanti a tale veduta.

    Come ogni anno il primo appuntamento della mattinata era nella piccola chiesetta di legno del passo Giau, anch’essa immersa nella neve, per partecipare alla Messa celebrata da don Gianni, uno del gruppo. Era il nostro ringraziamento per quanto ognuno aveva ricevuto nell’anno precedente ed una preghiera per il nuovo anno. Poi tutti fuori, a sciare sulla pista che dal passo scende verso Selva di Cadore; una discesa facile e quindi un divertimento per tutti per l’intera mattinata. E, per l’ora di pranzo, tutti nella baita-ristorante Enrosadira, ai piedi della pista, dove si potevano gustare i tipici piatti della cucina locale.

    Dopo aver accontentato la gola e riacquistate le forze, era la musica ad accompagnare la festa. La grande sala, arredata nel tipico stile ampezzano, si prestava magnificamente ad accogliere i valzer, tanghi e mazurche che don Gianni ci proponeva, come ogni anno, con la sua fisarmonica. Balli e canzoni per tutti noi e per gli altri ospiti del ristorante per dimenticare i problemi e iniziare il nuovo anno in allegria.

    Dopo una pausa, necessaria per riprendere fiato, si avvicina a me e a mia moglie una signora, che stava pranzando nella sala con altri amici.

    – Vi ho visto ballare – dice a mia moglie. – Se mi permette mi piacerebbe fare un valzer con suo marito.

    Rimango sorpreso. Mi sentivo lusingato, ma nello stesso tempo imbarazzato perché avevo riconosciuto la persona che mi chiedeva di ballare. Era l’onorevole Tina Anselmi. Chiedo a don Gianni di suonare un valzer lento per la nostra ospite.

    – Mi è sempre piaciuto ballare – mi dice l’onorevole Anselmi – ma ora ho ben altri pensieri. Quando ho visto voi due volteggiare felici, mi son lasciata vincere dalla tentazione.

    – Io mi sento molto imbarazzato – le dico – perché so chi è lei. L’ho vista qualche mese fa a Roma al congresso della Democrazia Cristiana. Sono anch’io dello stesso partito ed ero al congresso con il gruppo di Rovigo dell’onorevole Bisaglia.

    – Allora ballo con te ancora più volentieri – mi dice lei – e così possiamo fare qualche valzer in più.

    Al termine della nostra piacevole “esibizione” l’onorevole Anselmi si avvicina a don Gianni per ringraziarlo e lui la invita a sedersi per continuare la festa con noi. Dopo alcuni convenevoli e qualche chiacchiera don Gianni le dice:

    – Onorevole Anselmi, sappiamo che lei è presidente della Commissione P2. Ha qualcosa di particolare da raccontarci?

    – Posso soltanto dirvi quello che è già stato scritto sui giornali – risponde. – Tutto il resto è secretato. Posso dire solo che questa che sto facendo è per me l’esperienza più sconvolgente della mia vita. Frugando nei segreti della P2 ho scoperto come il potere, quello che ci viene delegato dal popolo, possa essere ridotto ad una apparenza. La P2 si è impadronita delle istituzioni. Per molti anni i servizi segreti sono stati gestiti da un potere occulto. Ora si sta facendo un grande lavoro di indagine che sta dando buoni risultati. Sta emergendo una trama molto chiara e penso che la P2 costituisca un grave pericolo per la democrazia. Ho paura, però, che alla fine tutto verrà affossato, perché l’attuale maggioranza parlamentare è costellata di affiliati alla Loggia. Comunque, in una giornata splendida come questa, è meglio pensare a cose piacevoli e tralasciare i problemi angosciosi che, purtroppo, ci assillano. Voi, con la vostra bella musica, avete trasmesso a tutti i presenti l’allegria necessaria per iniziare nel modo migliore il nuovo anno. Con questi balli, che il giovanotto democristiano mi ha concesso e che ringrazio, posso dire di aver ritrovato la spensieratezza di quando ero ragazza. Auguriamoci che sia di buon auspicio per tutti!

    Per quanto riguarda la P2, sappiamo tutti come la storia andò a finire. Qualche anno dopo, nel 1986, la Camera affossò queste indagini e tutto fu messo a tacere. Negli anni successivi l’onorevole Tina Anselmi fu proposta più volte per la presidenza della Repubblica, ma questa possibilità le fu preclusa da molti parlamentari della maggioranza, e qualcuno azzardò proprio per la lotta da lei svolta contro questa Loggia massonica.

  • San Giorgio e l’arte Oggi

    San Giorgio e l’arte Oggi

    Gli artisti del gruppo Arte Sentimentale si sono confrontati con la figura di San Giorgio. L’esposizione dell’apprezzato gruppo è stata allestita presso il Centro Wealth Manegement & Private Banking di Ferrara: un movimento artistico dalla connotazione estetica ben precisa, in un dialogo serrato con un messaggio che non ha mai perduto forme e valori originari.

    Nato ufficialmente nei primi anni del secondo millennio, grazie ad un’idea di Amedeo Lanci, il gruppo è coordinato dal polesano Luciano Scarpante. In contrapposizione ai movimenti di “morte dell’arte” i nostri artisti hanno preferito sostituire al binomio concetto/comportamento, la polarità “sentimentale” (latino sentire) dell’arte.

    Se il pittore è in tensione empatica con il mondo e non avverte soltanto le impressioni prodotte dai sensi, le figure che realizza sul supporto saranno totalmente travolte dal flusso dei sentimenti fra colori e disegno. Non sono opere che raccontano la solitudine, la diversità, il dolore o la gioia ma vanno alla scoperta dei sentimenti che quelle sensazioni producono.

    L’incontro tra gli artisti di Arte sentimentale e San Giorgio è avvenuto con la mediazione concettuale di un personaggio vissuto nel XIII secolo, ovvero il domenicano Jacopo da Varagine (1228-1298). Nel capitolo LVIII della Legenda Aurea, dedicata alla vita di San Giorgio, l’autore apre una tradizione che è una sua formulazione originale e giunge fino ai giorni nostri. Mette insieme il giovane martire Giorgio e il giovane eroe che uccide il drago. Di qui nasce il percorso che investe la storia del santo patrono e il conflitto tra il bene e il male.

    Eppure l’azione del santo è stata interpretata in molti modi diversi. Basterebbe semplicemente richiamare alla mente quelle categorie che lo hanno eletto come santo protettore di città e paesi per cogliere gli snodi agenti nella sua venerazione.

    Se la dimensione simbolica esalta l’ortodossia della Chiesa di Cristo nei confronti dal pericolo dei Saraceni e accoglie anche l’interpretazione della vittoria della virtù contro i vizi, specie di origine sessuale, la dimensione antropologica rappresentata dalla lotta col drago è il trionfo dell’uomo sulla natura delle zone paludose, improduttive, inabitabili, sempre minacciate dalla imprevedibilità delle acque.

    Sono le terre “redutte”, redente dalle lunghe bonifiche dei terreni che costituiscono il fulcro della storia del nostro territorio. Il santo protettore della città degli Estensi non può farci dimenticare che la tras padana estense era anche costituita da feudi, come quello di Trecenta, di diretto dominio del vescovo di Ferrara, e che il santo è presente come patrono in diverse chiese sulla sponda del grande fiume.

    La devozione a San Giorgio tiene saldamente congiunte la città estense e il Polesine di Rovigo in un rapporto di continuità originaria che fluisce lungo l’asta fluviale del Po. Lo spazio e il tempo in quella ininterrotta venerazione rivelano alla fine la loro nascosta verità.

    Dal punto di vista formale i nostri artisti riconoscono il loro coinvolgimento estetico iniziale nella rappresentazione del San Giorgio di Cosmè Tura delle portelle d’organo del Duomo di Ferrara. È l’occasione di un discorso che viene, come è abituale per questo gruppo, variamente articolato ma sempre molto ben rinvenibile nelle tele dei singoli artisti. Voci diverse di uno stesso coro.

    Anche in questo caso è la presenza di un artista polesano che figura come ideatore, assieme ad Amedeo Lanci, e promotore della mostra a condurre in porto questo progetto del San Giorgio. Mi auguro che prima o poi si possa trovare uno spazio che possa accogliere la maggior parte delle opere di questo grande work in progress che non finisce di meravigliare il visitatore.

    Luciano Scarpante, nel programmare l’evento espositivo, aveva dato voce al sentire di tutti con queste parole: “Dipingeremo immagini che suggeriscono la lotta contro il drago, additando quest’ultimo all’umanità intera come segno nemico e contrario, affinché lo si possa riconoscere e scacciare. Naturalmente lavoreremo da artisti sentimentali, evitando citazioni estetiche e senza rinunciare alla chiarezza del significato”.

    I lavori che Falchini, Lanci, Scarpante e Wolf hanno presentato al pubblico realizzano appieno quelle loro intenzioni. Il riguardante coglie allora la narrazione della vita del martire e del guerriero.

    La luce simbolica avvolge le azioni e le visioni. Sono molte le manifestazioni della seduzione del male: i colori sgargianti e ammalianti del dragone o gli strumenti musicali fonte di turbamenti. Eppure è la nuditas naturalis di un corpo quasi diafano, ispiratore di innocenza, a sottolineare la spiritualità della figura del santo, a ricordarci che la nudità primordiale dell’uomo viene da Dio, e che questa idea di bellezza, fisica e spirituale insieme, non può avere che un valore positivo. Sempre.

  • Quel bel “Danubio blu”

    Quel bel “Danubio blu”

    A Bottrighe c’era davvero un bel “Danubio blu”.

    Era un locale sicuramente unico, un ristorante-balera, bello ed apprezzato, che sorgeva sulla riva sinistra del Po. Se lo ricordano in molti, con nostalgia; era rinomato non solo per i prelibati piatti dell’osteria, ma anche per le indimenticabili serate estive di ballo liscio, con grandi orchestre, e la possibilità di esibirsi sulla pista della piarda adagiata sul grande fiume.

    Famose altresì, nei primi anni cinquanta, le varie competizioni e i concorsi di bellezza femminile, come “Miss Sorriso” e “Miss Bottrighe”.

    Per oltre quarant’anni il “Danubio Blu” ha fatto sognare generazioni di bottrighesi e non solo, perché in tanti vi affluivano provenendo anche da molto lontano. Ad esempio, era di casa, al ristorante, la famiglia padovana di Ilario Montesi, proprietaria dello zuccherificio e di tantissimi altri stabilimenti della gloriosa Siiz, la società italiana per l’industria degli zuccheri.

    Il “Danubio blu” è ricordato soprattutto per la gestione dei coniugi Bice e Iginio Giliati che lo condussero per tanti anni, sino al 1963, quando poi passò, per poco tempo ancora, alla famiglia Ostellari.

    Nel 1967 arriva l’epilogo per lo storico locale. A decretarne la fine, il rialzamento degli argini del Po per garantire la sicurezza idraulica, a difesa del territorio in occasione delle ripetute piene del fiume. L’edificio viene pertanto demolito, chiudendo, di fatto, una singolare pagina della storia della vecchia Bottrighe.

    Dell’apprezzato locale oggi non rimane nemmeno una traccia. Il “Danubio blu” si trovava appena giù in golena, nelle vicinanze della discesa di via Umberto Maddalena, al “Cào d’sora” (capo di sopra ndr), che dall’argine del grande fiume conduce al centro di Bottrighe. Ancor oggi, dopo tanti anni, questa discesa è conosciuta come la “Calà d’Giliati” (dal cognome degli ultimi gestori), e di notte, l’insegna luminosa del grande del “Danubio blu” la illuminava.

    Il locale era attorniato da maestosi pioppi e da tante luci colorate che si specchiavano sul Po. Mitico era il servizio in barchetta per portare i fidanzati in un romantico giretto accompagnato dalle note di un violinista. C’era pure un attracco per le barche commerciali, spesso utilizzato quando il livello del fiume non permetteva il passaggio sotto il ponte. Al lato destro del locale funzionava uno stallo per le biciclette, gestito da Medardo Pilotto.

    Il “Danubio blu” offriva anche il servizio di tabaccheria. “Le sigarette, andavo a compararle sciolte – ricorda Patrizio Leccioli – un tempo le vendevano a numero”. “C’era pure la sala biliardo – aggiunge il nostro interlocutore – e lì ho bevuto, per la prima e unica volta, la gazzosa in bottiglietta di vetro”.

    “Le prime gazzose – gli fa eco Eros Pietro Baldan – erano contenute in una bottiglietta verde e all’interno andavamo in cerca della pallina di vetro verde scuro, le cosiddette “vere” o “verun”. Si trattava di una biglia considerata un lusso per poter “zùgare a baline”, perché quelle che vendevano erano in terracotta e costavano troppo”.

    La cucina era molto rinomata ed Eros ricorda ancora il detto “A so stà da Giliati a balare e a magnàre el risoto cò la testa del rinato” (rinato è una specie diffusa di carpa del Po. ndr). “Tutta la staccionata attorno al Danubio – prosegue Baldan – era rivestita di una pianta rampicante che noi, ragazzi di allora, chiamavamo “Lucamara”. Questa si tagliava con un coltello e si facevano dei bastoncini che si potevano succhiare, avevano il gusto di liquirizia, credo si trovassero solo lì”.

    “Andavamo spesso a vedere la televisione con mamma, zie e cugine – ricorda Anna Gregnanin emigrata poi in Piemonte -. Per scherzo, dicevano a noi bambini “Vi portiamo a vedere la luna nel pozzo” e noi, inutilmente, eravamo tanto curiosi per vedere di che cosa si trattasse”. Ricordo ancora – aggiunge Anna- uno squisito ghiacciolo al tamarindo, così buono, che uno simile non l’ho più trovato”.

    “D’estate – ricorda con nostalgia Nerino Boaretto – si ballava in mezzo alla natura, ed era molto bello vedere il fiume che scorreva, accarezzando la riva”. “Ero bambino – prosegue Boaretto – quando un giorno attraccarono delle barche di militari lagunari del genio guastatori e riempirono l’osteria. Io mi avvicinai, curioso di vedere queste grandi barche; mi presero a bordo, era mezzogiorno, così mangiai con loro un panino con la bistecca ed erbe cotte”.

    “Il Danubio blu era famoso, eccome! – racconta Raoul Gregnanin, emigrato a Settimo Torinese, già redattore capo di Tutto Sport -. Si ballava, si fruiva del servizio dell’osteria, si faceva il bagno nella spiaggetta accanto al locale, poi, sempre lì vicino, si andavano a pescare le anguille con la “togna” (La Togna, era un marchingegno costituito da lunghi spaghi, con un mattone o comunque un peso al fondo, cosparsi di ami innescati con il verme a distanze regolari di circa venti centimetri. Si lanciava il peso al largo del fiume e si attaccava il capo rimasto all’asciutto ad un paletto conficcato nella sabbia. L’armentario rimaneva in acqua tutta la notte e all’alba spesso si recuperavano diverse anguille rimaste accalappiate agli ami. Ndr.)”.

    Con la fine del “Danubio blu” si spense una delle ultime perle della bella epoca bottrighese, fatta di tanti gioiosi divertimenti ed occasioni di incontri. Numerosi erano un tempo i locali del centro rivierasco attrezzati per offrire occasioni di ritrovo e svago, richiamando folle di persone che qui giungevano da ogni dove. Di tutto ciò rimangono oggi soltanto nostalgici ricordi che è bene preservare, con la speranza che possa magari sbocciare una qualche bella iniziativa in grado di ispirarsi al “glorioso” passato.

  • Ricordi dell’alluvione

    Ricordi dell’alluvione

    Sono passati 70 anni da quando – dalla frana degli argini violentati a Occhiobello, Malcantone e Paviole – il grande Po, il 14 novembre 1951, dilagò sul Polesine. Un’alluvione devastante, ancora ben presente nella memoria collettiva. E ad ogni anniversario qualcuno degli anziani, che a quell’epoca erano solo degli adolescenti, richiama alla memoria fatti e vicende, casi ed episodi, personaggi e loro storie rimasti attaccati dentro l’animo; storie che ormai fanno parte del patrimonio, tra l’epico e il mitologico, di chi è nato in Polesine o vi è rimasto.

    L’alluvione del 1951 fu un avvenimento eccezionale e catastrofico che colse questa terra acquatile in uno dei momenti più difficili della sua esistenza. La guerra, la seconda guerra mondiale, era finita da pochi anni; intorno c’erano ancora le macerie fisiche e morali e la gente del Polesine portava ancora addosso la sofferenza degli anni passati che ne avevano fiaccato la resistenza fisica, ma non quella esistenziale.

    Pioveva, è il caso di dirlo via dalla metafora, proprio sul bagnato. Sul Polesine piombarono otto miliardi di metri cubi di acqua: una catastrofe. Tuttavia, nonostante il disastro, i morti furono relativamente pochi: circa un centinaio di persone, compresi gli ottantaquattro sfortunati del cosiddetto “camion della morte” di Frassinelle Polesine.

    L’alluvione provocò però circa 180.000 senzatetto e la crisi profonda dell’economia agricola, la principale fonte di reddito di quel momento.

    Per alcuni anni la campagna malata non diede reddito. L’insicurezza idraulica proseguì almeno per tutti i tre lustri successivi con continue alluvioni o straripamenti di corsi d’acqua, qua e là, ad ogni stagione. L’esistenza divenne precaria e si ebbe l’inizio dell’esodo delle migliori forze del Polesine verso le regioni più ricche del Piemonte e della Lombardia.

    Dicono le statistiche che tra il 1951 e il 1961 l’esodo costò al Polesine circa 80.000 persone (per l’esattezza 80.183) con un calo medio della popolazione del 22%. In molti comuni la popolazione residente si dimezzò. Mentre i giovani in larga misura cercavano altrove possibilità di guadagno, nel territorio desolato restarono solo gli anziani, le donne e i bambini e si continuò raccontare l’alluvione sul filo dei filò, come una favola.

    Per anni a Sant’Apollinare, frazione di Rovigo, si narrò l’avventura capitata a Marino Tinazzo, un giovanotto sui vent’anni che, temendo che il Canalbianco non riuscisse a contenere la piena, fece evacuare tutta la famiglia all’Albara, una cascina che si collocava sull’argine dell’Adigetto, un luogo alto sulla campagna. Marino successivamente divenne una figura popolare in città per essere stato a lungo l’ottico di fiducia della Ottica Toffoli

    Lui stesso era solito raccontare che, mentre ritornava verso casa per prendere altre cose necessarie, fu colto da un’ondata di acqua. “Improvvisamente – ricorda – mi sentii in pericolo di vita. Anche il Canalbianco aveva rotto gli argini, pensai, e preso dal panico cercai di raggiungere un casolare dei Rossignoli, un pugno di case a ridosso della strada. La corrente era forte e le mie forze insufficienti e non ci riuscii”.

    Marino, terrorizzato, temendo per la sua vita, cercò scampo, frastornato, infreddolito e bagnato com’era, su un salice appena capitozzato lungo un filare di viti.

    Non trovò di meglio, dunque, che arrampicarsi su quest’albero dove già c’era un altro inquilino, inzuppato e spaurito come lui, un cagnolino piccolo piccolo che appena lo vide inarcò la schiena e lo salutò mostrandogli i denti. Marino non ci fece caso, anzi cercò di tranquillizzarlo, mentre si guardava intorno preoccupato.

    L’acqua ormai era dovunque, le case vicine erano immerse già fino al soffitto, mentre la corrente forte trascinava con sé, carogne di animali, alcuni altri vivi su qualche tronco, e passavano galleggiando pagliai interi e biche di fieno strappate non si sa dove, suppellettili di casa, come mobili e sedie…. Di tutto insomma. Vide perfino un porcile galleggiante sulla corrente con addirittura due maiali ancora chiusi dentro, povere bestie che, sentendosi in pericolo si agitavano e si scagliavano contro il tavolame cercando di scappare da quella che era divenuta una trappola.

    Marino incominciò a pensare che neppure l’albero su cui si era rifugiato era tanto sicuro: se fosse stato travolto da tutti quei rottami e se l’acqua avesse scavato alle radici… Fu preso dal panico e incominciò a gridare, a chiamare aiuto. Ma chi poteva aiutarlo? Quale aiuto poteva ricevere se da più parti, ovunque ormai, si alzavano invocazioni di aiuto di persone che si erano rifugiare sui tetti delle case? E quelli erano i più fortunati: c’era qualcuno che non aveva trovato di meglio che infilarsi in qualcosa di galleggiante, come una botte sfondata, il cassone adoperato normalmente per impastare il pane (la mesa da pan) o addirittura il mastello per il bucato. Cercavano di aiutarsi con qualche legno adoperato come remo, ma restavano comunque in balia dei capricci di un’acqua impazzita che li sospingeva di qua e di là secondo il caso.

    Alcuni contadini tentavano di remare nella laguna ormai uniforme verso qualche ancoraggio dentro il veturo par l’ua (il cassone dove pigiavano l’uva), adoperato come un caiccio della laguna veneziana.

    Quale aiuto poteva ricevere in questo frangente Marino dell’albero e il suo cagnolino? Urlò e chiamò, pianse e supplicò per tutta quella notte, invano, mentre l’albero su cui si trovava oscillava malsicuro sempre di più, spinto dalle acque che continuavano a investirlo.

    Alla luce flebile di un’alba livida del giorno dopo, ormai allo stremo delle forze, si sentì chiamare: Marino, Marino, dove sei?..”.

    “Il buon Dio, si stancò di sentirmi urlare – raccolta – e venne in mio aiuto nella persona di Giuseppe Malfatto, un pescatore mio amico che era riuscito a raggiungermi con il suo barchino”.

    Giuseppe Malfatto è ancora ricordato a Sant’Apollinare per essere stato il primo, in quel tragico momento, ad andare su e giù per l’immenso lago alla ricerca di molti suoi compaesani, manovrando come sapeva fare lui il suo barchino tra le mille insidie.

    Davvero agghiacciante lo spettacolo che si presentò davanti agli occhi i giorni successivi. Ogni sforzo di salvare qualcosa risultò vano; un senso di impotenza si diffuse in tutti, mentre l’acqua continuava a montare, a portare via animali e cose, ad allontanare persone e a invadere le abitazioni.

    Momenti strazianti ed indescrivibili vissuti direttamente anche da chi scrive questo testo. Non avevo più notizie di Ezio e di Zelino, due dei miei fratelli. Si erano allontanati da casa prima dell’acqua per dare una mano a Mario, l’altro fratello che gestiva una farmacia a Pontecchio Polesine, nella zona che era stata già messa in allarme perché ritenuta in maggior pericolo, dato che si trovava a ridosso del Po in piena e il dosso del Canalbianco.

    Secondo le previsioni degli esperti, il Canalbianco doveva proteggere la zona polesana più a nord. La parte a sinistra del Canalbianco sembrava dovesse rimanere immune, secondo i tecnici della prefettura. Non fu così. Anche la parte del Polesine verso l’Adige fu in poche ore travolta dalle acque per la frana dell’argine del Canalbianco a Sant’Apollinare.

    Avutane notizia, Ezio e Zelino decisero, nonostante il disastro attorno, di ritornare presso le proprie famiglie: a Ceregnano, il primo, a Villadose, il secondo. Anche lì ora avevano bisogno più che mai della loro presenza. Come fare? Quale via prendere se in quel momento sembrava tutto sconvolto e la rotta aveva cancellato ormai ogni itinerario? Con una scala di legno, di quelle triangolari che sono adoperate in campagna, e quattro damigiane sigillate che facevano da galleggiante costruirono una zattera e con quella per tutta una giornata si misero a navigare nella laguna verso casa, cercando di evitare correnti improvvise e oggetti sotto la superficie che potevano rompere qualcuna delle damigiane.

    Per un giorno intero arrancarono nella laguna tra il pericolo di essere travolti o di perdere l’orientamento e ritrovarsi chissà dove. Si orientavano tenendo come riferimento i campanili dei paesi dei dintorni e facendo a vista i necessari calcoli trigonometrici per restare in rotta.

    Erano soli, in balia del caso, mentre nulla potevano far sapere di loro alle loro famiglie. Anche sul loro zatterone ad un certo momento trovò scampo, un coniglio o una lepre (o era un gatto?) non seppero dire. Quella bestiola rimase con loro fino a quando non tirarono in secca la zattera sulla riva del Canalbianco per ributtarla subito dopo nel canale per attraversarlo.

    Da Pontecchio a Ceregnano in linea d’aria ci saranno una decina di chilometri e ci misero più di dieci ore.

    Episodi, fatti, vicende come questi si narrano ancora oggi in tutto il Polesine, come appartenenti ad un mito. Il ricordo è ancora vivo e ancor oggi, a distanza di sette decenni, amiamo raccontare, poiché la vicenda acquatica di questa terra è perennemente presente.

    Il Polesine continua a convivere con le sue acque e i suoi fiumi; è una terra che continua a conservare il ricordo delle sue valli, delle sue paludi, dei suoi maceri, dei suoi fiumi benèfici sempre, ma qualche volta maligni e perversi.

  • Don Giacomo Prandini (1925-2021)

    Don Giacomo Prandini (1925-2021)

    Lo scorso 6 settembre 2021, all’età di 95 anni ci ha lasciato mons. Giacomo Prandini, figura di spicco non solo nell’ambito ecclesiale, ma anche culturale e sociale, sempre pronto a coinvolgere giovani ed anziani in mille iniziative.

    L’infanzia, gli studi, l’ordinazione sacerdotale

    Venne alla luce a Frassinelle Polesine il 23 ottobre 1925¹, nella borgata di Viezze, antica località di proprietà di nobili veneziani, al confine con il territorio di Canaro, proprio a ridosso dell’Oratorio dedicato alla Beata Vergine del Monte Grappa.

    In un clima impregnato della tipica spiritualità della società contadina di un tempo, inizia la formazione del piccolo Giacomo, alla quale contribuisce sicuramente la figura dello zio, don Emilio Cecchettin, che fu parroco della stessa Frassinelle e di Ficarolo, dove visse in prima persona le terribili giornate della rotta del Po nel novembre 1951.

    Entrato in Seminario, il giovane Giacomo inizierà proprio nel paese natio la sua missione educativa e di animazione giovanile, dando vita, nel 1946, alla prima squadra di calcio formata dai chierichetti della Parrocchia.

    Giacomo viene ordinato sacerdote il 3 luglio 1949, celebrando la Prima Messa, nella Parrocchia di origine, il 10 luglio successivo.

    I primi incarichi in Curia, tra formazione, cultura e sport

    Pastorale giovanile e preparazione culturale, sono questi i due pilastri attorno ai quali ruota tutta la biografia di don Giacomo, la cui prima esperienza è presso il Seminario Vescovile, dove inizia ad insegnare nell’ottobre 1949. Un’esperienza, quella di educatore dei futuri sacerdoti, in un momento di forte aumento delle vocazioni in Diocesi², che lascia sicuramente il segno, tanto che ben presto viene chiamato al compito di Assistente Ecclesiastico dei Fanciulli di Azione Cattolica e dell’”Associazione scautistica cattolica italiana – Esploratori d’Italia” (ASCI), fondata nel 1916 dal conte Mario di Carpegna e rilanciata dopo i burrascosi anni del Regime fascista.

    L’amore per il mondo scoutistico segna fin da subito il giovane don Giacomo, che alla realtà dell’ASCI – divenuta nel 1966 Associazione scouts cattolici italiani, per poi assumere, nel 1974, la denominazione di Associazione guide e scouts cattolici italiani (AGESCI), in seguito alla fusione con l’Associazione guide italiane (AGI) – dedicherà tutta la propria esistenza.

    Nel 1954 don Giacomo viene nominato Padre Spirituale del Collegio Vescovile “Angelo Custode”, ampliato in quegli stessi anni. È un incarico che assolve con dedizione e competenza fino al 1 luglio 1959, quando il vescovo mons. Guido Maria Mazzocco lo destina alla direzione del neonato Centro Giovanile “Don Bosco”, a pochi passi dalla chiesa della Commenda, inaugurata nel 1957 dallo stesso Roncalli, divenuto nel frattempo Papa Giovanni XXIII.

    Sono anni nei quali, dopo la tragedia della rotta del 1951, il Polesine vive la transizione dalla società rurale alla modernità, con forti cambiamenti della base demografica a causa della grande emigrazione, fenomeno che, accompagnandosi ad un’industrializzazione lenta e non pervasiva, non recide però completamente i legami con la tradizione rurale. La Diocesi, oltre alla presenza durante le tragiche giornate del novembre 1951 in assistenza della popolazione, inizia una serie di interventi di forte radicamento, anche tangibile, nel territorio. Tra questi, ricordiamo la posa della prima pietra della Casa del Clero (1952), l’ampliamento di Villa Mater Dei a Galzignano Terme, l’organizzazione dei Centri sociali comunitari parrocchiali, di cui diventa responsabile mons. Fausto Andretto (1954), l’aumento del numero delle Parrocchie, la riorganizzazione dell’Azione Cattolica, anche a livello femminile, con il trasferimento delle Suore di Maria Felicita Baseggio alle Trinitarie (1955), nello stesso anno, peraltro, della nomina di Mons. Cornelio Cazzuffi all’Opera Nazionale di Assistenza Religiosa e Morale degli Operai (ONARMO)³.

    L’incarico presso il “Don Bosco”, sorto nel 1956 a due passi dalla stazione ferroviaria sulle ceneri dell’ex GIL (Gioventù Italiana del Littorio) come scuola professionale, diretta dal 1957 da don Dante Bellinati, diventa per il trentaquattrenne don Giacomo – nel frattempo divenuto docente di Religione presso il Liceo Ginnasio “Celio” – la vera e propria svolta nella carriera ecclesiastica.

    Particolare attenzione viene rivolta dal sacerdote, assieme al Vescovo ausiliare mons. Marcello Rosina e Carlo Cibotto, influente presidente provinciale dell’Azione Cattolica, alla costruzione di impianti sportivi per aggregare i giovani rodigini. Nascono così, in breve tempo, un campo da basket, tre campi da tennis e, soprattutto, una pista da pattinaggio. Quest’ultimo impianto, costruito in palladiana dal “Cantiere Scuola” su progetto di Cesare Zancanaro, è il primo a sorgere in Italia, assieme a quello di Spoleto. Comprendente una pista con curve sopraelevate, lunga 125 metri e dotata di spogliatoi sotto la tribuna, la struttura viene inaugurata nella primavera del 1961 dal pattinatore rodigino Nereo Rossi, uno degli atleti italiani più forti all’epoca.

    Nel giro di breve tempo il pattinodromo diviene punto di riferimento per i giovani rodigini, tanto che don Giacomo, assieme ad Alberto Vallini, studente del Liceo “Celio” e giocatore di hockey, e Paolo Merlo, decide di fondare una società sportiva a ciò dedicata, lo Skating Club Centro Giovanile Don Bosco, di cui Vallini diventa primo presidente.

    L’inaugurazione ufficiale dell’impianto avviene l’1 e 2 giugno 1961, con lo svolgimento del Campionato italiano maschile di prima categoria con prove su 500, 5000, 10.000 e 20.000 metri. Assunta direttamente la presidenza del Club nel 1961, don Giacomo seguita nell’affiancare i giovani atleti, fino all’aprile 1970, quando lascia l’incarico al “Don Bosco” a don Giuseppe Fogagnolo e la presidenza del Club a Luigi Brugnolo.

    Parallelamente all’attività al Don Bosco, dal 10 settembre 1960 don Giacomo viene nominato Assistente Ecclesiastico diocesano per la Federazione degli Universitari Cattolici (FUCI), attiva sin dalla prima metà del secolo, del Centro Sportivo Italiano (CSI), fondato a livello provinciale nel 1955⁴, e del Centro Turistico Giovanile (CTG).

    È sua, in particolare, l’intuizione di introdurre anche in Polesine quest’ultima esperienza, fondata nel 1949 come Opera nazionale della gioventù italiana di Azione Cattolica ad opera di Carlo Carretto e rivolta all’animazione in ambito culturale, dell’ambiente e del tempo libero. Don Giacomo, cogliendo l’occasione del primo Congresso Nazionale elettivo del CTG, svoltosi nel 1963 alla Domus Pacis di Roma alla presenza del Presidente del Consiglio Aldo Moro e vinto da Enrico Dossi⁵, ispira la creazione del Gruppo di Rovigo, partendo proprio da alcuni giovani frequentanti il Centro Don Bosco. In particolare, è nel pre – corso tenuto a Plan Maison di Cervinia, nel 1964, che si gettano le basi di questa esperienza, che dura ancora ora a distanza di oltre mezzo secolo e di cui anche questa rivista, in un certo qual modo, è “figlia”⁶.

    Melara e l’impegno nello scoutismo

    Nell’aprile 1970, in seguito alla prematura scomparsa di don Mario Fogagnolo, il vescovo di Adria, mons. Giovanni Mocellini nomina l’allora quarantacinquenne don Giacomo alla guida della parrocchia di San Materno di Melara, di cui prende il possesso il 1 maggio successivo, avviando ben presto una serie di iniziative di aggregazione e crescita culturale e religiosa, che vedono nella Parrocchia il loro punto di riferimento, in anni segnati da profondi cambiamenti culturali e socio – economici, specialmente a livello giovanile.

    Le iniziative diventano molteplici, dalla costituzione della Corale parrocchiale, al Centro Pastorale con le squadre di calcio e pallavolo, alla festa dell’anziano, al Carnevale, al gruppo fotografico, fino alla pubblicazione del “Sì, però”, probabilmente uno dei primi bollettini parrocchiali nel senso moderno del termine comparsi in Diocesi.

    E’, di fatto, la piena attuazione del dettato del Concilio Vaticano II, che tocca il suo vertice a partire dal 1973, quando don Giacomo promuove la costituzione del Gruppo Scout di Melara, iniziando dai giovani tra i 14 ed i 16 anni di età.

    Con sapiente capacità di ascolto e dialogo dei ragazzi e delle loro famiglie, dai gruppi scout scaturiscono moltissime iniziative, in particolare i campi estivi, con base nella casa di Fernazza, località del Comune di Alleghe ai piedi del Pelmo e del Civetta, vero e proprio “luogo del cuore” di don Giacomo.

    1985, il trasferimento a Fiesso Umbertiano

    È il 1 giugno 1985 quando mons. Giovanni Sartori, rettore della Diocesi dal 1977 al 1987, affida a don Giacomo, da alcuni mesi nominato vicario foraneo di Castelmassa per il quinquennio 1984-1989, la Parrocchia della Natività della Beata Vergine Maria a Fiesso Umbertiano.

    Numerose le attività di cui si rende promotore: tra queste, la convenzione con l’Amministrazione Comunale per la gestione della Scuola Materna “Maria Immacolata”, votata dal Consiglio Comunale il 28 dicembre 1987, una delle prime forme miste a livello diocesano⁷; diverse opere di restauro, culminate nei lavori sulla facciata della chiesa in occasione del trecentesimo anniversario di costruzione della stessa (marzo 1991) e nell’abbellimento del presbiterio della chiesa, frutto della generosità testamentaria della facoltosa parrocchiana Maria Gemmo (giugno 1994)⁸; la riscoperta della figura del miniatore don Sigismondo da Fiesso (1986)⁹; pellegrinaggi a Roma e Lourdes; concerti corali; istituzione della Giornata dell’Anziano; pubblicazione di un bollettino parrocchiale, il “Per poi”. Significativa l’accoglienza, nel luglio 1992, ad un gruppo di polacchi conosciuto a Roma, quale segno di tangibile vicinanza al Paese slavo, luogo di origine di Giovanni Paolo II e da poco uscito dalla “cortina di ferro”¹⁰.

    Elevato monsignore nel 1987, vicario foraneo di Stienta dal 2 settembre 1988 al 2 maggio 1990, don Giacomo abbandona Fiesso per termine del mandato l’11 settembre 1994, quando viene chiamato ad un nuovo compito dal vescovo mons. Martino Gomiero.

    L’impegno culturale nella Curia Vescovile

    Uomo di profonda formazione teologica, oltre che di pastorale, il sessantanovenne don Giacomo diventa il 1 ottobre 1994 direttore dell’Archivio Diocesano, subentrando alla figura di don Alberino Gabrielli, che aveva retto l’incarico dal 1961, sistemando gli spazi di studio, dotandoli di scaffalature, riordinando la documentazione e producendo saggi e pubblicazioni – ancora oggi imprescindibili per lo studio della storia religiosa della Diocesi¹¹. Una delle sue prime iniziative, nel 1995, è la pubblicazione della Guida inventario dell’archivio, comprendente la documentazione diocesana, del Seminario, del Capitolo della Cattedrale di Adria e dell’Azione Cattolica¹².

    Questa vitalità culturale richiede nuovi spazi che portano, nel giugno 2007, in seguito alla ristrutturazione del Palazzo della Curia Vescovile, al trasferimento temporaneo della documentazione nell’attigua ex chiesa di S. Agostino, in attesa del completamento della nuova sede, presso l’ex Collegio Vescovile “Angelo Custode”, che avviene nel luglio 2008.

    Il nuovo Archivio, in quella che diviene la “cittadella della Cultura” della Diocesi, comprendente la Biblioteca del Seminario Vescovile e le redazioni di Radio Kolbe e del periodico “La Settimana”, viene solennemente inaugurato nell’ottobre 2008, con la benedizione impartita dall’arcivescovo emerito di Palermo, card. Salvatore De Giorgi¹³.

    Il 24 ottobre dello stesso anno, in un teatro parrocchiale gremito, don Giacomo, dando seguito ad un suo antico desiderio, è tra i promotori del volume Fiesso Umbertiano. Momenti di storia, arte e vita sociale, una monumentale pubblicazione sulla storia della sua vecchia Parrocchia, curata dal prof. Enrico Zerbinati, originario del centro altopolesano¹⁴.

    Si tratta, di fatto, di una delle sue ultime iniziative pubbliche: don Giacomo, nominato Canonico Onorario della Cattedrale, nella primavera 2009 lascia, infatti, l’incarico diocesano per ritirarsi presso la Casa del Clero di Rovigo.

    Gli ultimi anni

    Alle soglie dei sessant’anni di sacerdozio, celebrati solennemente a Fiesso nel dicembre 2009 con, tra gli altri, un concerto organistico del compianto Maestro Carlo Barbierato, don Giacomo comincia a diradare gli impegni pubblici, collaborando, finché la salute glielo permette, nella pastorale della Parrocchia cittadina di S. Pio X.

    Aggravandosi successivamente le sue condizioni di salute, si trasferisce quindi presso la Casa “S. Antonio” di Trecenta, dove trascorre gli ultimi anni. Anni nei quali, nonostante il venir meno delle forze e delle stesse capacità comunicative, la sua presenza continua ad essere punto di riferimento per i tanti giovani di un tempo, da lui seguiti nella loro crescita.

    Don Giacomo Prandini, si spegne, in un”’attesa serena, ricca di fede e di preghiera”¹⁵, dopo il tramonto di lunedì 6 settembre 2021, all’età di 95 anni¹⁶. Ai suoi funerali, celebrati solennemente il 10 settembre nella chiesa di San Giorgio di Trecenta dal vescovo alla presenza di molti sacerdoti e da fedeli accorsi da tutta la Diocesi, segue la sepoltura nell’amata Melara, come lui stesso aveva chiesto.

  • Eugenio Balzan (1874-1953)

    Eugenio Balzan (1874-1953)

    Tra i personaggi illustri del Polesine, merita sicuramente un posto di rilievo il badiese Eugenio Balzan (1874-1953), il cui nome è intimamente legato al “Corriere della Sera”, il più importante quotidiano d’Italia, che – cento anni fa – sotto la sua guida raggiunse le 600.000 copie giornaliere.

    Nella nostra provincia, il suo nome oggi è in particolare legato alla Collezione Balzan, una rilevante raccolta di quadri realizzata dall’importante personaggio, che la Fondazione a lui intitolata ha ceduto in comodato a Badia Polesine nel 2014.

    L’infanzia e l’adolescenza

    Impossibile negli anni giovanili prevedere quale importante esito avrebbe avuto la vita per Eugenio Balzan¹, il quale, nato a Badia Polesine il 20 aprile 1874, visse un’infanzia inquieta e travagliata. E ciò innanzitutto a causa del tracollo economico della famiglia, a quanto pare dovuto inizialmente alla prodigalità del padre, cui si aggiunsero, nel 1882, gli effetti della disastrosa alluvione dell’Adige che devastò le già decurtate proprietà dei Balzan ubicate soprattutto a Masi.

    La famiglia, che si era trasferita a Padova l’anno prima dell’inondazione, dopo la grave calamità rimase letteralmente sul lastrico, al punto tale che Eugenio, terminate le scuole elementari, all’età di soli dieci anni, nel 1884, viene avviato ad un’attività lavorativa nel campo della ceramica ad Abano Terme.

    Sono anni difficili, di stenti e privazioni, in cui il ragazzo vive anche rapporti molto conflittuali con la famiglia: Eugenio cresce diffidente e, come lui stesso confessa, “disubbidiente e bugiardo”. Un ragazzo difficile dunque, ma anche esuberante e deciso a godere la vita, iniziando ben presto relazioni disinibite con l’altro sesso.

    Una parentesi di serenità gli giunge all’età di 15 anni, nel 1889, grazie all’invito di trasferirsi a Verona presso la zia Luisa (quella della lettera a lei scritta da Alberto Mario di cui si dirà successivamente, vedi nota n.2) che lo sprona a riprendere gli studi da privatista. Progetto morto sul nascere perché Balzan è distratto da interessi tutt’altro che edificanti, tanto che, avviata una relazione con la giovane veronese Itala Adami, nel 1891, a soli 17 anni, si trova in procinto di divenire padre.

    Il 1992 è davvero un anno critico. La vita per il diciottenne si fa turbinosa: prima la decisione di sposarsi (2 gennaio 1892), poi la morte della zia Luisa sua protettrice, quindi la nascita della figlia Angela (Angelina) detta Lina. Segue la ricerca di un lavoro a Milano, con poco successo, quindi il repentino trasferimento a Noventa Padovana a casa del fratello Paolo, che però – amara sorte – improvvisamente muore.

    Per fuggire da una situazione tanto complessa ed ostile nel 1893 decide di arruolarsi nel reggimento Savoia Cavalleria, mentre frattanto un altro grave lutto lo colpisce: la morte a soli 28 anni del fratello Luigi, laureato alla facoltà di Scienze Naturali di Padova, divenuto personaggio di fama internazionale nel campo etnografico ed entomologico con una missione di esplorazione scientifica tra Cile, Perù e Bolivia.

    Nel 1894 troviamo il ventenne Eugenio in grave crisi: vive solo (la moglie nel frattempo è tornata nella casa paterna) e si dedica ad attività saltuarie. Forse senza una profonda convinzione decide di riprendere gli studi ed è così che nel giro di due anni, nel 1896 ottiene il diploma di geometra che gli apre le porte alla professione e, finalmente, a prospettive di una vita dignitosa.

    Il giornalismo

    Come geometra, trova impiego presso il Catasto di Verona e viene frattanto incaricato da uno Studio Tecnico di compiere delle visure catastali anche fuori provincia. Ed è proprio durante una permanenza a Vicenza che Eugenio Balzan scopre il fascino della stampa. Siamo nel 1897, l’anno della svolta.

    Eugenio ha 23 anni, lavora in modo coscienzioso come geometra, ma si sente insoddisfatto. Intuisce che il giornalismo è la sua strada. Si rivolge pertanto al quotidiano di Verona “L’Arena”, proponendo una sua collaborazione da Vicenza: articoli che lo faranno notare nella città berica, dove riceve attestati di stima.

    Successivamente viene inviato a Milano per compiere visure catastali. Per Eugenio è questo il momento di giocare la “sua” carta vincente.

    Al “Corriere della Sera” opera Adolfo Rossi, redattore influente, originario di Lendinara, giunto a collaborare con l’importante testata dopo aver sperimentato le problematiche dell’emigrazione americana ed aver abbracciato la professione di giornalista a New York, prima di tornare in Italia.

    L’ingresso al “Corriere”

    L’incontro con Adolfo Rossi sarà determinante². Ben presto infatti arriverà a Balzan una proposta di collaborazione, per cui decide di lasciare immediatamente gli impegni di geometra, approdando nel settembre 1897 al giornale lombardo. Nel volgere di solo qualche mese, sarà assunto stabilmente e nel febbraio del 1898 ottiene già il primo aumento stipendio, seguito da un altro ad aprile.

    La strada del giornalismo è ormai spianata, e Balzan trova modo di inviare collaborazioni da Milano, la città dell’imprenditoria, anche ad altre testate, quali il “Secolo XIX” di Genova e la “Gazzetta” di Venezia, il “Giornale di Sicilia” ed altri.

    Balzan può ora pensare ad un sostegno ai suoi: si trasferiscono a Milano la madre e le due sorelle Edvige e Maria e successivamente anche moglie e figlia. Ben presto però i rapporti con la moglie si faranno insostenibili. Con la rottura, Balzan avvia pertanto le pratiche per l’affidamento della figlia, per la quale successivamente provvederà a farla alloggiare presso un buon collegio piemontese. Nel 1910 otterrà l’annullamento del matrimonio dalla Sacra Rota.

    Col repentino cambiamento della sua vita, Balzan avverte l’imperativo di una svolta definitiva nella sua esistenza, che d’ora in poi sarà caratterizzata da impegno giornalistico ed integrità morale. Decenni dopo, ripensando al fortunato incontro con Adolfo Rossi e al mutamento radicale di stile di vita, scriverà: “a lui devo se mi sono serbato onesto e incontaminato”.

    Frattanto ancora lutti familiari: prima la morte della sorella Lavinia venticiquenne, seguita nel novembre 1898 dal padre Lorenzo, per cui Eugenio si assumerà l’impegno di aiutare economicamente madre e le due sorelle già menzionate con un assegno mensile.

    L’inviato speciale

    Gli eventi storici e politici dell’epoca, in particolare l’intervento di Bava Beccaris che fa sparare sulla folla dei manifestanti a Milano (1898) e l’assassinio del re Umberto I (1900) provocano degli scossoni anche all’interno della redazione, ma il giornale si riprende e il giornalista polesano riesce a realizzare degli scoop interessanti che gli valgono un ulteriore aumento dello stipendio e la considerazione del nuovo direttore Luigi Alberini, il quale nel 1900 lo manda come inviato a seguire vicende in varie città d’Italia.

    Nel maggio 1901, Balzan, motivato reporter ventisettenne, avvia un’inchiesta che lo farà divenire famoso con articoli sulla prima pagina del “Corriere”. Inviato speciale all’estero, egli segue la trafila di un gruppo di emigranti (per lo più meridionali e veneti) in viaggio verso la Svizzera per raggiungere poi, dopo varie peripezie, il Canada. Il giornalista documenta con vari articoli l’odissea e i raggiri a cui sono sottoposti i nostri connazionali con il miraggio del posto di lavoro, che in realtà risulterà per lo più aleatorio o addirittura inesistente. Il giornalista, oltre a svelare l’inganno, sottolinea il grave disinteressamento del governo italiano, nonché le responsabilità di quello britannico, suscitando una vasta eco nell’opinione pubblica ed iniziative parlamentari.

    Organizzatore instancabile

    Nel frattempo crescono le sue quotazioni all’interno del quotidiano, con impegni non più solo giornalistici, ma anche amministrativi. Cosicché nel gennaio 1903, dopo soli sei anni dall’ingresso al giornale milanese, Balzan ventinovenne viene promosso direttore amministrativo della società editrice “Corriere della Sera”, e poi nominato segretario della Federazione tra proprietari di giornali.

    È così che la vita di Balzan al “Corriere” si sdoppia: da una parte continua la sua attività giornalistica, interessandosi fra l’altro a più riprese di questioni militari; dall’altra è sempre più coinvolto nei bilanci societari e nella volontà di far crescere il giornale sia sul piano della credibilità (con l’assunzione di giornalisti di vaglia) sia nella diffusione a livello nazionale. Ha la stima dei principali azionisti, i fratelli Luigi e Alberto Albertini, che gli affidano sempre nuovi compiti sul piano organizzativo: abbonamenti, pubblicità, acquisto carta, tipografia, aspetti sindacali. Balzan si interessa perfino delle coincidenze dei treni, ottenendo dalle autorità competenti dei cambiamenti di orario in modo favorire la spedizione dei giornali in tutta Italia. “Certo era un uomo dalla tempra eccezionale – scriverà nei suo ricordi Alberto Albertini -, certo rendeva al giornale grandi servigi”.

    E la tiratura del quotidiano cresce di anno in anno con una progressione geometrica, passando dalle 75.000 copie del 1900, alle 275.000 del 1911, fino alle 600.000 del 1920. Balzan è onnipresente, tutto è sempre più sotto il suo controllo; la sua dedizione al Corriere è emblematica: una sorta di missione di vita riconosciuta da tutti coloro che hanno a che fare con il giornale milanese. Dagli Albertini gode una tale fiducia che viene incaricato anche di seguire problematiche familiari, cosicché viene inviato persino a Pietroburgo per questioni private.

    Tutto dedito al lavoro, ha poco tempo da rivolgere agli affetti: qualche frequentazione ma nessun impegno stabile con donne della buona società milanese; scarsi i contatti con la madre (che cesserà di vivere nel 1915) e le sorelle; poco frequenti anche le relazioni con la figlia Lina che nel 1909 non ancora diciottenne si diploma maestra elementare, laureandosi poi nel 1914 in Lingua e Letteratura Francese.

    Frattanto l’impegno profuso per il Corriere non passa inosservato e nel 1911, a soli 37 anni, riceve la nomina di “Cavaliere della Corona”, seguito l’anno successivo da quella di “Commendatore del Regno”. Poi nel 1914, nell’anno del suo 40°, otterrà il “Diploma di Benemerenza” per la partecipazione all’Esposizione Internazionale del Libro a Lipsia, mentre nel 1921 diverrà presidente della Federazione Italiana degli Editori.

    Balzan ha frequentazioni col mondo dell’economia, della politica, senza ignorare quello della cultura e dell’arte, manifestando interessi per i pittori dell’epoca e facendo acquisti di quadri di autori dell’Ottocento italiano, che alcuni decenni dopo esporrà in una apprezzata mostra in Svizzera; opere che nel 2014 giungeranno a Badia Polesine a formare la apprezzata “Collezione Balzan”.

    Costante anche il suo interesse per gli appuntamenti della Scala, dove avrà modo di stringere rapporti di amicizia con i personaggi più in vista del tempo: Boito, Giordano, Toscanini, Puccini ed altri. Trova anche il tempo per iniziative finanziarie fuori dell’ambito lavorativo – finalizzate a far maturare i suoi cespiti – acquistando azioni e compiendo speculazioni su valute estere. Ma non trascura iniziative di beneficenza, che saranno una costante della sua vita.

    L’avvento del Fascismo

    Apprezzato per il rigore dei servizi giornalistici e la valentia dei collaboratori, il successo del Corriere non sembra trovare ostacoli alla crescita fino all’avvento del Fascismo, quando improvvisamente la vita del quotidiano si fa davvero problematica.

    I fratelli Albertini – in particolare Luigi, importante personaggio anche sotto il profilo politico, senatore del Regno fin dal 1914 – non si esimono dal manifestare il loro dissenso nei confronti di Mussolini. “Il Corriere deve essere soppresso” è il drastico pronunciamento dei fascisti più intransigenti; e Mussolini in persona telefona a Balzan per conoscere l’orientamento della proprietà. Sono giornate convulse, nel corso delle quali il senatore Albertini decide anche di sospendere l’uscita del quotidiano, mancando – egli sottolinea – la libertà di giudizio e parola.

    La pubblicazione però nonostante tutto riprende, vedendo Balzan impegnato in prima persona alla ricerca del difficile equilibrio tra l’obiettivo di fornire un’informazione credibile e il proposito di non scontentare troppo il regime. Ma ciò non basta: gli Albertini vengono pressati affinché lascino il giornale, mentre si susseguono azioni intimidatorie sia a Milano che nei centri di distribuzione e perfino nelle edicole col prelevamento delle copie che vengono bruciate da fascisti scalmanati. Ed anche Eugenio Balzan nel novembre del 1924 subisce un’aggressione all’interno della Galleria di Milano: a stento viene messo in salvo, aiutato a riparare in un bar da dove viene fatto uscire da una porta di servizio.

    La situazione si fa sempre più tesa, cosicché, nel 1925, con l’istaurarsi della dittatura, gli Albertini si risolvono a lasciare, cedendo le quote ai tre fratelli Crespi, industriali nel ramo tessile, più graditi al Regime, i quali possedevano già un importante pacchetto azionario del Corriere.

    Cambia dunque la proprietà ma Eugenio Balzan decide di restare, rilevando anch’egli delle quote sociali. Una iniziativa questa non gradita ai vecchi titolari che, con la loro uscita, avrebbero desiderato vedere la fine di quella che consideravano una loro creatura.

    Ma Perché Balzan decide di rimanere?

    Va innanzitutto detto che politicamente aveva manifestato un atteggiamento meno radicale degli Albertini nei confronti del Fascismo (che molti all’epoca ritenevano un movimento di transizione), senza per questo accontentare gli attivisti più intransigenti che sempre lo considerarono un antifascista da cacciare. Balzan, alla ricerca di un difficile equilibrio, instaura rapporti con i moderati e, nell’entourage del Regime, trova in particolare un autorevole riferimento in Arnaldo Mussolini, noto per le sue doti mediatrici e solitamente ascoltato dal fratello dittatore.

    Da parte di Balzan c’era poi la volontà di tutelare giornalisti e maestranze, tutti vivamente preoccupati per il loro futuro in caso di chiusura del giornale. E Balzan, amministratore del “Corriere”, si sentiva responsabile, agendo in prima persona, nella convinzione che solo la sua presenza attiva poteva garantire la salvezza della testata. Quello che è certo è che, usciti gli Albertini, egli divenne il vero timoniere: amministratore e direttore di fatto. Nell’intento di trovare momenti di tranquillità operativa, sia i Crespi che Balzan in persona fanno laute elargizioni ad associazioni del regime e, nel 1930, il “Corriere” istituisce i “Premi Mussolini”.

    Per quanto riguarda i rapporti con la terra natìa, va ricordato un suo ritorno a Badia nel 1931 per le celebrazioni concertate in memoria del fratello esploratore. E nell’occasione, a favore della città natale, Eugenio Balzan istituirà due borse di studio a nome di “Luigi Balzan”.

    Il volontario esilio in Svizzera

    I rapporti col regime restano però problematici (specie dopo la morte prematura di Arnaldo Mussolini). Balzan è oggetto di iniziative per screditarlo: da destra lo si accusa di antifascismo, da sinistra di appiattimento servile. Subentra una fase di stanchezza, temperata dall’orgoglio di aver portato a termine una missione: quella di aver salvato il Corriere che, sia pur tra compromessi e aggiustamenti, ha resistito agli attacchi più duri ed ha ormai superato le iniziative più pericolose, avviate con l’obiettivo di farlo morire.

    Con questa consapevolezza, e l’animo perturbato, nel 1933 raggiunge la Svizzera per un periodo di cura e riposo in una clinica già frequentata in altre occasioni. Ma, quella che doveva essere una parentesi, si rivelerà invece una scelta di vita, perché Balzan tornerà in Italia solo 13 anni dopo, nel 1946, dopo la fine del fascismo.

    Un soggiorno lungo, fatto di attese e di pene, quello nella confederazione elvetica, dove Balzan cambierà più volte alloggio, da Zurigo a Lugano a Lucerna, riuscendo in ogni caso sempre a rimanere in contatto con la redazione del “Corriere”. Nel frattempo si interessa a far maturare al meglio i propri risparmi (nel 1934 – sessantenne – si farà accreditare la sua liquidazione in Svizzera) movimentando spesso il denaro in investimenti finanziari che daranno vita a quella fortuna economica che la figlia Lina nel 1957 destinerà alla costituzione della “Fondazione Internazionale E. Balzan”.

    Dopo il 25 luglio del 1943, con la caduta del fascismo e la successiva nascita della Repubblica Sociale si intensificano le fughe di antifascisti dall’Italia, e Balzan si fa garante di molti profughi a cominciare ovviamente dai “corrieristi”.

    Nel 1944, anno del suo 70° compleanno, aderisce con un certo entusiasmo alla proposta di allestire a Zurigo una mostra dei suoi quadri dell’Ottocento Italiano, replicata poi a Bellinzona. Un’iniziativa dai molteplici significati, non solo culturali, ma anche avviata allo scopo di ricompattare personalità italiane ed offrire in Svizzera un’immagine positiva della nuova Italia che stava serrando le fila in attesa della fine del fascismo e della guerra.

    Il dopoguerra

    Balzan tornerà in Italia solo nel 1946 per la cerimonia di riapertura della Scala di Milano. Nell’occasione gli viene offerta la direzione del “Corriere di informazione”, ma egli rinuncia avvertendo una estraneità nei confronti del nuovo corso del Corriere.

    Nemmeno ora Balzan si sente tranquillo e, quando viene convocato dalla Corte di Assise di Milano, senza nemmeno conoscerne i motivi, abbandona la città per rifugiarsi ancora in Svizzera dove rimarrà per tutto il ‘47 alternando soggiorni tra Zurigo, Lucerna e Lugano. Tornerà in patria nel ‘48, soggiornando prevalentemente a Venezia.

    La sua, continua però ad essere una vita errabonda, senza un punto stabile di riferimento, vivendo di solitudine, per lo più in albergo, senza mai aver acquistato un’abitazione o un’auto. Nel ‘50 soggiorna a Venezia, poi San Remo e sul Lago Maggiore. Infine porta la sua residenza nella natìa Badia Polesine, senza però stabilirvisi.

    L’alluvione del Polesine del 1951, lo richiama a Badia, dove esprime il suo desiderio di dar vita ad un’iniziativa di ampio respiro per la provincia sinistrata; idea che però resta nell’ambito delle buone intenzioni, perché la sua vita continuerà a svolgersi per la maggior parte ancora in Svizzera.

    Si trova a Lugano nel 1953, quando improvvisamente il 14 luglio accusa un grave malore. Rifiuta il ricovero tornando nella sua stanza di albergo, dove nelle prime ore del 15 luglio cessa di vivere all’età di 79 anni.

    A Lugano si svolse la cerimonia funebre, presente al figlia Lina, amici ed estimatori, mentre la tumulazione avvenne nel cimitero di Badia, dove tuttora Eugenio Balzan riposa.

  • Le “baline”

    Le “baline”

    “Baline” cioè biglie. Chi tra i cinquantenni e oltre di oggi può dire di non averci giocato almeno una volta? Tutti i ragazzi ne possedevamo una discreta quantità e forse, in qualche polveroso angolo della cantina o della soffitta, giace ancora nascosto un piccolo tesoretto di perle di terracotta, antico bottino di tante battaglie da cortile.

    Il gioco delle biglie era un gioco diffusissimo in tutto il mondo almeno fino agli anni sessanta. Gioco semplice, di abilità, mira e precisione che richiedeva solamente, come strumento qualche biglia o pallina.

    Ce n’erano di tanti tipi, dimensione, colore, materiale, valore.

    Certamente, data la povertà del tempo, le più diffuse erano le piccole biglie di terracotta, non sempre perfettamente sferiche, per lo più di colore nocciola, ocra o marron scuro. Erano le meno costose, ma anche le più difettose e non era raro che, nell’urto di cicchetto troppo forte, si spezzassero a metà.

    Le compravamo dallo straccivendolo, barattando qualsiasi cosa. A casa mia di stracci ve n’erano in abbondanza dato che il mestiere di papà, sarto e barbiere, ci permetteva di accumulare moltissimi ritagli di stoffa non utilizzabili altrimenti. Li conservavamo con cura in un soppalco del fienile, insieme all’alluminio, al ferro vecchio e al sacco dei capelli: rifiuti che, puntualmente, venivano ritirati verso i primi di dicembre da alcuni ambulanti che, in cambio, ci davano qualche statuina di gesso per il presepio, qualche soprammobile, o anche le preziose “baline” di terracotta che permettevano a noi ragazzi di passare ore ed ore in un gioco appassionante.

    La contrattazione era dura dato che bisognava spuntare il baratto migliore e per questo chiedevamo l’aiuto anche degli adulti.

    Ottenuto il tanto desiderato “tesoro” in quota equa, riponevamo le biglie in un sacchetto, ognuno il proprio, e la sera, dopo estenuanti battaglie, era tutto un contarle e ricontarle per verificarne l’aumento o la perdita.

    Giornata felice se il segno era positivo, giornata triste se era negativo; e qualche volta capitò anche che la giornata risultasse tragica: il sacco pressoché vuoto manifestava, senza ombra di dubbio, l’esito catastrofico degli scontri.

    Il dispiacere era ancora maggiore se, al conteggio, oltre le biglie di terracotta, venivano a mancare quelle di vetro, un vero e proprio tesoro da spendere con parsimonia, oggetto di scambi e di piccole aste.

    “Te ne do 5 di terracotta per quella azzurra” – offriva il primo.

    “6” – rilanciava il secondo e lo scambio era fatto.

    Per palline di vetro grosse, venute chissà da dove, l’offerta poteva esser anche di 20 e più; ma quelle non erano per il gioco, bensì per la collezione; o al massimo potevano uscire dal loro sacchetto per una partita a sassetti e rimesse via subito dopo.

    Con le biglie si facevano vari giochi: “a buseta”, “a cicchetto”, “a muceto”.

    Ognuno di questi richiedeva la stessa tecnica di lancio che avveniva sparando la palina, tenuta fra il pollice e l’indice o il medio, utilizzato come catapulta per imprimere la spinta necessaria a raggiungere la biglia avversaria e colpirla.

    Fra tutti i giochi, senza dubbio, io preferivo “buseta”.

    Dopo aver scavato una piccola buca nel terreno della grandezza di un pugno, ogni giocatore, a turno, stabilito dalla conta o dal lancio della biglia (chi andava più vicino alla buca iniziava per primo), sparava la propria arma cercando di andare il più vicino possibile alla buca senza che la biglia ci cadesse dentro. Chi si avvicinava di più, aveva il diritto di “ciccare” con la propria biglia, tutte le altre cercando di buttarle in buca. Se ci riusciva guadagnava la biglia, se sbagliava il turno passava al giocatore successivo. Era quasi come giocare a biliardo.

    Anche “muceto” era bello e faceva guadagnare o perdere molto. Ogni giocatore metteva una biglia a disposizione con cui si costruiva una piccola piramide di 5 biglie. Chi era sorteggiato per primo, lasciava cadere verticalmente, a mo’ bomba di aereo, la sua biglia sopra la piramide: se la centrava, al solito guadagnava tutte le biglie, altrimenti passava il turno al successivo e la sua “bomba” restava a terra ad ingrossare il premio del vincitore

    Dato che il gioco era velocissimo e molto “costoso” in termini di biglie perdute, avevamo inventato anche una variante: si guadagnava solo la biglia su cui era caduta la “bomba”, oppure disponevamo le biglie in fila, un po’ distanziate fra di loro e si procedeva al bombardamento.

    In questo modo il gioco durava più a lungo, era più facile che a terra si accumulassero molte biglie, la perdita veniva diluita in un tempo maggiore.

    Poi venne il benessere, il boom economico ed iniziò la corsa ai consumi: le povere biglie di terracotta, tenute e guardate come un tesoro prezioso, vennero relegate in un angolo, o gettate via come cose di poco valore. Era arrivato il tempo delle figurine Panini, il tempo dei miti dei calciatori, dei “Pizzaballa” che nessuno riusciva a trovare nelle bustine, cosa che ti spingeva a comprarne continuamente, dato che l’album bisognava completarlo.

    E con le figurine giunsero altri giochi, da fare rigorosamente con la miriade di doppioni che ognuno di noi aveva in abbondanza, dato che, dopo un po’, la probabilità di trovare figurine che non si possedevano, precipitava a percentuali infime, ma in compenso il mucchio delle inutili aumentava proporzionalmente. In qualche modo si dovevano pure utilizzare: adattammo i vecchi giochi a nuovi strumenti, ma non era più la stessa cosa.

  • Le lapidi sparite

    Le lapidi sparite

    Sulla parete ovest del palazzo municipale di Bagnolo di Po fa mostra di sé, in totale solitudine, una bianca lapide commemorativa, con foto ormai sbiadita, di cui solo pochi oggi conoscono la storia. Essa ricorda Renato Fugagnoli, poeta bagnolese (figlio dell’allora sindaco) morto nel 1936 in Africa Orientale in conseguenza, ad onor del vero, non proprio di grandi imprese guerresche.

    È quanto meno strano notare come questa “memoria di marmo” sia resistita alle ingiurie del tempo, a differenza di altre due lapidi che intendiamo qui ricordare – perché indubbiamente significative – con la speranza che vengano riattivate.

    Il ricordo della vittoria

    La prima lapide scomparsa, memoria della vittoriosa conclusione della prima guerra mondiale, era presente sulla facciata del municipio di Bagnolo, come del resto in tutti i paesi dell’allora Regno d’Italia. Il cimelio, amato da tante generazioni di bagnolesi, reduci e combattenti (ma non solo) ricordava imprese gloriose, di sacrificio e di sangue. Imprese indimenticate ed indimenticabili che costarono sudore e sangue in quella che fu la prima vera guerra di massa, lunga, logorante, consumatasi nel fango delle trincee e in infiniti assalti all’arma bianca, in cui morirono milioni di uomini.

    Nonna Carolina, citando il nonno Pietro che aveva combattuto sul Carso (uscendo per fortuna indenne dal massacro) diceva che ogni famiglia d’Italia aveva avuto un caduto o un soldato partecipante al conflitto. Nonno Bellino, nonno materno, morto a Torino in seguito a ferite di guerra, ne era, per tutti noi, l’esempio lampante.

    Ebbene quella piastra di marmo bianco, senza grandi pretese ornamentali, riportava pari pari, il Bollettino della Vittoria – che sanciva la fine della I guerra mondiale – così come era stato annunciato alla Nazione dal generale Armando Diaz . Proponiamo il testo nell’apposito riquadro e ricordiamo una curiosità relativa alla firma del generale.

    Con l’apposizione per decreto della targa in tutti i municipi d’Italia, la fama e il nome di Diaz divennero quelli di un eroe nazionale. In alcune versioni, tuttavia, essa non terminava con il nome e il cognome del generale, ma semplicemente con l’indicazione “FIRMATO, DIAZ” o, nella forma abbreviata “F.TO, DIAZ” per cui si diffuse la credenza popolare che “Firmato” fosse il nome del generale, con buona pace di tutti quelli che, nei primi anni venti, in suo omaggio furono costretti a portarsi cucito addosso, il nome di battesimo “Firmato”, talvolta modificato in “Firmino”. Ingenuità? Ignoranza? Forse entrambe le opzioni. O forse era semplicemente voglia di ricordare tangibilmente ed immedesimarsi in un leader, in un uomo forte e potente, capace di risolvere i problemi del tempo, di dare pace, sicurezza e stabilità ad un’intera nazione. Un sentimento diffuso ed inconsapevole, che da lì a poco divenne una realtà particolare che “regalò” all’Italia vent’anni di Dittatura.

    Durante i lavori di rifacimento del palazzo municipale, negli anni 70, questa lapide è stata tolta, o forse è stata rotta; fatto sta che è sparita e mai più ripristinata.

    Di questo ricordo marmoreo auspichiamo il ritorno, non per vuoto patriottismo o mal inteso nazionalismo, ma come prezioso documento di educazione per l’uomo e per il cittadino. Qualcuno diceva : “Guai ai popoli senza memoria”, e mai adagio fu più vero.

    A ricordo di Dante Gallani

    Un’altra lapide scomparsa, molto più semplice di quella dedicata alla Grande Guerra, era affissa all’ incrocio di via Napoleonica, sull’abitazione della famiglia Boggiani, ora Genesini, sul lato rivolto a levante. Quella casa, sul finire dell’ottocento, era appartenuta alla famiglia di Dante Gallani e, siccome allora si partoriva in casa, si credette bene sottolinearlo nella targa:

    IN QUESTA CASA VIDE I NATALI DANTE GALLANI APOSTOLO DEL SOCIALISMO Bagnolo di Po 14 settembre 1878 Milano 1936

    Il personaggio, divenuto medico condotto a Canda, fu consigliere e Sindaco a Bagnolo, poi Onorevole socialista e, dopo la morte della prima moglie, marito di Lina Merlin, pure essa fervente socialista. Dovette la sua notorietà alla sua lotta senza quartiere al Fascismo nascente ed imperante, sulla scia di Badaloni, Matteotti ed altri apostoli del socialismo.

    Anche a tal riguardo riporto una curiosità, in questo caso legata alla mia personale esperienza di fanciullo e relativa all’indicazione “apostolo”, allora non ben compresa, che mi creò un forte imbarazzo; e ciò anche a causa di certi discorsi sentiti a mozziconi dai clienti della bottega di papà, da sempre “covo di sovversivi”, che sostenevano che Cristo era socialista. Allora mi sembrò logico chiedere se Gesù era stato a Bagnolo, visto che l’apostolo Dante era nato qui.

    Le risate di papà e la presa in giro di tutti i clienti presenti mi fecero sprofondare nella vergogna che la successiva spiegazione – riportando la cosa sui giusti binari e ristabilendo le veridicità della storia – attenuò solo un po’.

    Quella lapide comunque sparì in seguito ai lavori di ristrutturazione della casa. Nessuno si preoccupò di salvaguardarla. A memoria dell’illustre bagnolese, ora, c’è solo la denominazione di una via.

    Davvero indegna la fine della targa marmorea che – mi è stato detto – è stata frantumata, ridotta a minute scaglie, ed utilizzata quale detrito per ricoprire il fondo della nuova fossa del letame della boaria della Vallona. Ma io, per essa, mi ostino a pensare ad una destinazione migliore, ad un esito finale più consono al nome ed alle azioni del personaggio di cui, umilmente ma orgogliosamente, recava inciso il nome.

    In ogni caso la lapide può facilmente essere rifatta e posizionata dove si trovava l’originale, in modo da salvaguardare la memoria dell’insigne personaggio, assertore di un socialismo riformista dal volto umano, quasi cristiano, che fece proprie le idee di libertà, tolleranza, fratellanza, uguaglianza e giustizia sociale.

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