Domenico Guerrini (Ravenna 1860 – Fratta Polesine 1928), è stato un personaggio sicuramente di talento, oggi poco ricordato, che ha lasciato una traccia da rivalutare non solo a Fratta Polesine, dove è vissuto dimorando in Villa Molin Avezzù, ma anche in ambiti ben più ampi.
Lo studio della figura di questo personaggio ha appassionato Amelia Zagato e chi scrive questo testo dopo la donazione, avvenuta nel 2011, al Comune di Fratta Polesine da parte dell’avv. Antonio Avezzù dei libri e documenti conservati nella villa frattense in una cassapanca della biblioteca. Sono stati editi due volumi¹ frutto di approfondite ricerche svolte in diversi archivi e biblioteche italiane ed estere ed il coinvolgimento di prestigiosi studiosi nonché della Istituzione Biblioteca Classense di Ravenna, cui Guerrini aveva lasciato un terzo della sua ricca biblioteca.
La ricerca delle lapidi
Nell’occasione di questi studi, soltanto una notizia riportata da Carlo Alessandro Bellettato² riguardante quattro epigrafi che Guerrini aveva scritto nel 1923 per il cimitero di Sant’Elia a Redipuglia non aveva trovato riscontro.
Eppure la veridicità dell’informazione era certa, perché lo storico era amico di famiglia e autore, per volontà della moglie di Guerrini, nel 1937, delle parole incise, a perenne ricordo, in una lapide prima collocata sotto il portico della villa e tuttora infissa all’interno della cinta muraria di Villa Molin Avezzù (arricchita da un medaglione bronzeo realizzato da Guido Cremesini) di cui riportiamo il testo:
IN QUESTA CASA SACRA ALLA VICENDA GLORIOSA DEI CARBONARI SERENAMENTE SI SPENSE LA SERA DEL 27 MAGGIO 1928 A VI S.E. DOMENCO GUERRINI GENERALE DI CORPO D’ARMATA STORICO INSIGNE MAESTRO DI TUTTA UNA GENERAZIONE DI UFFICIALI E DI COMANDANTI N. RAVENNA 12-XI-1860 M. FRATTA POLESINE 27-V- 1928 A VI
Questa dunque la lapide che ricorda a Fratta Polesine il Generale Domenico Guerrini, ravennate di nascita, ma polesano di adozione.
Restava la mia curiosità nei confronti delle quattro epigrafi non ancora identificate, dettate dal Generale nel 1923 a commemorazione delle vicende della Prima Guerra Mondiale.
Ebbene, quando ho avuto l’occasione di visitare il Museo della Grande Guerra “Casa della III Armata” a Redipuglia ogni dubbio è svanito. Innanzitutto ho rinvenuto in una teca un cartoncino con i testi delle epigrafi di Guerrini che facevano da coronamento alla foto del cimitero di Sant’Elia, sul Monte Sei Busi (dal 2000 Parco della Rimembranza), inaugurato il 24 maggio del 1923 alla presenza del re, di Mussolini ed il Duca d’Aosta e chiamato “cimitero degli invitti della Terza Armata”.
Il visitatore leggeva queste due epigrafi all’ingresso del cimitero di Sant’Elia:
Agli invitti che diedero per la patria tutto il sangue solo è degno di accostarsi chi ha nel cuore la patria. Non curiosità di vedere ma proposito di ispirarvi vi conduca.
La maestà solenne del luogo non è veduta per gli occhi se prima non è sentita nel cuore. La pace degli eroi è attesa di levarsi spiriti animatori se la patria chiami.
Il visitatore saliva, poi, la “via sacra” percorrendo sette balze concentriche di dantesca memoria che raccoglievano pietosamente le salme di 30.000 soldati fino a raggiungere un pianoro dove una cappella voluta dal duca d’Aosta, Emanuele Filiberto, a forma di croce sormontata da un faro irradiava, lungo le vie di visitazione, una luce simbolo di imperitura gloria.
Nell’uscita le altre due epigrafi rinfocolavano il sentimento dell’amor patrio:
O viventi che uscite se non vi sentite più sereno e più gagliardo l’animo voi sarete qui venuti invano
O viventi che uscite se per voi non duri e non cresca la gloria della patria noi saremo morti invano.
La scelta di affidare a Guerrini questo incarico commemorativo, importante a livello nazionale, si può supporre sia stata dettata dal fatto che, come comandante della Brigata “Savona” nella prima guerra mondiale, conquistò durante la terza battaglia dell’Isonzo (18 ottobre- 4 novembre 1915) proprio il Monte Sei Busi, una posizione militare strategica a livello militare, distinguendosi con i sui soldati tanto da ottenere la promozione a maggior generale per merito di guerra.
Inoltre non di secondaria importanza era la sua fama di brillante storico, autore di una ricca produzione editoriale e docente di storia militare all’Accademia navale di Livorno (1894-1900) poi alla scuola di Guerra di Torino (1902-1910), di primo ed insuperato scrittore della storia del corpo dei Granatieri di Sardegna.
Per tutto ciò si può pensare che il generale Guerrini fosse stato considerato particolarmente adatto per celebrare ed eternare con significative parole gli eroi della prima guerra mondiale in quel luogo sacro alla patria e accrescere quell’alto valore simbolico che già il cimitero proponeva con la sua architettura.
Un decennio dopo, nel 1935 il cimitero era in pessime condizioni e Mussolini decise di abbandonarlo e costruire un nuovo ossario di fronte a questo, sul versante occidentale sempre del monte Sei Busi, luogo simbolo delle battaglie dell’Isonzo. Inaugurato il 19 settembre 1938 il sacrario di Redipuglia doveva essere un’opera “grandiossima, austera, duratura” primo e più importante memoriale nazionale della memoria bellica secondo la retorica fascista.
Con l’occasione le epigrafi di Domenico Guerrini furono trasferite all’ingresso del Sacrario di Redipuglia come due cartoline testimoniano. Lo scorrere del tempo le ha deteriorate e quindi sono state dislocate più vicino al percorso delle trincee blindate. Una è stata distrutta³ ma le altre si trovano tuttora lì, offrendo uno spunto di riflessione al visitatore. Ho avuto pertanto l’emozione di identificare e fotografare le lapidi ideate dal generale frattense.
Domenico Guerrini nel rifugio della Fratta
Il generale di corpo d’armata Domenico Guerrini, ravennate di nascita, quando ideò il testo delle lapidi, nel 1923, viveva già da quattro anni a Fratta Polesine dove si era trasferito alla fine della prima guerra mondiale nella villa della moglie Emma Bragadin, la quale l’aveva ereditata dalla famiglia.
Tra queste mura approfondì varie tematiche di carattere storico, scrivendo fra l’altro testi sulle guerre napoleoniche; inoltre compose commedie, tradusse i classici latini per una passione verso la cultura umanistica nata sui banchi del liceo classico pareggiato “Dante Alighieri” di Ravenna e mai sopita.
Inoltre fondò e diresse il bisettimanale Le Forze Armate, collaborò attivamente alla rivista Esercito e Nazione continuando quell’attività editoriale che l’aveva impegnato come direttore anni prima con la Rivista di fanteria (1892-1904).
Guerrini entra nell’agone politico frattense nel 1921 come commissario prefettizio dopo che tutte sessantatré amministrazioni comunali socialiste del Polesine erano state costrette a dimettersi sotto i colpi della violenza squadrista. Continuerà fino al 1924 ad assumere incarichi amministrativi e per un breve periodo sarà anche sindaco dopo le dimissioni di Gian Carlo Labia.
Alla sua morte avvenuta il 27 maggio 1928 lasciò puntuali disposizioni testamentarie non solo per la donazione dei suoi amati libri ma anche sulla cerimonia funebre che volle alla sola presenza dei famigliari e sulla sepoltura quanto mai semplice. Infatti la sua tomba si trova nel cimitero comunale nella zona dei poveri, con una croce di legno, senza alcuna iscrizione, nemmeno il nome, rispettando quel motto di tutta la sua vita Tutto per essere, niente per avere.
La notizia della sua morte, apparsa sulla stampa locale già il giorno dopo, venne ripresa nei giorni successivi dai giornali nazionali. Solo nel trigesimo della morte, come da suo esplicito desiderio, si tenne una commemorazione ufficiale, in municipio, alla presenza di autorità militari e di rappresentanti delle istituzioni politiche e religiose della Provincia.
Il discorso ufficiale fu tenuto dal generale Armando Tallarigo, comandante del Corpo d’Armata di Bologna, in rappresentanza del Ministro della Guerra e del Sottosegretario. Le Autorità deporranno, poi, una corona del Ministro della guerra sulla tomba del Generale ed infine parteciperanno alla funzione religiosa.
Nel suo testamento Guerrini ha ricordato il Comune di Fratta cui ha lasciato la proprietà letteraria del Tesoretto della coltura italiana (1920-1928), un mensile di curiosità storiche, letterarie, filologiche, perché il ricavato fosse usato a favore delle scuole elementari, dimostrando così di sentirsi un frattense d’adozione che ha amato quel “rifugio della Fratta”, come soleva bonariamente chiamarlo, dove ha vissuto gli ultimi anni della sua vita.









