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Archivi: Articoli d’archivio

  • Una traccia di Fratta a Redipuglia

    Una traccia di Fratta a Redipuglia

    Domenico Guerrini (Ravenna 1860 – Fratta Polesine 1928), è stato un personaggio sicuramente di talento, oggi poco ricordato, che ha lasciato una traccia da rivalutare non solo a Fratta Polesine, dove è vissuto dimorando in Villa Molin Avezzù, ma anche in ambiti ben più ampi.

    Lo studio della figura di questo personaggio ha appassionato Amelia Zagato e chi scrive questo testo dopo la donazione, avvenuta nel 2011, al Comune di Fratta Polesine da parte dell’avv. Antonio Avezzù dei libri e documenti conservati nella villa frattense in una cassapanca della biblioteca. Sono stati editi due volumi¹ frutto di approfondite ricerche svolte in diversi archivi e biblioteche italiane ed estere ed il coinvolgimento di prestigiosi studiosi nonché della Istituzione Biblioteca Classense di Ravenna, cui Guerrini aveva lasciato un terzo della sua ricca biblioteca.

    La ricerca delle lapidi

    Nell’occasione di questi studi, soltanto una notizia riportata da Carlo Alessandro Bellettato² riguardante quattro epigrafi che Guerrini aveva scritto nel 1923 per il cimitero di Sant’Elia a Redipuglia non aveva trovato riscontro.

    Eppure la veridicità dell’informazione era certa, perché lo storico era amico di famiglia e autore, per volontà della moglie di Guerrini, nel 1937, delle parole incise, a perenne ricordo, in una lapide prima collocata sotto il portico della villa e tuttora infissa all’interno della cinta muraria di Villa Molin Avezzù (arricchita da un medaglione bronzeo realizzato da Guido Cremesini) di cui riportiamo il testo:

    IN QUESTA CASA SACRA ALLA VICENDA GLORIOSA DEI CARBONARI SERENAMENTE SI SPENSE LA SERA DEL 27 MAGGIO 1928 A VI S.E. DOMENCO GUERRINI GENERALE DI CORPO D’ARMATA STORICO INSIGNE MAESTRO DI TUTTA UNA GENERAZIONE DI UFFICIALI E DI COMANDANTI N. RAVENNA 12-XI-1860 M. FRATTA POLESINE 27-V- 1928 A VI

    Questa dunque la lapide che ricorda a Fratta Polesine il Generale Domenico Guerrini, ravennate di nascita, ma polesano di adozione.

    Restava la mia curiosità nei confronti delle quattro epigrafi non ancora identificate, dettate dal Generale nel 1923 a commemorazione delle vicende della Prima Guerra Mondiale.

    Ebbene, quando ho avuto l’occasione di visitare il Museo della Grande Guerra “Casa della III Armata” a Redipuglia ogni dubbio è svanito. Innanzitutto ho rinvenuto in una teca un cartoncino con i testi delle epigrafi di Guerrini che facevano da coronamento alla foto del cimitero di Sant’Elia, sul Monte Sei Busi (dal 2000 Parco della Rimembranza), inaugurato il 24 maggio del 1923 alla presenza del re, di Mussolini ed il Duca d’Aosta e chiamato “cimitero degli invitti della Terza Armata”.

    Il visitatore leggeva queste due epigrafi all’ingresso del cimitero di Sant’Elia:

    Agli invitti che diedero per la patria tutto il sangue solo è degno di accostarsi chi ha nel cuore la patria. Non curiosità di vedere ma proposito di ispirarvi vi conduca.

    La maestà solenne del luogo non è veduta per gli occhi se prima non è sentita nel cuore. La pace degli eroi è attesa di levarsi spiriti animatori se la patria chiami.

    Il visitatore saliva, poi, la “via sacra” percorrendo sette balze concentriche di dantesca memoria che raccoglievano pietosamente le salme di 30.000 soldati fino a raggiungere un pianoro dove una cappella voluta dal duca d’Aosta, Emanuele Filiberto, a forma di croce sormontata da un faro irradiava, lungo le vie di visitazione, una luce simbolo di imperitura gloria.

    Nell’uscita le altre due epigrafi rinfocolavano il sentimento dell’amor patrio:

    O viventi che uscite se non vi sentite più sereno e più gagliardo l’animo voi sarete qui venuti invano

    O viventi che uscite se per voi non duri e non cresca la gloria della patria noi saremo morti invano.

    La scelta di affidare a Guerrini questo incarico commemorativo, importante a livello nazionale, si può supporre sia stata dettata dal fatto che, come comandante della Brigata “Savona” nella prima guerra mondiale, conquistò durante la terza battaglia dell’Isonzo (18 ottobre- 4 novembre 1915) proprio il Monte Sei Busi, una posizione militare strategica a livello militare, distinguendosi con i sui soldati tanto da ottenere la promozione a maggior generale per merito di guerra.

    Inoltre non di secondaria importanza era la sua fama di brillante storico, autore di una ricca produzione editoriale e docente di storia militare all’Accademia navale di Livorno (1894-1900) poi alla scuola di Guerra di Torino (1902-1910), di primo ed insuperato scrittore della storia del corpo dei Granatieri di Sardegna.

    Per tutto ciò si può pensare che il generale Guerrini fosse stato considerato particolarmente adatto per celebrare ed eternare con significative parole gli eroi della prima guerra mondiale in quel luogo sacro alla patria e accrescere quell’alto valore simbolico che già il cimitero proponeva con la sua architettura.

    Un decennio dopo, nel 1935 il cimitero era in pessime condizioni e Mussolini decise di abbandonarlo e costruire un nuovo ossario di fronte a questo, sul versante occidentale sempre del monte Sei Busi, luogo simbolo delle battaglie dell’Isonzo. Inaugurato il 19 settembre 1938 il sacrario di Redipuglia doveva essere un’opera “grandiossima, austera, duratura” primo e più importante memoriale nazionale della memoria bellica secondo la retorica fascista.

    Con l’occasione le epigrafi di Domenico Guerrini furono trasferite all’ingresso del Sacrario di Redipuglia come due cartoline testimoniano. Lo scorrere del tempo le ha deteriorate e quindi sono state dislocate più vicino al percorso delle trincee blindate. Una è stata distrutta³ ma le altre si trovano tuttora lì, offrendo uno spunto di riflessione al visitatore. Ho avuto pertanto l’emozione di identificare e fotografare le lapidi ideate dal generale frattense.

    Domenico Guerrini nel rifugio della Fratta

    Il generale di corpo d’armata Domenico Guerrini, ravennate di nascita, quando ideò il testo delle lapidi, nel 1923, viveva già da quattro anni a Fratta Polesine dove si era trasferito alla fine della prima guerra mondiale nella villa della moglie Emma Bragadin, la quale l’aveva ereditata dalla famiglia.

    Tra queste mura approfondì varie tematiche di carattere storico, scrivendo fra l’altro testi sulle guerre napoleoniche; inoltre compose commedie, tradusse i classici latini per una passione verso la cultura umanistica nata sui banchi del liceo classico pareggiato “Dante Alighieri” di Ravenna e mai sopita.

    Inoltre fondò e diresse il bisettimanale Le Forze Armate, collaborò attivamente alla rivista Esercito e Nazione continuando quell’attività editoriale che l’aveva impegnato come direttore anni prima con la Rivista di fanteria (1892-1904).

    Guerrini entra nell’agone politico frattense nel 1921 come commissario prefettizio dopo che tutte sessantatré amministrazioni comunali socialiste del Polesine erano state costrette a dimettersi sotto i colpi della violenza squadrista. Continuerà fino al 1924 ad assumere incarichi amministrativi e per un breve periodo sarà anche sindaco dopo le dimissioni di Gian Carlo Labia.

    Alla sua morte avvenuta il 27 maggio 1928 lasciò puntuali disposizioni testamentarie non solo per la donazione dei suoi amati libri ma anche sulla cerimonia funebre che volle alla sola presenza dei famigliari e sulla sepoltura quanto mai semplice. Infatti la sua tomba si trova nel cimitero comunale nella zona dei poveri, con una croce di legno, senza alcuna iscrizione, nemmeno il nome, rispettando quel motto di tutta la sua vita Tutto per essere, niente per avere.

    La notizia della sua morte, apparsa sulla stampa locale già il giorno dopo, venne ripresa nei giorni successivi dai giornali nazionali. Solo nel trigesimo della morte, come da suo esplicito desiderio, si tenne una commemorazione ufficiale, in municipio, alla presenza di autorità militari e di rappresentanti delle istituzioni politiche e religiose della Provincia.

    Il discorso ufficiale fu tenuto dal generale Armando Tallarigo, comandante del Corpo d’Armata di Bologna, in rappresentanza del Ministro della Guerra e del Sottosegretario. Le Autorità deporranno, poi, una corona del Ministro della guerra sulla tomba del Generale ed infine parteciperanno alla funzione religiosa.

    Nel suo testamento Guerrini ha ricordato il Comune di Fratta cui ha lasciato la proprietà letteraria del Tesoretto della coltura italiana (1920-1928), un mensile di curiosità storiche, letterarie, filologiche, perché il ricavato fosse usato a favore delle scuole elementari, dimostrando così di sentirsi un frattense d’adozione che ha amato quel “rifugio della Fratta”, come soleva bonariamente chiamarlo, dove ha vissuto gli ultimi anni della sua vita.

  • Gli altari della Cattedrale di Adria

    Gli altari della Cattedrale di Adria

    Nel n. 62 del Ventaglio ci siamo occupati dei dipinti di Sebastiano Santi (1789-1866) realizzati dal pittore veneziano nella Cattedrale di Adria negli ultimi anni della sua intensa vita di artista. Oltre che negli affreschi, che caratterizzano l’abside il catino e il presbiterio della Cattedrale, Santi espresse il suo talento anche in alcune pale d’altare, a cui abbiamo fatto cenno nel citato articolo. E a due di queste – ovvero la tela di San Bellino e quella di S. Apollinare – intendiamo far riferimento in questo ulteriore contributo, per evidenziare come queste opere abbiano trovato collocazione in significativi altari, caratterizzati da slanciate colonne marmoree reggenti frontoni, alla sommità dei quali riposano angeli assisi.

    Si tratta di altari di pregio, che originariamente erano presenti nella chiesa di S. Lucia in Venezia, giunti ad Adria in seguito alla demolizione della chiesa veneziana e all’acquisto eseguito dalla Fabbriceria della Cattedrale, che diede poi l’incarico allo scalpellino Giacomo Bonin, detto Bosio di adattarli per la collocazione adriese. Oltre ai due altari, che ospitano le opere di Sebastiano Santi, è presente un terzo altare – sempre proveniente dalla chiesa veneziana demolita – che accoglie una importante crocifissione lignea, opera di un autore ignoto fine IV o inizio VI).

    Un quarto altare destinato ad accogliere la tavola di San Giuseppe proviene invece dalla chiesa di Sant’Egidio di Padova.

    Proponiamo di seguito gli estremi dei due contratti:

    • il primo relativo all’incarico assegnato al pittore Sebastiano Santi di eseguire tre pale d’altare;

    • il secondo consistente nell’impegno assunto dallo scultore/scalpellino per portare a compimento l’opera di adeguamento degli altari marmorei. Per quanto riguarda quest’ultimo riproponiamo la corrispondenza della Fabbriceria della chiesa Cattedrale di Adria con lo scalpellino veneziano Giacomo Bonin detto Bosio, datata 6 luglio e 28 agosto 1861. Bosio verrà contattato per la riparazione, la pulitura, la riduzione, l’abbellimento dei tre altari acquistati dalla Fabbriceria a Venezia.

    L’incarico a Sebastiano Santi

    Estremi del Contratto vergato il 1 luglio 1862

    Ad Adria, il 1 luglio 1862, viene steso il contratto tra la Fabbriceria della chiesa Cattedrale adriese e il pittore Sebastiano Santi per l’esecuzione delle tre tavole ad olio, […] che dovranno rappresentare secondo gli eseguiti e lodati modelli, la prima San Giuseppe seduto col fanciullo Gesù in atto di benedire, alla destra Santa Lucia, Sant’Antonio da Padova, alla sinistra Santa Teresa e San Camillo de Lellis e un Angelo che dispensa le Grazie con i gesti. La seconda, Sant’Apollinare in piedi davanti al trono pontificale in atto come di predicare la buona novella nell’Emilia con alla destra la Maddalena e alla sinistra S. Luigi. La terza San Bellino Vescovo seduto in trono che benedice la Diocesi Adriese di cui è Patrono, alla sua destra è S. Valentino, e alla sinistra Santa Apollonia. E perché spicchi evidentemente quanto sia il vestito del Patrono sia gli attributi del Santo Vescovo contro l’idrofobia ci sarà un cane, particolarità cotesta da aggiungervi in confronto del modelletto […] di tutte e tre le tavole il pittore riceverà 250 Napoleoni d’oro […]. Il pagamento di questa somma è stabilita da dividere in cinque rate da Napoleoni d’oro cinquanta all’una, la prima entro il mese di Dicembre prossimo venturo, le altre annuali pagabili nel mese di Dicembre degli anni 1863-1864-1865-1866 a capitale secco […]. Si obbliga il Professore Santi di dar compiute tutte le tre tavole entro il periodo di un anno e mezzo a contare dal presente contratto […].

    Seguono le firme dei componenti della Fabbriceria, compresa la firma del vescovo Camillo Benzon e del pittore Sebastiano Santi¹.

    Estratto della Corrispondenza della Fabbriceria adriese con lo scalpellino Bosio detto Bonin Venezia, 8 luglio 1861²

    La commissione incaricata per il restauro e abbellimento della Cattedrale di Adria, avendo acquistato in Venezia tre altari che trovansi nella demolita Chiesa di S. Lucia convengono con lo […] Giacomo Bonin Bosio scarpellino a S.S Ermagora e Fortunato, per la loro riparazione pulitura e riduzione nelle forme e patti qui sotto […]

    I° Pulire tutte le parti esposte dei tre altari […]

    II° Eseguire una semplice lesena […]

    III° Eseguire un nuovo zoccolo sotto la base delle colonne […]

    IV° Il detto […] Bonin […] di recarsi in persona in Adria al momento dello sbarco dei detti altari d’apprestare l’assistenza al trasporto in Chiesa senza che perciò la commissione s’intenda obbligato di […] nessuna spesa.

    V° Il trasporto dai magazzini all’officina e dall’officina alla barca che verrà a prenderli starà a carico dell’esecutore

    VI° La commissione per tutti gli accennati lavori da eseguirsi gli accorda la somma di […] tremila duecento £ 3200 [… l’accordo […] in somma di £ 3308. Oggi si sono aggiunti altri lavori fra cui il gradino inserito tra base e base della colonna sugli altari […] portano maggior spesa e lavoro. Il Bonin Bosio accettando questo prezzo [riceverà] il pagamento in 4 parti uguali da £. 800 l’una, da soddisfarsi la prima alla firma del presente contratto, la seconda alla diretta del lavoro, la terza al compimento dell’opera e l’ultima al momento della partenza d’Adria del Bonin dopo d’aver consegnato gli altari cioè venti giorni dopo.

    In tutto per £. 3100

    Seguono le firme di Bosio e del committente Francesco [ZACCOTTO]?

    Estratto della Corrispondenza della Fabbriceria adriese con lo scalpellino Bosio Venezia, 28 agosto 1861

    Pregiatissimo Sig. Dott. Costa

    Un riscontro alla pregiatissima sua del 25 corrente […] sulla speranza che Ella vorrà contribuire affinché le onorevoli Crocifissione e Fabbriceria saranno per affidarmi altri lavori di cotesta Cattedrale ho condisceso di ridurre la somma di £ 550 da me richieste per la esecuzione delle nuove opere […] alla perfetta riduzione delli tre altari dalla Commissione e Fabbriceria acquistati a sole £ 450. Per la qual cosa ho oggi rilasciata analoga dichiarazione all’Egregio Sig. Francesco Zaccotto? Il quale la vorrà tenere […]

    Siccome […] giunto alla metà del lavoro complessivo dell’opera ho pregato il benedetto Signore il quale […] viene a visitare i lavori e […] di scrivere a chi spetta per la spedizione della somma convenuta per la seconda volta.

    Seguono le firme di Bonin e dei committenti.

  • La bonificazione Bentivoglio

    La bonificazione Bentivoglio

    Il Polesine, con i suoi fiumi e canali, è sempre stato un territorio interessato da interventi di bonifica. Uno dei piani più significativi è stato ideato nei primi anni del ‘600 dal nobile Enzo Bentivoglio su un ampio territorio dell’alto Polesine. Con ricadute interessanti dal punto di vista delle terre bonificate, ma anche con grossi problemi sul piano finanziario che, iniziati fin dall’avvio dell’intervento di bonifica, sono poi sfociati nel “Condominio Bentivoglio” (anno 1774), protraendosi nei secoli successivi fino allo scioglimento avvenuto nel 1989.

    Il sodalizio fondiario denominato Condominio Bentivoglio, nei due secoli di esistenza ha visto avvicendarsi sui suoi 1522 ettari di terre novali (cioè di nuova bonifica), moltissime famiglie di coloni, fittavoli, braccianti, bovai, amministratori, sorveglianti, ecc. Ha avuto perciò un impatto socioeconomico importante nella storia dell’Alto Polesine, in particolare per i comuni di Castelnovo Bariano, Castelmassa, Ceneselli, Trecenta e Fiesso (frazione di Ospedaletto), dov’erano ubicate la gran parte delle proprietà. Tuttavia, si conosce poco delle complesse vicende che hanno portato alla sua costituzione e ancor meno di quelle che hanno determinato il suo scioglimento, sebbene quest’ultimo sia avvenuto in anni recenti. Si cercherà di descriverle entrambe, pur nella sintesi che una rivista a carattere divulgativo come il Ventaglio richiede.

    Il Monte Bentivoglio

    Tutto incomincia nel 1610, quando il marchese Enzo Bentivoglio dà inizio alla bonifica delle valli comprese tra l’Argine dell’Arella e l’Argine del Sabato, suddivise dall’Argine della Sposa in Bonificazione di Sopra (o di Zelo) e Bonificazione di Sotto (o di Stienta), all’epoca territorio dello Stato Pontificio denominato Transpadana Ferrarese.

    Per finanziare i lavori egli ottiene denaro a prestito dal Monte Sisto di Roma, al tasso annuo del 6% in più erogazioni, l’ultima delle quali nel 1625, per un ammontare complessivo di 348000 Scudi romani, che corrispondono a circa 35 milioni di Euro di solo capitale, cui vanno sommati gli interessi.

    Tipica istituzione finanziaria dello Stato della Chiesa, il Monte era una specie di fondo comune finalizzato a finanziare un’opera (nel caso del Sisto edifici e monumenti di Roma), mediante la vendita di obbligazioni, dette luoghi Monte, ciascuna del valore di 100 Scudi romani; gli acquirenti, detti montisti, in cambio ottenevano un interesse annuo prefissato (tra il 4% e il 10%) e la garanzia del capitale con l’ipoteca sull’opera finanziata.

    Il tutto avveniva con l’approvazione della Camera Apostolica, il massimo organo finanziario dello Stato Pontificio, per cui, in caso di lite, il foro competente non era il tribunale ordinario, ma quello ecclesiastico, cioè la Sacra Rota di Roma. I luoghi di Monte potevano essere trasmissibili agli eredi o negoziabili (detti “non vacabili”), per cui nel corso degli anni poteva variare più volte la loro titolarità.

    Il marchese Enzo Bentivoglio contava di poter saldare il debito coi montisti mediante la vendita di parte delle terre bonificate, operazione che era riuscita con profitto a suo padre Cornelio nella bonifica delle valli del Crostolo e dell’Enza nel feudo di Gualtieri. Ma qui i fiumi avevano ben altra portata e pericolosità, per cui alcune disastrose alluvioni del Tartaro e del Castagnaro avvenute a bonifica appena conclusa, avevano costretto il marchese Enzo a rifare le opere e a ripetere le spese.

    Il risultato fu che a distanza di 25 anni egli aveva potuto tacitare a malapena gli interessi, mentre l’enorme debito in capitale rimaneva insoluto. Si rivolse perciò direttamente a papa Urbano VIII, chiedendo condizioni meno onerose e questi cercherà di aiutarlo, finanziando il debito con un nuovo monte, specifico per la bonifica Bentivoglio, che da essa prenderà il nome di Monte Bentivoglio (1639).

    Gli interessi erano stati ridotti al 4,5% ma i montisti pretesero la garanzia ipotecaria sulle terre bonificate e la rinuncia da parte del marchese Enzo al fidecommesso di famiglia, la clausola “salvanobili” che avrebbe permesso ai suoi eredi di conservare i beni del casato senza saldare i creditori.

    Ma anche questa condizione un poco più vantaggiosa, si rivelerà ininfluente sulla solvibilità di Casa Bentivoglio, ormai incapace di restituire il prestito. I montisti pazientarono ancora qualche tempo, proponendo un pagamento rateale, ma anche questi tentativi di concordato risultarono vani, per cui furono costretti a rivolgersi al Tribunale Ecclesiastico chiedendo di divenire proprietari dell’opera finanziata.

    Si trattava di una richiesta legittima, prevista dalle clausole contrattuali e invece sarà l’inizio di un processo che si trascinerà per oltre un secolo. I Bentivoglio infatti, grazie ai cardinali del loro casato Guido e Cornelio, potevano contare su molte amicizie presso la Curia Romana per cui, anche se privati formalmente della proprietà, fu consentito loro di mantenerne il possesso in “salviano” una specie di amministrazione fiduciaria, motivata dalla loro grande esperienza come bonificatori.

    Tuttavia, l’azione dei montisti per ottenere la piena proprietà continuava anche su altri fronti giudiziari, col solo risultato che le spese legali divennero insostenibili per entrambe le parti. Questo le indusse a negoziare una pace onorevole: al marchese Carlo Guido Bentivoglio, pronipote di Enzo, sarebbero rimasti la tenuta di Giacciano e lo storico palazzo di Ferrara, mentre i creditori montisti divenivano liberi e pieni proprietari delle terre bonificate rimaste invendute, con le sovrastanti strutture edilizie (aprile 1766).

    Formazione del Condominio Bentivoglio

    A quel punto, ai montisti si poneva il problema di come gestire il patrimonio fondiario, ma non avendo esperienza agronomica, né bonificatoria, inoltre, risiedendo molto lontano (in gran parte a Roma e dintorni), fu presa la decisione di venderlo in blocco per ripartirne il ricavato sulla base dei luoghi di monte posseduti.

    Fattane la stima di mercato, il valore dei beni fu stabilito in 600 mila Scudi romani e nel gennaio 1774 s’indisse l’asta per la vendita all’incanto. Ma l’importo di base era notevole, fuori dalle possibilità anche dei più danarosi acquirenti veneziani, per cui la gara andò deserta. Per forza di cose, i montisti furono costretti a trasformare la natura del Monte Bentivoglio da sodalizio finanziario a sodalizio fondiario e i luoghi di Monte da titoli di credito a quote di terreno: nasceva in tal modo il Condominio Bentivoglio, il cui scopo sociale era la conduzione in comune del patrimonio terriero ex Bentivoglio e la ripartizione degli utili ai soci ex montisti in proporzione alle quote possedute.

    L’atto costitutivo venne rogato in Ferrara dal notaio Pietro Maria Mecenate il 16 luglio 1774. La sede legale veniva stabilita in Roma, via Brofferio (poco distante dal Vaticano), quella amministrativa a Castelmassa, in Piazza Maggiore (attuale Piazza della Libertà), nell’edificio denominato Casa dei Montisti, una modesta struttura seicentesca, già sede direttiva della Bonificazione di Sopra, che nel 1858 sarà ampliata e trasformata nell’insigne edificio impropriamente denominato Palazzo Bentivoglio.

    Il consiglio di amministrazione del Condominio era formato da un presidente e da sei consiglieri, tutti eletti dall’assemblea dei soci e la durata delle cariche era di 3 anni, rinnovabile alla scadenza. Esso si avvaleva dell’opera di un segretario nella sede di Roma e di un amministratore delegato residente nel palazzo di Castelmassa.

    La richiesta di scioglimento

    Dopo due secoli di fruttuosa gestione, uno dei principali sodali, il Pio Istituto di Santo Spirito e Ospedali Riuniti di Roma, nel settembre 1962 inoltrava al Tribunale di Rovigo istanza per la divisione giudiziale dei beni e la loro assegnazione ai condomini in proporzione alle quote possedute, in pratica, il definitivo scioglimento del Condominio Bentivoglio. Aveva per questo eletto domicilio legale presso lo studio dell’avv. Giannantonio Altieri, in via Celio a Rovigo.

    Al momento della richiesta era presidente del Condominio il duca Rodolfo Varano e i beni erano suddivisi in 3.085 quote, intestate a 146 condomini (enti religiosi, privati cittadini, confraternite, ecc.), 24 dei quali da molti anni non davano più segno di vita (per estinzione o emigrazione).

    Il Pio Istituto di Santo Spirito era titolare di 156 quote, pari a circa Ha 78 di superficie indivisa. Cosa lo spinse a chiedere lo scioglimento dello storico sodalizio? Fra le motivazioni addotte nell’istanza giudiziaria, una in particolare risulta determinante: “L’attuale struttura del plurisecolare Condominio Bentivoglio non è la più idonea per uniformare la gestione alle nuove esigenze … in quanto che molti condomini che vivono col solo reddito delle loro quote non intendono autorizzare i miglioramenti agrari e fondiari (cioè strade, condutture, impianti elettrici, nuove stalle, ecc.), pur necessari per aumentare la produttività ed evitare che i coltivatori abbandonino le terre condominiali …”. L’adeguamento alle nuove norme igienico-sanitarie imponeva, infatti, ai proprietari d’immobili di dotare le abitazioni rurali di servizi igienici, di allacciamento alla rete idrica potabile, di impianti elettrici a norma e le stalle di concimaie con vasche di contenimento, insomma, una serie di interventi straordinari che avrebbero non solo azzerato gli utili del Condominio, ma provocato anche un disavanzo di bilancio che i sodali non erano disposti (o impossibilitati), a ripianare col proprio denaro.

    Di fronte a questa situazione il Pio Istituto di Santo Spirito prese la grave decisione che era meglio per tutti concludere l’esperienza condominiale. Che sarebbe potuta avvenire anche in via amichevole, cioè extragiudiziaria, se fosse stato possibile ottenere il consenso di tutti i partecipanti al sodalizio, come prevede il Codice Civile (art. 1108) per i casi di alienazione o di costituzione di diritti reali sugli immobili in comune. Ma l’unanimità dei consensi era impossibile, data l’irreperibilità di 24 titolari di quote e la posizione contraria espressa dall’Università degli Studi La Sapienza di Roma, divenuta proprietaria di ben 309 quote, grazie alle donazioni di donna Beatrice Cenci Bolognetti e di donna Eleonora Lorillard Spencer Cenci.

    Per questi motivi il Pio Istituto di Santo Spirito fu costretto ad agire per via giudiziaria, chiedendo al Tribunale di Rovigo “che a ciascun comproprietario venga assegnata in reale e libera disponibilità … quella parte di terreni e fabbricati che gli spetta in proporzione alle quote di cui è titolare e condanni al pagamento delle spese ed onorari di giudizio quanti alla richiesta divisione dovessero comunque opporsi”.

    L’iter processuale

    La prima udienza per la comparizione delle parti fu fissata all’anno successivo (ottobre 1963) e subito evidenziò un primo ostacolo procedurale: la mancata notifica dell’atto di citazione a molti titolari di quote. Come fare se non erano reperibili? Il problema venne risolto dal presidente del Tribunale di Rovigo nel dicembre 1964 mediante l’applicazione dell’art. 150 c.p.c. che prevede la notifica degli atti giudiziari anche per pubblici proclami, cioè mediante la loro pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana e sugli annunci giudiziari dei giornali ove si presume risiedano gli irreperibili. Alla scadenza dei termini, tra irreperibili e indisponibili a costituirsi in giudizio, risultarono contumaci ben 129 possessori di quote, il che semplificherà di molto le parti in causa.

    La tappa successiva fu la nomina dei consulenti tecnici per la redazione del progetto divisionale; l’incarico venne affidato nel 1965 ai geometri Turchetti e Nadalini, professionisti di riconosciuta capacità, ma totalmente estranei alla complessa situazione patrimoniale del Condominio. Trascorrono ben 6 anni senza che i due periti riescano a produrre alcunché di accettabile da parte del Tribunale, per cui il Giudice istruttore nel maggio 1971 nominava un terzo consulente nella persona del geometra Oscar Franchi, amministratore del Condominio presso la sede di Castelmassa. Egli era l’unico che conosceva a mente l’ubicazione dei fondi, la loro consistenza e valore di mercato, nonché la situazione giuridica dei fittavoli insediati. Un anno dopo Turchetti e Nadalini, riconosciuta la propria incompetenza sul caso, rinunciavano spontaneamente all’incarico, per cui rimaneva consulente tecnico del Tribunale il solo geometra Franchi, che si assumeva l’incarico di sbrogliare l’intricata matassa condominiale.

    Intanto erano già trascorsi dieci anni dalla domanda di scioglimento, durante i quali il Condominio, era stato costretto ad eseguire le migliorie di legge sui fabbricati in proprietà, accumulando un disavanzo di oltre 650 milioni di Lire, che si rendeva necessario ripianare con urgenza, per evitare che gli interessi passivi peggiorassero la situazione. A questo punto anche l’Università degli Studi di Roma non si oppose più alla divisione e l’assemblea dei condomini deliberò all’unanimità di chiedere al tribunale di Rovigo di autorizzare la vendita di alcuni fondi condominiali, sia per estinguere le passività di bilancio, che per soddisfare con denaro i diritti dei piccoli quotisti, per i quali non era conveniente l’assegnazione di micro-parcelle fondiarie. La proposta venne accolta e il Tribunale incaricava il consulente tecnico/amministratore del Condominio Oscar Franchi, d’individuare i fondi da porre in vendita e di formarne la perizia estimativa.

    Egli propose la cessione dei poderi denominati Mazzucca, Carpana, Baldrà e Conca Bassa, tutti in comune di Fiesso Umbertiano, in quanto in parte liberi da fittavoli, in parte affittati con contratti a breve scadenza.

    Mentre erano in corso le autorizzazioni a questa vendita, avveniva un vero e proprio colpo di scena: il Pio Istituto di Santo Spirito e Ospedali Riuniti di Roma, attore della causa di scioglimento, veniva a sua volta sciolto dalla legge istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale (legge n. 833 del 23 dic. 1978). I crediti del cessato (come persona giuridica) ente, in attesa di essere assegnati alle Unità Sanitarie Locali, venivano provvisoriamente attribuiti ai comuni dove si trovavano i beni condominiali, che subentravano in giudizio in sua vece col patrocinio dello studio legale Monaldi di Ferrara.

    Superato anche questo intoppo, fu possibile espletare la vendita di cui sopra, che per i poderi Baldrà e Conca Bassa venne fatta con asta del 20 settembre 1979, fruttando il ricavato di 495 milioni di Lire, superiore di 40 milioni al prezzo base. La vendita dei rimanenti due poderi avvenne qualche anno dopo e con il ricavato di entrambe si poté ripianare l’intero debito e accantonare una riserva in titoli di Stato, nell’attesa di liquidare i “piccoli quotisti”.

    Nel frattempo, il geometra Franchi aveva lavorato alacremente alla stesura del progetto divisionale, un voluminoso fascicolo di svariate centinaia di pagine, che depositerà in Tribunale nel novembre 1980 per essere sottoposto alle osservazioni delle parti. Che non mossero rilievo alcuno – merito alla competenza del perito – per cui, trascorsi i termini per i ricorsi, venne approvato tal quale dal Giudice Istruttore.

    Il Franchi aveva stimato in 32 miliardi di Lire il valore totale dei beni condominiali, che ripartiti per le 3085 quote, davano un valore di circa 10 milioni e mezzo per quota. Aveva poi suddiviso gli immobili in 46 lotti di valore proporzionale alle quote possedute, da assegnarsi alle 49 ditte di “grandi quotisti” (tre delle quali avevano chiesto e ottenuto un’assegnazione congiunta). Le 97 ditte di “piccoli quotisti” titolari di 297 quote (pari al 9,6% del totale), saranno tacitate con la riserva di contante ottenuta dalla predetta vendita.

    Era tutto finito? Non ancora, perché il Giudice chiese al consulente Franchi di provare la titolarità delle quote; e solo dopo questo accertamento autorizzava la registrazione dei tipi di frazionamento e le volturazioni catastali (novembre 1988).

    L’anno seguente il Giudice, constatato l’esatto compimento di tutte le operazioni tecniche, decretava la trascrizione dei beni nei registri di pubblicità immobiliare a nome dei nuovi proprietari, inoltre l’estinzione della causa e con essa la fine del Condominio Bentivoglio (giugno 1989).

    A quel punto gli ex condomini divenivano a tutti gli effetti proprietari dei beni del disciolto ente, ma lo saranno per poco, perché quasi tutti preferiranno disfarsi di questa proprietà lontana, cedendola al prezzo di stima (risalente a 10 anni prima), a una società di speculatori fondiari attraverso la quale transiterà a coltivatori del luogo a prezzi aggiornati, lucrandone la differenza.

    In quanto ai 78 ettari che sarebbero spettati al Pio Istituto promotore della causa, saranno invece assegnati all’Usl 18 di Rovigo (fondo Dosso Ramina in Ceneselli), che li metterà in vendita nel 2007 (saranno acquistati dallo scrivente) e sarà l’ultimo atto di una vicenda iniziata quattro secoli prima con la meritoria, ma sfortunata, impresa dei marchesi Bentivoglio.

  • Il tesoro di Papozze

    Il tesoro di Papozze

    Le tre preziose pale d’altare del ‘500-’600 (olio su tela) che ornano la chiesa parrocchiale di Papozze, dedicata ai santi Bartolomeo Apostolo e Carlo Borromeo, sono uno dei tesori nascosti di un territorio lungo il Po. Territorio che, specialmente in quello “delle Papozze” come parte estrema nord-est del ducato di Ferrara, ha vissuto una storia lunga e gloriosa di traffici e scambi culturali fra Ferrara e Venezia (anche con qualche contrasto – vedi vicende Taglio di Porto Viro 1600-1604) come area di passaggio nei secoli delle grandi vie per Venezia e Roma.

    Le tre opere d’arte, rientrate nella loro sede naturale dopo un lungo restauro a cura della Soprintendenza di Verona, sono autentici capolavori:

    • “L’Assunta, San Bartolomeo, San Pietro e San Giovanni Battista”, pala attribuita a Bonifacio De’ Pitati (caposcuola con Tiziano del manierismo veneto del ‘500) e alla sua bottega, risalente al 1540 circa;

    • “La Madonna del rosario e San Domenico” pala del 1595 circa dipinta dallo Scarsellino (importante pittore ferrarese allievo del Veronese);

    • “San Filippo e Giacomo minore”, opera del 1625 circa, attribuita a Carlo Bononi (importante pittore ferrarese della prima metà del ‘600).

    Le tre pale hanno dimensioni importanti. Quella attribuita a Bonifacio de’ Pitati – detto Bonifacio Veronese (Verona, 1487 – Venezia, 1553)- e bottega, con “l’Assunta, San Bartolomeo, San Pietro e San Giovanni Battista” misura centimetri 310×200; la “Madonna del Rosario” dello Scarsellino, nome del pittore Ippolito Scarsella (Ferrara, 1550 o 1551 – ivi, 1620), misura centimetri 245×165 ed è contornata da 15 predelle di eccezionale bellezza, che costituiscono i “quindici misteri del rosario”. Infine, il “San Filippo e San Giacomo minore” attribuito a Carlo Bononi, (noto anche come Bonone, Ferrara, 1569 – ivi, 1632) misura centimetri 240×180. Opere ora note agli studiosi d’arte e che meritano di essere ammirate dai visitatori che si muovono lungo il Po e nel Delta alla ricerca di tesori nascosti e valori ambientali.

    Opere di grande pregio, fine testimonianza di una cultura ferrarese-veneziana storicamente consolidata nel territorio di Papozze. A lungo assenti dalla parrocchiale del paese per consentire il restauro, le tre pale sono tornate in sede tre anni fa e restituite alla devozione dei fedeli nonché alla visitazione turistica.

    A prodigarsi per il restauro delle tre pale d’altare è stato il professor Silvano Dalpasso di Papozze, urbanista-territorialista e studioso d’arte, che ha seguito gli interventi di restauro e poi, per il ritorno delle opere, insieme a Olindo Temporin presidente del comitato parrocchiale costituitosi a suo tempo per il ritorno delle stesse. «È stato un percorso lungo e accidentato – commenta Silvano Dalpasso -, ma finalmente, tre anni fa, la comunità ha riavuto le tre preziose testimonianze del suo passato storico-artistico. Queste opere d’arte possono sembrare un tesoro “minore” rispetto al patrimonio artistico di altri centri noti a livello internazionale come Ferrara o Venezia e di ben altro richiamo turistico, ma sono una testimonianza importante della cultura storica di questo territorio, citata anche in tesi di laurea.»

    “Possono sembrare “poco” – osserva ancora Dal Passo – ma con i due grandi teleri settecenteschi (metri 2,80×3,00) ai lati dell’altare maggiore, bisognosi di restauro e ancora oggetto di studi con importanti scoperte (uno, “La cena in Emmaus” di sicura scuola bassanesca, e l’altro con la rappresentazione – di discreta fattura – di un disegno di Raffaello “Ultima cena” andato perduto), sono il nostro piccolo patrimonio anche artistico e ne siamo orgogliosi. Non pretendiamo di competere con i grandi circuiti del turismo, ma senz’altro di valorizzare quello che abbiamo. Essendo poi Papozze, inserito nel Parco regionale veneto del Delta del Po, recentemente assurto a importanza internazionale per la sua biodiversità nell’ambito della “questione ambientale”, queste opere possono ben diventare una tappa importante di diversi itinerari del turismo d’arte e dare anche un particolare contributo allo sviluppo socio-economico di questo territorio”.

    Le tre grandi pale d’altare erano state prelevate nel 1999 dalla Soprintendenza per il restauro, ma, una volta ultimate le operazioni, non erano tornate subito nella loro collocazione originaria a Papozze, bensì trasferite presso la Curia vescovile di Rovigo dove erano rimaste in attesa di dotare di un adeguato sistema di sicurezza la chiesa parrocchiale. Per sostenere la spesa relativa si era quindi costituito un attivo comitato parrocchiale con l’obiettivo di raccogliere i fondi necessari alla realizzazione dell’impianto di allarme, considerato indispensabile per tutelare il prezioso patrimonio. Un’impresa che ha riunito molte forze ed è stata coronata dal successo.

    “Va sottolineato – aggiunge Dalpasso – il grande pregio di queste opere che sono la testimonianza di una cultura ferrarese/veneziana storicamente consolidata nel territorio di Papozze annesso al Veneto (Adria) solo nel 1797. Basti pensare che la chiesa attuale, costruita e terminata nel 1848 sul luogo della precedente cinquecentesca demolita (della quale rimane solo il bel campanile), è stata ideata dal famoso architetto veneziano Giovanni Battista Meduna, lo stesso progettista del ricostruito teatro la Fenice di Venezia, mentre il cinquecentesco campanile, monumento nazionale, presenta una caratteristica cuspide a “pan di zucchero” tipica dell’architettura religiosa ferrarese del ‘500”.

    Il comitato ha potuto contare, oltre che sul restauro svolto dalla Soprintendenza, anche sull’Accademia dei Concordi di Rovigo (dottor Antonio Romagnolo) per il prezioso contributo storico culturale, e sui tanti che si sono prodigati per finanziare e realizzare l’impianto di protezione delle opere ora visitabili in tutto il loro splendore nella chiesa di Papozze.

    “Queste opere d’arte – aggiunge Dalpasso – hanno un’importanza straordinaria anche e soprattutto per il loro carattere di testimonianza culturale e ambientale. Qualificano il territorio del Parco del Delta del Po, che non va considerato solo un ecosistema da tutelare, ma possono diventare una tappa di percorsi didattici con attività mirate per le scuole e gli studenti universitari qualora si realizzasse il progetto, auspicabile, di un corso di laurea per la tutela paesaggistica e la valorizzazione della biodiversità”.

    “Papose… Amarcord”

    Proprio con l’obiettivo di valorizzare la storia locale si è costituita di recente a Papozze anche un’associazione culturale che vuole recuperare le testimonianze del passato di un territorio fortemente influenzato dalla vicinanza con il fiume Po. “Papose… Amarcord”, questo è il nome, ha proprio l’obiettivo di coinvolgere più persone possibili per diffondere e valorizzare la cultura storico-ambientale del paese. In particolare, del suo centro storico in golena, demolito dopo l’alluvione del 1951, del quale, oltre alle memorie di chi ha ormai parecchie primavere, rimangono solo poche e sbiadite immagini.

    Soci fondatori sono il promotore Silvano Dalpasso, nella sua veste di urbanista e storico dell’arte, Antonio Dimer Manzolli, dirigente scolastico, storico e presidente dell’Accademia del tartufo (oltre che fotografo del Po), Olindo Temporin, bancario, già presidente della Pro Loco. «L’associazione “Papose… amarcord” – illustra ancora Dalpasso, presidente del provvisorio consiglio – è una realtà culturale, non profit e apolitica. In collaborazione con l’Amministrazione comunale, l’Accademia del tartufo e la scuola, vogliamo divulgare la conoscenza del nostro territorio collocato nel Delta del Po, dell’evoluzione socio-politica della fascia fra Ferrara e Venezia, del patrimonio storico, architettonico, artistico e ambientale».

    Non manca un’attenzione particolare alle caratteristiche linguistiche e alle tradizioni gastronomiche come il tartufo e la “bondiola”; il tutto inserito in un più ampio progetto di “Museo diffuso”. Una prospettiva anche turistica già proposta a livello interregionale dallo stesso Dalpasso attraverso l’associazione “Manifesto per il Po”. Fulcro del progetto è il Parco del Delta, un’area dichiarata dall’Unesco Patrimonio dell’umanità. Fruitori primi delle iniziative i residenti, gli emigrati che sentono ancora vitali le proprie radici, i giovani. «Restiamo in attesa di una sede adeguata – riprende Dalpasso – potendo contare, come promesso dall’Amministrazione comunale, sugli spazi pubblici che saranno disponibili in seguito alla ristrutturazione dell’ex scuola media. Spazi necessari per le attività e per l’esposizione di documenti, lavori e conferenze che abbiamo in animo di promuovere».

  • Melara e il turismo slow

    Melara e il turismo slow

    Culla d’arte e storia coi suoi scavi, ma anche punto di partenza ideale per meravigliose crociere fluviali verso Mantova e verso il Delta. Adagiata lungo le sponde del Po, Melara rappresenta la porta d’accesso al Polesine per chi arriva da ovest ma si candida anche a destinazione turistica in virtù delle tante bellezze da offrire al visitatore che qui può trovare natura incontaminata, grande ospitalità e prelibatezze culinarie come ad esempio la famosa zucca, base di tanti piatti a partire dai celebri tortelli.

    Tutt’altro che trascurabile è poi l’aspetto culturale, ad iniziare dall’Archeologia che attualmente ha trovato motivo di indagine in saggi di scavo attuati sotto la chiesa di Santo Stefano, dove sono stati rinvenuti manufatti del IV secolo d. C.

    Ed è sempre il grande fiume la presenza importante nella vita di questo territorio e della sua gente. La suggestione del grande corso d’acqua lega i vari aspetti culturali ed ambientali che trovano la loro sintesi ideale in un unico filo conduttore, quello del viaggio: viaggio nel tempo, in virtù del passato che sta venendo man mano alla luce e che riporta ai fasti dell’età tardo imperiale romana, ma anche viaggio “lento”, nel segno di quel turismo slow che si sta imponendo via via come tendenza di massa e non più solo come una nicchia.

    Percorsi ciclabili da abbinare alla navigazione verso la capitale dei Gonzaga, patrimonio Unesco, o verso la foce: la Sinistra Po è ormai una realtà su cui anche Assonautica Acque Interne Veneto ed Emilia ha deciso di scommettere promuovendo una serie di itinerari sperimentati nel corso dell’estate appena trascorsa e che vedranno la loro operatività e ulteriore ampliamento dalla prossima primavera.

    La cornice è quella del progetto “Navighiamo il museo diffuso dell’acqua”, che vede la collaborazione di Fiab Rovigo e CPSSAE, con la regia della Provincia di Rovigo e il sostegno della Camera di Commercio di Venezia-Rovigo. Obiettivo: promuovere le bellezze artistiche, culturali ed enogastronomiche in chiave bike and boat.

    In questo contesto Melara è uno dei punti di forza, grazie anche all’interesse dell’amministrazione che ha deciso di opporsi in modo deciso al declino e alla desertificazione che rischia di colpire tanti piccoli borghi: da terra di emigranti e di esportazione (su tutto giostre e fuochi artificiali) a terra vocata ad una visitazione “dolce”, nella consapevolezza che lo sviluppo del turismo – unica o quasi tra le pochissime attività non delocalizzabili – può rappresentare la ricetta ideale per la ripresa post pandemia.

    Corte Spinata: una giornata all’insegna della storia con minicrociera lungo il Po

    Corte Spinata ha fatto da scenario ad un evento organizzato domenica 12 settembre 2021 da Comune e Pro Loco con il patrocinio di Provincia di Rovigo, la collaborazione di Assonautica Acque Interne Veneto-Emilia e CPSSAE con il sostegno di Camera di Commercio Venezia-Rovigo.

    Appuntamento mattutino con accoglienza dei partecipanti, saluto delle autorità e apertura degli stand dove sono stati esposti prodotti tipici: molto apprezzato dai partecipanti il trenino che per tutto il giorno ha condotto in gruppi a brevi visite guidate alla scoperta dei recenti scavi archeologici illustrati dall’archeologo Jacopo Leati (vedasi articolo Melara e le tracce di storia antica in questo stesso numero del Ventaglio).

    In corte nel frattempo è stato presentato il libro “La senescenza come processo fisiologico” di Stefano Biasioli e Renzo Schiavon, con introduzione di Denise Signorelli, direttore sanitario Ulss 9 Scaligera (lavori presieduti da Gino Montagnini).

    Hanno poi preso la parola il professor Raffaele Peretto di CPSSAE e Alba Rosito, presidente di Assonautica Acque Interne Veneto ed Emilia parlando di “Melara e dintorni: passato e futuro, archeologia e paesaggi tra Po e Tartaro”. Nell’occasione è stato presentato l’”Asse di Tiberio”, recente conio di un’antica moneta dell’epoca romana, che è stata distribuita ai partecipanti e utilizzata straordinariamente durante la giornata per la ristorazione.

    Chiusura degli interventi con “Turismo sostenibile ‘fluviestre’: un patrimonio di natura e cultura da scoprire lungo le vie d’acqua lombardo-venete”, con relatore Gabriele Negrini, funzionario della Provincia di Mantova, cui la Regione Lombardia ha delegato la competenza sulla navigazione in acque interne nel territorio di competenza.

    Dopo il pranzo a base di tortelli, risotto, prosciutto e melone con intrattenimento musicale a cura di Off-Line Pop Rock Band, navigazione con rotta su Mantova.

    Sono state toccate l’isola Boschina, le chiuse di Governolo e, dopo l’ingresso nel fiume Mincio con passaggio lungo l’omonimo parco naturale, la “Vallazza”, zona umida creata dal fiume stesso, area di grande interesse naturalistico e peculiare per la flora e la fauna arrivando quindi alla città dei Gonzaga e patria di Virgilio (nato ad Andes, a pochi chilometri di distanza).

    Un itinerario fluviale suggestivo, che ha ispirato alla nostra collaboratrice Nuccia Venuto una poesia, a coronamento di una giornata davvero memorabile:

    Su vie dolci d’acqua

    Gioca il sole col Grande Fiume a comparire e disperdere cristalli di luce a socchiudere occhi e nascere sorrisi a dipingere ombre furtive tra sponde boscose a sciogliersi in intrecci d’alghe e pesci frettolosi. Scorre il suo tempo il Po, principe maestoso, in affiorare d’emozioni ariose in questo navigare che voce gentile e colta va a raccontare.

    Ciao Melara, ciao lieta giornata, amici ritrovati tra donne grembiulate a offrire cibo e bevute. Ciao al caro Raffaele, col suo antico bastone di misura, sotto un albero a raccontarci passato, proficuo commerciare, il mito di Fetonte, il Po, il pianto dalle Eliadi, ora pioppeti arginali, che di lacrime d’ambra hanno impreziosito l’importante via. Silenzio è necessario, per intuire cosa sussurra la brezza mentre s’insinua tra i brividi del Fiume. Silenzio. Per cogliere scorci di leggende che sfuggono alla riservatezza dei pioppeti, ai salici prostrati. Sfilacci d’epopee impigliate in arbusti sommersi che da una sponda all’altra del Po, in note d’acqua intrecciano sempre riflessi di vissuti tra trame e orditi.

    Ciao Grande Fiume, anche a te un saluto. Attende il Mincio tra dislivello d’acqua che c’innalza come un lento ascensore, per accoglierci in nuovo, più intimo, avvolgente navigare.

    Tremola, in acque chete, un imbrunire di fuoco tra segreti rifugi di cigni, tra sbocci di ninfee, danze d’aironi, tra voli che s’innalzano improvvisi in frullii festosi, a salutare lo scemar del sole. È buio. Galleggia trasparenza d’ansia infantile. Lentamente navighiamo il mistero che unisce terra, acque e cielo. Nessuno osa fiatare…

    Poi luci improvvise e finalmente Mantova c’appare. Si profila il castello con le sue 4 torri angolari tra scintillio di stelle che ninna il lago e incanta bocche e cuore. Emerge la città, romantica e gentile, nel suo bell’abito serale. Ciao Mantova, anche a te un saluto. In vie dolci d’acqua naviga ancora il cuore, muto.

    Nuccia Venuto

  • Robert Doisneau al Roverella

    Robert Doisneau al Roverella

    “Mi piacciono le persone per le loro debolezze e difetti. Mi trovo bene con la gente comune. Parliamo. Iniziamo a parlare del tempo e a poco a poco arriviamo alle cose importanti. Quando le fotografo non è come se fossi lì ad esaminarle con una lente di ingrandimento, come un osservatore freddo e scientifico. È una cosa molto fraterna, ed è bellissimo far luce su quelle persone che non sono mai sotto i riflettori.” (Robert Doisneau)

    La Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo quest’anno porta a Palazzo Roverella una mostra fotografica. Per molti anni, nella consueta esposizione autunno-inverno abbiamo apprezzato i cromatismi di audaci artisti nazionali e internazionali, ora siamo felicemente introdotti nel binomio bianco-nero del mezzo fotografico, dentro l’obbiettivo di Robert Doisneau.

    Il periodo storico che stiamo vivendo – contrassegnato dal covid 19 – ha lasciato un segno indelebile nel nostro modo di vedere e affrontare la vita, addomesticando alla lentezza.

    Ritrovare un’umanità condivisa è l’augurio che scaturisce da questa bellissima rassegna con l’esortazione a riscoprire la bellezza e la felicità nelle piccole cose, come fece il grande fotografo francese. Dopo i dolori e le privazioni siamo invitati a ritrovare la nostra normalità e la nostra gioia nella condivisione e nella dolcezza, perchè la vita deve essere vissuta nonostante tutto. Poesia e felicità sono infatti i tratti distintivi di questo talento che intercetta la sua fonte di ispirazione nel quotidiano, nella difficoltà dell’esistenza, come nella gioia e nella leggerezza.

    Sublimare la semplicità sembra essere il credo quando afferma: “Le meraviglie della vita quotidiana sono così eccitanti; nessun regista può ricreare l’inaspettato che trovi per strada”. In mostra una Parigi inedita, uno sguardo curioso e attento che ritrae la spensieratezza dei giochi di strada o le attività di quartiere, i bistrot, i club di jazz, gli interni domestici e i ritratti degli amanti stretti in un bacio che passerà alla storia.

    L’approccio di Doisneau è preciso, a tratti divertito, ma si rivela sincero e morale quando racconta la Parigi nascosta nelle sue nudità, dagli anni ‘30, agli anni del conflitto e oltre. Quando finalmente divenne fotografo indipendente, arriva la guerra e l’Occupazione, ma nonostante le difficoltà il fermento della Liberazione sarà il pretesto per fotografare una nuova Parigi. Vi è un mondo da ricostruire, una povertà osservata con rispetto a condividere tutta l’attenzione che merita un disagio: un occhio attento all’umiltà tra gli angoli di una metropoli scomposta, fatta di grandi boulvard e strade di quartiere a raccontare quel tutto che definisce una città.

    Padre della fotografia umanista e del fotogiornalismo di strada, assieme a Henri Cartier-Bresson, Doisneau manifesta attenzione a tutte le dinamiche dell’esistenza e, laddove coglie privazione o bisogno, arriva il suo scatto ad immortalare l’esistente come un occhio attento e premuroso.

    La sfida è nel principio dell’attenzione che può essere consumata tanto in un ritratto di posa quanto in uno sguardo di povertà. Raccogliere i piccoli segni espressivi vale il viaggio dentro di loro, particolarmente quando i solchi appaiono scavati dalla fatica. Dignità e silenzio, e uno scatto che ferma nel tempo queste immagini quasi a promettere un destino migliore.

    Dove inizia un punto di vista e dove arriva una previsione? Doisneau offre una lettura empatica oltre al piacere visivo dei suoi capolavori. E proprio quest’attrazione emotiva crea quel fenomeno di simultaneità in cui l’osservatore ha un atteggiamento partecipante al sensibile realismo. Solo la grande abilità del talento francese è riuscita a condividere le emozioni in contesti ordinari, sostituendo la retorica alla meraviglia: nella metro, in una strada parigina, in una classe di bambini.

    La strada

    Un’abilità, quella della fotografia di strada che matura col tempo, superando l’iniziale “timidezza” dell’avvicinarsi con la macchina fotografica ai soggetti, e che lo porta dapprima a fotografare “dal manto stradale”.

    La strada per Doisneau è fonte di grandissimo insegnamento in quanto rigetta il rigore delle vere isituzioni e regala magnificenza e caos a chi la sa comprendere e rappresentare; tutto è privo di ordine, è imprevisto quindi è attrazione! Un padre di famiglia con carrozzina, bambini, gonne borghesi svolazzanti e il mercato della carne coi suoi “innocenti”. Ai bordi di un marciapiedi come sul lungo Senna si alternano lavoratori, musicisti, gente comune. Sul Pont des Arts uno scatto sapiente: un artista dipinge la sua modella nuda e un passante si ferma incuriosito, la scena si svolge di spalle solo il suo fox terrier ci guarda ed entra nel mito.

    I bambini

    I bambini rappresentano la vita, la rinascita, e la macchina fotografica li inquadra dall’alto attraverso il campo lungo. L’atteggiamento di Doisneau è saldamente partecipe e tratti paterno. I tagli fotografici che dimezzano il manto stradale e i canali di scolo creano luoghi ideali dove inscenare tutti quei giochi che solleticano le nostre memorie d’infanzia, la conta, la lotta, il cow boy, i pattini a rotelle.

    Nello scatto “Les Frères” del 1934 viene messa in scena una ludica performance in cui la sintesi compositiva e il gioco degli equilibri risulta magistrale nei tre elementi: i “fratelli di strada” contrapposti ai due fratelli borghesi nello sfondo lontani nella partecipazione emotiva e nell’abbigliamento e la donna che si allontana noncurante della gioia che si consuma in quel fazzoletto di strada. I bambini sono anche quelli curiosi, distratti tra i banchi di scuola, mentre eseguono i compiti o si toccano un dentino.

    Il lavoro

    “Sono sempre riconoscente alle officine Renault dove per cinque anni ho faticato come un mulo. – disse -. Là tra le scintille di polvere di magnesio, ho imparato a conoscere il mondo di coloro che si svegliano presto.”

    Tra gli scatti più emozionanti vi sono quelli che testimoniano la vicinanza di Doisneau al mondo del lavoro; nella fotografia dell’Officina Bobin del 1945 tutto avviene sotto un’aura spirituale. Ben oltre la mera descrizione l’autore ha raccolto sensazioni e difficoltà per restituirle a noi cercando il più puro dei linguaggi espressivi.

    Parigi e la sua periferia

    È un’altra sezione della mostra che racconta di ampi spazi, arditi punti di vista, storie di vita e accampamenti umili e inattesi sul molo dell’Arsenale, difficoltà della condizione umana trattata con dignitosa osservanza. Ma la Periferia è anche lavori all’aperto, bambini che giocano, cinema e felici incontri di una domenica mattina del 1945.

    Gli interni riflettono una dimensione più intima, ma tra locali e portinerie le possibilità espressive sono molteplici. Doisneau riprende uno degli aspetti della Parigi più tipica, i bistrot con le sue fisarmoniche, i brindisi e i volti come quello dell’affascinante Anita.

    La felicità

    Negli scatti esposti a Palazzo Roverella trova posto una sezione particolarmente efficace che manifesta il personale senso della felicità del fotografo, un sentimento che racconta il suo appagamento nel vivere in un mondo semplice governato dalla gentilezza. Scatti di sguardi tra innamorati, balli e, ovviamente, i baci come Le Baiser de l’Hotel del Ville, Paris, 1950, foto che, ironia della sorte, ebbe il suo momento di gloria solamente trent’anni dopo e che da allora è il simbolo della Parigi romantica e bohémienne. L’amore ha l’obbligo di contemplare anche i cortei matrimoniali fotografati per replicare una ritualità solenne tanto nelle pose quanto nella fuga degli sposi al chiaro di luna.

    Nei ritratti, e in generale in molta produzione firmata, si coglie un sentimento divertito della rappresentazione che sembra avere particolare efficacia quando l’interlocutore è un artista come nel caso di Picasso. Balli e sguardi d’amore hanno la stessa dignità di scene domestiche in cui ogni singolo oggetto d’arredamento racconta la sua identità come i soggetti rappresentati nella loro intimità quotidiana.

    La Poesia di Doisneau è innata, tuttavia è amplificata dal fascino della Ville Lumière. La cifra di Doisneau è l’eredità che ci lascia, il suo senso innato per la gentilezza e per quel modo sensibile e giusto di vedere la vita che racconta un mondo migliore… un mondo che ha tutte le premesse per essere riproposto.

    La Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo è molto attenta alla valorizzazione del territorio e dell’Arte in tutte le sue forme, ma con questo impegno espositivo dimostra di essere particolarmente sensibile all’educazione di un’utenza sempre più diversificata. La mostra, curata da Gabriel Bauret, è realizzata con la partecipazione istituzionale del Comune di Rovigo e dell’Accademia dei Concordi.

    Oltre 130 opere Robert Doisneau fino al 30 gennaio 2022 a Palazzo Roberella, Rovigo.

  • A Rovigo il rugby è arte

    A Rovigo il rugby è arte

    Nell’ambito delle manifestazioni culturali dell’Ottobre Rodigino, promosse dall’Assessorato alla cultura, è stata inaugurata venerdì 22 ottobre, nei locali della Pescheria Nuova, una mostra intitolata “A Rovigo il rugby è arte” a cura del Circolo Polesano degli Amici dell’Arte presieduto da Maurizio Noce. Alla presenza delle autorità e della cittadinanza, il presidente ha spiegato che, insieme al direttivo, ha inteso dare risalto alle peculiarità di tale sport, considerato a guisa di arte per l’esaltante gioco di squadra e per il grande consenso che continua ad ottenere dai lontani anni trenta del secolo scorso, sino alla recente conquista dello scudetto nel 2020-21.

    Nella mostra sono stati esposti alcuni rari cimeli, come una foto di squadra che rappresenta una delle prime formazioni rodigine e altre immagini risalenti agli anni sessanta-settanta e tanto altro ancora. Erano presenti, per restare in tema, originali lavori artistici creati dagli studenti di scuole rodigine, aderenti al progetto presentato da “MondOvale” per la scuola, con il sostegno della Fondazione Banca del Monte di Rovigo, presieduta da Giorgio Lazzarini.

    Attraverso opere multimediali, pannelli artistici su multimateriali e altre opere d’arte, che colpiscono per l’inventiva e la ricerca di un cromatismo simbolico, gli studenti hanno celebrato uno dei più grandi rugbysti italiani, Mario (Maci) Battaglini.

    I visitatori hanno potuto di seguito ammirare l’esposizione di una mostra di disegno “Artisti in erba”, ideata per sensibilizzare all’arte pittorica i bambini e i ragazzi delle scuole primarie e secondarie di primo grado della città. La premiazione delle opere più originali è stata decretata da una giuria di esperti: Denis Raccanelli, Carla Fiocco, Cristian Bergantin.

    Accanto ai disegni dei giovani artisti sono state esposte opere di soci e amici del circolo: Maurizio Noce, Fabrizio Artoni, Cristina Sartorello, Emanuela Schiavo, Mariarosa Gregnanin, Carla Fiocco, Carlo Campi. Il vero e proprio tour fotografico e pittorico, ha coniugato nei locali della Pescheria momenti d’arte con interventi di studiosi del territorio, a guisa di “evento nell’evento”.

    Giovanni Boniolo, docente universitario e presidente dell’Accademia de Concordi, ha presentato il saggio “Molti – discorso sulle identità plurime” in cui affronta il tema dell’identità e della difficoltà di relazione tra gli individui. Il professore ha spiegato che “la letteratura è ricca di personaggi che, partendo dal racconto della propria vita, narrano le proprie scelte ed esperienze, ma anche i propri limiti e fallimenti. È attraverso questi racconti che ogni lettore ricostruisce, da un lato, l’identità dei protagonisti e, dall’altro, mette a fuoco la propria”.

    Sinceri apprezzamenti ha poi ottenuto il reading teatrale “Il libro animato” presentato dalla compagnia arquatese “Proposta teatro collettivo” diretta da Giorgio Libanori per ricordare l’alluvione del 1951 a settant’anni dalla catastrofe. Lo spettacolo, tratto da un testo dello studioso arquatese Vittorio Vicentini, racconta i drammatici eventi immediatamente precedenti e successivi alla rotta del Po, con letture e recitazioni a più voci dell’opera dell’autore, accompagnate dalle immagini di Arquà alluvionata e con la sottolineatura di un’emozionante colonna sonora.

    A raccontare il rapporto della città con il rugby sono intervenuti, sempre nel corso di uno dei pomeriggi della mostra in Pescheria, Ivan Malfatto giornalista del Gazzettino e profondo conoscitore della palla ovale e Roberto “Willy” Roversi vecchia gloria rosso blu, giornalista, ex dirigente della Femi Cz Rovigo. Dopo gli straordinari successi ottenuti di recente nello sport più amato dai Polesani, il meeting, che ha dato il titolo alla mostra, non ha costituito una mera celebrazione di partite, ma un’occasione per capire e far capire la sua unicità in queste terre.

    I due esperti hanno raccontato la nascita di questo sport a partire dal lontano 1935, quando lo studente universitario rodigino Davide Lanzoni portò in città il primo pallone ovale, per dare vita a quello che sarebbe divenuto un esaltante gioco di squadra, che ha continuato a mantenere negli anni un grande consenso, sino alla recente conquista dello scudetto. Tale sport, hanno spiegato Malfatto e Roversi, si può definire uno stile di vita in quanto in alcune fasi del gioco come il combattimento e l’avanzamento, si possono identificare strategie di vita che la gente polesana conosce molto bene, essendo stata spesso costretta a combattere per avanzare. Così i polesani si identificano nel gioco di squadra trovando in esso l’occasione per un riscatto.

    I rugbysti polesani hanno portato nel gioco il loro quotidiano, dove tutto doveva essere conquistato con fatica e sacrificio. Per alcuni giovani, che non possedevano particolari titoli di studio, ha costituito un ascensore sociale, permettendo loro di divenire famosi personaggi della città, ottenendo un avanzamento sociale che altrimenti non avrebbero mai raggiunto. Il mondo ovale si rivela inaspettatamente come una forma d’arte, consacrando Rovigo la sua città, “una città in mischia”.

    Durante l’ultimo giorno di esposizione, Marco Munaro, docente, scrittore e fondatore de “Il ponte del sale” – Associazione per la poesia, ha presentato una pubblicazione intitolata “Poesie” che contiene tutti i versi scritti in polesano di Eugenio Ferdinando Palmieri. Lo scrittore di origini vicentine, vissuto a Rovigo negli anni dell’adolescenza, raggiunse un vertice lirico nella poesia veneta e costituì uno dei contributi più significativi in quella del primo Novecento.

    Munaro ha presentato questo grande artista attraverso numerose testimonianze raccolte nel corso degli anni, proponendo il ritratto più vivido che su di lui sia mai stato scritto. Da letture fatte in Pescheria da due esperti e versatili interpreti del vernacolo polesano, quali Gianni Sparapan e Maurizio Noce, è emersa tutta quanta l’inclinazione per la letteratura dialettale insita nella produzione letteraria di Palmieri.

  • Canti alle foci del Po

    Canti alle foci del Po

    “I canti della tradizione storica popolare Polesana alle foci del Po” è il titolo dello spettacolo presentato lo scorso settembre dagli alunni dell’Istituto Comprensivo di Porto Tolle, presso il giardino dell’Istituto Scolastico stesso a conclusione del progetto didattico realizzato nel corso dell’ anno scolastico 2020-2021.

    L’iniziativa si è inserita all’interno di una progettualità che, attraverso più attività, ha coinvolto diverse classi dell’Istituto, resa possibile grazie al sostegno della Fondazione Banca del Monte di Rovigo tramite il Bando Aperto Scuola, strumento che la Fondazione promuove annualmente e mette a disposizione delle scuole di ogni ordine e grado della provincia di Rovigo. Il progetto è risultato pienamente pertinente con il Bando il cui scopo, tra gli altri, è quello di incentivare e valorizzare la ricerca storica: in questo caso relativamente alla tradizione popolare, sia come metodo di indagine sia quale attività di recupero di memoria in relazione al territorio di appartenenza. Valore aggiunto di questo progetto è che, nel corso della sua realizzazione, favorisce coesione e socialità nonché identità e motivo di riflessione sull’attualità.

    Il progetto “I canti della tradizione storica popolare Polesana alle foci del Po” è stato una delle attività didattiche avvalorate e condivise dalla Dirigente Scolastica Silvana Rinaldi. Obiettivo portare in scena la realtà del territorio bassopolesano ed i canti che rappresentano il Delta del Po, attraverso le vicissitudini del passato come alluvioni, mancanza di lavoro, povertà, emigrazioni e la ricerca di una serenità faticosamente assaporata, ma anche il desiderio di gioire per le cose più semplici.

    L’idea chiave del progetto è infatti legata alla consapevolezza della particolarità del territorio che si trova al limite orientale di una striscia di terra, compresa tra due grandi fiumi, il Po e l’Adige (quasi a ricordare l’antica Mesopotamia, tra Tigri ed Eufrate), zona non solo di alluvioni, nebbie e zanzare, ma di una terra che cerca il riscatto e che oggi ospita il Parco del Delta del Po ed una comunità di persone attive e ottimiste verso le opportunità del futuro.

    I brani presentati, tutti di ispirazione popolare, narrano del vissuto reale. Così ad esempio il brano “Polesine” tratta del destino comune a molti polesani che hanno abbandonato la propria terra d’origine, in assenza di opportunità lavorative e a causa di un territorio reso pericoloso da subsidenza e continue alluvioni. Il canto racconta di una persona che ha viaggiato e ha conosciuto il mondo, ma nonostante l’aver visitato luoghi diversi e probabilmente più interessanti, non è riuscita a soffocare il desiderio di tornare nella propria terra, amata e odiata allo stesso tempo.

    Altro esempio di canto popolare è “Vongole”, che per molti aspetti, per chi vive nelle zone del Delta rappresentano, “l’oro dell’Adriatico”; ma se oggi la produzione si è elevata a livelli competitivi di tutto rispetto, vi sono stati tempi nei quali così non era: il brano narra infatti di pescatori che si spingono probabilmente al di fuori delle regole consentite, sfuggono al guardiapesca e sono pronti a scontrarsi con chi eventualmente reclama il pescato. Anche se si tratta di un brano musicale, in esso si nasconde la cruda verità degli scontri consumati per la raccolta del prezioso pescato, nelle notti scure, fredde e nebbiose delle “sacche”.

    Ed, ancora, “La vecia”, rappresenta il saluto alla Befana che con il suo arrivo chiude tutte le feste del periodo natalizio. Questo momento dell’anno è particolarmente sentito dalle genti del Delta ed, in particolare, l’evento con il quale si brucia letteralmente la “vecchia”: esso assume il significato di liberazione per tutto ciò che si è precedentemente sofferto mentre viene bruciato simbolicamente l’anno appena trascorso.

    A sostenere e a condurre gli alunni dell’Istituto Comprensivo di Porto Tolle, in particolare delle classi della Scuola Secondaria di Scardovari e del plesso della Scuola Primaria di Donzella, sono stati gli insegnanti del corso ad indirizzo musicale Luca Paganini, Nunzio Brigante, Alessandro Tessarin e le insegnanti della Scuola Primaria Arianna Bovolenta, Gianna Mantovani, Elisa Canella. Il supporto tecnico a cura del prof. Jerry Ercolini, che si è occupato delle riprese video, mentre il supporto musicale è del prof. Antonio Pozzato, relatore del progetto, che ha curato la revisione delle parti musicali e la direzione generale della rappresentazione.

  • Tra Carbonari, Mazzini e Garibaldi

    Tra Carbonari, Mazzini e Garibaldi

    Sempre più stretta l’attività portata avanti da vari soggetti istituzionali, pubblici e privati, del territorio polesano, nella valorizzazione delle numerose e rilevanti memorie risorgimentali diffuse tra Adige e Po, ed, in particolare, delle biografie di alcuni tra i più importanti personaggi che contribuirono a scrivere il processo d’indipendenza del nostro Paese.

    Tra queste attività, particolare rilievo assumono gli scambi culturali con altre realtà del Veneto, al fine di costruire una rete della memoria e dei valori risorgimentali utile anche come punto di riferimento per la complessa realtà socio – culturale dei nostri giorni.

    Con questo spirito, la sezione di Padova e Rovigo “G. Vitali Ascoli Norsa” dell’Associazione Mazziniana Italiana ha organizzato una due giorni in terra polesana, alla scoperta da un lato delle figure di Alberto (1825 – 1883) e Jessie White Mario (1932 – 1906), strettamente legate alle vicende politiche, militari ed umane di Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi, e dall’altro delle origini del movimento carbonaro, primo “vagito” della ribellione contro il dominio asburgico.

    L’iniziativa ha preso avvio sabato 2 ottobre a Lendinara con un tour nei luoghi della vita di Alberto e Jessie White Mario e nelle memorie dei principali esponenti della famiglia Marchiori, nucleo che ha segnato la storia contemporanea dell’”Atene del Polesine”.

    Ad attendere la delegazione dell’Associazione, guidata dalla presidente prof.ssa Aurora Albina Scala, già Dirigente Scolastico del Liceo Classico “T. Livio” di Padova, dal segretario dott. Silvio Cianfrone e da un cospicuo numero di soci, tra cui il prof. Gilberto Muraro, attuale presidente della Fondazione Ca.Ri.Pa.Ro. e già rettore dell’Università degli Studi di Padova, sono stati il presidente dell’Associazione “Amici di Garibaldi” prof. Marco Chinaglia, il direttore della Biblioteca Comunale “G. Baccari” e del Museo del Risorgimento Polesano dott. Nicola Gasparetto, l’assessore alla Cultura Francesca Zeggio ed il dott. Fabio Ortolan, presidente della sezione polesana dell’Associazione Nazionale Cacciatori delle Alpi.

    Ad iniziare l’intenso pomeriggio, sotto un bel sole di fine estate, la visita al Giardino di Ca’ Dolfin Marchiori, dove si sono alternate varie voci nel racconto, tra cui quella della prof.ssa Alessandra Possamai, nota storica dell’arte padovana e docente del Liceo Classico “T. Livio”, che ha messo in evidenza i profondi legami tra la struttura del giardino romantico lendinarese e del pensiero del suo ideatore, Domenico Marchiori, con famiglie, aneddoti e testimonianze artistiche del territorio padovano e veneto.

    Dopo una sosta davanti alle lapidi a ricordo della locale Società Operaia e al balcone di Ca’ Dolfin, luogo del celebre discorso di Garibaldi del 25 febbraio 1867, la comitiva si è quindi recata al Museo del Risorgimento, dove si è soffermata sulla ricca documentazione e le tante testimonianze che raccontano la passione e l’impegno di Alberto Mario e Jessie White, nonché sulla loro eredità raccolta da Adolfo Rossi, celebre giornalista e diplomatico lendinarese del quale è appena ricorso il centenario dalla morte.

    Alla sosta presso il rinnovato Caffè Grande 51B, è seguita una visita esterna alla casa natale e a quella di residenza di Alberto Mario. Il gruppo ha quindi proseguito per un sopralluogo alle case operaie di via del Santuario e alla piazzetta Alberto Mario, dove c’è il monumento, opera di Ettore Ferrari.

    La visita si è chiusa quindi al cimitero monumentale, con un omaggio floreale alle tombe di Alberto e Jessie, suggellato dal dono, da parte dell’Associazione “Amici di Garibaldi”, di una preziosa stampa tardo ottocentesca raffigurante Giuseppe Mazzini.

    Domenica 17 ottobre, spazio alle ricchezze storico – artistiche della Città di Fratta Polesine, a ridosso delle Giornate della Carboneria, quest’anno eccezionalmente anticipate di un mese.

    Guidata dal presidente del Comitato Provinciale di Rovigo dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano dott. Luigi Contegiacomo e nuovamente dalla prof.ssa Alessandra Possamai, la delegazione si è soffermata sugli aspetti storici, architettonici, pittorici di villa Badoer, capolavoro di Andrea Palladio, Patrimonio Mondiale UNESCO, prima di concentrare la propria attenzione sull’attigua villa Grimani Molin Avezzù, dimora del generale Jean Baptiste D’Arnaud e della moglie Cecilia Monti, “padrini” della “vendita” carbonara di Fratta Polesine, scoperta dalle autorità austriache nel 1818, con la successiva condanna dei principali carbonari alle carceri dure dello Spielberg e di Lubiana.

    Il gruppo ha quindi chiuso la manifestazione con un momento conviviale, in cui si sono riaffermati i valori alla base dell’interessante iniziativa, oltre che i rapporti tra le realtà culturali delle due province.

  • Nulla da dire?

    Nulla da dire?

    Si arricchisce di un nuovo successo il palmarès cinematografico di Anita Gallimberti, la cineasta adriese che, assieme all’associazione culturale Batticuore, è sbarcata alla 78esima Mostra del Cinema di Venezia per presentare il suo cortometraggio “Nulla da dire?”.

    Alla proiezione, nella splendida cornice dell’Hotel Excelsior, nello spazio riservato alla Regione Veneto, erano presenti, oltre agli attori Enea Marangoni, Roberto Pinato, Silvia Mesin, Alessandra Beltramini, Fabrizio Barbieri, Lucio Baretta, Alice Cavazzini, Sauro Passarella, Claudio Zanforlin, Pierluigi Mosca, Michele Magagnato, Venerino Bardella, Antonella Biasco, Chiara Fantinati, Letizia Ferro, Flavio Pezzolato, anche lo psichiatra Luciano Finotti nel ruolo di se stesso, Fabio Sacchetto e Marco Fornaro della MF Creative Studio, Romana Stocco in rappresentanza del Comune di Villanova Marchesana, Franco Bisco, presidente del Consiglio Comunale di Adria, la dottoressa Maddalena Martucci e Giampiero Pupa, rispettivamente direttrice del Dipartimento salute mentale Ulss 5 Polesana e presidente del Rotary Club Porto Viro, enti che hanno dato il patrocinio.

    Anita, ideatrice sceneggiatrice e regista, che nelle precedenti sue produzioni ha spaziato con perizia da temi di attualità a quelli ambientali e sociali riguardanti il suo amato Polesine, in questo nuovo lavoro ha rivolto il focus sul delicato e attuale tema (Covid docet!) delle malattie mentali. Un’opera impegnativa, con storie tristi di malati mentali rinchiusi nei manicomi “che sono non luoghi – come ha detto la dottoressa Martucci – perché lì la vita era sospesa e gli internati erano alienati”.

    Le scene, di indiscutibile chiarezza, crude e di forte impatto emotivo, interpretate da attori che si sono perfettamente calati nei drammatici ruoli, hanno sortito lo stesso effetto di un pugno nello stomaco. Che ha fatto male, molto male, ha scosso le coscienze, ma soprattutto ha fatto riflettere sulla triste condizione dei malati di mente. Un lavoro, dunque, di grande capacità di espressione e di comunicazione, che all’assessore regionale Cristiano Corazzari ha fatto dire: “Complimenti Anita! È un piacere dovuto e doveroso averti qui perché hai sempre avuto la capacità di trasmettere messaggi e realizzare lavori di grande significato. Nell’opera oggi presentata hai dimostrato coraggio e impegno nell’affrontare la dolorosa tematica. Siamo orgogliosi di aver ospitato te e i tuoi collaboratori e questo sottende il sostegno a iniziative che viaggiano in questa direzione e l’impegno a ritrovarci l’anno prossimo”.

    A seguire, alcuni significativi interventi. “Occorre superare lo stigma per le malattie mentali, i pregiudizi che si accompagnano a coloro che ne sono colpiti e la loro emarginazione – queste le parole dello psichiatra Finotti. La malattia mentale non è una vergogna e non ha bisogno di essere giudicata”. “Quanto alla proiezione – ha aggiunto – sono rimasto molto impressionato per quei momenti onirici che danno valore al cortometraggio”.

    “Sono stata molto colpita ed emozionata dalla scena della contenzione con la camicia di forza, pur lavorando da anni nel campo della salute mentale – ha raccontato la dottoressa Martucci. Con la legge Basaglia e la conseguente chiusura dei manicomi, si sono fatti parecchi passi avanti. È importante ricordarli, riconoscerli e per questo ben vengano iniziative come quella di Anita”.

    Franco Bisco, presidente del Consiglio Comunale di Adria, dopo i saluti personali e dell’amministrazione, ha voluto ringraziare Anita “perché è prevista la realizzazione ad Adria di un centro per la salute mentale denominato Corte Guazzo, e questo cortometraggio casca a puntino mostrando situazioni gravi ma che, come dice il dottor Finotti, si possono guarire”.

    Infine Giampiero Pupa ha ricordato la collaborazione nata un anno fa con Anita e il progetto del cortometraggio rivelatosi interessante fin da subito, mentre Romana Stocco ha parlato delle scene girate in una casa protetta a Canalnovo. Al termine, mentre ancora scorrevano i titoli di coda e piovevano gli applausi, Anita ha voluto fare un doppio brindisi collettivo: per la felice accoglienza del cortometraggio e per il suo compleanno, svelato solo all’ultimo momento per quella forma di riservatezza che da sempre la contraddistingue.

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