Per secoli, l’arte figurativa ha avuto la funzione principale di raccontare storie ad un pubblico che non era in grado di leggere, ma che quelle storie conosceva perché appartenenti alla tradizione orale condivisa. Così in una pala d’altare riusciva a riconoscervi la parabola del Vangelo o il santo rappresentato con il suo martirio. Di fronte ad un bacio scolpito nel marmo riusciva a sentire la dolcezza della favola d’amore tra Amore e Psiche.
Senza che ce ne accorgessimo, però, quelle stesse opere d’arte si sono chiuse nel silenzio delle pieghe della loro algida bellezza, trasformate in preziosi scrigni di tanti segreti. Al loro cospetto restiamo ancora ammirati per la grazia delle linee, per la forza dei colori, ma nulla ci è dato delle tante storie di cui ciascuna opera è portatrice.
L’arte figurativa tace. Tacciono molte pale d’altare dentro le nostre chiese, molti dipinti nelle pinacoteche, tacciono i monumenti nel centro delle nostre piazze, i fregi dei palazzi. Quel ponte emotivo che lega da sempre gli uomini alle storie, di cui l’arte è espressione, sembra essere crollato o almeno lo è tra i non addetti al settore.
Per John Berger, giornalista, artista, critico d’arte, intellettuale solitario, ricostruire quel ponte si può: a colpi di narrazione. “La narrazione dell’arte – scriveva – fuori dalle maglie dell’Accademia è la via principale per coinvolgere, affascinare, persino insegnare. Bisogna che lo sguardo e il racconto siano edificati nell’esperienza e nel piacere perché possano arrivare a toccare la mente”.
È con questo spirito che mi sono accostata alla Contadina di Virgilio Milani, di cui una copia in bronzo per diverso tempo è stata esposta a Palazzo Roncale nel cuore di Rovigo, poi spostata senza che nessuno o quasi se ne accorgesse. E sempre con lo stesso spirito ho chiesto in prestito al poeta Gigi Fossati alcuni dei suoi versi più belli tratti da “Polesine”. La mia speranza è di restituire alla Contadina la sua potente ed evocativa voce.
L’alba attende il giorno in un cielo gonfio di grigio. Di un grigio impalpabile e umido che avvolge e rende uguale tutto, nella bassa campagna polesana.
Il gallo intona il suo canto squillante. Anche la Contadina mormora la sua canzone: “Tera e aqua, aqua e tera/ da putini che da grandi/ Siora aqua ai so comandi…” e toglie dal fuoco della stufa un pezzo di pane impastato di notte che le basterà a mezzogiorno.
È una giornata d’autunno, non importa la data, non c’è vacanza alla ripetizione.
Il profumo dolciastro delle barbabietole, quello pungente del fieno tagliato e della terra spezzata dall’aratro, si mescola all’odore dell’acqua stagnante. Quella c’è sempre. C’è nei lunghi filari delle risaie. C’è lungo gli sterrati, c’è in prossimità dei fossi e dei canali, c’è nella golena lussureggiante dei due giganti d’Italia, il Po e l’Adige, che racchiudono questo pezzo di Paese.
Quando intorno è asciutto, perché il sole caldo si è preso tutto, anche le lacrime e fino all’ultima goccia di sudore, l’odore dell’acqua stagnante resta negli sguardi della gente che la forza dirompente dei fiumi, con le sue rotte e le alluvioni, la conosce davvero.
La Contadina lo sa. Conosce così bene la disperazione che segue ad ogni rotta o alluvione, che mentre gli uomini rafforzavano gli argini, lei rafforzava il suo animo.
“Tera e aqua! Tera nuda/ Gnente piante, gnente ombrìa/ Sta fadiga mai finìa/ la comanda che se suda”.
Ruvida e dello stesso colore della terra è la sua pelle, bruciata dal sole e dal vento. Il fazzoletto stretto sotto il mento esclude ogni vezzo, ogni capriccio di femmina. Sotto gli abiti umili, rigati come i fogli di un quaderno su cui stanno impressi i segni di una memoria senza grandezza, è un corpo abituato alla fatica.
Le braccia, come le mani, sono forti. Sempre al lavoro, altrimenti conserte al petto, dove la Contadina trattiene tutto ciò che possiede.
Le gambe robuste ed energiche, anche quando sono a riposo, hanno imparato a stare con dignità dritte dove il destino le ha volute. Non tremano, non scricchiolano, non cedono, si piegano solo per pregare. Vibrano sotto il peso di quella nenia sempre uguale di “Tera e aqua, aqua e tera!”.
Non ho avuto mai grandi rapporti con il Polesine, almeno nella mia infanzia e adolescenza, in cui l’unica notizia certa erano le piene del Po che colpivano l’immaginario collettivo. Il Polesine era quindi il luogo del disastro, dell’esondazione subita dalla popolazione e della conseguente solidarietà che univa il Paese nello spedire aiuti alle persone sfollate. Ricordo mia madre che, come tanti altri, preparava coperte, indumenti da inviare in quei luoghi, offriva pure ospitalità a ragazzi in difficoltà che però preferivano spazi più vicini. Poi per gran parte della mia vita non ho avuto altri contatti sino a quando ho conosciuto mio moroso Massimo, poi divenuto mio marito, polesano doc nato ad Ariano ma vissuto anche a Ficarolo.
E così Ficarolo è entrato in me nella sua reale dimensione acquisendo quello spessore umano, sociale che gli attribuiva la mamma di mio marito, Elsa. Mi raccontava infatti della loro vita là negli anni ‘50, basata su rapporti d’amicizia con la maestra, il farmacista, il medico, gli altri notabili del paese. Il marito era allora direttore della Cassa di Risparmio, personaggio quindi di un certo rilievo a quei tempi, e con molti contatti con la gente del luogo. In particolare mia suocera esaltava il suo legame con mamma Ermoli con cui trascorreva lunghe ore condividendo problemi comuni tipici di famiglie numerose come le loro. E ricordava che erano entrambe sollecite a seguire i figli nei giochi pomeridiani, magari sedute sul prato o con l’occhio rivolto alla golena dove i ragazzi si rifugiavano a cercare refrigerio d’estate. Il fiume era motivo di comune apprensione soprattutto quando il livello dell’acqua, in fase di piena, saliva segnato anche dai fontanazzi nella piazza, ma rinsaldava fra loro un reciproco sentimento di solidarietà. Amicizie ben collaudate da vari eventi, resistenti quindi nel tempo perché nate da un medesimo vissuto che le rendeva autentiche.
Sensazione questa avvertita tempo fa quando, all’improvviso negli anni ‘80, mi è capitata in casa, con due nostri amici patavini, una coppia per ispirarsi alla scala della nostra dimora, opera di mio cognato Marco, architetto. Erano due polesani all’inizio sconosciuti, entusiasti della fattura architettonica, poi rivelatisi amici: con sorpresa Sergio riconosce dal colore degli occhi Massimo, gran giocatore di pallone con lui a Ficarolo sotto la guida di Paolo Toffanin, portiere e bel ragazzo ammirato dalle giovani del luogo.
Così nel salotto intorno alla scala si è rinverdito un rapporto amicale-fanciullo dilatato in giochi lungo il Po, nella golena, nella parrocchia, nel patronato, nelle feste paesane… E sempre con la presenza di quel Po, che ai loro occhi non rappresentava più la piena devastante ma il fiume gigante, ricordo appartenente al mitico mondo dell’infanzia, ora al paesaggio dell’anima, che ispira versi originali: Ma per te, agli occhi del cuore / è carezza di onde leggere / sui piedi fanciulli / in estiva calura: // gioco beato / rischio proibito / ignara la madre… (Fiume Gigante).
Questa amicizia, rinata intorno alla scala, si è ben rinsaldata nelle ore e nei giorni: i Framba, la sorella Silvana, noi, Paolo e Grazia, i Tieghi e altri eravamo ormai un’allegra compagnia che organizzava spessissimo pranzi in luoghi caratteristici anche in mezzo alla campagna polesana, bellissima, silenziosa nei suoi profondi silenzi che quasi ti parlavano. Punteggiata da paesi, dai nomi da favola, come Stellata, Gaiba, Salara, Castelmassa e anche Sermide, nello sfondo delle acque polesane. Indimenticabili i tortellacci di zucca, la salama, l’anatra ripiena, i pinzin, i dolci casarecci: tutto genuino, preparato per l’occasione.
E così, custode delle memorie di mamma Elsa e di Massimo, degli amici cultori della gastronomia, ho cominciato a penetrare nell’animo del Polesine, nei suoi aspetti paesaggistici e umani e a godere di questi momenti conviviali, caratterizzati dal piacere di ritrovarsi nel buon cibo: …Fra le mani ho ancora / profumo buono di pesce / fresco ricordo di ore / gradite con amici / tra le labbra ancora / due tre parole non dette.
Memorie di tempi, luoghi lontani in cui si ritornava volentieri per stare insieme sempre a tavola. Dopo i banchetti, alcuni anche in casa Framba, era tradizione la degustazione del nocino, di loro produzione, il riposo nel giardino all’ombra del glicine, oasi per fare filò. Si parlava con lievi voci misurate dei comuni problemi: i figli, i nipoti, i ricordi, la ricetta inverosimile per fare il nocino, la semina dell’orto. Così si trascorrevano ore serene del week end proiettato però agli incontri successivi in città per i concerti d’organo di Fabio, per le nostre presentazioni dei libri. E intanto lì si godeva del giardino ravvivato da arbusti di rose rosse, cornucopie di gerani pure rossi, bellezza ed armonia ricercata da Sergio e Graziella pure nel brolo costruito con geometrica perfezione per distinguere le diverse coltivazioni. In questo loro Eden nutrivano anche un’antica amicizia con i loro vicini.
Un momento davvero particolare però risale al 2000 in cui a Ficarolo accadde un evento davvero insolito: dopo cinquant’anni si ritrovano, ormai adulti, numerosi amici-bambini cresciuti insieme nel gioco del pallone e nelle magie-paure del Po. E questo grazie al mio primo libro di poesie “Dell’azzurro ed altro” e alla sinergia di tante persone unite nel fantastico progetto come Sergio, Graziella, i loro figli e in particolare l’amico Renato Mazzali.
Un avvenimento davvero raro di amicizia-poesia-musica e buoni sapori vissuto insieme con quella festosità nativa nella gente del Po, già riportato nelle belle pagine del Ventaglio. Un tempo lontano dal ritmo frenetico di vita abituale, ora tragicamente frantumato da veleni virali. Alla nuova luce polesana da me è riletto quale risposta di persone, provenienti da altre città, ad un appuntamento antico con il Po e le memorie di un tempo bambino, quale testimonianza del senso di appartenenza a quel bel vivere polesano, che ti porti dentro per sempre. Ed anche espressione di una coerenza tra il sentire e il fare resa in rispetto per l’amicizia e il luogo. Il tutto proprio di un’etica ormai desueta.
E pure nell’impegno artistico di Renato ho ritrovato tutto ciò, in particolare quell’amore per la Bellezza che ha segnato tutta la sua vita, ma che è anche la cifra di altri che hanno vissuto a Ficarolo, nutriti dalla ricchezza culturale del Polesine. Basta pensare alla stessa Ficarolo con la chiesa arcipretale di S. Antonino Martire con il campanile pendente, altre chiese minori, la storica villa Giglioli con il monumentale parco, segni del lungo percorso storico della cittadina che dovrebbe essere approfondito a parte. Il tutto si aggiunge alla già citata armonia paesaggistica lì vissuta intimamente dai nostri e trasformata in un particolare gusto estetico, una tensione al bello, un comportamento derivato proprio da un vivere immerso nell’innocenza del creato: in quei lunghi silenzi, in riva al fiume con i tramonti riflessi nell’acqua, in quelle campagne solari, nebbiose, fascinose sempre, musicate dalla memoria del Po. Elementi che inducono all’attenzione per l’ordine del creato e ad una vocazione meditativa.
E così ricordo i funerali di Sergio, caro amico di una vita, e pure sodale nel “Cenacolo di Poesia Insieme nell’Umano e nel Divino” di Praglia, che è salito nella luce di Dio accompagnato dalle note dell’organo, leggere, alle mani commosse di suo figlio Fabio, bravo organista ed altro, e dall’affetto, composto nel dolore, dei familiari e degli amici di una vita trascorsa a Ficarolo. Momento di bellezza, se un funerale può appartenere a questa categoria, quella bellezza che abitava in Sergio, anche al dire conciso e commosso del sacerdote, manifestata per la musica, il teatro, la natura, la genuina cucina, il legame per il suo luogo natale abbracciato all’argine del Po, aspetti riflessi nel suo stesso stile di vita così dignitoso.
E tutto questo mi riporta alla mente un recente pomeriggio di bellezza trascorso sul prato Framba dopo un caloroso convivio al Calesse, in piena campagna polesana. E Graziella era di quel prato la bella regina come figura mitica. Ne riporto il ricordo in questi versi scritti allora, 2 giugno 2018, che esprimono la Bellezza dell’insieme: Bellezza dell’insieme / il fiore-melograno / ruvida corolla intorno / a crespo morbido da sposa / pastello delicato / d’arancio coronato. // Bellezza dell’insieme / l’estivo giardino Framba / avvolgente presenze care / in coriaceo rapporto amicale / oltre il reale tempo / morbide in parole / giovani guizzi / in senili ricordi. // Ravviva di nuovo una foto / lettura di bellezza / dell’umano insieme / nell’arpeggio lucente di fronde / fra rosse macchie fiorite / splendenti nel verde intorno. // Ascolta il fiume gigante / dall’argine di sole / remote memorie polesane / raccolte dall’azzurro vento.
Questa bellezza poi si dirama in tanti altri paesi del Polesine: Badia con la sua piccola Fenice, l’Abbazia della Vangadizza, Fratta con la sua villa Badoer, Loreo chiamata la piccola Venezia e altre ville solitarie nella campagna. Le sue frange arrivano fino al mare in luoghi da me frequentati e quindi parte della mia vita come Rosapineta. Perché i luoghi sono un po’ i contenitori dei nostri sentimenti, dei nostri affetti, delle nostre relazioni; i luoghi diventano anche le persone che lì incontriamo e che si imprimono in noi una come specchio dell’altra: Ogni luogo ha luci / suoni segni colori altri // dilava lapilli / l’Etna / d’acqua frondosa il Delta. // Ogni luogo è specchio / di emozioni uguali diverse / come amori giovani // raccolti tutti / nelle aiuole del cuore / energie vitali rinate.
L’audacia poi di avvicinare le acque polesane al fuoco etneo, di cui anche il governo si è interessato a fine ‘800 con provvedimenti realizzati per entrambi, deriva proprio da un comune denominatore. Il fiume gigante è amato infatti come presenza che segna le stagioni, il fluire del tempo, il luogo del lavoro per i pescatori, l’osai per il riposo, ma nello stesso tempo crea anche turbamento, preoccupazione. Così l’Etna, la gran montagna sacra … l’arcano mistero trattiene / … Mito-presenza-sangue nelle fibre dell’uomo / mutata in parola-filò-condivisione / rispetto, e anche motivo di apprensione-presagio sempre speranza di lealtà. Tutti sentimenti comuni tradotti in una specie di complicità e solidarietà tra la gente, sia nei paesi polesani che nei luoghi etnei.
Un atto d’amore quindi per due estremi: da una parte il fuoco della Sicilia, dall’altra le acque, raggiunte come in un volo, perché noi siamo in continuo volo: siamo nomadi reali, virtuali alla ricerca della verità pure nell’esercizio poetico. In questo caso la verità di un paese che negli anni ‘50 ha gettato semi di valori che ancora stringono in una verde speranza la gente del fiume ad altri.
Un doveroso omaggio all’ultimo grave evento subito dal nostro territorio, nel settantesimo anniversario, è stato reso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo con l’allestimento di una importante esposizione al Roncale nel periodo autunno-inverno 2021-’22, curata dal giornalista Francesco Jori, acuto conoscitore della realtà veneta, in collaborazione con Sergio Campagnolo.
“Ricordare oggi quell’evento a 70 anni di distanza, è un dovere sociale – ha affermato il presidente della Fondazione, Gilberto Muraro – raro – non solo per ripercorrerne una cronaca che si è fatta storia, e capirne la genesi, ma anche per riflettere, nell’oggi, sull’eterna e disattesa urgenza di rispettare i fiumi e l’ambiente. Ed è anche occasione per capire, mentre i testimoni diretti dell’evento diventano sempre più rari, cosa di esso sia rimasto nel DNA personale e sociale dei polesani, di quelli che hanno continuato a vivere in Polesine e degli altri costretti a nascere e crescere altrove”. Basti ricordare che di quel massiccio esodo demografico, che ne conseguì, circa 80 mila persone non hanno fatto più ritorno (circa un quarto dell’intera popolazione della Provincia).
“Ma – ha aggiunto il presidente Muraro – questa mostra intende soprattutto focalizzare come quella tragedia si ripercuota oggi nel tessuto fisico, sociale ed economico del Polesine, trasformando la Grande Alluvione in una sorta di metafora del presente”. In effetti, essa può essere considerata a pieno titolo l’emblema della tenace forza e capacità di rinascita dei polesani, di certo più volte dimostrata nella loro storia, anche se mai come in quella tragica circostanza.
Da una parte, infatti, la rotta del 51 fu l’apice di una serie di catastrofiche esondazioni dei due grandi fiumi che attraversano la nostra “piccola Mesopotamia”, territorio a cui hanno dato nel contempo vita e talora anche morte. Essa tuttavia segnò l’avvio del riscatto di una terra funestata da un’endemica povertà e soffocata nell’oblio dell’indifferenza, al margine della storia italiana, con un lungo ma inesorabile processo – dalla ricostruzione alla modernizzazione – che le ha permesso di raggiungere il pareggio rispetto al Veneto e perfino di superare altri territori italiani, grazie a diversi risultati conseguiti: uno stato di sicurezza idrogeologica tale da non farsi più condizionare dalla natura; un livello di sviluppo economico con un PIL pro capite addirittura superiore alla media italiana (dal 2007); l’allineamento del rodigino alla modernità verso l’innovazione.
Tra le tante iniziative per le celebrazioni, sull’onda del ricordo dell’evento che mise in ginocchio circa due terzi del Polesine (dopo le numerose commemorazioni succedutesi puntuali allo scoccare dei decennali, che ne hanno indagato i vari aspetti sviscerandone anche i particolari meno noti) quella del Roncale si distingue per alcune peculiarità.
Per dirla con le stesse parole del suo curatore, “questa mostra si propone un obiettivo diverso, se si vuole più ambizioso: inserire l’evento del ‘51 in una cornice storica di ampia portata che ricostruisca la storia di questa terra e la sua straordinaria capacità di resilienza, fino ad approdare, da alcuni anni, ad una situazione di relativo benessere che la equipara alla media del Veneto, una delle regioni più avanzate d’Italia sia pure in tempi di crisi”. In effetti, alla base del progetto, vi è il proposito, a detta degli organizzatori, di offrire ai contemporanei una visione di larga prospettiva che, pur partendo dall’inevitabile rievocazione storica dell’evento, ne analizzi le conseguenze divenute nel tempo fondanti la realtà presente, senza la cui conoscenza la situazione polesana attuale risulterebbe incomprensibile insieme alle innovative direzioni che si prospettano per il prossimo futuro.
Un futuro che vedrà protagoniste le giovani generazioni, per le quali soprattutto “la tragedia dell’alluvione sta diventando ‘una delle storie dei tempi che furono’, un tema neutro, privo di coinvolgimento emotivo diretto, alla stregua del diluvio universale di biblica citazione”, spiegano i collaboratori nel volume edito per l’occasione che accompagna la mostra: Sergio Campagnolo, Alessandro Veronese, Alessia Vedova.
Pertanto, lungi dal proporsi come una tradizionale rievocazione storica, l’esposizione, avvalendosi del registro multimediale, mira a catturare l’attenzione anche della terza generazione dei sopravvissuti, che nella propria realtà familiare non hanno più alcun legame con quell’alluvione.
L’allestimento, su pannelli moderni sviluppantesi come l’ansa di un fiume, è caratterizzato dall’impiego di vari linguaggi multimediali: fotografie di varie dimensioni (dai 36 mm alle gigantografie), un plastico, videoproiezioni di filmati d’epoca e di interlocutori virtuali in dimensioni realistiche, che “parlano” ai visitatori e, perfino, un’acquacultura.
Questa originale commistione di passato e moderno è preannunciata nell’atrio al piano terra, dove troneggia al centro della sala un plastico del Polesine, che fornisce una visione eloquente della vastità del territorio allagato nel 1951 con i suoi fiumi e località, circondato da gigantografie alle pareti del nostro territorio di ieri in bianco e nero, invaso dalle acque, e di oggi con gli splendidi colori del Delta, mentre da un’altra parete arrivano le immagini di uno dei più esemplificativi filmati dell’agenzia Luce con il racconto dell’alluvione mediante il linguaggio mediatico di allora.
All’ultimo piano di palazzo Roncale si sviluppa la mostra, dove il visitatore viene accolto da una mega gigantografia destinata a divenire il simbolo della mostra: un fotoreporter elegantemente vestito, con le gambe immerse in una distesa d’acqua, a sottolineare il decisivo ruolo dei mezzi di comunicazione nel rendere la nostra tragedia il primo evento mediatico italiano che, dapprima, catapultò la pianura polesana, rivelandone le potenzialità, sotto gli occhi del Paese e del mondo; poi diede il via a quella gara di solidarietà nazionale ed internazionale, come non si era mai visto in passato, che portò aiuti agli alluvionati favorendo la ricostruzione della loro terra.
Un arco in fondo alla prima sala introduce il visitatore nell’esposizione vera e propria, accompagnandolo in un viaggio che, dopo l’immersione nel racconto cronologico degli eventi storici, avvalendosi di un linguaggio narrativo-visivo, in cui si alternano immagini e didascalie esplicative, giunge alla sala della contemporaneità, che presenta una vetrina del Polesine di oggi, ovvero di quella terra rigenerata. Qui sono messe in evidenza le attuali eccellenze del territorio polesano, che ha saputo reagire prontamente a quell’immane prova e riscattarsi con l’avvio, sulle rovine di un’attività umana devastata (si parla di 250-300 miliardi di lire di danni solo all’agricoltura, settore quasi esclusivo), di nuove opportunità economiche puntando proprio sulle risorse della terra e del mare, nonché sull’iniziativa e laboriosità dei suoi abitanti.
Dalla riqualificazione dell’agricoltura e del mercato ittico alla valorizzazione con una nuova sensibilità eco-ambientale delle bellezze turistiche, con la punta di diamante del Delta del Po, patrimonio della Biosfera; dall’imprenditoria, tra cui spicca il fenomeno delle giostre di Bergantino, al mondo della cultura e dell’istruzione, rappresentato dall’Accademia dei Concordi e dal Consorzio Universitario di Rovigo, che interloquisce con gli atenei di Padova e di Ferrara.
Infine, il percorso dal passato al presente si conclude, nell’ultima sala, con uno sguardo al futuro che per certi versi è già realtà: se la nuova sfida, per non restare indietro, è puntare sulle nuove tecnologie, ecco dunque la scommessa della cultura indoor idroponica/aeroponica (senza l’utilizzo di terra e con una modesta quantità di acqua), che apre a nuove frontiere di eco-sostenibilità e di abbattimento della fame nel mondo, rappresentata dall’allestimento di Arcadia-Arte srl, una vera e propria opera d’arte contemporanea, in cui cresceranno delle piantine di insalata di Lusia, che al termine della mostra potranno essere colte. Scelta non casuale, quella della coltivazione innovativa dell’insalata di Lusia IGP, connotata dall’archetipo del seme che germoglia, simbolo di rinascita, come da quella catastrofe rinacque la terra polesana più forte di prima.
Curiosità
Oltre alle foto di agenzie giornalistiche, tra cui la Publifoto di Milano, che ne conserva un ricco archivio, si possono vedere in mostra una ventina delle 40 foto amatoriali (scattate con una macchina Leica IIIC mm.35 del 1946) dall’album di famiglia di Fioravante Bucco, laureato in Scienze Agrarie a Firenze, ispettore del Ministero Agricoltura e Foreste di Udine, inviato in Polesine nell’inverno del ‘51 per verificarne i danni. Accanto, le immagini di una delle più apprezzate firme di fotografia, Nino Migliori che, nel 1958 (allora venticinquenne), realizzò il reportage di un Polesine da pochi anni uscito dall’esperienza alluvionale, ancora povero, ma in cui si iniziavano ad intravedere i primi segnali di benessere: esemplare l’immagine di un giovane in Vespa. E Migliori non è l’unico nome di figure destinate a diventare famose, per esempio, nel campo del giornalismo, che mossero i loro primi passi “professionali” proprio in occasione della grande rotta del Po: da Enzo Biagi, Orio Vergani, Oriana Fallaci, Egisto Corradi, Paolo Monelli al “nostro” Gianantonio Cibotto, a quel tempo rodigino di 26 anni, che nel suo diario “Cronache dell’alluvione” ci ha lasciato il racconto più dettagliato ed appassionato della Grande Alluvione. Da ultimo, non è mancata la doverosa citazione del passaggio per le nostre terre desolate di alcuni personaggi di spicco nel panorama politico italiano, che si sono sentiti in dovere di portare il loro conforto alla popolazione duramente provata (il presidente della Repubblica Luigi Einaudi e il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi), mentre alcuni, come la senatrice Lina Merlin e poi il sottosegretario Giuseppe Brusasca, inviato dal Governo in qualità di commissario straordinario, si spesero senza risparmiarsi per la causa polesana, accanto ad altri meno noti ma non meno presenti (come i due giovanissimi sindaci di Rovigo, Giancarlo Morelli, e di Adria, Sante Tugnolo, e il vescovo di Adria-Rovigo monsignor Guido Maria Mazzocco), artefici, insieme ai numerosi volontari anonimi accorsi dall’Italia e dall’estero, della “miracolosa” rinascita del Polesine.
Angelina Dolcetto, una particolare figura di donna polesana che ricordiamo nel centenario della sua nascita, avvenuta a San Bellino il 27 maggio 1921. Riteniamo doveroso parlare di lei, dapprima per il suo importante impegno quale staffetta partigiana durante la seconda guerra mondiale, e poi per la sua scelta di vita, quasi una missione, cioè la decisione di vivere per gli altri.
Figlia del sindaco Pietro – convinto socialista che aveva lottato a fianco di Giacomo Matteotti – Angela, familiarmente denominata fin dalla nascita Angelina, ereditò dal padre la stessa coscienza antifascista.
Entrò nel gruppo partigiano, che operava nei paesi del Medio Polesine, con il nome di battaglia “Carla”. Fu attiva assieme ad altre donne della zona, come Maria Travaglini “Maria” e Amelia Viaro “la vecia”, che costituivano un importate collegamento fra i vari gruppi combattenti, sostituendosi agli uomini, in modo da eludere i controlli ai posti di blocco. Non per questo era minore il rischio per loro quando, come staffette, passavano in bicicletta nei territori controllati dalla milizia fascista per portare gli ordini, per procurare vestiario e medicinali e per assistere i partigiani ammalati e feriti.
Questi, infatti erano i loro compiti: di giorno e di notte, sempre in bicicletta, tra San Bellino, Castelguglielmo, Lendinara, Stienta, Ficarolo e altri paesi, ma anche Abano e Padova, spesso tre o quattro volte la settimana, per mantenere i contatti fra i reparti e i collaboratori del movimento partigiano, persone volutamente sconosciute tra di loro, che usavano segnali convenuti per trovare il contatto necessario. In tal modo Angelina diede un grande sostegno alla causa e contribuì anche a salvare vite umane.
Nel 1944 lavorò come aiuto cuoca presso i tedeschi, pensando in tal modo di trovare copertura dai fascisti.
Nel mese di ottobre di quell’anno venne a sapere, con un giorno di anticipo, che i fascisti avrebbero fatto, con l’aiuto dei tedeschi, un grande rastrellamento nelle campagne di Precona di Castelguglielmo, dove i partigiani si rifugiavano. Nel pomeriggio si recò, quindi, in quella borgata per informare il comandante Bellino Varliero “Tito”. Nella serata raggiunse Bressane, dove trovò Mafalda Travaglini. Le due donne furono intercettate e perquisite, ma riuscirono ad evitare di essere arrestate facendo intendere di essere delle sarte in giro per lavoro. È per questo motivo che portavano con loro, nel cestino della bici, l’apposita attrezzatura di questo mestiere.
Le informazioni di Angelina al capitano “Tito” non riuscirono ad evitare il rastrellamento. Era troppo tardi. La cattura dei partigiani ebbe luogo nel fienile del Fiorentin, circondato e dato alle fiamme. I prigionieri furono trasferiti con camion nel municipio di Villamarzana, assieme ad altri presi nei giorni precedenti e scelti a caso tra inconsapevoli abitanti dei paesi limitrofi, alcuni dei quali minorenni.
Il giorno successivo, il 15 ottobre 1944, quarantatré di loro furono fucilati nella piazza di Villamarzana contro il muro della casetta del barbiere, trasformato poi in monumento a memoria dei martiri barbaramente uccisi.
Angelina continuò la sua missione di staffetta, sempre con la sua bicicletta, ma nel febbraio 1945 fu scoperta. Venne arrestata e condotta a Fiesso Umbertiano nella casa del Fascio per essere interrogata. Poi fu portata in carcere a Stienta, dove fu trattenuta per otto giorni e sottoposta a sevizie e torture. Quando fu liberata non riusciva a reggersi in piedi. Due giorni dopo fu nuovamente arrestata e tradotta alle carceri di Rovigo ma, nonostante le orribili ferite, non svelò notizie e informazioni sui compagni partigiani.
Finalmente la guerra finì e Angelina poté dedicarsi con tranquillità al suo lavoro, finché non fu assunta presso l’Ospedale civile di Lendinara come infermiera, una professione nella quale poteva esprimere appieno la sua volontà di dedicarsi agli altri, ai più bisognosi. Svolgeva il suo compito con particolare attenzione verso gli ammalati con un grande senso del dovere, ottenendo da tutti amicizia ed amore.
Continuò questa sua missione anche quando fu collocata in pensione portando assistenza agli ammalati poveri nelle loro case, un’assistenza che andava oltre le cure del corpo. Cercava, infatti, di dare loro parole di conforto per lo spirito ed un sostegno nelle fatiche quotidiane, come pure portando da mangiare a chi non poteva prepararsene, un aiuto a chi era solo, per rendere meno pesante la vecchiaia e la solitudine.
Entrò nell’Ordine Francescano Secolare, nel Gruppo di rinnovamento dello Spirito e nel Movimento Apostolico Ciechi rendendosi disponibile nelle loro attività e partecipando agli incontri, al sostegno dei sofferenti, al trasporto dei bisognosi, sempre con tanto amore e sacrificio.
Quando comprese di essere stata colpita da un male incurabile e di essere prossima alla morte distribuì tutti i suoi beni, la sua casa, i mobili, l’automobile, i soldi e gli oggetti di valore, con donazioni alla parrocchia, alle missioni, ai lebbrosi perché volle morire povera. Diede un contributo anche per la costruzione, in piazzetta San Marco a Lendinara, del monumento al partigiano in ricordo della sua attiva partecipazione quale staffetta in tempo di guerra.
A proposito di questa adesione alla lotta partigiana è interessante conoscere la motivazione per cui Angelina scelse il nome di battaglia “Carla”. Non era un nome scelto a caso, ma aveva per lei un significato molto preciso dovuto ad una storia antecedente alla militanza partigiana che inciderà su tutta la sua esistenza e determinerà le scelte da lei fatte nel corso degli anni.
Angelina, abbiamo detto, era di San Bellino. In questo paese trascorse la sua giovinezza. A 17 anni incontra un ragazzo del posto, un po’ più vecchio di lei. Si frequentano per alcuni mesi e nasce tra loro un amore profondo. La relazione non viene però accettata dalle rispettive famiglie, soprattutto da quella di Angelina. Infatti lui è figlio di agricoltori e lei di operai socialisti, e in quegli anni la lotta tra le due parti è molto dura.
Con l’obiettivo di interrompere il loro rapporto, Angelina viene mandata a lavorare nelle risaie in Piemonte, come facevano molte donne, anche giovani, in quegli anni. È la fine di maggio del 1938 e lei va ad Alessandria dove rimane per alcuni mesi, affrontando la pesantezza e i sacrifici della vita delle mondine.
In quel periodo anche il ragazzo deve lasciare San Bellino perché la famiglia si trasferisce in una azienda agricola di un’altra zona del Polesine. E qui è il destino a decidere la sorte dei due giovani con vicende sfavorevoli che si intersecano e fanno in modo che i due ragazzi non si incontrino e prendano strade diverse. Nemmeno le lettere che si scambiano servono a tenerli uniti perché vengono intercettate dai familiari e nascoste. Il silenzio che si crea tra loro fa pensare ad ognuno di essere stato abbandonato e che le promesse di amore erano state dimenticate. Nella vita del giovane entra piano piano un’altra donna, che sposerà nel mese di giugno 1940.
Nella primavera di quell’anno Angelina era andata nel paese di lui per cercare di incontrarlo. Era andata verso la sua casa, ma non era entrata. Rimase sulla strada ad aspettare. Lui la vide ma non l’accolse, non si fece trovare. In seguito lui dirà, in proposito: “Ormai era troppo tardi. Il matrimonio era stato deciso ed era imminente. Il destino ci aveva divisi anche se il mio cuore l’avevo dato ad Angela prima di conoscere Carla”.
Carla, infatti, era il nome della futura moglie ed è per questo che Angelina lo sceglierà quale suo nome di battaglia nella lotta partigiana che sosterrà qualche anno dopo. La sua storia d’amore era finita e la donna che portava quel nome era la causa di questa fine. Angelina avrebbe voluto essere al posto di quella donna di nome Carla e, forse, sentendosi chiamata in tal modo, poteva mantenere ancora un legame con la sua storia d’amore.
Ma l’amore, che Angelina sente dentro di sé, non andrà perduto. Lei saprà donarlo a quelli che incontrerà nella sua vita, a tutti quelli che soffrivano, che avevano bisogno di aiuto, alle persone che vivevano nella solitudine e nella vecchiaia.
Ma la storia di Angelina non è finita. C’è ancora un epilogo.
Sono passati più di quarant’anni. Lei è in pensione nella sua casa di Lendinara. Lui, il suo vecchio amore, vive ancora nel suo paese nell’azienda agricola di famiglia. Ora è solo perché è rimasto vedovo. Ha vissuto la sua vita con Carla, ma non mai dimenticato Angelina che era rimasta sempre nel suo cuore. Quando viene a sapere che anche lei è sola, la cerca e le chiede di incontrarlo. Angelina accetta la proposta e l’incontro avviene nella chiesa di Lendinara, dove partecipano insieme alla Messa. Poi al pranzo nella casa di lei. Immancabili i ricordi e le nuove promesse.
Di questo incontro lui dirà: “Io ho visto in lei ancora quella fanciulla che era al tempo della nostra gioventù, ho trovato in lei ancora un grande cuore. Ho ritrovato il suo dolce sguardo, la sua gentilezza. Lei mi ha dato una testimonianza d’amore grandissima, una prova che nessuno avrebbe potuto eguagliare”.
A questo punto poteva avverarsi quanto Angelina aveva detto ad una cugina di lui poco dopo il matrimonio con Carla: “Non l’ho sposato da giovane, lo sposerò da vedovo” a dimostrazione di quanto grande era la sua determinazione di donare il suo amore a lui per tutta la vita.
Ma ancora una volta è il destino a decidere per loro. Sarà la malattia di Angelina, poi la morte, a mettere fine alla loro storia d’amore proprio quando si erano ritrovati.
C’è un luogo, lungo l’argine del Grande Fiume, che da tempo continua ad incantare. Si tratta di una villa, non molto distante dal vecchio approdo del traghetto di Villanova Marchesana. La circonda un grande parco decorato da alberi secolari, lasciando occhieggiare tra le fronde il rosso di eleganti sculture equestri a decorarne l’edificio che un tempo era adibito a scuderia.
Per il passante, in cerca di relax lungo la sponda, risulta inevitabile interrogarsi in merito alla storia di questo affascinante luogo, e in particolare di quella che tutti a Villanova chiamano “la villa del Conte”. Una costruzione dalle radici antiche – un tempo monastero certosino – i cui vecchi ambienti nella seconda metà dell’800, vennero acquisiti dal conte Giovanni Camerini, Senatore del Regno; il quale ne fece una destinazione signorile da fruire soprattutto come dimora per la villeggiatura.
I villanovesi, a tal proposito, si tramandano ancora significativi ricordi: le vivaci feste tenutesi in villa per desiderio del conte, alle quali partecipavano anche i paesani; oppure i capi chini dei fedeli in chiesa la domenica, in segno di rispetto quando la famiglia Camerini faceva ingresso presso la parrocchiale. Sono rimasti tuttavia lungamente sopiti i fatti accaduti presso il maestoso palazzo che il conte dedicò alla moglie dandogli il suo nome: Luisa.
Nacque dunque così villa Luisa, che però subì una ferita nel 1930 quando la maggior parte del complesso dovette essere abbattuta, a seguito di lavori d’ampliamento degli argini fluviali, lasciandone intatta solo una piccola porzione. Da allora, l’iniziale magnificenza della signorile costruzione è rimasta visibile solamente in rarissime cartoline e, con lei, se ne sono andate pian piano le memorie storiche di questo incantevole luogo.
Ma c’è una storia davvero interessante che lega alla villa una gentile presenza femminile. Una storia praticamente sconosciuta, giacché nessuno, fino a pochi mesi fa, sapeva che, negli ambienti signorili, una mano abile ed un animo eclettico si formarono negli autunni di festa trascorsi lungo le rive del Grande Fiume.
A riconsegnare al paese di Villanova Marchesana questa preziosa pagina di storia è stata Daniela Patella Scola Bedin – erede a Creazzo, nel vicentino, di alcuni importanti beni della famiglia Camerini – raccontando che sul finire dell’800 la figlia del conte Giovanni, Maria Fortunata, giovane mente creativa, attuò i suoi primi approcci con l’arte della pittura e della scultura proprio nella villa eretta nel piccolo paese rivierasco.
Fu una scoperta anche per la signora Daniela, la quale, ottenendo in dono i diari e le lettere di questa estrosa artista, riuscì, mediante paziente trascrizione, a tracciare il trascorso di vita della donna e della sua famiglia.
Ma chi era, dunque, questa artista di talento, della cui esistenza si era perduto il ricordo? È dunque la signora Daniela ad offrirci le notizie fondamentali relative alla biografia della singolare frequentatrice di villa Luisa.
Maria Fortunata Camerini nacque a Rovigo il 20 giugno 1864, presso palazzo Camerini, il maestoso edificio rodigino che tuttora si erge in via Celio Ricchieri (vedasi a tal proposito “Palazzo Camerini a Rovigo”, in Ventaglio Novanta n. 60 pag. 11 e successive). In virtù dei molteplici possedimenti della ricca famiglia, trascorse la giovinezza tra Villanova Marchesana, Ferrara, Venezia e Firenze.
Il suo approccio con l’arte avvenne grazie alle prime lezioni di disegno ricevute dalla zia Virginia, abile miniaturista, proprio durante i soggiorni presso Villa Luisa. E qui, osservando la sorella plasmare il “tivaro” – ovvero l’argilla raccolta lungo le sponde del fiume – sviluppò anche una predisposizione per le materie plastiche.
Dipinse inoltre composizioni floreali su stoffa, ceramica, vetro, che ebbero anche riconoscimenti all’Esposizione Beatrice di Firenze nel 1890 e all’Esposizione di Londra del 1897. Suo mentore fu l’artista senese Tito Chelazzi, celebrato in numerose corti europee per le sue nature morte estremamente realistiche.
A Firenze entrò in contatto con lo scultore Giovanni Duprè, amico di famiglia, e studiò il vigore espressivo di Vincenzo Gemito. Coltivò la scultura con particolare passione, realizzando soprattutto ritratti di conoscenti e familiari.
Nel 1892 sposò il barone Bartolomeo Scola, trasferendosi a Vicenza nella residenza di Creazzo della famiglia Scola, conosciuta come “Il castello”, dove stabilì il suo atelier negli ambienti di una graziosa limonaia, ora ereditata da Maria Patella Scola Bedin. Qui, si conservano tuttora un centinaio di ritratti in gesso e bronzo da lei realizzati. Opere per lungo un tempo anonime, alle quali è stata riconsegnata un’identità grazie al tenace interessamento della signora Daniela, che – aiutata dalla lettura dei diari dell’artista – è giunta ad identificare la maggior parte dei soggetti raffigurati nelle sculture.
Tre dei suoi ritratti scultorei vennero esposti alla seconda edizione della Biennale di Venezia. Tra questi, il busto di Don Meneghin Marangoni, tuttora esposto presso la chiesa di Villanova Marchesana. Altre due opere dell’artista posso essere apprezzate presso la sala di lettura dell’Accademia dei Concordi di Rovigo, raffiguranti Alessandro Casalini ed il Deputato Tenani.
Nei diari di Maria Fortunata, fra le parole tracciate con elegante grafia, Villa Luisa trova sempre un posto d’onore, luogo di giovanili emozioni e panorami suggestivi:
“Villa Luisa! Villeggiatura remota e solitaria in riva al Po, abbellita da un grande giardino ricco di lussureggiante vegetazione e da una ghiacciaia ombreggiata da querce secolari che riparano dai calori estivi e riposano piacevolmente la vista; il canto degli uccelli vi si fa sentire perfino d’autunno, specialmente in un boschetto di splendidi bambou. Un viale di platani contorna il giardino; questi alberi ora così belli e rigogliosi, furono quasi tutti piantati quando ero bambina e li ho veduti crescere.”
A Villa Luisa, Maria Fortunata trascorreva il periodo per lei più bello in assoluto dell’anno, imparando a cavalcare presso l’isola del Mezzano di Papozze, dove il padre conduceva i suoi ospiti alla caccia del daino; oppure facendo gite lungo il Po, o ancora godendo delle affascinanti feste organizzate in villa, allietate dalle melodie della banda di Crespino.
È soprattutto negli ambienti della villa, che l’estro di questa giovane donna si manifestava, facendole cogliere, in veloci guizzi fra le sapienti mani, espressioni e connotati degli ospiti a lei famigliari, fissandone per sempre i volti nei suoi mirabili busti. Ad alimentare la sua creatività, la meraviglia di un luogo che infondeva pace al suo animo creativo.
Maria Camerini muore il 18 aprile 1937, rimpiangendo le liete giornate trascorse a Villa Luisa. La sua abilità fino all’ultimo le ha permesso di creare pregevoli ceramiche dove il dettaglio ed un marcato realismo fanno da protagonisti.
Passeggiando lungo l’argine del Po, possiamo tuttora immaginarla affacciarsi alle finestre di quel luogo custode di ricordi, per lasciarsi suggestionare ancora una volta dalle incantevoli scenografie del fiume.
“Il paesaggio di queste nostre pianure è forse monotono e malinconico però non manca di poesia e di mesta soavità; predispone alla meditazione, infonde calma, allarga lo spirito, c’è qualcosa della immensità e dell’infinito del mare in questa distesa di campi, in questo grande fiume torbido e solenne, che scorre placidamente indifferente, nella grande pace della natura. I boschi di pioppi, il grigio argenteo dei salici, ne adornano le rive; il cielo, perpetuamente mutevole, riflettendosi nell’acqua produce effetti svariati e sempre nuovi; realmente incantevoli sono i tramonti infuocati, ma più suggestive, più fantastiche ancora, le mattinate nebbiose perlacee in autunno, quando il debole raggio del sole illumina lievemente quel velo vaporoso. Circonfusi da forme diafane indistinte, vaghi sogni d’infinita dolcezza invadono il cuore!”.
Ringrazio la generosità di Daniela Patella Scola Bedin, la quale ha riconsegnato al Polesine una sua amata figlia.
La città di Rivoli (Torino) ha dedicato la sua principale piazza, Piazza Martiri della Libertà, al sacrificio di 11 partigiani, fucilati o impiccati dai nazifascisti tra il 26 luglio 1943 e il 29 dicembre 1944. Di quegli undici partigiani, due erano polesani: Rodolfo Rossi e Orlando Scavazza.
Rodolfo Rossi di Michele e di Chiarato Maria, nato a Grignano nel 1914, era emigrato in Piemonte con la famiglia per sfuggire alla condizione di povertà vissuta in Polesine. Residente a Rosta (To), sposato con Maria Rossi, era padre di quattro figli.
Al momento della cattura, faceva parte da quasi due mesi della Brigata partigiana “Monte Albergian”, comandata da Ettore Serafino. L’”Albergian” era una delle brigate che costituivano la Divisione “Val Chisone”¹ comandata da Maggiorino Marcellin. Il trasferimento precoce di Rossi in Piemonte ha reso difficoltoso il reperimento di suoi dati in Polesine. Per tracciare un suo profilo più compiuto bisognerà quindi scandagliare gli archivi piemontesi.
Più agevole è risultato invece il reperimento di dati su Scavazza, essendo depositato in Archivio di Stato il suo Foglio matricolare.
Orlando Scavazza di Bruno e di Angela Bononi, nato a Trecenta il 30 agosto 1921, risiedeva con la famiglia a Baruchella dove il padre conduceva in affitto un fondo agricolo.
La famiglia era composta dai genitori e da quattro figli: Orlando (1921), Silvio (1925), Anduccio (1929) ed Eros (1936)².
Orlando, chiamato alle armi già nel febbraio 1940, poté inizialmente avvalersi del rinvio per ragioni di studio in quanto studente dell’Istituto Magistrale di Rovigo. Parte per il servizio militare nel gennaio 1942 ed è incorporato nel “Dep. 32° Regg. Artiglieria Div. Fanteria”. In ottobre viene trasferito al 3° Reggimento Articelere di Milano. L’Italia fascista è ormai in stato di guerra permanente contro Francia, Russia, Grecia, Albania, Jugoslavia e pertanto, al termine della ferma, Scavazza viene trattenuto in servizio per disposizione del Ministero della Guerra.
Orlando opta allora per la ferma biennale, considerato che vengono ritenuti utili ai fini del conteggio del biennio anche i dodici mesi di servizio obbligatorio già prestati. Viene incorporato nel “Regg. Artiglieria a cavallo 3° Regg. Artiglieria celere in Milano, in qualità di aspirante specialista tiro artiglieria contraerea”.
A fine novembre 1942 frequenta la Scuola di tiro a Sabaudia e diventa “artigliere scelto”. Caporale, poi caporal maggiore. Un nuovo corso a Sabaudia frequentato fino all’inizio di giugno 1943 quando fruisce di una licenza straordinaria per sostenere gli esami di idoneità al terzo anno magistrale. Al rientro dalla licenza viene aggregato al 9° Reggimento Artiglieria “Brennero” di Trento per essere inviato pochi giorni dopo a Norimberga “per la frequenza di un corso sulla centrale Zeiss”.
Il servizio militare deve aver costituito per Orlando una condizione vissuta di malavoglia, imposta dalla situazione contingente. Lo si evince dalle motivazioni delle punizioni subite tra fine maggio 1942 e febbraio 1943: “Si comportava in modo poco militare durante una marcia”, “Trovato in branda 20 minuti dopo la sveglia”, “Poco volenteroso durante l’istruzione del Reparto”.
Saranno l’8 settembre 1943, l’armistizio e la dissoluzione dell’esercito a cambiare il destino di Orlando. Catturato dai tedeschi e deportato in Germania³ nel campo di concentramento di Munsingen (Baden-Wurttemberg), viene posto di fronte al dilemma secco: aderire alla RSI e rientrare in Italia oppure essere adibito al lavoro coatto sul suolo tedesco tra gli I.M.I. (Internati Militari Italiani). Scavazza opta per la prima ipotesi. Viene così inquadrato in un reparto di SS italiane, addestrato e nel dicembre 1943 fatto rientrare in Italia col reparto⁴: il 2° Btg, 1° gruppo Milizia Armata di stanza a Rivoli Torinese. Il 23 marzo 1944 è trasferito a Lecco nell’8° Btg., 2^ Compagnia Milizia Armata – Scuola “Giovanni Berta”.
Intanto Scavazza matura l’idea di dissociarsi dalla RSI: in data imprecisata deve aver fatto ritorno a Rivoli poiché il 20 giugno 1944, nel corso di un rastrellamento, si allontana dal reparto e passa con i partigiani.
Di questa estate 1944, che segna i destini di Orlando Scavazza, è rimasta una sua lettera⁵ indirizzata ai genitori. Datata 14 giugno 1944, è probabilmente l’ultimo suo scritto prima di passare una settimana dopo con i partigiani. Scrive che tutto va bene e che spera di tornare presto “a casa in licenza”. Un’affermazione sibillina: la decisione di arruolarsi con i partigiani non era ancora stata presa o si trattava di un semplice diversivo per sviare la censura militare? Per il resto la lettera è un classico delle missive scritte da militari di provenienza contadina: la preoccupazione espressa al pater familias per il raccolto, i saluti e i baci ripetuti a fratelli, famigliari e conoscenti. E l’incarico affidato alla madre di interloquire con Lina, la fidanzata, che “da quando son partito non ha ancora ricevuto mie notizie”.
La settimana successiva Orlando aderisce al movimento partigiano: dal 20 giugno al 13 agosto 1944 risulta inquadrato nella 1^ Divisione Alpina Autonoma Val Chisone “Adolfo Serafino”, diretta dal comandante Maggiorino Marcellin Bluter. È opportuno ricordare che nell’estate 1944 la Val Chisone è una “zona libera”, essendo stata liberata dalla presenza nazifascista paese per paese ad opera dei partigiani.
“Verso la fine di luglio si avvertono le prime avvisaglie di un attacco tedesco: vengono concentrate truppe in Val Susa e all’imbocco della Val Chisone. La formazione di Marcellin – caso unico nella resistenza italiana – dispone di dieci pezzi di artiglieria da montagna, di mortai da 81 e di mitragliatrici pesanti e si prepara a resistere facendo lavori di fortificazione. Il 31 di luglio compaiono i carri armati e si scatena la battaglia. Vi intervengono anche gli aerei Stukas che bombardano la linea di difesa partigiana. Contro gli Stukas combattono due squadriglie di cacciabombardieri decollati dalla Corsica su richiesta della missione alleata. […]
Fu una battaglia aspra, la più lunga della guerra partigiana: il 6 agosto il Comando partigiano decide di abbandonare la battaglia campale e tornare alla guerriglia. Divisi in piccoli gruppi, i partigiani raggiungono la Val Troncea. Lì Marcellin viene raggiunto da Serafino Griot, commissario prefettizio di Pragelato, in qualità di ambasciatore dei tedeschi, i quali offrono di aprire una trattativa, garantendo ai partigiani la vita in cambio della resa. Le formazioni autonome sono in generale assai disponibili a trattare col nemico e ad accettare di scendere a patti, ma questa volta Marcellin rifiuta la resa con grande fermezza: “le nostre montagne sono nostre”, risponde fieramente al nemico. Dalla Val Troncea, con marce penosissime, quasi senza toccare cibo per giorni interi, alcuni passano il confine e si rifugiano in Francia, altri si infiltrano in Val Varaita”⁶.
È nel corso delle fasi concitate di questa battaglia campale e della successiva ritirata che Rossi e Scavazza vengono catturati dai fascisti quando i partigiani, a piccoli gruppi, si ritirano dalla Val Chisone per riparare in Francia. I partigiani rientreranno poi in Piemonte durante la seconda metà del mese di agosto e il 10 settembre la formazione di Marcellin sarà di nuovo operativa in Val Chisone.
Sulla scorta dei documenti finora reperiti, non sappiamo se Rossi e Scavazza si fossero conosciuti già prima, nelle file dell’esercito o in Germania, oppure se la loro conoscenza fosse avvenuta al momento della diserzione dal reparto della RSI per entrare nelle fila partigiane.
La diserzione dal reparto di SS italiane provoca nell’immediato conseguenze pesanti anche in Polesine, sui famigliari di Scavazza e in particolare sul padre Bruno. Il 13 agosto 1944 – lo stesso giorno dell’impiccagione di Orlando – le SS tedesche di stanza in Polesine arrestano Bruno Scavazza, letteralmente preso in “ostaggio dato che non trovarono mio figlio Orlando di anni 23 dileguatosi […] per non aderire al PFR”⁷, denuncerà la madre dopo la Liberazione. Rinchiuso nelle Carceri Giudiziarie di Rovigo, Bruno Scavazza viene poi tradotto il 18 agosto alle carceri di Padova. Angelina Bononi, a Liberazione avvenuta, denuncerà il maresciallo Marco Bordin, capo delle guardie carcerarie di Rovigo, per maltrattamenti compiuti sul marito Bruno durante la traduzione a Padova.
Bruno Scavazza verrà rilasciato il 28 agosto 1944: “non avevo altra colpa che l’accusa infondata di avere nascosto mio figlio, che invece era a Torino”⁸ dirà Bruno Scavazza al Pretore di Lendinara che lo sente come teste. I “modi brutali”, le “parole offensive” accompagnate spesso da atti violenti compiuti dal Bordin sui carcerati, saranno confermati anche da un altro teste di Baruchella, Ildebrando Zani. L’aspetto paradossale della vicenda è che, mentre si compivano tali atti persecutori sul padre, il figlio era già stato impiccato a Rivoli. Esempio drammatico di inefficiente e brutale ottusità burocratica.
Rodolfo Rossi e Orlando Scavazza vengono infatti impiccati lo stesso giorno della cattura – il 13 agosto 1944 – nel Seminario di Rivoli, dove avevano trovato alloggio un presidio di SS italiane e la Scuola Allievi Ufficiali della GNR (Guardia Nazionale Repubblicana) diretta dal Tenente Colonnello Ettore Lucas.
Sui corpi dei due giovani andrà in scena poi il conflitto – all’epoca abituale – tra la ferocia dei nazifascisti, usi ad esporre i cadaveri come trofei, e la pietas dei famigliari che vogliono dare sepoltura ai loro congiunti. Maria Andrioli Rossi, cognata di Rodolfo, risiede nella vicina Rosta ed è la prima a farsi avanti con il coraggio e la determinazione di una novella Antigone.
“Vuole vedere le salme al cimitero ma glielo impediscono. Dopo lunghe trattative il Sergente Valenta le concede l’autorizzazione ed è ammessa al cimitero. Il giorno dopo chiede di poter trasportare la salma a Rosta, paese del congiunto, come aveva chiesto il morituro prima di salire sul patibolo e spiega al Capitano Galbiati che quell’uomo ha lasciato quattro figli”⁹.
Più complessa la vicenda del recupero dei resti di Orlando Scavazza. La famiglia vive in Polesine ed è all’oscuro della sorte subita da Orlando. I genitori apprenderanno dell’impiccagione del figlio tre mesi dopo l’esecuzione, il 16 novembre 1944, ma dovranno attendere l’estate 1945 per l’esumazione della salma e la sua tumulazione nel cimitero di Baruchella. Un’operazione costosa non solo sotto il profilo affettivo ma anche economico, tenuto conto che “per la riesumazione ed il trasporto della salma del mio povero Orlando da Rivoli ho speso circa 70.000 lire”¹⁰, ricorderà il padre al questore di Rovigo. Durante la permanenza a Rivoli, Bruno Scavazza raccoglie informazioni sui responsabili dell’uccisione del figlio che denuncerà al CLN di Torino il 2 agosto 1945. Un documento umanamente tragico che vale la pena riportare integralmente.
“Baruchella, 2 agosto 1945
AL COMITATO DI LIBERAZIONE NAZIONALE
del Comune di TORINO
Il sottoscritto, padre del volontario della libertà SCAVAZZA ORLANDO, impiccato a Rivoli Torinese il 13/8/1944 dai reparti SS italiani colà di stanza, perché era partigiano nella I^ Div. Alpina Val Chisone, comandata dal Comandante Marcellin, segnala a codesto Comitato i nominativi dei responsabili di tale delitto, affinché codesto Comitato, qualora li avesse sotto la propria sorveglianza, possa rendere giustizia:
1. Maggiore PACE – Era comandante dei reparti SS italiani di Rivoli, trasferitisi poi nella provincia di Como e che sono colpevoli di vari omicidi.
2. Capitano MARTINELLI – (sembra residente a Como) ha comandato il plotone di esecuzione ed era componente del gruppo ufficiali che ha deliberato la condanna del figlio e del soldato Rossi Rodolfo da Grignano, catturato con mio figlio.
3. Capitano BINI – (a Rivoli conosciuto per terribile) fece parte dello stesso gruppo di ufficiali che emise la sentenza.
4. Capitano GALBIATI – Interessato dal parroco di Rivoli perché i due patrioti fossero graziati, non se ne diede cura ed assistette alla esecuzione capitale. Trattò in malo modo una cognata del Rossi della quale unisco copia di una dichiarazione.
5. Capitano MUTI – Ufficiale della SS di Rivoli.
6. Capitano SPANO’ – Altro elemento conosciuto in Rivoli come terribile
I dati esposti sono stati raccolti dal sottoscritto a Rivoli Torinese ove si è recato per la riesumazione della salma del figlio.
Prego codesto Comitato a volermi indicare se ha sotto la propria sorveglianza qualcuno dei suddetti ufficiali, e quali provvedimenti ha preso a loro carico.
Resto in attesa di cortese sollecito riscontro e ringrazio.
Scavazza Bruno¹¹”
Il resto delle carte rimaste nel fascicolo a corredo della denuncia di Bruno Scavazza aggiungono poco alla nostra storia, replicando solo uno dei tanti sconfortanti esempi di inconcludente burocrazia italica.
Devono passare quasi 8 mesi perché la questura di Torino si attivi rivolgendosi alla consorella rodigina pregandola di invitare Bruno Scavazza “a presentare una nuova denuncia a carico del capitano delle S.S. Martinelli, la quale debitamente ratificata dovrà essere trasmessa alla R. Questura di Como”¹². Il questore di Rovigo Ambrosi trasmette ai Carabinieri di Trecenta l’incarico di contattare Scavazza per il disbrigo degli adempimenti richiesti dalla questura di Torino. I carabinieri di Trecenta comunicano alla questura di Rovigo che “il giorno 15 o 16 [aprile 1946] si presenterà a cotesta R. Questura il padre del patriota Scavazza Orlando che presenterà una nuova denuncia a carico del capitano delle SS Martinelli”.
Da notare che, mentre si svolgeva questo fastidioso gioco dell’oca, Angelina Bononi – madre di Orlando – era già stata sentita come teste sia a Como che in Pretura a Lendinara. Il capitano Pietro Martinelli di Emilio e di Ostinelli Giovanna nel marzo 1946 risultava detenuto nel Carcere Giudiziario di Como a disposizione della locale Corte d’Assise Straordinaria. E, nel frattempo, era trascorso più di un anno dalla denuncia circostanziata indirizzata da Bruno Scavazza al CLN di Torino.
E chi scrive non può non pensare a quei due coniugi contadini di Baruchella, abituati al pacifico lavoro dei loro campi, costretti a girovagare senza sosta tra caserme dei carabinieri, questure, tribunali a Trecenta, Lendinara, Rovigo, Torino, Como cercando di ottenere dalla nuova Italia, per lenire il proprio dolore, quanto avevano semplicemente chiesto sin dall’inizio: giustizia.
Un dolore che non troverà consolazione dalle istituzioni ma solo dalla solidarietà delle persone vicine o di quanti avevano conosciuto Orlando, come la maestra Anita Pasqualini Verzola che, in una toccante lettera alla madre di Orlando, ricorderà “questo caro scolaro che ha lasciato in me un ricordo incancellabile di bontà, di generosità e di rispetto”¹³.
Orlando Scavazza sarà riconosciuto “partigiano combattente caduto” dalla Commissione Regionale Piemontese per la Qualifica di Partigiano il 23 marzo 1946. Bisognerà invece attendere 23 anni perché il Distretto Militare di Padova disponga che ad Orlando Scavazza siano concesse alla memoria le “Croci al merito di guerra”, la cui “insegna metallica e i brevetti” saranno consegnati ai famigliari solo nel febbraio 1968.
Il Comune di Giacciano con Baruchella dedicherà ad Orlando Scavazza una delle principali vie del paese e precisamente la strada che congiunge il comune altopolesano con Badia, l’antica via Corbolano dove, all’epoca, risiedevano gli Scavazza. La targa attuale riporta però solo il suo nome e cognome, senza alcuna ulteriore specificazione, rendendo impossibile risalire oggi alle ragioni dell’intitolazione della via.
Rossi Rodolfo ha subito una sorte più triste nella sua terra d’origine poiché, per quanto è noto, il suo nome risulta assente dalla toponomastica di Grignano.
Molteplici sono state nel corso del 2021 le manifestazioni dedicate – nel primo centenario della morte – ad Adolfo Rossi (1857-1921), giornalista, scrittore e diplomatico, i cui funerali furono celebrati a Lendinara il 22 settembre 1921.
All’illustre personaggio abbiamo dedicato una sintesi biografica nel n. 62 di questa rivista (pag. 90 e successive). Riteniamo ora utile soffermarci sulle vicende che sono seguite alla sua prematura scomparsa, avvenuta a Buenos Aires il 28 luglio 1921 – dove ricopriva la prestigiosa carica di Ministro Plenipotenziario per l’Italia – e sulle modalità di rientro del feretro a Lendinara con pubblici onori.
Lo facciamo sulla scorta della documentazione presente nel fondo documentario custodito nell’archivio storico del Comune di Lendinara riguardante la notizia della morte, del rimpatrio della salma e della solenne cerimonia funebre. Documenti che sono stati presentati dalla sottoscritta nel corso della cerimonia di premiazione della quinta edizione del concorso giornalistico intitolato “Jessie White -Alberto Mario – Adolfo Rossi per una inchiesta sociale”, di cui si parla in un altro articolo nel presente numero del Ventaglio.
Il fascicolo del fondo documentario si apre con l’annuncio della morte improvvisa in un telegramma datato 30 luglio 1921 inviato dal giornale “Il Secolo XIX”, portavoce tradizionale degli italiani a Buenos-Aires: si comunica al comune di Lendinara l’avvenuta morte di Adolfo Rossi (per sincope) il 28 luglio 1921.
Negli innumerevoli telegrammi successivi si dà anche resoconto circa il rimpatrio della salma che dalla capitale Argentina perviene a Lendinara, dopo essere passata per Roma, il 19 settembre accompagnata dai figli Anita e Roberto.
Frattanto a Lendinara, con una delibera comunale del 10 settembre 1921 vennero prese le decisioni concernenti l’organizzazione del corteo funebre e la liquidazione di tutte le spese: i solenni funerali furono, infatti, interamente a carico del Comune e fu deciso che la salma fosse tumulata in una tomba speciale costruita nel Cimitero urbano accanto a quella che racchiude le spoglie del referente di gioventù di Adolfo Rossi, Alberto Mario e la moglie Jessie White.
Merita una particolare attenzione uno scambio di lettere tra l’amico più fedele di Adolfo Rossi a Buenos-Aires, ovvero Adone Vendemiati, direttore della rivista “Frutas y Mercados”, e l’Avv. Ferracini, allora sindaco di Lendinara.
Nella prima lettera, di cui si propone qui sotto un brano, Adone Vendemiati ci dà alcune notizie in merito al rimpatrio della salma e nello stesso tempo cerca di farsi interprete delle volontà dell’amico circa la sepoltura, in quanto come ricorda lui stesso, anche se Adolfo Rossi lasciò giovanissimo il Polesine, mantenne sempre vivo un forte attaccamento verso il proprio Paese.
[Lettera del 13 agosto 1921 di Adone Vendemiati al sindaco di Lendinara]
“La salma partirà per Genova probabilmente sul vapore “Garibaldi” il 24 del corrente per giungere a Genova verso il 20 Settembre prossimo. L’accompagneranno i due figli: Anita che, sola, si trovava qui col padre durante la sua breve attuazione in questo Consolato, e Roberto che arrivò da New York (dove risiedeva da dodici anni) cinque giorni dopo la disgrazia. Ignoro ancora se da Genova i due orfani dovranno proseguire, come è molto probabile, per Roma; la Salma però verrà tosto trasportata a Lendinara a cura e spese dello Stato.
Il povero Rossi, di cui io ero qui l’amico più intimo, nessun’ultima volontà lasciò scritta, né nelle nostre conversazioni mai mi manifestò desideri di postume onoranze, e per conseguenza mai accennò a scegliere per sepoltura il cimitero di Lendinara nel cui Comune nacque, o in quelle di Villanova del Ghebbo che forse è più vicino a Valdentro dove sono sepolti i Suoi morti.
Nessuno quindi più della S.V. potrà, credo, giudicare e stabilire sopra questo punto e in armonia coi desideri dei parenti del Defunto che ancora risiedono nell’avita casa di Valdentro. Ho creduto opportuno farLe quest’accenno prima che la Salma arrivi costì e a scanso di eventuali e possibili titubanze che in questi casi, per quanto rari, si manifestano e si lamentano.
E giacché mi permetto parlarLe quasi direi intimamente e senza aver l’onore di conoscerLa, pur avendo quello d’essere forse il meno vicino dei Suoi amministrati, voglia interpretare come un mio vivo desiderio di aggregarmi modestamente alla di Lei opera in questa triste circostanza attenuandoLe ogni possibile e comprensibile indugio sulle onoranze religiose da tributarsi all’Estinto:
In fatto di pratiche religiose, Adolfo Rossi era un indifferente; quindi non fu nemmeno un settario, né un “mangiapreti”. Egli ricordava la fede dei Suoi congiunti, fede sincera attraverso la quale Egli aveva la visione esatta di quella tradizionale patriarcalità dei piccoli centri ancora immuni dall’orpello e dalla tabe dell’urbanesimo.
Mi parlava spesso della semplicità dei Suoi famigliari rimasti nella casa degli avi con quella semplice bonomia che rivelava la bontà del Suo cuore e il saldo rispetto per le altrui credenze. Amava il fratello Sacerdote e la sorella monaca non meno degli altri, e mai si seppe da Lui una parola irriverente contro le professioni religiose, Lui che ne aveva viste di tante specie, durante i Suoi lunghi viaggi su e giù per il mondo.
E se affermo quanto ho premesso in quest’argomento, è in parte per giustificare la mia condotta di unico fiduciario del Defunto in Buenos Aires, condotta che mi suggerì di non oppormi all’estrema benedizione data alla Salma da un buon prete italiano, anche per dare ai congiunti un possibile maggiore conforto, permettendomi ciò di rimanere in regola con la mia coscienza e in omaggio al più sereno spirito di tolleranza”.
Vendemiati
In armonia quindi con i desideri del defunto, in una lettera del 19 settembre 1921 inviata dal sindaco ad Anita, figlia del defunto, si esprime la volontà della famiglia di seppellire la salma nel cimitero di Lendinara.
L’Avv. Ferracini scrive infatti ad Anita: “Un doveroso ringraziamento devo porgerle pel gentile pensiero che Ella ebbe col disporre che la Salma dell’Illustre Estinto fosse tumulata nel Cimitero della Sua Lendinara”.
La seconda lettera, scritta dall’Avv. Ferracini al Vendemiati, risulta interessante per la descrizione particolareggiata dello svolgimento della cerimonia funebre. Anche di questa lettera viene proposto un estratto:
[Raccomandata del Commissario regio al Sig. Adone Vendemiati, Lendinara 27/09/1921]
“La salma giunse qui il 19 corr., fu collocata in una camera ardente, allestita nella Chiesetta, annessa all’Ospedale Umberto I. – I funerali ebbero luogo il 22, e riuscirono solennissimi per intervento di Autorità, di cittadini di ogni classe, da me invitati con pubblico manifesto.
Tutti sentirono il dovere di porgere omaggio all’uomo che tanto merito dalla sua Patria aveva acquistato col suo ingegno, con la sua ferrea volontà, col suo nobile civismo. La città era tutta imbandierata, i negozi chiusi per lutto cittadino.
Il feretro, coperto del tricolore, collocato su carro di prima classe era preceduto da un plotone di soldati, dalla banda cittadina, dalle confraternite, da moltissime corone fra le quali quella della Città di Lendinara, dal clero, era seguito dai famigliari, dalle Autorità cittadine, dalla Provincia, dalle rappresentanze dei vari Ministeri, dalle Associazioni con bandiere, da un lungo stuolo di concittadini chiuso da un plotone di soldati.
Era fiancheggiato dalla Rappresentanza dell’esercito; reggevano i cordoni, il rappresentante del Governo, dell’Esercito, dell’Associazione Nazionale della Stampa, dai parenti, da me.
Il corteo così composto passò fra due ali fitte di popolo. Raggiunse la Chiesa di S. Sofia, addobbata per l’occasione, dove gli furono celebrate solenni esequie. Poscia con lo stesso ordine fu trasportato al cimitero urbano.
Qui parlai io, e vari oratori fra i quali il Dr. Secchieri, il Sig. Zampollo Mondo direttore didattico in pensione, per ultimo l’Avv. Adolfo Rossi Nipote dell’Estinto che ringraziò con commozione per la famiglia gli intervenuti.
La salma fu deposta provvisoriamente nel tempietto del cimitero in attesa sia costruita a spese del Comune la tomba speciale accanto a quella che racchiude i resti di Alberto Mario.
Sulla tomba sarà scolpita la bellissima epigrafe dettata dall’Illustre Senatore Olindo Malagodi, della quale accludo copia.
Ho creduto mio dovere darLe relazione, perché Ella intimo amico dal povero Estinto e degnissimo interprete dei sentimenti dei nostri connazionali possa assicurare che Adolfo Rossi nella Sua Patria ebbe pure l’omaggio plebescitario che si merita.
Nel Municipio fra i cimeli di Alberto Mario, sono raccolti dei ricordi di Adolfo Rossi; altri se stanno raccogliendo.
Se Ella ne tenesse e volesse spedirli, Lendinara sarà orgogliosa di custodirli.
Accolga Egregio Signore i miei distinti ossequi e porga a nome della Città di Lendinara i ringraziamenti vivissimi alla autorità ed ai connazionali tutti che resero indimenticabili onori al suo figlio diletto”.
Il Commissario Regio Avv. V. Ferracini
Merita ancora un ultimo sguardo la vicenda di Adolfo Rossi perché permette di soffermarci e di trarre alcune riflessioni in tema di migrazione, questione che ha origini lontanissime e che ancora oggi è attuale.
È vero che l’emigrazione di Adolfo Rossi ha poco a che vedere con quella di tanti che oggigiorno mettono la propria anima in spalla intraprendendo vere e proprie odissee alla ricerca di una libertà e di una dignità negata o più semplicemente di un pezzo di pane con cui placare i crampi allo stomaco. Infatti Rossi, nato e cresciuto nella monotona pianura in cui viveva “malcontento, stizzoso, come un uccello in gabbia”, lasciò il Paese essenzialmente per soddisfare il suo desiderio di conoscere il mondo. Ma è altrettanto vero che, una volta sbarcato in America, incontrò una realtà tutt’altro che facile e felice: sguardi di sdegno, angherie e non poche difficoltà lo colpirono prima di riuscire ad affermarsi, finalmente, come giornalista.
Se mettiamo bene a fuoco la sua storia, ci rendiamo conto che egli ha saputo mettere nel suo bagaglio personale la sua intima esperienza, conquistata con impegno e volontà, assieme ad uno spiccato senso di giustizia e disponibilità ad aiutare il prossimo. Una capacità d’animo che dovrebbe essere virtù di molti.
L’emigrazione fa parte da sempre della storia umana e porta inevitabilmente incontri tra culture diverse. Troppo spesso si ergono muri là dove invece dovrebbe nascere tolleranza e solidarietà. Ad Adolfo Rossi va il merito di aver colmato con umanità questo divario. Un esempio da imitare.
C’è una fotografia, quanto mai significativa, che documenta in modo esemplare la prima grandiosa manifestazione realizzata da quella che oggi conosciamo come Associazione Musicale Francesco Venezze, allora denominata Istituto Musicale F. Venezze.
In calce alla grande foto, l’indicazione: Manifestazione Artistico Corale, promossa dall’Istituto Musicale F. Venezze – Rovigo 7 maggio 1922. Una istantanea davvero sorprendente, perché ritrae una corale colossale, composta di ben 500 elementi, che si esibì in piazza Vittorio Emanuele II in una giornata divenuta memorabile. Una prova innegabile dell’interesse per la musica della città, fiduciosa nel buon esito della appena fondata scuola musicale.
La nascita e l’attivismo dei primi decenni
Nel corso del 1922 nasceva dunque, e subito si affermava, l’istituzione musicale dalla quale un giorno sarebbe sbocciato il Conservatorio di Rovigo. Merito di varie persone unitesi nell’intento, ma soprattutto del presidente, l’avv. Urbano Ubertone che, con lungimiranza e caparbietà, dedicò intelligenza ed energie per fondare e far prosperare il nuovo istituto. Al suo fianco il direttore incaricato Marino Cremesini, musicista colto e preparato, che con altrettanta volontà e passione si assunse il gravoso compito di avviare e far crescere la scuola di musica.
Ad animare i promotori c’era anche la ponderata attesa di ottenere, quale sede dell’istituzione scolastica, il prestigioso Palazzo Venezze, giacché la nobildonna Maria Venezze Giustinian nel suo testamento, divenuto esecutivo dal dicembre 1911, lo aveva destinato al Comune con l’indicazione che fosse utilizzato come sede di una utile e importante istituzione cittadina che assumesse il nome del padre Francesco. E fu così che la nuova istituzione venne intitolata a “Francesco Venezze”.
Si può ben dire che l’iniziativa ebbe anche il merito di salvare il palazzo che – come ricordò il direttore Mario Cremesini in un’intervista pubblicata 25 anni dopo – si trovava in condizioni davvero miserande: “mura diroccate, porte scardinate, e, salvo qualche locale adibito ad uffici, dappertutto una indescrivibile sporcizia”¹.
Ma l’entusiasmo era alle stelle, e si procedette celermente ad occupare l’edificio, intendendo dare alla cittadinanza un segnale forte della presenza significativa in Rovigo della nuova istituzione. Cosicché, in occasione del concerto inaugurale della nuova sede, sabato 25 e domenica 26 novembre 1922, si provvide a mascherare il degrado con tendaggi, fiori e piante, raggiungendo pienamente l’obiettivo di accreditare la nuova scuola come importante punto di riferimento culturale del capoluogo.
E, accanto alla scuola, fin dai primi anni l’istituzione si caratterizzò per l’organizzazione di concerti di alto livello, manifestando un attivismo encomiabile e riuscendo in breve a radicare fortemente l’istituzione nel tessuto sociale e culturale di Rovigo.
I problemi ovviamente non mancarono: da quelli di natura economica per lo svolgimento quotidiano dell’attività didattica, alla istituzione di nuovi corsi con la nomina di altri docenti, ai problemi che si verificavano col personale. Emblematica a tal riguardo la vertenza sorta col nuovo direttore Dalle Cese (anno 1928) prono alle istanze politiche del Fascismo, nei cui confronti il consiglio direttivo reagì col licenziamento, nonostante questa misura estrema potesse incrinare i rapporti con le autorità cittadine; eventualità scongiurata grazie alle capacità diplomatiche del presidente Ubertone, abile nel conservare buoni rapporti con l’entourage di governo della città. Problemi che si rinnovarono anche col direttore successivo, nei cui confronti non si parlò di licenziamento ma di cessazione dell’incarico.
Si giungeva così al 1932, l’anno del decennale, che fu festeggiato con un programma concertistico di rilievo. Anche nell’anno successivo furono organizzati concerti definiti memorabili e conferenze apprezzate. Consensi e plausi pure negli anni seguenti. Tra le altre iniziative particolarmente applaudita, nell’aprile 1935, l’esibizione dell’Orchestra del Liceo Musicale “Francesco Venezze”.
Insomma l’istituzione, accompagnata dalla solerte guida dell’instancabile presidente Ubertone, acquistava di anno in anno maggior prestigio, cosicché nel 1936 veniva effettuato un ulteriore ampliamento dell’organico con l’attivazione di nuovi corsi (arpa, flauto e oboe). Anche l’anno successivo si registravano miglioramenti, con un potenziamento della stagione concertistica, grazie anche ad un aumento del contributo ministeriale. Il 1938, venticinquesimo della morte di Stefano Gobatti, fu in larga misura dedicato alla riscoperta del compositore originario di Bergantino.
Guerra, dopoguerra e le nuove istanze degli anni ‘60
Con lo scoppio della seconda guerra mondiale si registrò un impoverimento delle iniziative e dei corsi, anche a causa della chiamata alle armi che interessò vari docenti. Senonché nel giugno del 1943 si ricevette la notizia, forse inattesa, dell’arrivo del decreto con cui l’istituzione scolastica veniva riconosciuta come Liceo “Venezze”, denominazione questa per la verità in uso già da tempo, ma che ora riceveva l’imprimatur governativo, pur non ottenendo la gestione statale.
La guerra faceva frattanto sentire i suoi esiti nefasti con bombardamenti, distruzioni e morti, ma l’attività scolastica ed anche concertistica a Rovigo non fu mai completamente sospesa.
Si giunse finalmente all’epilogo del confronto armato e alla fine del Fascismo, con la presa del potere da parte del Comitato di Liberazione che il 20 maggio del 1945 organizzò un applauditissimo concerto, mentre, con decreto del Prefetto, veniva nominato a capo dell’istituzione, quale Commissario con funzioni di presidente, l’avv. Francesco Guindani. Nomina che successivamente veniva ratificata dal Consiglio direttivo scaturito da una assemblea dei soci appositamente convocata.
Terminava così la lunga stagione della presidenza retta da Urbano Ubertone, il quale veniva acclamato presidente onorario, mentre con un rinnovato impegno si otteneva la riattivazione di tutti i corsi di studio e la programmazione di concerti di rilievo.
L’istituzione si stava rapidamente rinvigorendo, superando i problemi del primo dopoguerra, quand’ecco, disastrosa, l’alluvione del 1951 che causava per alcuni mesi la sospensione di tutte le attività e la destinazione di buona parte degli ambienti del palazzo alla Croce Rossa. Le lezioni ripresero a fine gennaio 1952, mentre il 6 febbraio venne avviata anche la stagione concertistica, sottolineando così, ancora una volta, il valore sociale e culturale dell’istituzione rodigina.
Col passare degli anni l’attività del liceo “Venezze” si consolidava sempre più, contando un centinaio di allievi frequentanti i vari corsi, mentre strumentisti italiani, di fama internazionale, raggiungevano Rovigo per la stagione concertistica. La quale nel 1956 si aprì festosamente con l’inaugurazione dell’organo collocato nella sala superiore.
La fine degli anni ‘50 e l’avvio dei ‘60 coincide però con un calo di tensione e una strisciante disaffezione dei soci. Più volte viene registrata una scarsa partecipazione ai concerti nonostante il valore dei musicisti, mentre non mancano critiche al direttivo e voglia di cambiamento, specie da parte dei soci più giovani.
In un clima piuttosto teso, si giunse così all’assemblea del 3 ottobre 1968, seguita dal nuovo consiglio direttivo da cui scaturiva, il 10 ottobre, la nomina a presidente del prof. Leobaldo Traniello. Il quale si trovò a gestire l’Istituzione cercando il difficile equilibrio tra l’esigenza di ripianare i debiti contratti e la necessità di nuove spese sia per la nomina di altri due insegnanti a fronte delle accresciute iscrizioni, che per l’avvio della nuova stagione concertistica.
Nasce il Conservatorio, mentre l’Associazione continua nel suo impegno
Una importante svolta si ebbe a partire dal 1° Ottobre 1970, con il passaggio dell’istituzione scolastica a sede staccata del Conservatorio di Verona. L’attività didattica diventava così di pertinenza dello Stato, sollevando l’associazione Venezze dai gravosi problemi di assicurare ogni anno i fondi per il funzionamento della scuola. Non semplice si presentò il passaggio delle competenze e la definizione del nuovo ruolo dell’Istituzione Venezze, a suo tempo nata proprio per avviare la scuola, ma i problemi trovarono ben presto soluzione.
Col 1975 si giunge alla completa autonomia della scuola, con la nascita del Conservatorio di Rovigo, intitolato a Francesco Venezze.
D’ora in avanti l’associazione Francesco Venezze (stessa intitolazione del Conservatorio nato da una sua costola) non più oberata dalla necessità di reperire i finanziamenti per l’attività didattica divenuta di competenza dello Stato, può dedicarsi con una certa tranquillità all’organizzazione della stagione concertistica e di altre manifestazioni culturali.
Negli anni a seguire, sotto la presidenza dell’avv. Aldo Bianchini, succeduto al prof. Traniello, furono pianificati concerti di rilievo (ampi consensi ebbe in particolare la 55ma stagione concertistica del 1977) con l’obiettivo di tener alto il prestigio di Rovigo in campo musicale, a beneficio della città e del Conservatorio che vedeva di anno in anno aumentare le iscrizioni.
Gli anni ‘80 si aprono col problema del restauro di palazzo Venezze
Gli anni ‘80 si aprono col problema del restauro di palazzo Venezze preceduto dallo sgombero della sede, con spostamento per un quinquennio di mobilio ed archivio in un magazzino comunale ed altri ambienti. Si registrava pertanto un rallentamento anche della programmazione, divenuta quasi inesistente nel 1984 anche a causa della grave malattia del presidente, alla fine prematuramente scomparso il 12 novembre.
Una ripresa vigorosa dell’attività, con una particolare attenzione ai giovani, si ebbe col nuovo presidente Umberto Romani, anch’egli però colpito, purtroppo, dopo qualche anno da una grave malattia che lo portò alla morte il 14 marzo 1991.
Seguì la presidenza dell’avv. Carlo Guindani con una ripresa dell’attività e la realizzazione, in particolare (grazie a corposi contributi acquisiti), di una stagione concertistica, quella del 1995, definita memorabile.
Un nuovo cambio della guardia si ebbe nel 1997 con la nomina a presidente della prof.ssa Valeria Baruchello Laganà, stimata docente di pianoforte e poi direttrice del Conservatorio, da poco in pensione. Applauditissimo il concerto di apertura della stagione 1998 con un quintetto di musicisti rodigini (Stefano Romani, Alberto Guerra, Luigi Puxeddu, Franco Catalini e Milena Dolcetto), formatisi al Venezze e attivi a livello internazionale.
L’ultimo ventennio
Nel 2000 le redini dell’associazione vengono affidate al dott. Fernando Mazzucato, che riesce ad ottenere interessanti risorse economiche con cui può programmare stagioni concertistiche di grande prestigio.
Nel 2003 Mazzuccato cede il testimone a Mario Ferrarese, che è stato Presidente per un decennio, caratterizzandolo con importanti cicli concertistici, capaci di creare una trama fra i singoli concerti, che diventano quindi parte di un programma più ampio e suggestivo. Sono anche gli anni in cui diventa sempre più evidente e significativa l’impronta del Direttore Artistico, Luigi Puxeddu, per tanti anni violoncello solista dei Solisti Veneti, nonché richiesto come primo violoncello dalle più importanti orchestre italiane, dalla Scala alla Fenice, alla Filarmonica Toscanini all’ORT. Puxeddu in quegli anni è riuscito a portare a Rovigo soprattutto giovani solisti dal sicuro avvenire e a convogliare energie in una nuova orchestra d’archi, “I Virtuosi della Rotonda”, capace di mettere in luce i migliori talenti musicali rodigini.
Ma il meglio doveva ancora venire, perché proprio nel 2013, quando Luigi Puxeddu riunì in sé le cariche di Presidente e Direttore Artistico, nacque e si sviluppò l’idea di fare di Rovigo la città del violoncello, dato che il Conservatorio Venezze, in cui nel frattempo Puxeddu era stato trasferito come docente di ruolo, è da anni un centro di eccellenza per lo studio di questo strumento, grazie all’illuminata guida di Luca Simoncini, uno dei più sensibili interpreti italiani, che dal 1980 è titolare di cattedra al Venezze, e negli anni ha laureato molti valenti musicisti.
Così nel 2014 nasce e si affianca alla tradizionale stagione concertistica il festival Rovigo Cello City, che in otto anni ha portato a Rovigo molti dei più eccellenti violoncellisti a livello internazionale. L’acuta intuizione di Puxeddu è stata quella di creare qualcosa in più di un festival: infatti, grazie a Rovigo Cello City, i giovani allievi del Conservatorio rodigino hanno la straordinaria opportunità di suonare in concerto insieme alle star del violoncello, oltre al raro privilegio di fare lezione con loro.
Nel 2020, quando Puxeddu si è dimesso, dopo la nomina a Direttore Artistico del Teatro Sociale di Rovigo, il nuovo Presidente, il prof. Ettore Felisatti, ha scelto la strada della continuità con il suo predecessore. Certo, il Covid-19 ha provato a fermare l’attività dell’Associazione, ma, grazie ai prodigi dello streaming e ad un team molto preparato e affiatato, è stata possibile la ripartenza con i concerti in presenza, fra cui due memorabili edizioni di Rovigo Cello City, sotto le direzioni artistiche rispettivamente di Vittorio Piombo e di Giovanni Gnocchi. E, con tenacia, fatica e passione, il Consiglio Direttivo, composto, oltre che da Ettore Felisatti e dalla sua Vice, Nicoletta Confalone, anche da Livia Casetta, Leonardo Chini, Gerardo Felisatti, Luigi Puxeddu e Luigi Spoladore, si avvia al centenario, che si preannuncia ricco di appuntamenti coinvolgenti.²
È proprio nel Centenario del Milite Ignoto che ha avuto compimento una importante ricerca nella memoria di Lendinara.
A Palazzo Boldrin – divenuta da qualche anno ufficialmente la Cittadella della Cultura cittadina – è custodito un tesoro che pochi, anche tra i lendinaresi, conoscono.
L’Archivio Storico Comunale è una vera e propria miniera per chi volesse approfondire la sua conoscenza della storia della città e dei suoi abitanti, dall’epoca della dominazione Estense fino ai giorni nostri.
L’Archivio Storico si compone di circa 800 faldoni, divisi per materia e periodo storico. Assieme al dottor Alberto Burato ho prelevato otto di questi faldoni, quelli che riguardano uno dei periodi più drammatici del secolo che ci siamo lasciati alle spalle: la prima guerra mondiale.
Le cartelle che abbiamo preso in considerazione contengono documenti di varia natura: si va dagli atti ufficiali in carta da bollo ai telegrammi, dai documenti d’identità ai fogli di appunti scritti a matita, dalle planimetrie alle cartoline postali.
Una volta riordinata, questa massa imponente di carte ci ha permesso di ricostruire la storia di quei tre anni e mezzo che sconvolsero la vita di una tranquilla cittadina di provincia. Grazie alla disponibilità di alcuni collezionisti locali, che ci hanno messo a disposizione delle fotografie dell’epoca, siamo riusciti a vedere anche i volti di alcuni dei protagonisti di questa pagina di storia ormai dimenticata.
Ci ha colpito scoprire che la Grande Guerra (come è, significativamente, ancora oggi chiamato il conflitto 1915-1918) a Lendinara non cominciò il fatidico 24 maggio 1915. Già tre mesi prima, a febbraio, il Ministero dell’Interno aveva ordinato al Comune di requisire un ex fabbrica per farne la caserma di un reparto di artiglieria. Fino alla fine della guerra, e anche dopo, la presenza di soldati a Lendinara sarà una costante: in caserme improvvisate si alterneranno unità di fanteria, cavalleria, genio, trasporti, ospedali militari e perfino, nell’estate del 1917, un distaccamento di prigionieri austriaci.
La popolazione militare presente in paese raggiunse il suo culmine, ben 4.000 uomini, nell’inverno 1917-18: praticamente non c’era, in quei mesi, casa che non ospitasse soldati, così come non c’era fattoria che non ricoverasse i loro cavalli, muli e buoi.
Per tutta la durata del conflitto, a governare Lendinara ci furono due amministrazioni: una civile, rappresentata dal sindaco Giuseppe Lorenzoni e dalla sua giunta, e una militare, il Comando di Presidio (al cui vertice si alternarono ufficiali di tutte le armi) con sede nel “ridotto” del teatro Ballarin.
Il Comando di Presidio aveva alle sue dirette dipendenze una macelleria, un forno per il pane, una centrale telefonica, una prigione e perfino un circolo ricreativo, la “Casa del Soldato”, ospitata nei locali della parrocchia di S. Sofia.
Particolarmente significativa fu la presenza di strutture sanitarie per il ricovero dei soldati: nell’inverno 1915-1916 operò, presso l’Ospedale Civile, un Ospedale Sussidiario, gestito dalla Croce Rossa; a partire dall’autunno 1917, Lendinara fu sede di un Ospedale da Campo della Sanità Militare, lo 092, installato nei locali delle Scuole Elementari.
I rapporti non sempre facili tra i militari e la popolazione civile, già duramente provata dal razionamento del cibo e della legna e dal coprifuoco notturno, sono testimoniati da decine di ordinanze prefettizie e delibere comunali. Tali documenti, tra l’altro, ci hanno consentito di ricostruire nei dettagli l’organigramma dell’amministrazione comunale dell’epoca: molto interessante è il fatto che, per la prima volta, alcune donne erano state assunte in qualità di “avventizie” per sostituire i colleghi maschi sotto le armi.
Lendinaresi in uniforme
La lettura dei Ruoli Matricolari, conservati presso l’Ufficio Stato Civile, ci ha permesso di fare una stima, molto realistica, del numero dei nostri concittadini che hanno partecipato, come combattenti, al conflitto: furono poco meno di 1700, cioè il 14% degli 11.868 abitanti residenti a Lendinara e Ramodipalo, quest’ultimo all’epoca ancora Comune autonomo.
Nell’impossibilità di raccontare la storia di ciascuno di questi concittadini in uniforme, abbiamo almeno provato a elaborare delle tabelle statistiche sul loro conto. Gli ufficiali erano 53, mentre per quanto riguarda i soldati, siamo giunti a definire i corpi a cui appartenevano: fanteria 39,5%, bersaglieri 9%, artiglieria 18%, cavalleria 4,9%, genio 5,7 %, milizia territoriale 10,8%.
Al termine della nostra ricerca, e a suggello di essa, ci è sembrato inoltre doveroso rendere un omaggio ai tanti nostri concittadini che dalla tragica esperienza della guerra non sono più tornati: ben 185 ragazzi (tra i quali anche una giovane suora infermiera) dei quali abbiamo tracciato una breve scheda, indicando, ove possibile, dati anagrafici e militari.
Abbiamo raccolto questi dati ed altri in un opuscolo che auspichiamo sia letto ed apprezzato non solo dagli appassionati di storia, ma da tutti i nostri concittadini perché, come scrisse nel 1905 il filosofo spagnolo George Santayana, “coloro che non conoscono il loro passato, sono inevitabilmente destinati a riviverlo”.
L’importante evento, realizzato a Melara lo scorso 12 Settembre (di cui si parla in questo numero del Ventaglio nell’articolo a pag. 24 Melara e il Turismo slow) ha avuto un significativo focus relativo alla storia antica del territorio. Due i principali interpreti, dei quali riportiamo qui di seguito una sintesi degli interventi.
Sguardi sul passato: archeologia e paesaggi sepolti tra Po e Tartaro
Melara è posta all’estremo limite occidentale dell’area altopolesana, caratterizzata dalla convergenza dei corsi terminali del Po e dell’Adige, nel cui mezzo, con la sua autonomia, scorre il Tartaro. In questo lembo di terra (incuneato tra Veneto, Emilia e Lombardia dai limiti geografici imposti dalle vie d’acqua) significative testimonianze archeologiche attestano organizzate strutture insediative già a partire da 4000 anni fa, in stretta relazione con le configurazioni di paesaggi effimeri, in quanto governati dalle periodiche variazioni dell’assetto idrografico.
Le tracce più antiche dell’età del Bronzo (XIX-XIII sec. a.C) sono rappresentate da villaggi arginati (individuati nel territorio di Castelnovo Bariano) che sotto l’aspetto paleoambientale costituivano la propaggine più meridionale del coevo popolamento delle Valli Grandi Veronesi.
Per le fasi finali dell’età del Bronzo (XII-IX sec. a.C.) fu lungo la diramazione di un ramo scomparso del Po (denominato Po di Adria) che si svilupparono grandi abitati, legati ad attivi traffici commerciali tra nord Europa e Mediterraneo orientale. A questi si legano le tracce di un villaggio individuato in località Mariconda di Melara, non distante da Corte Spinata.
Significative sono anche le testimonianze di epoca romana. Se la ricerca archeologica documenta una diffusa antropizzazione, è la fotografia aerea a mostrare interventi razionali di bonifica agraria, condizionati dall’idrografia dell’antico paesaggio e attraversati da importanti rettifili stradali.
Per il Medioevo e il Rinascimento sono prevalentemente i documenti d’archivio e la cartografia storica a testimoniare una attiva rete fluviale, aperta ai collegamenti con centri vicini e lontani soprattutto attraverso la navigazione interna, offrendo, inoltre, in un paesaggio a drenaggio difficoltoso, l’alternativa terrestre sugli argini. Anche per questo periodo storico l’archeologia ci mostra significative testimonianze, suffragata da recenti ricerche.
S. Stefano, lo dicono gli scavi: presenze in zona già nel IV secolo d.C.
Gli scavi condotti presso l’antica chiesa melarese di S. Stefano, dopo il fortuito rinvenimento 2016, si sono rivelati di grande interesse in quanto non solo hanno permesso di dare un riscontro materiale alle fonti documentarie sino ad ora recuperate, ma hanno anche portato alla luce una serie di realtà storiche non testimoniate dalle fonti scritte, tra cui una fase (di età) romana che nel corso delle indagini ha assunto una rilevanza sempre maggiore. Di tale fase sono stati individuati diversi elementi murari sparsi a macchia di leopardo in tutte le aree d’indagine e affiorati soprattutto nei punti dove lo scavo si è abbassato a quote superiori al metro e mezzo. Tali strutture, insieme ai manufatti mobili rinvenuti (reperti ceramici, numismatici, ossei e lapidei), sembrano essere ascrivibili alla fase tardo-imperiale romana (dal IV secolo d.C.).
Nonostante lo scavo, finanziato da Fondazione Cariparo, sia ancora in fase di sviluppo è già possibile avanzare alcune ipotesi relative alla struttura dell’edificio religioso: esso si sviluppa in senso est-ovest e presenta una larghezza (nord-sud) di quasi 18 metri; risulta inoltre dotato di tre absidi (di cui quello centrale di dimensioni leggermente maggiori) e plausibilmente di tre altari (di cui si sono conservati quello centrale e quello meridionale). Lo scavo della porzione di navata settentrionale ha permesso di individuare una chiara suddivisione degli spazi interni dell’edificio: il presbiterio probabilmente rialzato nei pressi dell’area dell’abside; uno spazio intermedio delimitato da un’opera in muratura in cui si può riconoscere il coro; ed infine l’aula, lo spazio dedicato ai fedeli, di cui si conosce solamente una piccola parte.
Relativamente ai paramenti sacri di tale edificio sono stati individuati due dei tre altari, di cui ad oggi è stato possibile scavare solo quello ubicato nel presbiterio della navata meridionale, di forma quadrata. Di questo altare si conserva solamente il supporto interno realizzato con frammenti di laterizio e legato in malta di calce.
Nei lavori nella navata settentrionale sono stati invece individuati due differenti piani pavimentali: uno più antico realizzato con sesquipedali romani posati su di un sottile strato di malta di cocciopesto (posto ad una profondità di 1,8 metri dal piano di campagna) ed uno di età più recente, poggiante su di un ampio livello di rialzamento (circa 1 metro), di cui si conserva solamente una soglia di accesso laterale al coro.
La presenza di due fasi risulta testimoniata anche dallo studio delle stratigrafie murarie delle navate e delle absidi; l’analisi della tipologia di laterizio, della stesura della malta e della messa in opera dei laterizi ha permesso di riconoscere un vero e proprio lavoro di ricostruzione avvenuto in un momento compreso tra X e XI secolo d.C. La motivazione di tale intervento non è ad oggi nota, ma il riscontro di una serie di danneggiamenti strutturali presso l’abside settentrionale (chiari segni di sprofondamento delle pavimentazioni nello stesso coro ed il ritrovamento presso l’area esterna all’abside di grosse fosse inzeppate per l’alloggio di sostruzioni e supporti lignei) permettono di ipotizzare che tali lavori siano stati eseguiti in seguito al crollo, o ad un particolare ammaloramento delle murature della navata.
Oltre all’edificio religioso, i lavori di scavo archeologico hanno interessato anche parte della sua area periferica settentrionale, nella quale è stato individuato uno spazio delimitato a nord da una muratura in laterizio legata in malta di calce, orientata est-ovest, a sud della quale sono state scavate 13 sepolture, tutte orientate in senso Ovest-Est.
Concludendo, basandosi sui dati ancora parziali degli scavi e confidando sulla raccolta di nuove informazioni con la prosecuzione dei lavori, si può sostenere quanto segue: l’area della chiesa di S. Stefano vede una intensa frequentazione già dagli inizi del IV secolo d.C.; tale frequentazione, della quale sono state individuate anche sporadiche tracce strutturali obliterate dalle fasi successive, si sviluppa per diversi secoli sino ad approdare, plausibilmente intorno al IX secolo d.C., alla costruzione di un grande complesso ecclesiastico realizzato con ottimi materiali e di dimensioni ragguardevoli.