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Archivi: Articoli d’archivio

  • L’oratorio di Baricetta

    L’oratorio di Baricetta

    Immagino che molti, passando davanti al tempietto, che sorge lungo il Canalbianco verso Adria si siano chiesti se esso possa custodire qualcosa di interessante. Stiamo parlando dell’Oratorio della Natività di Maria Vergine (o di San Clemente), magnifica chiesetta – purtroppo sempre chiusa – che sorge in località Baricetta, subito dopo il centro del paese in direzione Adria, sul lato sinistro della strada, presso la cinta muraria di Villa Grassi.

    Anche noi del FAI ne ignoravamo la storia, e pertanto grande era la curiosità di indagare e di aprire il bene in occasione delle Giornate FAI d’Autunno 2021. Ci siamo riusciti, grazie alla disponibilità di Don Matteo De Mori parroco della Cattedrale di Adria, e la nostra indagine ci ha portato a scoprire un intreccio di storie davvero coinvolgente.

    Dal punto di vista architettonico il tempietto presenta una struttura molto semplice: la facciata dell’oratorio è impreziosita sul timpano da tre sculture che raffigurano la Fede, la Carità e la Speranza. Molto importante è anche la statua della Madonna con Bambino collocata sopra la porta d’ingresso; dietro questa statua è presente una lapide che ricorda la costruzione dell’oratorio (anno 1708) e, poco più in alto, è posizionato lo stemma della famiglia Grassi, proprietaria della villa attigua all’oratorio.

    Entrando nella chiesetta, l’attenzione viene attratta da un altare, probabilmente di datazione più antica rispetto all’oratorio (forse proveniente da un’altra chiesa), decorato con tre belle statue: al centro una Vergine con Bambino, a sinistra San Clemente Martire e a destra San Pietro. Un tempo erano presenti anche due angeli in marmo ai lati della Madonna, che purtroppo da tempo sono stati trafugati. Sotto la statua della Madonna era inoltre alloggiata una teca con le spoglie di San Clemente, attualmente custodite nella sacrestia della Parrocchiale di Baricetta.

    Alle pareti dell’oratorio sono posizionati quattro architetture tombali, improntate alla semplicità, sormontate da quattro medaglioni in gesso (uno di questi mancante), dipinti a bronzo, raffiguranti i volti dei personaggi ivi sepolti: Giovanni Battista Tornielli, Alessandro Tornielli, Clelia Gobbatti e Antonio Baldassarre Tornielli. Sul pavimento, di fronte all’altare, troviamo una lapide che copre e custodisce i resti di Angelo Grassi, ultimo discendente della nobile famiglia il cui nome tuttora identifica la villa adiacente.

    L’oratorio è dunque testimone della storia di due importanti famiglie veneziane: i Grassi ed i Tornielli, che per loro volontà, come scritto nelle lapidi, hanno scelto di essere qui sepolti.

    La famiglia Grassi

    Iniziamo il nostro racconto dalla famiglia Grassi, originaria di Bologna; un ramo della famiglia si stabilisce a Chioggia attorno al 1230, dedicandosi sempre più al commercio. Nei secoli successivi molti esponenti dei Grassi si affermeranno nella vita pubblica ed in particolare a livello ecclesiastico, infatti nel Seicento tre membri della famiglia (Pasquale, Francesco e Antonio) diventarono vescovi di Chioggia, mentre all’inizio del Settecento Francesco Andrea Grassi fu vescovo a Caorle.

    Già dall’inizio del Cinquecento i Grassi risultano avere numerose possessioni in Polesine. Nel 1646 vennero aggregati alla cittadinanza di Chioggia e nel 1718 li vedremo ottenere il titolo di patrizi veneziani, grazie all’esborso di centomila denari a favore delle casse della Serenissima.

    Ritorniamo indietro di 10 anni, l’8 maggio 1708, quando il vescovo di Adria Filippo della Torre concede a Paolo Grassi l’autorizzazione a costruire l’oratorio di cui stiamo parlando, voluto per dare un punto di ritrovo e preghiera ai numerosi braccianti che lavoravano le terre dei Grassi. Il tempietto viene consacrato il 20 giugno 1708 in nome della “Beatissima Vergine Maria e di San Clemente Martire”, alla famiglia Grassi ne spettava il giuspatronato.

    In seguito venne posta la reliquia di San Clemente all’interno dell’altare (oggi spostata nella sacrestia della Parrocchiale) e nel 1849 l’oratorio, nonostante le sue modeste dimensioni, divenne curazia, ma lo rimase per poco, fino alla costruzione della Chiesa Parrocchiale di Baricetta che avvenne nel 1866, e pertanto venne declassato ad oratorio privato.

    I Grassi nel ‘700 aumentano via via le loro proprietà: a Chioggia edificano il Palazzo Grassi (che attualmente ospita il Museo di Zoologia adriatica “Giuseppe Olivi”) e poi, per dare ulteriore lustro alla famiglia, incaricano l’architetto Giorgio Massari di edificare a Venezia il ben più noto Palazzo Grassi, ai giorni nostri sede di importanti mostre d’arte.

    Nell’ ‘800 assistiamo ad una lenta parabola discendente, fino agli ultimi due rappresentanti della dinastia, i fratelli Angelo e Domenico. Costoro nel 1834 venderanno il palazzo di Chioggia e nel 1840 il Palazzo Grassi di Venezia (quest’ultimo acquistato da Spiridione Papadopoli per conto della Società Veneta Commerciale).

    Il 30 Dicembre 1842, muore Angelo Grassi, ultimo erede della dinastia, la cui memoria – come detto – è eternata nella lastra tombale posta sul pavimento del bell’oratorio. Tutti i suoi beni passano alla famiglia Tornielli nelle persone di Giovanni Battista ed Antonio Baldassarre, esponenti di una famiglia amica dei Grassi.

    La famiglia Tornielli

    La dinastia dei Tornielli ha origini ungheresi e nobiltà piemontese. I Tornielli di Venezia sono del ramo dei signori di Romagnano: nel 1307 ricevettero dal Papa Clemente V il titolo di conti palatini in seguito all’apporto dato nelle crociate contro l’eretico Dolcino. In seguito alle persecuzioni dei Visconti si trasferirono prima a Verona presso Can Grande della Scala e poi a Venezia.

    Veniamo dunque a proporre alcuni cenni biografici sui Tornielli sepolti nell’oratorio.

    Giovanni Battista Tornielli è ricordato in particolare per essere stato presidente per oltre un ventennio del Gran Teatro la Fenice di Venezia, dal 1850 al 1872, anno della sua morte. Famosa è stata l’amicizia del conte Giovanni Battista con il compositore Giuseppe Verdi, che egli ospitò nella Villa di Zerman di Treviso subito dopo la delusione della tanto criticata prima della “Traviata”, messa in scena il 6 Marzo 1853 al Teatro La Fenice.

    Alessandro Tornielli seguì gli interessi paterni venendo nominato “direttore agli spettacoli” del teatro la Fenice di Venezia dal 1875 fino al 1898. Per una breve parentesi (1886-1887) fu anche “direttore all’economia”. Sposerà Clelia Gobbatti, di origini rodigine il 26 ottobre 1862, anch’essa sepolta nell’oratorio di Baricetta.

    Si deve proprio ad Alessandro Tornielli un intervento consistente nell’oratorio: egli infatti, nel 1872, alla morte del padre, lo trasformò in una vera e propria cappella di famiglia, preparando nello stesso luogo le tombe per sé e per i suoi cari.

    Dell’ultimo ospite nelle tombe di famiglia Antonio Baldassarre Tornielli, si hanno poche e frammentarie notizie, sappiamo che entrò nell’ordine dei Cappuccini in gioventù, che esercitò a Venezia, poi fu missionario a Patrasso e Cefalonia dove rimase per più di 14 anni, in seguito ritornò a Venezia e successivamente in Piemonte fra Pinerolo, Moncalieri e Torino dove spirò il 29 Marzo 1891, e per volere di Alessandro Tornielli fu trasferito nel sepolcreto di famiglia.

    In seguito alla lettura del testamento di Alessandro Tornielli veniamo a conoscenza di un figlio “adottivo”, Arcibaldo Leopoldo Trevisan, che, per volere testamentario, assumerà il cognome dei Tornielli ed erediterà le proprietà rimaste.

    Il conte Arcibaldo Trevisan Tornielli, rimasto celibe, morendo lasciò le proprietà di Zerman di Treviso e del Veneto al poco più che ventenne Ildebrando Bonaventura, figlio del suo amministratore, ma educato e trattato come fosse stato figlio suo.

    La storia di questa eredità ebbe una certa risonanza per la personalità del fortunato Ildebrando Bonaventura, che ispirò la creazione de “il signor Bonaventura”, personaggio di un fumetto che animò le pagine il “Corriere dei Piccoli” dal 1917 fino alla metà degli anni ‘50. Nacque dalla fantasia di Sergio Tofano che conobbe Ildebrando sotto le armi e ne coltivò l’amicizia. L’amabile personaggio dei fumetti “Bonaventura” vestiva con marsina e bombetta rossa, larghi pantaloni bianchi, ed era sempre accompagnato dal suo fedele bassotto; sottobraccio, alla fine di ogni storia, l’immancabile assegno di “un milione”.

    Gli ultimi proprietari dell’oratorio e la situazione odierna

    Dalla famiglia Bonaventura, Villa Grassi e la campagna annessa saranno cedute alla famiglia Baroni per passare attorno al 1980 ai Duoccio attuali proprietari.

    L’oratorio seguì un percorso diverso rispetto alla Villa, infatti, dopo un periodo di abbandono, nel 1985 una sinergia fra i proprietari dell’epoca, il Rotary Club di Adria, la Parrocchia della Cattedrale di Adria e la Soprintendenza portò al restauro parziale dell’oratorio, lasciandolo poi in custodia alla Parrocchia della Cattedrale di Adria.

    Da quel restauro son passati ormai più di 30 anni e le insidie del tempo stanno sempre più comportando aspetti di degrado che andrebbero sanati.

    In occasione delle Giornate FAI d’Autunno 2021 un gruppo di volontari del FAI di Rovigo si è impegnato ad aprire al pubblico l’oratorio dopo aver ripulito l’interno diventato nel tempo un magazzino di oggetti dismessi. Molte le visite, e l’auspicio che l’iniziativa del FAI – che ha richiamato l’attenzione sul bene del ‘700 – possa essere di stimolo per un intervento che renda fruibile l’oratorio, di modo che la sua storia possa essere raccontata senza perderla di nuovo.

  • La ruota sullo Scortico

    La ruota sullo Scortico

    È fatta!… Io e Mauro ci guardiamo in faccia.

    Scoppiamo in una risata di soddisfazione.

    La ruota gira sotto la spinta dell’acqua dello Scortico con uno scroscio ritmato.

    Nell’immaginario collettivo l’idea di mulino è sempre associata alla “ruota”, ed anche all’Ecomuseo Mulino al Pizzon di Fratta Polesine da visitatori ed ospiti scaturiva la domanda: “ma la ruota dov’è?”.

    In effetti da tempo mancava. Bisognava dunque provvedere. Occorreva progettare, costruire ed infine installare, sul luogo assegnatole dalla storia, la ruota del mulino.

    Già alcuni anni fa l’intuito di Maurizio, che al tempo assieme alla famiglia gestiva la locanda annessa all’Ecomuseo, lo aveva spinto alla costruzione di una ruota di legno, simulando quella originale del 1846, data del progetto dell’impianto molitorio. Il tempo e le azioni atmosferiche avevano però degradato la struttura ad un punto tale da richiederne lo smantellamento.

    Che fare?

    Per un breve periodo, grazie all’opera di Alberto, si era voluto mantenere una parvenza di ruota idraulica con alcuni elementi, ma il coinvolgimento di Mauro, abile carpentiere, ed il sostegno insistente di Beppe, hanno portato alla decisione “storica”: ricostruire la struttura in ferro. Misure, quantificazione dei materiali, ordine e consegna sono stati tempestivi. Con piena fiducia si iniziano i lavori.

    La ruota idraulica di un mulino non è una cosa banale: fin dai tempi antichi si sono costruite utilizzando legni di vario tipo, fino ad arrivare in tempi più recenti all’uso dell’acciaio. La progettazione della ruota del Pizzon richiedeva pertanto uno studio attento in funzione dell’utilizzo e soprattutto della sua collocazione nel contesto geografico ed ambientale.

    È bene precisare che la ruota idraulica non è altro che un mezzo per trasformare l’energia dell’acqua di un fiume o torrente in energia meccanica per svariati utilizzi come la macinazione dei cereali, delle castagne, la spremitura delle olive, la pilatura del riso, la follatura degli stracci per la produzione della carta, il maglio nella forgiatura dei metalli ed altre varie applicazioni. Quindi nel passato ogni ruota aveva il suo preciso disegno e dimensioni.

    Per quanto riguarda il Mulino del Pizzon di Fratta Polesine le ruote idrauliche originali erano due, costruite in legno, di circa 5 metri di diametro con 32 pale, tali da sfruttare al meglio l’energia dell’acqua per un salto medio-basso. A testimonianza di ciò, nella fase di pulitura delle due vasche di passaggio dell’acqua sono state trovate le tracce dello strisciamento delle ruote sia sulle pareti in mattoni che sul fondo pavimentato con marmo rosso-ammonitico proveniente dall’area veronese.

    Dopo aver tolto tutte le parti di legno rimaste, il lavoro è iniziato per forza di cose dall’asse, collocato precedentemente nella vasca più vicina alla struttura del mulino dove esisteva una paratoia di sbarramento per il controllo dell’afflusso dell’acqua proveniente dalla derivazione del canale Scortico.

    Sopralluogo e varie misurazioni hanno preceduto il successivo ordine da parte di Mauro dei materiali occorrenti ed arrivati in breve tempo a destinazione con l’ausilio dell’ampia vettura di Beppe: un bel peso di profilati di ferro e lamiere zincate.

    La tenacia, l’abilità e l’ingegno di Mauro nell’arte della saldatura (e con il mio aiuto) hanno portato alla impostazione di massima della struttura, realizzata con un diametro ridotto rispetto l’originale e con solo 16 pale. Questo fatto ci ha costretto in un lungo e faticoso percorso di vari tentativi ed artifici per arrivare a far girare la ruota con la sola forza dell’acqua che il canale Scortico concedeva.

    Va detto che lo sbarramento del canale, alla conca di navigazione, realizzato e controllato dal Consorzio di Bonifica Adige-Po non garantiva sempre il livello sufficiente per avere la giusta quantità d’acqua. Bisognava sopperire a questa necessità. Non è stato facile, ma alla fine – grazie ad una opportuna canaletta costruita con assi di legno, posizionata ad una giusta altezza, con idonea pendenza e calibrazione della massa d’acqua sulle pale – si è ottenuto il risultato desiderato, permettendo una rotazione costante della ruota precedentemente equilibrata con appositi pesi.

    Soddisfazione dunque! La struttura funzionava, ma l’aspetto grezzo e falso dell’acciaio e delle lamiere zincate stonavano vistosamente. Bisognava intervenire per migliorare l’estetica. Si è quindi provveduto ad una verniciatura conferendo all’intera ruota l’aspetto antico e gradevole al tempo stesso.

    La giornata del 5 settembre 2021, destinata dall’A.I.A.M.S. (Associazione Italiana Amici dei Mulini Storici) con sede a Revere alla apertura dei mulini storici in tutta Italia, è stata la cornice per la festa di inaugurazione del nuovo manufatto.

    Onorati dalla presenza del Sindaco di Fratta Polesine Giuseppe Tasso e dal Vice Sindaco Alessandro Baldo, si è proceduto al tradizionale taglio del nastro e brindisi tra i fautori dell’opera che faceva seguito al recupero strutturale del mulino ad opera di Alberto: il gruppo di ingranaggi conici e della turbina idraulica. Dopo una faticosa pulizia e messo in sicurezza il locale, si è reso accessibile ai visitatori un altro angolo interessante dell’Ecomuseo.

    Ancora un grande passo in avanti, dunque, per la valorizzazione dell’unico mulino terragno ottocentesco funzionante ad acqua, tuttora completo delle macchine, esistente in Polesine, grazie all’azione meritoria di salvataggio e recupero dell’opificio da parte di Donatella Girotto e Giuseppe Marangoni ed all’opera appassionata di alcuni volontari, tra cui i fautori degli ultimi lavori: Cristiano Fenzi, Mauro Padoan, Alberto Spagnolo e Pierluigi Turri.

  • I laghetti di Rosolina

    I laghetti di Rosolina

    Non molti sono a conoscenza che nel territorio del comune di Rosolina esistono dei laghetti di acqua dolce. Si tratta di gorghi presenti in località Ca’ Diedo, particolari forme acquatiche che costituiscono un vero monumento naturale: un possibile geosito che merita di essere segnalato e che ci consente di leggere la memoria del paesaggio, testimonianza del tragico passato legato alle alluvioni.

    Si presentano come piccoli laghi di acqua dolce di risorgiva, in quanto l’alimentazione avviene tramite infiltrazione dall’alveo dell’Adige, attraverso i sedimenti sabbiosi permeabili presenti nel sottosuolo. Un gorgo è una cavità di erosione indicata con il termine specialistico “evorsione”, causata dalle acque di una alluvione che incontra un ostacolo su un’area con sottosuolo sabbioso.

    Poco noti al pubblico, questi specchi d’acqua non hanno trovato attenzione nemmeno nella pubblicazione “I gorghi del Polesine” della Provincia di Rovigo, dove non risultano né individuati né pertanto descritti.

    Eppure qualche cultore del territorio li ha segnalati. Primo fra tutti Arturo Avanzi che quasi 50 anni fa, nel 1973, nel suo libro “Vecchio mondo polesano”, li descrisse. Riportiamo integralmente: “In località Ca’ Diedo vi sono dei laghetti con fondali di sette metri che coprono una lunghezza di un chilometro. Sono sorti in epoche recenti:

    il primo laghetto (quello a ponente, verso la Romea) è derivato dalla rotta dell’Adige del 1882, gli altri due si sono formati in seguito all’alluvione del Po del 1951”.

    Una valorizzazione dei gorghi di Ca’ Diedo sarebbe quanto mai opportuna in un’ottica di fruizione turistica, partendo da un progetto di sistemazione e rinaturalizzazione della parte orientale del primo gorgo. In un secondo tempo servirà una apposita segnalazione con i cartelli turistici di colore marrone per indicare l’area attrezzata per una sosta ed un pannello illustrativo con immagini e testo sulla nascita e sviluppo dei gorghi.

    L’interesse naturalistico di questa area non è limitato ai gorghi ma si estende anche alla presenza di resti visibili di due dune fossili nella vicina località il Monte, datate da vari autori all’età romana.

    Il contenuto del presente articolo è a disposizione affinché i gorghi di Ca’ Diedo vengano inseriti nella documentazione dei gorghi della provincia di Rovigo.

    L’aspetto odierno

    Per arrivare ai gorghi di Ca’ Diedo si deve percorrere la strada S.S. 309 Romea da Rosolina in direzione Chioggia. Subito prima del ponte sul fiume Adige si devia a destra percorrendo circa 200 metri della strada arginale e si scende verso campagna. Sono qui presenti due piccoli specchi d’acqua localmente noti come “i laghetti”, idronimo che nel recente passato identificava anche un ristorante-pizzeria.

    Il toponimo originale del luogo era Ca’ Diedo, ma ormai è difficilmente rintracciabile in quanto ha assunto maggiore valenza la vicina località Ca’ Morosini, che in tempi recenti ha registrato un discreto sviluppo edilizio.

    Una segnalazione locale piuttosto curiosa, presente nelle vicinanze, è il toponimo “Deserto”, presente nelle carte del 1800 e anche nel 1900. Ora tale località non è più riportata, rimane la sola indicazione di “via Deserto”, lungo la strada per Rosolina Mare.

    Attualmente possiamo osservare due gorghi attraversati e divisi da via Ca’ Diedo. Quello ad ovest mostra un perimetro irregolare dovuto a due distinte origini e presenta un restringimento evidente a settentrione, in posizione centrale che di fatto quasi suddivide il gorgo. La parte occidentale di questo gorgo si presenta ben conservata e mostra un habitat tipico dei gorghi, con vegetazione acquatica di tipo idrofilo. Sulle rive è presente una vegetazione terricola erbacea, una vegetazione arborea con salici bianchi e pioppi neri ed anche una vegetazione arbustiva. La fauna è rappresentata da uccelli acquatici e anfibi. La parte orientale di questo primo gorgo ricade con il bordo meridionale in proprietà privata e la vegetazione è limitata a qualche raro canneto.

    Il gorgo ad est della strada rimane inglobato all’interno della proprietà di una attività di ristorazione e risulta visibile solamente in parte.

    Evoluzione nel tempo

    Per analizzare lo sviluppo dei gorghi si è resa necessaria una ricerca cartografica, consultando sia le carte topografiche sia quelle catastali. Si è ricorsi anche alla visione delle foto aeree disponibili e consultabili, sia sul geoportale della Regione del Veneto sia sul sito dell’IGM e infine Google Earth.

    L’analisi cartografica ha documentato la presenza di un primo gorgo nelle carte del Catasto Austriaco del 1841, dove lo specchio d’acqua è suddiviso in due mappali che classificano l’area come “stagno”.

    La prima carta topografica che mostra il gorgo è la tavoletta IGM “Cavanella d’Adige” con la data del 1892, da cui possiamo misurare le dimensioni: lungo l’asse nord-sud raggiungeva i 150 metri, mentre da est ad ovest la larghezza variava da 50 a 100 metri circa. Il gorgo mostrava una forma irregolare debolmente allungata da nord a sud, con alcuni lati rettilinei e un arco in posizione occidentale.

    Come abbiamo potuto appurare il gorgo non deriva all’alluvione dell’Adige del 1882, anche se le acque dell’Adige, il 1 ottobre 1882 hanno interessato in maniera diretta l’area di Ca’ Diedo con due rotte arginali, che avranno sicuramente allagato tutta la zona e poi, dopo l’allontanamento delle acque sarà riapparso il laghetto.

    La foto del volo dell’IGM del 1949 conferma una conformazione pressoché simile a quella cartografata nell’Ottocento.

    Il gorgo dell’alluvione del 1951

    Con l’alluvione del Po nel novembre 1951 avviene un ampliamento del gorgo ottocentesco, che lascia inalterato il contorno lungo il lato ovest, ma aumenta di circa 4 volte la superficie nella parte verso est.

    Recentemente ho avuto modo di intervistare il sig. Ferro Renzo di Ca’ Diedo, che all’epoca era tredicenne; insieme al fratello Ferro Florido allora venticinquenne, sono stati testimoni visivi. Egli racconta che a Cà Diedo le acque sono arrivate il 20 novembre 1951 da sud-ovest, dalla frazione Volto. L’acqua è arrivata dapprima dallo scolo che sottopassava la ferrovia, si è incanalata, ha ingrossato il canale, lo ha subito sormontato ed è corsa secondo la linea di massima pendenza. Successivamente è giunta la massa d’acqua alluvionale che ha facilmente superato il tracciato ferroviario in quanto buona parte della ferrovia nella zona Volto di Rosolina è posizionata alla quota del piano campagna. Nessun altro ostacolo di origine antropica (la strada SS 309 Romea non era ancora stata costruita) si è opposto al progressivo innalzamento della massa d’acqua che è corsa lungo il piano della massima pendenza.

    L’alluvione ha incontrato un territorio caratterizzato dalla presenza dei rilievi sabbiosi delle dune fossili che ha incanalato il flusso in direzione NNE (nel 1951 non era ancora iniziata la demolizione antropica delle dune fossili che continuerà fino agli anni 1970 -1980). Dopo poche centinaia di metri, la lama d’acqua ha incontrato il rilevato arginale destro dell’Adige, che non ha superato, ma è stata respinta indietro trovando il percorso ostacolato dalle dune. Ha quindi avuto origine un vortice ad asse verticale che ha innescato lo scavo in profondità della sabbia che costituisce il sottosuolo di quest’area. La massa d’acqua defluì poi verso valle Morosina, raggiungendo successivamente il mare.

    Le variazioni dal 1951 ad oggi

    L’alluvione del 1951 determinò un unico grande gorgo che mostrava una forma molto allungata, pari circa a 700 metri ed una ampiezza pressoché costante intorno ai 40 – 50 metri nella parte centro-est.

    Qualche anno dopo, la foto aerea del 1954 e la carta del 1955 mostrano due distinti corpi acquatici, separati da una strada. L’intervento di divisione del gorgo è dovuto al ripristino della viabilità locale preesistente che collegava Ca’ Morosini con Ca’ Diedo e la strada arginale sull’Adige. Troviamo conferma di questo collegamento stradale sia nella mappa catastale del 1841 sia nella carta topografica del 1892, dove si legge “strada pubblica” consorziale”.

    Negli anni ‘60 i laghetti sono tre, in quanto il gorgo ad ovest di via Ca’ Diedo è separato da una lingua di terra in due distinte aree acquatiche. Il laghetto ad est ha mantenuto la sua forma longilinea e risulta il maggiore come estensione.

    Nel decennio successivo si documentano ancora tre gorghi, ma per il gorgo longilineo comincia la fase di interramento, che inizierà da est ed avverrà in due fasi, con la prima si colma di terra la porzione più orientale e con seconda si prosegue fino a far rimanere solamente un terzo dell’originaria superficie acquatica.

    Avanzi, nel suo testo citato, riporta che già nel 1973 il laghetto orientale risultava interrato, ma anche il primo non ha avuto vita facile, tanto che “uno dei precedenti proprietari – quello dell’ultima alluvione – fece ammat­tire mezza provincia e due ministeri perché a tutti i costi voleva che fossero prosciugati”.

    È tuttavia possibile rintracciare con precisione il bordo orientale del gorgo longilineo, in quanto, dove terminava la riva orientale, è presente un testimone vegetale: una sottile fascia di canna di palude, curiosamente lasciata intatta in un contesto di campagna coltivata.

  • Via Roma a Badia

    Via Roma a Badia

    Parecchi secoli addietro, Plinio il Giovane scriveva che “Noi usiamo intraprendere lunghi viaggi e navigar vasti mari, per veder cose che, quando le abbiamo sotto i nostri occhi, trascuriamo”.

    Proprio per questo, da alcuni anni il gruppo Ctg La Mongolfiera di Badia ha promosso il ciclo “Conosci Badia”, corsi di riscoperta della città. Essi sono rivolti principalmente ai suoi abitanti e caratterizzati non solo da incontri di approfondimento su alcuni aspetti, ma anche da alcune uscite “di scoperta” a piedi.

    Sono quindi nati alcuni mini-itinerari che, nelle serate estive del Ferragosto badiese 2020 e 2021, sono stati offerti dal Ctg con crescente successo e partecipazione alla gente che voleva sfuggire alla calura estiva.

    Ai lettori del Ventaglio proponiamo l’itinerario dedicato a via Roma, mettendoci nei panni dei viaggiatori che, per la prima volta, provenendo da Rovigo, raggiungono Badia Polesine. Superata la zona industriale e commerciale, concluso il rettilineo che viene da Lendinara, si curva leggermente a destra per entrare in via Roma.

    Subito sulla destra ci colpisce il grande complesso dello Stadio Verzaro, ora praticamente in disuso, ma che sarebbe meritevole di un recupero anche per la sua storia. Progettato nel 1928 dal badiese ing. Aldo Chieregato e dal legnaghese Mario De’ Stefani, un valente artista e architetto operante in varie città venete, il Polisportivo del Littorio (questo il nome originario) è stato uno dei primi stadi realizzati in Italia dal Regime. Oltre al campo di calcio offriva sale per scherma e ginnastica, una pista di atletica, campi per la “palla a cesto” e il tennis, installazioni per l’atletica leggera e il tiro a volo.

    Il corpo centrale che sorregge le tribune ha una facciata imponente, ispirata al classicismo stilizzato dell’epoca fascista. Una curiosità: le colonne binate erano in origine dei fasci littori dai quali, dopo il ventennio, sono state scalpellate le lame.

    Poco più avanti, attira la nostra attenzione sul marciapiede sinistro un grosso cippo bianco, oggi “vilipeso” a sostegno di una targhetta rossa che segnala un idrante. Guardandolo bene, sotto i segni del tempo, si può vedere che si tratta in realtà di una pietra viaria, con tanto di freccia e scritta Salvaterra m. 1000. È la testimonianza della rettifica in epoca austriaca della strada, a correzione dell’antico percorso medievale del “Cao de Vila”, nome che in origine aveva la via. Proprio a questo punto infatti, dopo il vicolo V San Francesco, la strada non proseguiva diritta come oggi, ma curvava in direzione dell’Adigetto e saliva sull’argine verso il vecchio macello, biforcandosi poi per via Palazzina e il Capitello presso le Quattro strade.

    Ma i vari vicoli S. Francesco, con il loro nome, ci ricordano anche che la via, dopo essere stata il Cao de Vila e prima di diventare l’odierna via Roma (per volere del Regime, negli anni venti, con l’obiettivo di celebrare in ogni Comune il mito della Città eterna), aveva avuto anche un’altra denominazione: via S. Francesco. E ciò a testimonianza di uno scomparso convento del ‘400 con ospitale e oratorio di San Girolamo, retti dai frati minori francescani. Infatti, poco dopo il cippo, sempre sulla sinistra, è ancora individuabile l’antica chiesetta sconsacrata del complesso, oggi occupata da una attività commerciale, dopo essere stata per decenni una falegnameria in cui era ancora ben visibile l’abside. Ora resta la forma dell’edificio, con un caratteristico cornicione sottotetto e il rosone della facciata occupato da una bocca di aspirazione dell’aria.

    Proseguendo, sul lato destro, recentemente ridipinta di rosso con inserti bianchi, si staglia l’imponente facciata di Palazzo Norsa, nella quale spiccano alcuni particolari, come la testa di un leone e uno stemma con tre stelle e un’ancora. In realtà l’edificio non è mai stato un palazzo di famiglia, ma è sorto tra il XIX° e il XX° secolo per ospitare una serie di appartamenti autonomi, demolendo alcuni bassi edifici occupati da magazzini e uffici della Conceria Norsa.

    La conceria, fondata prima del 1870 da Gustavo Norsa, di famiglia ebraica, era una delle più importanti del Polesine, con depositi a Mantova e Padova. Specializzata in cuoi da suola, esportava anche nell’impero austro-ungarico. Disponeva di 30 tini da concia per circa 100 mc e impiegava 25 persone per circa 250 giorni all’anno. Chiaramente la ricca presenza di acque tra Adige e Adigetto favoriva l’industria conciaria, così come quella legata alla lavorazione della ceramica.

    A Badia quest’ultima fu fiorente per parecchi secoli, a partire dal 1400, ed era una attività destinata ad un uso tipicamente pratico. Le numerose manifatture infatti producevano boccali, piatti, catini, pentolame da cucina e altri oggetti per l’uso comune quotidiano, anche se alcuni reperti giunti fino a noi e conservati nel Museo Baruffaldi (ora in ristrutturazione) testimoniano anche lavori di ottima fattura con fini decorazioni e spiccato buon gusto.

    Proprietario di una di queste boccalerie, attiva fino al dopoguerra, era Pio Turchetti che nel 1905 costruisce nella via una imponente villa di famiglia, dando incarico al geometra Sabadini di Padova e commissionando le decorazioni agli artisti Bianchi e Sanavio pure di Padova. Tre piani sormontati da una bella e caratteristica torretta, con la facciata principale su via Roma, mentre un retrostante parco si estende sino alle scuderie affacciate sul corso d’acqua.

    Villa Turchetti ha una vera e propria seconda facciata verso il giardino retrostante. Il motivo è che si doveva accogliere in bellezza anche l’ospite che arrivava in carrozza o via acqua entrando dal portone carrabile che dava sul fiume.

    Da segnalare una bella fascia in bugnato inserita tra lo zoccolo e una cornice marcapiano. La parte centrale del fabbricato è poi caratterizzata da una trifora con poggiolo affiancata da 4 finestre architravate. La luce all’ultimo piano è poi garantita da 7 finestre ovali poco sotto il cornicione lavorato.

    L’interno è decorato sempre in stile liberty con stucchi di gesso di fine fattura e portali architravati in marmorino. Pregevoli le decorazioni dei soffitti e 4 mascheroni, con volti femminili, sopra i portali che danno accesso ai 2 grandi saloni interni.

    La Villa ha una sua importanza artistica particolare, perché è l’unico esempio in Polesine di uno stile Liberty le cui decorazioni esterne e la fontana con i delfini sono realizzate in un materiale all’epoca nuovo e moderno: il cemento. E di cemento sono anche i pilastri esterni, decorati con mascheroni di genere femminile, che reggono l’artistico portone di ferro battuto sormontato dalle iniziali VR. Stanno probabilmente per Villa Rossi, dal nome della famiglia che succedette nella proprietà ai Turchetti, prima che nel 1963 il complesso passasse al Comune per diventare Scuola media e tornasse poi proprietà privata per ospitare prima gli uffici dell’INPS ed attualmente essere sede di Studi professionali e di una importante attività imprenditoriale europea.

    Via Roma termina praticamente pochi metri dopo la villa, affacciandosi su uno spazio aperto, oggi occupato dalle piazze Marconi e Foro Boario. Era l’antico , un toponimo diffuso nel medioevo ad indicare un’area libera, fuori dalle mura delle città, in cui non si poteva edificare. Il motivo era quello di impedire un attacco facendosi scudo delle costruzioni esistenti. Erano perciò ammesse solo piccole casupole di canna e legno, in maniera da poter essere rapidamente distrutte in caso di bisogno, per avere libera visuale.

    Il centro di Badia non aveva mura, ma era ugualmente protetto da una profonda fossa d’acqua e da un terrapieno che lo circondavano completamente.

    Proprio qui, al termine di via Roma, la fossa correva da sud a nord occupando via Terraglio (l’odierna via don Minzoni) e le piazze. Al di là dell’acqua ecco il nucleo centrale della Badia, il Borgo di San Giovanni, e chi voleva entrarci doveva passare la fossa, attraversando una delle tre medievali porte che permettevano di accedere alla città.

    Qui sorgeva infatti la Porta de Soto – detta anche di Cao de Vila o di San Giovanni – costruita in muratura sulla fossa, e dotata di un ponte in legno che si poteva chiudere per controllare l’entrata e l’uscita dal Borgo.

    Oltrepassata la Porta, si entrava nel cuore del Borgo, percorrendo l’odierna via S. Giovanni, il Battista, a cui è ancora oggi intitolata l’Arcipretale.

    Ma qui si apre un altro, nuovo, affascinante, itinerario alla scoperta di Badia.

  • Villa Vianelli a Tornova

    Villa Vianelli a Tornova

    Tornova, affacciata sulle placide acque del Naviglio, si erge Villa Vianelli: un imponente edificio settecentesco in una corte rurale della superficie di 19.000 mq.

    Tornova è un borgo della periferia settentrionale di Loreo, dove il paesaggio è definito in un mosaico di appezzamenti agricoli. Oggi, l’identità di questo territorio è prettamente di tipo rurale, mentre in passato, il sito era noto per essere stato un caposaldo militare e successivamente una dogana per la Repubblica della Serenissima. La vicinanza con il fiume Adige ed il collegamento alla via navigabile del Naviglio che conduceva verso Loreo, accendevano questioni politiche territoriali di un certo rilievo, del cui ricordo rimangono tre elementi significativi:

    • il toponimo “Tornova” ossia “Torre Nuova”, avamposto militare a protezione del comune bassopolesano;

    • la “Stele di Tornova” (a ridosso dell’Adige) un manufatto in pietra d’Istria, sul quale si leggono le tariffe daziali per il passaggio delle imbarcazioni;

    • la storica Villa Vianelli – di cui qui ci occupiamo – il cui fascino continua a catturare l’attenzione dei locali e dei viandanti, nonostante i segni indelebili del tempo che inesorabilmente scorre sulla sua struttura e sulla sua storia.

    Per le sue caratteristiche, lo storico edificio, affacciato sul corso d’acqua, può essere classificato in vari modi, come “Villa Veneta”, “Villa rustica” e “Casa Padronale Polesana”.

    La prima definizione è appropriata in quanto il manufatto evidenzia i caratteri costruttivi tipici degli edifici della nobiltà veneta in ambiente agreste: il corpo centrale è affiancato da due ali, con corte, barchesse e la cappella gentilizia dedicata alla “Beata Vergine della Marina”; presente inoltre un giardino e varie adiacenze.

    Della villa rustica prevale invece la sua funzione legata all’aspetto rurale, mentre nella casa padronale si racconta in particolare la storia del XX secolo, quando vigeva un sistema che faceva riferimento ai coloni e alla conduzione a mezzadria dei campi, proprietà della famiglia Vianelli.

    Le caratteristiche della villa e i passaggi di proprietà

    L’edificazione della villa risale al 1770

    L’edificazione della villa risale al 1770, informazione che leggiamo sulla pedata del gradino al piano nobile ad opera dei nobili Zanchi, i primi proprietari, una ricca famiglia di possidenti dell’area bergamasca e veronese. I Zanchi coltivavano buoni rapporti con la Repubblica Serenissima; tra le varie attività, erano dediti alla gestione dei fondi ed interessati in particolare alla coltura del riso. Infatti l’area rurale da Tornova fino a Loreo si caratterizzò tra ‘800 e ‘900 per le imponenti estensioni risicole.

    Della famiglia Zanchi resta l’emblema sul portale al piano nobile della facciata: una torre alla ghibellina con due mezze lune speculari. Di particolare interesse sono anche i due bassorilievi ovali con medaglioni posti sulla facciata.

    L’importanza della villa si denota nelle dimensioni del corpo di fabbrica con tre piani fuori terra ed una superficie totale di 774 mq. (una larghezza di 27 m, una profondità di 16 m ed un’altezza di 16 m.) e si coglie nell’armoniosa e sobria facciata che esprime la sua bellezza secondo i canoni estetici della villa veneta.

    Al piano terra la facciata presenta un portale centinato con arco a tutto sesto. All’altezza del piano nobile spicca una imponente trifora, la cui luce centrale presenta un arco a tutto sesto, sormontato da un fastigio culminante con lo stemma nobiliare. All’ultimo piano si notano delle luci (finestre) di minori dimensioni dove si trova il sottotetto con soffitta.

    L’intonaco, seppur mancante in certi punti, evidenzia il colore originale dell’edificio, ossia una tonalità dei classici “rossi veneziani”, realizzata secondo il metodo che vede mescolarsi la calce con pigmenti di coccio pesto (quest’ultimo ottenuto dallo sbriciolamento di mattoni rossi).

    La villa si affaccia su un prato verde ed un’aia, mentre sul retro troviamo un grande giardino con piante secolari e una maestosa fontana, ormai purtroppo abbandonata e avvolta tra edere e piante selvatiche. In passato c’era anche una grande serra con piante tropicali e all’esterno agrumeti, viti, allori e rigogliose siepi. Un pozzo fungeva da ghiacciaia. Il perimetro della corte era definito da un muro di mattoni con portali d’ingresso, parti di questi sono presenti ancora oggi.

    Nota inizialmente come Villa Zanchi, poi Villa Nordio-Zanchi, dal 1868 passò alla famiglia dei Conti Vianelli, i cui eredi ne conservano ancor oggi la proprietà assieme alla corte ed ai terreni circostanti.

    I ricordi della storia tra ‘800 e ‘900 della villa ci giungono per via orale da coloro che hanno vissuto nella corte di Villa Vianelli, dove circa 400 persone a inizio del XX secolo si dedicavano alla vita rurale, secondo le consuetudini polesane dell’uso del fondo agricolo.

    Seppur in precarie condizioni strutturali, la villa merita anche una visita al suo interno dove si conservano decorazioni, stucchi, volte a crociera e a botte lungo le scale che portano al piano nobile, nel quale si nota il pavimento con il tipico terrazzo alla veneziana. Volgendo lo sguardo al soffitto, notiamo l’emblema della famiglia dei Conti Vianelli.

    Aprendo la porta che dà sul terrazzino, dalla facciata centrale lo sguardo viene rapito dal paesaggio rurale e dal canale Naviglio, ed è facile lasciarsi trasportare nell’immaginario di coloro che si apprestavano a vivere la loro quotidianità nello sfarzo di ciò che poteva trovarsi in questi ambienti.

    Purtroppo, durante la seconda guerra mondiale, la villa ospitò un commando tedesco, alla cui ritirata, si registrò il depredamento di ogni bene custodito nella villa: arredi, tendaggi, suppellettili, il pianoforte e molto altro. Rimase solo al piano terra il grande tavolo da biliardo, probabilmente troppo “ingombrante” per essere trafugato, così ci racconta un signore che visse qui in quei momenti.

    Del periodo bellico, gli abitanti di Tornova conservano molti ricordi in merito alla “invadente” presenza del commando tedesco: la villa rappresentava un quartier generale sul territorio, e la famiglia Vianelli fu costretta ad allontanarsi.

    Nelle cantine della villa erano state allestite le carceri per i prigionieri: interessanti scritte in polacco, ancora presenti oggi sui muri che ci narrano di questo triste evento.

    Successivamente la villa dal 1945 al 1950 ospitò la scuola elementare di Tornova e fu abitata fino all’alluvione del 1951. Poi alcune famiglie, alle dipendenze dell’azienda agricola dei Conti Vianelli abiteranno nelle dependance della corte, mentre in villa si solennizzeranno alcuni momenti importanti: tra questi verrà festeggiato il matrimonio di Galdino Bergamin (figlio di Massimiliano: il giardiniere di villa Vianelli) nel 1963, ultimo evento di sfarzo che salutò definitivamente la presenza di vita negli ambienti del palazzo.

    Oggi, Villa Vianelli continua ad affascinare coloro che si trovano a percorrere la strada di Tornova, mentre è ancora molto vivo il ricordo del passato tra le genti che vivono nel territorio e che raccontano storie d’altri tempi: attraenti, particolari e ricche di aneddoti sulla vita in “Corte Vianelli” e nella sua villa.

  • Vallazza, Berengo Gardin e Marchiori

    Vallazza, Berengo Gardin e Marchiori

    Silenziosi ed ieratici i totem ti guardano. Immobili e muti, ma nel contempo a modo loro quanto mai eloquenti, sembrano scrutare l’animo del visitatore che accede alla mostra allestita presso la Cittadella della Cultura di Lendinara. In loro compagnia, alle pareti, una nutrita serie fotografica di altri totem e di sculture in legno realizzate nei primi anni settanta del ‘900 da Adolf Vallazza. L’appuntamento espositivo, inaugurato lo scorso 16 ottobre 2021 e allestito fino al 29 gennaio 2022, concentra la propria attenzione su un eccezionale connubio tra scultura, fotografia e critica d’arte che si materializzò con l’uscita, nel 1974, di una monografia intitolata I legni di Vallazza. Un progetto frutto dell’intesa progressivamente maturata nei mesi e negli anni precedenti tra lo scultore ligneo Adolf Vallazza, il fotografo Gianni Berengo Gardin ed il critico Giuseppe Marchiori.

    Un lavoro editoriale che ebbe innanzitutto una valenza decisiva nell’itinerario artistico che Vallazza aveva intrapreso, giovanissimo, già da oltre un ventennio. Se occasioni di mostre personali e cataloghi di accompagnamento non erano mancati, è necessario altresì sottolineare che la pubblicazione del 1974 costituì un’innegabile pietra angolare nella bibliografia dello scultore.

    Per un verso, diede infatti l’innesco ad un’attenzione critica su orizzonti notevolmente allargati consentendo a Vallazza di avviare confronti con molti altri autorevoli osservatori delle arti visive del secondo Novecento; contestualmente gli aprì le porte a progetti espositivi sempre più ambiziosi e in grado di liberare pienamente le potenzialità di forza evocativa e di suggestione delle sue opere. Da allora la sua arte si dipanò senza soluzione di continuità ed ancor oggi prosegue fino ad approdare alle sale dell’archivio lendinarese che custodisce le testimonianze dell’antica amicizia con Giuseppe Marchiori.

    I contatti fra critico ed artista presero avvio nei primi anni Settanta, in un frangente di tutto rilievo per lo scultore, ovvero all’aprirsi di quella che possiamo fissare, in una prospettiva storicizzata, come la conquistata maturità espressiva di Vallazza. A confermarlo non passa inosservata, nella lettura che Marchiori proporrà nel suo saggio, la ripetuta sottolineatura che proprio le opere del biennio 1973-1974, pur essendo radicate in un universo simbolico già precedentemente strutturato e rispetto al quale non ponevano nette cesure, si indirizzavano verso un’identità linguistica consapevolmente acquisita, che trovava in sé i propri canoni.

    Il critico sentiva di essere partecipe, in presa diretta, di questa irreversibile transizione scorrendo con lo sguardo le opere più recenti individuate nello studio di Ortisei: “Vallazza annuncia una visione, che si arricchisce di nuovi elementi primitivi, di più profondi valori simbolici, che si precisa e si raffina, pur nel costante rigore degli schemi stilistici tendenti all’assoluto.

    E l’invenzione delle forme si vale con maggior potere espressivo della diversità dei legni, soprattutto nelle Composizioni totemiche del 1974, nelle quali ogni elemento si idealizza: i tondi diventano solo magici simboli di pianeti da adorare; le ante sospese o posate su cubi massicci hanno la forma di cuori; e su erme preistoriche si levano composite strutture lignee con fori e incastri, che possono sembrare teste di gufi.

    Una serie di opere, in misura diversa, evocative e che creano, nel loro casuale disordine, un ambiente in cui il sacro e il profano si confondono nella penombra, come nell’abside di un antico santuario sconsacrato”. Furono indubbiamente le ripetute visite all’atelier e gli intensi dialoghi dal vivo con l’autore, come nel consolidato modus operandi di Marchiori, a determinare il decollo della monografia.

    L’acume con cui erano stati individuati i caratteri che facevano di Vallazza un interprete capace di distinguersi nel ricco panorama degli intagliatori lignei della Val Gardena, era l’ennesima attestazione di quanto la sensibilità del critico lendinarese si fosse affinata a seguito di un pluridecennale impegno che l’aveva portato a divenire uno dei più assidui commentatori di storia, temi e individualità della scultura italiana del secondo Novecento. I consolidati riconoscimenti dell’autorevolezza della sua voce non avevano però scalfito la sete di incontri rivelatori e l’entusiasmo per scandagliare l’uomo che si rivelava dietro la scoperta di una nuova opera. Una passione inalterata, la stessa che l’aveva sospinto in ormai mezzo secolo ad una sconfinata sequenza di visite agli artisti nei loro studi, lo condusse così a cercare la precisa identità di quell’intagliatore ligneo che, innestandosi in una secolare tradizione artigiana, stava costruendo un proprio sorprendente universo simbolico.

    L’incipit dello scritto di Marchiori forniva una prima risposta volta a sciogliere l’enigma: “Adolf Vallazza ha il volto di un apostolo gotico, con la barba aguzza e le gote scavate: un volto ligneo di santo antico, chiuso nel rigore di uno stile severo. Il suo pallore claustrale ha la dignità della meditazione e della fede; un pallore di avorio levigato del tempo, illuminato all’improvviso dalla luce di uno sguardo dolce e malinconico È l’espressione della solitudine, e dell’impegno di un uomo immerso nel mondo fantastico in cui vive e che ogni giorno si accresce di nuove figure […]”. Da par suo, in poche righe, il critico aveva saputo nuovamente fornire le prime chiavi per accedere al mistero che adombra ogni genesi artistica, un disvelamento che in quest’occasione si materializzava dagli stessi tratti somatici del maestro. A seguire si apriva un articolato ventaglio di suggestioni ambientali, storiche, antropologiche che Marchiori individuava nell’immaginario di Vallazza, alimentatosi in un segreto rapporto “con le tradizioni del proprio paese e con gli aspetti stessi della natura, boschivi e dolomitici”.

    La lettura si addentrava quindi sulla qualità materica dei legni scrupolosamente scelti dallo scultore, la resa pittorica di taluni accostamenti, sulle leggi costruttive adottate, sulla sintesi plastica raggiunta in direzione di un’astrazione potentemente evocativa; si tratta degli snodi critici che conferiscono particolare profondità all’interpretazione di Marchiori, che dal canto suo consegna allo scultore una preminenza assoluta nella disciplina: “Per Vallazza l’intaglio non ha segreti: è un mestiere che si tramanda nei secoli e che gli consente di trasformare il dato oggettivo nella invenzione fantastica con una perizia tecnica avvincente, a un limite in cui l’arte confina con la magia”.

    L’eccellenza de I legni di Vallazza non sarebbe tale se allo straordinario connubio, cui si faceva cenno in apertura, fosse mancato l’apporto di chi poteva misurarsi con l’impresa di realizzare un apparato iconografico che potesse restituire l’aura delle opere d’arte e al contempo suffragare le parole che le descrivevano.

    Marchiori decise che a raccogliere la sfida fosse il fotografo Gianni Berengo Gardin. I suoi scatti fornirono un incontrovertibile esito positivo, tanto che lo stesso critico in un primo passaggio del suo scritto dedicato a Vallazza elogiò la sapienza nella calibrazione di un bianco e nero in grado di far affiorare anche i minimi dettagli del tessuto ligneo e delle sue sfumature strutturali, successivamente insistette sulla raggiunta resa (con gli accentuati effetti chiaroscurali di alcune immagini) della sacralità, dei timori ancestrali che le composizioni totemiche sapevano suscitare.

    La mostra lendinarese propone la serie completa delle foto allora pubblicate (oltre a venti scatti inediti), un’ampia selezione di opere di Vallazza dal 1973 al 2013 e una raccolta di suoi bozzetti preparatori. La sezione archivistica offre infine una panoramica documentaria sul complesso rapporto tra Giuseppe Marchiori e le arti plastiche in un caleidoscopico itinerario in cui si incontrano, attraverso la sua lettura, i nomi che fecero la storia della scultura italiana ed internazionale del secolo scorso.

  • Tre giorni a Rovigo

    Tre giorni a Rovigo

    Negli ultimi mesi mi trovo a fare la turista in giro per l’Italia in modo non convenzionale. Non sono io a scegliere la città da visitare: è la meta a scegliere me. Vado lì dove mi portano i premi letterari a cui sto partecipando con il mio romanzo “Arazzo Familiare”.

    Così sono approdata a Rovigo, città che io non conoscevo come pure mio marito Antonio, mio accompagnatore.

    Arrivare da Roma in treno – diretto, senza cambi – in meno di quattro ore è comodissimo. L’albergo scelto è prossimo alla stazione e raggiungibile a piedi dopo poche centinaia di metri. La nostra stanza è ampia e l’arredo è moderno; ci troveremo bene, penso.

    Liberati dal bagaglio, iniziamo a camminare lungo viale Regina Margherita per raggiungere Corso del Popolo dove, alla Pescheria Nuova, verrà presentato il libro di Angioletta Masiero, l’organizzatrice del premio Gian Antonio Cibotto in cui sono tra i finalisti.

    Sulla sinistra del viale ci sono delle belle ville in stile Liberty, di pregio e ben tenute, sicuramente vissute. Sono già pronta ad immaginare storie su chi ha abitato in tali esempi dell’arte Nouveau agli inizi del Ventesimo secolo: un notaio, un medico famoso, oppure un imprenditore? la butto lì. In realtà non mi interessa una spiegazione razionale. Anche in questo viaggio preferisco farmi condurre dalle sensazioni prodotte dalla città; così, con la fantasia, mi sembra di sentire il frusciare dei vestiti di Poiret e intuire il brillio dei gioielli di Lalique delle dame dentro quelle ville.

    Affascinante mi appare l’esterno dell’hotel Villa Regina Margherita che immagino sia stato riportato agli antichi fasti recentemente.

    Mentre camminiamo, in un contesto luminoso da giornata freddina e ventosa, rifletto che, se per entrare in empatia con una persona basta una manciata di secondi, questo concetto si può applicare anche per il contesto urbano. La prima scintilla è scoccata.

    Dopo un breve tratto di cammino, intravediamo delle torri. Ora dobbiamo assolutamente sapere qualcosa di queste: ci immergiamo, doverosamente, nelle informazioni di Wikipedia. Le torri della cinta muraria, Donà e Grimani, testimoniano il periodo della dominazione Estense durante il medioevo. La torre Donà è altissima, e una foto con lo sfondo del cielo azzurro e un rosato del tramonto ne rende giustizia.

    Ci affrettiamo per arrivare in tempo alla Pescheria Nuova dove, alle 18, Angioletta Masiero presenterà il suo libro di poesie El me Polesine. L’interno è caratterizzato dall’architettura industriale: un unico ambiente, suddiviso da colonne in ghisa che in passato facevano da cornice ai banchi in marmo dove erano esposti i pesci. Ora alle pareti sono appesi quadri e fotografie che attirano l’attenzione di Antonio. Io osservo il viso delle persone che, numerose, riempiono il locale.

    Prima ancora che inizi la presentazione vera e propria, il referente dello spazio culturale declina una serie di incontri ravvicinati che sembrano trovare l’interessata approvazione degli astanti.

    La cultura è quindi di casa, penso con piacere. Lo stesso pensiero mi aveva colto a Buenos Aires mentre osservavo le persone durante la colazione nei bar: uomini e donne che, da soli o in compagnia, leggevano libri di prima mattina!

    L’accompagnamento musicale di Bianca Maria Spalmotto esalta, con la sua fisarmonica, la musicalità che proviene dalle poesie della Masiero. Chiudo gli occhi per gustarne il ritmo, per farle entrare dentro, anche se non capisco del tutto le parole in dialetto: e scrivarò de ti…sentirse strucare da rapole de silensio… sono le parole che arrivano, comunque, senza bisogno di traduzione.

    Sono le persone a far vivere le città: qui a Rovigo c’è vita anche attraverso la cultura.

    Io e Angioletta ci presentiamo di persona, dopo esserci sentite brevemente al telefono. Si decide, assieme al segretario dell’associazione, di prendere un aperitivo insieme.

    La piazza Vittorio Emanuele II ci accoglie in un abbraccio con i suoi palazzi con i portici. Ci sediamo sotto uno di questi per il rito della sera. Iniziano delle chiacchere che sembrano già intime – eppure ci conosciamo solo da pochi minuti! – che creano una atmosfera da non sprecare. Continueremo a cena, a qualche centinaio di metri più in là.

    La piazza Garibaldi è dominata dalla statua dell’eroe con il cappello calabrese e i piedi puntati con vigore in staffe particolari, a forma della corona sabauda. Sono state appunto quelle a far “perdere le staffe” a chi non volle poi collocare tale statua dell’eroe al Gianicolo, a Roma. Era intollerabile che la corona sabauda finisse sotto i piedi di Garibaldi! Pertanto, Rovigo si gode un’opera particolare e unica.

    Dai nostri ciceroni rodigiani sappiamo altre notizie degli edifici della piazza Garibaldi e del Teatro Sociale che espone un bel cartellone; ci sono, infatti, degli spettatori in fila per entrare.

    La cena con dei piatti della tradizione, presentati in modo innovativo, crea un ambiente tanto disteso e familiare che, alla fine, ci sentiamo tutti e quattro in confidenza amicale.

    Il giorno successivo, io e Antonio facciamo i turisti regolamentari. Con i dettagliati suggerimenti dell’addetta all’ufficio del turismo e corroborati da una cioccolata calda – la piazza Vittorio Emanuele II ospita una fiera del cioccolato – iniziamo a visitare la città.

    In primis, ci dirigiamo verso Palazzo Roverella che ospita la mostra di Doisneau, il grande fotografo parigino.

    La mostra è ben curata, con molti pezzi che documentano i momenti catturati dal fotografo, autodefinitosi pescatore di emozioni. Le foto, rigorosamente in bianco e nero, parlano di un passato sociale che, seppur collocato in un’altra nazione, non mi sembra lontano dal nostro. Penso a una foto di me bambina seduta nel banco di legno di scuola elementare con il medesimo atteggiamento del bambino ritratto da Doisneau.

    Lo stesso palazzo Roverella è interessante; un esempio dello splendore cinquecentesco che posso immaginare nella città. La Pinacoteca ci sorprende con una Madonna con il Bambino del Bellini, un bel ritratto del Tiepolo, ma anche con alcuni reperti dell’antico Egitto, come due mummie.

    Decidiamo di far scorrere il tempo prima in una fornita libreria dove colmo la lacuna su Gian Antonio Cibotto, acquistando il suo libro Stramalora, e poi visitando un bel negozio di oggetti per la casa. Ne usciamo con due originali tazze da tisana da regalare a Natale. Il pranzo ci attende in una trattoria tipica.

    I piatti ci conquistano: il baccalà mantecato, le sarde in saor, la guancia al vino ci anticipano le altre delizie che ci riproponiamo di assaggiare in un prossimo viaggio a Rovigo.

    Sì, abbiamo preso questa decisione; pertanto, non ci affanniamo a vedere tutto. Lasciamo per il futuro il museo dei Grandi Fiumi, quello che descrive il Po e l’Adige. Sicuramente il rapporto tra la città e l’acqua ci darà molte informazioni per capire il territorio e il tessuto sociale.

    Preferiamo perderci nelle stradine, fotografando cancellate, osservando negozi di artigiani mentre raggiungiamo la chiesa della Beata Vergine, detta la Rotonda.

    È una bella impressione entrare in una chiesa ottagonale seicentesca, dall’aspetto palladiano. Il soffitto produce un particolare effetto prospettico che colpisce. L’impostazione architettonica ottagonale mi ha ricordato quella di Santa Sofia a Benevento o – perché no? – Castel del Monte, ambedue costruiti in secoli antecedenti.

    Nella piazza antistante alla chiesa si affacciano costruzioni basse e una villa con un giardino ornato da piante e da qualche rosa in fiore. Come un cane da tartufo ne cerco qualche traccia olfattiva. Il nome Rovigo deriva da rosa, appunto.

    Il giorno successivo la meta mattutina è Lendinara, dove ci attende la premiazione al teatro Ballarin. La città – ne ebbe il titolo a fine del XV secolo – è un gioiellino. Svetta una torre campanaria molto alta e si intravedono alcuni edifici religiosi. Degni di nota sono quelli civili e, tra questi, Palazzo Pretorio con la torre del Maistra e palazzo Boldrin, sede della biblioteca comunale, che ci affrettiamo a visitare.

    Si torna indietro nel tempo in questi luoghi. Non mi è stato difficile immaginare un via vai di nobili, di notabili e di ricchi borghesi spostarsi lungo l’Adigetto per le loro vacanze nei secoli orsono, come era abitudine fare Isabella d’Este, sempre per via fluviale, verso il suo luogo del cuore di Belriguardo.

    La biblioteca e il suo bel giardino mi stupiscono: mi è sembrato di entrare in un’Arcadia settecentesca, viva a tutt’oggi con presentazione di libri e dibattiti. Quindi è proprio per la sua spiccata attitudine alla cultura che Lendinara è stata definita l’Atene del Polesine. La prima stamperia, non a caso, è stata fondata qui a fine del Seicento venendo incontro al desiderio di lettura dei suoi cittadini.

    Nella bella cornice del teatro Ballarin ricevo il primo premio, per la sezione romanzo edito, da Angioletta Masiero che ha avuto anche il pensiero gentile di scrivere a mano la motivazione. Una scultura in vetro di Jone Suardi è il dono tangibile da riportare a casa.

    Il tempo per la breve visita a Rovigo e Lendinara è, purtroppo, terminato, ma il desiderio di approfondire la conoscenza di questi luoghi è rimasto a sollecitare i ricordi.

  • Rovigo città turistica?

    Rovigo città turistica?

    Apriamo questo numero del Ventaglio con “Tre giorni a Rovigo” (pag. 8), un testo non redatto da uno degli abituali collaboratori della rivista, ma inviatoci da una scrittrice di vaglia giunta nel capoluogo del Polesine da Roma.

    Un soggiorno particolare il suo, non pianificato da tempo, anzi del tutto fuori dal programma di viaggi, perché – ci dice l’autrice – è la città che l’ha chiamata. O meglio l’occasione di ritirare un premio letterario (che poi scoprirà essere il primo, ovvero il più ambito e gratificante) del concorso annuale ideato da Angioletta Masiero intitolato a Toni Cibotto.

    Complimenti intanto ad Anna Cantagallo e al successo che incontra il suo ultimo impegno letterario che – in virtù dei plurimi riconoscimenti che ottiene in varie parti d’Italia – la porta a raggiungere città a volte a lei note soltanto come nome. Località che poi si rivelano di insospettato interesse turistico, come è stata in particolare la “scoperta” di Rovigo e della vicina Lendinara, visitate nei tre giorni del breve ma intenso soggiorno scaturito dal ritiro del premio.

    E l’autrice – a conclusione del suo scritto che ha affidato alle pagine del Ventaglio – confessa che le è rimasto il desiderio di approfondire la conoscenza dei luoghi visitati nel breve soggiorno, facendo capire che ci sarà un prossimo ritorno in Polesine.

    È quanto ci auguriamo, ovviamente. Intanto pubblichiamo – nelle pagine a seguire – il suo agile ricordo delle giornate rodigine, che costituisce un valido suggerimento per un itinerario di visita alla città, sperando che trovi consensi e nuove occasioni per parlare delle “bellezze” del nostro territorio.

    Un obiettivo questo che la presente rivista persegue fin dal suo primo numero, e che negli anni – grazie a molteplici iniziative di cui diamo conto anche in questo numero – ha visto modificarsi la percezione del Polesine, apprezzato sempre più anche per i suoi aspetti di attrattività turistica.

    E la mostra in atto al Roncale “La Grande Alluvione 70 anni dopo” mette in risalto proprio questo passaggio: dalla situazione disperata dell’inondazione del territorio, alla ripresa, fino alle attuali speranze di importanti realizzazioni alimentate da progetti messi a punto negli ultimi tempi.

    Speranze che sono legate, ovviamente, anche al superamento delle problematiche che frenano lo sviluppo, causate dalla pandemia non ancora sconfitta definitivamente. È quanto ci auguriamo davvero, continuando da parte nostra con questa rivista ad evidenziare aspetti interessanti del nostro territorio e dei suoi protagonisti. Buona lettura.

  • “Rita” in scena a Lendinara

    “Rita” in scena a Lendinara

    L’opera lirica in un progetto che promuove il patrimonio operistico, valorizza le ricchezze del territorio e i talenti locali, coinvolge i giovani in un percorso formativo, connette musica, canto e teatro per offrire una messa in scena godibile da tutti.

    Una produttiva sinergia di forze e di giovani professionisti del mondo dell’arte. Una cordata di enti e realtà associative appassionati che credono nel Polesine.

    Il Teatro Ballarin di Lendinara lo scorso 25 luglio ha ospitato la messa in scena dell’opera lirica “Rita” di Gaetano Donizetti, atto unico comico composto nel 1841, che racconta di una giovane donna e dei suoi due mariti tra cui si trova a scegliere.

    “Rita” è una commedia fatta di equivoci e di gag adatta al pubblico più eterogeneo, soprattutto per le prodezze musicali di cui Donizetti si conferma creatore. Si tratta di una piccola perla operistica dell’800 che fa ridere e sorridere e che nella rappresentazione al Ballarin è stata integrata dalla presenza del teatro dei burattini che, storicamente, ha sempre dilettato il pubblico con repertori comici. La sapiente regia ha creato una narrazione parallela dove attori in carne ed ossa e burattini hanno interagito e si sono divertiti, divertendo anche il folto pubblico in sala, con l’espediente di far uscire magicamente dal teatrino dei burattini la moglie scaltra che bacchetta il marito diventando vera sul palcoscenico.

    Il progetto è nato da una idea di Maria Selene Farinelli, regista di teatro lirico di origine polesana che proviene proprio dal mondo dei burattini del padre e che finalmente ha trovato l’occasione di fondere queste due forme espressive, unitamente ai mondi della musica e del canto. A fianco a lei, sul podio, ha diretto il giovane maestro d’orchestra veneto Pietro Semenzato, fondatore della Venice Chamber Orchestra che vanta produzioni operistiche di spessore in tutta la Regione e non solo. Ad interpretare i personaggi, applauditissimi: Ileana Tosatto, soprano, nel ruolo di Rita; Federico Lepore, tenore, nel ruolo del secondo timido marito; Giuseppe Esposito, baritono, nel ruolo del primo marito, marinaio.

    Proposto dall’Accademia Musicale Venezze, il progetto culturale ha trovato il pronto sostegno della Fondazione Banca del Monte di Rovigo che ha intenzionalmente rafforzato l’aspetto formativo. In esso sono incluse quelle finalità perseguite dalla Fondazione in relazione alla valorizzazione del territorio, dei suoi beni architettonici e dei giovani talenti, con attenzione ad una offerta culturale accessibile a tutti. L’attenzione è stata posta sull’importanza di avvicinare il pubblico più eterogeneo al mondo della lirica, a cominciare dai giovani che sono stati protagonisti del progetto anche dietro le quinte, sperimentando le varie professionalità richieste dalla messa in scena teatrale e operistica.

    La produzione di “Rita” ha affrontato convintamente la piacevole sfida di rappresentare l’opera lirica nel periodo estivo, ispirandosi ai festival che tutta Italia propone in tale stagione.

    Lendinara ha ospitato l’allestimento dell’opera confermandosi un Comune attento alla diffusione della cultura e dell’arte, nonchè aperto alla costruzione di reti di collaborazioni.

    Partner dell’iniziativa, oltre al Comune di Lendinara, sono stati la Pro Loco di Lendinara, Palazzo Malmignati, Teatro Amico, il Conservatorio Musicale Francesco Venezze di Rovigo e la Venice Chamber Orchestra. Il progetto ha potuto contare anche su alcuni sponsor locali.

    L’opera “Rita”, che ha debuttato alla corte di Villa Errera a Mirano il precedente 21 luglio, era stata programmata per essere rappresentata all’aperto nel giardino di Palazzo Malmignati. A causa del maltempo è stata dirottata al Teatro Ballarin tempestivamente messo a disposizione dall’Amministrazione Comunale di Lendinara. I proprietari del Palazzo, la famiglia Travaglini, hanno comunque organizzato visite guidate a spettacolo concluso offrendo così la possibilità agli spettatori di apprezzare altra bellezza.

  • Il centenario di Giacomo Matteotti

    Il centenario di Giacomo Matteotti

    Il centenario della morte di Giacomo Matteotti (Fratta Polesine 1885-Roma 10 giugno 1924) sarà un’occasione importante per la sua città natale ed il Polesine di essere protagonisti a livello nazionale nell’ambito civile e culturale, e come promozione turistica del territorio. Il percorso intrapreso ha previsto finora i seguenti passaggi:

    Costituzione di un comitato provinciale

    Il 30 novembre 2021 i sindaci dei comuni di Fratta Polesine e di Rovigo e il presidente dell’Accademia dei Concordi hanno concordato di istituire un comitato provinciale per le celebrazioni del centenario della morte di G. Matteotti per promuovere la figura di G. Matteotti, uno dei personaggi iconici più luminosi dell’intera storia civile e politica dell’Italia moderna che ha vissuto nel Polesine la sua formazione politica.

    Nel nostro territorio svolse il suo operoso apprendistato a contatto con le misere condizioni del bracciantato agricolo di cui perseguì il riscatto dove scoprì, anche sulla sua pelle, la violenza del nascente fascismo.

    Struttura del comitato:

    • Assemblea degli aderenti il cui presidente è il sindaco di Fratta Polesine e suo vice è il presidente dell’Accademia dei Concordi; ne fanno parte gli enti locali dove Matteotti svolse l’attività amministrativa¹ e le associazioni, enti ed istituzioni², legate culturalmente alla figura politica e storica e ai valori di G. Matteotti, che hanno chiesto di aderire;

    • Organismo esecutivo (nucleo operativo) con il compito di implementare quanto deciso dall’Assemblea degli aderenti; è presieduto dal sindaco di Fratta che anche Presidente del Comitato o, in sua assenza, dal Vicepresidente dello stesso ossia il presidente dell’Accademia dei Concordi.

    Partecipano alle riunioni del comitato S.E. il prefetto o il viceprefetto. Il comitato è dotato di logo e di un sito (inizio gennaio 2024) con il calendario di tutte le manifestazioni e provvede ad elaborare e promuovere diverse iniziative diffuse sul territorio provinciale e regionale; una rosa di eventi che avrà il suo momento di massimo sviluppo durante il 2024 dove il momento più significativo sarebbe l’attesa visita del Presidente della Repubblica (non ancora confermata); l’emissione di un francobollo da parte del Ministero delle Imprese e del Made in Italy; una mostra di livello nazionale che si terrà a Palazzo Roncale dalla primavera ad inizio estate con il sostegno della Fondazione Cariparo ed il riallestimento di Casa Museo sempre finanziato dalla stessa Fondazione.

    Attività già svolte

    Per promuovere la sensibilizzazione ed il coinvolgimento di un pubblico più ampio, oltre ai vari incontri, dibattiti e convegni, si sono scelti anche altri linguaggi comunicativi. Sono già state presentate due pieces teatrali: Il mio nome è Tempesta. Il delitto Matteotti di Carmen Sepede rappresentato da una compagnia teatrale (Villa Badoer 11 giugno 2023) che ha ricevuto uno speciale riconoscimento dalla presidenza del consigli dei ministri e Il mio Matteotti un reading a tre voci, scritto e interpretato da Achille Ferrari e proposto dalla compagnia Proposta del Teatro collettivo di Arquà Polesine nel giardino di Casa Museo (Giardino di Casa Matteotti, 2 settembre 2023); per il cinema la proiezione del film Il delitto Matteotti di Florestano Vancini (piazza Matteotti di Fratta Polesine, 15 luglio 2023 ).

    Pubblicazioni scientifiche

    Sulla figura di Matteotti non tutto si conosce ancora, specialmente riguardo agli anni polesani che sono stati il suo laboratorio politico e che costituiscono la maggior parte della sua breve vita. Proprio per questo diverse sono stati gli di incontri di presentazione di libri, conferenze, convegni i cui atti sono stati pubblicati nei tre Quaderni di Casa Matteotti.

    Inoltre, per colmare una lacuna conoscitiva e fornire nuovi strumenti di ricerca agli studiosi, si creerà una banca dati delle fonti amministrative (deliberazioni di consiglio di Giunta), polesane, documentazione ancora inedita che permetterà di approfondire ulteriormente la visione matteottiana sull’ente locale come primo spazio di partecipazione democratica ed luogo privilegiato del suo impegno di politico del territorio e per il territorio.

    Coinvolgimento delle scuole

    Diverse classi delle scuole secondarie di primo e secondo grado della nostra Provincia parteciperanno al concorso nazionale Matteotti per le scuole indetto dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, alla sua nona edizione, sulla tematica 1924-2024: la testimonianza e l’eredità di Giacomo Matteotti a cento anni dalla morte. A questo si aggiunge il progetto Giacomo Matteotti il pensiero che non muore elaborato in collaborazione tra Casa Museo, Comune di Fratta Polesine, Accademia dei Concordi e Dipartimento di giurisprudenza di Ferrara rivolto al triennio delle scuole secondarie di secondo grado di Rovigo che propone quattro percorsi di educazione civica centrati sulla perdurante attualità del suo pensiero per avvicinare e far riflettere le giovani generazioni stimolandoli a diventare cittadini responsabili ed attivi.

    A questo si aggiungerà nel 2024 la realizzazione di un fumetto sul giovane Matteotti e un gioco da tavolo per i ragazzi della primaria e secondaria di primo grado: entrambi distribuiti alle scuole, non solo polesane, e che saranno presentati al pubblico durante l’apertura della mostra.

    Naturalmente numerose sono le iniziative promosse dai vari comuni coinvolti per lasciare una testimonianza significativa della presenza e dell’operato di Matteotti nel loro territorio e molteplici sono le idee elaborate a livello culturale dalle associazioni ma il fatto che si è ancora in attesa dei decreti attuativi della legge sulle celebrazioni del centenario matteottiano (L. 92 del 2023), approvata, dopo varie traversie, in sede definitiva solo il 10 luglio scorso che permetterebbero di accedere a finanziamenti indispensabili per creare un quadro ancora più ampio ed articolato di proposte culturali.

    Come si evince da quanto detto, il Comitato persegue l’obiettivo che il centenario del barbaro assassinio di Giacomo Matteotti non può e non deve essere solo un momento di commemorazione e ricordo sicuramente importante e doveroso di questo autentico padre della nostra democrazia repubblicana, ma l’inizio di una riflessione sui valori ed ideali, in diversi casi presenti nella nostra Costituzione, che ci ha trasmesso e che costituiscono anche validi strumenti per interpretare i nostri giorni.

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