Facciamo un gioco: se poteste parlare con il nostro territorio, il Delta, cosa gli chiedereste? Se poteste dargli una forma, a cosa assomiglierebbe? Se poteste guardarlo negli occhi, cosa fareste?
Non a tutti è data questa opportunità. Scienziati e studiosi forse vi si avvicinano, ma chi più di tutti ha la possibilità di valicare questo limite e instaurare un vero e armonioso dialogo con il territorio è certamente il poeta o il prosatore, se preferite.
Ce n’è uno, in particolare, che nel corso degli anni ho imparato a conoscere e che ha saputo dare alla letteratura di paesaggio, per come la conoscevo, una nuova e più complessa prospettiva: Joseph d’Arbaud (Meyrargues, 1874 – Aix-en-Provence, 1950 .
D’Arbaud è un poeta-gardian felibrista (ossia esponente di quel movimento letterario che, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, si pose come obiettivo la difesa della lingua provenzale, ridandole forza e dignità letteraria) che, nel 1926, pubblica quello che sarà il suo romanzo capolavoro, e che solo dal 2022 è possibile leggere in traduzione italiana, grazie al lavoro della Dott.ssa Rossella Pellerino.
D’Arbaud è un autore affascinante che nel 1897 abbandona gli studi e la vita di città per trasferirsi nel delta della Camargue e diventare un gardian, ossia un mandriano, di professione. Moderni centauri, poeti a cavallo, i felibristi occupano un posto nella storia della letteratura occitanica per la loro produzione artistica, per la loro lotta in difesa della “nation gardianne” e di una identità linguista e paesaggistica sempre più minacciata dall’avvento della modernità.
La Bèstio dóu Vacarés è una storia d’incontri. Il primo, difficile, tormentato e molto particolare: quello tra un mandriano della Camargue del XV secolo e l’ultimo fauno rimasto sulla terra rifugiatosi, in esilio, nelle solitarie paludi del Vacarés, per sfuggire ad una modernità sempre più opprimente.
Perdersi tra le pagine del racconto è facile. La lingua occitana traccia le linee di un paesaggio in mutamento con le stagioni, complesso e misterioso, con il quale è necessario vivere in armonia e ai cui ritmi bisogna sapersi adeguare. È una vita semplice e pura, la vita cui lo stesso autore aspirava, e la Bestia è la figura chiave per narrare tutto un mondo: quello di un passato di tradizioni che d’Arbaud sente andrà perduto, l’interiorità del poeta stesso, l’anima del territorio camarghese.
Lo scopo di d’Arbaud nello scrivere La Bèstio dóu Vacarés era dunque dare voce alla sua terra e alle sue umane inquietudini, infatti, per lui non si tratta semplicemente di “un’interessante tematica poetica da approfondire” ma di una e vera propria rivelazione – a tratti quasi religiosa – dell’anima della sua terra, che si svela sotto lo sguardo di un lettore attento e consapevole.
Se il lettore non si lascerà distrarre, se saprà immergersi nei paesaggi e nelle atmosfere del racconto, se avrà visto, almeno un paio di volte, anche i paesaggi del Delta del Po, non potrà fare a meno di accorgersi che quel delta della Camargue, all’apparenza così lontano, quei boschi di salicornie, quelle paludi e quelle nebbie, assomigliano tanto, troppo, ad un territorio che possiamo chiamare casa.
Ed è qui che entra in gioco un altro Delta, il nostro. È il Delta raccontato da vari autori che con esso si sono rapportati, stringendo rapporti intimi e significativi. Tra questi Gianni Celati, Ermanno Rea, Giorgio Bassani, Gian Antonio Cibotto e Ivano Fossati. Nei loro scritti troviamo quella “strada provinciale delle anime” che cerca di dare forma e sostanza ad un paesaggio bello, decadente e misterioso, la cui geografia segreta è difficile da cogliere per chi non è nato e cresciuto nella terra dove il fiume trova un abbraccio unico e per certi aspetti misterioso col mare.
Dunque, alla letteratura di fiume nostrana non mancano certo gli autori ma manca forse una lingua caratteristica e unitaria, che sappia dare voce e dignità ad una poesia e una prosa erroneamente giudicate di nicchia.
Tornando alla domanda di partenza, troviamo allora la nostra risposta: per noi, il Delta ha tante forme, da quelle più consistenti delle figure mitologiche della tradizione popolare a quelle più evanescenti degli autori che lo hanno esplorato.
Resta ferma però l’idea che i territori deltizi, siano essi camarghesi o veneti, abbiano molto da offrire: tutto sta nel saperli leggere ed incontrarli. Non basta passare distrattamente, diceva d’Arbaud. E questo incontro potrebbe cominciare proprio in Occitania. Uno sguardo al di fuori, ad un panorama letterario originale e poco noto, per essere così in grado di guardarsi e osservare il proprio con chiarezza.
Perché, in fondo, si parte sempre da casa per compiere un viaggio, dalle proprie radici e da quello che si conosce per esplorare un mondo nuovo.
Era quella la guerra? Avanzare nel fango, anzi strisciare nel fango con la bocca spalancata, perché non respiri mentre ne ingurgiti un boccone puzzolente e ti offusca la vista e si infiltra nelle orecchie.
Maledetta guerra! Mentre mi faccio strada in quel viscidume e cerco di non ingoiare la cacca umidiccia di un cane, giro lo sguardo a destra e a sinistra verso due commilitoni, anch’essi impegnati nel compito funesto di andare avanti. Uno porta gli occhiali, sono coperti da un pugno di melma. Forse non vede nulla. E come può vederci? Va avanti così, alla cieca, senza vedere dove lo porta il destino. Mi guardano entrambi con gli occhi dilatati e, mentre sputano fango, i loro occhi mi pongono la stessa domanda: ma perché ci siamo arruolati da volontari? Mi dissi che da giovani, a vent’anni, tutto sembra facile: anche fare questa specie di guerra!
Il militare davanti a me tira un calcio alla fanghiglia per salire sulla collina: naturalmente quella massa di melma precipita nella mia bocca, opportunamente aperta. Sputo anche l’anima, come un disperato. Ora saliamo, mentre il fango scende come un acquitrino dal fianco dell’altura. Piove! Ci manca solo la pioggia, piove a dirotto. Ma bisogna avanzare, sempre avanti! Boia chi molla! Eccolo che grida ancora, quel figlio di puttana del Sergente:” Boia chi molla, avanti, avanti!”, vorrei che le sue urla lo soffocassero. “Attenti al muro, bisogna superare quel muro, le mani in alto, le mani in alto, aggrappatevi, tiratevi su, le mani sul muro non tra i coglioni! Forza!” e sbraita ancora come un pazzo infuriato.
Sotto un folle acquazzone, le mie misere mani cercano fessure tra le pietre. Le afferro, ma è umido e scivolo; grazie a dio un braccio oltrepassa il colmo del muro, così mi sollevo su un fianco e, mentre la pioggia mi tappa l’orecchio sinistro, lo scavalco e precipito nel marciume sottostante. Vedo solo fango e merda e due occhi spalancati che, senza fango, portavano occhiali Polo Club, molto raffinati, e che ora cercano una via di fuga da quella sozzura maledetta.
“Attenti al filo spinato, c’è un fottuto filo spinato, dovete passarci sotto senza impigliarvi, senza strapparvi le mutande, mie care signorine!” grida ancora il bastardo venuto dall’inferno. Il filo spinato mi strappa solo il giubbotto, ma mi lascia un segno sanguinante sulla mano destra. Fango, merda e sangue: meglio di così non poteva andare!
“Basta ragazzi, piove che dio la manda, torniamocene in caserma…” ha smesso di urlare il caro Sergente, la sua voce è tornata normale, si è quasi addolcita. L’ esercitazione è finita, torniamo in caserma, un po’ acciaccati e con le ossa doloranti, ma lasciamo lo schifoso pantano sognando una soffice branda.
Non abbiamo ancora capito perché ci siamo arruolati “volontari”, ma certo è meglio la “naja” della guerra in Ucraina.
Le operazioni di sgombero non di rado rappresentano opportunità per il recupero di vicende e volti significativi nella storia del nostro territorio. È il caso di un ritrovato fascicoletto dattiloscritto, datato 18.06.1991 dal titolo “Tracce storiche di una famiglia polesana”, suddiviso in tre capitoli. Uno scritto inviato a Laura Paparella de Sigala dal padre, con l’invito a farne un’accurata traduzione castigliana da trasmettere a figli e nipoti, e pervenuto in copia ai parenti più prossimi tra i quali mia madre.
Nel dattiloscritto sono racchiuse le memorie dell’autore, il medico Mario Paparella Zerbinati (Polesella, 1913 – Barquisimeto, 2007), un polesano che dalle sponde della Fossa – il grosso canale campestre che divide il Comune di Bosaro da quello di Polesella – ha saputo convogliare oltreoceano un immenso bagaglio immateriale di valori morali e professionali a beneficio della popolazione venezuelana.
Una storia da recuperare
Bambino nella consapevolezza del tragico senso degli avvenimenti bellici, adolescente timido e orgoglioso, membro di una grossa famiglia agricola sobria e patriarcale, abituato ed educato alle difficoltà e allo sforzo, Mario ottiene la laurea in Medicina presso l’Università di Bologna nei giorni successivi all’entrata in guerra dell’Italia.
Chiamato alle armi, dopo amare vicissitudini tra Grecia, Prussia orientale, Russia e Austria, sperimentando la degradazione della tragedia nazionale e della miseria umana, riporterà i suoi passi in patria e si perfezionerà a Padova in malattie delle vie respiratorie.
Dopo il servizio presso una condotta provinciale a Ferrara e un triennio svolto in qualità di specialista presso l’Ospedale rodigino Umberto Maddalena, spiritualmente e fisicamente provato, matura la decisione di lasciare “non l’Italia degli affetti ma l’Europa della belligeranza… la patria dei santi, degli eroi, degli artisti, di religiosi e scienziati. Ma anche delle tentazioni guerriere e dei flagelli”.
È così che nel 1947, all’età di 34 anni, si imbarca per il Venezuela, raggiungendo la città di Barquisimeto nella regione Lara, per operare presso l’Ospedale Gómez López, intitolato al medico Luís Gómez López organizzatore, assieme al dottor José Ignacio Baldó, del dispensario per la tubercolosi. Un anno dopo da parte del Ministero della Sanità sarà creato l’Ospedale Antitubecolare con maggior corpo professionista e l’entrata del medico italiano Paparella Mario, aumentando i posti letto a 250.
Verrà costruita un’abitazione isolata per il medico residente e la sua famiglia che lo raggiungerà l’anno successivo in quella Nazione sudamericana che stava di colpo, e a gran velocità uscendo dal Medioevo (ma dalla quale negli anni a seguire le nuove generazioni saranno costrette a fuggire a causa della grave crisi, dapprima latente, di valori e squilibri sociali ed economici).
Nell’anno successivo all’emigrazione, l’autorità politica e giudiziaria italiana segnalò al dottor Mario Paparella la perdità della titolarità della condotta a Trecenta, risultante dalla vincita di concorso, per insanabile ritardo nell’effettiva occupazione del posto; non era infatti pervenuta in tempo utile la comunicazione dell’esito favorevole, circostanza per la quale non ebbe la possibilità di far ritorno in Italia con la garanzia di un impiego stabile.
Per 38 anni in Venezuela Mario Paparella svolgerà la sua professione come medico residente disponibile a qualsiasi ora; presterà il suo servizio anche la moglie Teresa Schiesaro (soprannominata da tutti Tosca) originaria della frazione di Capobosco di Arquà Polesine in qualità di ausiliaria di Radiologia. Interessanti a questo proposito gli aneddoti nei quali sono citati professionisti, pietre migliari nella storia della medicina sudamericana e non solo, nonché la figura suggestiva della pioniera di questo centro di salute, Pura Vizcaya, (la Enfermera Fantasma del Hospital Gómez López) direttrice dell’infermeria tutt’ora citata per episodi paranormali che la vedrebbero ancora in attività a sostegno degli amati pazienti.
Mario Paparella e la moglie Teresa Schiesaro lasciarono un profondo e lusinghiero ricordo che produsse, fra l’altro, il titolo di funzionario di “Carrera Administrativa” con i conseguenti diritti legali.
Nel frattempo, stanti gli ininterrotti contatti con i genitori e la sorella rimasti nel paese avito, il medico polesano ebbe modo di contribuire finanziariamente a lenire i danni causati dall’alluvione del ’51 che aveva danneggiato oltre alla produzione agricola, il suolo, le costruzioni e la maggior parte della proprietà di famiglia.
Il padre Carlo, rimasto vedovo, a conferma dei condivisi valori di solidarietà in ambito famigliare, riuscì ad assicurare opportunità abitative nella città di Barquisimeto ai tre nipoti, acclarati professionisti in campo medico ed ingegneristico e autori di pubblicazioni di carattere scientifico*.
Ciò che emerge da questa commossa e lucida testimonianza – indirizzata alla figlia Laura e di cui mi sono resa interprete sollecitata dalla coincidenza dell’omonimia e dalla non lontana parentela – è senza dubbio il senso di una vita fatta di fatiche e sofferte conquiste, vissuta tra le contrapposte dimensioni di appartenenza sociale con un generale sentimento di sconforto per quanto, legato alla natura umana, è di ostacolo all’autentico spirito di cooperazione e solidarietà tra le persone.
Una vita che “è lotta qui e in ogni parte, ma che vale la pena di vivere… sentendo la dignità di averla vissuta pienamente dovunque, con lo stesso impegno e serietà”. Valori che Mario Paparella esalta e ritrova anche nel corso delle dolorose esperienze legate al periodo bellico attraverso incontri che gli permisero di sfuggire a morte prematura e che ha saputo restituire con uguale empatia e grande generosità soprattutto ai tanti pazienti nell’affanno della tisi e dell’aleatorio respiro.
Luigi Ramello è stato un personaggio che, nella prima metà dell'Ottocento ha lasciato a Rovigo un'impronta significativa nel mondo della cultura. Operò in varie istituzioni, a cominciare dalla Diocesi di Adria al Seminario (di cui fu Rettore: 1824-1836), dal Duomo della città all'Accademia dei Concordi di cui fu per più volte presidente.
Nacque a Rovigo il 3 novembre 1782 da Domenico Francesco e Vittoria Nicoli «onesti, agiati e pii genitori»; fu battezzato con i nomi di Lugi e Giovanni Battista¹. Nel novembre del 1793 fu iscritto alla scuola del Seminario che frequentò prima come convittore, poi come seminarista, sottostando ad alcune prescrizioni². I giorni dentro il Seminario erano caratterizzati da studi e lezioni tenute dagli insegnanti e ad approfondimenti personali, oltre a preghiere, atti devozionali ed esercizi spirituali.
Fin dall'adolescenza si dedicò allo studio dei classici, prediligendo soprattutto i latini: tradusse brani di molti autori, illustrandoli con annotazioni erudite e filologiche, che in seguito propose ai suoi discepoli.
Proseguì con entusiasmo l’attività letteraria nell'età adulta, riuscendo ad acquisire uno stile piano, ma ornato e dignitoso. Seguendo i suoi interessi, comprese che era opportuno dedicarsi anche allo studio della geografia, della cronologia, della storia antica e moderna, nonché dell’archeologia e dell’estetica³; materie che approfondì, raggiungendo una vasta cultura.
Fu ordinato sacerdote a 23 anni, nel maggio 1805, in Padova da Mons. Mauro Mari, Vescovo di Dora⁴, essendo in quel tempo vacante la Sede Episcopale di Adria per la morte di Mons. Arnaldo Speroni degli Alvarotti⁵.
Dal 1804 al 1809 divenne maestro di grammatica inferiore e superiore nel Seminario rodigino. Dal 1809 al 1815, sempre nel Seminario, ebbe l’incarico di professore di umanità e di retorica, ricevendo la stima degli alunni e dei colleghi, molti dei quali erano stati, in precedenza, suoi insegnanti.
Nella sua biografia assume interesse la descrizione di un episodio mistico a cui assistette il 29 maggio 1818. Si tratta della testimonianza relativa ad un’“estasi” o “visione estatica” vissuta da Suor Maria Felicita Baseggio, durante la quale il Ramello fu presente insieme ad altri sacerdoti. Il racconto del fatto risulta particolarmente interessante anche perché il Ramello, personaggio autorevole, inizialmente aveva manifestato scetticismo circa la reale portata degli episodi vissuti dalla Baseggio.
Il resoconto dell’episodio, per certi aspetti sconvolgente – che proponiamo in un riquadro a pag. 75 – è emerso nel corso di una ricerca tra le carte di Ramello custodite in Accademia dei Concordi a Rovigo (Fondo Concordiano, ms. 18/12, n. 30). Si tratta di un breve scritto – forse vergato nel giorno della morte della Serva di Dio (9 Febbraio 1829) – nel quale fra l’altro si legge: “Forse piace così al Signore che sia per alcun tempo dimenticata (Maria Felicita Baseggio), ma non si dubita punto, che non sia per venire un giorno in cui a Dio piaccia di essere in lei glorificato”.
Personaggio amante del sapere, Luigi Ramello ebbe modo di ampliare le sue conoscenze grazie all'opportunità offertagli di consultare la biblioteca dei conti Silvestri: una vasta collezione di volumi, arricchita specialmente dal canonico Girolamo Silvestri (1728-1788)⁶, sistemata dal bibliotecario Gioacchino Masatto⁷. Con costui il Ramello ebbe modo di confrontarsi frequentemente, divenendo esperto del patrimonio librario, tanto che, alla morte del Masatto, nel 1820⁸, gli fu affidata dai conti Silvestri la carica di bibliotecario. Egli descrisse la disposizione della biblioteca testimoniando che i volumi erano (e tuttora sono) circa quarantamila⁹.
Naturalmente per i suoi approfondimenti si servì anche della Biblioteca del Seminario di Rovigo, per la quale «acquistò… alcune opere con proprio denaro. Seguì il lavoro dei bibliotecari, studiò i criteri di classificazione, confessando … il grande amore verso “quel luogo [il Seminario rodigino] in cui per quaranta e più anni avea dedicate tutte le ragioni della mia vita”»¹⁰.
Tra gli incarichi di prestigio, sono da menzionare nove iscrizioni in lingua latina che compose quando venne annunciato, il 15 marzo 1816, l'arrivo a Rovigo di sua Maestà l'Imperatore Francesco I d’Asburgo. Le epigrafi dovevano essere collocate in diversi luoghi della città e una a Polesella (Padusella). Le iscrizioni furono stampate in un opuscolo per i tipi dell’editore Miazzi con la data del 1816. Il volumetto si trova in Accademia dei Concordi, catalogato con la segnatura Conc. O.R.E. [Opuscoli a Rovigo Editi] 1997, pp. 8 + una Tavola. Alle iscrizioni viene aggiunto un riquadro nel quale vengono riferiti i luoghi (“loca”) dove avrebbero dovute essere esposte le epigrafi: Inscriptionum loca / I. In fronte primarii templi (il Duomo). / II. Extra portam urbis S. Ioannis. III. In aede municipii. IV. In templo urbis (il Tempio della Beata Vergine del Soccorso, detto «la Rotonda»). V. Padusellae [Polesella] ad ripam Padi. VI. Extra portam civitatis S. Bartholomaei. VII. In atrio regiae delegationis (forse da identificare nell’atrio dell’attuale Palazzo della Prefettura o il luogo dove sorgerà l’atrio dell’attuale palazzo prefettizio. / VIII. In aula [sala destinata a riunioni importanti e solenni] Academiae Concordium.
In realtà, per varie motivazioni, la visita dell’imperatore avverrà soltanto nel 1819¹¹ e le lapidi con le iscrizioni non furono pertanto realizzate.
Nel 1844, all’età di 62 anni, fu nominato Arciprete del Duomo di Rovigo del quale era canonico. Intanto il vescovo di Adria Mons. Giacomo Bignotti¹² designò il Ramello Vicario generale della Diocesi di Adria, riattualizzando una dignità non più in uso da qualche secolo¹³.
È inoltre doveroso menzionare la sua lodevole attività nei confronti dell’Accademia dei Concordi, dapprima come Socio ordinario, a partire dal 1808¹⁴, e poi come Presidente, ricoprendo questa carica per ben 6 mandati: 1) dal 7.8.1817 al 7.8.1818; 2) dal 7.8.1818 al 6.8.1819; 3) dal 18.10.1824 al 6.8.1825; 4) dal 7.8.1829 al 6.8.1830; 5) dal 7.8.1836 al 6.8.1837; 6) dal 7.8.1839 al 6.8.1840¹⁵.
Sulla sua attività di canonico si rimanda al profilo stilato, con relativa bibliografia, nell’«Österreichisches Biographisches Lexikon» (= ÖBL) 1815-1950¹⁶, nel quale si dice, tra l'altro, che fu «Theologe, Schriftsteller und Lokalhistoriker», che tradurrei «Teologo, scrittore (autore) e storico locale o, meglio, studioso di storia locale (patria)».
Luigi Ramello cessò di vivere il 18 gennaio 1854, all’età di 71 anni compiuti da un paio di mesi. I suoi funerali furono molto partecipati e, a suo ricordo, gli furono dedicate due lapidi elogiative:
– Antonio Minelli fece incidere una iscrizione, composta da sua moglie Luisa Kiriaki, che fu murata sotto il portico della Chiesa della Beata Vergine del Soccorso detta «la Rotonda» (Rovigo):
A MONSIGNOR CANONICO LUIGI RAMELLO ARCIPRETE DELL'INSIGNE COLLEGIATA RODIGINA VICARIO GENERALE VESCOVILE CHE PER NOBILE VOLONTÀ D'INGEGNO PER TEMPRA SOAVE DI CUORE PER OPERE DI SENNO E DI CARITÀ ALLA RELIGIONE ALLA PATRIA SOLENNI TRIBUTI IMPERATIVI OFFRIVA E SETTUAGENARIO VOLANDO ALLA CORONA DEI GIUSTI IL DXVIII GENNAIO MDCCCLIV PERENNE MEMORIA DI SÉ E BENEDIZIONE NEI SUPERSTITI E NEI VENTURI LASCIAVA MINELLI IL TIPOGRAFO IN MONUMENTO DI RICONOSCENZA DI ANIMO RIVERENTE P(osuit)
– La seconda iscrizione è ben visibile a chi entra dallo scalone principale dell'Accademia dei Concordi. Essa riporta:
QVAE PLVRIMA AB ADOLESCENTIA AD SENIVM CVRIS IMPENSIS LVCVBRATIONIBVS ALOYSIVS RAMELLO CAN •(onicus) RHODIGINVS STVDIIS ARCHEOLOGICIS MAXIME POLLENS SOLATII ET ERVDITIONIS ERGO DOMI CONGESSERAT HVC ALEXANDER CASILINI A CONSILIIS AVG •(ustalibus) CIVITATI ET SODALITIO CONCORDIVM EXORNANDIS JVVENTVTI IN PATRIAE AMOREM FOVENDAE FRATRIS ADNVENS DESIDERIO INFERRI TRADIQVE JVSSIT KAL •(endis) AVG •(ustis) MDCCCLV
Traduzione: I MOLTISSIMI SCRITTI (OPPURE: TUTTE LE COSE) CHE DA GIOVANISSIMO (DALLA GIOVENTÙ) FINO ALLA TARDA ETÀ (ALLA VECCHIAIA) / CON PASSIONE, SCRUPOLO, NOTTI INSONNI / LUIGI RAMELLO CANONICO RODIGINO / VALIDISSIMO STUDIOSO DI SCIENZE ARCHEOLOGICHE / PER PROPRIO DILETTO E AMORE DI CONOSCENZA AVEVA RADUNATO A CASA / QUI / ALESSANDRO CASALINI SU PROPOSTA DEI CONSIGLIERI IMPERIALI / PER ABBELLIRE LA CITTÀ E L'ACCADEMIA DEI CONCORDI / INTERPRETANO IL DESIDERIO DEL FRATELLO / DI FAVORIRE NEI GIOVANI L'AMORE DELLA PATRIA / ORDINÒ CHE FOSSERO TRASFERITI E CONSEVATI / IL PRIMO DI AGOSTO 1855.
Gli scritti di Luigi Ramello – come ricordato anche da questa lapide – sono conservati presso l’Accademia dei Concordi. Di seguito, un elenco delle principali opere a stampa del Ramello, il quale era solito pubblicare i suoi libri senza il proprio nome¹⁷:
– Memorie sull’immagine di Maria Vergine delle Grazie e sull'antico battistero di Rovigo, dove stava dipinta, ed. Minelli, Rovigo 1837.
– Cenni intorno alla Chiesa e Convento de’ Padri Minori Cappuccini in Rovigo, riaperto il 1 giugno 1851, e Memorie su alcuni religiosi di quest'Ordine, ed. Minelli, Rovigo 1851.
Numerosi sono i mss. ramelliani presso l’Accademia dei Concordi:
Nel 2022, in occasione del 150° anniversario della morte di Giuseppe Mazzini (1805-1872), sono state attivate varie iniziative di rivisitazione dei tratti salienti del pensiero dell’apostolo del Risorgimento, portando anche l’attenzione su vari personaggi che ebbero modo di frequentarlo, apprezzando le sue idealità, fondamento dell’Italia unita e democratica.
Tra le figure più note, non solo a livello polesano, in primo piano Alberto Mario (1825-1883) e Jessie White (1832-1906), le cui esistenze si intrecciarono ampiamente con quella di Giuseppe Mazzini.
A cominciare dal primo incontro dei due giovani avvenuto a Genova.
1857
Era la primavera del 1857 e, stante il clima di tolleranza del Regno Sabaudo, diversi patrioti, ricercati dalle autorità austriache per aver partecipato attivamente alle operazioni militari della Prima Guerra di Indipendenza, avevano trovato riparo nella città ligure, in attesa di eventi favorevoli per iniziative di sollevazione nazionale.
A Genova, personaggio di primario riferimento era allora Carlo Pisacane, proprio in quei mesi intento ad organizzare la famosa quanto sfortunata Spedizione di Sapri. Ebbene, Alberto Mario partecipò sicuramente ad alcune riunioni preparatorie, pur avanzando, a quanto pare, perplessità sull’organizzazione, indicando di attendere momenti più propizi.
All’interno di questi gruppi patriottici, fece il suo ingresso anche una inglesina: Jessie White, qualificatasi come giornalista del Daily News. In realtà, pur scrivendo testi giornalistici, la White era particolarmente interessata ad informare Giuseppe Mazzini sulla situazione dei movimenti patriottici locali. L’apostolo del Risorgimento, in esilio a Londra¹, ambiva infatti a guidare iniziative che portassero all’unità d’Italia sotto l’egida repubblicana.
Figlia di un armatore, proprietario di un cantiere navale a Portsmouth nel sud dell’Inghilterra, Jessie White, giovane 25enne, godeva di una autonomia veramente ampia dalla famiglia. Avrebbe desiderato studiare medicina, ma neppure nella liberale Inghilterra ciò era concesso al gentil sesso, per cui aveva ripiegato sul giornalismo. Seguendo le coinvolgenti conferenze di Mazzini, si era appassionata alla causa italiana, mettendosi a disposizione dell’ideologo repubblicano.
Alberto Mario, nato a Lendinara (RO) il 4 giugno 1825, aveva sostenuto il suo battesimo di patriota militante nell’insurrezione padovana dell’8 febbraio 1848, entrando poi a far parte dei corpi di volontari della Prima Guerra di Indipendenza. In fuga dal Lombardo-Veneto gravato dal dominio austriaco, riparò infine a Genova. Aveva 32 anni e viveva con parsimonia, dando lezioni private e partecipando attivamente ad incontri clandestini dove si teorizzava il destino della patria unita.
Nel periodo in cui la giovane inglese raggiungeva Genova, Mario aveva maturato i suoi ideali politici, abbandonando il progetto del Gioberti per convergere su quello repubblicano ed incontrando Giuseppe Mazzini che ben presto gli propose di collaborare col periodico “L’Italia del Popolo”.
Nel 1857, a Genova, l’intesa tra i due giovani fu immediata e l’amore fu il cemento della loro unione².
Frattanto, mentre l’iniziativa di Pisacane si avviava al fallimento, il Piemonte, allarmato per l’attività cospirativa, attuava un deciso giro di vite nei confronti dei tanti patrioti pronti ad aderire a movimenti insurrezionali: furono attuati fermi e allontanamenti dallo stato sabaudo.
Alberto e Jessie furono arrestati entrambi il 4 luglio 1857. Curioso un particolare della loro vita da carcerati: grazie ad un secondino compiacente i due furono in grado di scambiarsi messaggi epistolari. Ma le lettere di Mario, più che frasi amorose, contenevano, a puntate, una sorta di storia dell’Italia, scritta nell’ottica del “Primato” giobertiano, ovvero con la sottolineatura della preminenza universale del ‘genio italico’, sia relativamente all’aspetto artistico che scientifico; concetti che costituivano il lievito per la creazione della nuova Italia.³
Scarcerati dopo qualche mese di detenzione, e subito banditi dal regno piemontese, i due giovani raggiunsero la casa paterna della White, a Portsmouth, unendo nel dicembre del 1857 le loro vite con i crismi del matrimonio, celebrato con una cerimonia civile, a conferma della loro visione laica della vita.
1858-59
Ed è a questo punto che, nell’esistenza di Alberto e Jessie torna Mazzini, il quale coinvolge i due giovani impegnandoli in una serie di conferenze a favore della causa italiana nel Regno Unito.
Successivamente li convinse a raggiungere l’America per promuovere incontri, con l’obiettivo di raccogliere fondi per iniziative patriottiche sul suolo italiano.
Negli Stati Uniti il programma di incontri stava ottenendo buoni risultati quando, nell’aprile del 1859, raggiunti dalla notizia dello scoppio, della Seconda Guerra di Indipendenza, i due coniugi decisero di imbarcarsi alla volta dell’Italia per partecipare alle operazioni belliche. “Impossibile – scrive Jessie White – rimanere in America a ciarlare degli italiani oppressi mentre essi menavano le mani contro gli oppressori”. All’arrivo in Italia, verificarono però, con disappunto, che la guerra si era conclusa l’8 luglio 1859 con l’armistizio di Villafranca: la pace, sottoscritta tra l’Imperatore d’Austria Francesco Giuseppe e quello di Francia Napoleone III, prevedeva la cessione della Lombardia al Piemonte, frustrando le speranze dei patrioti che aspiravano ad un esito più favorevole per l’unità della penisola.
Il suolo italiano restava pertanto ancora negato ai due coniugi, che decisero di riparare in Svizzera dove ebbero modo di intrecciare un rapporto di amicizia ed idealità con Carlo Cattaneo, il teorico del progetto federalista repubblicano. La visione del Cattaneo differiva dunque da quella del Mazzini (frattanto anch’egli giunto in Svizzera), propugnatore di un progetto unitario e centralizzato, dal quale Mario si andava progressivamente distaccando.
1860-61
Frattanto lo sguardo di Alberto e Jessie si rivolgeva in particolare verso Garibaldi, ritenuto l’unico in grado di animare una sollevazione popolare. La notizia dell’avvio della Spedizione dei Mille, partita dal porto ligure di Quarto il 5 maggio 1860, li portò nel giugno successivo ad imbarcarsi verso la Sicilia con un gruppo guidato dal luogotenente garibaldino Giacomo Medici. All’arrivo nell’isola Jessie fu subito incaricata da Garibaldi di seguire le attività infermieristiche, mentre Mario partecipò a varie azioni organizzative e militari.
E Mazzini?
L’indomito repubblicano mandava messaggi, raccomandando a Garibaldi di creare una repubblica nel regno di Napoli in fase di conquista. È invece ben noto l’epilogo della Spedizione dei Mille – descritto fra l’altro da Mario ne “La Camicia Rossa” – con l’incontro il 26 ottobre a Teano tra Vittorio Emanuele e Garibaldi, il quale omaggiò il sovrano piemontese con l’incisiva frase “Saluto Vittorio Emanuele re d’Italia”, per ritirarsi, a missione compiuta, nella sua Caprera.
Invisi alla monarchia sabauda, impossibilitati a raggiungere Lendinara ed il Veneto ancora sotto il dominio austriaco, ai coniugi Mario non restò che tornare a Londra, riallacciando stretti rapporti con Mazzini… Troppo stretti per Mario, che, ormai su posizioni federaliste, non poteva condividere appieno il programma mazziniano. Ciononostante, in virtù dell’amicizia che lo legava al principale esponente del movimento repubblicano, si trovò a farsi esecutore di varie iniziative ed anche ad assisterlo durante una malattia durata vari mesi: “Lo stato di salute di Mazzini era gravissimo – scrive Jessie White -. Alberto rimase per aiutarlo nei lavori, mentre io dava letture nelle provincie (…). Lo tormentava però la persistenza di Mazzini a volerlo involgere nel lavoro attivo…”.
E il 13 dicembre 1861, così Mario scrive alla moglie: “Me infelice! (…) Prosegue a voler compromettermi con lui. Adesso ha immaginato una lettera circolare che io dovrei fare ai Veneti, come veneto. Non posso, e tu lo sai; ma come ora discutere?”.
E ancora Jessie: “Mazzini non ci dava tregua (…). L’anno ’61 era stato pieno di fastidii a lui fatto per combattere colla spada e colla penna, non per il lavoro paziente di ordinamento di partiti; tanto meno per tenere in equilibrio la bilancia tra Mazzini e Garibaldi…”.⁴
1862-65
Il 1862 si aprì all’insegna di grandi speranze, fidando in particolare in un’azione di Garibaldi per liberare Roma, al grido di “Roma o morte”. Azione avviata dalla Calabria, dove però le camicie rosse furono fermate dall’esercito regolare sull’Aspromonte, col ferimento dello stesso Garibaldi. Episodio gravissimo che provocò un clima di grande sconforto tra i patrioti: “io, giunta a Lugano – scrive la White – trovai Cattaneo e Mazzini più morti che vivi (…). Alberto (…) rimase un mese intero a Genova, poi giunse mesto, malato, inconsolabile”.⁵
Il successivo trasferimento a Firenze, rinfranca i coniugi Mario. “Ci recammo – scrive Jessie – nell’incantevole città, ove Alberto si preparava a dirigere il ‘Dovere’ affidatogli da Mazzini”⁶.
Frattanto nel gennaio del ’63 Mario riceve la notizia di essere stato eletto – a sua insaputa – deputato nella circoscrizione siciliana di Modica, per iniziativa di un gruppo di democratici che avevano avuto modo di apprezzarlo durante la campagna di Garibaldi. Carica che rifiutò con decisione ed ampie argomentazioni, sottolineando che egli, da repubblicano rigoroso, non avrebbe mai potuto prestare giuramento di fedeltà al re.
Gli anni fiorentini furono forse i migliori vissuti dai coniugi Mario, entrambi impegnati giornalisticamente: Alberto collaborando con periodici democratici italiani e pubblicando vari studi, Jessie spedendo reportage dall’Italia a giornali inglesi ed americani. A questo periodo fra l’altro risale l’amicizia con Giosuè Carducci.
1866-1883
Un cambiamento radicale si verifica nel 1866, a conclusione della Terza Guerra di Indipendenza (durante la quale Mario ebbe da Garibaldi l’incarico di guidare operazioni militari sulle acque del lago di Garda) con la possibilità di tornare finalmente a Lendinara dopo 18 anni di forzata lontananza.
Festosa fu l’accoglienza che i lendinaresi riservarono ai due coniugi; e un vero tripudio si verificò qualche mese dopo, nel febbraio del 1867, all’arrivo di Garibaldi solennemente accolto dalla popolazione e dal sindaco Domenico Marchiori.
Nel novembre dello stesso anno i due coniugi si trovarono ancora accanto a Garibaldi, combattendo a Mentana nel nuovo tentativo, non riuscito, di conquistare Roma.
A Lendinara, oltre all’attività giornalistica (collaborando in particolare col giornale “La Provincia” di Mantova e la “Lega della Democrazia), Mario si impegnò politicamente ed amministrativamente per il Comune e la Provincia.
Purtroppo fu aggredito da un male infido che egli cercò di sconfiggere sottoponendosi a ben nove dolorose operazioni, finché dovette arrendersi il 2 giugno 1883, esattamente un anno dopo la morte di Garibaldi, mentre Mazzini si era spento undici anni prima, il 10 marzo 1872.
E ai due grandi del Risorgimento, che ebbe per compagni di tante battaglie “con la penna e con la spada”, Alberto Mario indirizzò l’ultimo pensiero il giorno prima di spirare. Si rivolse infatti alla compagna della sua vita con queste parole: “Ricordati: domani, due giugno, metti fuori la bandiera velata, a mezz’aria come sempre per Mazzini, ora per Garibaldi”⁷. Cessava di vivere il 2 giugno 1883, all’età di 57 anni.
1883-1906
E Jessie?
Jessie White visse altri 23 anni, trasferendosi dopo qualche tempo a Firenze dove svolse attività di insegnante di inglese fino alla morte, continuando nel contempo l’attività giornalistica scrivendo sia per giornali italiani, sia per periodici inglesi, statunitensi e canadesi. Particolarmente continuativa, per ben 40 anni, dal 1866 alla morte, fu la sua collaborazione con il settimanale newyorkese “The Nation”, ragguagliando i lettori d’oltre oceano, oltre che sugli aspetti politici della Nuova Italia, anche su problematiche sociali e culturali.
Contemporaneamente diede alle stampe apprezzatissime biografie dei principali uomini del Risorgimento, a cominciare da Garibaldi e Mazzini (Vita di Garibaldi, Milano, Treves, 1882; Della vita di Giuseppe Mazzini, Milano Sonzogno 1886). Per tutta la sua esistenza si spese per la causa italiana, custodendo la memoria di quanti per la patria erano vissuti e morti.
Cessò di vivere a Firenze, dopo breve malattia, il 5 marzo 1906, a 74 anni, e i suoi funerali nel capoluogo toscano furono imponenti. Le sue spoglie raggiunsero poi Lendinara, nel cui cimitero si trovano tuttora accanto a quelle di Alberto Mario, il compagno di una vita con cui condivise gli anni più esaltanti del Risorgimento italiano.
Arquà, piccolo paese polesano, ricco di storia, a partire da un castello medievale, sorprende per la bella e grande chiesa parrocchiale di sant'Andrea¹, ricca all'interno di ben sette imponenti altari barocchi, fra cui spiccano i primi due all’ingresso: a sinistra l’altare del Crocifisso (fig. 1 e 3), dalla possente e solenne figura scultorea del Cristo; a destra quello del San Girolamo (fig. 2 e 5), ove il santo, teso e vitale, suggerisce, per la vicinanza dei modi, il san Girolamo della Basilica dei Frari a Venezia, opera di Alessandro Vittoria.
Questi due altari provengono dalla chiesa del monastero veneziano di San Girolamo² e furono acquistati il 29 luglio 1811 dai signori Francesco e Domenico Bastognolo, fabbricieri della parrocchiale di Arquà Polesine. L'acquisto avvenne in occasione delle soppressioni napoleoniche degli ordini religiosi del 1805³. In seguito a quei decreti, a Venezia chiusero fra gli altri il monastero di san Girolamo, ponendo all'asta tutti i beni, compresi gli altari della chiesa annessa al monastero⁴.
Ma vediamo da vicino questo splendido Crocifisso pervenuto ad Arquà (fig.3) che colpisce per la potenza e la forte espressione, determinando una immediata e commossa partecipazione emotiva. Il Cristo morente è rappresentato nell'istante solenne e misterioso del trapasso, in cui si avverte ancora la presenza viva e pulsante, sottolineata, lungo tutto il corpo, dalla evidenza tangibile delle vene in rilievo (fig. 4).
Un corpo possente, dai volumi e forme dosate in perfetto equilibrio compositivo si sviluppa dai piedi lungo una linea curva di delicata torsione: un elegante andamento chiastico, un lieve hanchement che spinge la spalla sinistra in avanti di uno scarto, staccandola dalla croce verso l’alto, assecondando un ritmo compositivo di impianto classico, algardiano, eseguito con amorevole leggerezza in una atmosfera solenne, ancora viva e partecipata.
Il san Girolamo di Arquà (fig. 5), come si è scritto, colpisce per la somiglianza con il san Girolamo dei Frari di Alessandro Vittoria. Certo la vicinanza è strettissima, e la posa quasi identica, con la testa leonina in basso ed il braccio destro al cuore che stringe il sasso. Ma il capo del nostro san Girolamo rompe il notevole avvitamento del corpo, e con un rapido scatto verso destra, punta con energia lo sguardo lontano.
Una grande tensione, appena trattenuta dalla spalla sinistra molto indietro, caricata dal braccio piegato e aderente al corpo, con quella mano tesa, a dita aperte, pronta a sollevarsi.
Davvero un bel lavoro, ma non del Vittoria, il cui san Girolamo dei Frari, alto, possente, aulico, esprime più forza interiore che tensione, la forza d'animo di un asceta chino sui suoi libri, più che una sicurezza volitiva, pronta all'azione, come nel nostro san Girolamo di Arquà.
Ma di chi sia la mano creatrice delle due splendide sculture di Arquà non è dato sapere, e questo ne stimola ovviamente la ricerca, che inizia subito partendo dall’archivio parrocchiale della chiesa⁵, mossi dall'auspicio di trovare traccia del nome dello scultore, magari scritto casualmente fra le carte dei fabbricieri durante le operazioni di trasferimento dal monastero veneziano.
Nei tre armadi ricolmi di documenti la laboriosa ricerca approda soltanto ad una busta chiamata “Quaderno Partitario dal 1811 al 1815 N. I”, con l'elenco delle spese occorse per il prelievo a Venezia, il trasporto e l'erezione dei due altari nella chiesa di Arquà, a conferma di quanto è già noto, ma non emerge nessun nome dell'artista scultore.
In compenso si rinviene un interessante libro del 1961 del sacerdote Aniceto Montacciani: “Storia della millenaria parrocchia di Arquà Pol.”⁶, il quale, dopo aver ricordato l’acquisto dei due altari veneziani, trascrive una “Dichiarazione della Soprintendenza Belle Arti di Venezia” del 22 febbraio 1925 che definisce la statua del san Girolamo “Opera d’arte di pregio notevole” … “affine ai modi di Alessandro Vittoria”.
Per l’altare del Crocifisso, riserva molte lodi: “È fastoso ed imponente. Il Crocefisso di marmo, a figura naturale, di cui è ignoto l'autore, è di mirabile esecuzione. L’atteggiamento di Gesù morto, la finezza con cui sono ritratte vene ed arterie, l’esatta proporzione delle varie parti del corpo formano un capolavoro d’arte scultoria, degno d’appartenere, come in realtà appartiene, alla serie delle opere d’arte nazionale.”.
Seguendo le tracce già percorse da altri studiosi, la ricerca passa all’Archivio di Stato di Venezia (A.S.V.) allo studio delle buste relative al monastero di san Girolamo, dove non mancano documenti originali, alcune polizze relative alla edificazione in marmo degli altari, negli anni successivi al rovinoso incendio del monastero del 1705⁷ che ci consentono di datare il Crocifisso nel 1717 ed il San Girolamo nel 1724⁸. Documenti nei quali purtroppo non vengono citati i nomi degli scultori, nemmeno in quelli relativi alla riconsacrazione della nuova chiesa, avvenuta per mano del Patriarca di Venezia Luigi Foscari il 15 giugno 1751, com’era d'abitudine in occasione delle visite patriarcali⁹.
In mancanza di documenti originali che certifichino gli autori di queste due opere, gli studiosi hanno avanzato alcune attribuzioni, orientandosi in prevalenza verso Giuseppe Torretti (1664-1743), Alvise Tagliapietra (1670-1747)¹⁰ ed Enrico Merengo (1638-1723).
Le fonti storiche finiscono così per lasciar posto allo studio delle opere attraverso il solo confronto stilistico, anche se non facile in questo interessante periodo, cioè dai decenni di fine Seicento ai primi Settecento, quando un grande fermento e sviluppo della scultura barocca veneta, rinnovata e influenzata da grandi scultori – come il fiammingo Giusto Le Court, il genovese Filippo Parodi, il napoletano Gian Lorenzo Bernini e l'ungherese Michele Fabris “Ongaro” – spinge alla edificazione di nuovi altari e sculture nelle chiese, nonché al moltiplicarsi delle opere scultoree delle collezioni, nei salotti, e nei parchi delle ricche dimore nobiliari.
Questo notevole lavoro porta, in molti casi, gli artisti ad operare in gruppo e ad orientarsi verso una certa uniformità dei modi stilistici che rende ora più difficile, ma anche più interessante e sottile l’analisi stilistica di confronto.
Si trattava dunque di ricostruire la chiesa del monastero di San Girolamo e i suoi altari e sculture non più in legno ma in marmo, come era nel gusto dell’epoca, e per l'occasione fu chiamato l'architetto più noto e attivo in quel tempo a Venezia, Domenico Rossi¹¹ già artefice del progetto e costruzione della chiesa di San Stae 1703-1730 e quella dei Gesuiti 1715-1728.
Da tener presente per la nostra ricerca, che Domenico Rossi era solito impegnare per l'arredo scultoreo, una medesima squadra di scultori da lui coordinati come Giuseppe Torretti, Pietro Baratta¹², Antonio Tarsia¹³, Antonio Corradini¹⁴.
In ogni caso la rosa di artisti operanti nei primi decenni del Settecento veneto è piuttosto ampia e pur sempre influenzata dall’insegnamento lecourtiano. Da ricordare in particolare Enrico Merengo, Giovanni Comin, Orazio Marinali e ancora Giovanni Maria Morlaiter, Antonio Gai, Giovanni Marchiori assieme a quelli orientati dalle opere scultoree del Parodi, come Andrea Brustolon, Giovanni Bonazza, che via via andranno evolvendosi nel classicismo¹⁵ quel ritorno al passato “neocinquecentista” del secondo decennio¹⁶.
La rappresentazione del Cristo in croce risponde sempre a dei precisi e simili stilemi che rendono difficile l'analisi comparativa e inducono lo studio-confronto ad una più minuta attenzione della resa formale per coglierne ogni differenza identitaria.
Ne prendo così in esame alcuni che paiono essere più vicini al Crocifisso di Arquà:
• Il Crocifisso di Antonio Corradini (1688-1742)¹⁷ per il suo modo elegante di scolpire la figura, la cura dei dettagli più minuti, al quale viene riconosciuto un unico Crocifisso eseguito a Roma di cui non si hanno più notizie, oltre a quello, a lui attribuito da S. Guerriero (fig.6), della chiesa veneziana di Sant'Andrea della Zirada¹⁸.
• I Crocifissi del Torretti, di san Stae (fig.7), e di villa Manin a Passariano¹⁹, dai modi lievemente magniloquenti, giochi chiaroscurali insistiti, che, pur nella loro bellezza, mostrano i corpi più minuti e soprattutto privi di quella regale imponenza del Crocifisso di Arquà.
• Il Crocifisso di Pietro Baratta (1659-1729) nell’altare della chiesa di S. Giacomo dall’Orio²⁰ (fig.8).
• Il Crocifisso e la Maddalena nell'altare della Chiesa delle Eremite, piccola e stupenda chiesa ricca di sculture²¹ (fig.9), (attribuito da C. Semenzato e da R. Breuing ad Enrico Merengo (1638-1723)²² e da S. Guerriero ad Alvise Tagliapietra (1670-1747)²³.
• Il Crocifisso di Alvise Tagliapietra (fig.10), in alto, nella originale sequela verticale della fonte battesimale, pulpito e Crocifisso, addossata alla parete destra della chiesa veneziana di san Moisè, 1732²⁴.
• Il Crocifisso di Antonio Gai (1686-1769) sulla croce processionale tempestata di madreperla incisa (fig.11), nella cappella del Convento dei Frati di san Francesco della Vigna²⁵ originale e di ottima fattura, ben proporzionato il corpo del Cristo, elegante ed allungato, datato 1726²⁶.
• Il Crocifisso di Andrea Brustolon (1662-1732)²⁷ (fig.12), artista notevole per la numerosa e significativa produzione di crocifissi in legno, si distingue per un certo allungamento dei corpi, una studiata eleganza che lo avvicina molto al nostro Crocifisso di Arquà.
• Il Crocifisso di Antonio Bonazza (1698-1763) (fig.13), figura allungata, elegante e dal sapore classico, nella chiesa di san Michele a Curzola in Croazia²⁸.
• Significativo anche il confronto con il Cristo della Pietà di Antonio Bonazza del Museo Civico di Padova, (fig.14), la cui figura del Cristo ci traghetta verso il padre, Giovanni Bonazza (1654-1736) suo maestro, per quel fare commovente e partecipato, come ben si apprezza nel crocifisso ligneo dell'altare della chiesa di s. Lucia a Padova²⁹ (fig.15).
Ma è proprio il confronto fra i volti dei due crocifissi, quello di Arquà (fig.16), e quello di S. Lucia³⁰ (fig.17), che mostra, a mio parere, una forte assonanza fisionomica, quei lineamenti somatici affilati, gli occhi socchiusi, la bocca semiaperta nell'ultimo respiro, in una espressione intensa di sofferenza contenuta, sospesa, ancora viva del Cristo.
Una “perfetta unità tra l’ondulamento ritmico delle superfici e quello della struttura” che rende appieno, con le parole del Semenzato per altre sue opere, la forza comunicativa del fare scultoreo di Giovanni Bonazza, “quella fluidità così sciolta che sembra una delle sue caratteristiche più spiccate”³¹ che ben si adatta al Crocifisso di Arquà, e si coglie in molte altre sculture del Bonazza, come quella dell’angelo sdraiato sull'altare dell'Addolorata (fig.18) della chiesa dei Servi a Padova, una fluidità che armonizza tutte le parti del corpo e rende alla figura scolpita, vitalità e calore.
Una mano sapiente e leggera che con pochi ed attenti aggiustamenti, trattiene in vita l’ultimo commosso istante di sospensione prima dell'abbandono dal corpo, possente, solenne e sofferente ad un tempo.
Ad avvalorare ancor più questa mia attribuzione, aggiungo ulteriori spunti di riflessione critica, che sorgono dalle interessanti considerazioni del Guerriero quando scrive come: “Giovanni Bonazza abbia a lungo meditato sulla lezione e gli esempi dell’Ongaro […]”³². Considerazioni che condivido proprio per riconoscere anche nel Cristo di Arquà quella possente corposità, l'ampiezza dei volumi della figura allungata ed armonica del Cristo di san Clemente (fig.19), oltre a quei particolari dettagli distintivi ed evidenti del rilievo venoso e dei tendini trattenuti ai piedi, attorno ai chiodi.
Un’opera che Giovanni Bonazza può aver eseguito negli anni della terza decade del Settecento nella pienezza della sua maturità artistica, proprio ai tempi della costruzione dell'altare del Crocifisso.
Torno al San Girolamo di Arquà, per una sua possibile attribuzione soprattutto valutando i tratti somatici caratteristici del suo volto; quella lunga barba rigata, i marcati segni del tempo sul viso e due occhi profondi incassati sotto due folte sopracciglia, mi hanno fatto pensare in un primo tempo, allo scultore genovese Filippo Parodi³³ (1630-1702), che lavorò a Venezia e Padova negli ultimi due decenni del Seicento con importanti opere come il “Monumento funebre del patriarca Giovanni Francesco Morosini” nella chiesa di S. Nicolò da Tolentino a Venezia³⁴ e avrebbe anche potuto essere l'autore del nostro san Girolamo se si confronti quel Saturno alato, la figura distesa del Tempo di quel monumento funebre, per quel viso scavato e la barba rigata a larghe strisce (fig.20).
Ma nelle opere di Arquà manca quella componente di teatralità caratterizzante le opere del barocco berniniano del Parodi e poi, come scrive il Martinelli, nella chiesa di san Girolamo gli altari erano in legno ed andarono bruciati nell'incendio del 1705, così da escludere quegli artisti che operarono prevalentemente prima dell’incendio, tanto più che Parodi muore nel 1702.
Il San Girolamo di Arquà si può avvicinare ai modi di Enrico Merengo³⁵ si veda il San Paolo della chiesa di san Giovanni Battista ad Agna (PD)³⁶ (fig.21); poi il san Girolamo della chiesa di san Leonardo a Pontecasale³⁷ (PD) (1714) (fig.22) dalla postura molto vicina al nostro di Arquà e il Polifemo (fig.23) nel parco di villa Barbarigo a Valsanzibio (PD) (1690-1715)³⁸.
Ma la modellazione plastica possente del Merengo, monumentale e ricca di contrasti chiaroscurali, in cui è ben visibile la lezione lecourtiana, anche se in una “stesura più molle delle superfici”³⁹, permeata di quella corda patetica sempre presente, pare non essere del tutto convincente al confronto con la scultura di Arquà (fig.24).
Pertanto, anche per questa opera, dirotto lo studio verso i lavori dello stesso scultore del Crocifisso, Giovanni Bonazza, per queste ragioni: avere già al proprio attivo alcuni altri interessanti san Girolami, inoltre per quel riferimento alle opere del Vittoria, qui molto evidente, che si ritrova nella sua poetica scultorea, ma sopra ogni cosa per la capacità, la fantasia e l'estro artistico di immaginare questo san Girolamo, forte e volitivo che con fierezza alza lo sguardo dai libri e dalle riflessioni erudite di Padre della Chiesa, per puntare lo sguardo dritto, pronto allo scatto, lontano.
E così, il san Girolamo di Arquà regge bene al confronto con quello del Convento francescano di Rovigno in Croazia⁴⁰ (fig.25), sia per la singolarità del disegno accentuato delle vene (fig.26) che per quel tratto fisionomico marcato, dallo sguardo profondo.
E così il San Girolamo dello scalone monumentale della Abbazia di Praglia (fig.27), in meditazione rivolto al teschio posato sul libro, mentre stringe nella mano destra una piccola chiocciola, e ai piedi un serpente che si morde la coda, arrotolato sulla clessidra rovesciata, probabile datazione 1712⁴¹.
E così, non ultimo, anche il san Girolamo, firmato, della Biblioteca Universitaria di Padova⁴² (fig.28) che S. Guerriero data “non prima del secondo decennio del Settecento, come sembrano suggerire la resa più fluida e pacata delle forme, su cui scorre una luce più serena, anche se permangono la modellazione tormentata delle membra della figura e l’intensa forza espressiva del volto emaciato del santo⁴³”.
Osservazioni che ben si adattano anche al san Girolamo di Arquà per la forza dello sguardo volitivo ed una resa più morbida e fluida del panneggio, che porterebbe la datazione in avanti verso il terzo decennio del Settecento .
Singolare la corrispondenza di quella mano a dita aperte e tese in tutte e quattro le sculture (fig.29 a.b.c.d.), quasi un dettaglio firma di Giovanni Bonazza.
Un Crocifisso ed un San Girolamo, due interessanti opere della chiesa di sant'Andrea di Arquà Polesine, quale proposta attributiva per un grande scultore veneziano barocco, Giovanni Bonazza, “Nessun altro scultore veneto del tempo ha saputo esprimere tanta delicatezza, tanta commossa partecipazione umana […]” in un commento che faccio mio, di C. Semenzato⁴⁴.
Quello che fu il castello della Lendinara medievale, dominato dalla possente torre di 25 metri, prospiciente l'attuale piazza Risorgimento (già Maggiore) sul lato Nord-orientale, è ancora oggi noto come Palazzo Pretorio, dato che per secoli vi risiedette il Governo civico, prima estense e poi veneto.
Sebbene sembri che già nel 1193 i nobili veronesi Cattaneo, presunti fondatori della città, avessero fatto erigere una fortificazione nella zona detta di Trivellino¹, le origini del castello di Lendinara risalirebbero all’epoca basso medievale. Anche la tradizione infatti, avvalorata poi dalla documentazione, stabilisce la fondazione del sito al XIV secolo.
Una data importante è il 1390 quando Francesco da Carrara, condottiero al servizio degli estensi, conquistò i feudi di Badia e Lendinara per conto di Alberto d’Este. Ebbe così inizio il periodo di dominazione estense, che durò quasi un secolo. Il duca, memore del recente intervento edilizio nella sua stessa Ferrara, decise di affidare ai suoi architetti il rifacimento dei ruderi del castello lendinarese raso al suolo, trasformandolo di fatto, in una delle dimore estensi dotate di loggiati, portici e cortili.
Dal racconto delle fonti archivistiche e dai resoconti dei viaggiatori, specialmente da quello di Marin Sanudo del 1484², sappiamo che originariamente il castello si presentava come una struttura quadrangolare circondata da «solo palificate, ovver steccate», cioè senza mura, rinforzate da terrapieni e fossati. Su queste palizzate, stando alla ricostruzione offerta da Cappellini, si aprivano quattro porte: due a sinistra dell’Adigetto, una verso Badia, detta Porta di Sopra (o di San Rocco), e demolita ad inizio Ottocento, e l'altra, che immetteva nel luogo del mercato, e perciò detta di Piazza (o Roverese). Un terzo passaggio, che fu demolito nel 1737, era alla destra dell'Adigetto, in direzione di Fratta e di borgo San Biagio (da cui il toponimo); l’ultimo varco, non nominato da Sanudo come tale, ma descritto come La Rocca, fu individuato da Cappellini in quel rudere che rimane sul viale della stazione ferroviaria, noto come Arco di Casteltrivellin. Ogni porta era sormontata da delle torri di guardia merlate, ma esistevano anche altre strutture a difesa dell’abitato, per la maggior parte poste in zona San Biagio.
Il complesso di palazzo Pretorio si componeva di due blocchi posti ad L sull'angolo nord-orientale della piazza: il fronte principale era posto ad occidente (fu demolito nell'Ottocento) ed ospitava gli appartamenti del Podestà, o Rettore, mentre il lato meridionale è quello giunto a noi in maniera frammentaria. All'angolo tra i due prospetti stava la torre più alta, detta Maistra, che dall’epoca estense, fino ai primi anni Ottanta del XX secolo, accolse le prigioni.
Al centro del castello vi era poi un alto mastio, come appare nelle cartografie più antiche, e agli altri tre angoli delle mura stavano altrettante strutture difensive verticali, ridotte in altezza, che crollarono nel tempo per incuria. Una di queste torri, «più antica, visto lo stile ben diverso, appartenendo forse al vecchio castello»³, chiudeva il complesso ad est, ed era detta della Campana dato che ne accoglieva quella civica per le adunate.
A seguito del sisma del 1689, che rase al suolo le mura medievali rimaste e il campanile civico, la campana fu spostata nell'attuale Torre dell'Orologio, l'antica porta Roverese adattata allo scopo; torre che poi nel 1784 fu dotata di una nuova campana, opera delle fonderie bresciane di Alberto Soleti. Di questo periodo – anno 1782 è la pianta del Marini conservata presso la Biblioteca comunale.
Quel che oggi ci si presenta come facciata principale del palazzo, era in origine ridotto della metà in estensione e l'attuale accesso al palazzo occupava il centro del fronte meridionale; anticamente il varco era dotato di un ponte levatoio che permetteva l'accesso dalla piazza al cortile interno del castello, solitamente occupato dalle guarnigioni del Podestà.
La Maistra accoglieva le segrete al primo dei cinque piani in cui era suddivisa, inoltre era luogo deputato al supplizio della corda. La costruzione è in diretto collegamento con la struttura più bassa che la fiancheggia, adibita a casa del guardiano al pianterreno, e ospitante altre celle ai piani sovrastanti.
Le merlature sopravvivono solo sull'edificio del custode, ma la torre, almeno fino all'Ottocento, ne era ugualmente dotata; fu oggetto di importanti rifacimenti tra il 1852 e il 1853 ad opera dell'impresa di Vincenzo Boraso⁴. Fu ancora ritoccata nel 1936, quando si procedette a rimuovere sia gli intonaci esterni, sia l'affresco mariano nella nicchia che oggi rimane vuota a metà del corpo del fabbricato; nello stesso anno fu aperta via Adua, e costruito il muro di cinta su cui fu apposta la Puazza⁵.
Seguendo i resoconti di metà Ottocento sopra citati, è possibile delineare un ritratto complessivo dello stato attuale del complesso – di fatto rimasto invariato da allora – ma al contempo avere notizie sulle preesistenze.
Varcato l’ingresso che dà sulla piazza, si accede ad un «portico con il soffitto a volta a crociera tuttora esistente»⁶, luogo nel quale si arrivava già passando dal grande portale sormontato da loggia che viene ricordato dalle fonti antiche e moderne sul prospetto occidentale, oggi demolito. In questo luogo coperto, che noi oggi definiremmo come atrio, si radunavano i cittadini, che potevano accedere al piano nobile tramite una scala in laterizio quattrocentesca, poi demolita e ricostruita al tempo delle dominazioni austriache, quando si optò per una risistemazione delle prigioni.
Un affresco illeggibile si nota in alto, dirimpetto la porta in cima alle scale.
Al pianterreno era la casa del custode sulla destra, mentre a sinistra l'accesso alla Torre, suddivisa in ambienti tavolati in abete ad uso di celle, tra loro collegati da scale in legno.
Sulla parete di fondo si apre un secondo portone, superato il quale si trova un piccolo giardino che comprendeva, oltre ad un orto, una tettoia in legno per la paglia, una vasca in mattoni per il letame e un pozzo in pietra⁷.
Salendo le rampe in pietra si entra prima in due locali ad uso del custode, e proseguendo, in quella che fu la cappelletta privata del Podestà (in seguito sala delle adunate).
L'oratorio, sito all'ultimo piano dello stabile, fu costruito nel 1509 dagli Estensi (come ricorda la targa dipinta in alto sopra la porta) ed era dedicato alla Vergine Maria; dinanzi all'ingresso rimane traccia di un affresco di Madonna con il Bambino per lungo tempo dato alla mano di Alfonso Aldiverti, ma oggi meglio riferito a Boccaccio Boccaccini, pittore emiliano maestro di Garofalo. L'attribuzione è sostenuta dall'uso di larghi e profondi paesaggi derivati dalla vicinanza alla pittura belliniana, e anche dall'uso tipicamente suo di realizzare visi con dei perfetti ovali, come nel nostro caso. La committenza è stata riferita al commissario ducale estense Ludovico Marcello, che si insediò durante le guerre tra emiliani e veneziani: quindi anche la datazione è da ritenersi ai primissimi anni del XVI secolo.
Nella stessa stanza dell'affresco mariano, appena sopra la porta d'ingresso dalle scale vi è una targa marmorea nera, circondata da stucchi un tempo completi di busto e policromi, che ricorda gli interventi di sistemazione dell'edificio da parte del Podestà veneziano Gerolamo Pizzamano (1665).
Dirimpetto, sulla parete dell'affresco, è un altro stucco riferibile al periodo di dominazione veneta, che come il precedente recava il busto del governatore, poi rimosso. Nella sala rimangono poi tracce di affrescature di periodi differenti (come le aquile austriache e alcuni puttini). Oltre la porta, sopra cui sta l'affresco estense, si apre una grande sala tavolata usata come prigione, come testimoniano gli anelli sul pavimento.
Lungo la scala che porta ai piani superiori esiste anche un altro affresco, una Crocifissione, ma è mal conservato.
All'ultimo piano dell’edificio si trova un ampio salone, sulla cui parete di fondo si inerpica una scala in legno che porta al sottotetto; in quest'ultimo locale le pareti mostrano lacerti di affresco.
Una costruzione complessa, dunque, che campeggia sulla grande piazza lendinarese, testimoniando la storia di epoche lontane, di cui va conservata la memoria.
L’apertura di Villa Braglia, durante le giornate di autunno, a cura della Delegazione FAI di Rovigo, ha dato la possibilità di arricchire la giornata anche con la scoperta di una piccola ma veramente interessante collezione di monete antiche della Serenissima distribuite in due eleganti vetrinette.
La collezione, creata da un gruppo di collezionisti appassionati della Storia di Venezia, è oggi restaurata e permette di ammirare circa 1000 anni di storia Veneziana attraverso le sue monete (precisamente dall'840 circa al 1797).
La particolarità delle monete Veneziane sta nel fatto che esse venivano prodotte una alla volta riscaldando il tondello e battendo con il martello il punzone che imprimeva l'iconografia della moneta sia al dritto che al rovescio. Nella monetazione Veneziana poi, non troviamo la data di emissione (salvo in alcune tipologie del ‘700), quindi la datazione delle monete avviene tramite il nome del Doge impresso in ogni moneta ed in base al periodo di governo del Doge vengono così datate.
Per oltre millecento anni, dal 697 al 1797, a capo della Repubblica di Venezia vi fu la figura del Doge (dal latino Dux, guida, comandante): anticamente duca del dominio bizantino, poi sovrano elettivo, nei secoli trasformatosi in supremo magistrato e immagine della maestà dello Stato.
Ci soffermiamo ora su quattro importanti monete presenti nella mostra:
1. Il DENARO VENEZIANO è la prima moneta coniata di Venezia è con la scritta “VENECIAS” su due righe, mentre sul retro, non visibile, c’è il simbolo della croce e il nome dell'imperatore LUDOVICUS (LUDOVICO IL PIO figlio di Carlo Magno re dei Franchi e imperatore dell'impero carolingio dall'814 all’840).
La moneta per le sue analogie al denaro Carolingio e peso fu coniata sicuramente in un’officina imperiale, probabilmente Pavia o Milano. Non si è mai potuto certificare il motivo di tale scelta, ma è chiaro che non mancavano interessi interni a Venezia se tale moneta trovò corso anche senza una legittima sovranità dell'Impero.
Comunque tale scelta non dovette essere ben accetta a tutte le famiglie veneziane se pochi anni dopo nella officina lagunare operante a Rialto, venne coniato un nuovo denaro portante una esplicita invocazione a Dio “XPE SALVA VENEZIAS” – Dio salvi Venezia (moneta affiancata a destra di Venecias).
2. Il GROSSO o MATAPAN argento 2,2 g. Durante il dogato di Enrico Dandolo (1192-1205) si introdusse una nuova moneta, in argento quasi puro (0,965%) e di peso notevole per il periodo (2,18 g): Questa moneta ottenne fin da subito un enorme successo a livello internazionale, diventando la “valuta” più apprezzata in tutto il bacino del Mediterraneo.
Al dritto è raffigurato a sinistra il Doge stante frontale che regge il vessillo con la croce; a destra San Marco stante frontale che regge il Vangelo.
Al rovescio Cristo seduto in trono; deriva proprio da tale iconografia la parola veneziana “matapan” che deriva dall'arabo mautabān che significa Cristo seduto.
Il successo di questa moneta portò ad essere copiata ed imitata da molti stati e le permise di essere prodotta per oltre 250 anni.
Nel Vessillo di questa moneta con il Doge Giovanni Soranzo 1312-1328 comparirà per la prima volta il simbolo del Leone di San Marco al posto della croce usata in precedenza.
3. Lo ZECCHINO in Oro 3,54 g. Lo zecchino è conosciuto fino alla prima metà del XVI secolo come ducato d'oro. Questa moneta venne emessa dalla Repubblica Veneziana a partire dal 1285 durante il governo del Doge Giovanni Dandolo con lo stesso peso e titolo del fiorino fiorentino.
Il nome, usato dal XVI secolo in sostituzione del precedente ducato (da doge), deriva da zecca, la struttura incaricata della sua emissione.
Al diritto troviamo le figure di San Marco, protettore della città, in atto di porgere il vessillo della città al Doge inginocchiato, mentre con l’altra mano stringe il Vangelo. Attorno, la legenda "S M VENET(I)", il nome del doge, e lungo l'asta la parola "DUX".
Al rovescio (non visibile) l'immagine di Cristo benedicente racchiuso in una mandorla cosparsa di stelle e la legenda "SIT T XPE DAT Q TU REGIS ISTE DUCAT" (Sia affidato a te, o Cristo, questo ducato che Tu governi).
Tali caratteristiche rimasero pressoché invariate per 500 anni, fino al 1797, facendola diventare la moneta d'oro più prestigiosa in circolazione nelle piazze commerciali del Mediterraneo.
4. LIRA TRON argento 6,52 g. La Lira Tron o trono è il nome con cui viene comunemente denominata la lira emessa dal Doge Nicolò Tron nel 1472, Doge solo per 20 mesi. È comunemente considerata la prima lira emessa in Italia (prima esisteva solo come moneta “di conto” ma non nella realtà). Valeva 20 soldi, ognuno da 12 denari.
La moneta è anche rilevante perché praticamente è l'unica moneta coniata dalla Serenissima con l'effigie del Doge.
Le “OSELLE DI VENEZIA” Nella seconda metà del XIII secolo, essendo riuscito a limitare il potere assoluto del Doge a trasferire nelle proprie mani la sostanza del potere, il Patriziato veneziano impose al Doge stesso l’obbligo di offrire ogni anno, a dicembre, un dono ai Patrizi quale riconoscimento della sua dipendenza dagli stessi. Per molto tempo tale dono consistette in 5 uccelli di valle (anatre selvatiche dalle zampe rosse) corrispondenti al valore di 5 grossi d'argento.
A causa della sempre più frequente difficoltà nel reperire tale selvaggina, dopo la morte del Doge Leonardo Loredan, durante la sede vacante il 28 giugno 1521, il Maggior Consiglio decise cha da allora in avanti il Doge dovesse distribuire in luogo degli uccelli una moneta d'argento fino del valore di 31 soldi.
Dalla parola veneta “oselo” per “uccello” deriva pertanto il nome di “osella” al femminile perciò riferentesi ad una moneta.
Esistono 275 annate di “osella” da tutti i Dogi esclusi Nicolò Donà (1618) e Francesco Corner (1656) morti prima di poter emettere la loro moneta.
Tra le ville venete presenti nel territorio tra Adige e Po, un ruolo particolare è rivestito da Villa Ca’ Moro che sorge lungo la riviera del Canalbianco nel comune di San Bellino.
Costruzione architettonica del XVIII secolo, da decenni purtroppo disabitata, è stata recentemente posta all’attenzione del pubblico dalla Delegazione del Fai di Rovigo che l’ha scelta come destinazione delle Giornate di Primavera 2022, assieme ad altri beni importanti.
Con l’apertura di Villa Moro, resa possibile grazie alla disponibilità e alla collaborazione della famiglia Magagnini, proprietaria dell’immobile, si è inteso richiamare l’attenzione anche su beni non strettamente turistici, in quanto non aperti al pubblico, ma che in ogni caso meritano di essere conosciuti e apprezzati.
La tenuta Ca’ Moro e i documenti catastali
Innanzitutto un po’ di storia. Nel XVI secolo la Serenissima, a causa di una riduzione dei profitti nell’ambito dei traffici marittimi, rivolge il suo interesse verso il territorio del Dogado e quindi anche verso il Polesine. L’obiettivo è far fruttare gli investimenti, ovvero ricavare reddito dai terreni via via bonificati e resi appetibili a favore di un’agricoltura per vari aspetti innovativa.
Contemporaneamente, sui latifondi acquisiti, si procede alla costruzione di edifici di rappresentanza. Vengono pertanto erette varie ville distribuite sul territorio, in particolare lungo i fiumi, vie di accesso più comode e facilmente utilizzabili.
Le ville, alcune più elaborate dal punto di vista architettonico, altre meno, si presentano essenzialmente come case padronali, centro dell’attività agricola, ma si caratterizzano anche come luogo di villeggiatura per i nobili veneziani che nell’ambiente rurale trovano un clima più salubre.
Nel territorio del Comune di San Bellino, in provincia di Rovigo, la famiglia veneziana Moro fin dal 1572 risulta proprietaria di un terreno da cui ha preso il nome tutto il territorio circostante, identificato appunto fin da allora col toponimo di Ca’ Moro.
La tenuta, prima del 1602 viene registrata come proprietà di Benedetto Moro, caratterizzata da una superficie di 280 campi padovani corrispondenti a circa 108 ettari attuali. Alla stessa data si trova una citazione della famiglia anche negli archivi parrocchiali. Sono datate 1602 anche le prime informazioni relativamente a questa proprietà, con un’iconografia nella quale risulta la rappresentazione di un muro di cinta in prossimità della casa padronale, che circonda la corte di lavoro. Sulla corte sono già presenti altri edifici di carattere rurale e l’attuale chiesetta.
La proprietà risulta pure ben in evidenza nel catastico del 1775 dove permangono approssimativamente gli stessi immobili. Dopo il 1775 viene costruito un edificio tra la barchessa e la casa padronale (oggi scomparso) sicuramente legato alle attività agricole che vi si svolgevano. Le costruzioni risultano ben in evidenza pure nel catasto Napoleonico del 1810 e in quello Austriaco di metà ‘800.
La massima edificazione del complesso viene raggiunta tra il 1813 e il 1845 quando viene costruito un viale d’ingresso alla villa padronale. Esternamente al muro di cinta si trovano la cappella a sud est e la casa dei salariati a ovest. Al tempo erano presenti due barchesse, una settecentesca (oggi scomparsa) e un’altra costruita sicuramente dopo il 1813 con altri due edifici dietro alla casa padronale.
La proprietà della Villa rimane alla famiglia Moro fino al 1824 quando passa prima ai Marchetto, in seguito ai Carraggiani (nel 1843) e quindi alla famiglia greca dei Liassidi che la abitano fino al 1946. Successivamente la proprietà passa alla famiglia Duceschi come risulta da una relazione datata 20 marzo 1946 del parroco Don Carlo Libanori, quale proprietà del Dott.Cav. Ernesto Duceschi la cui moglie, Caterina Duceschi, nel suo testamento impone delle condizioni relative al futuro dell’oratorio: in particolare che esso rimanga aperto al culto cattolico per la popolazione di Cà Moro e che il proprietario non possa intromettersi nell’organizzazione delle funzioni di culto di competenza del parroco. Il complesso passa poi Gobbetto di Lendinara fino al 1975, anno in cui la villa viene acquistata dalla famiglia Magagnini ex fittavoli dei precedenti proprietari.
L’architettura di Villa Moro
Villa Moro, affacciata sul Canal Bianco (antica ed importante via fluviale di accesso nel Polesine), ha una chiara linea settecentesca, nonostante un originale impianto risalente al secolo precedente con qualche alterazione nelle strutture. È circondata da una doppia cinta muraria, edificata molto probabilmente per suddividere la parte “operativa” della villa da quella padronale.
Della Villa non si conosce né il nome del progettista e neppure gli anni precisi in cui gli edifici furono costruiti. Possiamo comunque supporre che i progettisti avessero una conoscenza delle ville limitrofe e anche della cultura storico architettonica che andava per la maggiore in quell’epoca (neoclassicismo e tardo barocco).
L’edificio principale risalta sul territorio circostante per il suo imponente volume di forma cubica che si sviluppa su tre piani e un sottotetto: al piano terra i locali adibiti a cucine e servizi; ai piani nobili le camere signorili, ed infine il sottotetto, alleggerito da piccole finestre ellittiche.
Ad accentuare la scenografia della facciata, una doppia scala che conduce al piano nobile. Ai lati della grande porta d'ingresso, si sviluppano alte finestre rettangolari decorate da un'elegante cornice in pietra a cimasa orizzontale.
Nel corpo centrale della facciata principale è presente un pronao “schiacciato” a doppio ordine, sormontato da timpano, con quattro piccole lesene appena abbozzate sulla superficie, in una successione di ordine dorico-tuscanico (al primo piano) e ordine ionico (al secondo piano) che conferiscono all’edificio uno stile classico e una maggiore “dinamicità” al blocco rigidamente quadrato della costruzione.
La facciata retrostante, che spicca anch’essa per la simmetrica forometrìa, presenta, nella sua semplicità, alcune caratteristiche interessanti:
due imponenti camini che attraversano la struttura e danno slancio all’edificio;
le finestre con semplici cornici in pietra che si ripetono in modo costante e simmetrico,
due balconi centrali (di cui uno a tutto sesto e con chiave di volta) centinati e dotati di balaustra.
Gli interni
All’interno della villa, al piano terra, si apre un salone centrale (con il soffitto diviso da due grosse travature) che dà accesso alle quattro stanze laterali, un tempo adibite a cucine e servizi. I due piani superiori, che presentano la stessa disposizione del piano terra, comunicano con una scalinata sulle cui porte vi è uno stemma recante un leone e un’aquila e le iniziali E.C. forse le iniziali di Elena Carraggiani, “maritata Liassidi”, che dal catasto Austriaco del 1850 risulta proprietaria della Villa.
I saloni e le stanze presentano pavimenti in terrazzo veneziano, soffitti a travature lignee e, in alcune di esse, sono ancora presenti delle specchiature con decorazioni a stucco.
Una delle stanze presenta una particolarità: una decorazione a croce greca sia sul soffitto che sul pavimento. Quando la famiglia Carraggiani, di fede greco-scismatica, prende possesso della Villa e di conseguenza anche della cappella annessa, consente ai fedeli del luogo di continuare l’uso esclusivo della chiesetta per i riti cattolici. Al proprio culto dedicano pertanto una stanza del palazzo in cui celebrare i riti della loro fede e si ritiene possa essere stata proprio questa stanza.
All’interno della Villa si trova un’iscrizione in greco antico pressochè illegibile, solo una data sembra chiara, 1739. L’iscrizione sembra proporre il ringraziamento alla famiglia Moro espresso da una nobildonna veneziana per aver contribuito al pagamento del riscatto del marito di questa, rapito dai pirati e successivamente liberato.
Gli esterni, il giardino e l’aia
La Villa è circondata da un alto muro di cinta che ingloba anche altre minori adiacenze rurali, in grave stato di degrado, e rappresenta l'unico collegamento fisico tra i diversi corpi di fabbrica che circondano la casa domenicale.
La Famiglia Magagnini racconta che davanti all'ingresso principale del lato nobile, vi era un vialetto con alberi rosa e bianchi alternati a siepi di bosso. Di lato rispetto alla villa vi era un brolo con alberi da frutta e vigneti. Oltre al muro che separa la villa dalla barchessa, sul lato destro si trova un ampio spazio utilizzato per l'aia con pavimentazione originale in cotto.
La cappella
La cappella padronale di 45 m² – alla quale è addossato un piccolo campanile – sorge all’estremità destra del lato frontale del muro di cinta che circonda l’intero complesso.
La cappella, intitolata a S. Antonio da Padova, viene menzionata in una visita pastorale del 1604 da parte di un canonico padovano e visitatore generale di Adria, mons. Perotto. Racconta il monsignore che “Presenta un solo altare, una sacrestia e tutte le finestre sono assicurate da inferriate”. La seconda menzione risale alla visita del Vescovo di Adria (2 settembre 1843), nella quale il prelato annota che “l’unico oratorio offiziabile dove si può celebrare la messa è quello di proprietà Carragiani di Ca’ Moro sotto il titolo della presentazione di Maria Santissima”, in questa chiesetta si celebravano due messe alla settimana e le litanìe.
Nel 1896, dopo una chiusura temporanea durante la quale la Villa risulta di proprietà della famiglia Liassidi, l’oratorio viene riaperto al culto, su richiesta degli abitanti della frazione di Ca’ Moro che, a loro spese, edificarono il campanile, arredarono l’oratorio e da allora ne curarono la manutenzione. L’oratorio viene in questa occasione dedicato alla B.V. della Salute, come testimonia una lapide interna al sacro edificio. Nel 1996 gli attuali proprietari, i Signori Magagnini, apposero una nuova lapide in ricordo del centenario della dedicazione della chiesa.
La cappella presenta due accessi, uno posto all'interno del muro di cinta, riservato ai proprietari, che potevano quindi accedere ad una saletta laterale dalla quale potevano assistere alle funzioni tramite una griglia in legno senza essere visti, e uno esterno per l'accesso della popolazione del circondario.
La cappella è stata utilizzata fino a pochi anni fa dalla popolazione del luogo ma oggi, pur essendo ancora consacrata, non è più agibile.
Il granaio e la barchessa
Sul retro della casa padronale risalta un imponente elegante rustico, costruito in epoca successiva alla Villa in chiave neoclassica. Presenta una struttura architettonica particolarmente ricercata, con una facciata che si sviluppa in tre elementi che terminano con un timpano; sono sostenuti da colonne tuscaniche, poggianti su massicci basamenti in cotto, di dimensioni maggiori rispetto a quelle del loggiato centrale, con una conseguente alternanza di arcate maggiori (chiuse) e minori (aperte) che alleggerisce la struttura conferendo un effetto di luci e ombre.
Un marcapiano divide il piano terra dalla parte superiore dell’edificio, adibito a granaio. L’elemento ad arco al piano terra viene riproposto anche nelle finestre semicircolari del piano superiore, denominate “termali” per la forma che ricorda le finestre delle Terme di Diocleziano.
Una curiosità relativa alla Barchessa – che i più anziani del luogo ricordano bene – è l’utilizzo di questo immobile come scuola rurale mista (classi 1ª, 2ª, 3ª). Infatti dal 9 settembre 1941 fino agli inizi degli anni ’60, per sopperire alla mancanza di edifici idonei per le attività scolastiche e per non allontanare dagli studi gli allievi in un periodo di forte abbandono scolastico, il Dott. Ernesto Duceschi (proprietario della Villa prima della famiglia Gobetti), mise a disposizione la barchessa come edificio scolastico. Gli abitanti del luogo ricordano che tramite una scala in legno gli studenti accedevano al piano superiore del rustico.
Trovandosi a Badia, in Piazza della Vangadizza, lo sguardo del passante è inevitabilmente tutto preso da ciò che resta dell’antica Basilica abbaziale. Spiccano l’imponente cappella, dedicata ad ospitare la statua di Santa Maria della Vangadizza che ancora oggi si venera nell’Arcipretale, e il caratteristico campanile pendente.
Di fronte a questo scenario si stagliano poi le due importanti Arche sepolcrali della Famiglia Estense, per anni la più nobile protettrice dell’Abbazia. Importanti perché una è quella del grande Alberto Azzo II, considerato il capostipite della Casa d’Este, assieme alla moglie Cunizza di Altdorf, da cui discende anche l’attuale Famiglia regnante in Inghilterra; l’altra è invece quella di Azzo VI, suo successore, condottiero e vero iniziatore della potenza degli Estensi. Ma pure padre della Beata Beatrice d’Este, monaca fondatrice di importanti monasteri sui Colli Euganei e a Ferrara.
Presi quindi dall’ammirazione per il principale monumento storico della città – e doverosamente, considerato che le ha dato il nome – rischiamo però di non apprezzare alcuni altri interessanti edifici che si affacciano su questa piazza.
Iniziamo dall’angolo con via degli Estensi, dove si trova Casa Patrese, che oggi ospita gli uffici postali. Non ha grandi pretese architettoniche, ma presenta comunque alcuni particolari che la ingentiliscono, come il piccolo porticato d’ingresso e le decorazioni sui cornicioni delle finestre. Era la dimora nel secolo scorso di un facoltoso commerciante all’ingrosso di generi alimentari, che oggi ricordiamo soprattutto per essere stato il nonno di Riccardo Patrese, il famoso pilota di Formula 1, nato a Padova dove si era trasferito il padre per lavoro. Ma che qui, nella vecchia casa di famiglia, trascorreva felici periodi della sua infanzia, tanto da essere stato recentemente anche cittadino onorario di Badia.
Ben più importante invece l’edificio di fronte, dall’altro lato della strada. Parliamo di Palazzo Gulinelli, le cui origini risalgono probabilmente al 1500, come evidenziato dall’importante cornicione in cotto che campeggia sulla facciata posteriore che dà sul cortile interno. Sul lato principale, che si apre sulla pubblica via, si presenta una grande facciata, frutto del restauro e del rifacimento risalente a due secoli più tardi. È connotato da un grande portale a bugne, sormontato nell’arco superiore da un mascherone, e così, in armonia, anche le finestre del pian terreno riprendono il motivo bugnato.
Al piano nobile, dietro all’imponente poggiolo, spicca una bella trifora composta di tre portefinestre ad arco, sormontate da un architrave unico, con al centro un grande stemma di marmo. Le restanti finestre sono allineate ai lati, racchiuse dentro semplici cornici di marmo con sopra il timpano. Ancora più su, sulla linea dello stemma, si aprono le piccole finestre del sottotetto, destinato alla servitù.
La visione complessiva esterna è molto piacevole, come lo sono anche alcuni interni riccamente decorati e impreziositi da stucchi in gesso e dipinti risalenti per lo più ai primi anni del ‘900. Sono ispirati a scene bucoliche o legate alle stagioni. Notevole anche lo scalone interno che conduce al piano nobile.
Da non trascurare, sul retro, il caratteristico e aereo ponte pedonale, che in alto attraversa via Pesavecchia (sul tracciato dell’antica Fossa a protezione della città) e permetteva in passato il collegamento privato interno con il grande parco del Palazzo, esteso fino all’Adigetto.
Il Palazzo prende il nome da un ramo di una famiglia di conti ferraresi che vi abitò nell’Ottocento. Va ricordato che nella città estense il rispettivo Palazzo Gulinelli è un monumentale edificio di via Corso Ercole I° d’Este, dove furono girate anche importanti scene del famoso film Il Giardino dei Finzi Contini.¹
Dall’altro lato della piazza sorge villa Ferracini, un’abitazione legata a Vittorio Ferracini, che fu primo cittadino di Badia per ben tre volte e per complessivi 14 anni (1909-1910, 1914-1919, 1922-1927). La villa che Ferracini si fece realizzare è probabilmente una delle più caratteristiche ed eleganti costruzioni di Badia, con uno stile che riprende i toni del Liberty e dell’Ecclettismo in auge ad inizio Novecento. E così architetture di tipo veneziano si frammischiano armonicamente a elementi ispirati al gotico, all’orientale, a colorate grandi finestrature di luce.
Anche gli interni si caratterizzano in maniera artistica, ed è notevole un grande salone al pianterreno, sulla parte che si protende verso la strada. Villa Ferracini è fiancheggiata da un monumentale Parco, parte del quale è stato acquisito dal Comune alcuni anni fa e destinato a uso pubblico.
La villa è anche nota perché poi divenuta abitazione di una famiglia di grandi educatori, che hanno lasciato un’impronta nella cultura e nella storia scolastica, non solo badiese: il professor Stellio Spiazzi e la moglie, la direttrice Rita Crivellari, scomparsa pochi anni fa.
Villa Ferracini apre la via San Rocco, nome dell’antica contrada dedicata al santo protettore dalla peste, evento purtroppo non infrequente nei secoli passati. A lui era anche intitolata una chiesetta di una certa importanza, considerato che presso la stessa – lo si legge in alcuni verbali pubblici del 1752 – erano nominati due procuratori.
Essa sorgeva nello slargo oggi destinato al parcheggio di Piazza della Salute, tra la farmacia e l’oratorio della Beata Vergine della Salute, presso la Porta de Sora (detta anche di Santa Croce). Era, questa, una delle tre porte con ponticello levatoio di ingresso alla città, poste sul perimetro della Fossa e del terrapieno (terraglio) che proteggeva l’abitato centrale di Badia.
Non abbiamo molte notizie di questo edificio sacro, costruito probabilmente tra il 1400 e il 1500, periodo in cui abbiamo i primi documenti che parlano della contrada di San Rocco. Sappiamo invece che fu demolito a inizio ‘800, assieme alla citata porta di accesso e ai lavori di tombinamento della fossa, quando oramai erano cadute le necessità di protezione del nucleo storico cittadino e, anzi, si voleva favorire un ampliamento edilizio fuori dell’antico borgo centrale.
Della antica chiesa di San Rocco è dunque rimasto ben poco, fatto salvo un disegno che la raffigura nella famosa mappa della Fossa di Badia, disegnata da Eugenio Piva nel XVII secolo. Ne fa però ancora memoria il nome dell’odierna via San Rocco, che si stende oggi in leggera salita, per poche centinaia di metri, con una forma ad Esse. Su di essa si affacciano alcune eleganti abitazioni che denotano la loro origine tra fine ‘800 e inizio ‘900, con architetture dell’epoca ben curate.
Uno di fronte all’altro, sorgono poi, circa a metà via, Palazzo Grechi e Palazzo Giro, ambedue costruiti nel XIX secolo e proprietà di due importanti famiglie della buona borghesia cittadina, il cui status sociale era certificato anche dal possesso di un palco al nuovo Teatro costruito da Bartolomeo Dente.
Il primo, Palazzo Grechi si sviluppa su due piani in stile neoclassico, con una facciata su cui campeggiano vari mascheroni con curiose espressioni. È poi passato alla famiglia Tamassia ed è infine finito tra i beni della Diocesi, per essere destinato a finalità religiose e a opere sociali.
Per molti anni ha ospitato una comunità di accoglienza di bambini di etnia nomade Sinti, permettendo una loro più agevole scolarizzazione, sotto l’amorevole e attenta direzione del dottor Renato Galleno, un vero apostolo moderno, uomo che ha dedicato la propria vita agli altri e, tra questi, in particolare agli ultimi.
Il secondo, il Palazzo Giro, che invece sorge sul lato opposto della strada, è sempre neoclassicheggiante, ma di impronta esterna più modesta, anche se ancora oggi dalla strada vi si possono scorgere interni curati e arricchiti da pitture alle pareti e ai soffitti.
La famiglia Giro era una delle più in vista della vecchia Badia. Un suo autorevole esponente, Gianfranco Giro è scomparso a Roma alcuni anni fa, nel 2020, ultranovantenne, ma ancora apprezzato partecipe della vita culturale della Capitale. Vi si era trasferito nel secondo dopoguerra, ancora studente, per diventare un dirigente nazionale della Gioventù Italiana di Azione Cattolica, allora diretta da Gedda e Carretto. Con lui, un gruppetto di altri badiesi e polesani, tra cui suo cugino Armando Rigobello – figlio appunto della zia Ada Giro – Rettore di una Università romana e filosofo, uno dei più principali del nostro ‘900.
Ma anche due dei figli di Gianfranco Giro, hanno ottenuto una certa notorietà pubblica e sociale a livello nazionale. Mario, il maggiore, è uno dei principali esponente della Comunità di Sant’Egidio, esperto di politica estera e, in virtù di questo, è stato Sottosegretario e anche Viceministro agli Esteri in vari governi (Letta, Renzi e Gentiloni). Invece il fratello Francesco, che è stato a sua volta Deputato e Senatore (dal 2006 al 2022), ha ricoperto il ruolo di Sottosegretario ai Beni Culturali nel quarto governo Berlusconi.
Sempre a Palazzo Giro è legato pure il nome dell’avvocato Leo Giro, figlio di Illuminato Giro, trasferitosi per lavoro a Milano e da qui deportato a fine 1944 nel campo di concentramento di Flossenburg, dove fu assassinato dopo pochi mesi.
Il nostro itinerario nella contrada di San Rocco termina nella già sopra citata piazza della Salute. Dove oggi di trova, per l’appunto, il prezioso e settecentesco Oratorio della Beata Vergine della Salute. Un gioiellino artistico che val bene una accurata visita e di cui, proprio per questo, ci ripromettiamo di tornare a scrivere in una prossima occasione.