Una sorpresa, graditissima e per molti inattesa, la mostra allestita a Palazzo Roncale (visitabile fino al 30 marzo prossimo) col titolo “Il Conte e il Cardinale. La collezione Silvestri”.
Ideata da Sergio Campagnolo e curata da Alessia Vedova, l’esposizione rientra nel piano culturale della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo che, in base a una consolidata collaborazione con il Comune di Rovigo e l’Accademia dei Concordi (cui si è aggiunto il Seminario Vescovile), intende offrire proposte espositive di prestigio a Rovigo, secondo un format di successo che alterna rassegne artistiche internazionali a Palazzo Roverella con focus su figure ed eventi locali nel dirimpettaio Palazzo Roncale.
È dunque approdata al Roncale la quadreria collezionata dalla famiglia Silvestri, insieme a due esemplari dell’altrettanto loro ricca biblioteca: una Bibbia istoriata padovana e il Sèfer ha-‘iqqarìm. È questa la settima di un ciclo di mostre promosse dalla Fondazione Cariparo “volte a valorizzare il patrimonio artistico e culturale del territorio polesano per veicolarlo oltre i suoi confini”, ha spiegato il presidente della Fondazione Gilberto Muraro.
Attraverso il materiale espositivo, artistico e letterario, finalmente messo a disposizione della comunità, non solo riemerge la storia di uno dei più importanti casati rodigini, i conti Silvestri, dei quali oggi rimane traccia solo in qualche intitolazione (un palazzo, una via, una caserma militare dismessa, un’osteria e, forse un negozio di parrucchiere), ma è inoltre possibile percorrere circa settecento anni di storia della città di Rovigo e dei suoi legami con le potenze dello scacchiere nazionale.
Un po’ di storia
La prima traccia della famiglia Silvestri risale ad un documento notarile del 1268, per dipanarsi in una storia plurisecolare, che attraversò il dominio della Serenissima, l’impero napoleonico e asburgico fino al Regno d’Italia, con personalità illustri che si sono distinte in ambiti diversissimi, dalla letteratura e scienza all’archeologia, dalla politica alla religione, lasciando tracce importanti ben oltre i ristretti confini locali, ma senza mai dimenticare le proprie origini. Tanto che l’attuale capoluogo del Polesine, che per diverso tempo è stato un borgo di poche anime soggetto ad Adria, divenne ufficialmente “Città” solo nel 1815, all’epoca del Regno Lombardo-Veneto, grazie anche all’interessamento di Carlo Silvestri che, già ai tempi della Serenissima, si era battuto per ottenere alla sua Rovigo questo riconoscimento.
Una famiglia di origini ferraresi quali feudatari degli Estensi, quindi radicati nobili in Rovigo sotto la Serenissima, a partire dal 1500¹; prolifica numericamente e nei frutti – come dimostra l’albero genealogico posizionato al piano terra, all’entrata della mostra, insieme ad una rassegna dei maggiori esponenti -, destinata ad estinguersi per una singolare contingenza nei suoi due ultimi discendenti nell’ultimo quarto del XIX secolo: due fratelli² (c’erano anche due sorelle: Auretta e Chiara³), uno laico, Girolamo “il Conte”, imparentato con due altre notabili famiglie rodigine attraverso il matrimonio con la contessa Eugenia Manfredini, figlia di Francesco e di Isabella Angeli; l’altro, Pietro, “il Cardinale”, primogenito, destinato alla carriera ecclesiale.
Due personalità ben distinte, dunque, accomunate però da un epilogo infelice, sia pure per ragioni diverse: familiari “il Conte”⁴, politiche “il Cardinale”⁵.
Eppure un elemento li aveva uniti in vita e perfino dopo la morte: la passione per la cultura e, come ebbe a dire lo stesso Girolamo, per “l’amor del pubblico bene”.
Le donazioni
Già nel 1858 avevano concesso in uso perpetuo al Comune di Rovigo il grosso della biblioteca⁶; successivamente, sia pure con due testamenti autonomi, scelsero di lasciare tutto il cospicuo patrimonio di famiglia – tra beni immobili, la biblioteca, le collezioni pittorica e archeologica – ad istituzioni pubbliche del capoluogo polesano (oltre alla casa del Petrarca al Comune di Padova).
Tra tutti la donazione più consistente e preziosa è la biblioteca “Silvestriana”, comprendente circa 40.000 fra volumi e documenti di vario genere: libri a stampa, fra cui incunaboli e cinquecentine, oltre a centinaia di manoscritti, commissioni dogali, lettere, portolani, mappe, documenti e codici miniati di altissima qualità. A questi va poi aggiunto anche un album che raccoglie i disegni dei reperti archeologici della ricca collezione di famiglia.
Tesori assoluti dell’imponente raccolta sono il Codice 212, noto con il titolo di Bibbia istoriata padovana, risalente all’ultimo decennio del XIV secolo, e il Codice 220 della seconda metà del XV secolo, contenente il trattato del rabbino Giuseppe Albo intitolato Sefer ha-‘iqqarim (Libro dei principi), entrambi splendidamente miniati.
Ad essi è dedicata una ampia sala della mostra allestita al Roncale, in cui si possono ammirare diapositive e immagini interattive che permettono di apprezzarne meglio i dettagli.
Il primo codice, “la Bibbia istoriata” si compone di 45 carte in foglio piccolo; riporta il testo volgarizzato di due soli libri dell’Antico testamento: Genesi e Ruth; mentre la parte centrale, il Libro dei Giudici, andò perduta e la rimanente con gli altri quattro libri del Pentateuco (Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio) si trova oggi alla British Library di Londra. L’antichità e, soprattutto, le preziose 350 miniature, la rendono tutt’ora oggetto di indagine da parte di specialisti della storia dell’arte e della lingua (una curiosità: tutti i testi, in dialetto padovano, iniziano con “Como” = come e hanno una funzione didascalica rispetto alla priorità delle illustrazioni).
Il secondo codice, ad opera di uno dei più noti teologi ebrei, miracolosamente scampato all’Inquisizione spagnola, è un raro manoscritto membranaceo ebraico, successivamente impreziosito da splendide miniature rinascimentali, che riportano negli sgargianti colori dell’arte del minio del Quattrocento un tripudio di elementi naturalistici (farfalle, uccelli, caprioli, …), umani e mitologici. Per la sua rarità e bellezza è stato in anni recenti richiesto da prestigiose mostre internazionali. Entrambi sono una testimonianza dei molteplici interessi culturali dei Silvestri, i quali vi si riferirono nelle generazioni come oggetti di studio ma anche di discussione negli scambi epistolari con varie personalità.
Diverso e curioso destino, per certi versi quasi romanzesco, ebbe invece la quadreria, che per un mancato accordo fra i due fratelli si ritrovò letteralmente spaccata a metà, dando origine a una controversia fra i beneficiari – da un lato, il Comune e l’Accademia dei Concordi per volontà di Girolamo; dall’altro, il Seminario vescovile, secondo il testamento di Pietro -, che si concluse con una decisione pratica, per cui le opere con un numero di inventario dispari sarebbero andate all’Accademia e quelle pari al Seminario Vescovile. Il tutto nella quasi generale indifferenza, poiché all’inizio la collezione non fu molto apprezzata. Le due Pinacoteche sono rimaste a lungo divise fra quella del Seminario e quella dell’Accademia e solo recenti circostanze hanno potuto ricomporre la divisione.
Si tratta di circa 200 opere d’arte, frutto di una raccolta senz’altro eterogenea con pezzi di diverso valore, gran parte dei quali hanno risentito dell’oblio barocco, nonostante l’apprezzamento espresso già nel 1783 da un cultore delle arti rodigine come Francesco Bartoli. “Quella dei nobili Silvestri è una tipica collezione privata dell’epoca: molte opere settecentesche o seicentesche, che al tempo non erano particolarmente apprezzate, un buon numero di copie volute per scopo di studio o decorativo, ritratti, nature morte, piccoli paesaggi, opere devozionali. Un giudizio che agli occhi di oggi appare davvero miope. Basti pensare alle grandi opere trecentesche e quattrocentesche di Nicolò di Pietro e Quirizio da Murano, tra i capolavori dell’attuale Pinacoteca, alle tele di Mazzoni, Nogari, Pittoni, Pietro Della Vecchia, Giambattista Piazzetta, Pietro Longhi, Fra Galgario …”, ha commentato la curatrice della mostra Alessia Vedova, conservatrice per la Fondazione Cariparo.
Quella esposta è, ovviamente, soltanto un’accurata selezione della quadreria, ma esemplare per avere una testimonianza dell’illuminato mecenatismo privato veneto, oltre, nella sua travagliata vicenda, a risultare emblematica del variare dei gusti e dell’interpretazione estetica nei tempi, secondo il vichiano ripetersi ciclico.
Non resta che approfittare dell’offerta di visita gratuita, in attesa di poterla ammirare nella sua completezza, grazie ad un progetto di studio da parte di esperti universitari, con la conseguente schedatura ed archiviazione digitale, che la renderà definitivamente fruibile, senza alcuna limitazione spazio-temporale.









