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Archivi: Articoli d’archivio

  • La Repubblica Rossa di Ramedello

    La Repubblica Rossa di Ramedello

    Ramedello, frazione di Fratta Polesine, si presenta come una strada arginale che accompagna nel suo corso l'Adigetto, oltre il quale sorge il territorio di Villanova del Ghebbo. Più che una borgata, Ramedello è una striscia di terra arroccata sulla riva del canale che si allunga per un paio di chilometri costeggiando la terra di Chiavarin.

    Era una zona “rossa”: tutti comunisti iscritti alla sezione di Dante Pavarin, attivista del partito, che una volta alla settimana distribuiva l'Unità ai compagni più fedeli che sapevano leggere. Una piccola repubblica che si riconosceva in Gramsci, Matteotti e nel giovane Togliatti. Dunque terra di frontiera per un fascismo che in quella zona faceva fatica ad imporsi. L’unico della via iscritto al Fascio era un altro Dante, attivista del PNF sin dai tempi della Marcia su Roma: era Dante Forattin, fra l’altro cugino di Pavarin.

    Nonostante la supremazia numerica dei “rossi”, Dante “nero” a Ramedello non aveva mai avuto dei problemi perché era uno di loro e nessuno poteva fargli niente. Partecipava però ad azioni intimidatorie contro i rossi di altre zone del Polesine; e in una spedizione punitiva dalle parti di Ficarolo aveva avuto la peggio: quelli che dovevano essere puniti lo avevano gettato fuori dal balcone assieme ai suoi camerati.

    Dante Forattin, il nero, era un bell’uomo, non molto alto ma nobile nei lineamenti del viso e sempre attento a come parlava. Il volo dalla finestra del primo piano lo aveva però reso storpio, ridotto ad una larva di uomo, piegato su se stesso per i danni procurati alla spina dorsale. Anche dopo questo episodio, nessuno nella “Piccola Republica” l’aveva emarginato. Tutti convinti che si trattasse di bravate, di ragazzate finite male, che in altre occasioni si erano concluse con qualche colpo di manganello e una bevuta di olio di ricino costata al malcapitato di turno una serie di scariche dolorose.

    Non erano però delle “ragazzate”; al contrario erano una cosa seria, tanto che in giro non era consigliabile commentarle. C’è però da dire che, nonostante episodi tristi come quello delle “spedizioni punitive”, la gente in genere non era ostile al Fascismo perché aveva riportato l'ordine in una Italia scossa da troppi scioperi.

    Un altro personaggio entra ora nella nostra storia: “Nani” Panin, “rosso ma non troppo”, e sostenitore di Nenni. Aveva avuto degli avvertimenti: “Stai zitto. Che te ne frega di quello che succede a Ferrara o a Roma. Tu sei di Ramedello, puoi essere rosso fin che vuoi e nessuno ti dirà mai niente. Ma fuori no, tieni la bocca chiusa”.

    Ma a lui non dispiaceva l'ombretta, così quando i bicchieri di clinto (il vino che tutti bevevano perché ricavato dalle vigne che avevano nell'orto o davanti casa) diventavano quattro o cinque, qualcosa gli scappava contro il Duce o il Podestà.

    Per la verità a lui Mussolini per certi aspetti era anche simpatico: figlio del popolo e sincero nei suoi sentimenti. Ma non tutti – pensava – erano come lui. Molti capoccia locali, di solito quelli con le “palanche”, con la scusa dell’Ordine e dell’Italia dell’Impero fatale sui colli di Roma, ai poveretti ne facevano passare di cotte e di crude. L’entità della paga era affar loro ed era sempre una miseria, giustificata dal fatto che di soldi in giro non ce n'erano più a causa della “Quota 90” voluta dal Duce. Così in campagna non si prendeva nemmeno quel tanto che serviva per la polenta e i fagioli.

    In molte case erano le “renghe” (sardine) a fare bella mostra al centro della tavola. Uno ci strofinava sopra la polenta che così si insaporiva un po’. Di solito la paga finiva la domenica sera, all'osteria, con l’ultimo mezzo litro servito dalla Maria, la moglie di Dante, quello nero che lei aveva sposato anche se era storpio.

    Lunedì era il giorno più triste della settimana: non c'era un soldo e, per avere un “toscano” (sigaro), si doveva aspettare che le galline facessero qualche uovo. Se uno aveva la donna che lavorava, stava meglio. Con due entrate si poteva mangiare la carne anche una volta al mese. La moglie però era meglio averla bruttina perché al padrone le donne facevano sempre gola. In paese era facile vedere tanti "figli del padrone" che a papà, quello di casa, non assomigliavano per niente.

    Nani, la moglie l'aveva conservata per sé. La sua Agnese non era una bellezza, ma aveva le misure giuste al posto giusto. A differenza delle amiche che lavoravano in campagna, lei faceva la sarta, grazie ad una vecchia Singer. Un regalo della zia di Nani che era di Ferrara ed era più emancipata.

    Impegnata nei suoi lavori di sarta Agnese usciva poco, ma uno – tale Ettore Pajareni, amico del Podestà, commerciante di bestiame, fresco fascista per convenienza e con un figlio pronto ad entrare nelle Camicie Nere – l’aveva notata, e come! All'uscita della Messa prima l’aveva aspettata con la scusa di sapere qualcosa riguardante il marito, ovvero Nani Panin.

    Lei non si era nemmeno fermata ed era scappata via impaurita. La domenica seguente l’uomo era ancora lì e l'aveva avvertita dei pericoli che correva il suo Nani. “Io posso fare molto per lui”, aveva gridato alla donna ormai lontana.

    Per tutta la settimana Agnese non uscì di casa, nemmeno per andare trovare Maria, la moglie di Dante, quello nero, sua cugina e sua confidente fin da piccola.

    Nani, vedendola triste e pensierosa, si preoccupò. Avevano un figlio di otto anni, Alberto, appassionato di aquiloni che con il vento favorevole li faceva alzare fino a cento, duecento metri. “Forse è incinta”, pensò Nani, ma lei lo smentì.

    Le chiese allora perché era preoccupata, dopotutto le cose non andavano così male. Ma lei non rispose, timorosa delle reazioni del marito.

    Nani cominciò a farsi mille domande e arrivò alla conclusione, non si sa perché, che fosse tutta colpa del prete, don Corrado, un tipo sempre pronto alla battuta e talmente sicuro di sé da permettersi il lusso di non essere tenero con i fascisti. Era anche un bell'uomo e veniva da una famiglia benestante.

    “Che non gli sia venuta una voglia anche lui? – pensò – dopotutto è sempre un uomo. I suoi fratelli qualche voglia se la cavano anche se hanno un prete in famiglia."

    Per togliersi ogni dubbio si recò in chiesa per incontrarlo. Entrò nella sacrestia con il cappello in mano e gli occhi che guardavano il pavimento. Era sabato sera e don Corrado aveva appena finito di confessare.

    “Nani – domandò il parroco, sorpreso di vederlo – come mai da queste parti? C’è qualcuno che sta male?”.

    Nani lo guardò in faccia e intuì subito che il prete non c’entrava niente. Gli disse allora della tristezza di sua moglie che quasi non parlava più.

    Don Corrado rimase un attimo in silenzio. “Guarda Nani, – gli confidò – corrono voci che a Pajareni sia venuta una specie di voglia per tua moglie. Sarà una bravata, una scommessa con gli amici, ma io ci starei attento. Sono due o tre domeniche che si fa vedere in giro”.

    “E lei, mia moglie?”, domandò Nani visibilmente agitato.

    “Lei non ha nemmeno girato gli occhi – lo tranquillizzò don Corrado – ma Pajareni è un testone che crede di avere diritto a tutto. Comunque, per prudenza, Agnese per un po’ tienila a casa. Portala a Messa a Fratta o a Gognano.”

    Nani salutò in fretta, si mise il cappello in testa e tornò di corsa a casa.

    Il giorno dopo, con la scusa di andare a trovare Dante, quello rosso, portò Agnese a Messa in quel di Fratta e nel pomeriggio si mise sulla sponda dell'Adigetto a osservare il figlio Alberto che mandava alto il suo aquilone, rosso come la bandiera del partito.

    Era una bella giornata di primavera e la leggera brezza che spirava da ponente stava dando una mano al ragazzino.

    Tutto d'un tratto si udì un colpo di pistola e Alberto, impaurito, mollò tutto e corse verso il padre. Nani si alzò in piedi, ma ancora non si era reso conto della situazione che Pajareni era già lì, in compagnia di due amici.

    “E' così che insegni l’amor di Patria a tuo figlio? – gli urlò in faccia – permettendogli di fare aquiloni rossi per far piacere ai tuoi amici comunisti?”

    “Tu sei fuori di testa se spari ad un aquilone perché è rosso.” – rispose secco Nani.

    “Sei una “lenguazza” (lingua lunga) – replicò minaccioso Pajareni – questo non fa piacere ai miei amici.”

    “Se sono tuoi amici, saranno delle teste calde come te.” ribatté Nani.

    Le sue parole scatenarono l'immediata reazione dei tre che in un lampo gli furono addosso.

    Vistosi sopraffatto, Nani tirò fuori la “corteina” (coltello ricurvo a serramanico) che usava per tagliare i rami più piccoli del vigneto. “Avanti il primo – disse minaccioso – che gli taglio il collo con un colpo solo”.

    Ma i tre non si erano intimoriti e, strattonandolo da tutte le parti, erano riusciti a farlo cadere.

    Alberto intanto era scappato verso casa per avvertire la mamma.

    Qualcuno però aveva visto tutto e all'improvviso uscì dalla scarpata un gruppetto di ragazzi della via che, nel giro di pochi minuti, fecero volare nell’Adigetto Pajareni ed i suoi amici.

    L’acqua nel canale era poca e i tre non faticarono molto a raggiungere la riva opposta di via Casaria anche se inzuppati di fango e melma.

    “Questa è Ramedello, non l’Italia del Fascio!”, gridò uno dei giovani rivolto ai tre che erano rimasti immobili sulla riva opposta, ancora increduli per quello che era successo.

    Da allora Agnese ha continuato ad andare alla Messa di don Corrado; Pajareni non si è fatto più vedere, e Ramedello ha continuato ad essere la Piccola Repubblica Rossa in una Italia tutta nera.

  • La leggenda del Santo violinista

    La leggenda del Santo violinista

    Nicola restò fermo sull’argine ad osservare ancora per un istante le case di Guarda Veneta e la chiesa di San Domenico. Come diceva la nonna, sembravano tanti pulcini stretti attorno alla chioccia. Poi si girò verso il fiume, guardando là, dove c’era Borgata Moia, un pugno di case, ammassate dentro la golena a ridosso dell’argine; ci vivevano pescatori, barcaioli, traghettatori, mugnai e galafà, gli abili costruttori di barche.

    Nicola era il mugnaio più anziano. Il suo mulino, il “Radames”, era ancorato più sotto, verso la Rena. Con un fischio preannunciò alla Edda, sua moglie, che stava arrivando per darle il cambio. Il mulino non andava mai abbandonato e qualcuno doveva essere sempre a bordo per qualsiasi eventualità problematica: un tronco portato dalla corrente, il passaggio di una grossa imbarcazione, gli ormeggi da controllare.

    Nel silenzio della sera Nicola riconobbe tutti i rumori, ormai familiari, e capì che ogni cosa era a posto. L’acqua che batteva sulla volà, la grande ruota a pale; il grano che scendeva dalla tramoggia, il “ron ron” delle macine che giravano infaticabili. E i mille altri cigolii delle tavole in rovere e cimolo con le quali era stato costruito il vecchio mulino. Il suo aspetto esteriore era arcaico; nel corso dei secoli i mulini sul Po erano stati costruiti sempre allo stesso modo. Due barche, il sandon grande, quella più larga, e il sandonselo, la più stretta, unite dall’andiale che serviva per il passaggio e per caricare e scaricare i materiali. La casetta, la vera anima del mulino, poggiava interamente sulla barca grande.

    Al suo interno c’erano le macine, i sacchi di granaglie e di farine, una letiera, l’umile giaciglio per il riposo del mugnaio e una fogara per scaldare cibo e ambiente nelle notti più fredde. A una parete della casetta Nicola aveva appeso un’immagine di S. Antonio Abate, protettore dei mugnai, e in segno di devozione lì davanti teneva sempre acceso un lumino ad olio.

    Fu proprio quella sera che lo vide per la prima volta. Stava armeggiando sulla prora per un ultimo controllo ai mancoli che assicuravano l’aggancio del mulino quando Nicola si accorse di quella strana figura. Portava un cappello a tese larghe e un impermeabile chiaro; nelle mani stringeva una custodia, sicuramente uno strumento musicale. Le rughe sul viso testimoniavano di una vita vissuta in bufera.

    Improvviso il temporale si scatenò.

    Nicola fece un cenno e disse: “Salite o vi bagnerete tutto.”

    Lo sconosciuto salì la passerella che univa la riva al mulino. Nicola lo fece sedere vicino alla fogara e divise in due piatti il contenuto di un pentolino. Una zuppa di verdure e un pezzo di “pinza alla munara” che era la specialità di Edda. I due uomini mangiarono in silenzio, poi lo sconosciuto raccontò a Nicola di essere un suonatore di violino che per vivere suonava il suo strumento nelle piazze. Confidò a Nicola di essere solo e che si fermava dove gli davano ospitalità.

    Il mugnaio provò rispetto per quella solitudine e disse che avrebbe potuto fermarsi al mulino fino a quando avesse voluto e che avrebbero diviso il poco spazio e il cibo. Con una stretta di mano fu stabilita una amicizia sincera.

    Nei giorni seguenti, di buon mattino, il violinista era solito salutare Nicola e partire per suonare nei paesi vicini dove c’era un mercato.

    Alla sera seduti sui sacchi, il vecchio prendeva il violino e suonava una musica, sempre quella, di una dolcezza indescrivibile. Nicola aspettava per tutta la giornata quel momento. Immobile, chiudeva gli occhi, e navigava nei propri pensieri, tra i ricordi.

    Improvvisamente, un giorno, il vecchio violinista non fece ritorno. Quel mattino se n’era andato in silenzio, di buonora, ma alla sera non tornò al mulino. Per molti giorni Nicola continuò a chiedere informazioni a tutti, anche alle persone dei paesi vicini, ma nessuno sapeva nulla.

    Nei giorni che seguirono, il mugnaio diventò ancora più taciturno e triste. Ormai era rassegnato. Non accettava però il fatto che il vecchio se ne fosse andato così, senza salutarlo, ignorando quella amicizia semplice ma sincera che era nata tra di loro.

    Fu una sera che sentì improvvisa la musica del violino. Un nodo gli strinse la gola. Cominciò a guardarsi intorno, sperando di vedere il vecchio. Nessuno. La musica continuava, ma questa volta era ancora più dolce e sembrava suonata da cento violini.

    Per un attimo Nicola ebbe la sensazione che la musica scendesse dal cielo. Alzò gli occhi… Stava forse sognando? O erano gli Spiriti del fiume che, come raccontava la nonna, si divertivano nella noia delle notti a prendere in giro gli uomini? Nelle sere successive il fenomeno si ripeté ancora.

    Nicola, per non essere considerato un visionario, una sera volle al mulino anche la Edda e altre persone della Moia. Alcuni erano scettici, ma la maggioranza aveva fiducia perché conosceva Nicola da sempre.

    Quando, tra lo stupore generale, le prime note si sparsero attorno, rimasero a bocca aperta. Era uno spettacolo indescrivibile. Quella fu anche l’ultima volta che si sentì la “musica degli angeli”, così come l’avevano chiamata quelli della Borgata.

    Nella mente e nelle chiacchiere della gente dei paesi lungo il Po si fece largo l’idea che quel vecchio fosse un santo, forse S. Antonio Abate stesso, venuto a trovare una persona buona come Nicola.

    È trascorso ormai molto tempo. Oggi i mulini sul Po non ci sono più ed anche Borgata Moia non esiste più. Il Governo fece abbattere le povere costruzioni molti anni fa e i suoi abitanti furono trasferiti in nuove casette più sicure e confortevoli nel piano campagna, al di qua dell’argine. Ma forse qualcosa è rimasto e ogni tanto qualcuno dice di aver sentito, passando per la Rena nelle notti di vento, un flebile suono di violino. Ma, si sa, il vento tra le foglie dei pioppi può favorire l’immaginazione.

    L’unica cosa certa è che da quella volta, per ricordare l’evento straordinario, Nicola venne chiamato “Sanvioin”. E in seguito, anche i suoi figli, i suoi nipoti e tutti i discendenti, portarono e portano ancora oggi questo soprannome.

  • Le sculture di Ermes Simili

    Le sculture di Ermes Simili

    È stata una cerimonia di straordinario valore quella celebrata a Castelmassa lo scorso 11 novembre, in memoria dell’artista Ermes Simili (1923-2014).

    In occasione del 1° centenario della nascita del grande maestro del ‘900 polesano, gli è stata dedicata una mostra retrospettiva basata sulle sue originali sculture.

    L’amministrazione comunale di Castelmassa, la comunità, la famiglia, artisti, esperti d’arte ed ex colleghi hanno voluto dedicare l’iniziativa al ricordo che Simili ha lasciato ad intere generazioni, grazie al suo quarantennale insegnamento presso il locale Istituto d’Arte, ora liceo Artistico “Bruno Munari”. A questo proposito è doveroso ricordare che la scuola, un tempo Arti e Mestieri, risale al 1890 e nel corso degli anni ha decisamente influenzato il territorio anche grazie alla docenza di validi insegnanti.

    Ermes Simili è riconosciuto dalla critica a livello nazionale e internazionale come un interprete originale, che ha saputo coltivare la passione per l'arte in armonia con quella per l'insegnamento. Ha avvicinato all’Arte generazioni di studenti, educandoli alle diverse metodologie espressive; studenti che ancora oggi lo ricordano come guida nell’arte e nella vita: numerosa la partecipazione di ex allievi del maestro assieme ad una notevole affluenza di appassionati d’arte e collezionisti che hanno visitato la mostra.

    Ma chi è stato Ermes Simili?

    Figlio di Silvano e Santina Veronesi, nasce a Castelmassa nel 1923. Compie i primi studi all’Istituto d’Arte di Castelmassa e nel 1944 si diploma Maestro d’Arte al Regio Istituto d’Arte di Venezia nella sezione Arti Grafiche. Nello stesso anno e nello stesso Istituto viene ammesso al corso di Magistero ottenendo nel 1946 la promozione alla sezione Decorazione del Libro. Si iscrive, in seguito, all’Istituto d’Arte di Firenze conseguendo nel 1947 il Diploma di Licenza del Corso di Magistero, sezione Arti Grafiche e nel 1948 quello della sezione Pittura decorativa murale, entrambi con valore di Abilitazione all’insegnamento negli Istituti Superiori. Dall’anno scolastico 1944 inizia la carriera di docente all’Istituto d’Arte di Castelmassa, ove occupa la Cattedra di Decorazione pittorica fino al 1984.

    Intensa, rilevante e operosa fu la sua vita d’artista. Ha partecipato a numerosi concorsi ottenendo premi e riconoscimenti nazionali. Interminabile è l’elenco delle sue mostre collettive e personali esposte in importanti città italiane. Le sue opere si trovano in collezioni pubbliche e private, in chiese e cappelle. Di lui hanno scritto numerose testate giornalistiche a tiratura locale e nazionale, riviste d’arte, cataloghi e pubblicazioni specializzate. Muore a Castelmassa nel 2014.

    La cerimonia del ricordo, in occasione del Centenario della nascita, è stata strutturata in diversi momenti, partendo dalla presentazione dell’artista e dall’inaugurazione della mostra intitolata SCULTURE, allestita al Centro Culturale Pastorale Santo Stefano. È seguita la consegna delle due effigi in terracotta raffiguranti il volto dei papi Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, al termine della Santa Messa officiata nella chiesa Parrocchiale Santo Stefano dal vescovo Mons. Pierantonio Pavanello.

    L’apprezzata iniziativa del ricordo si è svolta nell’ambito della festa di San Martino, scelta per il valore simbolico, religioso e umano che questa rappresenta, nonché per il periodo in cui annualmente si svolge l’ultracentenaria fiera di Castelmassa, particolarmente sentita nel territorio rivierasco. La manifestazione è stata patrocinata dalla Provincia di Rovigo, con il supporto di Pro Loco, del Comitato Fiera, della parrocchia di Castelmassa e con il contributo economico di Mille srl, industria metalmeccanica, di Castenovo Bariano e Grafiche Cabria di Castelmassa.

    Sentito e partecipato il momento della presentazione con gli interventi di: Luigi Petrella Sindaco del Comune di Castelmassa, Roberta Azzolini vice Sindaco e assessore alla Cultura, Lucia Ghiotti consigliere della Provincia di Rovigo con delega alla Cultura, Laura Cestari consigliere Regionale del Veneto e Bartolomeo Amidei Senatore della Repubblica. Il coordinamento è stato curato da Annalisa Marini che ha moderato gli interventi degli esperti.

    Molto apprezzate le relazioni: Alfredo Sigolo storico e curatore della mostra ha parlato di “Ermes Simili e l'arte del '900 polesano”; Denis Raccanelli, ex allievo del maestro, già docente di Arti Plastiche al Liceo d’Arte di Castelmassa, artista-scultore ha sviluppato il tema “Il segno si plasma in argilla” viaggio nella scultura di Ermes Simili; Vittorio Spampinato critico e storico d’arte, ha approfondito “La spiritualità nell’arte di Ermes”. Quest’ultimo intervento è avvenuto in due momenti: in mostra e in chiesa al termine della S. Messa, alla consegna delle opere.

    È poi intervenuto Nino Vincenzi, ex collega di Simili, che ha parlato dello stile dell’uomo docente e artista. A seguire Federica, figlia del maestro, già docente di Lettere alla scuola media di Castelmassa, ha ringraziato i presenti e ha parlato della scuola Arti e Mestieri, dell’Istituto d’Arte ora Liceo artistico “B. Munari” e della sua influenza sulle attività del territorio. Ha, inoltre, ricordato alcuni aneddoti peculiari che caratterizzano l’uomo, il padre e l’artista. Durante la cerimonia, il prof. Nino Vincenzi ha chiesto all’Amministrazione comunale di dedicare una via e uno spazio pubblico del paese a Ermes Simili con il posizionamento di una sua opera.

    Per il centenario è stato pubblicato il catalogo della mostra, il cui progetto grafico è stato curato da Andrea Negri e sono state stampate linoleografie numerate sul tema dei Cavalli, soggetto preferito di Ermes, mentre l’artista Mario Manzalini, ex allievo, ha realizzato medaglie in alabastro con inciso il profilo del maestro.

    L’evento di Castelmassa ha concluso le celebrazioni iniziate a marzo 2023 con la mostra personale dal titolo “Le opere e i giorni” allestita nella Sala dei pittori del Museo Civico Polironiano di San Benedetto Po, in seguito a giugno con la partecipazione a Padova di due opere all’esposizione “Acque venete-realtà, sogno, mito, emozioni” ed infine ad ottobre in Pescheria Nuova a Rovigo alla rassegna “L’Arte grafica nel novecento polesano” organizzata dal “Circolo degli Amici dell’Arte” con la presenza di alcune xilografie degli anni ’50.

  • I reportage di Francesco Pulga

    I reportage di Francesco Pulga

    Le importanti mostre fotografiche allestite negli ultimi anni al Roverella, hanno riacceso l’attenzione anche nei confronti di valenti fotografi del nostro territorio, cosicché ha destato molto interesse la rassegna fotografica proposta alla Gran Guardia dal salarese Francesco Pulga, caratterizzata da soggetti femminili ed intitolata “La Donna nel Mondo”. Organizzata dal Circolo Culturale Arti Decorative della città, la mostra di Pulga, socio del Circolo suddetto, ha suscitato un ampio consenso di visite e critica da parte di numerosi estimatori provenienti non solo dal Veneto ma anche dalle Regioni limitrofe. Un giusto e meritato riconoscimento per questo fotografo polesano che da molti anni riesce a trasmettere – con i suoi scatti colti in vari angoli della terra – forti emozioni attraverso un bianco e nero ricco di contrasti, dove il bianco è bianco e il nero è nero ma dove, altresì, non mancano mai le infinite sfumature dei grigi che le formidabili ottiche della Leica sono in grado di riprodurre.

    Francesco Pulga vive a Salara, dove esercita la professione di Consulente del lavoro. È titolare infatti, di un avviato studio nel Comune Alto Polesano con una sede distaccata anche a Santa Maria Maddalena. Lo abbiamo incontrato per alcune riflessioni sul suo operato di fotografo.

    – Da quanto tempo si occupa di fotografia?

    “Sono stato appassionato fin da giovane. Ho fatto parte della nutrita squadra di fotoamatori che, alla fine degli anni novanta, fecero diventare il Circolo Fotografico Salarese uno dei più importanti e qualificati gruppi a livello nazionale. Furono organizzate, in quel periodo, diverse edizioni del “Concorso fotografico nazionale San Valentino”, col patrocinio della FIAF (Federazione Italiana Associazioni Fotografiche) e poi il “Giro-dia”, rassegna itinerante di foto dei soci dei circoli fotografici delle Province di Rovigo, Padova e Bologna e svariate mostre di autori famosi quali Vanni Calandra, Piergiorgio Branzi, Lino Ghidoni, Mario Lasalandra e tanti altri.”

    – Come nasce la sua preferenza per il Bianco e Nero?

    “Dopo una iniziale scelta del colore in diapositiva (come tecnica espressiva che mi consentiva di mostrare più facilmente gli scatti dei miei primi viaggi) sono passato al negativo in Bianco e Nero, utilizzando le famose macchine fotografiche Leica a telemetro. L’avvento del digitale ha nel frattempo ridotto il numero degli utilizzatori dell’analogico, ma io ho proseguito per la mia strada affidandomi, per lo sviluppo dei negativi e per la stampa delle foto, all’amico e compaesano Francesco Sprocatti”.

    Nascono così – nel corso degli anni e dei numerosi viaggi in giro per il mondo effettuati da Francesco Pulga – importanti reportage in paesi lontani, di grande fascino e di indubbio valore estetico e contenutistico.

    L’occhio attento del fotografo riesce a cogliere con grande maestria momenti unici di vita presi al volo. Davvero notevole l’abilità di entrare in sintonia col soggetto che Pulga ha di fronte, mettendolo a suo agio senza creare imbarazzo o nervosismo. Questo nonostante le differenze di lingua, di religione, di modelli culturali frutto di ancestrali ritrosie che impediscono spesso l’apertura di positive e immediate relazioni.

    I soggetti “escono” con forza fuori dal rettangolo compositivo, lo sguardo dell’osservatore viene portato naturalmente là dove il fotografo ha focalizzato il suo occhio, mentre lo “sfuocato” che c’è intorno, fa risaltare ancor più l’argomento principale dell’immagine che diventa così facilmente riconoscibile.

    – C’è una sua caratteristica, un segno distintivo che è diventato – si può dire – il “marchio di fabbrica” del fotografo Francesco Pulga?

    “Certamente. Riguarda l’utilizzo costante, anche nei ritratti, dell’inquadratura orizzontale. Il nostro occhio “vede” con lo stesso formato quello che ci circonda; la pellicola 135 in bianco e nero è fatta di trentasei rettangoli di 2,4 per 3,6 cm., quindi con un rapporto dei lati 2 a 3 (2 verticale e 3 orizzontale) e l’obiettivo preferito e maggiormente utilizzato è proprio il 50 mm., che presenta un angolo di visione più o meno corrispondente a quello dell’occhio umano, con lo stesso rapporto fra i lati del rettangolo. Non per niente questa ottica è stata l’unica e la più usata dai più grandi fotografi di reportage al mondo, quelli che giravano in paesi lontani e poco conosciuti per raccogliere immagini e situazioni inusuali, fuori dal comune.”

    Cina, Tibet, Nepal, India, Marocco, Etiopia, Namibia, Bolivia, Iran, Turchia, Australia, ecc., non c’è angolo della terra dove Francesco (accompagnato dalla moglie Rossella e da un ristrettissimo gruppo di affiatatissimi amici-parenti) non sia stato. Le sue vacanze sono studiate, pensate, organizzate anche in più periodi dell’anno, per andare a scoprire, a cercare, a cogliere col suo sguardo e con la sua Leica immagini fantastiche, uniche e irripetibili, tradotte poi in stampe magnifiche in Bianco e Nero che continuano ad incontrare l’apprezzamento dei visitatori delle mostre dove sono vengono presentate.

    Ultimamente Francesco Pulga si sta occupando anche di temi legati al nostro territorio, in particolare il Delta, sia l’area polesana che quella emiliana, dove la natura riesce ancora ad offrire spunti paesaggistici di grande bellezza e l’uomo vive in simbiosi con un ambiente unico da proteggere, salvaguardare e difendere.

    – Quali sono ora i suoi programmi per il futuro e cosa si aspetti dal suo lavoro di fotografo?

    “Mi piacerebbe poter presentare i miei prossimi lavori in Pescheria Nuova a Rovigo oppure alla Badoera di Fratta Polesine con una grande mostra antologica accompagnata da un ricco catalogo, per tramandare i miei lavori anche alle future generazioni e farmi conoscere al grande pubblico nazionale e internazionale perché una mostra, pur bella, dura per un periodo limitato di tempo, ma un libro rimane per sempre.”

  • Le metamorfosi di Elisa Bertaglia

    Le metamorfosi di Elisa Bertaglia

    C’è un luogo nascosto dentro ognuno di noi, che ci chiede di esistere. Di lasciare il segno, la traccia della nostra anima. Chi lo fa attraverso l’arte diventa portatore di bellezza nel nostro ormai frenetico mondo. Elisa Bertaglia, classe 1983, di Crespino, dona al pubblico il proprio talento.

    Affronta in molteplici sfaccettature il concetto di soglia come metamorfosi, difficile quanto necessaria nella ricerca e formazione dell’identità: bimbi e fiere, sospesi nel vuoto o impigliati tra rami di piante carnivore, sono simboli del corto circuito nel complesso compendio di rituali e regole che celebrano il naturale passaggio tra non-coscienza e consapevolezza.

    – Ma da dove è nata la tua passione per l’arte? Chiedo alla pittrice.

    “Da che ho memoria ho sempre amato moltissimo disegnare. Penso sia nato tutto qui: da piccola passavo intere giornate a casa di mia nonna seduta su una seggiola di legno rossa e disegnavo per ore riempiendo di scarabocchi vecchie agende. Sono i ricordi più belli della mia infanzia. Conservo ancora gran parte di quelle agende, mi guidano verso dove tutto è nato, e poi alcuni di quei disegni sono davvero belli. Non so da dove prendevo le immagini che disegnavo, erano forme strane e personaggi immaginari. Il mio preferito rappresenta un cavaliere con spada sguainata e un mantello viola, ritto in piedi accanto un cactus. Mi fa sempre sorridere di tenerezza rivederlo”.

    – Perché hai scelto di utilizzare spesso soggetti che hanno protagonista la natura?

    “Credo che l’importanza della natura nella mia poetica risalga a vecchi ricordi. Il luogo dove sono nata e cresciuta, Crespino, e il tempo trascorso tra i pioppeti nella golena del Po, sono stati fattori fondamentali che mi hanno portata a inserire nei miei disegni e dipinti elementi naturali che facevano parte del mio bagaglio di memorie. La memoria privata diventa anche memoria condivisa nel momento in cui il paesaggio, il ‘luogo’, è oggi testimone passivo della storia che lo ha attraversato. Le sue stratificazioni si sono apparentemente perse nella frenesia della contemporaneità, ma basta alzare il velo dell’apparenza e troviamo tutto, stratificato. Il compito dell’artista è anche quello di essere in grado di leggere le stratificazioni e le complessità della realtà, mettere insieme elementi apparentemente distanti e reinterpretarli attraverso il suo lavoro”.

    – Ricordi la prima tua opera? A cosa ti sei ispirata in quella e nelle successive?

    “Non mi è mai piaciuto copiare la realtà. Ho sempre dato la priorità alla mia immaginazione. Ricordo molti dipinti e disegni, ma il primo lavoro che può essere chiamato ‘opera’ è “Populus”, un polittico di 28 disegni e dipinti su carta che nasce proprio dal mito di FetonteIl titolo della mia opera, “Populus”, riflette sull’ambivalenza semantica della parola latina che significa sia pioppo che popolo. Questo perché il rumore delle fronde dei pioppi mossi dal vento ricordano il brusio di una folla. Da quest’opera nasce una delle tematiche più importanti per me oggi, quella della metamorfosi. L’opera successiva porta sempre lo stesso titolo ed è stata esposta alla 54ma biennale di Venezia, al Padiglione Accademie, nel 2011”.

  • Gianpaolo Berto (1940-2022)

    Gianpaolo Berto (1940-2022)

    Il 31 ottobre scorso, durante una partecipata cerimonia pubblica, l’ingegnere Luciano Zerbinati ha proceduto a formalizzare, nelle mani del presidente dell’Accademia dei Concordi dott. Giovanni Boniolo, una importante donazione d’arte, consistente in una collezione dei opere dell’artista adriese Gianpaolo Berto. Un gesto – come ha precisato il munifico donatore – compiuto in favore della città di Rovigo e dei cittadini per onorare la memoria del Maestro, scomparso nel novembre del 2022.

    L’importante donazione comprende opere pittoriche, incisioni, lettere e diari dell’artista adriese, diventate pertanto parte integrante del patrimonio culturale dell’Accademia dei Concordi.

    La frequentazione tra Zerbinati e Berto affonda le radici agli inizi degli anni 2000, diventando ben presto una profonda amicizia che ha spinto entrambi verso la comune ricerca di sempre nuove iniziative e avventure nel mondo dell’arte e della conoscenza.

    La volontà dell’Ingegnere è stata quella di consegnare l’importante collezione al tempio polesano della cultura, per consentire a cittadini, studiosi e appassionati dell’arte del Maestro, la possibilità di ammirare le sue opere, di studiarle da vicino e di entrare liberamente in contatto con i suoi scritti.

    Nello specifico, l’Accademia dei Concordi, con la donazione, è entrata in possesso dei seguenti beni:

    • “La Grande Madre” (1972, olio su tela, 90×120) che rimarrà esposto al pubblico,

    • La cartella contenente le incisioni delle 100 Città d’Italia (esemplare n° 99/100),

    • Dieci incisioni di paesaggi polesani e veneziani,

    • Un diario – lettera dedicato a Luciano Zerbinati con 47 disegni,

    • Due tesi di laurea: “Angeli e demoni – 2004/2005”; “La scuola di Rovigo – 2005-2006”,

    • Il catalogo “Opere recenti” di G. Berto, edizioni Minelliana 2003,

    • Un libro “Le avventure di Pinocchio” con illustrazioni dell’artista,

    • La borsa portacarte appartenuta a Carlo Levi, con lettere e appunti biografici di Jolena Baldini.

    La produzione del Maestro adriese è ampia, e la donazione consiste in alcune tra le più rappresentative testimonianze della sua attività e della sua vita, oltre che della sua capacità artistica. Uno dei passaggi fondamentali per la sua pittura è segnalato nell’incontro con i maestri Antonio Zancanaro e Carlo Levi. Un vero e proprio trampolino di lancio per la formazione di Gianpaolo Berto, che rimarrà uno tra i pochissimi ammessi allo studio di De Chirico, di Guttuso e di Picasso.

    Il presidente dell’Accademia dei Concordi ha ringraziato calorosamente Luciano Zerbinati per il dono munifico che arricchisce il patrimonio dell’Accademia, richiamando l’attenzione nei confronti di un artista, quale è stato Giampaolo Berto, che, pur vivendo a Roma, non ha mai reciso i legami col Polesine, suscitando iniziative apprezzate nel campo dell’arte.

  • Gianpaolo Berto: Dialoghi

    Gianpaolo Berto: Dialoghi

    Nel novembre 2022 si spegneva a Roma l'artista Gianpaolo Berto. Si poneva quindi, per le istituzioni culturali del territorio polesano, tra cui il Muvig, il tema di un doveroso omaggio alla sua arte.

    È stato dunque il Muvig nel Comune di Canaro (RO) – museo interattivo e digitale, dedicato al pittore rinascimentale Benvenuto Tisi da Garofolo – ad accogliere questa straordinaria iniziativa celebrativa, con la mostra: “Gianpaolo Berto: Dialoghi” svoltasi dal 6 maggio al 22 ottobre 2023.

    Adriese di nascita, Berto è stato un interprete dai forti e riconoscibili tratti di gusto contemporaneo, capace nella sua lunga carriera di stringere legami significativi con figure cardine dell'arte italiana quali De Chirico, Tono Zancanaro e Carlo Levi.

    Il progetto espositivo è stato animato da un’idea fondamentale, quella di un racconto evocativo attraverso l'arte e i secoli in cui a dialogare con Gianpaolo Berto, in un copione fatto di frasi pittoriche e di episodi cromatici, fosse proprio la pittura del Garofalo.

    Davvero immenso appare ad un primo sguardo l'arco di tempo che divide i due maestri, eppure sorprendono – nello studiarne i caratteri e le biografie – soprattutto i punti di tangenza, talvolta evidenti e luminosi altre volte celati e per questo più preziosi.

    La mostra “Gianpaolo Berto: Dialoghi” si è proposta dunque di gettare ponti e stabilire contatti tra questi due interpreti della pittura italiana, mediante un’accurata selezione di opere provenienti dalla collezione dell'ing. Luciano Zerbinati, così da creare un’esperienza visuale che coniugasse sentimento, immaginazione e sapere creativo.

    Per l'occasione, l’allestimento interattivo e digitale del Muvig è stato arricchito da oltre 25 opere d'arte contemporanea di Gianpaolo Berto e dei suoi maestri, secondo criteri di inserimento tematico che ne approfondissero le relazioni espressive.

    Su tutti però, l'elemento che più di ogni altro costituisce la poetica scenografia di questa trama a due voci è una terra: Il Polesine. Questa straordinaria “landa contadina”, – come l’ha definita Sgarbi – ha infatti offerto in dono ad entrambi i pittori le emozioni più intime della vita, quelle che si scoprono durante l’infanzia e che vorresti immaginare senza fine.

    Curata da Michael Miazzi ed Evelin Crepaldi, l’esposizione, è stata realizzata grazie alla collaborazione tra l’Amministrazione comunale di Canaro, la società Pop Out cultura, arte e turismo e le ricche collezioni d'arte custodite a Villa Morosini di Polesella.

    All'inaugurazione della mostra sono intervenuti l’assessore regionale Cristiano Corazzari, il presidente provinciale Enrico Ferrarese, oltre ai rappresentanti di molte amministrazioni comunali polesane.

  • Regina Schrecker e Andy Warhol

    Regina Schrecker e Andy Warhol

    Andy Warhol e Regina Schrecker sono i protagonisti di una mostra imperdibile per gli appassionati di Pop Art e moda. Un inedito mix tra arte, moda e cultura nel contesto di grande fascino di Villa Morosini, una delle più belle ville venete del Polesine, che alla fine del Seicento fu la residenza del Doge di Venezia.

    Venerdì 6 ottobre, si è tenuta la vernice della mostra curata da Alberto Mazzacchera “Regina Schrecker e Andy Warhol. Fashion e Pop Art in Villa Morosini”, presenti il sottosegretario alla cultura Vittorio Sgarbi e Luciano Zerbinati, proprietario della Villa e collezionista, la giornalista esperta di moda e storia del costume Fiammetta Benetton e Regina, modella, stilista di fama internazionale di origine tedesca ma fiorentina d’adozione, protagonista di numerosi e indimenticabili Caroselli con Johnny Dorelli, Enzo Jannacci e Walter Chiari, nonché Lady Universo negli anni 70-80.

    La mostra, aperta al pubblico domenica 8 ottobre, chiuderà il 21 gennaio 2024 e sarà l’occasione per tutti di conoscere più da vicino i capolavori della PopArt, le influenze che questa corrente artistica ha avuto nel mondo della moda, della cultura e dell’arte, ma anche di incontrare la carismatica figura di Regina Schrecker.

    Tra gli anni ‘70 e ‘80 tra il noto artista pop Andy Warhol e l’affascinante modella Regina Schrecker si creò un legame indissolubile. Warhol realizzò due capolavori raffiguranti la modella e designer incontrata a New York.

    Intorno a queste due creazioni si svilupperà il cammino artistico che celebra l’arte di Andy Warhol e di Regina, tracciando un legame stilistico in un luogo straordinario lungo le rive del Po.

    Alcune tra le più emblematiche opere dell’artista – da Elvis a Marylin, da Liz Taylor a Liza Minelli – dialogano in modo empatico con i modelli di alta moda prodotti e firmati Regina Schrecker.

    Regina divenne musa per diversi artisti. Nell’esposizione di Villa Morosini è presente un ritratto – realizzato da Jean-Michel Basquiat su un piatto – del leggendario Toulà, il primo gruppo italiano a introdurre l’alta cucina in Europa negli anni ’60. In mostra anche la boccetta di profumo della Maison Schrecker, disegnata da Arnaldo Pomodoro.

    “L’amicizia con Warhol è stata abbastanza lunga – ha spiegato Regina Schrecker alla vernice – l’ho conosciuto a New York e il nostro feeling artistico si è affermato quando ho deciso di diventare stilista. Lui mi ha seguita molto, apprezzava i miei abiti e ciò l’ha portato a ritrarmi. All’epoca era per me un atto di grande amicizia ma ora comprendo l’importanza artistica di questo gesto e ne sono orgogliosa. Moda e cultura sono arte ed esistono una legata all’altra”.

    La mostra è visitabile fino al 21 gennaio il sabato, domenica e giorni festivi dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 18.

  • Gianni Morandi a Bottrighe

    Gianni Morandi a Bottrighe

    Sono trascorsi cinquantotto anni, da quel sabato di novembre del 1965, ma a Bottrighe è ancora vivo il ricordo di Gianni Morandi ospite in una serata di ballo al teatro Italia di via Vittorio Veneto.

    Ce ne parla in particolare Paola Maddalena (cugina dell’eroico aviatore Umberto gloria imperitura del paese), la quale dal 1969, anno in cui si sposò con il corbolese Antonio Ferri, risiede a Grugliasco, città della cintura torinese. Torna nella sua casa natale di Bottrighe diverse volte all’anno e ci dice: “Ho un ricordo bellissimo di quella serata, il teatro era strapieno, Gianni Morandi intervenne per un’ora esibendosi in tante canzoni, tra le più note in quei tempi: “Fatti mandare dalla mamma” e “Non son degno di te”; poi si intrattenne per le foto ricordo con il pubblico”.

    “Io conservo due fotografie insieme a lui – prosegue Paola Maddalena – e per ben due volte ho poi rincontrato il cantante in Piemonte: nel 1998 nella piazza degli spettacoli del centro commerciale Le Gru, per presentare un disco, e nel 2008 durante un concerto in un teatro palatenda a Torino. In entrambe le occasioni sono riuscita ad avvicinarmi – racconta con entusiasmo – prima con una foto, poi, dieci anni dopo, con l’altra. Morandi si ricordò benissimo di quella serata veneta dicendomi “Eravamo molto giovani, allora, ricevetti molto affetto a Bottrighe” e mi fece l’autografo nel retro di entrambe le foto.

    Il cinema-teatro Italia di Bottrighe era di Gino Longhini, proprietario pure dell’estivo Arena di via Umberto Maddalena e, sempre in paese, fu il medesimo imprenditore che gestì, per diversi anni, sia il cinema-teatro Rossati di Piazza Libertà, sia, per un periodo, il famoso dancing-ristorante “Danubio Blu” sul Po, oltre a tante altre sale cinematografiche in Polesine.

    Il teatro “Italia” era stato allora uno dei più moderni della zona, già con impianto di aria condizionata. Tolta la parte del palcoscenico, venne purtroppo trasformato negli anni successivi in appartamenti. Al piano terra dello stesso edificio, oggi utilizzato quale magazzino di una ditta artigiana, ancora si conservano parti del teatro e si nota la loggia. L’intraprendente Gino Longhini fu artefice di numerosi eventi in paese con noti personaggi del mondo dello spettacolo che attirarono tante persone, non solo dal Veneto, ma anche da fuori regione.

    Paola Maddalena ricorda ancora altri bellissimi concerti di cui fu protagonista spettatrice al teatro Italia. Nel 1965 e nel 1966 vide in concerto anche Betty Curtis, Donatella Moretti, Giorgione, Narciso Parigi e Vittoria Mongardi celebre, tra l’altro anche per la canzone “La casetta in Canadà”.

    Ma al teatro Italia, oltre al cinema e alle serate danzanti, celebri ed indimenticabili furono gli spettacoli ed i concerti che si susseguirono con i grandi nomi della musica di allora. Tra gli ultimi, negli anni ’60, restano indimenticabili quelli dei Delfini, dei Corvi, di Rita Pavone e di Cristian. Tra questi anche Le Tenebre, complesso bottrighese di musica leggera che si fece conoscere ben oltre i confini regionali, ottenendo grandi successi. Tanto da arrivare primi anche ad un importante concorso canoro svoltosi ad Adria.

    Questo gruppo, le cui prime apparizioni si tennero al teatro della scuola materna nel 1966, ebbe l’onore, il 27 aprile 1969, di fare da spalla in apertura del concerto dei Nomadi al teatro del dopolavoro dello zuccherificio. La band era formata da Ermanno Garbi cantante, Luigi Bolzoni batteria, Alberto Bergo chitarra di basso, Renzo Zanellato chitarra solista e Renato Ferrarese chitarra solista.

    Ma al teatro Italia passarono altri cantanti famosi, tra cui Don Bachi, Lola Falana, Roberto Murolo, Claudio Villa, Gino Latilla, Nilla Pizzi e per il liscio, più volte, l’orchestra Sacchi, allora tra le più note in Italia e all’estero.

  • Luciano Pavanello (1939-2021)

    Luciano Pavanello (1939-2021)

    Luciano Pavanello ci ha lasciati per sempre il 16 agosto 2021. Se n’è andato, come era vissuto, in disparte, senza fare rumori, per non recare disagio, a causa di un improvviso infarto.

    Quasi ogni giorno a trovare Luciano, là nella sua casa/officina di Canale dove ero sicuro di incontrare qualche altro amico che stava sorseggiando con lui un caffè, ma più spesso del sano Sangiovese.

    Lo conobbi solo quando incominciai a frequentare il coro ‘Monte Pasubio’. Egli ne faceva parte già da alcuni anni ed ebbi la ventura di trovarmi proprio al suo fianco nel reparto delle voci dei bassi. Quello che mi colpì in lui subito fu la facilità e la semplicità dell’approccio, il superamento di ogni imbarazzo con un’osservazione arguta, tra il serio ed il faceto, l’invenzione di un calembour, un gioco di parole, un accostamento ironico, una battuta sdrammatizzante.

    Scoprii quasi subito la sua arte di sapere lavorare il ferro, questo materiale che per essere piegato esige di essere assolutamente dominato attraverso il fuoco, la forgia e la rapida sapienza di ciò che si vuole ottenere attraverso i colpi sull’incudine.

    Luciano, scherzosamente, non senza una dose di auto ironia (a volte di autolesionismo) in mezzo a questa società di dottori e addottorati, veri o fasulli che siano, amava definirsi anche lui un dottore: certo un dottore come tanti altri, in…. favarologia, o favararia, insomma nell’arte del fabbro.

    Pensava così di dare di sé una connotazione riduttiva, di persona che non ha potuto coltivare come altri le proprie inclinazioni o aspirazioni. E non sapeva, o non se ne rendeva conto, di essere un epigono eccelso della essenzialità e della originalità della razza umana che prima di andare a scuola, fu autodidatta per sfida o per necessità, per fare uso delle risorse del creato.

    Era nato a Rovigo nel 1939 da una famiglia di gente modesta che doveva affrontare ogni giorno il problema di conciliare il pranzo con la cena. Questa condizione non gli permise di affrontare studi più impegnativi e più complessi, come forse avrebbe desiderato; dovette accontentarsi dopo le scuole elementari, di frequentare un breve corso di formazione al lavoro presso la popolarmente detta ‘scuola di arte e mestieri’ (scuola professionale) che si collocava a poche centinaia di metri da casa sua nel quartiere di S. Bartolomeo di Rovigo.

    Frequentando quella scuola ebbe la fortuna di incontrare un grande maestro d’arte, Cesare Zancanaro, insigne artista rodigino del ferro battuto, le cui opere si trovano ancora oggi disperse un po’ ovunque nelle città. Durante il periodo estivo, nonostante la chiusura della scuola, i maestri d’arte tornavano nelle officine ad esercitare il loro know how, come si suol dire oggi, senza la preoccupazione di doverne fare oggetto di lezione con gli allievi, a sbizzarrire la propria creatività secondo la fantasie ed il desiderio del momento.

    Da garzone di bottega imparò da loro arte e disciplina. E arte e disciplina cercò di comunicare più tardi ai suoi allievi quando l’ing. Marchesini, il fondatore dell’Istituto professionale per l’industria e l’artigianato (IPSIA) di Rovigo, lo chiamò a collaborare come assistente tecnico pratico e coordinatore dei laboratori.

    Quando parlava della sua esperienza scolastica, dei suoi rapporti con gli allievi, diventava un torrente in piena di notazioni didattiche, di ricordi, di consigli. La consapevolezza della sua funzione docente era ancora forte; sapeva di avere insegnato per anni ordine e disciplina nel fare le cose, nel tenere la postazione di lavoro; sapeva di avere difeso l’ordine mentale contro la sciatteria, la superficialità; di avere dato ai suoi allievi le dritte giuste per diventare degli ottimi operai o dirigenti.

    Nella sua vita aveva fatto anche il fotografo. Per arrotondare i magri guadagni di dipendente statale, nei momenti liberi dagli impegni di lavoro, divenne fotografo e inviato speciale per conto della redazione provinciale del Il Resto del Carlino, attività nella quale esercitò ancora di più il suo senso estetico e la capacità di osservazione per cogliere in un oggetto o in una scena l’aspetto essenziale, per sottolineare un sentimento, un’emozione, un elemento che sapesse narrare e comunicare un messaggio. Voglio dire che nell’arte della fotografia, non si accontentava di cogliere piattamente ciò che stava davanti all’obiettivo; le fotografie di Luciano, tutte, hanno un significato, per il taglio, per la luce, per le caratteristiche del soggetto, per l’attimo fuggente che viene fermato.

    Questa caratteristica del curioso autodidatta, l’atteggiamento da battitore libero, senza altri rapporti se non con se stesso ed il suo mondo, questa scelta di vivere da isolato senza compromessi o senza ‘parentela’ politica o sociale, gli ha permesso, certamente, di vivere genuinamente un’appassionata esperienza, ma gli ha precluso di aprire per sé qualche utile porta negli ambienti che importavano. A dire il vero, neppure risulta che ci abbia provato, né ci risulta che sia andato alla ricerca di riconoscimenti che, in ogni caso, riteneva lui stesso ingiustificati.

    Non ha mai voluto ammettere di essere un vero artista, un creatore di immagini per esprimere se stesso, per realizzare un suo io estetico: “Ma va là, on artista mi – ci rimbrottava in dialetto, se glielo facevi rilevare – ma varda che man! xele quele de on artista? Mi son solo on favaro. E questo a l’è solo fero, varda, a l’è fero batù col fuogo”.

    In effetti le sue mani erano quelle di un artiere, scottate dal fuoco quanto basta, screpolate e callose come una vecchia suola da scarpe, pregne di polvere e di caligine annosa che indicava maggior confidenza con la polvere del carbone e le scorie del ferro scaldato all’incandescenza bianca dalla forgia e della fucina, piuttosto che la frequentazione dei raffinati atelier d’arte alla moda. Quelle mani erano parte di un paesaggio dell’anima, di una stagione creativa iniziata fin dai tempi dell’adolescenza quando da garzone di bottega, girava la forgia e preparava la materia per i maestri d’arte. “Ma te pare che le sia le man de on artista, queste?”

    I grandi artisti del passato dai Ricchieri (rodigini) a Cesare Zancanaro, a Murer, a Manzù, a Cellini, furono dei grandi artefici del ferro, anch’essi prima di tutto erano dei grandi fabbri, con le stesse identiche mani sporche di carbone e callose di scottature. L’importante era ciò che risultava dopo il loro intervento, era l’idea che si concretizzava nell’oggetto, non tanto ciò che il risultato aveva lasciato di residuato.

    Luciano Pavanello lavorava il ferro rovente di fuoco e si occupava quasi esclusivamente di oggettistica prevalentemente di uso comune. Lavorava per hobby, secondo l’estro del momento, per il gusto di vedere un’idea nascere e concretizzarsi. Il risultato erano oggetti, a dire il vero, originali ed unici, che regalava con slancio e simpatia. Non li ha voluti mai mercificare, dare loro un valore economico; non li offriva in cambio di compensi, perché li riteneva così comuni da meritare solo di essere dati in omaggio e poi perché gli sarebbe sembrato di mercificare e di lucrare qualche valore per cose di poco conto..

    Sono nati così e sono stati impietosamente dispersi centinaia di deliziosi oggettini: dalle rose ai fiorellini delicati dai petali di rame, alle farfalle, ai funghi, alle tartarughe, ai piccoli e stilizzati crocefissi, alle piccolissime figure stilizzate del presepe, ai numerosissimi portapenne scolpiti, ricavati da profilati di infissi, alle lumachine che venivano mimetizzate, quasi una sua firma o marchio, in ogni lavoro più complesso, come per i cavalli di Ermes Simili o i trenini di De Chirico.

    Preferiva l’oggettistica piuttosto che la lavorazione di opere di più grande respiro. Eppure lo ricordo nella sua officina-antro di Canale alle prese con una grande croce doppia, commissionatagli da un munifico cittadino di Rovigo, per la facciata della Chiesa della Beata Vergine di Pompei (meglio conosciuta come la Ceseta de le Fose). Voglio ricordare ancora la grande scena del presepe, eseguita con tondino di ferro, che ha regalato alla sede del coro Monte Pasubio, in cui le sagome delle figure sono tracciate in modo che il gioco di luce proiettasse sullo sfondo bianco del muro due, tre, quattro scene simili, in un balenio fantastico e suggestivo di linee e di curve. E poi ancora il pentagramma con le prime note della canzone Polesine, che è conservato sempre nella sede del suo Coro Monte Pasubio di Grignano Polesine.

    Solo un desiderio rimase insoddisfatto. Avrebbe voluto che nella piazza di Canale fosse sposta una grande croce di ferro battuto, sostenuta da un tronco di piramide, sempre in ferro battuto, sulle cui facce aveva tracciato con il bulino e la lima allegorie di vita e di lavoro del Polesine (i carriolanti, le seminatrici di barbabietole, la pesca nel Po, la palude e il canneto con il gabbiano) che voleva fosse dedicata agli Emigranti di Canale di Ceregnano. L’amministrazione comunale di Ceregnano gliel’aveva promesso, ma la sorte non ha voluto che prima della sua scomparsa il suo desiderio fosse soddisfatto, tanto più che gli operai del Comune avevano già prelevato e immagazzinato l’opera. Ora la croce è depositata nei magazzini dell’amministrazione comunale in attesa di venire esposta al pubblico.

    Questo ottimo artigiano o artista inconsapevole si offrì solo ultimamente al pubblico. Dopo reiterate insistenze di amici ed estimatori ha accettato, ma con molta ritrosia, di mettere insieme gli oggetti che ha esposto in una mostra presso la biblioteca e pinacoteca pubblica di Stanghella nel 2004. E una seconda volta, su mia insistenza, in uno stand della terza edizione della rassegna L’Idea, La Materia, Le Mani, mostra artistica ed hobbystica della LiberEtà, alla Pescheria Nuova di Rovigo nel novembre del 2012. Fu dura, anche quella volta. Acconsentì alla fine, di malavoglia, ma solo per fare contento me, suo amico. Un piccolo aneddoto: per poter mettere insieme gli oggetti esposti, siamo stati costretti a cercarli quasi tutti tra gli amici a cui li aveva regalati.

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