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Archivi: Articoli d’archivio

  • Paola Dria e il cinema sonoro

    Paola Dria e il cinema sonoro

    Pietra Giovanna Matilde Adele Pitteo, in arte Dria Paola (1909-1993), promettente attrice, balzata a ventun anni tra le più giovani stelle del cinematografo, tenne a battesimo il primo film “parlato”.

    Folgorante la sua acclamata apparizione, poi la scomparsa dagli schermi come una meteora a soli 32 anni. Singolare la parabola di questa interprete di lusinghiere speranze, proveniente da una buona famiglia della provincia: calorosamente accolta da pubblico e critica, nonostante la timidezza ed una bellezza non particolarmente appariscente, poi altrettanto rapidamente finita nell'oblio del silenzio, dopo una trentina di film, proprio lei che aveva fatto parlare il cinema italiano.

    A recuperarne la memoria, ci hanno innanzitutto pensato una serie di iniziative, organizzate dal giornalista Massimo Veronese con Angelo Zanellato, presidente di Polesine Film Commission, e con il grafico e progettista Luca Malin – patrocinate da vari enti ed istituzioni, tra cui il Mibac e il Comune di Rovigo -, in concomitanza del novantesimo anniversario del primo film sonoro, “La canzone dell’amore”, che fu proiettato contemporaneamente in tre sale cinematografiche (cinema Corso di Milano, il Supercinema di Roma e il Ghersi di Torino) il 7 ottobre 1930, riscuotendo un grande successo con folle di spettatori che vennero in pullman anche da città lontane.

    Tra gli eventi commemorativi, l'istituzione di un premio intitolato a Dria Paola nella Mostra del Cinema di Venezia (a partire dal 2019) e una serata a Rovigo, il 7 ottobre 2020, interamente dedicata al film ed alla sua protagonista: “La notte della diva”, a cui collaborò anche il Conservatorio “Venezze” di Rovigo, nella suggestiva cornice dei Giardini delle Due Torri. Alle 21.00 – esattamente alla stessa ora dello stesso giorno della prima proiezione – le due torri, divenute per l'occasione insoliti “megaschermi”, si sono letteralmente “accese”: mentre sulla Torre Donà veniva proiettato in bianco e nero il film, sulla Torre Mozza fu presentato un inedito video mapping, accompagnato dalle composizioni originali degli allievi del Venezze: innovativa contaminazione tra l'arte cinematografica delle origini e le più moderne tecniche di video-arte, per una pregnante esperienza multisensoriale.

    Mancava, però un tassello importante: un segno tangibile a testimonianza del suo ricordo perenne. Ed è arrivato con la mostra permanente ospitata nel Cinema Teatro Duomo, in centro a Rovigo, a lei dedicata da Luca Malin e Massimo M. Veronese, con il contributo di Fondazione Rovigo Cultura e la collaborazione della Cooperativa Sociale Zico, che gestisce il cinema in centro a Rovigo.

    L’inaugurazione si è tenuta proprio la vigilia del suo congedo terreno, avvenuto il 12 novembre 1993: nella mattina di sabato 11 novembre ’23 c’è stato lo svelamento al pubblico, alla presenza dei due curatori, due cugini della compianta diva, Rosanna Faido e Giancarlo Cocco, oltre ai rappresentanti istituzionali.

    Con l’occasione, sono stati proiettati vari spezzoni della filmografia di Dria Paola: dal film del debutto appena ventenne, “Sole” – prima prova del regista Alessandro Blasetti – a “La canzone dell’amore”, che cambiò letteralmente la concezione del cinema, e quindi una trentina di interpretazioni in circa due decenni con registi e attori tra i più grandi dell’epoca, fino all’ultimo ”Pantera nera” del 1941, dopo il quale, a soli 32 anni, nonostante un’enorme popolarità, testimoniata anche da valanghe di lettere di ammiratori, decise di ritirarsi in seguito al matrimonio con il romano Luigi Filippini. Quando se ne andò, nel 1993, all’età di 83 anni, si seppe che viveva del sussidio previsto dalla legge Bacchelli e oggi riposa nel cimitero del Verano di Roma.

    Ma, se pure idealmente, ora Dria è tornata nella città d’origine, nel suo simbolico mondo del cinema; e i suoi conterranei avranno la possibilità di conoscerla, imparare a riconoscerne il volto, sapere la sua storia, ogni volta che si recheranno al Cinema Teatro Duomo. Tutto questo, come si diceva, in virtù dei pannelli riposizionabili ed installazioni che mostrano immagini tratte dai suoi film, oltre ad inediti ritratti, provenienti dalla famiglia e dagli archivi del Corriere della Sera.

    Particolarmente suggestivo il mega pannello di 12 metri per 3, nel fondale della sala di proiezione, che riporta una serie di gigantografie su cui campeggia la sua frase: “Di luce mia propria o riflessa brillai e fui star”. Parole che suonano quasi di rimprovero e monito per chi l’ha dimenticata, allora come oggi, ma che nello stesso tempo hanno il profumo di una profezia che si compie, proiettando il suo ricordo recuperato verso una nuova fama. Nel pannello si succedono in progressione cronologica i suoi volti permettendo di cogliere l’evoluzione e la maturazione espressiva dell’attrice da “ragazzina” – come fu spesso definita ai suoi esordi – a donna nel pieno della sua femminilità, per altro, meno appariscente delle dive hollywoodiane, ma intensa e familiare, con una nota orientale suggerita dal nome, che fece subito breccia nel pubblico di allora. A questo si aggiungono due sagome in grandezza naturale di Dria: una ad aprire il sipario ed una seconda in entrata, quasi per accogliere gli spettatori.

    Lungo la scalinata, che porta al piano superiore, fanno bella mostra altri pannelli che ne ricostruiscono la biografia e la carriera, mentre, con un’originale soluzione, i gradini sono stati personalizzati sulle alzate con i titoli di tutti i suoi film. Pellicole di diverso genere (storici, letterari, melodrammatici e sentimentali), dove recitò in ruoli di supporto ma anche da protagonista. Nel 1933 interpretò il film per cui è maggiormente ricordata: “Fanny” di Mario Almirante.

    Particolare evidenza, tuttavia, nell’esposizione è stata data a “La canzone dell’amore”, che vanta appunto il primato dell’avvento del sonoro nel mondo italiano della celluloide; film ancora visibile in Internet nell'edizione andata in onda qualche anno fa su Rai Tre.

    Si trattava di un edificante melodramma sentimentale, rivolto ad un pubblico piccolo borghese, per sostenere i valori cristiani insieme a quelli della politica demagogica che ormai stava avanzando nell’egida fascista, basati sui tre pilastri: amore, virtù, evasione. La trama, liberamente ispirata a una delle Novelle per un anno di Luigi Pirandello, In silenzio (1905), racconta le vicissitudini di una giovane studentessa, Lucia, costretta a rinunciare al proprio amore per crescere il fratellino nato da una relazione segreta della madre prematuramente scomparsa. Il lungometraggio, prodotto dal gruppo Pittaluga-Cines, per la regia di Gennaro Righelli e la sceneggiatura a quattro mani del regista con Giorgio Simonelli, fu realizzato in tempi record di quattro mesi negli stabilimenti Cines di via Veio a Roma.

  • Mons. Tarcisio Cappato (1910-1971)

    Mons. Tarcisio Cappato (1910-1971)

    Ricordare un parroco a mezzo secolo dalla morte è un evento che viene riservato solo a chi ha lasciato un segno profondo e duraturo nella comunità. Don Tarcisio Cappato è stato uno di questi, e i cittadini di Stienta, il paese dove ha svolto per 36 anni il suo ministero pastorale (dal 1935 al 1971), gli hanno dimostrato la loro riconoscenza con una grande partecipazione alla cerimonia per ricordarne la figura e l’opera.

    Nella circostanza è stata presentata una nuova raccolta di memorie, curata dallo scrivente, che integra quanto era stato pubblicato su di lui in occasione del trigesimo e del ventennale. Tuttavia, la vicenda di cui fu protagonista don Tarcisio, in particolare durante la Seconda Guerra Mondiale, oltrepassa il ristretto ambito della parrocchia di Stienta per diventare parte di quelle storie di coraggio e altruismo che hanno permesso all’Italia di uscire con dignità dalla vergognosa situazione in cui l’aveva sprofondata il regime fascista. Perciò vale la pena di proporne anche su queste pagine un breve ricordo.

    Nato a Baricetta di Adria il 27 ottobre 1910, don Tarcisio venne ordinato sacerdote a Rovigo il 7 luglio 1935.

    L’allora rettore, mons. Adelino Marega, avrebbe voluto trattenerlo in seminario come insegnante di greco e latino, materie nelle quali aveva eccelso durante gli studi, ma don Tarcisio preferì essere inviato in “cura d’anime”, sostenendo che solo per quella si era fatto sacerdote.

    Il suo desiderio venne accolto, e così il 29 luglio 1935 era inviato a Stienta come cappellano coadiutore dell’allora arciprete mons. Giuseppe Marchesani, figura di rilievo diocesano e grazie alla sua posizione influente, mons. Marchesani farà in modo che a succedergli nella titolarità della parrocchia di Stienta fosse proprio il suo cappellano don Tarcisio, quantunque appena trentenne (aprile 1941). Egli ne apprezzava la capacità organizzativa (aveva triplicato il numero delle adesioni all’Azione Cattolica) e il metodo originale di pastorale giovanile (fu l’ideatore dei primi pellegrinaggi di massa con mezzi rotabili). Don Tarcisio, infatti, aveva il carisma del trascinatore e un carattere coraggioso, per cui non temeva di contrapporsi alle organizzazioni del regime, in particolare alla GIL (Gioventù Italiana Littorio), organizzando, proprio nelle giornate di sabato, manifestazioni alternative a quelle del “sabato fascista” sottraendo in tal modo i suoi giovani di Azione Cattolica alle dimostrazioni “muscolari” e alla propaganda bellicosa del regime.

    La sua nomina a parroco era avvenuta nel 1941, a guerra iniziata, e fin da subito si era capito che le cose per l’Italia stavano volgendo al peggio. Alle sconfitte militari si erano aggiunti i bombardamenti aerei, il razionamento del cibo, i lutti nelle famiglie, al punto che giorno dopo giorno la gente appariva sempre più stanca della guerra e disillusa dalla propaganda del regime. Il desiderio di pace era grande e don Tarcisio sentiva su di sé questo anelito del popolo.

    Ma cosa poteva fare lui, semplice parroco di campagna, di fronte ad un conflitto su scala mondiale? Fu così che nella primavera del 1943 maturò l’idea di organizzare un grande pellegrinaggio al santuario della Madonna di San Genesio, luogo di prodigiosi eventi, situato nella valle di Stienta, per invocare dalla Beata Vergine Regina della Pace il sospirato dono.

    Un’iniziativa così palese era rischiosa in quanto poteva far nascere accuse di disfattismo o, peggio, di tradimento. Ne parlò col vescovo Mazzocco che gli offrì una parziale copertura indicendo in tutta la diocesi un’ottava di preghiera per la pace da tenersi l’ultima settimana di maggio 1943. Ma mentre nelle altre vicarie l’iniziativa venne accolta con “prudenza” esprimendosi per lo più con preghiere private e con un piccolo pellegrinaggio alla B.V. del Pilastrello di Lendinara, nella vicaria di Stienta don Tarcisio sfidò apertamente il regime fascista, organizzando non uno, ma ben sette pellegrinaggi a cadenza giornaliera alla Madonna di San Genesio¹.

    Si calcola che a questi pellegrinaggi abbiano partecipato non meno di diecimila fedeli, un vero e proprio atto di sfiducia al regime fascista che non reagì, impotente di fronte a tanta manifestazione di popolo. L’eco della grande partecipazione era giunta frattanto al vescovo Mazzocco che il giorno dopo (lunedì) inviava al giovane parroco di Stienta il seguente telegramma: “Ringrazio di cuore e faccio voti che la preghiera e i sacrifici avvalorati dalla pratica della vita cristiana ottengano al nostro popolo misericordia e pace. Con tale augurio benedico Lei, il clero e tutto il popolo di cotesta zona. Guido Maria Vescovo.”

    La ricca documentazione fotografica ancora conservata nell’archivio parrocchiale di Stienta testimonia la grandissima partecipazione di fedeli a questo evento.

    Come andò a finire? Sarà perché le preghiere sono state esaudite, sarà per una fortuita coincidenza, o forse per entrambe le cose, ma, nemmeno due mesi dopo il grandioso pellegrinaggio alla Madonna di San Genesio, il 25 luglio 1943 il regime fascista crollò. Il giorno seguente don Tarcisio era in piazza assieme al popolo di Stienta per festeggiare l’avvenimento.

    Nello stesso giorno il re affidava al generale Badoglio l’incarico di formare un nuovo governo con l’obiettivo primario di trattare con gli angloamericani l’uscita dell’Italia dalla guerra, mediante un accordo di pace separato dalla Germania. E il giorno 8 settembre 1943 avvenne l’annuncio del sospirato armistizio.

    Ma l’illusione della pace durò poco perché il regime nazista, alleato del Fascismo, non riconoscerà il diritto dell’Italia di uscire unilateralmente dalla guerra, dando inizio ad un’occupazione militare che sarà causa di nuovi drammatici eventi.

    Un fatto particolare si verificò alcuni giorni dopo la proclamazione dell’armistizio: davanti alla canonica di Stienta giunsero due automobili con a bordo il generale Mario Robotti e tutto il suo stato maggiore; sfuggiti alla cattura da parte dei tedeschi, chiedevano a don Tarcisio abiti civili e documenti d’identità falsi per poter raggiungere la Puglia, dov’era in fase di riorganizzazione il Regio Esercito Italiano.

    Come il generale sia giunto proprio nel paese sul Po non ci è noto, ma nemmeno si può pensare che vi sia arrivato per caso, perciò è credibile che sia transitato per Rovigo, dove qualcuno lo avrà indirizzato a don Tarcisio. E chi se non il vicario generale mons. Marchesani, cui erano ben note le capacità organizzative del suo ex cappellano?

    Fatto sta che egli ospitò i militari segretamente in canonica per il tempo necessario a procurare abiti borghesi e specialmente i sospirati documenti d’identità falsi, operazione quest’ultima rischiosa e non di facile attuazione. Come avrà fatto? Solo a guerra finita si seppe che don Tarcisio era riuscito a convincere i due impiegati all’ufficio anagrafe del comune di Stienta, Cirella e Culatti, a fornire ai militari carte d’identità false, usando nomi di stientesi defunti. Grazie a questo stratagemma, l’operazione risultò perfetta e il generale Robotti col suo seguito poté all’indomani proseguire il viaggio per unirsi all’esercito di liberazione.

    Intanto i tedeschi avevano iniziato a rastrellare gli ebrei italiani per inviarli nei campi di sterminio, e fu allora che la comunità israelita di Rovigo, sentendosi in pericolo, chiese protezione al vescovo Mazzocco. Nell’impossibilità di farli espatriare, la sola cosa possibile era cambiare la loro identità anagrafica, sostituendo quei nomi e cognomi che avrebbero identificato facilmente la loro appartenenza etnico-religiosa, con altri insospettabili. Il vescovo non sapeva come fare, e fu allora che il vicario Marchesani gli suggerì di rivolgersi al parroco di Stienta, rivelandogli come avesse felicemente risolto il caso Robotti. Seguirono alcune telefonate tra Sua Eccellenza e don Tarcisio che accettò anche questa rischiosa missione.

    Alcuni giorni dopo giunse a Stienta un incaricato della Curia che gli consegnò un pacchetto di foto-tessera relative a cinquanta, o forse sessanta ebrei, non lo sappiamo con esattezza. Sappiamo invece che, per non destare sospetti, il lavoro di falsificazione venne fatto in canonica, nella stanza da letto dell’arciprete, come egli precisa nelle memorie e durò tutta una notte. Artefici, come in precedenza, erano stati i due impiegati comunali Cirella e Culatti, che si erano portati dall’ufficio timbri e stampati di modo che le carte d’identità false fossero del tutto identiche a quelle vere.

    E non poteva finire qui, dal momento che la voce era trapelata fra il clero della diocesi ed era giunta anche a qualche componente dei CLN del Polesine e in molti avevano ancora qualche ebreo da proteggere. Don Tarcisio non rifiutò mai il suo aiuto alle persone in pericolo e in questo quadro è documentata una relazione con Cesare Zen, presidente del CLN di Adria (e primo sindaco dell’era repubblicana), della quale non conosciamo i dettagli, ma che probabilmente era finalizzata a falsificare altri documenti d’identità per salvare alcune famiglie di ebrei adr iesi.

    Diversi fra quelli che grazie a lui si poterono salvare, nel dopoguerra vennero a trovarlo per dimostrargli riconoscenza. Don Tarcisio non amava elogi o attribuirsi meriti, aveva perciò appeso nella sala centrale della canonica un grande scudo araldico con la dicitura ISRAEL-CAPPATO, dando a intendere ai visitatori che anche il suo casato aveva origini ebraiche (cosa alquanto improbabile), quasi a voler dire che si sentiva uno di loro esattamente come farà il presidente Kennedy nel 1963 nella Berlino divisa dal muro sovietico, pronunciando la celebre frase: ich bin ein Berliner, io sono berlinese (in questi tragici momenti avrebbe detto: io sono ucraino!). In tal modo non doveva dare spiegazioni sul perché avesse corso quei rischi, come loro fratello era semplicemente un suo dovere, inoltre, queste presunte origini erano motivo per gettare un ponte, iniziare un dialogo, con persone fino allora sconosciute e forse un po’ diffidenti per via della diversa appartenenza religiosa.

    La partecipazione di don Tarcisio alla Resistenza non si limitò a questi fatti: egli nascose i partigiani più ricercati (e tra questi il futuro senatore Emilio Bonatti) nel sottotetto della chiesa di San Genesio, sulle cui travature sono ancora graffiti nomi e date di quel periodo. Organizzò inoltre campagne di assistenza agli sfollati e agli sbandati, impose ai partigiani locali la sua linea di lotta non violenta e di rispetto per la vita anche dei nemici e ciò eviterà al paese di Stienta, dove operava una delle più numerose e agguerrite brigate partigiane, le feroci rappresaglie nazifasciste. Lui stesso amava definirsi “cappellano dei partigiani” e a fine guerra la sua attività patriottica sarà riconosciuta col “brevetto Alexander” n. 158875.

    C’è una curiosa appendice biografica che collega don Tarcisio al commissario governativo on. Giuseppe Brusasca, inviato in Polesine in seguito alla disastrosa alluvione del novembre 1951. I due si erano già conosciuti probabilmente in una delle tante riunioni organizzative della Democrazia Cristiana e fra loro era nata una grande amicizia e una reciproca stima, dovuta al fatto che anche Brusasca nel suo Piemonte aveva militato in una formazione partigiana d’ispirazione cattolica e aveva salvato tre famiglie di ebrei aiutandole ad espatriare in Svizzera. Perciò, quando veniva a visionare i lavori alle rotte di Malcantone e Paviole, egli si fermava sempre a pranzo o a cena da don Tarcisio e qualche volta pernottò pure in canonica a Stienta. Addirittura lo aveva incaricato di sorvegliare in sua assenza l’andamento dei lavori e d’informarlo se qualcosa a suo parere non andasse. Non ci deve pertanto meravigliare se in una foto don Tarcisio appare intento a controllare una fila di carriole destinate ai lavori di dissabbiamento e in altre riprende i lavori di chiusura della falla di Occhiobello.

    Per la sua attività in favore degli ebrei perseguitati, Brusasca sarà iscritto nel 1969 dallo Yad Vashem fra i “Giusti tra le Nazioni”, riconoscimento riservato ai non ebrei che hanno salvato anche un solo ebreo. A don Tarcisio, che ne ha salvati molti di più, non è stato riservato l’onore di vedere il suo nome scritto nel Giardino dei Giusti di Gerusalemme. Spetta perciò a chi si occupa di storia locale il dovere di ricordare che anche in Polesine sono fioriti uomini giusti. E tra questi in particolare deve risaltare il nome di mons. Tarcisio Cappato, spentosi sessantunenne a Stienta il 26 novembre 1971.

  • Amedeo Bianchi (1882-1949)

    Amedeo Bianchi (1882-1949)

    Tra i personaggi illustri del Polesine merita sicuramente un posto di rilievo il pittore badiese Amedeo Bianchi.

    È uno stupore entrare nella sala del Consiglio del Comune di Badia Polesine e scoprire la meraviglia della volta dipinta in stile Liberty, recante i classici motivi decorativi ispirati alla natura autoctona, i profili dei paesaggi, gli stemmi araldici e i cartigli vuoti.

    Con ammirazione osservo il dipinto a tempera e gli elementi che lo costituiscono: intrecci di rami, foglie e ghiande di querce, nodi infiniti, stemmi araldici, profili di paesaggi creati con cura e leggiadria, con colori ispirati alla natura e con abbondante impiego del color oro.

    I profili narrano scorci simbolici di Badia Polesine come la “Pontesela” sull’Adigetto, il palazzo Gradenigo più comunemente conosciuto come Degli Estensi, l’ex scuola Regia, l’Abbazia della Vangadizza e la vera del pozzo nel chiostro, il cimitero monumentale, gli oratori di sant’Antonio e della Beata Vergine della Salute, il fiume Adige sugli scorci della cittadina, i mulini natanti e il ponte di legno che la univa alla vicina Masi nel padovano.

    Autore di tanto splendore è stato l’artista Amedeo Bianchi nato a Badia Polesine il 24 settembre 1882 e morto a Venezia nel 1949 all’età di 67 anni. Nella sua opera il riferimento ad un modello illustre dell’arte del Rinascimento: l’illusione prospettica rappresentata da Leonardo da Vinci nella Sala delle Asse del castello sforzesco di Milano, che esprime un forte legame con la natura raffigurata dalle piante di gelso. L’opera fu pensata nei dettagli per celebrare Ludovico Sforza, detto il Moro.

    Molteplici sono state le esperienze di Amedeo Bianchi maturate nel suo importante percorso artistico. Dopo aver frequentato da adolescente la scuola d'arte applicata di Badia, fondata e diretta da Dante Mazzari Azzo, studiò pittura all’Istituto d’Arte e poi all'Accademia Albertina di Torino come allievo di Pier Celestino Girardi, Giacomo Grossi e Andrea Tavernier.

    Diplomatosi nel 1906 con medaglia d’oro, tornò per qualche tempo nella sua Badia, dove nel 1909 decorò, per l’appunto, la volta della sala Consiliare del Municipio, che alla fine degli anni ’80 è stata restaurata dal professor Ivan Tardivello.

    Nel 1910 tenne la sua prima personale, allestita all'Accademia dei Concordi di Rovigo e nel 1911 nella stessa città partecipò alla prima Esposizione d’Arte Provinciale. Iniziata una parallela attività come insegnante, soggiornò ad Aosta e a Catania, dove nel 1913 ebbe modo di conoscere e di ritrarre Giovanni Verga.

    Il francobollo commemorativo di Giovanni Verga, realizzato dall’Istituto Poligrafico dello Stato nel centenario della morte, si propone di celebrare il grande scrittore catanese scomparso. La sua riproduzione, delimitata in basso dalla stilizzazione di un libro aperto, propone il ritratto di Verga, opera esposta nella Casa Museo Verga, che venne realizzata dallo stesso Amedeo Bianchi intorno al 1913.

    Successivamente l’artista badiese si spostò a Roma, prima del definitivo trasferimento a Venezia come docente di disegno nell'Istituto Nautico. In questo periodo prende parte alla Biennale di Roma del 1921, alle mostre Regionali e Sindacali del Veneto. Tiene una mostra personale a Ca’ Pesaro a Venezia nel 1922, alla Biennale di Venezia nel 1924 e per diversi anni alle Esposizioni di Torino.

    Tra le sue opere ricordiamo: “Il rosario”, “Ritratto del Poeta Culcasi”, “Mia moglie ricama”, “Disegno”, “Davanti al Sylos”. L’opera “Ritratto del signor Brassoduro”, presentata all'Esposizione della Fondazione Bevilacqua La Masa venne acquistata dal Municipio di Venezia. La Camera di Commercio di Catania gli dedica una retrospettiva nel 1950.

    Notevole fu la sua produzione come ritrattista e paesaggista. Nei suoi ritratti sviluppa una straordinaria intuizione psicologica.

    Molti dei suoi paesaggi sono ispirati alla Valle d’Aosta, alla Sicilia, al Veneto, a Venezia e alla sua terra natìa. Due opere raffiguranti Aosta e lungo l’Adigetto firmate e datate 1908 – di proprietà del fu sindaco di Badia Polesine Gastone Fantato – sono state donate nella primavera del 2022 al comune di Badia Polesine per la sala del Consiglio con lo scopo di celebrare la memoria dell’artista polesano.

    A rafforzarne il ricordo, l’Amministrazione comunale gli ha dedicato una via in zona nord, nella nuova area residenziale.

  • Michele Zammatteo (1816-1870)

    Michele Zammatteo (1816-1870)

    Quasi nessuno sa che dietro tre importanti dipinti esposti a Palazzo Roverella si cela una figura dimenticata. Ordinati per epoca, i quadri in questione sono: – il Cristo portacroce di Giovanni Bellini, – la Madonna con Bambino fra i santi Girolamo ed Elena di Palma il Vecchio, – il Ritratto ideale di Gaspare Campo di Giambattista Piazzetta.

    Giungendo dal Trentino, dove abito, ed entrando nelle sale dove sono esposte le opere indicate, la mia attenzione è andata subito all’ultima delle tre, realizzata da Giambattista Piazzetta (1683-1754). E ciò per il motivo particolare che nel corso dell’‘800 il dipinto fu restaurato dal mio antenato Michele Zammatteo.

    Si tratta di una tela importante, apprezzata per la maestria dell’artista veneto del ‘700 e perché l’effigiato, Gaspare Campo, fu il fondatore dell’Accademia dei Concordi.

    Il ritratto venne restaurato con integrazioni del manto pittorico che ancora si riconoscono osservando la tela a luce radente. Come detto, autore del restauro fu Michele Zammatteo, che vi pose mano dopo il 1850, quando, in seguito ad un soggiorno romano ed altre vicissitudini, fece ritorno a Rovigo nella sua casa di via Borghetto, ora via Manzoni, a pochi passi da Piazza Vittorio Emanuele.

    Michele Zammatteo era nato a Zoldo nel Bellunese nel 1816. Con la famiglia si era trasferito a Rovigo all’età di 5 anni, per cui il capoluogo del Polesine era la sua città di adozione. Fu qui che Michele crebbe e da qui partì giovanissimo per studiare all’Accademia di San Luca a Roma dove divenne un esperto ritrattista, restauratore e copista: così lo descriveva Nicolò Biscaccia, il nobile rodigino che fu attento cronista delle vicende del Polesine.

    Era abile, avendo conseguito una apprezzata maestria relativa alle tre scuole artistiche fondamentali: si ispirava alla “scuola veneta” per il colore; a quella “romana” per l’accuratezza del disegno (specie nel genere del ritratto); a quella “fiamminga” per l’ambientazione speciale, la tecnica della luce e la capacità di cogliere la tridimensionalità del soggetto.

    Zammatteo non rimase insensibile ai richiami patriottici del Risorgimento, partecipando alla difesa di Venezia nel 1848-’49 come volontario nel Battaglione Universitario Romano. Poi tornò a Rovigo, città che amava, dove visse per cinquant’anni.

    Oggi, purtroppo, in città la memoria dell’artista è scomparsa, assieme ad alcune architetture storiche legate anche alle vicende personali del mio antenato. Tra queste l’antico Oratorio di San Rocco, la Riviera Angeli su cui sorgeva il teatro Zammatteo, poi Dante, Littorio e infine Odeon.

    Nel 1855, dopo l’epidemia di colera che aveva sconvolto gran parte del Veneto, assieme al fratello Antonio, a Rovigo si dedicò ad attività di restauro, impegnandosi anche a dipingere gratuitamente l’edificio intitolato a San Rocco, protettore dei contagiati.

    Dopo l’annessione al Regno d’Italia, sempre d’accordo con il fratello, Michele adattò la casa paterna per ospitare un piccolo teatro, pare molto apprezzato dai contemporanei: in esso c’erano anche una scuola musicale e la prima sede della Società di mutuo soccorso.

    Il mio lavoro mi ha portato tante volte a scrivere di arte (che è poi anche la materia che insegno) e sono circa trent’anni che “inseguo” letteralmente il mio avo Michele Zammatteo. Ben lo sanno le tante persone che mi hanno generosamente aiutato a ricostruire spezzoni della sua vita.

    Recentemente sono tornato a Rovigo, a Palazzo Roverella, dove mi sono trovato davanti le tre tele citate, opere come detto legate alla biografia del mio antenato: il Ritratto ideale di Gaspare Campo, come detto, fu restaurato da Michele Zammatteo, mentre delle altre due tele, il Cristo portacroce e la Madonna con Bambino fra i santi Girolamo e Elena, Zammatteo fece delle copie, alcune delle quali si trovano ancora in ambito polesano.

    Il periodo delle opere rodigine precede di poco l’ascesa di una stella nascente: il bravissimo Giovanni Biasin, del quale a Palazzo Roverella è esposto il suggestivo grande Panorama, interpretazione paesaggistica di Venezia, testimone di un nuovo gusto e di un respiro più internazionale.

    Michele Zammatteo viene considerato uno degli esponenti più significativi dell’Ottocento romano, dove era conosciuto come Zammatino. Le sue prime fatiche rodigine di cui siamo a conoscenza erano destinate agli altari laterali nella chiesa di San Michele e rappresentano quattro santi francescani. I ritratti sono dotati di una profondità psicologica non comune e i loro gesti ne esaltano la tensione: il Beato Bernardo da Offida che tiene nervosamente il crocifisso degli Olivetani, il Beato Angelo d’Acri che offre un bellissimo scorcio sulle mani portate al petto e la Santa Veronica Giuliani caratterizzata da un tratto di sofferenza interiorizzata che ha colpito più di uno studioso. Solo il Sant’Antonio di Padova è ancora visibile al pubblico, appartato in un angolo della chiesa dei Cappuccini. È di stile diverso rispetto agli altri tre: risente del Purismo romano di Overbeck e dei Nazareni ed utilizza un tema caro alla pittura veneta, l’apparizione del Bambino al santo.

    Altri lavori, che hanno una datazione certa, furono realizzati dieci anni dopo. Due, destinati all’Accademia dei Concordi, sono conservati nella Pinacoteca. Si tratta del Ritratto di Pietro Oliva, bibliotecario dell’istituzione fra il 1861 e il 1864, e del Ritratto di Giovanni Oliva, che era stato bibliotecario in Francia un secolo prima.

    Gli anni Sessanta furono densi di attività per Michele Zammatteo, che tornò certamente per qualche periodo anche a Roma. Mantenne però sempre la sua residenza a Rovigo, dove nel contempo entrò in funzione e crebbe rapidamente il piccolo teatro di famiglia in via Borghetto.

    Sappiamo di un soggiorno in casa Zammatteo dello scultore ed ebanista zoldano Valentino Besarel e di suo fratello Francesco, che qui studiò alle scuole elementari di disegno. Valentino Besarel sarebbe divenuto famoso per aver arredato numerosi ambienti prestigiosi dell’epoca, in particolare lo studio di Vittorio Emanuele II al Quirinale, da cui il Presidente della Repubblica tiene il suo discorso di fine anno.

    Nelle memorie di Besarel c’è traccia anche delle attività di Michele Zammatteo in favore dei giovani veneti che volevano cercare fortuna nel Regno d’Italia o fuggivano dalla coscrizione obbligatoria nell’esercito asburgico.

    Le due opere con cui concludo questa visita virtuale ai lavori rodigini di Michele Zammatteo sono contemporanee alla presenza dei Besarel, e le cornici ovali, straordinariamente accurate, possono essere attribuite proprio alla mano dello scultore bellunese. Si tratta del Sacro Cuore di Maria e del Sacro Cuore di Gesù, che ornano la sagrestia della chiesa dei Santi Francesco e Giustina. Opere ancora nella collocazione a cui erano destinate fin dal principio e tuttora ben conservate. Il Sacro Cuore di Gesù è una copia di quello di Pompeo Batoni nella chiesa omonima a Roma. L’accuratezza del disegno si fonde nella morbidezza del colore e dello sfumato e nell’insieme lo rendono elegantemente luminoso.

    Anche il Sacro Cuore di Maria mostra tutte queste caratteristiche: è un soggetto autografo, firmato per esteso a destra della figura femminile “Zammatteo Dipins. 1861”.

    Michele Zammatteo si spense a Rovigo nel 1870. Ricordarlo significa anche volgere uno sguardo alla città che egli ha tanto amato e che aveva inteso abbellire con le sue opere.

  • Gennaio, il primogenito

    Gennaio, il primogenito

    “Anno nuovo, vita nuova”! E mentre l’anno vecchio esala l’ultimo sospiro, allo scoccare della mezzanotte ecco Gennaio, il primogenito, nascere splendidamente da quelle ceneri quale araba fenice di speranze, promesse e lusinghe future.

    Il poeta Diego Valeri ce lo descrive come arrancante faticosamente, avvolto nella sua mantella bianca, tetro, livido, ingrugnato, striminzito, infagottato e mentre danza con i suoi fratelli l’eterno girotondo del tempo, batte i denti e manda un gemito.

    Un vecchio almanacco polesano e i vecchi libri di lettura delle elementari ne fanno un ritratto alquanto speciale e ce ne raccontano pregi e difetti.

    Con al dito l’anello di granata, la sua gemma simbolo, accompagnato dalla costellazione dell’Acquario, eccolo intento – or non più, dico io – ad imbiancar di neve i cucuzzoli dei monti, ad appendere ghiaccioli alle grondaie delle case, ad incidere sui vetri trine di rara bellezza ed arabeschi di squisita ed ineguagliabile fattura.

    La nostra fonte ci spiega poi che il mese fu aggiunto agli altri dell’antico calendario di Romolo, da Numa Pompilio che lo dedicò al dio Giano: “Ianuus” da “Ianua”, “porta”; e Gennaio, infatti, è la porta d’entrata dell’anno.

    Figlio d’Apollo e della ninfa Creusa, oltre all’arte di coltivare i campi, Giano ricevette in dono la facoltà di conoscere il passato insieme a quella di prevedere il futuro; motivo per cui era raffigurato bifronte, con due facce opposte e contrastanti.

    Gennaio, infatti, è un mese di forti contrasti.

    La ricca sfilza dei proverbi, vademecum e bibbia della saggezza popolare, ne è la dimostrazione: “Gennaio fa i ponti, e febbraio glieli rompe”, “Gennaio non lascia gallina a pollaio”, “Guardati dalla primavera di Gennaio”. “Zenaro forte, tuti i veci i se inagura la morte!” Il dì si allunga? Ecco pronto il detto con tanto di benedizione divina: “Da la vecèta, n’oreta”!. “Sant’Antonio dalla barba bianca, se no’l ghe l’ha, el se la fa!” “Da Nadale un paso de galo, da Sant’Antonio un paso de demonio!”, “Per Sant’Agnese, la lucertola in paese”.

    Per noi chierichetti era il tempo della triade: il 17 Sant’Antonio Abate, il 20 San Sebastiano e il 21 Sant’Agnese.

    Don Giuseppe era solito festeggiarli compiutamente ed esporre le statue degli ultimi due sul baldacchino ai lati della balaustra del presbiterio.

    Cominciava con la messa e la benedizione degli animali, la distribuzione dei santini e delle immagini da appendere nelle stalle, allora numerosissime.

    In riferimento a Sant’Antonio Abate, dagli anziani sentimmo raccontare la leggenda che, nella notte del 17, gli animali ricevevano la facoltà di parola; era buona regola, durante la notte degli animali parlanti, tenersi lontano dalla stalla: udire gli animali conversare era segno di cattivo auspicio.

    Alla benedizione in chiesa seguiva, nei giorni successivi, il giro delle fattorie e delle case per la benedizione dei bovini, delle stalle, del pollaio e dei maiali, la ricchezza vera di ogni famiglia! Ed era anche momento di questua: uova per i chierichetti, un po’ di vino per il sacrestano e qualche salame per il parroco si rimediava sempre!

    Di Sant’Antonio Abate, poi, il parroco ricordava il potere taumaturgico e la preghiera al santo contro l’herpex omonimo (il fuoco di Sant’Antonio). Una particolare credenza vuole che il Santo aiuti anche a ritrovare le cose perdute: “Sant’Antonio dalla barba bianca, fammi trovare quel che mi manca”. Un lumicino di speranza e fiducia nel santo, in confronto al più famoso e potente “Sequeri” – come si diceva nel latino del popolo – dedicato però a Sant’Antonio da Padova – di cui bisognava recitare con fede e a più riprese la tredicina!

    Ma i veri festeggiamenti del mese di Gennaio erano riservati a San Sebastiano Martire che a Bagnolo di Po condivide il patronato sulla parrocchia con San Gottardo e che, per non essere da meno di quest’ultimo, nel rispetto delle gerarchie, ha anche una campana a lui dedicata: la mezzana.

    Per tradizione, ancor oggi rispettata, da noi a Bagnolo è giorno di frittelle. E di tutti i tipi, secondo le usanze e le antiche ricette familiari tramandate da nonne e mamme; siano esse di polenta, di mele o di farina di castagna, con uvette e canditi o meno, poco importa: la regola impone che siano sempre e solo frittelle. A questo proposito un’irrispettosa filastrocca accompagna da sempre la loro degustazione: “A San Bastian: co’ la viola in man, con la fritela in boca, ma a San Bastian e ne gh’in toca!”.

    Alle cerimonie religiose, faceva, a volte, corona la giostrina piazzata sul prato antistante il municipio. Di solito era una sgangherata “calcin-culo”, sempre quella, ma a noi bastava. A fare fiera poi arrivava la bancarella della Ida Bisi, con la sua meravigliosa “gnocca de farina papazon”, davvero unica e dalla ricetta segreta, le mistochine, le liquirizie e i dolciumi per i quali spendevamo le nostre piccole mancette e qualche uovo rubato di nascosto al pollaio.

    Sparita invece del tutto la processione che si faceva in località Capo di Sopra in onore di San Sebastiano del Miracolo: una statua lignea alquanto tarlata e neanche tanto bella a confronto di quella della parrocchiale che era il vanto della chiesetta della borgata, l’oratorio Vacca-Pelà.

    Gisa Calzavarini ci narrava che durante una pestilenza il Santo salvò gli abitanti del luogo. Al passare del simulacro, sorretto a spalle dai fedeli salmodianti, la terribile pestilenza miracolosamente cessò. Terminato il flagello, la statua rimase in custodia alla Parrocchiale ma sul finire degli anni sessanta la popolazione del borgo, raccolte le firme in una petizione sottoscritta da tutti i fedeli, ottenne dal Vescovo del tempo, Monsignor Guido Maria Mazzocco che l’oratorio si adornasse di nuovo del suo miracoloso protettore.

    Il giorno dopo, il 21, toccava a Sant’Agnese, patrona delle giovanette.

    Sita in fondo alla navata centrale, la bella statua della Santa fronteggia dalla sua nicchia quella di Santa Lucia e si mostra in guisa di una giovinetta biancovestita, avvolta da un roseo mantello, con i lunghi capelli biondi sciolti, coronati da un serto di rose ed in braccio un agnello, segno di mansuetudine e pace e il ramo di palma a ricordare il martirio subìto.

    Il vecchio parroco Don Giuseppe Melandri, romagnolo sanguigno e affabulatore come pochi, ci raccontava da par suo lo strazio del martirio e, nella foga oratoria, calcava il tono sulle vicende più cruente, a sottolineare la grandezza della Santa che preferì morire in modo atroce, dopo inenarrabili sofferenze, pur di preservare la sua verginità.

    A mitigar la durezza del racconto e del ricordo, conviene quindi seguire l’almanacco che riporta una più gentile e commovente leggenda sulla nascita del ciclamino: il fiore del mese.

    Una leggenda dei due pastorelli inseparabili gli attribuisce la patente di pianta della bontà, della devozione e dell’amicizia eterna, ma questa è solo una delle tante perché al ciclamino non era aliena la nomea di fiore del maleficio e della sfortuna.

    E alla jella e alla sfortuna, ci pensa abbondantemente anche un’antica e strana tradizione polesana: il “buon anno!”.

    Era costumanza che a Capodanno si andasse a far gli auguri di “buon anno” casa per casa. Di solito erano i bambini delle famiglie più povere del paese che bussavano alla porta ricevendo in cambio qualche cibaria e qualche soldino. Le porte però rimanevano chiuse se il questuante era una bambina o una donna. “A Capodanno, gli auguri delle fanciulle portano jella!”- era l’adagio ricorrente sulla bocca e nel pensiero di moltissimi.

    Era credenza generalizzata, una vera superstizione, un atto scaramantico a dire il vero, che è andato via via scemando e scomparendo con il progressivo affievolirsi della cultura contadina che ne era stata la creatrice. Sul finire degli anni ’50 era ancora in voga e mantenuto in vita non senza un certo imbarazzo: segno dei tempi che stavano cambiando.

    Dunque, il mattino del primo giorno dell’anno, raramente una donna ti veniva incontro per stringerti la mano e farti gli auguri di Buon Anno. Le poche che si incontravano per la strada, fossero state anche amiche, fidanzate o parenti, venivano schivate di proposito come se si fosse in presenza di un perfetto estraneo.

    Le origini di questa curiosa tradizione si perdono nella memoria. Noi ne abbiamo ricevuto lumi dal maestro Walter Colognesi dalle pagine della rivista “La Vita Scolastica”.

    La narrazione parla di un tempo antico in cui sembra che nelle terre del nostro Polesine la vita scorresse lieta e felice. Le isole emerse producevano messi, biade, vino e fiori in abbondanza: una mitica età dell’oro in cui i contadini conducevano una vita serena e beata come nell’Eden.

    A Capodanno, il padrone scendeva in villa dalla città lagunare per ricevere gli auguri e i doni dai suoi coloni. Era così buono che non imponeva a nessuno tasse, livelli e balzelli vari. Era anche così caritatevole e generoso che distribuiva indumenti e scudi d’oro a tutti.

    Ma un triste capodanno il buon padrone non scese più e al suo posto, sopra una carrozza scortata da un drappello di soldati, arrivò da Venezia la figlia, una bellissima fanciulla, legittima erede di tutti i possedimenti della famiglia.

    Per giorni e giorni la nuova proprietaria si recò di casolare in casolare per porgere gli auguri e – diceva – per rendersi conto delle condizioni dei suoi sottoposti. Tutto sembrava tranquillo. Ma un freddo mattino, il banditore chiamò a raccolta il popolo da ogni contrada e l’araldo della bella fanciulla lesse un duro proclama che imponeva, per la prima volta il pagamento di tasse, decime, onoranze e balzelli di ogni tipo pena lo sfratto.

    I contadini, nel sentire la lunga sfilza di “doverosi omaggi”, piansero amaramente e, per tutta l’estate, lavorarono duramente per poter soddisfare le richieste della nobile padrona.

    In autunno, puntuali, scesero i soldati e sequestrarono gran parte dei raccolti così come prevedevano i nuovi patti. Quell’inverno poi, vecchi, ammalati e poveri non ricevettero più né indumenti né scudi d’oro. In ogni casa entrò la miseria e con essa la fame, le epidemie e i lutti.

    A Capodanno, quando la bella proprietaria fece ritorno per i tradizionali auguri ai coloni, trovò le porte sbarrate. Così anche negli anni successivi.

    Da allora, a ricordo dell’avvenimento, è tradizione credere che gli auguri di una bella fanciulla portino sfortuna e disgrazie, anziché gioia e fortuna.

    E se qualche fanciulla avesse anche tentato di infrangere la tradizione? Niente da fare. Gli uomini comunque diffidavano, non rispondevano al saluto coraggioso: in essa vedevano la “bella padrona”, la fanciulla dallo splendido volto, ma dal cuore di pietra.

    Superstizioni, dure a morire, ma per fortuna oggi solo un ricordo!

  • Le donne nella Grande Guerra

    Le donne nella Grande Guerra

    Durante la Prima Guerra Mondiale in più occasioni le donne ricoprirono ruoli importanti, sia nella società civile, sostituendosi in molte attività agli uomini impegnati al fronte, sia partecipando in vario modo ad alcuni eventi bellici, o ancora svolgendo attività infermieristiche. E a questo proposito eroico fu in molte circostanze il comportamento di infermiere e suore nell'assistere i soldati malati e feriti negli ospedali di guerra.

    Tutti conosciamo il Sacrario di Redipuglia che contiene più di 100.000 corpi di soldati, ma pochi sanno che in mezzo a loro c’è anche una donna, Margherita Kaiser Parodi, tenente della Croce Rossa, morta di febbre spagnola, la pandemia di allora, innescata dalla globalizzazione che in quegli anni si produsse con i movimenti di milioni di soldati da un continente all'altro.

    Suor Giuseppina Vasoin

    Anche nel Cimitero di Rovigo un’unica donna, una suora infermiera, riposa tra tanti soldati vittime dei combattimenti. Durante la Grande Guerra Rovigo fu un importante polo ospedaliero militare perché non molto lontano dal fronte, particolarmente dopo la rotta di Caporetto, in seguito alla quale anche la provincia di Rovigo fu dichiarata zona di guerra.

    Ben otto furono gli ospedali militari in città ricavati da varie strutture come il Seminario vescovile, la Caserma Silvestri, l'Ospedale psichiatrico, Palazzo Roverella, il Liceo Celio Roccati, l'ex Collegio Ghedin, il Sacro Cuore e l'Angelo Custode. Fu così che nel cimitero civico cominciarono ad essere sepolti soldati in gran numero, arrivando ad un migliaio, di cui circa duecento prigionieri di guerra austroungarici.

    Nel 1930 il grande spazio occupato dalle tombe dei soldati sepolti a terra individualmente venne sostituito da un bel sacrario militare.

    La suora infermiera presente tra tanti soldati nel Sacrario rodigino apparteneva alla Congregazione della Carità di Maria Bambina. Il suo nome era Suor Giuseppina Vasoin, al secolo Maria, nativa di Thiene. Morì nel 1916, a 39 anni, (anche lei di febbre spagnola, come la crocerossina sepolta a Redipuglia) mentre era in servizio di assistenza all'ospedale della caserma Silvestri.

    Recentemente a Rovigo le è stata intitolata una via, senza però (a quanto mi risulta) che per l’occasione sia stata fatta una cerimonia commemorativa. Per avere informazioni sulla angelica infermiera mi sono rivolto alle Suore Serve di Maria Riparatrice, ancora presenti a Rovigo, le quali mi hanno indirizzato correttamente alla Congregazione delle suore di Carità di Maria Bambina con sede centrale della congregazione a Milano.

    La Casa di Milano mi ha subito fornito una nota biografica relativa a suor Giuseppina e il suo necrologio del 1916. Io penso non dovrebbe mancare un'occasione per ricordare questa suora con una cerimonia che veda la partecipazione delle Associazioni d'Arma, rappresentanze del comune di Rovigo, di Thiene (la sua città di nascita) e della casa madre della sua congregazione. Nel riquadro proponiamo il testo molto probabilmente letto durante il rito funebre.

    Maria Plozner Mentil

    Ma, oltre che come infermiere, in alcuni casi troviamo anche donne in prima linea, quasi militarizzate, per rifornire i soldati di viveri e munizioni. Nell’alta Carnia fu molto elevato il numero di donne che accettarono di servire l’esercito. Avevano un bracciale rosso col numero del reparto da cui dipendevano. Ogni viaggio veniva pagato 3,5 euro.

    Una di queste era Maria Plozner Mentil, 36 anni, quattro figli e il marito che stava combattendo sul Carso. Il 15 febbraio 1916 sta salendo verso la cresta di confine che domina il passo di Monte Croce Carnico. A 1610 m. di quota; si ferma un momento per riposare ma viene colpita ad un fianco da un cecchino austriaco.

    Maria muore il giorno dopo a Paluzza e viene sepolta con gli onori militari. Dopo la fine della guerra con la costruzione dei sacrari il suo corpo verrà traslato al sacrario di Timau poco lontano da Paluzza. Questo è un tempio preesistente del XVIII secolo, adattato a sacrario costruendogli portici intorno con loculi. Il corpo di Maria verrà posto all'interno di un sarcofago nella chiesa, le cui pareti presentano affreschi rappresentanti le portatrici in attività.

    Nel 1955 le fu intitolata la caserma di Paluzza, unica caserma in Italia intitolata ad una donna. Nel 1997 le fu assegnata la medaglia d'oro al valor militare premiando in lei anche tutte le portatrici carniche.

  • Il ponte sull’Adige di Boara

    Il ponte sull’Adige di Boara

    Gli automobilisti che transitano sull’ormai vetusto ponte in ferro sull’Adige, che collega le province di Rovigo e Padova – in località Boara Pisani e Boara Polesine – avvertono oscillazioni della struttura derivate dal traffico ben più intenso rispetto a quello esistente ai tempi della sua progettazione e costruzione. Lavori completati nel 1947, per complessive 60mila ore di lavoro.

    Lungo 122 metri, il ponte presenta una struttura a traliccio, con tre campate di circa 40 metri ciascuna, una carreggiata per i veicoli larga 6 metri e di lato le passerelle per i pedoni di 1 metro ciascuna, dal peso complessivo di 5.500 tonnellate.

    Con il passare degli anni, le lunghe colonne di auto e di mezzi pesanti, hanno indebolito l’opera facendo vibrare la struttura, ormai vetusta. In seguito alle sollecitazioni delle Autorità competenti, è intervenuta l’Anas, la società che gestisce la manutenzione delle reti stradali, predisponendo una bozza di progetto basato sulla rimozione del vecchio ponte e la sostituzione con uno più sicuro, moderno, ampio, adeguato a sostenere l’intenso traffico. L’attuazione è però rimasta per ora sospesa a causa di vincoli burocratici sollevati dalla Sovrintendenza di Verona e di Padova che ritiene il ponte – già ristrutturato nel 1945 dopo il danneggiamento causato da un bombardamento degli aerei alleati per colpire i tedeschi in fuga – una struttura legata a vincoli storici.

    I passi volanti

    Nei secoli passati, in assenza di ponti, per permettere il trasporto di merci e animali da una riva all’altra, si ricorreva a passi volanti, cioè traghetti costituiti da una grande zattera, con un basamento di assi di legno e legati con una fune ad un palo infisso al centro del fiume, che venivano manovrati dal traghettatore. Il passaggio richiedeva il pagamento di un pedaggio – come si rileva da documenti risalenti al Settecento durante il governo della Serenissima – stabilito dal Magistrato dell’Adige, cioè un apposito ministero che soprintendeva tutte le problematiche attinenti al fiume.

    In conseguenza al crollo della Serenissima, nel 1797 il controllo del territorio passò alla dominazione napoleonica che riservò all’Adige un ruolo di rilevanza strategico-militare per gli scenari bellici che avrebbero caratterizzato i successivi decenni.

    Il ponte ligneo denominato “Ponte Sissi”

    Durante la successiva dominazione austriaca, l’Imperatore Francesco Giuseppe nel 1854 deliberò di unire stabilmente le sponde del Polesine e del Padovano con un ponte in legno da costruirsi a Boara. I lavori ebbero inizio nel 1856 e furono completati l’anno successivo in occasione della visita in Polesine dell’Imperatore e della moglie Elisabetta, meglio conosciuta come Sissi.

    La coppia imperiale attraversò il ponte a Boara Polesine, fra l’entusiasmo e la curiosità della popolazione, poi riprese il viaggio verso il capoluogo, entrando in città dalla barriera di San Giovanni a Borgo Catena, dove per l’occasione era stato eretto un arco trionfale in stile gotico per i festeggiamenti.

    Eugenio Piva (1820-1903) così ebbe a documentare l’evento nei suoi Ricordi: “In tale circostanza il Municipio preparò al Sovrano del suo cuore un’accoglienza regale col profondere denari per l’erezione di un grande arco trionfale alla barriera San Giovanni ed una splendida illuminazione fantastica a palloncini nelle due piazze, quella detta maggiore e l’altra detta del teatro, oltre all’innalzamento di un nuovo stendardo municipale nel mezzo della piazza maggiore.”

    Il ponte, denominato dal popolo “ponte Sissi” era costruito in legno di larice con 12 arcate; tra un parapetto e l’altro correva una strada di fango e terriccio con un’unica carreggiata per pedoni e veicoli ed era ricoperto da una elegante tettoia.

    Il governo asburgico lo aprì definitivamente al libero transito il 19 ottobre 1857 vigilia dell’annuale Fiera di Rovigo e, come riportano le cronache del tempo: “per degnazione speciale di SUA MAESTA’ I.R.A. è fregiato del nome Augusto della graziosissima nostra Imperatrice ELISABETTA”¹. L’opera realizzata costò al demanio lire austriache 100.864,80 pari a lire italiane 87.167,11.

    Alcuni anni dopo, nelle vicinanze del ponte stradale, fu costruito, sempre ad opera del governo austriaco, un secondo ponte, questo in ferro per la linea ferroviaria che avrebbe congiunto Padova con Ferrara, passando per Boara.

    Di seguito l’autorità imperiale, avendo ben presente le spinte nazionalistiche del tempo, ritenne di fortificare con una tipica struttura a quadrilatero la città di Rovigo, realizzando quattro forti, cioè opere di difesa collocate a Boara Polesine, Roverdicrè, Borsea e Sarzano².

    Purtroppo tutte queste costruzioni – ovvero il ponte ligneo, quello in ferro e il forte di Boara – ebbero vita breve, poiché furono investite dagli eventi bellici della Terza Guerra di Indipendenza: fra l’8 e il 9 luglio del 1866 vennero fatte esplodere con cariche di dinamite dai comandi imperiali austriaci in fuga, dopo la sconfitta riportata contro i prussiani, alleati con l’esercito piemontese³.

    Il Veneto entrava così a far parte del giovane stato italiano. E subito si pose il problema della ricostruzione del ponte sull’Adige di Boara. Le magre finanze erariali e l’urgenza di riattivare il collegamento tra le due sponde del fiume, portò alla decisione di riparare in via provvisoria quanto sopravvissuto alle fiamme, recuperando quel che di buono restava del materiale del 1857.

    In qualche modo il ponte fu riaperto al transito, ma la situazione di emergenza, per varie ragioni si protrasse sino al 1871: il nuovo ponte ligneo fu completato il 30 giugno 1872, per un costo complessivo di lire 59.558,23.

    Il ponte in ferro costruito nel 1935

    Nel 1928 il Genio Civile, che aveva il compito di verificare, monitorare e sovrintendere le opere pubbliche, intraprese un lavoro di rialzo ed ingrosso degli argini del fiume Adige, per far fronte a esigenze idrauliche e nello stesso tempo per offrire opportunità di lavoro ai numerosi braccianti in difficoltà economica. Si ravvisò la necessità di sostituire il vecchio ponte con una costruzione nuova, finalmente in ferro, che avrebbe garantito maggiore stabilità e sicurezza.

    L’incarico fu assunto dalla ditta Cantiere Anteo, che, dopo aver demolito il precedente manufatto, ne costruì uno nuovo, con tre campate, poggiante su due pilastri di muratura. La nuova costruzione fu realizzata leggermente più a valle, comportando pertanto una rettifica della strada statale numero 16.

    Il ponte fu completato con una strada asfaltata e due corsie laterali per il transito di pedoni e biciclette.

    L’opera fu inaugurata nel 1935 dal Governo fascista, che aveva inteso in tal modo migliorare le condizioni socio-economiche dei residenti e soprattutto ottenere maggiore visibilità politica a livello nazionale e internazionale.

    Il pesante attacco aereo e il nuovo ponte del 1947

    Durante l’ultimo conflitto mondiale il territorio polesano costituiva una zona militarmente strategica per la presenza dei due fiumi Adige e Po e dei ponti di attraversamento. Nel 1944, pertanto, la nostra provincia divenne oggetto della pianificazione militare alleata, che aveva tra i suoi obiettivi la distruzione dei ponti stradali e ferroviari per bloccare la ritirata tedesca verso nord.

    Il 10 luglio 1944 Rovigo subì il primo pesante bombardamento alleato, cui ne seguirono oltre 140 nei mesi successivi. Il ponte ferroviario di Boara dopo ripetute incursioni aeree, fu colpito e reso inagibile il 17 agosto 1944, impedendo così ogni collegamento su strada ferrata tra Bologna e il nord-est d’Italia.

    Le operazioni belliche raggiunsero l’apice con il pesante bombardamento del 20 aprile 1945; l’incursione aerea si sviluppò in più ondate successive: gli aerei alleati sganciarono una quantità di ordigni esplosivi tale da distruggere definitivamente il ponte sulla statale e con esso buona parte del paese.

    Terminate le ostilità, il 28 aprile 1945, gli alleati iniziarono ad attraversare il fiume con potenti mezzi anfibi, costruendo in breve tempo un ponte “bailey”, ovvero una struttura militare in chiatte che permetteva il collegamento tra i due argini.

    Il ponte provvisorio rimase in funzione per due anni, finché nel 1947 fu costruito il manufatto attuale, che oggi, come detto, presenta importanti segni di deterioramento, rendendo necessario il rimpiazzo con un nuovo ponte, sicuro e al passo con i tempi.

  • Minassian e Marchiori

    Minassian e Marchiori

    Nell’ambito della mostra di palazzo Roncale, dedicata nella primavera 2023 alla figura di Virgilio Milani, la Cittadella della Cultura di Lendinara si è inserita con un proprio progetto di ricerca legato alla figura di Giuseppe Marchiori (che ebbe i suoi natali a Lendinara il 18 marzo 1901), il quale nella sua abitazione lendinarese ospitò importanti artisti dell’epoca. Un preciso angolo della sua terra – la dimora di Ca’ Dolfin ed il suo incantevole giardino romantico – divenne pertanto la cornice per coltivare una stretta vicinanza con artisti e letterati. Ne sono prova, a titolo di esempio, i ripetuti prolungati soggiorni di Carlo Levi, Hans Hartung e Giuseppe Santomaso.

    Ma intendiamo qui lumeggiare soprattutto la figura di uno degli artisti che all’epoca ebbe frequentazioni particolari, anche epistolari, con Marchiori: Leone Minassian (1905-1978).

    Dalle lettere conservate nel fondo lendinarese (poco più di settanta, in un arco temporale che spazia dal 1927 al 1950) abbiamo conferma che il pittore di origini armene, giunto non ancora ventenne a Venezia, rientra nel novero delle giovanili amicizie di Giuseppe Marchiori. Il vincolo tra i due prende corpo, infatti, dalla seconda metà degli anni Venti, quando quest’ultimo è completamente assorbito dall’esercizio della pittura.

    L’incontro tra i due ebbe modo di svilupparsi nella comune frequentazione veneziana della cerchia di pittori ruotanti attorno alle esposizioni di Ca’ Pesaro in cui entrambi figurarono presenti con continuità. Le possibilità di contatto furono poi notevolmente agevolate dai ricorrenti soggiorni estivi di Minassian a Trecenta dove aveva modo di trascorrere lunghi periodi nelle proprietà dello zio Pasquale.

    Inevitabile che Ca’ Dolfin ed il suo giardino diventassero luoghi in cui condividere le proprie esperienze artistiche; ne abbiamo la prova in una delle prime missive del loro carteggio, datata 2 novembre 1927, in cui affiora l’entusiastica scoperta di un ambiente inatteso: “L’impressione che mi ha fatto il suo giardino è che oltre ad essere bellissimo, è sorprendente. Ciò vale ancora di più. Spero bene di rivederlo meglio ancora, con lei”. Queste prime considerazioni non potevano che rafforzare la volontà di percorrere fianco a fianco la propria maturazione espressiva: “Quand’è che ci rivedremo? Abbiamo progettato tante volte di andare a dipingere insieme ma finora non abbiamo mai tradotto in atto questo pio desiderio. Io ho ripreso a dipingere e mi sono accorto che il periodo passato in campagna mi ha giovato molto”.

    Occasioni che poi giunsero di lì a breve, considerato che le presenze del pittore a Lendinara continuarono e anzi presero ad intensificarsi nel corso degli anni immediatamente successivi; ce lo attesta una veduta dai colori chiari e luminosi della facciata della cinquecentesca residenza dei Marchiori rivolta verso il giardino e realizzata nel 1932.

    I temi legati alla ruralità del Polesine saranno predominanti nella contemporanea produzione di Minassian; e Marchiori non esitò a dimostrare il proprio apprezzamento alla sua opera improntata ad un realismo emotivamente partecipe. Lo inserì infatti fra il ristretto gruppo di artisti inseriti ne “L’Almanacco del Polesine”; disegni di Minassian comparvero inoltre in alcuni numeri de “L’Orto”, rivista in cui il critico si misurò come editore, e sostanzialmente come unico direttore, fra le fine del 1932 e la primavera del 1933, per poi proseguire con numerosi interventi fino alla chiusura del decennio.

    Scorrendo la documentazione degli anni successivi si moltiplicano le notazioni dell’artista sul proprio lavoro, che ribadiva essere particolarmente proficuo durante le consuete estati polesane, assieme a continui aggiornamenti sugli artisti di cui condividevano la frequentazione. Della serrata corrispondenza degli anni Trenta ci concediamo solo un ultimo aneddoto, una lettera del 14 ottobre 1939 si chiude con questa segnalazione: “Ho disegnato ancora i burattini. Ora non so se tu abbia caro che li porti a Lendinara, anche se tua moglie è già a Venezia. O preferisci che li faccia custodire qui. Vorresti rispondermi in proposito?”. Il tema dei burattini, o la variante delle marionette, è infatti ricorrente nelle nature morte di Minassian realizzate in quella decade, e da questa lettera sappiamo che i soggetti prescelti per la versione, datata allo stesso anno, furono individuati proprio nelle stanze di Ca’ Dolfin, autentico scrigno di quell’Ottocento minore più volte decantato dallo stesso Marchiori.

    Nonostante la prolungata lontananza del periodo bellico, il contatto fra critico e artista si mantenne vivo tramite l’ininterrotta corrispondenza in cui, fra le tante osservazioni sull’ambiente artistico veneziano, Minassian non esitava a ribadire una profondità di analisi che sentiva di condividere con l’amico; così si esprime il 24 dicembre 1942: “Parlando con te di artisti e di esposizioni mi sono creato l’illusione di vivere una delle tante indimenticabili ore che abbiamo trascorse parlando di cose dello spirito. Poiché malgrado le traversie della vita io credo che siano queste le preoccupazioni che ci inseguiranno sempre. Perché ogni evento che va considerato dall’uomo comune sotto un solo aspetto, presenta per noi mille facce. E la nostra ricerca, la nostra ossessione, è di scegliere una di queste facce stabilendo che sotto un certo aspetto è o la più vera o la migliore. E noi non si può sfuggire alla calca dei pensieri, perché siamo nati per cercare sempre il nocciolo più recondito delle questioni”.

    È una fase in cui il realismo di Minassian, che indaga ormai quasi esclusivamente il genere della natura morta, nella sua esasperata analiticità si sta approssimando alla rivelazione di una forma che travalica la superficie dello stesso dato reale insistentemente osservato; un itinerario svincolato da condizionamenti esterni, in virtù di una fiera autonomia.

    Nei dettagliati spaccati che Minassian delineava nelle lettere all’amico, emergevano gli interpreti veneziani della nuova generazione artistica, destinati a prender parte al Fronte Nuovo delle Arti (aggregazione da cui l’artista armeno volle tenersi discosto) fra essi: Emilio Vedova “dotato di una maturità di comprensione dei problemi pittorici assolutamente rara in un ragazzo ventitreenne”, Alberto Viani “che ha modellato alcune sculture che lo pongono al sommo della gerarchia degli scultori d’Italia” ed infine Giuseppe Santomaso che “prosegue con passi notevoli e si muove sempre su un piano elevato e singolare, mantenendo le promesse, e la fiducia che numerosi estimatori hanno riposto in lui non sarà delusa” (citazioni dalla missiva del 24 dicembre 1942).

    Quest’ultimo rappresentava una conoscenza condivisa con Marchiori da lunga data, essendo anch’egli cresciuto alle collettive della Bevilacqua La Masa; ma soprattutto di lì a pochi anni, precisamente nell’estate del 1947, avrebbe vissuto a fianco del critico un’intensa scoperta delle nostre atmosfere rurali nella località fluviale nota come Rotta Sabbadina.

    Tuttavia, per conoscere i dettagli di questa vicenda, per scoprire i percorsi che condussero tra Adige e Po gli artisti Corrado Cagli e Carlo Levi, e infine per ripercorrere le letture che Marchiori seppe dare di interpreti polesani come Mario Cavaglieri, invitiamo i lettori del Ventaglio ad una visita alla mostra d’archivio allestita alla Cittadella della Cultura che proseguirà anche nei primi mesi del 2024.

  • A colloquio con Elena Matteotti

    A colloquio con Elena Matteotti

    Elena Matteotti, che vive a Roma, ha voluto riscoprire le proprie radici, stimolata da una permanenza al Mulino al Pizzon di Fratta Polesine. L’emozione suscitata dalla visita alla tomba di famiglia presso il camposanto e l’approccio alla Casa Museo Matteotti con le severe stanze, ancora vive del suo ricordo, hanno stabilito un intenso rapporto con il nonno, trucidato un secolo fa nel giugno del 1924.

    A margine del testo “Sulle tracce del passato” di Rosetta Menarello, per i lettori del Ventaglio abbiamo rivolto alcune domande ad Elena Matteotti.

    – Il Mulino è stato, come tu hai ribadito più volte un luogo importante nel tuo percorso di conoscenza della figura umana e politica del tuo illustre nonno. Cosa ti ha spinta a tornare e che cosa ti hanno comunicato queste visite in Polesine?

    “Direi che mi ha spinto la bellezza della natura con le sue nebbie, il suo clima ma soprattutto il richiamo forte verso una terra sconosciuta che sto imparando ad amare. Aggiungo anche la cultura e la sensibilità di persone come voi che mi accolgono, in ognuna delle quali ho letto una storia. Queste visite mi hanno offerto davvero inaspettate prospettive, nuove opportunità per andare avanti nella ricerca e conoscenza del passato della mia famiglia”.

    – Quali sono i sentimenti che provi quando ti trovi nei luoghi in cui Giacomo Matteotti è nato e vissuto?

    “Provo una sottile nostalgia per non averlo potuto conoscere… Questa mi accompagna sempre, insieme al senso di appartenenza ai luoghi che ho ritrovato; ma soprattutto avverto il forte desiderio di avere le sue qualità, il suo coraggio e la sua onestà intellettuale unita alla coerenza, costi quel che costi. Avverto però anche la grande responsabilità di questa eredità che sto continuando a conoscere anche attraverso la lettura di suoi scritti e di libri a lui dedicati.”

    – Quali sono i ricordi e le emozioni suscitati a Rovigo dal monumento di Augusto Murer dedicato al nonno?

    “A prima vista il monumento non mi ha colpito, ma poi la scoperta di quella enorme mano mi ha parlato di un grande sacrificio come la citazione riportata sull’opera “uccidete me, ma l’idea che è in me non morirà mai” mi ha rivelato i suoi ideali. Del suo prestigioso autore, Augusto Murer, ho un ricordo personale poiché era un “amico – complice” morale e culturale di mio padre Matteo Matteotti. Sono stata ospite nella sua casa di Falcade e possiedo un bronzetto con il mio volto di tredicenne che conservo nella mia casa di Roma. Ero intimidita dalla faccia da montanaro dello Scultore che però evidenziava tutta la sua sensibilità attraverso la bellezza delle sue creazioni.”

    – A che punto è la tua ricerca storica ed emotiva sulle tracce di un nonno tanto importante, e che cosa gli diresti se lo potessi incontrare?

    “La mia è una ricerca iniziata da poco e sono così tante le cose da sapere e da conoscere che non posso dire a che punto sono né prevedere un tempo. È una ricerca infinita che va oltre, considerando anche il grande impatto emotivo che questo viaggio di scoperta comporta… Beh, se incontrassi il nonno Giacomo direi di prendermi per mano e darmi la forza di non arrendermi, ma impegnarmi a tramandare le sue idee di giustizia e coerenza fino alla morte”.

    – Grazie Elena e arrivederci al nostro prossimo incontro…

  • Sulle tracce di un passato sconosciuto

    Sulle tracce di un passato sconosciuto

    L’inverno aveva ormai liberato dalla morbidezza dell’humus le sue nebbie che ora, con sensuale lentezza, accarezzavano la campagna polesana rendendola fiabesco panorama agli occhi di Elena.

    Fratta Polesine, incastonata in quello spazio solcato da una miriade di acque dal corso antico, impregnato di storia, imbevuto di ricordi custoditi in ogni zolla, in ogni pietra, in ogni respiro, ora la accoglieva nell’avvolgente atmosfera del Mulino al Pizzon.

    Qui era giunta da Roma per incontrare per la prima volta un nonno speciale, conosciuto in tutto il mondo, ma a lei poco noto e divenuto improvvisamente insostituibile tassello mancante nella sua vita.

    Il paesaggio che si apriva ai suoi occhi dal vetro della finestra era la pagina mai letta di un libro della vita che le veniva ora donato in questo luogo benedetto dallo scorrere ora salvifico ora maledetto di acque che segnano, scavano, irrorano, nutrono, respirano.

    Quella nebbia così misteriosa la incantava: era così diversa dalle atmosfere romane nelle quali viveva e dove la famiglia aveva trascorso il tempo successivo al delitto; un tempo che si era cristallizzato inglobando terrore mutatosi poi in quotidiana paura trasformatasi in un disagio che s’impadronì delle vite rimaste. Matteotti, un cognome illustre, da portare come un gioiello preziosissimo le risuonava nella mente, provocandole emozioni forti.

    Le tornò in mente suo padre Matteo, orfano a quattro anni insieme al fratello maggiore e alla sorellina. Era diventato ignara e innocente vittima di un dramma che apriva un solco spaventoso nella vita affettiva. Quella nebbia le dava ora una sorta di consolante protezione, di desiderio sottile e profondo di tornare a quel passato familiare tanto importante.

    Elena Matteotti, aveva scoperto la figura di Velia, moglie di Giacomo e nonna mai conosciuta, alla quale il giovane Matteotti aveva scritto fiumi di parole d’amore nel libro a lei dedicato.

    L’aveva colpita l’intensità dei sentimenti che appartenevano all’uomo che dedicò la vita alla politica, struggendosi per i principi sui quali ogni società sana si fonda. Così, a piccoli e misurati passi, sentiva il desiderio di appropriarsi pienamente del cognome che portava e nel breve soggiorno al Mulino ebbe modo di incontrare il passato della sua famiglia come non le era mai successo.

    Donatella e il marito Beppe Marangoni le erano accanto come splendidi amici da sempre conosciuti e diventando sue guide alla scoperta della titanica persona che Giacomo era stato.

    Grande l’emozione alla visita, insieme al figlio, alla casa Museo, autentico ventre materno per riconoscere il liquido amniotico delle sue origini tanto sofferte. Lì, in un luogo divenuto altare del Martire perché pieno delle memorie familiari celate nelle stanze dove Giacomo era vissuto bambino, studente di giurisprudenza, innamorato della politica, fervente socialista, appassionato difensore dell’uguaglianza e del rispetto dei diritti umani, accadde un piccolo miracolo.

    All’uscita della visita, organizzata per lei e accompagnata dalle Autorità di Fratta e Rovigo, Elena sentì per la prima volta un senso di appartenenza avvertendo la solennità conferitale da un cognome tanto importante.

    Anche quel giorno aleggiava la nebbia che però, verso mezzogiorno si era diradata lasciando il posto a squarci di azzurro lieve, quasi ceruleo; e lei lo avvertì come un richiamo, una sorta di risveglio da un oblìo misterioso nel quale il passato apriva finalmente spiragli di memorie che il tempo e gli eventi avevano sigillato.

    Poi fu la volta di Rovigo, dove fu accompagnata “al cospetto” del monumento dedicato dalla città al grande polesano e realizzato dal genio scultoreo di Augusto Murer nel 1978.

    Stilizzato ed essenziale, possente bronzo al quale l’Artista era riuscito ad imprimere la violenza di un’arma che uccide ma, nel contempo la solennità del pensiero che grida nell’incisione sulla base d’appoggio: “Uccidete me ma l’idea che è in me non la ucciderete mai”. Il senso di quella frase le trasmise l’emozione di un messaggio che oltrepassava il tempo perché era l’autentico urlo disperato di un uomo che subiva il martirio, un Cristo che esalava l’ultimo respiro sul Golgota destinatogli da un potere delirante.

    Ripensò a suo padre bambino e agli altri due figli che nonna Velia forse aveva stretto al petto in un disperato tentativo di inutile difesa dopo che tutto si era compiuto. Ora il silenzio e la paura si erano impadroniti della casa romana diventandone i padroni e umiliandone gli abitanti.

    Velia s’era mutata in una sorta di Vestale che nella notte vedeva ombre sinistre sui muri e temeva per i suoi figli ancora piccoli che la guardavano per cercare sicurezza senza capire quello che succedeva.

    Ma ora la storia pareva dipanarsi, come le nuvole che si lasciavano disfare dal sole. Il nodo che chiudeva la gola della signora romana giunta a Fratta sulle orme di un grande antenato pareva sciogliersi per lasciare il posto ad un respiro vitale.

    Quei giorni, con sosta al Mulino, avevano compiuto una sorta di magia che ora la spingeva a proseguire sulla via della conoscenza di un passato per lei mai esistito dove aveva vissuto un nonno eroe, radice della sua vita. Elena era entrata, grazie ad un’amicizia semplice, riscaldata dall’amicizia di Donatella e Beppe.

    Tornò a Roma con una serenità che si era fatta strada in lei in quei pochi giorni vissuti nei luoghi della memoria, anzi della scoperta di radici familiari che il tempo aveva ricoperto con i sassi dell’oblìo.

    Ora era come se in lei vivessero due Elena, quella che abitava una città nella quale nonno Giacomo era stato protagonista di un momento storico che i libri avevano impresso nelle loro pagine per sempre, e quella che, ormai donna matura, sentiva il vitale bisogno di divenire una reale tessera di un tempo mosaico mai completato.

    Sembrava che la storia volesse essere completata e forse proprio a lei toccava impugnare il testimone per essere la parte familiare viva di un uomo che aveva firmato una pagina di storia col suo stesso sangue.

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