Pietra Giovanna Matilde Adele Pitteo, in arte Dria Paola (1909-1993), promettente attrice, balzata a ventun anni tra le più giovani stelle del cinematografo, tenne a battesimo il primo film “parlato”.
Folgorante la sua acclamata apparizione, poi la scomparsa dagli schermi come una meteora a soli 32 anni. Singolare la parabola di questa interprete di lusinghiere speranze, proveniente da una buona famiglia della provincia: calorosamente accolta da pubblico e critica, nonostante la timidezza ed una bellezza non particolarmente appariscente, poi altrettanto rapidamente finita nell'oblio del silenzio, dopo una trentina di film, proprio lei che aveva fatto parlare il cinema italiano.
A recuperarne la memoria, ci hanno innanzitutto pensato una serie di iniziative, organizzate dal giornalista Massimo Veronese con Angelo Zanellato, presidente di Polesine Film Commission, e con il grafico e progettista Luca Malin – patrocinate da vari enti ed istituzioni, tra cui il Mibac e il Comune di Rovigo -, in concomitanza del novantesimo anniversario del primo film sonoro, “La canzone dell’amore”, che fu proiettato contemporaneamente in tre sale cinematografiche (cinema Corso di Milano, il Supercinema di Roma e il Ghersi di Torino) il 7 ottobre 1930, riscuotendo un grande successo con folle di spettatori che vennero in pullman anche da città lontane.
Tra gli eventi commemorativi, l'istituzione di un premio intitolato a Dria Paola nella Mostra del Cinema di Venezia (a partire dal 2019) e una serata a Rovigo, il 7 ottobre 2020, interamente dedicata al film ed alla sua protagonista: “La notte della diva”, a cui collaborò anche il Conservatorio “Venezze” di Rovigo, nella suggestiva cornice dei Giardini delle Due Torri. Alle 21.00 – esattamente alla stessa ora dello stesso giorno della prima proiezione – le due torri, divenute per l'occasione insoliti “megaschermi”, si sono letteralmente “accese”: mentre sulla Torre Donà veniva proiettato in bianco e nero il film, sulla Torre Mozza fu presentato un inedito video mapping, accompagnato dalle composizioni originali degli allievi del Venezze: innovativa contaminazione tra l'arte cinematografica delle origini e le più moderne tecniche di video-arte, per una pregnante esperienza multisensoriale.
Mancava, però un tassello importante: un segno tangibile a testimonianza del suo ricordo perenne. Ed è arrivato con la mostra permanente ospitata nel Cinema Teatro Duomo, in centro a Rovigo, a lei dedicata da Luca Malin e Massimo M. Veronese, con il contributo di Fondazione Rovigo Cultura e la collaborazione della Cooperativa Sociale Zico, che gestisce il cinema in centro a Rovigo.
L’inaugurazione si è tenuta proprio la vigilia del suo congedo terreno, avvenuto il 12 novembre 1993: nella mattina di sabato 11 novembre ’23 c’è stato lo svelamento al pubblico, alla presenza dei due curatori, due cugini della compianta diva, Rosanna Faido e Giancarlo Cocco, oltre ai rappresentanti istituzionali.
Con l’occasione, sono stati proiettati vari spezzoni della filmografia di Dria Paola: dal film del debutto appena ventenne, “Sole” – prima prova del regista Alessandro Blasetti – a “La canzone dell’amore”, che cambiò letteralmente la concezione del cinema, e quindi una trentina di interpretazioni in circa due decenni con registi e attori tra i più grandi dell’epoca, fino all’ultimo ”Pantera nera” del 1941, dopo il quale, a soli 32 anni, nonostante un’enorme popolarità, testimoniata anche da valanghe di lettere di ammiratori, decise di ritirarsi in seguito al matrimonio con il romano Luigi Filippini. Quando se ne andò, nel 1993, all’età di 83 anni, si seppe che viveva del sussidio previsto dalla legge Bacchelli e oggi riposa nel cimitero del Verano di Roma.
Ma, se pure idealmente, ora Dria è tornata nella città d’origine, nel suo simbolico mondo del cinema; e i suoi conterranei avranno la possibilità di conoscerla, imparare a riconoscerne il volto, sapere la sua storia, ogni volta che si recheranno al Cinema Teatro Duomo. Tutto questo, come si diceva, in virtù dei pannelli riposizionabili ed installazioni che mostrano immagini tratte dai suoi film, oltre ad inediti ritratti, provenienti dalla famiglia e dagli archivi del Corriere della Sera.
Particolarmente suggestivo il mega pannello di 12 metri per 3, nel fondale della sala di proiezione, che riporta una serie di gigantografie su cui campeggia la sua frase: “Di luce mia propria o riflessa brillai e fui star”. Parole che suonano quasi di rimprovero e monito per chi l’ha dimenticata, allora come oggi, ma che nello stesso tempo hanno il profumo di una profezia che si compie, proiettando il suo ricordo recuperato verso una nuova fama. Nel pannello si succedono in progressione cronologica i suoi volti permettendo di cogliere l’evoluzione e la maturazione espressiva dell’attrice da “ragazzina” – come fu spesso definita ai suoi esordi – a donna nel pieno della sua femminilità, per altro, meno appariscente delle dive hollywoodiane, ma intensa e familiare, con una nota orientale suggerita dal nome, che fece subito breccia nel pubblico di allora. A questo si aggiungono due sagome in grandezza naturale di Dria: una ad aprire il sipario ed una seconda in entrata, quasi per accogliere gli spettatori.
Lungo la scalinata, che porta al piano superiore, fanno bella mostra altri pannelli che ne ricostruiscono la biografia e la carriera, mentre, con un’originale soluzione, i gradini sono stati personalizzati sulle alzate con i titoli di tutti i suoi film. Pellicole di diverso genere (storici, letterari, melodrammatici e sentimentali), dove recitò in ruoli di supporto ma anche da protagonista. Nel 1933 interpretò il film per cui è maggiormente ricordata: “Fanny” di Mario Almirante.
Particolare evidenza, tuttavia, nell’esposizione è stata data a “La canzone dell’amore”, che vanta appunto il primato dell’avvento del sonoro nel mondo italiano della celluloide; film ancora visibile in Internet nell'edizione andata in onda qualche anno fa su Rai Tre.
Si trattava di un edificante melodramma sentimentale, rivolto ad un pubblico piccolo borghese, per sostenere i valori cristiani insieme a quelli della politica demagogica che ormai stava avanzando nell’egida fascista, basati sui tre pilastri: amore, virtù, evasione. La trama, liberamente ispirata a una delle Novelle per un anno di Luigi Pirandello, In silenzio (1905), racconta le vicissitudini di una giovane studentessa, Lucia, costretta a rinunciare al proprio amore per crescere il fratellino nato da una relazione segreta della madre prematuramente scomparsa. Il lungometraggio, prodotto dal gruppo Pittaluga-Cines, per la regia di Gennaro Righelli e la sceneggiatura a quattro mani del regista con Giorgio Simonelli, fu realizzato in tempi record di quattro mesi negli stabilimenti Cines di via Veio a Roma.









