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Archivi: Articoli d’archivio

  • Toulouse Lautrec (1881-1901)

    Toulouse Lautrec (1881-1901)

    Palazzo Roverella dedica la grande stagione espositiva primaverile 2024 ad Henri de Toulouse-Lautrec. Curata da Jean-David Jumeau-Lafond, Francesco Parisi e Fanny Girard con la collaborazione di Nicholas Zmelty, promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, la mostra è aperta al pubblico dal 23 febbraio al 30 giugno 2024. Sono presenti oltre duecento opere, sessanta delle quali firmate da Toulouse-Lautrec: si tratta di un progetto ambizioso, che attraverso prestiti internazionali intende approfondire il variegato percorso artistico del pittore francese, mettendolo in relazione con il vivace contesto parigino di fine Ottocento in cui viveva e operava.

    Il conte Henri de Toulouse-Lautrec Monfa (Albi, 1864 – Saint-André-du-Bois, 1901) inizia negli anni Ottanta la sua formazione accademica a Parigi dapprima presso lo studio di René Princeteau, poi nell’atelier di Léon Bonnat, per seguire infine le lezioni di Fernand Cormon, pittore della tradizione che permette però agli allievi di esprimersi con maggiore libertà a livello rappresentativo. Una formazione di stampo accademico, quindi, ma con un importante margine di libertà espressiva, che il pittore accresce con le sue frequentazioni nella Montmartre parigina di fine secolo.

    La capitale francese in questo periodo, infatti, è in grande fermento culturale: l’avvento della Terza Repubblica e la modernità dilagante dell’energia elettrica, delle nuove forme di intrattenimento accessibili a tutti e delle Esposizioni Universali sono un’attrattiva per numerosi artisti, che giungono da diverse parti d’Europa in cerca di idee nuove, facendo convivere così Realismo, Impressionismo, Postimpressionismo, Simbolismo e Art Nouveau.

    A questo proposito, nella mostra di Palazzo Roverella, numerosi sono i focus sugli ambienti frequentati da Toulouse-Lautrec.

    È possibile immergersi nell’atmosfera notturna parigina passeggiando tra café-concerts, cabaret, teatri tradizionali e tendoni del circo, affascinati dalle vivaci esibizioni di celebri vedette, ballerini, attori, cantanti e clown, rappresentati dal pittore stesso e da Pablo Picasso, Charles Maurin, Henri Gabriel Ibels, Abel-Truchet, George Bottini e Félicien Rops suoi amici.

    Ma si possono anche ammirare lungo le strade della capitale graziose parigine conversare di fronte alle vetrine dei negozi di stampe d’arte, nei pressi dei famosi Moulin de la Galette e Moulin Rouge o sedute ai tavoli di altri noti locali, come dimostrano ad esempio le opere di Giovanni Boldini, Charles Maurin, George Bottini, Eugène Delâtre, Alfredo Müller, Juan Gris.

    Si incontrano poi i compagni di studio della scuola di Cormon effigiati da Toulouse-Lautrec, con i quali l’artista di Albi fonderà il gruppo de Les Peintres du Petit Boulevard, nome scelto in contrapposizione alla pittura già affermata, che si fa conoscere attraverso delle piccole mostre allestite nei nuovi cafè e lontano quindi dai canali espositivi tradizionali.

    Non mancano, inoltre, gli amici artisti e letterati del pittore – il cugino medico Gabriel Tapié De Céleyrant, lo scrittore Paul Verlaine e il compositore Erik Satie per citarne alcuni – gli avventori che consumano l’assenzio nei luoghi di svago come il celebre Le Chat Noir e le inedite opere degli esponenti de Les Arts Incohérents che li frequentano.

    La mostra offre quindi la possibilità di ammirare soprattutto dipinti, pastelli e disegni di Toulouse-Lautrec realizzati con tecniche, supporti e tavolozze cromatiche differenti, oltre a litografie di importanti riviste (un’intera sezione è dedicata a La revue blanche) e noti manifesti, posti in rapporto dialettico con i lavori di altri artisti.

    È nella scena notturna parigina che il pittore individua i soggetti e i temi delle sue opere, con uno sguardo attento ai grandi nomi dello spettacolo, ma anche e in particolar modo alle diverse protagoniste del mondo femminile, prime fra tutte le prostitute, la cui umanità si distacca dalle convenzionali iconografie di femmes fatales seducenti dei suoi contemporanei. Degne di nota sono infatti le loro rappresentazioni a olio su tela o cartone e il manifesto e la copertina della raccolta di stampe Elles dedicate alla vita delle case chiuse, esposte accanto a una rara matrice litografica disegnata da Toulouse-Lautrec.

    Il mezzo espressivo a cui il pittore però dedica maggiormente la sua attività artistica è il manifesto, grazie al quale lascerà un segno indelebile nella storia dell’arte. Accanto alla nota cartellonistica di Jules Chéret, Eugène Grasset e Alphonse Mucha, sui muri di Parigi di fine Ottocento compaiono le famose affiches di Toulouse-Lautrec dallo stile unico: attraverso composizioni decentrate, ampie campiture piatte di colore e una grafica raffinata, l’artista celebra i protagonisti della vita parigina – il cantante Aristide Bruant e la ballerina Jane Avril ad esempio – l’apertura dei nuovi locali come Le Divan Japonaise e importanti novità librarie, quelle di Victor Joze tra tutte.

    Ad approfondire particolari aspetti del percorso espositivo, la rassegna rodigina viene impreziosita da un ricco palinsesto di eventi speciali rivolti agli adulti, che vede anche la collaborazione di realtà affermate sul territorio: a cura di Distillerie Mantovani nei duecento anni di attività, ad esempio, è prevista una visita tematica con approfondimento sulle tecniche di creazione dei liquori in voga nell’Ottocento e degustazione finale, per respirare appieno l’atmosfera bohémienne di fine secolo.

    Oltre alle attività didattiche dedicate alle scuole, poi, non mancano quelle rivolte alle famiglie e i laboratori domenicali per bambini, che hanno l’obiettivo di far conoscere originali aspetti dell’artista, come la passione per le caricature, ma anche per la cucina.È dunque rivolto a tutti l’invito a conoscere la grande arte di Toulouse-Lautrec e la vivace Parigi fin de siècle: fino al 30 giugno, a Palazzo Roverella.

  • Lo spazio secondo Astrotommy

    Lo spazio secondo Astrotommy

    Per tutti ormai è Astrotommy. Un vero e proprio fenomeno del web, passato agli onori delle cronache, grazie ad un post del Governatore del Veneto Luca Zaia. Questo giovane rodigino con la sua passione per le stelle è stato in grado di costruire con le sue mani razzi che raggiungono i 350 metri di altezza. Record che gli ha permesso anche di collaborare con il famoso Prof-Tiktoker Schettini.

    Stiamo parlando di Tommaso Schiesaro, che incontriamo assieme a Marco Barella, presidente del gruppo Astrofili Polesani per conoscere impegni e progetti futuri.

    – Cominciamo dando la parola al presidente Barella… Qual è la storia del Gruppo Astrofili Polesani?

    “Il Gruppo A. P. nasce nel 1982 dopo un corso di astronomia tenuto da Enzo Bellettato che apparteneva al gruppo che c’era prima (“Divulgazione per l’astronomia” formato da Enzo Bellettato, Piero Cucccolo, Vanni Bazzan), corso diretto alle scuole, ma aperto anche al pubblico, che si tenne presso l’attuale sede del Museo dei Gradi Fiumi nell’autunno del 1981. Pochi mesi prima, durante una mostra di astronomia organizzata per l’Ottobre Rodigino, io e Roberto Ragazzoni (attuale direttore scientifico del gruppo dal 2017, e oggi direttore INAF) conoscemmo Enzo e da quel momento cominciammo a seguire le sue lezioni (che si tennero fino alla primavera del ’82) finite le quali, sempre Bellettato propose di Fondare il Gruppo Astrofili Polesani: era il 12 giugno 1982, la sera ci siamo trovati a casa di Piero Cuccolo e abbiamo fatto la prima riunione costitutiva del gruppo.

    Enzo Bellettato è stato subito eletto presidente, carica mantenuta fino al 2008. La stessa carica rimarrà vacante con brevi presenze, fino al 2010 quando subentrerà Giorgio Cosco fino al 2014, anno in cui, dopo la sua prematura scomparsa, subentro io come presidente”.

    – Il gruppo Astrofili gestisce l’Osservatorio e il Planetario. Sono nati negli stessi anni? Quali sono le loro caratteristiche?

    “Comincio col dire che inizialmente non avevamo una sede; infatti ci trovavamo a casa di Enzo. L’Osservatorio, che grazie ad un buon telescopio ci permette di osservare il cielo stellato, lo abbiamo realizzato nel 1987. All’epoca la provincia ha concesso un rudere in località Sant’Apollinare che il gruppo Astrofili ha ristrutturato e convertito in Osservatorio a disposizione della cittadinanza. Dopo anni di lavori è stato inaugurato al pubblico nel 1991. Invece, il Planetario, che consistente in una riproduzione della volta celeste, venne inaugurato sempre nel 1991, ma la vecchia sede era presso le ex scuole Riccoboni dove siamo rimasti fino al 2000 quando ci siamo trasferiti nella vecchia scuola di Roverdicrè. Quando il gruppo si è formato l’attività principale era quella di fare divulgazione perché le strutture non c’erano ancora e io e Ragazzoni ci trovavamo a casa di sua nonna per studiare, sviluppare foto etc. Tutto era proiettato alle mostre che si facevano con regolarità per l’ottobre rodigino (fino al 1987)”.

    – Quanti soci giovani ci sono ora nel gruppo?

    “L’unico socio minorenne, attivo come divulgatore è Tommaso Schiesaro che sin da quando aveva 13 anni ha cominciato ogni venerdì sera a frequentare l’osservatorio accompagnato dai suoi genitori. Un ragazzo che stiamo affiancando nella crescita e nella formazione, con la speranza che sia un esempio per i giovani nell’approccio attivo all’astronomia”.

    E allora conosciamo più da vicino Tommaso, “Astrotommy”… giovanissimo ma con le idee molto chiare…

    – Quando ti è venuta la passione per l’astronomia?

    “Prima della passione per l’astronomia c’è stata la passione per l’astronautica. Era il 2015, ero forse in quarta elementare, e la notte dell’ultimo dell’anno non sapendo cosa fare ho preso il tablet di mia madre e ho cercato qualcosa da guardare e c’era una diretta di una passeggiata spaziale russa. Da quella sera è partito tutto.

    Sono arrivato per la prima volta in Osservatorio nel 2019. Dei colleghi di mio padre gli avevano parlato del Gruppo Astrofili Polesani e, dopo varie settimane che rimandavamo perché c’era sempre brutto tempo, i miei mi hanno accompagnato e da quel momento non ho mai più saltato un venerdì. Ho cominciato ad ascoltare Marco Barella, Luca Boaretto (vicepresidente) e tutti gli altri soci che facevano divulgazione sulla terrazza astronomica, e così – ascoltando loro e studiando – io stesso mi sono appassionato e hanno cominciato a darmi un po’ di spazio per cominciare a mia volta questa esperienza”.

    – Adesso di cosa ti stai occupando?

    “Ho scoperto l’esistenza di un gruppo che fa razzimodellismo che si chiama ACME Italia che ha sede a Molinella e dal 2020 al 2024 ho partecipato a tutti gli incontri.

    Cercando nel web, tra YouTube, Telegram e Instagram, ho trovato altri ragazzi (siamo tra i 14 e 20 anni da tutta Italia) che sono appassionati come me e abbiamo formato un team (Ats sciences Corporation) dove ognuno dà il suo contributo in base a cosa fare meglio (a chi piace programmare, a chi piace l’elettronica, a chi piace biologia ): abbiamo unito le nostre forze e ci ritroviamo in video conferenza prima dei lanci, che solitamente sono ad ottobre (la finalità è quella dell’inquinamento e della meteorologia)”.

    – Che canali social usi?

    “YouTube è morente perché i video sono complicati e impegnativi da montare. Uso principalmente Instagram dove pubblico come AstroTommy”.

    – Cosa vorresti fare da grande?

    “Finita la scuola vorrei fare ingegneria aereospaziale, non mi interesserebbe fare l’astronauta, ma mi piacerebbe costruire. Il sogno più grande? Essere presente ad un lancio e magari poter schiacciare quel pulsante!”.

  • Paolo Gioli (1942-2022)

    Paolo Gioli (1942-2022)

    Nel secondo anniversario della sua scomparsa va ricordato un artista polesano davvero innovatore quale fu Paolo Gioli (Sarzano 1942 – Lendinara 2022).

    Pittore, fotografo, cineasta, ricercatore e sperimentatore, è stato un genio multiforme, premiato da affermazioni e consensi della critica, che hanno assicurato alle sue opere la presenza stabile in musei e gallerie di tutto il mondo: dall’Art Institute of Chicago al Museum of Modern Art di New York, dal Centre Georges Pompidou e al MEP (Museè Europeen de la Photographie) di Parigi. In Italia le sue realizzazioni sono ospitate nella collezione permanente della Galleria d’Arte Moderna e dell’Istituto Nazionale per la Grafica di Roma.

    Tanti dunque gli apprezzamenti ottenuti da Gioli nel mondo, ma scarsa la conoscenza che si ha di lui nella sua terra: forse perché ha vissuto a lungo lontano dal Polesine per studio e lavoro, ma probabilmente anche perché in provincia è stato poco capito, e ciò fors’anche a causa del suo temperamento spesso rude e severo, poco incline alle relazioni sociali, in quanto tutto concentrato ad inventare nuovi strumenti di lavoro, e a creare singolari immagini fotografiche, filmiche.

    La formazione artistica

    Paolo Gioli inizia l’attività lavorativa in un laboratorio di ceramiche a Rovigo, presso lo scultore Virgilio Milani. Questi, avendo riconosciute le abilità artistiche del giovane, lo avvia alla pittura, che rimarrà una costante della sua produzione pure quando si confronterà con altre forme d’arte.

    A metà degli anni sessanta inizia a frequentare la Scuola Libera del Nudo a Venezia e in questa città, culla dell’arte per eccellenza, entra in contatto con Luciano Gaspari, Giuseppe Santomaso, Emilio Vedova e altri importanti esponenti del periodo delle Avanguardie. Visita con assiduità, quasi maniacale le mostre della Biennale, frequenta la residenza di Peggy Guggenheim a Palazzo Venier dei Leoni e poi ancora gallerie, così da cogliere gli aspetti singolari e innovativi dell’arte moderna. Partecipa a mostre collettive e individuali, in cui ottiene importanti riconoscimenti. Partecipa alle collettive della Fondazione Bevilacqua La Masa del 1963, 1964,1966. Alla 51° collettiva Bevilacqua la Masa del 1963 vince il primo premio per il disegno, in cui si distingue per la tecnica utilizzata del carboncino a sanguigna e nel 1966 ottiene il primo premio per la pittura.

    Dall’arte pittorica alla sperimentazione fotografica

    Alla fine degli anni sessanta ottiene una borsa di studio della John Cabot Foundation, che gli permette di vivere a New York per un anno: qui entra in contatto con l’Espressionismo Astratto, la Pop Art e il New American Cinema che gli trasmettono una visione più ampia dei movimenti moderni sulla scena internazionale. Lavora ad alcuni grandi disegni (uno di essi è oggi conservato presso la Rockfeller Foundation) e l’esperienza americana segna la nascita di un forte interesse per il cinema e la fotografia. A New York stringe amicizia con Paolo Vampa, che diviene sostenitore e produttore del suo lavoro; lo influenzerà in molte scelte e lo orienterà nelle svolte più importanti della sua carriera.

    Tornato in Italia, si muove tra Venezia e Roma, iniziando una nuova fase della sua ricerca sperimentale, in cui crea artigianalmente oggetti, che poi trasforma in dispositivi ottici per la produzione e riproduzione di originali immagini fotografiche, in un continuo alternarsi di arte e tecnologia.

    Nel laboratorio di Lendinara, in cui fa spesso ritorno, dà sfogo alla sua creatività: inventa, modifica, utilizza involucri di ogni tipo e dimensione: macchine fotografiche antiche, pellicole, conchiglie, foglie, bottoni, aghi, qualunque tipo di oggetto con un foro per l’ingresso della luce, che smonta e rimonta, facendone i punti di partenza per un’avventura personale, ritenendo più importante lo strumento utilizzato dell’immagine stessa.

    In un impeto creativo svuota la macchina fotografica, la riduce ad una primordiale camera ottica, attivando l’occhio magico del foro stenopeico: apre un piccolo spiraglio, senza lenti, in un involucro chiuso sul cui fondo pone una pellicola sensibile, in modo che solo la distanza tra il foro e la pellicola determini le varianti in scala prospettica. Nel foro stenopeico si vede come sarebbe la vita e la visione senza il bilanciamento del cervello.

    Il momento concettualmente più alto, in questo senso, è l’utilizzo del palmo della sua stessa mano come camera oscura contenente pellicola sensibile: sparito ogni tipo di macchina, industriale o artigianale che sia, è l’uomo stesso a farsi camera e ad accogliere la luce che darà l’immagine. Gioli si libera simbolicamente di ogni strumentazione e torna a rapportarsi con l’opera attraverso il proprio corpo: si libera di lenti, obiettivo, negativo, supporti tradizionali, rievoca e reinventa i rudimenti del fotografare, riscopre la magia ineffabile della luce come materia, recupera i supporti della carta da disegno, della seta, e tutto questo lo fonde con sofisticate tecnologie.

    Accanto a supporti di propria invenzione utilizza materiali sensibili prodotti dalla tecnologia industriale più avanzata, quali la Polaroid e il Cibachrome, che trasforma in oggetti a sostegno delle sue opere sperimentali sempre più complesse. Con la Polaroid, l’artista manipola il materiale sensibile della fotografia come fosse un pigmento pittorico; utilizza la materia vischiosa, il concentrato chimico interno al dispositivo, in modo anomalo, il residuo diventa elemento creativo, così come la macchina si trasforma in meccanismo, la storia in memoria, il caso in immaginazione, l’errore in spunto formale. Riporta l’immagine meccanica alle sue più pure radici storico filosofiche, discutendo il rapporto tra arte e tecnica; attraverso la reinvenzione creativa del fotofinish penetra nei dinamismi plastici stessi che creano l’immagine; rivivendo ed indagando profondamente la natura del materiale Polaroid, realizza una sintesi estrema fra alta tecnologia e antica manualità.

    Nelle sue opere notiamo che è presente una produzione continua di opere ispirate alla storia dell’arte; soprattutto i volti lo attraggono, come quelli rappresentati nelle tele da Signorelli a Mantegna, da Piero della Francesca a Durer, Da Courbet a Van Gogh. Attraverso l’esperienza stenopeica, riprende le vedute veneziane di Canaletto, oppure opere dedicate alla natura, come i giardini e le piante di Monet, mescolando idealmente la propria creatività a quella di altri, non senza escludere talvolta processi di immedesimazione.

    Dalla fotografia al cinema sperimentale

    Anche nel cinema Gioli trasferisce le sperimentazioni che utilizza nella fotografia, animazione, found-footage, riprese stenopeiche; costruisce immagini fotografiche ricche di significati allegorici ed allusivi, mai ispirati ad un naturalismo fotografico, ma frutto della sua immaginazione. L’attività filmica non è separabile da quella fotografica e la stessa infaticabile ricerca lo dimostra.

    Tra Rovigo e Roma produce i suoi film che sviluppa da sé stesso usando la cinecamera come un laboratorio, sulle orme dei fratelli Lumière, ottenendo riconoscimenti e interesse da parte della critica, con una personale allestita all’Istituto Nazionale per la Grafica di Roma nel 1981, al MNAM (Centre Pompidou di Parigi) nel 1989. Nel 2006 una selezione dei suoi film viene presentata in una sezione speciale del New York Festival, dove diventa una presenza costante; e l’anno successivo è invitato alla 44esima edizione dell’Hong Kong International Film Festival, dove verrà chiamato ogni anno a presentare la sua ultima produzione.

    Nel 2008 una selezione dei suoi film viene presentata a Toronto, all’International dedicata alle Avanguardie. E poi ancora una vasta rassegna delle sue opere viene presentata in Italia, sino al 2015 quando partecipa con una selezione di opere al Padiglione Italia della 56^ Esposizione Internazionale d’Arte alla Biennale di Venezia.

    L’artista prosegue la sua attività ininterrottamente, trascorrendo lunghi periodi a Saguedo (frazione di Lendinara) dove nel suo studio/laboratorio continua a raccogliere, sezionare, congiungere, sperimentare diversi materiali; inventa nuove immagini da cui traspare tutta la sua creatività e fantasia, le doti innate che lo portano a ottenere i livelli più alti dell’arte filmica e cinematografica.

    Ora che la storia terrena di Paolo Gioli si è conclusa, sta scaturendo maggior interesse per la sua arte, proprio nei luoghi da cui si era allontanato adolescente per inseguire il suo sogno, e in cui era ritornato, dopo aver ottenuto riconoscimenti in ogni parte del mondo.

    Impareremo a conoscerlo meglio pure noi polesani e gli tributeremo finalmente tutti i meriti, di cui finora ci siamo dimostrati piuttosto parchi?

  • Girolamo Silvestri (1728-1788)

    Girolamo Silvestri (1728-1788)

    La bella mostra “Il Conte e il Cardinale, la Collezione Silvestri”, allestita dal 30 novembre 2023 al 10 marzo 2024 a Palazzo Roncale, ci ha dischiuso le porte ad una duplice bellezza fatta di quadri coinvolgenti (di cui alcuni di notevoli dimensioni e grande pregio) e di immagini di due antichi preziosi codici miniati del XIV e XV secolo. Tesori splendidi, di cui Rovigo può andare fiera, custoditi presso l’Accademia dei Concordi, di cui abbiamo dato conto nel n. 64 di questa rivista (testo di Rosanna Beccari, pag. 8 e successive).

    Oltre ad ammirare le autentiche meraviglie d’arte (solitamente celate agli occhi dei visitatori) l’esposizione del Roncale è stata anche l’occasione per lumeggiare la storia della nobile famiglia Silvestri.

    L’attenzione si è concentrata in particolare sui due ultimi rappresentanti citati nel titolo della mostra – il Conte Girolamo (1809-1874) ed il Cardinale Pietro (1803-1875) – che, non avendo eredi diretti, lasciarono il loro ricco patrimonio ad istituzioni rodigine. In particolare donarono all’Accademia dei Concordi la loro pregevole collezione libraria nel 1858, mentre erano ancora in vita; quella pittorica, destinata all’Accademia dei Concordi e al Seminario Vescovile, divenne operativa dopo la loro morte nel 1877.

    I Silvestri del ‘700

    La mostra ha suscitato anche interesse e curiosità nei confronti di vari antenati dei due citati ultimi discendenti della famiglia rodigina. La riproduzione ingrandita di un albero genealogico, realizzato nell’Ottocento da Eugenio Piva, e una serie di riquadri con notizie biografiche relative ad alcuni importanti personaggi del nobile casato hanno dato ai visitatori un’idea della storia della famiglia Silvestri, le cui notizie iniziali risalgono al XIII secolo.

    Di origine ferrarese, arricchitasi nel corso dei secoli, la famiglia ebbe dimora nel palazzo Silvestri, di fattura quattrocentesca, che sorge sull’omonima via, un tempo denominata S. Francesco, per la presenza in loco della chiesa e del convento (questo non più presente) dedicati al Santo.

    E in questo palazzo furono ospitate le due collezioni, implementate da esponenti della famiglia Silvestri nel XVII e soprattutto al XVIII secolo.

    Per quanto riguarda la collezione pittorica, dobbiamo far riferimento in particolare al conte Rinaldo (1729-1807); per quella libraria al canonico Girolamo (1728-1788): il primo, indicato nell’albero genealogico come Rinaldo VI; il secondo, individuato come Girolamo V. Va citato anche un terzo fratello, Camillo IV, che lasciò ben presto la famiglia scegliendo la vita monastica dei Benedettini di Monte Oliveto, col nome di dom Silvestro.

    Toccò dunque a Rinaldo, l’unico dei tre che non prese i voti, assicurare la continuazione della dinastia, generando Carlo II (1776-1833) destinato poi a divenire padre del “Conte” e del “Cardinale”, i due donatori delle collezioni.

    Dei tre succitati fratelli Silvestri, vissuti in pieno ‘700, fu Girolamo V a primeggiare, lasciando una traccia significativa del suo operato. Un personaggio davvero illustre che è opportuno conoscere.

    Girolamo V Silvestri (1728-1788)

    Nato dal prolifico matrimonio (benedetto dalla nascita di ben 11 figli) di Carlo I Silvestri (1681-1754) con Arapalice Paoli, Girolamo Silvestri venne alla luce nel 1728, ricevendo fin da fanciullo una educazione umanistica, sfociata poi nella frequentazione dell’Università di Bologna. Stupì, appena diciasettenne componendo un’orazione recitata a fine mandato del podestà dell’epoca; e ben presto si distinse con composizioni letterarie e relazioni su temi di vario argomento. Seguì studi filosofici e teologici sentendosi chiamato alla vita religiosa: divenne sacerdote nel 1752 all’età di 24 anni, venendo poi nominato canonico della Collegiata rodigina di Santo Stefano¹.

    Girolamo amava i libri e gli studi, rifuggendo le occasioni mondane e le iniziative di intrattenimento fine a se stesse. “Natura lo soccorse dei precipui doni di perspicacia ed aggiustato intelletto e di cuore”, ci informa uno scritto redatto nell’Ottocento² che così prosegue: “A questi doni questo accoppiò di una potente memoria per cui formò sempre l’ammirazione di quelli che con lui conversavano”. Lo stesso scritto ci parla della sua riconosciuta capacità di intervenire mettendo fine alle liti tra famigliari o cittadini, con grande soddisfazione: “Unico compenso e conforto di lui era vedere avvicinati gli animi, tolti da quella ira o rancore che le liti promuovono”.

    Girolamo amava la concordia ed aveva una concezione altamente morale della vita, che riteneva da vivere con impegno, promuovendo il benessere sociale e il miglioramento delle condizioni di vita dei più disagiati. E proprio per tale motivo, il suo interesse si rivolse anche alle materie scientifiche, ritenendo che lo sviluppo di queste discipline potesse veramente aiutare l’avvio di iniziative economiche a vantaggio della collettività.

    Di Girolamo Silvestri si conserva un bel ritratto, opera di A. Cavallucci (1752-1795), che raffigura un personaggio dal fisico asciutto, il volto un po’ scarno, ma regolare e tranquillo, con un quasi impercettibile segno di sorriso. Uno studioso, nero vestito, assiso dietro al tavolo di lavoro, con una penna impugnata con la mano destra, mentre la sinistra è appoggiata su un libro presente con altri sullo scrittoio, assieme ad alcune monete antiche e piccoli reperti archeologici della collezione di famiglia. Alle spalle del personaggio una scaffalatura occupata da tanti volumi oggetto di studi. Un quadro eloquente, che ci fornisce l’immagine di uno studioso interessato ad indagare, con l’ausilio di dotti libri, lo scibile umano.

    Ma Girolamo Silvestri non si dedicò solo allo studio, dovendosi anche accollare l’amministrazione della composita famiglia dopo la morte del padre, avvenuta due anni dopo la sua ordinazione a sacerdote. E dedicando anche tempo e sostanze all’acquisto di volumi per implementare la pregevole biblioteca attivata dai progenitori, in particolare dal nonno Camillo (1646-1719) e dal padre Carlo I (1681-1754).³ In alcuni casi volumi davvero rari (e costosi) che accrescevano il valore della ricca raccolta libraria, richiamando a casa Silvestri studiosi provenienti da ben oltre i confini della provincia.

    Tra gli acquisti in campo librario, da ricordare, tra l’altro il “salvataggio” della ricca biblioteca della studiosa rodigina Cristina Roccati, precipitata in povertà dopo che il padre, coinvolto in scorrette operazioni economiche, aveva precipitosamente lasciato la città. Interessatissimo ad incrementare da dotazione libraria di Rovigo, da autorevole uomo di chiesa Girolamo si occupò anche della biblioteca del Seminario, procedendo all’acquisto di volumi sia per gli insegnanti che per gli scolari e prestando anche attività di docente.

    Sempre in questo periodo a palazzo Silvestri cresceva anche la collezione di quadri, curata principalmente dal fratello Rinaldo, il quale però per gli acquisti doveva avere pur sempre l’avallo del fratello Girolamo, amministratore del patrimonio familiare.

    In ogni caso l’interesse principale del Canonico rodigino fu verso i libri, sia per rifornire la ricca biblioteca di famiglia (aperta a consultazioni di quanti fossero interessati ad approfondire le conoscenze) sia per agevolare i suoi studi che non si rivolgevano soltanto a materie legate alla storia, alla filosofia classica, alla filologia e alla teologia, ma sempre più verso gli scritti dell’epoca, permeati dalle nuove idee dell’Illuminismo; testi che guardavano all’emancipazione dei popoli, nell’intento di dar vita ad una società meno classista, e a risolvere problemi basilari, a cominciare da quello alimentare, assicurando un vitto adeguato anche alle classi più umili.

    In vista di questo obiettivo Girolamo dedicò studi ed anche iniziative pratiche finalizzate a migliorare le produzioni dei campi. Troviamo testimonianza di questo impegno specie in vari suoi scritti, pubblicati nel periodico Il Giornale d’Italia che si stampava a Venezia, nei quali il Silvestri trattò tematiche sociali, guardando con speranza a nuove tecniche produttive ed incentivando la ricerca e la sperimentazione.

    Seguendo questi suoi interessi, egli fu inoltre tra i promotori, in seno all’Accademia dei Concordi (di cui era socio e collaboratore attivo) della creazione dell’Istituto delle Scienze (anno 1871), tenendo poi seguite lezioni settimanali. Relazioni su argomenti pratici, di stampo economico, con l’obiettivo di veder attivate iniziative volte allo sviluppo del territorio polesano. Sorprendente scoprire oggi che un ecclesiastico si sia tanto interessato di problemi connessi al miglioramento delle pratiche colturali. La sua preparazione in campo agronomico ebbe importanti riconoscimenti, ed il Silvestri venne anche interpellato per consulenze dal governo della Serenissima.

    Tra i vari scritti, a mo’ di esempio, si può citare quello relativo all’allevamento ovino in Polesine, del cui impoverimento il Silvestri si amareggiava. Nei suoi interventi egli sottolinea il danno dovuto alla tendenza a trascurare questo aspetto legato all’agricoltura, auspicando la nascita di una filiera produttiva che partendo dall’allevamento ovino e dalla produzione di lana, si estendesse all’attivazione di aziende di lavorazione, con la produzione di panni e capi di pregio. Si sarebbero così creati posti di lavoro e quindi ricchezza, con un ciclo virtuoso a beneficio dell’economia e al miglioramento delle condizioni di vita degli strati popolari della società.

    Girolamo Silvestri badava al concreto. “L’uomo deve operare – scrisse e ripeté più volte – per lasciare nel mondo una prova concreta della sua esistenza”. Dunque una vita improntata all’operosità e alla ricerca del bene comune. Una visione, quella del canonico rodigino, in cui il trascendente doveva armonizzarsi con la quotidianità: le spinte democratiche desunte dal pensiero illuminista, dovevano fondersi con gli insegnamenti della Chiesa per dar vita ad una società che progredisse su basi di fratellanza, mirando al bene comune.

    Per perseguire i suoi obiettivi Girolamo non trascurò di avvalersi di persone competenti. A questo proposito vanno ricordati in particolare due personaggi: Francesco Bartoli e Gioacchino Masatto.

    Figura singolare il primo, attore di professione, ma anche vero amante dell’arte ed autore in questo settore di varie guide. Costui, abbandonate le scene dopo il tradimento e la fuga della moglie (anche lei attrice), si stabilì a Rovigo, aprendo una libreria, ed attivandosi per fornire al Silvestri vari libri di pregio. Fu anche consulente in campo artistico, e a lui si deve fra l’altro l’importante testo “Le pitture, sculture ed architetture della città di Rovigo”, pubblicato nel 1793 (quindi dopo la morte di Girolamo), in cui viene descritta la quadreria dei Silvestri e quella di altre nobiliari famiglie rodigine.⁴

    L’altra figura di riferimento fu Gioacchino Masatto (1756-1820), anche lui canonico come Girolamo Silvestri. Si occupò prevalentemente della biblioteca, portando a termine la catalogazione dei circa 36.000 volumi e svolgendo a tutti gli effetti il ruolo di bibliotecario dei Silvestri. Incarico che continuò ad esercitare fino alla fine della sua vita, per alcuni decenni dopo la morte di Girolamo.⁵

    Una curiosità va ricordata soprattutto relativamente alle modalità di acquisto di volumi portati a termine da Girolamo a Venezia che giungevano a Rovigo in barca seguendo le vie fluviali: il pagamento non infrequentemente avveniva “in natura”, ovvero con la fornitura di generi alimentari polesani, apprezzati e spesso richiesti a Venezia per la convenienza economica riscontrata.

    Un’altra attività seguita per tutta la vita da Girolamo Silvestri fu quella epigrafica, legata in particolare ai rinvenimenti archeologici di lapidi recanti iscrizioni romane, portate alla luce specie nell’area adriese. Testimoniano ciò i frequenti scambi epistolari tenuti con Francesco Girolamo Bocchi e Alvise Grotto di Adria: missive in cui spesso appaiono disegni di lapidi o di frammenti di vasi greci dipinti, recuperati in varie occasioni.

    Fu quella di Girolamo un’esistenza impegnata, ricca di relazioni con personaggi di rilievo, che non infrequentemente venivano accolti a casa Silvestri per agevolare i loro studi o per ammirare le collezioni d’arte.

    Morì quasi sessantenne, il 30 luglio 1788, dopo una vita dedicata al bene collettivo e al progredire della cultura, in vista di un miglioramento delle condizioni sociali della collettività.

  • Una storica mostra campionaria

    Una storica mostra campionaria

    Domenica 6 aprile 1873, a Rovigo, nella sala del Teatro Zammatteo si apriva una importante esposizione organizzata dalla Società Operaia di Mutuo Soccorso, di cui era presidente il conte e filantropo Domenico Angeli. Fu la prima manifestazione di tal genere nel Polesine post-unitario, che suscitò sicuro interesse e ampi consensi.

    Innanzitutto una nota sul teatro Zammatteo, realizzato dal mio trisnonno Antonio (1814-1892) e da suo fratello Michele (1816-1870): di quest’ultimo ho cercato di rinverdire la memoria nel n. 64 di questa rivista (pag. 67 e successive), mettendo in luce soprattutto la sua apprezzata attività di pittore.

    I fratelli, di nascita bellunese ma cresciuti in Polesine, amavano molto Rovigo. Avevano partecipato attivamente al Risorgimento e, dopo la terza guerra di Indipendenza che portò il Veneto a far parte dell’Italia unita, erano certamente orgogliosi di contribuire alla crescita del capoluogo del Polesine. Cosicché realizzarono il teatro ubicato nella casa paterna in via Borghetto (oggi via Manzoni), dove (contestualmente alla demolizione dell’Oratorio di San Rocco, su cui i due avevano operato un restauro nel 1855) sul finire degli anni 1930 sorse con forme funzionaliste il cinema Littorio, poi Odeon.

    Non sono in grado di dire fino a quando il teatro Zammatteo restò attivo, certamente nei primi anni del 1900 fu acquistato dall’avvocato rodigino, Giacomo Levi, che lo intitolò al figlio Dante. Ma è interessante venire a conoscenza del ruolo significativo svolto fin dalla sua apertura, nel 1866. Infatti ospitò non solo spettacoli teatrali e una scuola musicale, ma fu anche la prima sede della Società Operaia di Mutuo Soccorso, a cui si deve, appunto, la esposizione di prodotti eccellenti realizzati nel territorio, allestita nella primavera di 150 anni fa.

    Della mostra campionaria rodigina riferisce dettagliatamente un articolo apparso a puntate su “La Voce del Polesine”¹ a partire dal 12 aprile 1873, con il titolo “Un giro nella sala del Teatro Zammatteo”.

    Grazie alla perizia dell’ignoto cronista, emerge chiaramente lo spirito che animava la città dopo l’unificazione. Innanzitutto trapela una grande voglia di emancipazione e di progresso, nonché lo spirito fortemente laico tipico dell’epoca, improntato alla concretezza del fare, praticando “la religione del lavoro e del dovere” in antitesi ad altri santuari ove si santifica l’inerzia e si considera l’ozio e l’imprevidenza come tipi di perfezione”.

    Testimone d’eccezione di quel clima effervescente, e partecipe all’esposizione, fu Giovanni Biasin, il pittore della joie de vivre, il quale ormai abitava stabilmente a Rovigo ed era già famoso: assieme al figlio Vittorio poi sarebbe stato molto attivo negli eventi che avrebbero condotto alla fine del secolo.

    Ma nel racconto della mostra non c’è solo la Belle Époque. A un livello di lettura più profondo si coglie un forte spirito di coesione sociale; grazie all’esposizione, è la comunità che si mette alla prova. Ad esempio, dove si trovano esponenti delle famiglie Ancona e Ravenna, sullo sfondo c’era ancora la ventata di novità del primo periodo napoleonico con il suo impulso verso lo sviluppo dell’industria locale.

    Allora si era affermata definitivamente quella partecipazione alla vita pubblica della comunità ebraica locale, che nel 1866, dopo la Terza guerra di Indipendenza e l’inclusione del Veneto nel nuovo stato unitario, venne chiaramente confermata.

    Già nel 1848 Gerolamo Modena era stato eletto presidente della Camera di Commercio; ora Ferdinando Ancona e altri due israeliti, Moisè Ravenna e Giuseppe Bianchini, sedevano nel consiglio comunale, che si componeva di trenta membri.

    Rievocare quel “giro nel teatro” di 150 fa è qualcosa di più di un semplice ricordo o di una curiosità. Ecco dunque il testo integrale:

    Rovigo, 12 aprile 1873

    Un giro nella sala del teatro Zammatteo –

    L’uomo che basta a se stesso col proprio lavoro è per me la persona più rispettabile della società e le boriose nullità che sprecano il patrimonio avito nell’ozio e nell’indolenza, considerai sempre come gli esseri più ridevoli di questo mondo. La religione del lavoro, emanazione della religione del dovere, è l’unico credo a cui abbasso la cervice, perché sul libero lavoro dell’individuo si fonde l’esistenza e la prosperità dell’intera società umana.

    Codesti sentimenti mi si risvegliano più vivi ogni qual volta pongo il piede in quei santuari moderni dove si fa mostra dei progressi e dell’abilità dei lavoranti, da porsi a riscontro ad altri santuari ove si santifica l’inerzia e si considera l’ozio e l’imprevidenza come tipi di perfezione.

    Senonché facciamo tregua col filosofeggiare che mi porterebbe chissà dove e poniamo piede nella sala dell’esposizione.

    L’occhio resta subito soddisfatto. La disposizione degli oggetti, la scelta dei colori, l’ordine perfetto dell’insieme e delle singole parti, rivelano la mano maestra ed in fatti ci si sussurra all’orecchio che l’incarico fu deferito al professore Andrea Provini.

    Appena entrati, troviamo a destra oggetti di conciapelli e saggi di tintura di pelli, esposti dal signor Turazzini Angelo. Risalta specialmente all’occhio una pelle nera che si distingue per morbidezza e veli tinti in giallo che farebbero credere alla favola di Giasone, tanto è vivace il color giallo d’oro. Il signor Turazzini Angelo è direttore della concia di pelli del signor Ravenna Mandolino e a giudicare dagli oggetti esposti mostra di possedere scienza e passione per l’arte che professa. Con un simile direttore e coi capitali di cui può disporre il sig. Ravenna si possono fare grandi cose e si potrebbe dare alla fabbrica uno sviluppo da gareggiare non soltanto coll’industria nazionale, ma tener fronte ben anco all’estera. Il signor Turazzini fu premiato con medaglia d’argento.

    Come punto di demarcazione fra le pelli del Turazzini e gli oggetti di tintoria esposti dal signor Merescotti Giuseppe, sta un album di stampe del signor Giuriati Gaetano.

    Abbiamo sfogliato quell’album e oltre a pregievolissimi lavori di impressione, abbiamo rimarcato la riproduzione al naturale di foglie e fiori.

    A primo aspetto sembra di aver innanzi un saggio di stampa naturale, ma non è così, perché il processo seguito dal signor Giuriati, come si rileva dalla nota che accompagna il suo lavoro, non è quello dell’Auer di Vienna, e non è neppure una modificazione di tale processo, ma è una invenzione del Giuriati.

    Vi sono pure dei saggi di applicazione dei processi di fotografia alla litografia, abbastanza ben riusciti.

    Si vede però che sono saggi soltanto, che hanno bisogno di esser perfezionati.

    Auguriamo al signor Giuriati un mecenate, che lo ponga nella condizione di rinnovare i suoi esperimenti sopra scala più vasta. Fu premiato colla medaglia di bronzo. (Continua)

    Un giro nella sala del Teatro Zammatteo (Continuazione)

    Dopo l'Album del signor Giuriati Gaetano ci si presenta agli occhi un cumulo di cotoni, di sete, di campioni variamente tinti. Sono i lavori in tintoria del signor Alarescotti Giuseppe. Meritano speciale attenzione i cotoni tinti in moltissime gradazioni di vari colori come pure alcuni capioni tinti e ritinti a due colori, nei quali la trama è di lana e l'ordito di cotone, fu premiato colla medaglia di bronzo.

    Anche il signor Montanari Luigi ha esposto oggetti di tintoria, e si rimarca la diligenza speciale degli stampati ed il lustro e marezzo dato con molta cura a mezzo del mangano. Fu pure premiato colla medaglia di bronzo.

    Girardello Matteo e Bianchi Luigi esposero oggetti di calzoleria. Il Bianchi si distinse per uno stivaletto di donna ad uso soprascarpa con scarpetta interna di raso per signora. Il Girardello per l'eleganza e finitezza di lavoro nei stivaletti da uomo. Ebbero tutti e due medaglia di bronzo.

    Sulla parete sono appese delle cornici dorate e poco lungi sono esposti dei campionari di finti legni. Specialmente le cornici sono dorate con molta arte e finitezza, fu premiato con medaglia di bronzo.

    Segue un orologio a sveglia e quadrante in vetro dell'orologiaio Prandini Stefano, lavoro eseguito con molta cura ed una mola a susta da porta, nonché un bastone, esposti da Baccan Stefano. La mola a susta non attirò l'attenzione, perché era oggetto poco appariscente, ma ha il merito dell'invenzione.

    I violini del signor Trussardi Paolo di Arquà, benché non accontentino pienamente l'occhio dal lato estetico, furono però giudicati buonissimi dai competenti dell'arte e premiato l’espositore con medaglia d'argento.

    Ci si presenta quindi una serratura all'inglese lavorata con molta finitezza dal sig. Giacomo Rondina e dovemmo ammirare la perfezione del suo lavoro considerando che lo condusse a tale senza le macchine e gli aiuti di cui possono disporre le grandi officine. Stavano pure esposti dei bracciali d'oro, lavorati a fogliami o tutto a martello. Lavoro difficile e che merita d’essere apprezzato. Sul piatello in cima a ciascun braccio rimarcammo una scritta. Decifratala leggemmo: Società operaria degli interessi cattolici. A tal lettura ci corse subito pelle vene una dolce compiacenza i candelabri si suffusero di una splendida aureola ed in mezzo ci apparve con un compiacente sorriso sulle labbra la simpatica faccia del celebre Mestro Michi.

    Il sig. Rondina Giacomo fu premiato con medaglia d'argento. (Continua)

    Un giro sulle sale nel Teatro Zammatteo (Continuazione)

    A piedi della gradinata provvisoria che conduce sulla scena troviamo un segretaire lavorato in legno a rimesso. Ebbe dalla Commissione aggiudicatrice menzione onorevole.

    Passiamo ora sulla scena. A destra troviamo prima di tutto un lavoro d'intaglio in bosso; rappresenta Cristo in croce e gli fu aggiudicata una menzione onorevole. Lì presso si vedono parecchi bassorilievi in legno ed in plastica del Missaggia Domenico. Si vede che aggiungendo lo studio al genio il Missaggia potrebbe aspirare ad un aringo maggiore. Le sue ispirazioni le prende dai santi e dalla chiesa però gli raccocomandiamo di studiare, vedere ed osservare, in lui c'è la stoffa di diventare qualche cosa. Fu premiato colla prima medaglia di bronzo.

    Seguono i quadri ad olio del signor Biasin Giovanni. I quadri del Biasin non sono una novità, per chi ebbe a visitare le nostre esposizioni regionali. Anche all'ultima di Treviso occupavano un bel posto. L'arte va incoraggiata, specialmente a nostri tempi, che più difficile si è l'arringo, per cui ha fatto benissimo il giurì premiando con medaglia d'argento i quadri del Biasin.

    La sezione, in miniatura, delle arti si chiude con un ornato in acquarello ed in plastica del signor Maltarello Priamo, un disegno di architettura all'acquarello del signor Mastellaro Pietro e di fronte un modello di un padiglione per giardino di Chiarion Antonio.

    Passiamo ora alla sezione chimica. Primo a presentarsi è il signor Gambaroni Adone con Medicinali ed inchiostro e quindi il signor Pavanini Egisto con medicinali.

    Il signor Gambarotti ebbe pel suo inchiostro una menzione onorevole. Su medicinali troviamo la scritta: giudizio sospeso. Perché? – La scienza insegna il modo di giudicare senza molti apparati la purezza dei preparati, per cui crediamo che non fosse poi così difficile esporre un giudizio! (Continua)

    Un giro sulle sale nel Teatro Zammatteo (Continuazione)

    Dai medicinali passiamo a sostanze più saporite. Sarebbe, come a dire, il gruppo delle bibite fermentate. Troviamo per primo il signor Zuccolini Francesco che espose della birra e del Fernet; i signori Turazzini Angelo e Sayler Attilio con vini da pasto. La birra del sig. Zuccolini ha già acquistato fama in provincia, il giury le aggiudicò una menzione onorevole.

    Scendiamo dalla scena e troviamo un caratello senza cerchi del signor Ferazzolo Luigi che ebbe pure una menzione onorevole e lì presso alcuni lavori usciti dall'officina Voghera e Compagni, come sarebbe un tavolone con rimesso, lavoro del signor Marcassa Filippo; un tavolino da lavoro con intarsi eseguito dal signor Raule Luigi; un lavamano a finto comò di rimesso del sig. Crivellaro Pietro ed una poltrona con tappezzeria del signor Regazzi Giovanni. Ciascuno di questi espositori ebbe la menzione onorevole.

    Sopra un lungo tavolone stanno disposti, prima di tutto un bel numero di volumi di diverso formato lavoro, di legatura del signor Bedinello Luigi, premiato con medaglia di bronzo ed un lavoro di cartonaggio del signor Tonini Luciano.

    Seguono quindi i saponi dalla fabbrica di Ancona Raffaele e Leone premiati con medaglia d’argento.

    Si volle con questa medaglia, oltre al buon lavoro ed alla modicità, premiare l'iniziativa per una nuova industria introdotta in Rovigo. Non dimentichiamo una lastra appannata esposta dal signor Carestiolo Gaetano.

    Ci troviamo ora dinnanzi ad un industria, che in questi ultimi anni, mercé la petulante tirannia della moda e la docile defferenza del gentile sesso, ebbe uno sviluppo imporantissimo, diciamo dell'industria dei capelli finti. Sarà una debolezza, ma quell'artificiosa catasta di peli di ogni qualità, che passa sotto il nome di chignons e nasconde le morbide treccie di cui madre natura dottava la donna ci è sovranamente antipatica, come ci sono antipatici le treccie, i ricci o tutto quel volume artificiale che deturpa il lavoro della natura.

    Ciò premesso, a scarico di coscienza, dobbiamo convenire che i nostri parrucchieri sono all'altezza dei tempi e per la morbidezza dei peli e la naturalezza delle tinte sono molto innanzi sulla via della perfezione. I signori Sandonati Giovanni, Piva Francesco e Businaro Domenico sono gli esponenti di capelli lavorati. I signori Sandonati e Businaro ebbero la menzione onorevole.

    Dalla testa allo stomaco non c'è che una piccola linea di demarcazione. Facciamo un passo e ci troviamo di fronte alla porcina insaccata dei signori fratelli Viola. Per un gastronomo di professione ce n'è da restare a bocca aperta e da far venire l'acquolina. Ebbero la medaglia d'argento.

    Vi fu taluno che si formalizzò perché i quadri del Biasin, le serrature del Mondina, i lavori in conciapelli del Turazzini sieno stati pareggiati ai salami dei fratelli Viola. Però questi signori hanno torto e mostrano di non conoscere che cosa sia un'esposizione.

    Certamente che sarebbe stato meglio dividere gli oggetti esposti e quindi i premi per categorie: ma in una esposizione minuscola come la presente sarebbe stato cosa ridicola formare delle categorie, in ciascuna delle quali avrebbe figurato un solo e per molte altre nessun esponente. Un industria paesana che ha fama fuori di Rovigo cd ebbe premio in altre esposizioni non si poteva trascurare, per quanto sia relativo il merito dei confezionatori dei salumi in questione.

    Chiude la sezione dei commestibili una immensa focaccia, fuori di concorso, del signor Battisti Francesco e del pane molto ben confezionato del sig. Ferarese Antonio.

    Nel prossimo numero riassumeremo le nostre impressioni e chiuderemo questo breve rendiconto dell'esposizione. (Continua)

    Un giro sulle sale nel Teatro Zammatteo (Continuazione)

    Abbiamo finito il giro nella sala e passato in rivista gli oggetti esposti: ora diremo qualche cosa sull’impressione che lasciò in noi tale mostra.

    La presidenza della società di mutuo soccorso fece, a nostro giudizio, opera comendevolissima iniziando codesta mostra, perché se pure non hanno una grande importanza e per il numero degli esponenti e per la natura degli oggetti esposti, portano però moltissimi vantaggi.

    E prima di tutto l'emulazione diventa sprone a lavorare con maggior perfezione, in secondo luogo si fanno conoscere molti bravi operai che altrimenti vivrebbero all'oscuro, ma soprattutto si abituano operai ed industriali ad uscire dalla incarnata ed inveterata apatia e si fa loro toccare con mano il vantaggio che si ritrae col far conoscere i prodotti del proprio lavoro e della propria industria.

    Ci sono stati dei lagni delle recriminazioni, si fecero dello critiche sui giudizi emessi dalla Commissione, questi sono néi, ai quali non è possibile sfuggire, specialmente quando trattasi di cose affatto nuove, come sono le esposizioni nella nostra città.

    Per ultimo esprimiamo un pio desiderio fino ad ora abbiamo tentato in Rovigo due saggi; la prima con un’esposizione fiera di vini per iniziativa della società del Carnovale, l’altra pochi giorni sono per iniziativa della società operaia: speriamo che le autorità provinciali, edotte dalla buona riuscita di questi due primi esperimenti, vorranno a tempo preoccuparsi del quesito di iniziare una esposizione provinciale dei prodotti agricoli ed industriali.

  • La Dolente di Giacciano

    La Dolente di Giacciano

    Il secondo centenario dalla morte di Antonio Canova (13 ottobre 1822) ha visto il realizzarsi di varie iniziative di celebrazioni, alcune delle quali tuttora in atto.

    Nei luoghi canoviani, partendo da Possagno, passando per Bassano, Treviso e Venezia e poi giù fino a Firenze, Roma e Napoli è stato un fiorire di mostre, convegni di studio e di nuove edizioni dedicate al grande artista.

    Qualcosa si è fatto anche in Polesine, non con i mezzi e la risonanza delle celebrazioni ufficiali, ma grazie all’Università Popolare, che ha programmato due lezioni sul Canova, tenutesi nella sala civica del comune di Giacciano con Baruchella, seguite dalla visita alla splendida stele canoviana, denominata La dolente, conservata nella vicina chiesa parrocchiale di Giacciano: un bassorilievo in marmo di Carrara, dedicato alla nobildonna Adelaide Foscarini, defunta moglie del marchese Carlo Guido Bentivoglio. L’iniziativa ha riscosso il gradimento dei partecipanti, per cui già si prevede di replicarla nel prossimo ciclo di lezioni. Ma ha destato anche la loro meraviglia, per il fatto che un’opera così rilevante sia di fatto sconosciuta alla maggior parte dei polesani.

    Canova dimenticato e riscoperto

    In effetti, nel corso del Novecento tutta l’arte neoclassica – che aveva nel Canova il massimo esponente – era stata un po’ dimenticata, offuscata da nuove correnti artistiche quali il futurismo, l’astrattismo, il surrealismo, la metafisica e quant’altro d’innovativo veniva proposto. A pesare negativamente sul Canova fu anche il giudizio, a dir poco sommario, dello storico e critico d’arte Roberto Longhi che nel 1946 lo definì come uno “scultore nato morto, il cui cuore è ai Frari, la cui mano è all’Accademia e il resto non so dove”. Evidentemente, non aveva capito che il Canova non copiava tal quale la statuaria di epoca greco-romana, ma la reinterpretava in chiave moderna, aggiungendovi di suo la tridimensionalità (le sculture sono egualmente rifinite e apprezzabili su ogni lato) e quella bellezza ideale, quell’eleganza, quella perfezione, quel dinamismo, quel soffio vitale che trasformano “il freddo marmo in viva carne”.

    Lo aveva compreso il Foscolo, che lo definì “artefice di numi” e non si trattenne dall’accarezzare teneramente la splendida statua della Venere Italica mentre esce dal bagno, quasi fosse una dea vivente. Ed è questo che rende originali le opere del Canova, perché ieri come oggi ci trasmettono emozioni, sensazioni, il che le rende sempre attuali, immortali.

    Prova ne sia che, pochi decenni dopo l’ingiusta stroncatura del Longhi, l’arte del Canova è tornata al centro degli interessi degli storici, dei critici e anche del grande pubblico. Basti considerare che le visite alla Gypsoteca di Possagno, dove sono esposte unicamente le matrici in gesso delle sue sculture, hanno raggiunto quota 75 mila visitatori all’anno con tendenza all’aumento; numeri significativi di un gradimento che continua nel tempo e che raramente possono vantare le gallerie d’arte contemporanea.

    Canova e il suo tempo

    È ovvio che, con tali raffinatezze, le sculture del Canova fossero già al suo tempo molto ambite e costose: i prezzi variavano mediamente tra i 3.000 e i 10.000 Scudi romani a seconda delle dimensioni e della complessità dell’opera (uno Scudo equivale a circa 100 Euro attuali). Per esempio, il principe Camillo Borghese sborsò 6.000 Scudi per la statua della moglie Paolina Bonaparte (e per fare cassa fu costretto a vendere al governo francese la collezione d’arte antica di famiglia, ben 695 pezzi tra statue, vasi e rilievi antichi, ora esposti al Louvre), ma il principe di Torlonia, ricco banchiere romano, pagò ben 18.000 Scudi per il gruppo di Ercole e Lica.

    Di conseguenza, le opere del Canova erano accessibili solo ai committenti più facoltosi di quel tempo: imperatori, re, papi, lord inglesi, principi russi, imprenditori di successo, una ricca élite che andava a gara e non badava a spese pur di avere un’opera del grande maestro. Questo ha comportato che la stragrande maggioranza delle sue creazioni siano finite all’estero; e quando non si trovino ancora in collezioni private (come quella della famiglia reale inglese in Buckingham Palace), sono finite nei grandi musei, come l’Ermitage e il Louvre, massimi detentori di opere canoviane e in misura minore nei Musei Vaticani e al Victoria and Albert Museum di Londra, tanto per citare i più forniti. In numero più limitato ve ne sono altre sparse in vari musei d’Europa, da Vienna, a Ginevra, a Berlino e ultimamente anche al Paul Getty Museum di Los Angeles, un ente dotato di grandi disponibilità finanziarie, che ha iniziato a comperare sculture del Canova.

    Perciò, se escludiamo la città di Roma, in Italia è rimasto poco: al museo Correr di Venezia e agli Eremitani di Padova troviamo solo le opere giovanili del maestro; alcune belle ma isolate realizzazioni si trovano a Firenze, Napoli, Milano, Bologna e Genova. Ma una città come Treviso, che è la terra natale di Antonio Canova, non conserva alcuna opera del suo illustre cittadino e rarissime sono quelle presenti nei comuni di provincia.

    Tutto ciò ci fa capire come l’arte del Canova fosse apprezzata in tutta Europa e nello stesso tempo come sia una grande fortuna per un piccolo paese come Giacciano conservare nella propria chiesa un’opera realizzata nell’atelier del grande maestro: la stele di Adelaide Foscarini denominata La Dolente.

    Lo scultore de “La Dolente”

    Il primo ad ipotizzarne la mano del Canova fu l’illustre prof. Giuseppe Fiocco (docente universitario e critico d’arte nato proprio a Giacciano nel 1884 e deceduto a Padova nel 1971), in una pubblicazione dell’ormai lontano 1912. Poi solo qualche sporadica segnalazione, per attribuirne l’esecuzione non al Canova, ma al suo allievo Cincinnato Baruzzi, che era stato incaricato dal Sartori di completare le opere rimaste incompiute nell’atelier romano dopo l’imprevista morte del maestro nell’ottobre 1822.

    Il monumento di Giacciano era stato commissionato al Canova nel 1818 dal patrigno di Adelaide Foscarini, conte Leopoldo Cicognara (1767-1834), storico e critico d’arte, nonché presidente dell’Accademia delle Arti di Venezia, che aveva uno stretto legame di amicizia e collaborazione col maestro; nei conteggi dell’atelier viene infatti indicata come “stele Cicognara”.

    Sappiamo che dalla commissione di un’opera alla sua consegna passavano mediamente dai 3 a 5 anni e che Canova, nell’ultimo anno di vita, a causa dei problemi di salute, riuscì a lavorare solo sporadicamente. Per questo motivo alla sua morte la stele era solo ideata e forse in parte sbozzata: sarà ultimata l’anno seguente 1823, dall’allievo Cincinnato Baruzzi, il quale risulta averne incassato il corrispettivo (350 Scudi più 25 di spese di spedizione) e anni dopo, su un catalogo delle sue opere, se ne attribuirà l’intero merito (a dire il vero, con poca convinzione, dal momento che ne sbaglia l’ubicazione, collocandola nella chiesa di Crespino).

    Un’attenta osservazione dell’opera porta a rilevare una diversità di stile tra la parte di probabile progettazione/realizzazione canoviana (la raffinata figura femminile, peraltro identica a quella realizzata dal maestro per la stele Manzoni), da quella eseguita dall’allievo (la colonna spezzata e l’urna, visibilmente di diverso stile), cosa che risulterebbe complicata dimostrare su queste pagine, ma che ci porta a dire che l’intuizione del prof. Fiocco di ritenerla almeno in parte “una stele canoviana” non era infondata.

    Il committente de “La Dolente”

    Cosa legava l’illustre Cicognara, committente dell’opera di Giacciano, alla sfortunata Adelaide Foscarini a cui l’opera è dedicata?

    La trama è un po’ complessa dal momento che in questo caso storia e gossip non si possono scindere, comunque, vediamo di ricostruirla per sommi capi.

    La nobildonna veneziana era figlia di Niccolò Foscarini ai Carmini (1732-1806) e di Andrianna Barbaro, convolati a nozze nel 1766. Dopo vent’anni d’infruttuoso matrimonio, finalmente venne alla luce la piccola Adelaide (1786), seguita purtroppo dalla morte della madre, deceduta per le complicazioni del difficile, tardivo parto.

    Il padre Niccolò Foscarini, dopo tre anni di vedovanza, ormai sessantenne, si risposava con la giovane Lucia Fantinati (1770-1849), che di anni ne aveva 19, figlia di uno speziale veneziano, quindi non nobile, ma molto bella. La giovane sposa diventava così matrigna di Adelaide, ma come si desume dalla dicitura della stele, sarà per lei come una vera mamma e non c’è motivo di dubitarne. Il rapporto col marito era invece problematico, vuoi per la differenza d’età, vuoi per gli incarichi pubblici che lo costringevano a lunghi periodi di assenza da Venezia (era stato nominato bailo, cioè ambasciatore, a Costantinopoli).

    Andò a finire che la veneziana Casa Foscarini iniziò ad essere frequentata da alcuni cicisbei che cercavano di allietare la solitudine della giovane sposa, e tra questi vi era il “nostro” marchese Carlo Guido Bentivoglio (aveva grandi proprietà in Giacciano e un palazzo a Ferrara, ma preferiva vivere a Venezia). Per sopire le voci della tresca amorosa con donna Lucia (divenuta pericolosa dopo il ritorno in patria del marito) Carlo Guido finirà col giustificarsi, affermando che le sue attenzioni non erano rivolte alla padrona di casa, bensì alla figlia Adelaide, che di fatto sposerà appena quindicenne nel 1801, quando lui di anni ne aveva 32.

    Nel 1806 moriva Niccolò Foscarini, e Lucia Fantinati, ancor giovane e avvenente, non gradiva di certo trascorrere in casta vedovanza il resto della vita. A procurarle un nuovo marito sarà il genero (ed ex spasimante), marchese Carlo Guido Bentivoglio, che nella sua residenza di campagna in Giacciano (attuale proprietà Milan Luigi), organizzava nell’estate del 1807 l’incontro tra Lucia e il conte Leopoldo Cicognara, amico d’infanzia,1 che a sua volta era rimasto vedovo qualche mese prima dell’amata moglie Massimiliana Cislago.

    Il soggiorno di Giacciano sortiva gli effetti sperati e Lucia e Leopoldo convolavano a seconde nozze in Venezia, il 25 aprile 1808. Con questo nuovo matrimonio il Cicognara diventava patrigno di Adelaide Foscarini, e questo spiega perché alla prematura morte della figlioccia (1818), sarà lui il tramite col Canova per la realizzazione del monumento funebre nella chiesa di Giacciano, dov’era stata sepolta.

    La stele de “La Dolente”

    La stele raffigura una giovane donna vestita di un leggero peplo alla foggia greca, seduta su di uno sgabello, col volto reclinato e dolente, poggiato sul palmo della mano destra e rivolto a un’urna cineraria posta su una colonna spezzata, dalla quale scende un festone finemente cesellato a ricordare il legame di sentimenti fra i vivi e i defunti.

    La figura femminile rappresenterebbe Adelaide, affranta dal dolore per la morte del figlio Eugenio di appena 8 anni, avvenuta l’anno precedente, le cui ceneri sono idealmente contenute nell’urna sopra la colonna spezzata.

    Ma l’immagine scolpita si presta anche ad un’altra interpretazione: la splendida figura femminile rappresenterebbe Lucia Fantinati, che piange la prematura scomparsa della figlia Adelaide (aveva appena 32 anni, probabilmente minata dalla tubercolosi) e del nipotino Eugenio, allegoricamente rappresentati nell’urna cineraria e nel tronco di colonna.

    Il rilievo marmoreo è completato da un’epigrafe sottostante, la cui lettura non aiuta certo a chiarire il dilemma:

    Ad Adelaide Foscarini marchesa Bentivoglio morta in Venezia il 12 aprile dell’anno 1818 dell’età sua di anni 32 esimia per le doti della mente e del cuore in questo tempio tumulata presso il primogenito figlio Eugenio fanciullo d’ingegno e di doti egregio poco prima dall’invida [invidiosa] morte rapito Lucia Fantinati Foscarini Cicognara madre ed ava infelice lacrimando pose questa memoria nel 1823.

    Una doppia chiave di lettura si riscontra spesso nelle opere di Canova: è un segno della sua vivacità creativa che le rende ancor più interessanti. E per noi è un motivo in più per visitare e lasciarci emozionare dalla bellezza di quest’opera, senza dover andare al Louvre o all’Ermitage: basta recarsi a Giacciano!

  • Garibaldi sul Mar Nero

    Garibaldi sul Mar Nero

    Dal 1896 a Rovigo fa bella mostra di sé il monumento equestre dedicato a Garibaldi, opera pregevole dello scultore Ettore Ferrari, chiamato a realizzare la scultura bronzea da Remigio Piva, presidente di un apposito comitato, costituitosi nel 1882 all’indomani della morte dell’eroe, che trovò subito l’avallo dell’amministrazione comunale e provinciale.

    In Italia non c’è comune che non abbia un riferimento all’eroe dei due mondi; quanto meno la dedica di una strada.

    Anche nelle due Americhe non mancano monumenti, insegne e dediche a Garibaldi e in Brasile, dove pure l’eroe si fece apprezzare per le sue doti di condottiero e dove trovò la compagna della sua vita, c’è addirittura una cittadina che porta il suo nome.

    Se tutto ciò è noto e privo di sorprese, appare invece inatteso apprendere che in una città costiera russa, Taganrog, nel distretto di Rostov che si apre sul mare d’Azov, è presente un monumento a Garibaldi.

    I viaggi del giovane Garibaldi

    Va innanzitutto detto che proprio a Taganrog il giovane Garibaldi ebbe l’incontro che doveva cambiargli la vita. Una storia poco nota questa, che si riferisce agli anni giovanili del nizzardo quando, a bordo di un vascello, seguiva rotte commerciali toccando prima Costantinopoli, poi Odessa e i porti del Mar Nero, costeggiando poi la penisola di Crimea per raggiungere infine il Mare d’Azov.

    A Taganrog, in particolare, Garibaldi sbarcò nel 1833 con la sua goletta denominata Clorinda. In Crimea lo zio Antonio Felice era all’epoca console del Regno di Sardegna a Kerc’, dove era giunto nel 1818.

    Ma già prima della fatidica data del 1833, la Crimea e il Mar d’Azov erano familiari a Garibaldi, che tra le giovanili esperienze sul mare, nelle sue memorie annovera il primo viaggio da diciassettenne a Odessa e poi a Taganrog nel 1824 sul Brigantino Costanza, comandato dall’amico di famiglia Angelo Pesante.

    Sarebbero seguiti molti altri viaggi in varie direzioni e, una volta consolidatasi la sua formazione di uomo di mare per il trasporto di merci, Giuseppe Garibaldi ritornò più volte a far rotta verso il Medio Oriente.

    Diventato nel 1832 capitano di nave mercantile, salpò come “Secondo” del comandante Simone Clary, con la Goletta Clorinda, da Marsiglia per Costantinopoli e di qui per il Mar Nero, dovendo in qualche caso difendersi da atti di pirateria durante i quali rimase anche ferito ad una mano. A Tangarog approdò a metà giugno, manifestando un comportamento quanto meno esuberante, tanto da essere arrestato due volte dalla gendarmeria russa prima per schiamazzi e poi per disobbedienza all’obbligo di restare sulla nave. Rilasciato solo grazie a un influente mercante italiano, Antonio Rossi, ebbe modo di apprendere da alcuni opuscoli dell’esecuzione di Ciro Menotti a Modena restandone fortemente colpito.

    L’affiliazione alla Giovane Italia

    Ma il viaggio che doveva cambiargli la vita fu quello dell’anno successivo, del marzo del 1833, quando tornò a Taganrog con lo stesso brigantino, con un carico di arance e uno, del tutto speciale, di 13 esuli santsimoniani, che, oltre alla parità dei sessi, propagandavano l’abolizione della famiglia e del matrimonio.

    Il gruppetto era capeggiato dall’esule Emile Barrault, il quale a Garibaldi regalò il libro Il nuovo cristianesimo di Saint Simon, convertendolo quindi alla causa patriottica di chi “adotta l’umanità per patria e va ad offrire la spada e il sangue ad ogni popolo che lotta contro la tirannia” perché questi “è più di un soldato: è un eroe” (Dumas, pp.64-65).

    I passeggeri sansimonisti sbarcano a Costantinopoli mentre Garibaldi prosegue per Odessa e poi per Taganrog, dove si ferma una decina di giorni facendo un incontro che lo avrebbe segnato profondamente.

    In una taverna, frequentata da marinai e mercanti italiani, si imbatte in un italiano seguace di Mazzini, individuato da alcuni in Giambattista Cuneo (1809-1875) di Oneglia. Questi (o quanto meno “il credente” a cui il Cuneo accenna nella sua biografia di Garibaldi del 1850) era stato inviato da Mazzini per fare opera di propaganda tra i marinai. Parlava della Giovine Italia, dei principi di libertà e indipendenza d’Italia.

    Così ci viene raccontato, tra fantasia e veridicità storica, l’approccio di Garibaldi, nella taverna di Taganrog, con il Mazzinianesimo da Giulio D’Alessandro, scrittore, redattore di “Dissipatio” (7.4.2022) che si ispira alle biografie del Cuneo e di Dumas (Memorie di Garibaldi):

    A un certo punto un uomo attirò l’attenzione di tutti e richiese il silenzio. Alzò il boccale e disse, guardando negli occhi la sua platea: «Naviganti, ognuno di noi è giunto su queste spiagge attraversando il cielo e l’abisso, lunghi giorni e perigliosi di un viaggio interminabile. Noi ora possiamo gettare al vento e al mare un nome; e il vento ci risponderà urlando, e il mare si ingrosserà afferrandolo! Eccolo il nome: brindiamo all’Italia!». E tutti gli risposero gridando: «Italia! Italia! Italia!»

    Quel nome rimbombando in tutta la locanda, come il ruggito di un leone, sommerse Giuseppe e tutti i suoi pensieri. Si alzò dal suo angolino e si avvicinò al gruppo di marinai. Ora tutti tacevano e ascoltavano le parole dell’uomo che come un retore antico arringava la sua folla. «L’Italia ora è vinta, divisa in mille stati che al momento non si fanno la guerra. Ma non v’è pace! La scintilla del fuoco che divamperà dalle Alpi fino in Sicilia, cova silenziosa sottoterra. Si annerisce, sembra affievolirsi… ma solo per bruciare con più forza domani. Ora è notte, anche sulla nostra patria. Brilla qua e là qualche luce, baracche in mezzo alle radure. Covi di patrioti che si preparano per la missione più grande, per il dovere a cui sono chiamati. Ma ecco che sorge l’aurora, il gallo canta il segnale di rivincita. È nato il sole, il sole è alto! È l’ora: è sempre l’ora. Ora fratelli e sempre!». «Ora!» gridarono tutti all’unisono, «e sempre!»

    Giuseppe sembrava rapito dall’eloquenza di quell’uomo sconosciuto che parlava con così tanto fervore. Le sue parole emanavano una fede cieca e incrollabile in un futuro glorioso ed eroico. Si fece spazio fra due marinai siciliani per seguire in prima fila il sermone e poter guardare finalmente negli occhi quel fervido credente.

    «Fratelli, compatrioti. Io vi annuncio che è già sorto l’uomo. Il condottiero che ci guiderà nell’impresa di liberare la nostra bella patria è già qui». Per una frazione di secondo uno sguardo saettò tra Giuseppe e il credente. «Qui, a Taganrog, in terra straniera, si sta già costruendo l’Italia! Qui, nella lontana Russia, tra le genti del mondo, ognuno di noi è chiamato a indossare i panni dell’eroe, a donare il suo sangue per il sogno dei nostri padri, a porre fine a secoli di soprusi e schiavitù, a offrire la sua spada, il suo sudore e i suoi anni migliori, a morire per la libertà e a combattere per l’Italia, giovane, grande, repubblicana, libera, una!»

    Un’ovazione travolgente proruppe dal gruppo di uomini che iniziarono a urlare, abbracciarsi e brindare all’Italia. Tra gli urti dei corpi sudati e ubriachi, Giuseppe si fece strada e, come rapito da una febbre allucinante, prese per il bavero della giacca l’oratore. «Dimmi chi sei e di chi sono queste parole». Egli lo guardò, con un sorriso compiaciuto: «Io sono solo un uomo di fede, e queste parole sono dei patrioti della Giovane Italia. Dimmi chi sei tu, invece, e qual è il tuo nome?» «Io sono solo un marinaio, e il mio nome è Garibaldi».

    Fu quindi a Taganrog che egli pronunciò il giuramento di affiliazione alla Giovine Italia che mirava ad una “Repubblica una e indivisibile, e tutto il territorio italiano indipendente, uno e libero”.

    Il monumento a Garibaldi

    E Taganrog non dimenticò quell’ospite che sarebbe diventato l’Eroe dei due Mondi.

    Il riconoscimento tangibile di questo legame fu solennizzato molto tempo dopo, nel 1961, a 100 anni dall’unificazione dell’Italia a cui Garibaldi aveva dato un contributo decisivo: a Taganrog gli fu innalzato un monumento, l’unico esistente in Russia. Si trova sul lungomare nella zona del porto, realizzato da un artista locale: è una stele alta cinque metri con un bassorilievo raffigurante Garibaldi che poggia su uno stendardo.

    Sulla lapide si legge: “Nel 1833 Garibaldi giurò di dedicare la sua vita alla liberazione e all’unità del suo Paese. Fu sotto il comando dell’eroe nazionale Giuseppe Garibaldi che il Paese fu liberato e unificato”. In origine recava una seconda scritta, poi cancellata, dettata dal filosofo e poeta tedesco Friedrich Engels (1820-1895) che recitava: “Nella persona di Garibaldi l’Italia ha partorito in tempi antichi un eroe capace di fare miracoli e che li ha realmente prodotti”.

    Successivamente il monumento fu restaurato e di seguito inaugurato il 12 settembre 2007 (nel secondo centenario della nascita dell’eroe) alla presenza della pronipote dell’eroe Annita Garibaldi Jallet. Anche una via, Strada Oulitsa Garibaldi, ricorda a Taganrog il giovane Garibaldi sbarcato nella città.

  • Il platano di San Rocco

    Il platano di San Rocco

    “Platano di San Rocco”: è questa la denominazione locale con cui viene indicato il grande albero che si trova a Lendinara, appena fuori del centro storico, sulla strada che porta nella frazione di Rasa. Conosciuto per la sua maestosità come “l’Alboron de San Roco”, ha un’età stimata di 250 anni, e dall’alto dei suoi 40 metri, è considerato il guardiano dei ricordi dei cittadini di Lendinara.

    Con la sua immensa chioma – nonostante gli sbrancamenti avvenuti nel 2015 e nel 2018 a causa di avversi eventi meteòrici – il grande albero fa da cornice all’antica chiesetta di San Rocco. Il tempio, oggi dedicato ai caduti, fu costruito nel 1516 per iniziativa del consiglio comunale come ringraziamento a San Rocco per lo scampato pericolo della pestilenza del 1511. Presso la chiesa sorge inoltre il suggestivo parco delle rimembranze, ubicato sul suo lato sinistro, dove dimorano magnolie ed altri maestosi alberi, in un’area chiusa da un muro con un’artistica cancellata,.

    Dall’altro lato della strada, scorre silenzioso l’Adigetto, che è uno dei corsi d’acqua più antichi del Polesine, il cui nome per esteso è Naviglio Adigetto, poiché un tempo era un canale navigabile, da sempre usato anche per l’irrigazione. Lungo il corso dell’Adigetto nuotano e volano allegramente i germani reali.

    Il luogo dove sorge l’albero di San Rocco è dunque davvero suggestivo. Facciamo presente, a chi volesse accostarsi alla pianta pluricentenaria, che essa è radicata a lato della storica chiesetta, ai margini del sedime stradale ove insiste l’incrocio tra via San Rocco e Riviera IV Novembre.

    Non mancano aneddoti e leggende relativi al possente albero. Tra le altre si narra che sia stato piantato nel 1848 da un gruppo di patrioti che, in attesa di fronteggiare un attacco degli austriaci, avevano costruito una trincea vicino alla chiesa. Non essendo poi servita per alcun combattimento, alcuni di essi, prima di ricoprire di terra i cunicoli, provvidero alla messa a dimora dell’albero destinato col passare dei decenni a divenire imponente. Questa narrazione riduce l’età del longevo albero, ma nonostante ciò è accreditata a Lendinara perché si lega alle storiche giornate del Risorgimento Italiano che ebbero come protagonista, tra gli altri, il patriota lendinarese Alberto Mario (1825-1883) e la moglie Jessie White (1832-1906).

    Il tronco del platano di San Rocco ha una corteccia di colore bianco-giallastra, che si distacca in sottili placche irregolari dai bordi tondeggianti, ed il legno è bianco rosato. Vi sono due curiosità che riguardano la sua forma: una è relativa al tronco che ad un certo punto assume la sembianza del muso di un animale, che sembra quello di un cane, fatto di corteccia di colore bianco-giallastra, immobile, in religioso silenzio; l’altra interessa la base dell’albero dove il tronco incontra il terreno ricordando un’enorme zampa di elefante.

    Due anni or sono, in occasione della Giornata Nazionale degli Alberi, che ogni anno viene celebrata il 21 del mese di novembre, l’Alboron de San Roco, vestito dei suoi colori autunnali, ha ricevuto un gesto d’amore da parte di una classe di bambini dell’asilo del nido comunale “il primo volo“ che gli hanno donato una piccola coccarda, che non ho potuto non immortalare in uno scatto per poterla ricordare. Occasioni queste che ci permettono di comprendere quanto sia importante far conoscere quest’albero, come tutti gli altri alberi, soprattutto ai bambini, perché faranno parte dei loro ricordi ed impareranno così ad amare e rispettare la natura.

    L’amore per il grande albero lendinarese, che mi accompagna fin dall’infanzia, mi ha dato lo spunto nell’anno 2020 di partecipare – con il testo “l’Alboron de San Roco” – al concorso fotografico “Rimettiamoci in cammino” organizzato dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali. In seguito a questa mia adesione al concorso, sia il racconto con la descrizione dell’albero sia le foto sono stati inseriti nel database degli “Alberi Monumentali d’Italia”, perché in effetti il Platano di San Rocco è un Albero monumentale.

    Per raggiungere la descrizione, le foto e le caratteristiche tecniche dell’albero, occorre entrare in GoogleMaps Alberi Monumentali d’Italia, spuntare AMI Italia Settentrionale ed inserire i dati identificativi 001/E522/RO/05 o scrivere direttamente Platano di San Rocco.

    Il Platano di San Rocco non è solo un bellissimo albero alto ed imponente, sito nel contesto urbano della Città di Lendinara, ma è un Albero Monumentale del genere Platanus, specie Platanus Orientalis L., nome volgare Platano Orientale, ed il criterio dimensionale per l’inserimento nell’elenco degli Alberi Monumentali è legato alla circonferenza del tronco al di sopra della soglia minima per la specie ed alla ragguardevole altezza raggiunta dall’esemplare.

    In particolare le caratteristiche tecniche, che hanno riconosciuto la monumentalità al Platano di San Rocco, e che sono indicate nel database degli Alberi Monumentali d’Italia sono: l’età stimata 250 anni, la circonferenza di 740 cm, l’altezza di 40 m, ed il valore storico, culturale e religioso.

  • 2024, l’anno di Giacomo Matteotti

    2024, l’anno di Giacomo Matteotti

    Il 10 giugno 1924 segna una data tragica nella storia italiana: l’assassinio a Roma di Giacomo Matteotti per mano fascista.

    Cento anni dopo, il Polesine, sua terra natale, si unisce per commemorarne e rinnovarne l’insegnamento morale. Nell’anno del centenario della sua morte apriamo questo numero del Ventaglio con la presentazione di una rosa di eventi a lui dedicati…

    A Rovigo, per coordinare le celebrazioni si è costituito un Comitato Provinciale, presieduto dal Sindaco di Fratta Polesine, comune natale di Matteotti, che riunisce più di 40 istituzioni, realtà associative e culturali. Al Comitato si sono affiancate la Regione, l’Accademia dei Concordi di Rovigo, oggi proprietaria dello storico edificio frattense, abitazione della famiglia Matteotti, riconosciuto come monumento nazionale e la Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo. Quest’ultima si è assunta l’onere del completo restyling della Casa Museo di Matteotti a Fratta Polesine e del finanziamento di una mostra commemorativa programmata a Palazzo Roncale, a Rovigo.

    La Casa Museo di Fratta, completamente ristrutturata e rinnovata, ha riaperto i suoi ambienti al pubblico proprio nella data fatidica del 10 giugno. Il nuovo allestimento – frutto di un impegno congiunto, curato dallo studio di architettura 120grammi e da Luca Molinari Studio con la supervisione storica del professor Giampaolo Romanato, presidente del Comitato Scientifico della Casa Museo – offre al pubblico un percorso che spazia dall’intimità famigliare di Matteotti alle grandi battaglie politiche. Ma la Casa Museo non è solo un luogo di memoria legato al passato, è anche spazio di riflessione sul presente e sul futuro. Il giardino della Casa, proposto come luogo di introduzione alla visita museale, diventa uno spazio di contemplazione e di dialogo per i visitatori.

    A Rovigo la figura di Matteotti viene ricordata da un’originale mostra “Giacomo Matteotti (1885-1924)” curata dal professor Stefano Caretti, tra i massimi studiosi di Matteotti e di storia del socialismo, allestita a Palazzo Roncale fino al 7 luglio.

    Attraverso un percorso di immagini e documenti, la mostra offre informazione e formazione al pubblico, in particolare ai giovani. Racconta di Giacomo Matteotti con il linguaggio delle immagini: la famiglia, l’uomo, gli studi, la militanza politica, le battaglie parlamentari e lo scontro con il fascismo fino al sacrificio con la vita. Restituisce, ad un secolo di distanza, la storia di un uomo libero, che del suo amore per la libertà ha reso testimonianza totale fino al sacrificio estremo.

    Il Centenario è occasione anche per la creazione di una banca dati delle fonti amministrative polesane presenti all’Archivio di Stato di Rovigo: una documentazione inedita, che permette di approfondire la visione di Matteotti sull’ente locale come primo spazio di partecipazione democratica, ripercorrendo la carriera politica locale (deliberazioni di consiglio e o di Giunta comunali), e luogo privilegiato del suo impegno di politico del e per il territorio.

    Questo progetto è realizzato con la collaborazione della Fondazione Anna A. Kuliscioff di Milano, Fondazione con cui è stato realizzato anche un fumetto sul giovane Matteotti e un board game (gioco da tavolo), realizzato dall’Archivio di Stato, per i ragazzi, entrambi strumenti distribuiti alle scuole dell’intero territorio nazionale.

    E tanto altro ancora… uno spettacolo teatrale allestito dalla scuola di Castelguglielmo; l’intitolazione di una strada a Velia Titta Matteotti (Fratta Polesine), il giardino a Matteotti (Villanova del Ghebbo), la sala del consiglio comunale dove ha svolto attività di sindaco (Villamarzana), l’apposizione di una lapide a Lendinara in ricordo del luogo dove è stato rilasciato dopo la violenza subita a Castelguglielmo, la vetrata sulla sua figura (San Bellino), il murales (Villamarzana), due lezioni multimediali curate dal regista Ferdinando De Laurentiis, il ciclo Musica e poesia (Accademia dei Concordi e Conservatorio Venezze con il coinvolgimento delle scuole e finanziato dalla Fondazione Banca del Monte), presentazioni di tesi di laurea su Matteotti già discusse o che si discuteranno nell’anno prossimo.

    Alcune di queste iniziative sono presentate in questo numero del Ventaglio, con una sezione pensata e dedicata alla figura di Matteotti.

    Cento anni dopo il brutale omicidio, ci sembra questa un’occasione preziosa per valorizzare l’eredità politica e culturale di un uomo che ha dedicato la sua vita all’impegno etico e civile contro il fascismo e in nome della libertà.

    È quanto ci auguriamo trapeli nelle prossime pagine… continuare con il nostro impegno e con questa rivista ad evidenziare aspetti inediti, interessanti e di rilievo del nostro territorio e dei suoi tanti protagonisti passati e presenti. Buona lettura.

  • Matteotti al Pizzon

    Matteotti al Pizzon

    Il volto di Giacomo Matteotti “autenticato” dalla sua firma e un garofano che ingentilisce la brochure di una mostra a lui dedicata (realizzata, con l’impegno di un gruppo di appassionati volontari) sono il segno di un amore mai spento e della schietta volontà di offrire un percorso umano, sociale e familiare che il Deputato polesano ha pagato con il martirio.

    Il Mulino, vigile sentinella al crocevia di acque antiche, selvagge e vagabonde finalmente addomesticate dalle braccia dei “pisnenti” che ne conoscono i linguaggi segreti, diventa CASA DI MEMORIE.

    Il luogo della fatica che trasforma il grano in farina che nutre la fame atavica, diventa location, percorso per raccontare e per non dimenticare mai.

    Nel centenario dell’assassinio, Giacomo ritorna a narrare a sua storia, a chi non la conosce e a ricordarla a chi non la deve dimenticare.

    In tale contesto si può quindi comprendere ogni aspetto offerto dagli Organizzatori della originale iniziativa, che hanno operato con la caparbia determinazione di chi crede nelle idee e nei valori trasmessi nel tempo.

    Al Mulino del Pizzon il percorso dedicato a Giacomo Matteotti non è quindi quello “dotto”, storico e sociopolitico, ma quello dell’uomo e della sua terra: fondale e scenario di una vita per l’uguaglianza e il rispetto dei diritti umani.

    Ecco quindi lo sguardo dell’uomo abbozzato da G. Battista Donati: “Quegli occhi mi guardano, sinceri ed onesti, tra rami intricati di radici protese, o rivoli di sangue e lacrime, o diramazioni di corsi d’acqua tumultuosi; ed io li osservo dalla mia umile visuale, cercando di capire se non di sentire, attraverso il contorcimento e i veli di una caduca memoria…

    Lo scorrere del tempo, del sangue e dell’acqua; le idee fluite e sbocciate: il limite netto tra due dimensioni limitrofe, in apparenza invalicabili, se non da lacrime trattenute e mai versate, o dal risveglio di sensibilità assopite e da un bocciolo che timidamente si affaccia e diventa fiore”.

    Ed è quel garofano, fiore oggi forse passato di moda e soppiantato da più “blasonati” vegetali, ad onorare la morte e a mutare il sangue in ricordo.

    Una mostra originale, caratterizzata da tre allestimenti:

    • Innanzitutto il percorso filatelico numismatico curato da Daniele Ambrosin che si trasforma in una storia, una narrazione scritta da immagini di piccole dimensioni (dal francobollo alla cartolina e moneta), compendiate da didascalie che, attingendo da documenti d’epoca, diventano a loro volta certezze d’archivio storico di grande impatto: anche per la coinvolgente spiegazione dell’allestitore – proprietario. Si coglie, in tale lettura per immagini, la crudezza di una vita che ha permeato, dalla notte dei tempi, questi luoghi dove acqua e terra erano la parvenza biblica della creazione del mondo. Alla fatica umana il compito della sopravvivenza in luoghi strappati con le unghie e con i denti all’estro capriccioso delle acque. Fame, pellagra, tifo, malaria: i fondali di una rappresentazione della vita come il Polesine del primo ‘900 offriva ai suoi abitanti.

    • La risposta potrebbe essere trovata in uno dei quadri che lo ritraggono nelle stanze alte della struttura dell’Ecomuseo. “Il sangue sulla terra e tra le foglie” è il titolo dell’esposizione che un gruppo di sensibili Artisti ha realizzato, con la coordinazione di Remigio Surian, come conferma di un’esistenza da onorare, da lasciare in eredità al “dopo”. Nelle opere sono chiari i segni di una visione che oltrepassa il tempo e interpreta, con modalità espressive differenti, il volto del Deputato frattese che voleva gridare con la voce della libertà e dell’uguaglianza. Nella rosa dei pittori spicca una partecipazione straordinaria, quella di una giovanissima Chiara Baldo che ha immortalato proprio lo storico Mulino con la pazienza tecnica della matita che mette in risalto il tempo celato nei sapienti chiaroscuri. E accanto alla pittura è presente la lavorazione artistica del ferro in un’opera di che evoca la simbologia tangibile nel luogo del ritrovamento delle spoglie di Matteotti.

    • A concludere il percorso di questa triplice esposizione è l’insolita ricostruzione di una tenda ospedale realizzata da Silvino Fregata, volontario della Croce Rossa di Bardolino. La CRI ebbe in realtà un ruolo chiave per il nostro paese nel corso della Grande Guerra per l’assistenza e il soccorso dei feriti che facevano parte di quella società proletaria che aveva dato anche il sangue dei figli per una Patria che li sacrificava come agnelli su altari profani.

    La originale mostra ha sicuramente centrato le finalità progettate dagli Organizzatori trasformatisi in appassionate Guide per gli innumerevoli visitatori alla riscoperta di una sorta di “cerchio magico” nel quale la Storia viene proposta con il rigore dei documenti ma resa “fruibile” attraverso una comunicazione ricca della carica umana distribuita a piene mani nella struttura sempre accogliente dell’Ecomuseo al Pizzon ed è anche cibo prelibato che Donatella, Laura e tutte le collaboratrici propongono agli ospiti all’insegna dell’accoglienza.

    Il Mulino si muta allora in una sorta di “Abbazia laica” nella quale il visitatore si fa pellegrino che sosta alla ricerca delle radici che affondano nel nostro passato.

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